Lula balla l’ultimo samba “Uscirò più forte e innocente

La storia tra pochi giorni proverà che chi ha commesso il crimine è stato il commissario che mi ha accusa, il giudice che mi ha condannato; uscirò da tutto ciò più forte e innocente, poiché proverò che loro hanno commesso un crimine. Non so come ripagare il rispetto e la gratitudine che avete per me”. È il frammento dell’acclamato discorso di un’ora del carismatico Inacio Lula da Silva, il fondatore del “lulismo” reputato morto, ma resuscitato con un guizzo sabato, prima che l’ex presidente più votato della storia moderna brasiliana, si consegnasse agli agenti della Polizia federale penetrati dal retro dell’edificio camuffati da militanti. Dopo più di trenta ore di resistenza politica e giudiziaria, all’interno della sede del sindacato dei metalmeccanici di Sao Bernardo do Campo, il candidato favorito alle presidenziali previste a ottobre sarà, nelle ore in cui è andato in stampa il giornale, condotto in jet a Curitiba, dove dovrà scontare 12 anni per corruzione e riciclaggio. Ma ieri sera, nonostante gli accorgimenti la folla ha bloccato a lungo l’uscita dall’edificio dei sindacati, roccaforte di Lula e dei suoi fedelissimi.

È la seconda volta che Lula andrà in prigione, la prima durante la dittatura militare. L’ex presidente è stato portato in spalla dalla moltitudine dei simpatizzanti subito dopo il discorso, e dopo la pungente omelia di Don Angelico Sandalo Bernardino, vescovo emerito di Blumenau, amico intimo di Lula. Il vescovo ha tenuto la messa in memoria di Marisa Leticia, 68 anni, morta un anno fa.

Era la moglie inseparabile dell’ex presidente ma, anche l’attivista pietista che ha tessuto con le proprie mani la prima bandiera del Partido dos Trabalhadores, il partito di Lula che ha fermamente difeso dalle accuse d’essere “un’organizzazione criminale”. “Quello che è accaduto in Brasile è un golpe iniziato con l’impeachment di Dilma Rousseff. Fa bene resistere, ma senza violenza”, ha dichiarato durante l’omelia, Don Sandalo Bernardino. Il vescovo ha dichiarato più volte, anche in passato che l’ex presidente é vittima di persecuzione politica. Sia la difesa che i famigliari preferiscono che Lula si costituisca prima dell’emissione del secondo mandato d’arresto che avrebbe pregiudicato la strategia della difesa prevista per la prossima settimana.

L’instancabile difesa, tra cui l’avvocato Cristiano Zanin, seguirà 3 processi che transitano già presso il Supremo tribunale federale e il Superiore tribunale federale, cui azioni giudiziarie potrebbero riportare in libertà il leader laburista. Zonin nel frattempo ha già presentato assieme a Unhcr-Onu una ingiunzione giudiziaria presso il governo Temer nel tentativo di liberare Lula al più presto; anche se la celerità con cui il giudice Moro ha spiccato il mandato d’arresto subito dopo il rifiuto dell’habeas corpus del Supremo tribunale federale, ha sorpreso la difesa. Intanto, dagli Stati Uniti, Alexandre Padilha, ex ministro nelle amministrazioni di Lula e Rousseff , ha precisato che l’ex metalmeccanico continua a essere candidato alla presidenza. “Lula potrà candidarsi e partecipare alla campagna elettorale, sino a quando il Supremo tribunale elettorale appurerà la sua non eleggibilità”, afferma Filippe Lambalot, avvocato specialista in diritto costituzionale e elettorale.

Dopo il voto, al Cairo è bavaglio continuo

Ahmed e Adel sono stati fermati in strada, caricati a bordo di un veicolo e portati via. Per Mohamed è stato diverso, i poliziotti lo hanno prelevato dalla sua casa, nel cuore della notte. Ahmed Abd-Elgawad, Adel Issa e Mohamed Oxigin sono giovani giornalisti e blogger del Cairo, colpevoli di aver espresso il loro giudizio sul regime e sulle recenti elezioni egiziane, una farsa agli occhi del mondo. Elgawad, tra l’altro, di recente è stato insignito del premio giornalistico dedicato a ‘Shawkan’, al secolo Mahmoud Abu Zeid, il fotoreporter in cella dal 14 agosto 2013.

All’indomani della sua incoronazione, con oltre il 97% dei consensi, molti si chiedevano quale sarebbe stato l’atteggiamento del presidente Abd el-Fattah al-Sisi nei confronti dell’opposizione e delle voci fuori dal coro: in pochi giorni il governo ha fatto arrestare decine di persone, giornalisti in particolare. Come Bilal Wagdy, altro giovane reporter del sito Masr al-Arabiya e nipote di un notissimo avvocato, anch’egli arrestato di notte. Il secondo colpo in meno di tre giorni per il portale di notizie, una delle ultime voci critiche.

La razzia di giornalisti al Cairo, in effetti, è partita martedì sera, quando a finire in manette è stato il direttore di Masr al-Arabiya, Adel Sabry, notissimo e stimato corrispondente. Il suo arresto è avvenuto nella redazione del giornale online, a Doqqi, lo stesso quartiere dove viveva Giulio Regeni. All’origine del fermo, la decisione presa da Sabry di pubblicare, in arabo, un articolo del New York Times, particolarmente critico sull’esito e sul senso del voto del 26-28 marzo. La notizia ha suscitato una forte reazione tra i colleghi, non solo egiziani, compresi i vertici del sindacato dei giornalisti del Cairo, più volte preso di mira nell’era di al-Sisi.

Giornalisti dietro le sbarre, ma non soltanto loro. Ha dell’incredibile quanto accaduto al regista e documentarista Hossam Elwan. Mercoledì stava facendo delle foto e delle riprese ad un edificio a due passi dalla sede del Parlamento egiziano. Pare fosse interessato a un appartamento di quel palazzo e lo stesse immortalando. La polizia, avvertita da un vicino, è intervenuta e ha portato il regista nel comando più vicino. Il giorno dopo il malinteso sembra sia stato chiarito ed Elwan è tornato libero.

Prima di questa ondata di arresti, le statistiche non erano certo rosee. Nei primi due mesi del 2018 sono stati arrestati 19 tra giornalisti, attivisti e politici, tra cui il candidato alle presidenziali Sami Anan, l’unico in grado di battere al-Sisi. Il presidente considera chi scrive o esprime pensieri negativi contro di lui un affiliato della Fratellanza Musulmana: “Essendo critico nei confronti della strategia del governo, non riesco a trovare lavoro, ma nulla mi lega ai Fratelli Musulmani, il peggio che possa capitare per l’Egitto” spiega Ahmed, giornalista molto attivo ai tempi della Rivoluzione di piazza Tahrir e oggi quasi disoccupato.

Un determinato tipo di Islam cacciato anche dai canali televisivi. Pronte a essere bandite decine di soap opera turche, ispirate proprio dal regime di Erdogan, dunque vicine alla Fratellanza.

“È incredibile quanto accade in Egitto – denuncia l’avvocato Karim Abdelrady – il Paese sta impazzendo. Non capisco dove il governo trovi le celle per tutte le persone arrestate”. Il Cairo nasconde la sua strategia repressiva e le sue fobie investendo milioni di dollari in progetti di rilancio. Ieri mattina posata la prima pietra del futuro centro economico della Nuova Capitale amministrativa.

Dopo il voto, al Cairo è bavaglio continuo

Ahmed e Adel sono stati fermati in strada, caricati a bordo di un veicolo e portati via. Per Mohamed è stato diverso, i poliziotti lo hanno prelevato dalla sua casa, nel cuore della notte. Ahmed Abd-Elgawad, Adel Issa e Mohamed Oxigin sono giovani giornalisti e blogger del Cairo, colpevoli di aver espresso il loro giudizio sul regime e sulle recenti elezioni egiziane, una farsa agli occhi del mondo. Elgawad, tra l’altro, di recente è stato insignito del premio giornalistico dedicato a ‘Shawkan’, al secolo Mahmoud Abu Zeid, il fotoreporter in cella dal 14 agosto 2013.

All’indomani della sua incoronazione, con oltre il 97% dei consensi, molti si chiedevano quale sarebbe stato l’atteggiamento del presidente Abd el-Fattah al-Sisi nei confronti dell’opposizione e delle voci fuori dal coro: in pochi giorni il governo ha fatto arrestare decine di persone, giornalisti in particolare. Come Bilal Wagdy, altro giovane reporter del sito Masr al-Arabiya e nipote di un notissimo avvocato, anch’egli arrestato di notte. Il secondo colpo in meno di tre giorni per il portale di notizie, una delle ultime voci critiche.

La razzia di giornalisti al Cairo, in effetti, è partita martedì sera, quando a finire in manette è stato il direttore di Masr al-Arabiya, Adel Sabry, notissimo e stimato corrispondente. Il suo arresto è avvenuto nella redazione del giornale online, a Doqqi, lo stesso quartiere dove viveva Giulio Regeni. All’origine del fermo, la decisione presa da Sabry di pubblicare, in arabo, un articolo del New York Times, particolarmente critico sull’esito e sul senso del voto del 26-28 marzo. La notizia ha suscitato una forte reazione tra i colleghi, non solo egiziani, compresi i vertici del sindacato dei giornalisti del Cairo, più volte preso di mira nell’era di al-Sisi.

Giornalisti dietro le sbarre, ma non soltanto loro. Ha dell’incredibile quanto accaduto al regista e documentarista Hossam Elwan. Mercoledì stava facendo delle foto e delle riprese ad un edificio a due passi dalla sede del Parlamento egiziano. Pare fosse interessato a un appartamento di quel palazzo e lo stesse immortalando. La polizia, avvertita da un vicino, è intervenuta e ha portato il regista nel comando più vicino. Il giorno dopo il malinteso sembra sia stato chiarito ed Elwan è tornato libero.

Prima di questa ondata di arresti, le statistiche non erano certo rosee. Nei primi due mesi del 2018 sono stati arrestati 19 tra giornalisti, attivisti e politici, tra cui il candidato alle presidenziali Sami Anan, l’unico in grado di battere al-Sisi. Il presidente considera chi scrive o esprime pensieri negativi contro di lui un affiliato della Fratellanza Musulmana: “Essendo critico nei confronti della strategia del governo, non riesco a trovare lavoro, ma nulla mi lega ai Fratelli Musulmani, il peggio che possa capitare per l’Egitto” spiega Ahmed, giornalista molto attivo ai tempi della Rivoluzione di piazza Tahrir e oggi quasi disoccupato.

Un determinato tipo di Islam cacciato anche dai canali televisivi. Pronte a essere bandite decine di soap opera turche, ispirate proprio dal regime di Erdogan, dunque vicine alla Fratellanza.

“È incredibile quanto accade in Egitto – denuncia l’avvocato Karim Abdelrady – il Paese sta impazzendo. Non capisco dove il governo trovi le celle per tutte le persone arrestate”. Il Cairo nasconde la sua strategia repressiva e le sue fobie investendo milioni di dollari in progetti di rilancio. Ieri mattina posata la prima pietra del futuro centro economico della Nuova Capitale amministrativa.

Torna l’incubo furgone-killer. Ma a uccidere è un tedesco

Come al mercatino di Natale di Berlino, terrore e sangue tengono col fiato sospeso la Germania, che piange tre vittime e assiste una ventina di feriti. E come il 7 aprile del 2017, quando un camion falciò a morte cinque persone nel centro di Stoccolma.

Data e metodologia, un autocarro lanciato contro la folla inerme, hanno sprofondato il paese in un incubo già vissuto.

Alle 15:27, nel centro storico di Münster, la più piccola delle grandi città della Germania con i suoi poco più di 300 mila abitanti, un autocarro è piombato sui tavolini di uno storico locale, il Kiepenkerl, che si affaccia su una delle strette vie più frequentate, poco lontano dalla piazza del Duomo.

Una dinamica che ha ricordato anche ai drammatici attacchi di Nizza e Barcellona. Nel giro di pochi minuti la Polizia (più numerosa per via di una precedente manifestazione di simpatizzanti curdi) è intervenuta per chiudere il centro e bloccarne l’accesso. Nel giro di meno di un paio di ore un portavoce aveva ufficializzato 3 morti, attentatore escluso, anche se il “bilancio” è stato successivamente ridotto di un’unità. “Si è sparato nel veicolo”, era stato subito detto. Un “modus operandi” che non corrisponde a quello di un terrorista. In mano ad uno dei “lupi solitari”, l’arma viene impiegata per ammazzare ancora, piuttosto che contro sé stesso. Venti i feriti, sei dei quali gravi, tanto che la Clinica Universitaria cittadina ha aperto in modo straordinario il centro per la donazione del sangue.

Nelle nemmeno troppe concitate fasi che hanno seguito il suicidio mortale la Polizia aveva fatto sapere di aver rinvenuto un pacchetto sospetto nel bagagliaio del mezzo.

Non è escluso che spostare il collo vengano fatti intervenire gli artificieri. Da possibile agguato di matrice islamica, l’assalto è stato quasi “derubircato” ad azione suicida ascrivibile a un cittadino tedesco, come ha confermato il ministro degli interni del Nord Reno. Le indagini continuano e gli investigatori hanno già perquisito l’abitazione dell’uomo alla ricerca di esplosivi e di altre indizi per ricostruire le ragioni del folle e criminale gesto.

Si tratterebbe di un 49enne (anche se sull’età le indiscrezioni non coincidono) afflitto da problemi psichici già noto alle autorità e con qualche precedente penale per droga.

Di più: secondo voci raccolte in città, Jens R. avrebbe già manifestato l’intenzione di togliersi la vita, ma non in modo anonimo, bensì facendo in modo che l’opinione pubblica fosse costretta ad occuparsi di lui.

Münster è una tranquilla comunità universitaria che si trova 200 chilometri a nord della ex capitale Bonn, dove non sarebbero mai state rilevate particolari attività collegate al terrorismo islamico.

Non solo: alle ultime elezioni federali i populisti e xenofobi della Alternative für Deutschland avevano ottenuto proprio qui il peggior risultato dell’intera nazione, meno del 5 per cento.

Non è la prima volta che la Germania si spaventa per un possibile attentato, ma deve poi fare i conti con un problema “interno”.

Il precedente più triste e importante era stato quello del 22 luglio 2016, quando a Monaco un 18enne tedesco di origini iraniane aveva ucciso nove persone nei pressi di un centro commerciale.

Nemmeno lui era mentalmente sano. Non era stato un attentato, anche se l’Isis aveva provato subito a rivendicare l’azione, ma anche il volo Germanwings da Barcellona a Düsseldorf era stato fatto schiantare da un tedesco psicolabile, il copilota Andreas Lubitz.

La tragedia si era consumata sulle Alpi francesi e risale a poco più di tre anni fa e Montabaur, la città natale del giovane, dista due ore di macchina da Münster.

I vertici imputati? Tranquilli, per Ubi si tratta di “gossip”

Venerdì scorso l’assemblea degli azionisti di Ubi, la terza banca italiana, ha approvato un bilancio in perdita per 12 milioni di euro e la distribuzione di dividendi per 125 milioni di euro, prelevati dalla riserva straordinaria. Cifre contenute, ma in linea di principio sembrerebbe che gli azionisti si stiano mangiando il patrimonio. L’amministratore delegato Victor Massiah ha però tranquillizzato tutti: “La banca sta creando ricchezza”. Bene. Ma i contribuenti che pagano il conto se le cose vanno male (vedi banche venete e Mps) meriterebbero un’informazione più trasparente. Sul bilancio 2017 Ubi ha emesso un comunicato lungo venti volte questo articolo senza citare la perdita di 12 milioni, ma vantando un utile di 690 milioni da rettificare a 188 al netto delle componenti non ricorrenti, tra le quali il badwill delle good bank. Non avete capito niente? Certo, non siete banchieri e magari, Dio vi perdoni, non conoscete la differenza tra bilancio civilistico e bilancio consolidato e neppure che cosa sia la On Site Inspection Capital Position Calculation Adequacy.

Non è colpa vostra. È la Banca d’Italia, in collaborazione con la Bce, che continua a intendere manzonianamente la vigilanza come il solito “troncare e sopire”: anziché imporre la trasparenza lavorano tutti insieme (vigilanti, vigilati, governo e anche associazioni dei consumatori) all’ineffabile “educazione finanziaria” del popolo. Per occultare tutto è il modo più efficace: si pianifica un’azione che porti tutti, nel giro di pochi decenni, a sapere che cos’è la On Site Inspection Capital Position Calculation Adequacy. Nell’attesa Massiah non spiega al mercato che l’ultima On Site Inspection Capital Position Calculation Adequacy ha scoperto che la banca accetta “strumenti di capitale e obbligazioni subordinate emesse da Ubi come garanzia di finanziamenti erogati”. E che è stata rilevata “la presenza di uno specifico articolo nello Statuto, che dà al Gruppo l’opportunità di escutere azioni e obbligazioni poste a garanzia, in caso di inadempimento del debitore; tale fattispecie non è stata considerata aderente alle previsioni del Codice Civile italiano”. Avete capito bene, questa roba, che sembra parente stretta delle “baciate” di Zonin, è giudicata illecita dagli ispettori della Bce.

Credete che se ne sia parlato venerdì all’assemblea dell’Ubi, in cui hanno preso la parola solo sette azionisti, tra cui un sindacalista che si è detto ammirato dallo stile con cui vengono gestiti gli esuberi? Naturalmente no. Però l’agenzia Ansa ha riportato queste parole del presidente Andrea Moltrasio: “C’è stato chi ha voluto sistematicamente disturbare con esposti e denunce, articoli sulla stampa, cose anche molto pesanti, ma abbiamo tenuto la barra dritta e il passo lungo e lento tipico delle nostre terre. Non abbiamo avuto paura di queste tempeste che appassionano il gossip ma non il nostro intelletto”. Quello che Moltrasio chiama gossip è un processo con 30 imputati, tra cui Moltrasio stesso, Massiah, il vicepresidente Mario Cera, altri consiglieri ed ex consiglieri, tra cui Giovanni Bazoli accusato di aver orchestrato le strategie di Ubi mentre era presidente della principale concorrente, Intesa Sanpaolo. Rischiano fino a otto anni di carcere per il reato di ostacolo alla vigilanza. La Consob si è costituita parte civile. La Banca d’Italia no, forse perché anche il governatore Ignazio Visco considera tutto ciò solo gossip.

Solo una cosa tranquillizzerebbe i contribuenti. Lorsignori scrivano che è solo gossip e prima della firma aggiungano a garanzia che, se qualcosa andasse male, prima di chiedere un solo euro allo Stato ci metteranno tutti i loro patrimoni e risparmi.

 

A tutti è garantita la possibilità di aprirsi alla presenza di Dio

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”. Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”. Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore!”. Ma egli disse loro: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo”. Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: “Pace a voi!”. Poi disse a Tommaso: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!”. Gli rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”. Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”. Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome. (Giovanni 20,19-31)

Inizia una scansione nuova del tempo: la sera di quel giorno, il primo della settimana è sancito d’ora in poi come “giorno del Signore”, domenica=kyriaké, memoria per sempre della Risurrezione. Gesù “stette (éste, verbo di risurrezione!) in mezzo” e ritto, sui suoi piedi dona la sua pace mentre mostra le mani e il costato trafitti! Il Risorto sta circuendo con tenerezza tenace i suoi che l’abbandonarono, per questo soffiò (enephùsesen) su di loro lo Spirito Santo, perdòno dei peccati e liberazione da ogni paura. Gesto che, richiamando quello di Dio creatore su Adamo (Genesi 2,7), rende creature nuove, mandate ad annunciare che il peccato, peso che rende amara la vita di tutti gli uomini, con il perdòno del Signore Risorto perde la sua forza oppressiva, diventa l’aiuto sicuro contro ogni tradimento dell’uomo sull’uomo. E rinnova, in aggiunta, il dono della pace (shalom), non come augurio di educata cortesia buonista, ma quale forza dall’Alto, grazia, quindi, che aiuta a vivere nel conflitto, nell’oppressione, nella fame e sete di giustizia, nella povertà, nella minaccia di morte, sapendo che il Risorto si riconosce dentro ogni sofferenza e vive in ogni offeso. Secondo le Beatitudini! La Croce li ha scandalizzati e dispersi, ma il Risorto li sta legando a sé e li riempirà del Dio dono e amore, per esserne testimoni credibili.

Otto giorni dopo l’incontro di Gesù preparato apposta per Tommaso, io non credo: un’esperienza di chiusura dell’uomo al mistero. Egli ebbe un modo per la Maddalena, uno per Giovanni, uno per Pietro: a tutti è offerta la possibilità di aprirsi alla presenza del Signore. Per tutti c’è un modo e un tempo, perché non tutti i mezzi sono adatti a tutti: refrattari, distratti, coloro che respingono, chi è pieno di sé! Tommaso rivede Gesù quando sta con gli altri, si riunisce ai suoi e riconosce che le ferite, che è invitato a toccare, sono quelle dell’amore di un Dio che non lo rimprovera per la poca fede, anzi gli si concede perché creda con gioia.

E Giovanni ci tramanda la beatitudine proclamata da Gesù Risorto a sostegno della nostra fede: beati quelli che non hanno visto e hanno creduto. Che unita a quella del fare: beati voi se, sapendo queste cose, le farete (13,17), manifestano la potenza della risurrezione di Gesù presente nel mondo.

 

Verso la soluzione: due papi, due governi

L’Italia, con tutti i suoi pregi e tutti i suoi difetti, non è un Paese normale. Questo spiega la instabilità umorale ma anche informativa della grande stampa del mondo nei confronti del nostro Paese. Di volta in volta siamo l’antichità, la bellezza, l’esaltazione improvvisa del vino e della cucina di certe regioni. Alternati a taglienti e coloriti reporting sul crimine organizzato, il ridicolo della politica, la cattiveria verso i migranti.

Ciò che sta accadendo in questi giorni in Italia ci rivela forse aspetti importanti della nostra vera natura o almeno di tipici eventi della storia filtrati dallo strano ed estroso contesto italiano. La Chiesa cattolica è universale, ma ha sede in Italia. E in Italia adesso ha due Papi, che il clima culturale del Paese, così lontano dall’intransigenza protestante, ha benevolmente accettato, salvo dar luogo a due grandi complotti che non sono Papa contro Papa, ma certo Chiesa contro Chiesa. Il Quirinale ha avuto a momenti due Presidenti, sia quando Giorgio Napolitano è succeduto a se stesso, mettendo a confronto due diversi e inediti momenti politici quasi in tempo reale. Sia per il tempo non breve in cui la figura dominante del Presidente dei due mandati è stata percepita a lungo come presente e attiva sulla scena della vita pubblica italiana. Anche in questi giorni, quella presenza è apparsa come naturale, nell’importante discorso da presidente anziano del Senato appena eletto. Senza che nessuno lo noti, l’Italia ha tuttora un governo “per gli affari correnti” che però dovrà rispondere a domande tutt’altro che “correnti” dalla commissione dell’Unione europea. Intanto vanno e vengono le impalcature, ora disposte in un modo ora in un altro, per la costruzione di un governo tutto diverso e tutto nuovo. Il fatto è che, a cominciare dalle prime proposte del premier 5Stelle designato Di Maio, si intravedono inclinazione alla convivenza, come dimostra la proposta, in apparenza sorprendente, di stilare un patto (un contratto) per governare insieme. Con chi? Come sapete l’idea è fondata su una alternativa da capogiro: governare con il Pd oppure governare con la Lega. Traduzione: quel che conta è governare, non con chi, non per cosa (i due partner indicati sono incompatibili) ma esclusivamente per controllare il punto alto del potere. Qui però si aprono due interpretazioni della strana mossa. In una sembra di poter dire che i cinquestelle non hanno alcuna idea del dove si collochino i bottoni del potere, ma cercano solo il simbolo. È una interpretazione che funziona bene accanto all’idea di una supposta candida ingenuità di quel Movimento, che nella realtà è altamente improbabile. L’altra dice il contrario. Non solo sanno bene che cosa vogliono, ma non ce lo dicono.

Certo, si tratta di progetti che non cambiano, sia che si arruolino i Pd, sia che si assumano i padani, due gruppi politici immensamente diversi, immaginati entrambi come spendibili in giochi che comunque non capirebbero. Come si vede, pur restando vicino a radio, tv e Rete, si rischia di scivolare in una curiosa forma di fantascienza che vede un unico protagonista ricco di idee sconosciute e di carte coperte, un protagonista travestito da mite viandante orientato dal buon senso e da un toccante realismo. Non c’è dubbio comunque che due soli giocatori sono in pista. Uno, Salvini, spinge a spallate e gomitate. Da candidato premier, anche se a momenti tiene la palla, si capisce che non andrà lontano. L’altro, munito di un dettagliato “bugiardino” di “istruzioni per il dosaggio e gli ingredienti sul come si fa un governo”, passa, ripassa e va via sorridendo, bravo a incoraggiare senza dire nulla… Sembra che vada nella direzione sbagliata, ma non è detto.

Infatti, visto che tutto è assurdo o almeno certamente insolito, perché non lasciare lavorare il vecchio governo, usato sicuro, nelle sue stanze polverose sul retro, alle tante grane con l’Europa. E intanto lasciamo spazio (e tempo) al costante passare e ripassare del vincitore benevolo, il presunto nuovo premier che un giorno guiderà l’altro governo, e intanto lo rappresenta, visto che un minimo di lavoro parlamentare si può fare già adesso, nessuno mette fretta, nessuno invoca le urne o anche solo chiede di cambiare una legge elettorale che comunque produce lunghe feste, visti i risultati, per ben tre schieramenti su quattro. Pensateci, non è così assurdo. Un improvviso nuovo governo risveglierebbe bruscamente Salvini, costringerebbe Di Maio a rispondere all’imbarazzante domanda “E adesso?”. E Berlusconi dovrebbe rinunciare all’idea di una seconda visita al Quirinale, un evento che avrà stupito il mondo, dati i suoi precedenti penali, ma su cui nessuno, in Italia, ha speso una parola. Ma a noi italiani piace dire e ripetere che siamo speciali. Ecco fatto. Due Papi, due presidenti, due governi.

Mail Box

 

G8 2001: responsabilità politiche oltre che giudiziarie

Ma è possibile che quando si parla dei fatti gravissimi del G8 del 2001 si parli soltanto delle responsabilità penali, amministrative dei funzionari e non di quelle politiche?

Cioè dell’allora presidente del consiglio Berlusconi, del ministro degli Interni, “a sua insaputa” Claudio Scajola e del vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini che (così raccontarono allora le cronache) ne fu il vero regista?

Di quelle responsabilità politiche, in tutti questi anni, tutte le volte che si è parlato del G8 di Genova, è stata operata una rimozione, da parte non solo degli elettori di Forza Italia, ma da anche degli avversari di Berlusconi.

Nessuno gliel’ha mai ricordata. Eppure si trattava della più grave dell’attività dei suoi governi di centro-destra. A parte Fini (diventato addirittura un paladino dell’antiberlusconismo), a proposito sia di Scajola, sia di Berlusconi si è preferito deviare l’attenzione su altre responsabilità e gli oppositori di Berlusconi hanno sempre preferito mettere al centro dell’attenzione l’appartamento con vista sul Colosseo, le olgettine, la “nipote di Mubarak”, cioè sugli aspetti eroi-comici del berlusconismo, e non sul delitto più grave: la sospensione della legalità in occasione del G8?

E mi pare che la rimozione continui anche in occasione delle consultazioni per la formazione del governo.

Franco Vazzoler

 

Berlusconi il pregiudicato davanti ai Corazzieri

S’è votato e, piaccia o no, il “partito” che ha preso più voti è quello dei 5 Stelle. Subito dopo, alla faccia dell’aritmetica si millanta un altro risultato. E alla faccia della gente onesta, si “candeggia” chi ha rubato frodando, e per questo è stato condannato, e gli si consente di passare davanti a Corazzieri in alta uniforme e parlare in qualità di “capoccia” di un partito, con tanto di tricolore alle spalle, vantando pretese sulla formazione del governo.

Franco Taccia

 

Tv e giornali: chiacchiere per nascondere la realtà

Ovunque, in tv, sui giornali, nelle radio si riuniscono gli stessi politici per ripetere le stesse cose e formulare le stesse ipotesi senza basi, ogni giorno. Senza nessun riguardo per il senso di noia degli italiani. Sul governo e sulle possibilità di farlo anche se i numeri ed i capricci dei politici più acerbi non lo consentono. Ma nessuno trova nuovi argomenti come ad esempio dividersi secondo i voti e dare il pezzo di territorio a Di Maio dove si è votato per il sussidio a vita che aumenta le tasse e dare l’altro al centrodestra che ha votato per meno tasse. E che ciascuno manovri a modo suo l’economia della propria parte. Oppure rinunciare tutti a governare e far votare direttamente dal popolo un presidente che faccia il proprio governo. E queste sarebbero le due novità possibili che nessuno ha il coraggio di indicare. E proprio per tale timore, siamo a questi punti.

Perchè nessuno ha il coraggio di dire le cose reali e le uniche concesse dalla realtà. La democrazia in Italia è finita se pure c’è mai stata.

Gianni Oneto

 

Sistema sanitario al collasso, diminuiscono i medici di base

Si preannunciano tempi bui per gli italiani: quasi un italiano su 5 nel 2023 resterà senza medico di base. Ma già ora è duro trovarlo. Ricordo, ai miei tempi, quando i medici della mutua ingaggiavano duelli con i colleghi per procacciarsi nuovi pazienti. Ora avviene l’opposto: sempre più sovente sono i pazienti che girano per le Asl alla ricerca affannosa di un medico di famiglia. Il futuro, ahimé, si prospetta ancora peggio: 14 milioni di italiani ,sono i dati dell’Inps, nel prossimo quinquennio resteranno senza un medico di famiglia. Andranno in pensione 15 mila camici bianchi, ma solo 5 mila a sostituirli. È il caso, quindi, che le regioni programmino adeguatamente il fabbisogno dei medici in base alla convenzione che stabilisce un medico di famiglia per mille abitanti. Diversamente, molti poveri cristi vengono abbandonati al loro triste destino. Ricordiamoci che la salute è un bene prezioso che va protetto e salvaguardato.

Franco Petraglia

 

La sconfitta non è servita, Renzi ancora spadroneggia

Nonostante abbia condotto il partito al disastro, Renzi continua a spadroneggiare nel Pd. Sarebbe ingeneroso scaricare su di lui le decennali responsabilità della sinistra, ma le imposizioni volute dall’ex segretario stanno annichilendo un partito che rimane immobile, incapace di reagire.

Sta dando l’immagine di un soggetto politico disorientato che si limita a guardarsi attorno con l’atteggiamento distaccato di chi intende rimanere un corpo estraneo all’evoluzione politica in corso, ma l’egoistica speranza di poter godere degli eventuali insuccessi altrui è politicamente sterile.

Il rifiuto pregiudiziale ad ogni possibile forma di governo sembra essere l’obiettivo primario di Renzi per mantenere la presa (mortale) del Pd, un disegno cinico e calcolato.

Silvano Lorenzon

Lavoro, morti senza dignità di cui nessuno si occupa più

Strage di operai nei cantieri. “Nel 2018 sono il 50 per cento in più”.

Denuncia della Cgil

 

Esiste una relazione tra il voto del 4 marzo e le stragi sul lavoro? Se chi fa informazione resta abbacinato dai giochi di luce sulla formazione del nuovo governo, non vedrà niente altro intorno.

Se torniamo ai perché di quel terremoto elettorale forse un nesso si trova.

Lo sappiamo, i morti nei cantieri, nelle fabbriche, nelle campagne, nei laboratori clandestini, perfino nelle abitazioni sono percepiti come semplici numeri. Le loro storie (se qualcuno le racconta) archiviate come conseguenza della fatalità.

Con qualche eccezione, quando cioè l’incidente diventa tragedia collettiva come per i sette morti della Thyssen Krupp di Torino. Per il resto sono trattati un po’ come gli incidenti sulle strade. Una fastidiosa normalità. Con la differenza che gli eccessi di velocità possono essere sanzionati, mentre un muratore senza casco in bilico su un ponteggio non lo guarda nessuno.

Il fatto nuovo è che c’è una forte crescita nel numero di persone che, quasi ogni giorno, vengono dilaniate, avvelenate, intossicate, ustionate, incenerite, travolte, amputate mentre cercano di portare a casa una paga spesso misera.

Dall’inizio dell’anno sono 159. Più 8,9 rispetto agli stessi mesi del 2017. Complessivamente 1029 morti (provate solo a contarli). Sono numeri buoni per le statistiche. E sono persone. Ciascuno con la propria storia che nelle cronache quasi sempre si riduce a un nome. Prendiamo l’edilizia. C’è una ripresa ma non ci sono nuove assunzioni. Solo più ore di lavoro per gli stessi dipendenti, dichiara a “Repubblica” il segretario generale della Fillea Cgil, Alessandro Genovesi.

Si fatica di più, più ore, più rischi ma chi controlla? Per le imprese i corsi di formazione sono un lusso e molto spesso i dispositivi di sicurezza non sono neanche in dotazione.

Poi ci sono le aziende sub-appaltanti che applicano contratti meno onerosi, ma utilizzano personale senza esperienza di cantiere: perfino addetti alle pulizie o ai vivai.

E poi ci sono gli “anziani”, disposti a rischiare la pelle sulle impalcature senza avere più i riflessi e l’agilità di un tempo. Magari con una paga ridotta.

Negli ultimi mesi la metà dei morti aveva più di 55 anni. Sono (anzi erano) persone ma ormai sono anch’essi un numero. Ieri nelle tabelle che annunciano la crescita degli “occupati”. Oggi nei necrologi.

E veniamo al 4 marzo. Il “cambiamento” voluto dagli italiani, e tanto sbandierato nelle consultazioni al Quirinale, non dovrebbe partire dalla dignità del lavoro? Cominciando con l’impedire che un numero incalcolabile di donne e di uomini debbano subire ogni giorno il ricatto di sempre: se vuoi lavorare zitto e non creare problemi.

Nelle migliaia di dichiarazioni sul nuovo che avanza, per caso avete sentito una parola in proposito?

Antonio Padellaro

Marina Berlusconi: “Con Calabrò nessuna frequentazione”

Il portavoce di Marina Berlusconi ha smentito ieri frequentazioni fra la presidente Fininvest e Giovanni Calabrò, l’imprenditore che appariva fra i possibili acquirenti del Genoa di Preziosi e che è stato condannato in via definitiva per bancarotta, dopo l’articolo pubblicato dal mensile del Fatto Quotidiano “Fq Millennium” (“Il Marchese del Grillò cugino del killer di ‘ndrangheta diventato amico di Marina Berlusconì”). “In relazione a quanto pubblicato da ‘Millennium’ – spiega il portavoce in una nota – si ribadisce, come già fatto in precedenti occasioni, che la signora Marina Berlusconi non ha mai avuto alcun tipo di frequentazione con il signor Giovanni Calabrò”. “La signora Berlusconi ha aggiunto – ha memoria di un unico breve incontro casuale, parecchi anni fa, mentre era in compagnia del marito in un locale pubblico di Montecarlo”.

Nel ritratto di Millennium su Calabrò si racconta il suo ruolo da protagonista della truffa del nichel ai danni del Comune di Roma e la parentela con lo ‘ndranghetista reo confesso della strage dei carabinieri a Scilla nel 1994. Infine la frequentazione con Marina Berlusconi a Montecarlo. Ieri ridimensionata a fugace incontro dalla presidente di Fininvest.