Vittorio Sgarbi, eletto deputato il 4 marzo scorso nelle file di Forza Italia, si candida a sindaco di Sutri con la lista “Rinascimento”. Ad annunciarlo è lo stesso critico d’arte spiegando che la città “deve rinascere davanti al mondo per l’importanza del suo patrimonio artistico”. Una scelta presa “in contrasto con la mediocrità e l’ignoranza e contro la mediocrazia al potere e l’assurda autocandidatura di Di Maio alla Presidenza del Consiglio, sulla base della sua inesperienza e incapacità”. Sgarbi, che spiega di aver già “interloquito con le forze di maggioranza della città” eserciterà il mandato a titolo gratuito. “Rinuncio a ogni indennità” avverte puntualizzando che la sua proposta è aperta a tutte le “componenti politiche che vorranno condividere il progetto”. “Come deputato – avvisa – presenterò subito una proposta per ‘Sutri città d’arte’ e indicherò come simbolo la Torre degli Arraggiati. A favore della città e della sua importanza vi è, in controtendenza, l’incremento demografico, cui io contribuirò eleggendo la cittadinanza a Sutri”.
I portaborse all’Ars sono trecento Uno ha pure il contratto da colf
Dovevano reclutare “figure altamente qualificate”, i cosiddetti D6, come prevedeva espressamente il decreto Monti recepito in Sicilia da una legge di quattro anni fa, hanno preso deputati trombati, autisti, fattorini, familiari, amici, parenti, e portaborse, tutti impiegati a tempo indeterminato del sottobosco politico siciliano che scavalca partiti e appartenenze perpetuando se stesso tra gli arazzi di palazzo dei Normanni. Dove, come dice una delle stabilizzate storiche, “sono un centinaio i volti nuovi e non c’è più spazio nelle stanze dei gruppi”. Un vero e proprio assalto al palazzo (gli assistenti parlamentari sono quasi 300, più di quattro per ogni deputato) con contratti che il presidente dell’Ars Gianfranco Miccichè definisce “inauditi”, già in parte censurati dalla Corte dei conti, che per correre ai ripari incontrerà martedì 10 aprile i capigruppo parlamentari per mettere a punto una – nelle intenzioni – dignitosa, exit strategy. “Da lunedì – giura Miccichè con un post su Facebook – metterò mano a una riforma radicale di tutto questo sistema che ha ben tre bacini di precari: gli stabilizzati, i cosiddetti portaborse e i collaboratori previsti dal decreto Monti che destina 58mila euro a ogni singolo parlamentare per circondarsi di ulteriori esperti”, tra i quali c’è anche un assistente con il contratto di colf. Miccichè però dimentica una quarta categoria di precari, i 44 collaboratori del suo ufficio di presidenza tra i quali, come scrive l’edizione di Repubblica Palermo, c’è il veterinario Antonio Proto, medico di professione, attivista politico per passione con uno stipendio lordo di oltre 7.000 euro per 13 mensilità, con simpatie che spaziano da Totò Cuffaro (del quale è stato collaboratore) al deputato trapanese Paolo Ruggirello, intercettato nell’inchiesta di Firenze sull’imprenditore Andrea Bulgarella, che incontrò nella bottega del suo barbiere a Trapani per concordare l’apertura di un supermercato. E se la riforma prenderà forma in questo fine settimana gli effetti si vedranno tra un anno, come spiega stizzito lo stesso Miccichè: “Qualcuno, con insolenza ed ignoranza – la mamma dei cretini è sempre incinta – mi ha chiesto: perché fra un anno e non subito? Perché ci sono contratti già stipulati che non possono essere rescissi, se non a rischio di lunghe e costose vertenze”. Con un’allusione finale neanche tanto velata, ai grillini: “Dispiace che alcuni gruppi parlamentari, che predicano il ‘taglio’ incondizionato delle spese, si siano adeguati all’andazzo generale”. I Cinque Stelle, che pure non erano stati teneri in passato con Miccichè (“si faceva portare la droga al ministero delle Finanze quando era viceministro”, disse Giancarlo Cancelleri quando il proconsole di Berlusconi li definì l’Aids della politica) e che oggi hanno reclutato tra i D6 Giorgio Ciaccio e Loredana La Rocca, coinvolti nell’inchiesta sulle firme false, questa volta non hanno replicato.
MediaPro non fa sconti (e fa pure le telecronache)
In Lega i nuovi pacchetti di MediaPro (con partite e programmi già confezionati), in Figc la rivoluzione promessa dal Coni che non decolla. A Milano il tentativo disperato degli spagnoli di aprire il mercato televisivo dopo l’intesa a sorpresa fra Sky e Mediaset; a Roma i primi passi della lenta riforma, con più potere alla Serie A e meno consiglieri. Le guerre di potere nel calcio italiano proseguono e i tifosi non sanno neanche dove vedranno il prossimo campionato.
La più importante, infatti, è quella dei diritti tv. MediaPro, la società di Barcellona che si li è aggiudicati per la cifra record di 1,05 miliardi a stagione, ha finalmente pubblicato il bando per rivenderli. Quattro piattaforme (satellite, digitale terrestre, streaming web degli Ott e trasmissione televisiva su banda larga degli Iptv), zero esclusive: il fondatore Jaume Roures è rimasto fedele al suo motto “più calcio per tutti”. Esattamente il contrario dei desideri di Sky, che chiedeva un’esclusiva vera (magari per le fasce orarie migliori) che giustificasse la spesa.
La novità è l’offerta di prodotti già confezionati: gli operatori compreranno i match completi di telecronaca, pre e post partita. Questo potrebbe consentire l’ingresso sul mercato di nuovi soggetti che non erano in grado di realizzare tale lavoro. E permetterà a MediaPro di gestire la raccolta pubblicitaria (da oltre 100 milioni). Sky, invece, dovrà pagare di più (acquistando anche due pacchetti “accessori”) per personalizzare il prodotto e metterci la sua firma, oltre che tenersi gli introiti degli spot su satellite. Al colosso di Murdoch, dunque, viene offerta un’esclusiva sulla “qualità”: potrebbe non bastare per convincerlo a seppellire l’ascia di guerra. E MediaPro ha bisogno dei suoi soldi per rientrare dell’investimento.
Sky potrebbe monopolizzare il mercato facendo man bassa di pacchetti (pure sul web, per bloccare la concorrenza); Mediaset mantenere le 8 big sul digitale e liberarsi di costi di produzione e giornalisti (pronti a trasferirsi a MediaPro, che inizia i colloqui per la sua redazione). Ma le prime reazioni sembrano fredde: c’è tempo fino al 21 aprile per le offerte, la base d’asta è segreta. Se le due pay-tv, forti della loro intesa, continueranno a giocare al ribasso, agli spagnoli resterebbe davvero solo il canale della Lega: i prodotti audiovisivi già confezionati del bando ne sono il preludio. Ma bisogna convincere i presidenti dei club e prepararsi a una battaglia legale inevitabile, dagli esiti imprevedibili.
Le cose non vanno meglio in Federcalcio, commissariata da febbraio. Mercoledì ci sarà un incontro in cui il reggente Fabbricini farà capire le sue intenzioni (che poi sono quelle del Coni, ovvero di Giovanni Malagò), in vista dell’assemblea straordinaria in autunno e poi del ritorno al voto. La prima mossa sarà dare più potere alla Serie A, che passerà dal 12% al 20% di peso elettorale, a scapito degli arbitri che perderanno diritto di voto e della Lega Pro (scende dal 17% all’11%, forse in un nuovo soggetto unico con il 5% della Serie B); invariati Dilettanti, calciatori e allenatori (al 34, 20 e 10%). Poi si proverà a tagliare il consiglio federale da 21 a 16 membri (ogni componente ne perde uno, tranne la Serie A), magari integrato da un paio di indipendenti. Si parla anche di ridurre il quorum dei tre quarti per le votazioni, per superare i veti incrociati, ma non sarà facile: le resistenze sono tante, come le tensioni. Le riforme radicali sono già state scartate, anche le più piccole modifiche sono in discussione: il commissariamento rischia di trasformarsi nell’ennesima occasione persa. Così il vertice di mercoledì servirà per un chiarimento interno alla stessa squadra commissariale e una resa dei conti fra le componenti (pare che alcuni dei loro rappresentanti siano a libro paga della Federazione, sarebbe come minimo sconveniente). Ci sono tutti i presupposti per continuare a litigare.
Due agenti picchiano un ragazzo in strada Lui: “Non scappavo”
Un video diventato virale crea un nuovo caso nella Polizia. Da un appartamento in via Santa Brigida, a Napoli, venerdì, una persona registra due agenti motociclisti della Questura di Napoli mentre picchiano in strada un giovane appena fermato. Le immagini mostrano gli agenti, appena scesi dalle loro moto, avvicinarsi al ragazzo, immobile sul marciapiede, verosimilmente al termine di un inseguimento. Uno degli agenti lo colpisce alla testa con uno schiaffo. Interviene il collega che oltre a schiaffeggiarlo e offenderlo, grida in dialetto: “Adesso devi correre”. “Stavo lavorando, per favore…”, replica il ragazzo, il quale probabilmente non si è fermato all’alt degli agenti. “Ma quale favore, tu te ne sei scappato”, dice l’agente. “Stavo lavorando”, ribadisce ancora il giovane che, forse, riceve anche uno sputo dal poliziotto. Così l’agente inizia la perquisizione. Il Questore di Napoli, Antonio De Iesu, annuncia “rigorosi accertamenti ai fini della valutazione di pertinenti responsabilità disciplinari ed eventualmente anche penali”. Il questore parla di “comportamenti deontologicamente non corretti”. I due rischiano pesanti sanzioni disciplinari oltre alla denuncia per abuso di potere e percosse.
Catania, Mr. Preferenze Pd è accusato di “brogli”
Il deputato regionale Luca Sammartino, referente del Partito democratico di Catania, è indagato insieme altre otto persone dalla Procura di Catania. I reati ipotizzati a vario titolo sono “errore determinato dall’altrui inganno” e “falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale”. Sammartino è indagato come supposto “istigatore” e “beneficiario” dei presunti “brogli”. Il 33enne odontotecnico catanese è considerato “l’uomo delle preferenze”, per aver raccolto 32 mila voti alle Regionali di novembre, record assoluto nella storia dell’Assemblea regionale dell’isola, bissando il suo mandato.
L’iscrizione del deputato risale al dicembre scorso, e si riferisce all’indagine sul seggio ospedaliero allestito nella casa di cura Villa Regina a Sant’Agata Li Battiati. Secondo gli inquirenti gli anziani, molti dei quali invalidi, potrebbero essere stati indotti o costretti a votare, e nel caso specifico a scrivere la preferenza per il candidato Pd, da parte dei responsabili della struttura. Per questo motivo tra gli indagati ci sono i responsabili della casa di cura, il presidente del seggio e i due scrutatori, incaricati di attestare la regolarità del voto.
“Il falso non interessa direttamente il mio assistito, l’iscrizione è un atto dovuto – spiega al Fatto Luca Mirone, legale di Sammartino – non c’è nessuna condotta attiva del mio assistito, secondo l’idea della Procura sarebbe il beneficiario di questi voti”.
L’indagine ha origine dalla denuncia di Enzo Galvagno, figlio di un’anziana donna di 88 anni residente nella casa di cura. Venuto a conoscenza che la madre aveva votato all’interno della struttura, senza essere informato, l’uomo si recato all’ufficio elettorale del comune di Sant’Agata Li Battiati, chiedendo informazioni. Registrando con una telecamera nascosta, Galvagno prende visione del documenti depositati all’ufficio elettorale, soffermandosi sulla firma della madre. L’uomo sostiene da subito che la sottoscrizione sarebbe stata falsificata, considerato che la madre, come recita il documento d’identità, è “inabile alla firma”.
Il video di Galvagno è pubblicato sui social network, e in poche ore diventa virale. Striscia la Notizia realizza diversi servizi sulla vicenda, intitolati “ho votato a mia insaputa”, raccogliendo testimonianze di anziani residenti nella casa di cura e loro familiari, che avrebbero confermato la ricostruzione di Galvagno. La magistratura catanese ha aperto quindi l’indagine, acquisendo diversi documenti.
Sono in corso le udienze dell’incidente probatorio davanti al giudice Giancarlo Cascino, sono stati ascoltate alcuni residenti della casa di cura. Gli inquirenti starebbero indagato anche sui registri di voto, per capire se le firme apposte siano state messe dagli stessi anziani o loro parenti, oppure da terze persone.
Sammartino, contattato dal Fatto, ha preferito non rispondere e ha ribadito in un comunicato stampa di avere “piena fiducia nell’operato della magistratura”, e che la “dettagliata e capillare indagine non potrà che consacrare l’inesistenza di illeciti”.
“Ci sono errori nei verbali”. A rischio il seggio di Salvini
Errori nei verbali della Corte d’Appello di Catanzaro e rischia di saltare il seggio “calabrese” di Matteo Salvini. Un errore che, se dovesse essere confermato dalla futura giunta per le elezioni del Senato, costringerebbe il leader del Carroccio a cedere il posto a Fulvia Michela Caligiuri, candidata al secondo posto nel listino proporzionale di Forza Italia.
Un’ipotesi, questa, che lascia a Salvini non pochi dubbi sull’eventualità di poter recuperare il proprio seggio in una delle altre regioni dove era candidato. Il Rosatellum ha imposto che gli scattasse in Calabria, nella circoscrizione dove la Lega ha ottenuto il quoziente più basso, e adesso non c’è una norma che preveda un effetto domino. Il rischio è che Salvini rimanga fuori dal Parlamento.
Ma procediamo con ordine: a insidiare il seggio del capo della Lega è il ricorso presentato dalla candidata Caligiuri al presidente del Senato. Dopo aver perso con oltre 65 mila voti il collegio uninominale di Cosenza (andato al grillino Nicola Morra), Caligiuri ha visto fallire anche la possibilità di essere eletta nel listino dove il partito di Berlusconi è riuscito a prendere un solo senatore.
Il secondo non è scattato perché il riparto dei seggi, “operato dall’ufficio elettorale centrale e dell’ufficio elettorale regionale”, è stato “in favore della Lega”. Ciò è avvenuto, secondo la candidata Caligiuri, perché “in Corte d’Appello a Catanzaro sono state invertite le colonne dei voti di Forza Italia con le colonne dei voti di Fratelli d’Italia”.
“In molte sezioni, di cui ho acquisito i verbali – aggiunge – i voti erano riportati al contrario. Questo è avvenuto un po’ in tutta la Regione. Rifacendo i calcoli, in realtà il seggio era scattato per Forza Italia e non per la Lega”.
“Errori marchiani – spiega l’avvocato Oreste Morcavallo che assiste la candidata cosentina di Forza Italia – Credo che sia un dato completamente falsato”.
Ecco perché, al primo punto, il legale calabrese contesta il “verbale di proclamazione nella parte in cui è stato proclamato eletto nel collegio plurinominale della Calabria per il Senato della Repubblica il candidato Matteo Salvini”.
Nel ricorso, infatti, si legge di “gravi irregolarità” ma soprattutto “errori di trascrizione” che hanno riguardato centinaia di sezioni e che hanno portato a “un notevole divario tra i voti effettivamente conseguiti e quelli risultanti dai verbali poi utilizzati ai fini del calcolo complessivo dei voti”.
“Sono circa 2700 voti – spiega la Caligiuri – che, calcolando il quoziente del resto, farebbero scattare il seggio a Forza Italia e non alla Lega. La cosa che mi è dispiaciuta di più è che noi avevamo fatto presente queste anomalie già alla Corte d’Appello chiedendo di correggere in autotutela. Ci hanno risposto che non si può fare nulla e hanno fatto la proclamazione mantenendo questi errori. Io non do colpe a nessuno ma è una questione di rispetto e di legalità. Avendo preso anche 66mila e 500 voti, devo difendere chi mi ha dato fiducia. È giusto che il seggio vada a Forza Italia”. E non a Matteo Salvini.
Striscione antiaborto alla Casa delle donne “È Forza Nuova”
Ieri mattina davanti alla Casa Internazionale delle Donne, in via della Lungara nel rione Trastevere di Roma, è apparso uno striscione contro la legge sull’aborto, con la scritta “194 strage di Stato”. “Oggi dobbiamo rimuovere un’altro striscione che Forza Nuova ha attaccato alla Casa Internazionale delle Donne!”, ha scritto l’associazione sulla sua pagina Facebook. L’episodio avviene a poche settimane dal quarantennale della legge 194 sull’interruzione di gravidanza e soprattutto dopo le polemiche sull’enorme manifesto antiabortista rimosso in via Gregorio VII, a due passi da piazza San Pietro. Sabrina Alfonsi e Cinzia Guido, presidente e assessora alla Cultura e pari opportunità del Primo Municipio, uno dei due a guida Pd nella Capitale, sottolineano che l’applicazione della 194 “ha consentito un sempre più marcato calo degli aborti , il tasso di abortività (numero di IVG per 1000 donne tra 15 e 49 anni) è stato 6.6 per 1000 nel 2015 (-8.0% rispetto al 2014 e -61.2% rispetto al 1983), era 7.1 nel 2014. Il dato italiano rimane tra i valori più bassi”.
Il ritorno di Batman: Fiorito ora promuove il Nazareno ad Anagni
Ad Anagni non è più un segreto per nessuno: er Batman è tornato. Franco Fiorito, dopo sei anni di silenzi e riflessioni ascetiche, si è riaffacciato sulla scena cittadina: prima gli applausi presi a un convegno di Forza Italia, poi il caminetto politico in cui Francone ha tessuto la tela di un piccolo patto del Nazareno ciociaro, che potrebbe tenere insieme Pd e centrodestra alle elezioni comunali del 10 giugno. Fiorito lavora dietro le quinte, insomma. E nella città dei quattro Papi nessuno si sorprende o si scandalizza.
Anagni è passata alla storia per “lo schiaffo” a Bonifacio VIII (anno del Signore 1303) e poi alla cronaca nazionale per le gesta del suo Batman (anno 2012): ex sindaco, ex recordman di preferenze nell’elezione alla Regione Lazio, ex capogruppo del Pdl nella sfortunata stagione di Renata Polverini alla Pisana. È diventato un’icona, a suo modo, della politica italiana contemporanea: Fiorito è stato il fuoriclasse delle spese pazze; l’uomo che sei anni fa fece esplodere la prima di tantissime rimborsopoli. Dopo di lui, si scoprì che lo facevano quasi tutti e quasi ovunque: i soldi regionali dei partiti usati per i fatti propri. Francone però fece le cose in grande: accumulò tre stipendi in un solo incarico (le indennità di consigliere regionale, di capogruppo e di presidente della commissione Bilancio) e mise le mani su oltre un milione di euro dei fondi del Pdl, distribuiti in un buon numero di conti correnti italiani ed esteri. Vacanze, immobili e varie comodità, tra cui la famosa Jeep da 35 mila euro acquistata nei giorni dell’emergenza neve a Roma. Una storiaccia che gli è costata un periodo in carcere a Regina Coeli e poi una condanna in appello a tre anni per peculato (la sentenza è di novembre 2017, il suo avvocato Carlo Taormina ha fatto ricorso in Cassazione) e cinque di interdizione dai pubblici uffici.
Qui ad Anagni tutto è perdonato. “Per la gente da un punto di vista affettivo Franco è un amicone – spiega Guglielmo Rosatella, segretario locale di Forza Italia e vicesindaco di Fiorito dal 2001 al 2005 –. È uno che sa farsi volere bene, ci si va a cena volentieri, ci si diverte”. E poi “ha fatto anche cose buone” (come il Duce, di cui Francone è sempre stato ammiratore dichiarato). “Ma ora non ha ambizioni personali, anche perché non può essere candidato”. Batman fa il padre nobile, dunque. Il federatore. “D’altronde, dalla passione politica”, chiude Rosatella, “non si guarisce mai”.
Fiorito è tornato sulla scena a fine febbraio, nel convegno che ha aperto la campagna elettorale del centrodestra. Gli sono stati riservati una sedia in prima fila e un applauso scrosciante. Qualche settimana più tardi, a fine marzo, Francone è stato il protagonista di un incontro semi clandestino (raccontato dal sito anagnia.com) tra i dirigenti di Pd e Forza Italia, promosso dall’imprenditore locale Domenico Beccidelli. Batman ha perorato l’alleanza trasversale per eleggere il prossimo sindaco. Il patto è parzialmente riuscito: il Pd di Anagni è destinato a spaccarsi. Una parte, quella del segretario locale Francesco Sordo, già si dice disposta al sommo sacrificio “per dare un governo alla città”: formerà una lista civica per sostenere il candidato del centrodestra. Che sarà probabilmente il forzista Daniele Natalia, anche lui un fioritiano doc, già assessore negli anni del Batman sindaco. Sul punto, risponde piccato: “Non ho padri né padroni”.
In comune però hanno avuto una fastidiosa indagine per tentata concussione, archiviata nel 2013: Natalia è stato intercettato mentre chiedeva a un imprenditore un generoso contributo alla campagna di Batman per le Regionali. In cambio c’era in ballo un permesso a edificare. “Fummo subito prosciolti”, puntualizza il prossimo probabile sindaco di Anagni.
Che poi racconta: “Io e Franco siamo amici, quello che ha fatto al governo della città non c’entra nulla con i problemi che ha avuto dopo in Regione. Anche tutto quel folklore… lo sa che la famosa Jeep gli è stata restituita con tante scuse, perché se l’era comprata con i soldi suoi?”. Un sollievo. “Ora Franco non ha nessun interesse diretto verso l’attività politica. Certo qui ci sono tante persone che lo stimano e gli vogliono bene. Non è escluso che quelle persone possano seguire le sue indicazioni e le sue riflessioni…”.
Sergio, il titolare del ristorante “La Piazzetta” proprio di fronte alla cattedrale di Santa Maria Annunziata, è più prosaico: “Sono tutti uomini di Fiorito. Non è cambiato niente, nelle liste di Anagni ci sono sempre gli stessi nomi”. Il suo non è pregiudizio ideologico: “Io Fiorito l’ho votato e le dico di più: questa città ora è morta, gli unici anni in cui si muoveva qualcosa sono stati quelli in cui era sindaco lui”. Poi c’è stato lo scandalo nazionale: “Di Anagni si parlava per la storia, i Papi, il borgo storico. Ma a un certo punto era diventata solo la città de Batman”.
Lui, Batman, non risponde alle chiamate e ai messaggi. La sua villa è nel quartiere Monti, sulla collina di fronte al borgo di Anagni, lungo la via che porta verso Acuto. Risponde brevemente su whatsapp: “Se scrivete del mio ritorno, scrivete del nulla”. L’unico impiego ufficiale ora è quello da opinionista sul sito di Alessio Porcu, una delle testate più informate sui fatti anagnini. Sotto la firma, Fiorito si definisce un “Ulisse della Politica”.
L’ombra di Elisa: un ferro da stiro
Elisa Isoardi l’aveva detto: “Una donna, per quanto in vista, deve sempre dare luce al suo uomo. E la luce, il sostegno, la vicinanza spesso si danno arretrando. Stando nell’ombra” (il suo uomo, come noto ai più, si chiama Matteo Salvini). Ora forse la conduttrice della Rai si è fatta prendere un po’ la mano: sui suoi profili social ha pubblicato una foto mentre stira una camicia da uomo, presumibilmente del suo compagno. E sotto, la battuta: “Un venerdì sera da leoni”. Ci perdonerà la lieve Isoardi per le interpretazioni un po’ barbose a cui sono sottoposti i suoi messaggi ironici, ma l’immagine della donna che sta “nell’ombra” e imbraccia il ferro da stiro non è esattamente quello che ci si augura da una possibile “first lady”, dopo battaglie ultradecennali per la parità di genere. A meno che i valori non siano proprio questi: quelli sani, quelli di una volta… quando si poteva lasciare la porta di casa aperta (mica c’erano immigrati in giro) e il marito trovava sempre la cena in tavola.
Socrate al Colle e il “noumeno” di Di Maio
Interno Quirinale, nello Studio alla Vetrata. Sergio Mattarella e Luigi Di Maio.
Dice il capo dello Stato: “Caro onorevole se ho ben capito lei vorrebbe l’incarico sulla base del noumeno di Kant?”. Di Maio: “Esattamente presidente”. Mattarella: “Ma il noumeno significa ciò che è pensato o pensabile dal puro intelletto, indipendentemente dall’esperienza sensibile. Lei come la mette con l’esperienza sensibile del Pd o della Lega?”. Il capo grillino: “Presidente ma noi c’abbiamo anche il contratto di Rousseau (il filosofo, non la piattaforma, ndr), l’essenza del nostro movimento è la razionalità”.
Congedo di Mattarella: “Caro onorevole io esercito la maieutica di Socrate. Il Fatto lo ha scritto da tempo, poi il venerabile Breda sul Corriere: io so solo di non sapere, io non posso insegnare niente a nessuno, io posso solo farvi pensare. Ci vediamo al prossimo giro”.
La Terza Repubblica Peripatetica, cioè Pedestre, in cui si cammina a oltranza, porta con sé il profilo socratico del capo dello Stato.
Seconda scena. Al Quirinale giunge la delegazione del Pd. Martina, Marcucci, Delrio e Orfini in coro: “Presidente abbiamo un dono per lei: è della cicuta di altissima qualità. La morte è preferibile a un incarico a Di Maio”. Mattarella: “L’importante non è vivere, ma vivere bene e voi piuttosto siete immobili come l’essere immutabile di Parmenide. Quando arriverete a studiare almeno Eraclito e il suo panta rei, tutto scorre?”. I quattro in coro: “Presidente si sbaglia, il nostro modello è il nichilismo di Gorgia: nulla esiste, se esiste è inconoscibile e se è inconoscibile è incomunicabile”.
Scena numero tre. Sergio Mattarella e Matteo Salvini. Il leader leghista: “Presidente questo mondo è la volontà di potenza e nient’altro. Lo scopo del nostro governo non è l’umanità ma il superuomo. Saremo la razza dominante”. Mattarella: “Mio caro Salvini io vengo dalla sinistra democristiana, Nietzsche non rientra tra le mie letture. Le dico però che lei pensa di sapere ma in realtà non sa. È sicuro di non scambiare la sua sicurezza per volontà d’impotenza?”. Salvini: “Dovunque mi arrampichi io sono seguito da un cane chiamato Ego”. Il capo dello Stato: “Più gente conosco, più apprezzo il mio cane. Stia bene senatore, mi farò vivo io”.
L’unica macchina che si infila al Quirinale è quella di Silvio Berlusconi detto l’Ottuagenario. Il libro della sua discesa in campo, nel 1994, è L’elogio della follia di Erasmo da Rotterdam. Mattarella: “La trovo bene signor Condannato ma la bellezza nasce dalle virtù non dalle ricchezze. Un’ingiustizia non va commessa mai neppure quando la si riceve. A una persona buona non può capitare nulla di male”.
Berlusconi: “Presidente, la Follia è l’unica cosa capace di prolungare la giovinezza e tenere lontano la molesta vecchiaia. Tutta la vita umana non è se non una commedia, in cui ognuno recita con una maschera diversa, e continua nella parte, finché il gran direttore di scena gli fa lasciare il palcoscenico”. Il capo dello Stato: “Sa che non conoscevo questa parte di Erasmo sul direttore di scena. Mi pare, caro Berlusconi, che lei voglia rimanere ancora sul palcoscenico in questa commedia”. Il Condannato: “Certamente presidente, la maggior parte dell’umanità indulge alla Follia e quindi le cose peggiori incontrano sempre il massimo successo”. Mattarella: “Vuol dire che sosterrebbe Di Maio?”. La scena s’interrompe qui.
Quinta e ultima scena. Interno Quirinale, stanza da letto del presidente. Monologo finale, durante la notte: “ Affidatevi dunque a me come al figlio di una levatrice che possiede anch’egli l’arte maieutica; sforzatevi di rispondere alle mie domande più esattamente che potete; e se, esaminando qualcuna delle vostre formule, io ritengo di trovarvi vane apparenze, e non verità, e allora le strappo da voi e le getto lontano, non prendetevela con me, con quel furore selvaggio che prende le giovani donne minacciate dalla perdita del loro primo figlio”.