“Siamo diventati maturi. Luigi non fa tutto da solo”

“Aprendo a tutto il Pd abbiamo dimostrato la nostra maturità. Ma noi vogliamo accordarci con chi vuole fare qualcosa per il Paese, e questo va oltre i partiti”. Tra un selfie e l’altro, seduta su un cubo che un tempo era avveniristico, la vicepresidente del Senato Paola Taverna sorseggia un caffè a margine del convegno Sum02. E ragiona di intese possibili e della sua storia di militante che ora ha un ruolo nel Palazzo che conta.

Di Maio ha detto a Repubblica che “bisogna sotterrare l’ascia di guerra con il Pd”. Ma le reazioni dentro i dem sono state come al solito confuse e contraddittorie. Come potete davvero pensare di intavolare una trattativa?

Io spero che dentro il Pd trovino l’unità, discutendo di cosa serve al Paese invece che litigare tra di loro. E comunque Di Maio è stato molto chiaro: noi vogliamo fare un contratto di governo sui temi per il Paese, e ci aspettiamo una risposta, o dal Pd o dalla Lega. Vediamo chi ci sta, e decidiamo assieme i punti fondamentali. Di sicuro non si può prescindere dal M5S: abbiamo preso il 32,5 per cento dei voti, e per fare un governo bisogna passare da noi.

E per farlo siete disposti a parlare perfino con Renzi. Una conversione un po’ da opportunisti, non crede?

Il Pd ha tante anime, e ci rivolgiamo a tutte, con responsabilità. Dopodiché non penso che il loro partito possa essere ancora vincolato solo a un segretario uscente. Noi ci rivolgiamo ufficialmente al Pd innanzitutto nella figura del segretario reggente, Maurizio Martina.

Lei ora parla di dialogo e di responsabilità, ma qualche anno fa in Senato disse una frase durissima ai colleghi, del Pd e non: “Non siete niente”. Si è pentita?

(Sorride, ndr) Non rinnego nulla, ma era un’altra epoca e un’altra fase politica. Eravamo appena entrati in Parlamento, e il dibattito politico era molto forte, da entrambe le parti.

Per voi Lega e dem sembrano la stessa cosa: come può essere?

Siamo maturati, ora dobbiamo mettere tutti una linea di demarcazione. Vanno messe da parte le vecchie scaramucce, per cercare soluzioni e punti di convergenza.

Su cosa? Su punti da modulare diversamente a seconda che si parli a Salvini o a Martina?

Le esigenze degli italiani sono quelle, evidenti a tutti, a partire dalla lotta alla povertà. È il Paese che ci chiede di fare cose, contro la burocrazia e per il lavoro. Non possono essere più i partiti a dettare l’agenda.

Sarà: ma intanto c’è la politica, con i suoi nodi. Per esempio Salvini non riesce a liberarsi di Berlusconi. State provando ad aiutarlo a emanciparsi?

Non parlo di retroscena. Dico che deve essere Salvini a scegliere se vuole il cambiamento. E di certo non può farlo con Berlusconi.

Quindi il vostro no a Forza Italia…

Rimane un no, non trattabile.

E se si mettessero tutti d’accordo contro il M5S, dal Pd alla Lega?

Penso che sia difficile muoversi senza tenere conto del grande consenso ricevuto dal M5S. Mi pare un’ipotesi senza fondamento.

Ipotesi e opzioni. Intanto la certezza è che lei è diventata vicepresidente del Senato. Quanto è contenta?

Quando mi hanno eletto ho pensato dove sono arrivata in pochi anni. Sono partita dal mio quartiere a Roma, il Quarticciolo, e lavorando ho ottenuto questa responsabilità.

Sul web è un diluvio di battute sul suo carattere e sulla sua romanità. Si aspettano scenate in Senato, da parte sua. Tutto questo le dispiace, la offende?

No, spesso mi diverte, a patto che non siano cose troppo “caricate”. Io sono una che studia. Mi mancano 5 esami per prendere la laurea in Scienze Politiche. E so fare un discorso in perfetto italiano. Però poi ti spiazzo concludendo alla romana: “Bella cì”. Sono rimasta me stessa, normale. Ed è per questo che la gente mi stima. Sono stata la più votata nelle Parlamentarie, e ho vinto nel mio collegio uninominale.

E i colleghi invece?

Mi hanno fatto le congratulazioni in tantissimi: da Valeria Fedeli a Monica Cirinnà, fino a Roberto Calderoli.

Come si sta preparando per il ruolo?

Sto studiando il regolamento e i precedenti nella gestione dei lavori. In Parlamento in questi anni ho visto conduzioni dell’Aula non proprio imparziali. E io invece voglio essere una vera figura di garanzia, che assicuri imparzialità a tutti.

Per arrivare “lontano” ha dovuto accettare anche un Movimento diverso, meno democratico? I nuovi statuti dei gruppi assegnano tutti i poteri a Di Maio.

Di Maio condivide con noi in assemblea tutti i passaggi politici. Questa presunta mancanza di democrazia non la vedo proprio. Stimo molto Luigi. Lui ci ha portati a prendere 11 milioni di voti, e a essere la prima forza politica.

E come si concilia il predicare democrazia con l’aver lasciato fuori dal convegno di oggi un giornalista?

Non so come sia andata. So che a organizzare la comunicazione per Sum02 non era il M5S, e che il giornalista non si era accreditato.

Il ministero: “L’auto di De Luca non può andare contromano”

Le auto blu non possono andare contromano in via Giovanni Negri, a Salerno. Non una grande novità, se non fosse che sul caso è dovuto intervenire il ministero dei Trasporti su segnalazione dei Meet Up Amici di Beppe Grillo di Salerno, secondo cui la delibera per far circolare contromano i veicoli delle forze di polizia e le auto di servizio in quella strada sarebbe stata pensata ad hoc per Vincenzo De Luca, governatore della Campania e a lungo sindaco di Salerno, residente nei pressi di via Negri. I funzionari del ministero hanno svolto un sopralluogo, rilevando che la deroga con cui il Comune aveva permesso il transito contromano alle forze di polizia “non risulta affatto compatibile con le esigenze di sicurezza e fluidità del transito veicolare”. L’ordinanza risale al 2008, ma il caso è stato sollevato a settembre scorso, quando si è verificato un incidente tra l’auto di servizio sulla quale viaggiava il governatore campano e uno scooter guidato da una ragazza che riportò ferite lievi. L’auto di De Luca viaggiava in direzione opposta rispetto a quella consueta, proprio in virtù dell’ordinanza del 2008, oggi contestata dal ministero.

Provenzano sui Dem: “La peggior classe dirigente di sempre”

Tre mesi faaveva rifiutato la candidatura alle elezioni politiche nella sua Sicilia, in protesta contro il “modo vergognoso” con cui “i vertici del Pd” avevano gestito le liste. Ieri Giuseppe Provenzano, della direzione dem, è intervenuto al convegno Sinistra Anno Zero di Roma, senza risparmiare altre bordate al partito: “Questa è la peggiore classe dirigente di sempre non per le sconfitte, ma per non averci lasciato nulla da cui ripartire”. E ancora: “Hanno fatto ironia sul curriculum di Luigi Di Maio, ma la politica non si fa con i curriculum. Qual era il curriculum di Luca Lotti? Dei famigli e trasformisti che hanno raccattato nelle liste elettorali?”. Il riferimento è (anche) a Daniela Cardinali, figlia del cinque volte deputato Salvatore, candidata come capolista alle Politiche a scapito proprio di Provenzano “non per le capacità dell’onorevole – dice lui – ma per le “pratiche trasformiste del padre”. “La notte delle liste per le elezioni politiche ci siamo comportati come Forza Italia, Lega, Casaleggio – ha aggiunto Provenzano – e a quel punto è saltato tutto, dallo statuto alla parità di genere”.

Niente politica, sul palco si parla di futuro. E c’è posto anche per il “nemico” Cingolani

Quanto futuro, quanti futuri, a Sum#02, seconda edizione dell’incontro annuale voluto da Davide Casaleggio per discutere delle visioni che tanto affascinavano suo padre, fondatore con Beppe Grillo del Movimento 5 stelle. “Oggi siamo qui per parlare di cultura”, ha spiegato in apertura Davide a chi gli chiedeva di governi, partiti e alleanze.

Così la politica resta esclusa dal palco di Sum#02, dove si susseguono interventi sul futuro di tecnologia e innovazione, ricerca e medicina, lavoro e imprese, cultura e informazione, ambiente ed energia, democrazia e potere. Qui non si parla di politica, ma la politica non riesce proprio a restare fuori dall’Officina H della Olivetti, dove Gianroberto cominciò la sua esperienza lavorativa e dove nacque il primo computer. La platea è affollata e attenta agli interventi. Ma tutto intorno si muove il grande circo dell’informazione e della politica, con decine di giornalisti a caccia della dichiarazione, della battuta, del retroscena, dell’anticipazione: che governo nascerà? si farà l’accordo tra Movimento 5 stelle e Lega? Luigi Di Maio lancia qualche segnale e gli aruspici cercano di interpretare il futuro, quello a breve, quello che si addenserà sopra palazzo Chigi. Sul palco va invece in scena il futuro-futuro, quello dei prossimi decenni. Ci provano a prefigurarlo i tecnici, i filosofi, i futurologi, i tecnocrati. Roberto Cingolani e Sammy Basso, Roberto Poli e Gianmario Calafiore. Poi Domenico De Masi e Diego Fusaro, Maria Rita Parsi e Massimo Bray. Che l’Associazione Casaleggio si muova su un piano diverso dal Movimento 5 stelle sembrerebbe dimostrato dalla presenza di Cingolani, il direttore dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, invitato qui come scienziato, senza alcun riferimento alle polemiche politiche che lo hanno assediato (i ricchi finanziamenti governativi a Iit, tanto abbondanti che l’istituto non riesce a spenderli, mentre la ricerca italiana fa la fame; il ruolo che gli era stato assegnato, senza gara, da Matteo Renzi nello Human Technopole per cercare di dare un senso al futuro dell’area Expo di Milano).

Il presente si prende la rivincita sul futuro quando Enrico Mentana rompe l’incanto: “Non mi piace che sia stato lasciato fuori un giornalista”. Il cenno è a Jacopo Iacoboni, il cronista della Stampa. “Ha tentato di entrare con un badge tarocco e come tutti i tarocchi non li vogliamo, ci sono regole a cui bisogna attenersi tutti”, gli risponde Gianluigi Nuzzi, gran cerimoniere della manifestazione. “Ma io sconsiglio a chiunque di tenere fuori un giornalista, non è mai un vantaggio”, replica Mentana.

Il futuro torna a convergere sul presente con gli interventi di Moni Ovadia, sul potere della parola, e con i monologhi di Andrea Scanzi e Dario Vergassola, in cui le parole diventano spettacolo. Ma soprattutto con la appassionata requisitoria del magistrato antimafia Nino Di Matteo. “Nel nostro Paese c’è una compenetrazione tra sistema politico e mafia. Eppure durante l’ultima campagna elettorale i partiti sono stati zitti sulla mafia”. Scatta l’accenno a Silvio Berlusconi, lo stesso che partecipa alle consultazioni per il nuovo governo: “Secondo una sentenza definitiva, ha stipulato un patto con Cosa nostra, intermediato da Marcello Dell’Utri, che ha poi mantenuto dal 1974 fino al 1992”.

Poi snocciola quello che assomiglia tanto a un programma di governo sulla giustizia. Non ridurre la possibilità di fare intercettazioni. Facoltà di realizzare azioni sotto copertura anche per la corruzione. Blocco della prescrizione nel momento in cui viene esercitata l’azione penale. Pene più alte per i reati dei colletti bianchi. “E un governo serio dovrà chiarire quali sono le entità esterne a Cosa nostra che hanno condiviso ideazione ed esecuzione delle stragi del 92-93”. Il futuro è nutrito dal passato.

Che fatica il doppio forno: Di Maio spera che Salvini si bruci

La coda per entrare parla già di governo. Perché ha dimensioni e umori di quelle che si fanno per andare a conoscere e omaggiare chi comanderà. Ma nella pancia delle Officine H di Ivrea Luigi Di Maio, quasi soffocato da cronisti, eletti e postulanti vari, ragiona ancora da candidato premier. Affaticato, perché grande è la confusione sotto il cielo della politica, ma la situazione per ora non è favorevole, a differenza di quanto motteggiava uno che ce l’aveva fatta, Mao Tse Tung.

Già, perché il Pd a cui ieri mattina Di Maio ha spalancato le porte su Repubblica, esortando i dem a “sotterrare l’ascia di guerra”, appena legge quelle righe esplode in mille reazioni opposte tra loro. Mentre il Matteo Salvini che per ora resta stretto stretto a Silvio Berlusconi va di sarcasmo: “Governo Pd-5Stelle? Mamma mia. O si fa un esecutivo serio o torniamo a votare e noi stravinciamo”. È il prezzo della politica dei due forni, che poi è la linea attuale del Movimento. Con Di Maio e i suoi che da qualche giorno parlano e provano a sorridere soprattutto al Pd. Ma con i parlamentari e la base che a Ivrea, come altrove, ripetono che l’opzione più semplice resta la Lega. Anche perché, a detta di tanti, Matteo Renzi è un ostacolo che non si supererà. Una veterana come Roberta Lombardi, ora capogruppo in Regione Lazio, scandisce: “Di Maio ha fatto bene ad aprire a tutto il Pd, ma voi ce li vedete i renzianissimi a votare la fiducia a un governo dei Cinque Stelle? Se succede vado a vederlo con i pop corn”. E allora “con i democratici non si può fare, non ci sono i numeri” dicono in tanti fuori microfono. Ma senza astio o malumore verso Di Maio, il capo a cui tutti riconoscono di aver stravinto, e allora è giusto che scelga la rotta.

Così lui insiste, nel punto con la stampa all’ora di pranzo. Sforzandosi di ignorare gli ennesimi no di Matteo Orfini e di renziani vari, e guardando solo il bicchiere mezzo pieno: “Registro come un passo avanti la dichiarazione di questa mattina di Martina”. Ossia quella in cui il reggente dem ha affermato che “l’autocritica nei toni è apprezzabile”. Però “rimane l’ambiguità”. Ovvero il M5S continua con due forni aperti per il contratto di governo, quel pezzo di carta che dovrebbe legarlo al Pd o alla Lega.

Martina vorrebbe una trattativa in esclusiva. Invece Di Maio tiene aperta anche la strada verso il Carroccio. E infatti parla pure al segretario della Lega, eccome: “Sono convinto che Salvini sappia che, al Quirinale o ci vai con il 17 per cento o con il 37, ma in ogni caso non hai il 51 e quindi non hai la maggioranza”. Ergo, senza il Movimento niente governo. E non è un punturina buttata a caso. Perché ai piani alti del M5S c’è irritazione verso il leghista. Così arriva la stilettata di un big: “Ora Salvini si presenta come leader di un centrodestra unito che ha preso il 37 per cento? E allora nel secondo giro di consultazioni dovrà trarre le conclusioni e accettare un pre-incarico”. Un anatema, per augurargli di finire nelle secche. E poi magari scendere a più miti consigli. Nell’attesa, di differenze tra Pd e Lega non ne fa quasi nessuno. “Noi dobbiamo fare cose per il Paese con chi è disposto a farle, gli steccati ideologici non hanno più senso, sono tutte pippe” argomenta il senatore Andrea Cioffi.

E sono frasi in sintonia con il padrone di casa, Davide Casaleggio, che tre giorni fa aveva assicurato: “Destra e sinistra non esistono più”. Via le differenze, sotto con i contratti. Quello per il governo, spiegano, conterrà gli stessi passaggi fondamentali, qualunque sia il contraente. “I punti cardine non possiamo cambiarli” dicono. Come non cambierà mai il nome per Palazzo Chigi, che resta Di Maio. E infatti è sempre lui a giurare: “Sono fiducioso, vedo evoluzioni da una parte e dall’altra”. Tradotto, ora spetta a Pd e centrodestra darsi una quadra. Con un sottotesto: finalmente dentro i dem discutono per davvero, “e già questo è un risultato” commenta un parlamentare di peso. “Certo, ci vuole tempo” ripete Stefano Buffagni, referente dimaiano in Lombardia. Difficile, a questo punto, che il M5S possa incontrare Martina e/o Salvini prima del secondo giro di consultazioni. Ora sarà tempo di discussioni, degli altri. Di Maio intanto stringe mani, tante. E Casaleggio dal palco chiosa: “Tutti mi chiedono dell’oggi, ma qui si è ragionato di futuro”. Più semplice, di questi tempi.

Franceschini apre ai 5Stelle. Il Pd è impegnato a litigare

Maurizio Martina, il reggente Dem, che punta a essere eletto segretario all’Assemblea del 21 aprile, entra all’Acquario di Roma. Si siede in disparte. Uno sguardo al palco, dove campeggia la scritta “Harambee”, incitazione africana che sta per ‘oh-issa’ e allude alla necessità di lavorare insieme, uno alla prima fila, dove c’è Matteo Richetti, che – con questo motto – lancia la sua corsa in solitaria, chiedendo congresso e primarie. I due, che pur su posizioni diverse in questi giorni si sono sentiti continuamente, si lanciano uno sguardo, Martina si alza, si abbracciano, poi si siedono vicino. Da Richetti, c’è un Pd che è un po’ pre-renziano, un po’ post renziano. Tanti interventi, metodo Leopolda, ma senza l’effetto passerella. Martina arriva da un’altra iniziativa – decisamente antirenziana – che si svolge a poche centinaia di metri di distanza, al Centro congressi di via Cavour, con il titolo “Sinistra anno zero”.

Il congresso del Pd, iniziato di fatto un minuto dopo la chiusura delle urne, il 4 marzo, si gioca però tutto sulla variabile governo. E così, la posizione che più fa rumore è quella di uno che ieri non si vede, Dario Franceschini. “Di fronte alle novità politica dell’intervista di Di Maio serve riflettere e tenere comunque unito il Pd nella risposta. L’opposto di quanto sta accadendo: rispondiamo affrettatamente e ci dividiamo tra noi. Fermiamoci e ricominciamo”. Il riferimento è alla chiamata al Pd fatta dal leader M5S su Repubblica (“La guerra è finita”, ha detto). In polemica con l’ex premier, il ministro della Cultura predica la politica, l’ascolto contro l’“arrocco” messo in campo da Renzi. Sul tavolo, nell’immediato, c’è un incontro chiesto da Di Maio al quale finora il Pd ha risposto picche, per volontà del segretario-ombra. Martina ieri elude la domanda sul punto. Ma dice: “L’autocritica nei toni è apprezzabile, resta evidente l’ambiguità politica. Noi continuiamo a pensare che la differenza la fanno i contenuti”. Tanto basta perché Di Maio si dica soddisfatto.

In via Cavour il promotore Peppe Provenzano si guadagna la standing ovation criticando il metodo Renzi. In platea c’è tutta la minoranza, capeggiata da Ugo Sposetti e Emanuele Macaluso. C’è Fronte democratico con Francesco Boccia, che per primo aveva sostenuto l’ipotesi di appoggio esterno del Pd a un governo M5S. E c’è Andrea Orlando che pur non rilevando “novità” nell’offerta di Di Maio, dice: “È giusto discuterne, la vita è sempre più complicata di due opinioni”. Gianni Cuperlo è per parlare sempre con chi lo chiede. Si riapre la possibilità di un governo Cinque Stelle-Pd? Per adesso, decisamente no. Ma gli occhi sono puntati al 21. “Se Martina viene eletto, il gioco cambia”, commentano molti.

Cuperlo va pure da Richetti. Si mette in fondo alla sala. Ascolta. In fondo, la faglia nel renzismo può partire da lì. All’iniziativa dell’amico-nemico più antico dell’ex segretario ci sono i cattolici democratici milanesi e gli amministratori campani guidati da Federico Arienzo. Parla pure un elettore M5S, Luca Torcasio. Presente un drappello di parlamentari, vicini a entrambi “i Mattei”: Simona Malpezzi, Alessia Rotta, David Ermini, Roger De Menech, Alessia Morani, Luigi Marattin. E poi, il ministro Marianna Madia. Manca il caminetto che si è riunito giovedì scorso nei locali della società di famiglia del capogruppo Andrea Marcucci. Assenti non solo Luca Lotti e Maria Elena Boschi, ma anche figure come Graziano Delrio e Lorenzo Guerini. Lì Richetti non era stato invitato.

A un certo punto si diffonde la voce che stia arrivando Renzi: non è vero. Nessuno si dispera: la presenza dell’ex premier sarebbe stata più dannosa che utile. Richetti comunque chiama per lui un applauso affettuoso (che arriva), ma non risparmia frecciatine: “Va bene l’applauso ma va bene anche dire le cose come stanno. Per esempio sull’Europa, basta col jingle ‘vogliamo l’Europa ma non questa Europa’: specifichiamo…”. Sui Cinque Stelle chiude: “Possiamo giocare sul tema della disponibilità sul governo, ma c’è un punto di fondo: non ho capito a fare che cosa”. Sottotesto: non può essere un’operazione per qualche poltrona.

Fuori dall’Acquario, i renziani si scatenano contro Franceschini. Michele Anzaldi fa notare che i tweet dei militanti sono tutti contro l’accordo. Il ministro sospetta una protesta organizzata. Renzi ribadisce la chiusura. Ma anche tra i suoi c’è chi invita ad aspettare: “Se si toglie dal tavolo la premiership a Di Maio, davanti a un governo del Presidente, con qualche punto da realizzare in pochi mesi, chissà, le cose potrebbero cambiare”.

Fosse vivo Rodotà

I giornali e i siti di ieri (e credo anche di oggi) sembrano il Fatto di un mese fa. Noi l’avevamo scritto fin da subito dopo le elezioni (anzi, per la verità da ben prima), mentre tutti gli altri davano per sicuro il governo Salvini-Di Maio: l’unica combinazione di governo possibile nel nostro sistema proporzionale e tripolare, per quanto complicatissima per divergenze programmatiche, ripicche identitarie e rancori reciproci, è quella fra i 5Stelle e il centrosinistra (Pd+LeU). Lo era già cinque anni fa e Bersani l’aveva capito. Ma i 5Stelle appena arrivati erano troppo acerbi, settari e sospettosi per avviare un dialogo con lui. E lui non osò andare sino in fondo rinunciando a una premiership che non poteva rivendicare, avendo gli stessi voti del M5S. Così la sua proposta di un governo di minoranza Pd-Sel con l’appoggio esterno M5S naufragò in streaming. L’occasione si ripropose un mese dopo con la candidatura di Rodotà al Colle, nata dal web, sposata da M5S e Sel e proposta da Grillo in vista di un’alleanza organica di governo, ma s’infranse sulla gattopardesca reazione dei poteri marci: meglio imbalsamare il sistema anziché rischiare di cambiarlo. Fuori Bersani, Napolitano-bis e altro governo Pd&FI. Renzi fu il degno coronamento dell’Operazione Gattopardo: siccome Letta non ce la faceva, si puntò su un outsider tanto giovane quanto finto.

Che infatti gettò subito la maschera, rinnegando la rottamazione con una brutale restaurazione agli ordini di Napolitano&B. Un progetto talmente smaccato che – dopo la fugace ubriacatura delle Europee 2014 – lo capì persino la maggioranza degli italiani, bocciandolo a ogni occasione: Amministrative, referendum costituzionale, Politiche. Chi un tempo era di sinistra fuggiva verso i 5Stelle, chi era di destra verso la Lega. Per convinzione o per mancanza di meglio. Ma sempre nella speranza che lorsignori capissero un concetto molto semplice: la voglia di cambiare. Quelli però non capivano e, barricati nelle loro stanze, continuavano a inventare parole, analisi, alchimie, ammucchiate sempre più astruse per esorcizzare l’urlo che saliva dal Paese e rinviare la resa dei conti. L’ultima trovata fu il Rosatellum: Renzi&B. non potevano vincere, dunque sei mesi prima del voto s’inventarono un sistema elettorale per far perdere il M5S, garantirsi un Parlamento di yesmen, creare finte coalizioni da sciogliere la sera stessa del voto e rendere inevitabile l’ennesimo governo Pd&FI. Era tutto pronto. Premier (Gentiloni). Ministri (Maroni, sceso apposta dal treno Lombardia). Supporter nazionali e internazionali.

E giornaloni a bombardare sulla “stabilità” e il “voto utile” contro i “populisti”, “incompetenti”, forse “fascisti” e certamente ladri (la decina di pentastellati che non avevano donato parte dello stipendio). Ma gli elettori scompaginarono i giochi, premiando M5S e Lega, falcidiando Pd e FI, cioè facendo mancare i numeri all’ammucchiata: il vero voto utile per cambiare le cose. Il Fatto ribadì quel che aveva sempre sostenuto: i 5Stelle si sono sempre mossi, fin dalla nascita (anzi da prima: da quando Grillo chiese la tessera del Pd per correre da segretario o almeno offrirgli il suo programma), nel campo ideale del centrosinistra con le loro battaglie ambientaliste, legalitarie e sociali, anche se – da buon movimento post-ideologico – intercettano pure voti di centrodestra, specialmente nei ceti esclusi e bisognosi di protezione. Dunque il loro interlocutore naturale è un nuovo centrosinistra che riparta da zero, dalle radici dimenticate, come Corbyn e Mélenchon. Non certo un centrodestra che, finché esisterà B., resterà prigioniero dei suoi miliardi, delle sue tv, dei suoi ricatti, dei suoi affari e malaffari. Il nostro non era e non è un auspicio (non abbiamo nulla da guadagnare né da perdere da un governo M5S-Pd o M5S- Lega o dalle urne-bis). Era ed è una constatazione, anche piuttosto facile. I 5Stelle, al di là dell’accordo istituzionale Di Maio-Salvini per le presidenze delle Camere al partito vincitore e alla coalizione vincitrice, hanno sempre guardato al centrosinistra.

Di Maio ha proposto una squadra di ministri di quell’area e nessuno di centrodestra. Ha annunciato che, senza maggioranza assoluta, si sarebbe rivolto agli altri partiti per cercare intese sui temi. Ha presentato un programma compatibile con i valori (abbandonati) del centrosinistra. Dopo il 4 marzo ha chiesto un confronto al reggente del Pd, Martina e lanciato a Salvini la sfida impossibile di sganciarsi da B.. Ha definito in tv il Pd “interlocutore privilegiato” ed elogiato i ministri Minniti, Martina e financo Franceschini. Ha aperto il dialogo col Pd nel Lazio per far partire la giunta Zingaretti, priva di maggioranza in consiglio. Dal Quirinale si è appellato a tutto il Pd, renziani inclusi. E ieri ha annunciato su Repubblica che “la guerra è finita”: le critiche e le differenze fra M5S e Pd restano, ma col proporzionale le forze meno lontane devono provare almeno a parlarsi e tentare un contratto di governo fondato non sulla simpatia personale, ma su alcune cose urgenti da fare. Sul modello tedesco (la Merkel, arrivata prima, fa il premier, ma con ministri di peso dell’Spd). Martina ha apprezzato l’autocritica, ma trovato ambigua la proposta sui temi. Come se quella del Pd fosse chiara e l’autocritica toccasse solo ai vincitori, non agli sconfitti. Riuscirà il nostro eroe a liberarsi del guinzaglio renziano e a prendersi almeno un caffè con Di Maio per andare a vedere se è tutto un bluff o se si può fare qualcosa di utile? Chi ha sostenuto due governi con B. e due con Alfano e Verdini, ha digerito una riforma costituzionale e due leggi elettorali scritte a quattro mani col pregiudicato, ce la può fare.

Fabbricini e Uva, la nuova guerra di quel che resta in Federcalcio

Sulla Nazionale e il Club Italia è guerra aperta in Federcalcio tra il Commissario straordinario Roberto Fabbricini e il Direttore generale Michele Uva. D’intesa con il sub-commissario Alessandro Costacurta, delegato alle Nazionali, Fabbricini è intervenuto per bloccare un provvedimento preso ieri – contro il suo parere – da Uva.

Ma ha dovuto invece ingoiare (e approvare con comunicato ufficiale a sua firma) un altro interim che il dg si è autoassegnato come Direttore del Settore tecnico di Coverciano, in modo da tenere il posto in caldo per una prossima assunzione.

Fino alla nomina del nuovo Ct azzurro – ha tuonato Fabbricini – il segretario della Nazionale resta Mauro Vladovich, declassato da Uva all’Under 21, ultimo atto in un pacchetto di trasferimenti punitivi decisi il giorno prima della nomina del Commissario Figc.

Per l’Ufficio Squadre Nazionali, Uva ha pescato da tempo dal Parma di Calisto Tanzi (travolto dal crac Parmalat quando lo stesso Uva era amministratore delegato del club) Giorgio Bottaro, e ha portato nella sua segreteria anche la moglie di Bottaro, Jessica Copelli.

Già in difficoltà per le proteste del mondo arbitrale sui rimborsi e sui progetti di Uva per “normalizzare” l’Associazione di categoria (AIA), Fabbricini ha deciso di esercitare fino in fondo i suoi poteri di commissario straordinario ed è entrato in rotta di collisione con il dg, rimproverando a posteriori a Carlo Tavecchio di avergli delegato anche funzioni di natura politica, sotto la spinta del presidente del Coni, Giovanni Malagò.

Juve e Roma, la Champions è nella testa

Rovesciata dal “Real” Cristiano, la Juventus si butta anima e corpo su quello che, al netto della propaganda, ha sempre considerato l’obiettivo numero uno, soprattutto in tempi di Var: il settimo scudetto. Madama scende a Benevento. La prima contro l’ultima. Sessantacinque punti di differenza. I sanniti sono vivi, come documenta il 3-0 di mercoledì al Verona, ma ci vorrebbe proprio una Juventus più morta che smorta per sabotare il destino. Se Allegri deve incollare una fiducia che la Champions ha letteralmente sbriciolato, non è che Sarri se la passi molto meglio. Il Napoli ospita il Chievo, e fin qui siamo nella norma: non ha vinto nella tana del Sassuolo, non può non vincere stavolta. Il problema è che nemmeno i “titolarissimi” sono brillanti. Resta il sogno, anche se i punti sono tornati quattro; e con i sogni non si patteggia. Avanti tutta, avanti tutti. La Roma riceve una Fiorentina che, dopo la scomparsa del suo capitano, Davide Astori, ha sempre vinto. Di Francesco, lui, dovrà dosare le energie tra un impegno di per sé infìdo e un altro che si annuncia addirittura ai confini dell’impresa: rimontare il 4-1 subìto a Barcellona non senza rimpianti e rimorsi. Per i rigori negati, per le occasioni sciupate. A Pioli mancheranno Badelj e Chiesa, pedine cruciali. Pronostico? Roma. L’Udinese perde da sette partite: la Lazio d’Europa, per stanca e distratta che possa essere, dovrebbe domarla. Il derby della Lanterna celebrerà, magari con un pareggio, la grinta genoana e lo spirito di una Samp che sembrava sull’orlo della crisi e invece no. Occhio a Torino-Inter: Belotti contro Icardi. Vengono da una tripletta al Crotone e da una doppietta divorata nel derby. E poi c’è Mazzarri, l’ex. Ha recuperato Ljajic ma sarà dura, comunque.

Il fair play di Maiuri: tra brave persone non ci si capisce mai

Tradotto in italiano, “fair play” viene più o meno così: complotto, dietrologia. Partiamo dalla fine, dai reciproci commenti personali. Il presidente del Portici, Lorenzo Ragosta: “Maiuri è una brava persona”. L’ex allenatore del Portici, Ezio Maiuri: “Ragosta è una brava persona”. Il presidente della Fifa, Infantino: “Maiuri è una brava persona”. Ancora Maiuri: “Infantino è una brava persona”. Morale: tra brave persone (non) ci si capisce. È passata solo una settimana da quel Portici-Nocerina, campionato di serie D, con in ballo punti pesanti: in chiave salvezza per i padroni di casa, in ottica promozione in Lega Pro per i rossoneri.

Per capire il perché una partita così abbia fatto il giro del mondo, fino a scomodare – appunto – il numero uno del calcio mondiale, bisogna tornare al 39° del primo tempo, quando il “colored” della Nocerina, Diame, cade a terra per infortunio. L’allenatore del Portici, Ezio Maiuri, se ne accorge e chiede ripetutamente al calciatore (avversario) che si trova vicino alla sua panchina, di buttare la palla fuori. Il rossonero non capisce, forse nemmeno si è accorto del compagno a terra, e resta perplesso. Mentre “perplessa”, i ragazzi del Portici gli soffiano la palla e segnano con Pandolfi che esulta come un matto. Così avviene in tribuna e perfino in panchina, con il solo Maiuri esterrefatto. Anzi, infuriato e subito ricoperto dagli insulti di calciatori e panchina della Nocerina, che avevano sentito e visto, e pensano a una vendetta atroce e beffarda per l’esonero subìto a Nocera Inferiore. Maiuri allora decide la cosa più “giusta”: chiama il suo capitano, Di Pietro, e ordina ai suoi di imbambolarsi e lasciare pareggiare gli avversari. Cosa che avviene. Solo che a quel punto, la lista di incomprensioni, invece che azzerarsi, si moltiplica. Intanto, nemmeno tutti i giocatori in campo avevano capito cos’era avvenuto davvero, non avendo udito né le richieste di Maiuri di buttare la palla fuori, né il resto. Figurarsi in tribuna, dove i dirigenti locali prima esultano per un gol che allontanava i play out, poi si disperano per l’imbalsamazione collettiva del pareggio. Il presidente Ragosa: “Nessuno di noi aveva capito. Negli spogliatoi, qualche dirigente ha affrontato Maiuri in maniera energica, chiedendogli conto del ‘favore’ fatto alla sua ex squadra”. L’accusa, pensa te, è di “troppa signorilità”. Intanto anche i tifosi si erano mossi, in senso letterale. Abbandonando subito la tribuna in segno di protesta, poi urlando di non aver gradito (eufemismo) l’eccesso di “ipocrita fair play”. Maiuri si è dimesso all’impronta: “Non ho visto negli occhi dei miei ragazzi la stessa convinzione di aver fatto la cosa giusta. Quanto ai dirigenti, persone bravissime, ma avrebbero dovuto stare dalla mia parte, poi – se accertato un mio comportamento scorretto – punirmi”. Quanto al “dubbio” pro Nocerina, il mister si imbufalisce ancora di più: “Mi esonerarono dopo una serie di 29 vittorie, 4 sconfitte e 4 pareggi”. Il presidente del Portici, Lorenzo Ragosta, non ci sta a far la figura del cattivo: “Il ‘conta solo vincere’ vale per la Juventus ma non per noi. Finita la partita e ricostruiti i fatti, abbiamo chiesto scusa al tecnico chiedendogli di tornare sui suoi passi, ma invano. Il fair play c’è stato da tutte e due le parti”. Intanto la catena di “dietrologie” non accenna a finire. I social sono un’idrovora del buon senso: qualcuno fa notare che Di Pietro, il capitano, è pure lui un ex Nocerina, un altro allude: “E se domani, in Lega Pro, la Nocerina richiamasse Maiuri?”. Infantino ha telefonato a Maiuri per congratularsi. Ma, a pensarci, la Nocerina è prima in classifica a pari merito con i siciliani del Troina e i calabresi della Vibonese. E Infantino, guarda caso, ha origini calabresi…