Il vertice del centrodestra: uniti, ma pieni di sospetti

Il meteo del centrodestra segna l’interruzione del temporale, ma le nubi all’orizzonte restano tutte. Oggi ad Arcore Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni si vedranno per un vertice in cui verrà messa a punto la linea da seguire quando la prossima settimane saliranno insieme al Quirinale.

Sicuramente un segnale di unità per la coalizione, che fa il paio con il ritorno del Movimento 5 Stelle a volgere lo sguardo pure verso il Pd. Ma in Forza Italia ancora non ci si fida dell’alleato leghista. La mossa di salire insieme sul Colle, proposta dal Carroccio, infatti, nel partito berlusconiano viene intesa più come un segnale di sfida di Salvini a Di Maio che come prova di ritrovata coesione. Un modo per far intendere che il leader padano non rappresenta solo il suo partito, ma una coalizione del 37% e come tale va considerato.

La prova sarà anche quella di salire al Quirinale per ultimi, come forza politica più votata nel Paese. “Così Mattarella potrà farci intendere cosa gli dirà Di Maio…”, ragiona un esponente forzista.

Inoltre la sparata di Salvini ieri contro l’Europa non è piaciuta a Berlusconi. “Se l’Ue chiederà ancora sacrifici, precarietà e tagli, la risposta del governo Salvini sarà no grazie”, ha detto il leader leghista, giusto per far capire cosa dovrà aspettarsi Bruxelles con lui a Palazzo Chigi.

Al di là dei persistenti sospetti reciproci, però, la ritrovata unione, di facciata o meno, viene vista come un fatto positivo. Per l’ex Cavaliere, infatti, è il segnale che la Lega per il momento non intende muoversi in solitaria, ma si considera all’interno di una coalizione consolidata, dove nessun alleato può essere emarginato per i veti di Di Maio. Segno che le dure parole di Berlusconi contro “i populismi” dopo l’incontro con Mattarella – presa di posizione che sarebbe stata suggerita da Gianni Letta per uscire dall’angolo in cui l’avevano costretto Lega e M5S – hanno colto nel segno. Ed è su questo binario che intende continuare a muoversi l’ex Cavaliere. Di nuovo consapevole, dopo qualche giorno di smarrimento, che Salvini senza di lui non può andare da nessuna parte.

Il leader della Lega, intanto, ieri ha stigmatizzato la nuova fase grillina. “Un governo 5 Stelle-Pd? Mamma mia…”, ha scritto su Facebook. Segno però che il leader leghista osserva con attenzione i movimenti che si registrano su quel fronte. In realtà, il filo giallo-verde che unisce i due partiti usciti vincitori dalle urne non è affatto spezzato.

L’incontro che Salvini e Di Maio hanno in programma prima del secondo giro di consultazioni, per esempio, non è stato ancora sconvocato. Un secondo giro sul Colle che però nel centrodestra si considera ancora interlocutorio. “Ce ne vorrà sicuramente un terzo e magari un quarto. Prima delle elezioni di fine aprile in Molise e Friuli non verrà dato alcun incarico…”, è la voce che circola nel partito azzurro. Elezioni che coinvolgeranno circa un milione e mezzo di persone e che i partiti intendono utilizzare come seconda tappa del voto nazionale, per confermare o meno i rispettivi rapporti di forza. Anche se in realtà potrebbe essere solo un modo per prendere tempo. Dopo però non ci saranno più alibi: o si troverà un accordo di governo oppure si andrà senza troppi scossoni verso elezioni anticipate.

Un nome nuovo: carlo di Borbone

La confusione è grande e lo stallo apparentemente irrisolvibile. Ma una speranza di rinnovamento già s’annuncia, arriva da Palermo. Nel capoluogo siciliano sono in visita il principe Carlo di Borbone e la sua consorte. L’erede della storica famiglia sembra non escludere un suo impegno politico diretto: “Oggi il Sud è molto cambiato – dice il principe – la situazione è confusa”. Ma aggiunge: “Noi Borbone siamo sempre stati corteggiati dalla politica”. Insomma, mentre Di Maio, Salvini e gli altri faticano a trovare la quadra, ecco che si propone l’alternativa. Chi meglio dei Borbone? Conoscono il territorio. La dinastia del Regno delle due Sicilie ha dominato il sud per oltre un secolo, prima di Garibaldi, dal 1734 al 1861. Certo i risultati sono stati così così, alcuni storici maligni considerano i Borbone i responsabilì dell’arretratezza storica del Meridione. Di questi tempi però bisogna sapersi accontentare, come hanno fatto i cronisti che hanno intervistato l’erede e la moglie, a Palermo – si apprende – per iniziative di solidarietà. Carlo non si è sottratto, commentando il successo elettorale di Lega e Cinquestelle in Sicilia. “Oggi ci sono tanti problemi in Italia – ha sospirato – e non sappiamo ancora cosa accadrà nei prossimi giorni; è una questione complessa”.

L’intesa è possibile, per evitare un accordo Salvini-Di Maio

In questo momento o si va a elezioni anticipate con il Rosatellum – e allora può restare in carica il governo attuale – oppure, anche solo per formare una nuova legge elettorale, ci sarà bisogno di un accordo. Non si può evitare il problema. Dietro la rigidità di Renzi credo ci sia l’idea che Lega e 5 Stelle, con un governo insieme, si andrebbero a schiantare e così, a nuove elezioni, gli italiani potrebbero tornare dal Partito democratico. In realtà potrebbe accadrebbe l’esatto contrario: alla prossima tornata il Pd rischia di scendere anche sotto al 10 per cento, perché gli elettori potrebbero convincersi che l’unico modo per formare un governo sia votare uno tra Lega e 5 Stelle. Come lo capisco io, lo capiranno anche nel Pd. Per questo la trattativa con il Movimento 5 Stelle non è ancora chiusa. Nel caso, potrebbe concretizzarsi su alcuni temi fondamentali: lotta all’evasione, contrasto dell’illegalità e forme di sussidio per i più poveri, che si chiami reddito di cittadinanza o meno.

Loro ci trattano come la Lega, ma è giusto vedere le carte

Lo scenario è ancora molto confuso: nel Partito democratico non si sono ancora assestate le dinamiche interne e ora il rischio è che non si arrivi a una soluzione prima del secondo giro di consultazioni. Io sin dall’inizio ho sostenuto che il Pd dovesse almeno andare a vedere le carte con il Movimento 5 Stelle. Il mio era un modo per dire che stare all’opposizione non significa trincerarsi o isolarsi ad ogni costo, perché non è detto che su alcuni punti non ci possa essere un contatto con i grillini.

Certo, il fatto che Di Maio metta sullo stesso piano Lega e Partito democratico lascia un po’ perplessi, questo lo comprendo, ma è frutto della trasversalità di fondo del Movimento 5 Stelle. Da parte loro, i grillini dovrebbero chiarire alcuni aspetti dell’apertura verso gli altri partiti, evitando – per esempio – di insistere su Di Maio come unica possibilità per Palazzo Chigi, perché si tratta pur sempre di un leader che ha preso il 32 per cento alle elezioni e non la maggioranza assoluta.

Non facciano come nel 2013 e partano dalle cose più semplici

Non c’è altra soluzione diversa dall’intesa tra Pd e Movimento 5 Stelle. L’Italia è stata bloccata fin troppo tempo perché queste forze politiche non si sono messe assieme. Nel 2013 il Pd scelse la destra, senza mai fare ai 5 Stelle offerte che non potevano rifiutare, mentre i grillini, dal canto loro, sbeffeggiarono Pier Luigi Bersani in diretta streaming.

Bisogna smetterla di pensare sempre alle grandi logiche napoleoniche e capire che il Paese può cambiare anche attraverso piccole cose, intervenendo sugli sprechi pubblici, l’energia e molto altro. È vero che c’è un odio isterico tra parte dell’elettorato 5 Stelle e parte di quello democratico, ma molti dei voti persi dal Pd è confluito proprio nel M5S e nella società civile – quando si tratta di progetti di solidarietà o di impegno per la legalità – vedo spesso che Liberi e Uguali, Pd e Movimento 5 Stelle stanno insieme senza problemi.

Bisogna fare in modo che prevalgano questi aspetti.

I dem possono far emergere l’anima più civile dei grillini

Già all’indomani delle elezioni avevo auspicato che il Partito democratico appoggiasse l’anima più civile del Movimento 5 Stelle, difendendoci dal dilagare della frangia più “populista” e pericolosa. A questo punto il mio augurio potrebbe diventare anche un pronostico: il Pd potrebbe approfittare delle ultime svolte non più così anti-europeiste del Movimento, ponendo le basi di un accordo che preveda anche una certa attenzione per i conti pubblici.

In caso contrario, se il Pd non accettasse neanche di parlare con i grillini, spingerebbe Di Maio ad accordarsi con la Lega, andando a finire così tra le fauci di Matteo Salvini. Di questo il Pd avrebbe la responsabilità politica.

La cosa migliore in questo momento sarebbe un contratto alla tedesca, a patto che preveda anche la possibilità di discutere dei ministri e del presidente del Consiglio, proprio come successo in Germania qualche settimana fa.

Volevano cambiare la Carta con B. e non parlano col M5S?

Fossi nel Pd andrei a vedere che cosa propongono i 5 stelle. Ci si è alleati perfino per disfare la Costituzione, non riesco a capire il senso di un rifiuto pregiudiziale, se non il bisogno di affermare la propria capacità di comandare all’interno del partito. Nella logica del gruppo dirigente – dimissionario – l’alleanza con Berlusconi è del tutto naturale e quella coi 5 Stelle no. Questo un giorno lo dovranno spiegare agli elettori. Il problema non è soltanto che le dimissioni di Renzi siano state finte, visto che continua a imporre la linea, ma che a questo punto tutti gli altri all’interno del partito lo accettino. I punti di incontro con i 5Stelle non mancherebbero: moralizzazione della vita pubblica, scuola, ambiente. Invece si preferisce l’opposizione, illudendosi di poterlo fare smuovendo le masse come faceva Berlinguer, e si continua a fare una caricatura dei 5 Stelle ignorando come, negli ultimi anni, abbiano acquisito cultura istituzionale.

Ok trattare, ma si restituisca la partecipazione ai cittadini

Che i 5 stelle e il Pd facciano un governo è secondario di fronte alla crisi storica, quasi irreversibile, che stanno attraversando i dem. Se io fossi il segretario autorevole e legittimo del partito – figura che, al momento, non esiste – mi occuperei delle trattative per il governo, ma nel frattempo, ogni giorno, cercherei di restituire ai cittadini la dignità di contribuire al processo democratico. La vecchia concezione dei partiti funzionava finché essere operai voleva dire una cosa sola e lo si doveva rappresentare. Oggi c’è quello che ha la casa di proprietà e il figlio sistemato e quello che invece vive in affitto con il figlio in casa. È un mondo variegato che va conosciuto, con un lavoro difficile e sperimentale. Bisogna dire ai cittadini che non sono soltanto consumatori di democrazia, ma anche produttori di democrazia e non ha nulla a che fare con la retorica dell’ascolto che ogni tanto tirano fuori. Grillo lo aveva capito – poi non gli ha dato molto seguito – quando diceva che ogni romano doveva diventare sindaco dei propri dieci metri quadri.

Anzaldi: “La Rai umilia il Parlamento col segreto su Fazio”

“La secretazione di tutte le cifre riguardanti il contratto di Fazio, neanche fosse un segreto militare o un affare di Stato, rappresenta uno schiaffo alla trasparenza e umilia il Parlamento”. Parola di Michele Anzaldi, il deputato renziano che da anni si occupa di Rai per conto dell’ex premier. “Il presidente della Camera Fico – prosegue Anzaldi – in questa fase in cui la commissione di Vigilanza non è ancora costituita, intervenga per pretendere dalla Rai trasparenza: tutte le cifre vengano pubblicate, a partire da quelle già rese pubbliche in via non ufficiale”. Anzaldi è l’autore dell’esposto che ha portato alla delibera dell’autorità anticorruzione sull’accordo tra Rai e Fazio, considerato “non conforme al codice sui contratti”. “È inaccettabile – prosegue il deputato su Facebook – che la delibera di Cantone, nata dall’esposto di un parlamentare e che ha portato ad una denuncia alla Corte dei Conti per rischio di danno erariale, sia stata pubblicata con l’obbligo imposto dalla Rai di cancellare tutte le cifre riguardanti compensi e spese, quelle stesse cifre che invece la Rai aveva dato ai giornali vantandosene come di un grande affare”.

Ivrea, lo staff vieta l’ingresso a un giornalista de La Stampa

Quando è arrivato all’ingresso dell’ex fabbrica Olivetti che ospita la kermesse di Davide Casaleggio, gli hanno spiegato che c’era “l’ordine di non farlo entrare”. Così, al giornalista de La Stampa Jacopo Iacoboni è stato vietato l’ingresso, nonostante anche il neo senatore grillino Emilio Carelli (ex direttore di SkyTg24) abbia provato a intercedere per lui. Non è una questione di accredito, come hanno provato a spiegare gli organizzatori di #Sum02 (Iacoboni non lo aveva, ma come lui altri cronisti): è proprio una questione “personale”, come chiarisce l’Ansa citando fonti del M5S, che pure hanno poi provato a sostenere di non aver nulla a che fare con la gestione organizzativa della kermesse. Nei suoi articoli “ha offeso la memoria di Gianroberto”, dicono dal M5S per giustificare l’assurdo divieto. Il quotidiano diretto da Maurizio Molinari ha definito “inaccettabile che a un giornalista, e alla testata che rappresenta, venga impedito di fare il proprio lavoro perché si dissente da ciò che ha scritto. Ed è incomprensibile – prosegue La Stampa – che ciò avvenga a opera di una forza politica impegnata nella formazione del prossimo governo e che si fa interprete della necessità del dialogo. Chi lavora per guidare il Paese non deve temere opinioni dissenzienti, anche le più urticanti: è qui che si misura la maturità di un movimento politico”. Lo stesso concetto espresso da Fnsi, Odg del Piemonte e Cdr de La Stampa, che ha parlato di “dittatura del Grande Fratello”. Il caso è arrivato anche sul palco della kermesse: Enrico Mentana si è detto dispiaciuto dell’accaduto mentre Gianluigi Nuzzi, che dibatteva con lui, ha difeso la scelta degli organizzatori perché “ci sono regole da rispettare” (ce l’ha col badge “tarocco” con cui Iacoboni ha provato ad aggirare il divieto). Mentana ha chiuso così: “Sconsiglierei a chiunque di tenere un giornalista fuori da un evento, qualunque siano le ragioni”.