Che cosa ci facevano giovedì sera Claudio Baglioni, Michelle Hunziker, Pierfrancesco Favino, Sabrina Impacciatore ed Edoardo Leo al ristorante “I Meloncini” di Roma? E come mai allo stesso tavolo sedevano Mario Orfeo (dg Rai), Angelo Teodoli e Claudio Fasulo (direttore e vice di Rai1) e Ferdinando Salzano, leader di Friends & Partner (la società che gestisce più della metà degli artisti che si sono esibiti all’Ariston, “dittatore artistico” compreso)? “Era una cena che dovevamo fare da un po’”, ci spiega Orfeo. E infatti tra i gadget c’era la t-shirt regalata da Favino, con la scritta “Sanremo 2018 veterans – Keep calm & Popòpopoppoppò”. Il Sanremo di Baglioni ha registrato il record dei record, ma proprio per questo, possibile che non si sia parlato del 2019? “C’era solo un clima di festa”, chiarisce il dg. Eppure il pressing della Rai sull’artista prosegue da due mesi. Sarebbe interessante sapere chi ha offerto la cena. Forse chi “guadagnerebbe” di più da un eventuale bis? Se le cose stanno davvero così, saranno stati in molti a litigarsi il conto.
Povero Dio: ora gli tocca la disputa sui carciofi
Il terzo giorno Dio creò il carciofo. E il quarto giorno se ne pentì perché essendo Onnisciente, quindi conoscendo passato, presente e futuro, vide chiaramente che qualche milione di anni più tardi il carciofo gli avrebbe procurato seccature. Gente di là da creare avrebbe litigato a colpi di Libro su quale carciofo fosse degno dell’Altissimo e quale potesse scatenare le Sue ire perché contraffatto, magari dai cinesi che di Dio non gliene può fregare di meno, infatti sono aperti anche durante le Feste Comandate. A quel punto Dio si chiese se fosse davvero il caso di creare l’Uomo, evidentemente nevrotico e rompicoglioni per natura.
Ma il Progetto era il Progetto e doveva essere portato a termine, sennò non sarebbero esistite le Terre, il Cielo e le Acque e io non sarei qua a scrivere. Così, toccando ferro, Dio creò l’Uomo e la Donna, sperando che la litigata sull’ortodossia del carciofo di qualche milione di anni più tardi fosse stata un abbaglio, quando uno vede contemporaneamente tutto quello che è successo prima, tutto quello che succede adesso e tutto quello che succederà poi, ci può anche stare che confondi una disputa religiosa sulla santità del carciofo con il risultato dell’andata di Manchester-Borussia Dortmund. Così Dio guardò più da vicino a sei milioni di anni di distanza. Quelli si accapigliavano proprio sul carciofo. Per la precisione sulla testa, del carciofo, disquisendo con estenuante pignoleria se la testa del carciofo di Roma (bella città, forse ci avrebbe aperto un Centro) fosse in linea con la Sua Volontà o non fosse più in linea la testa del carciofo di Gerusalemme (gli era venuta bene pure quella, ci sarebbe successo qualcosa ma adesso non ricordava cosa). A differenza di altri casi, in cui a metterlo in mezzo erano gruppi diversi, questi che polemizzavano sul Quoziente di Divina Conformità del Carciofo appartenevano tutti allo stesso ceppo!
Dio non aveva mai capito perché, se lui gli uomini li aveva creati tutti uguali (vabbè, qualche variazione cromatica da esposizione solare disomogenea, ma in sostanza due gambe, due braccia e una testa per tutti, modello base) gli uomini s’erano poi dati un gran da fare a dichiararsi diversi, a vestirsi in fogge eterogenee e improbabili, ad appioppargli i nomi più bizzarri dichiarandosi unici ed esclusivi Suoi tifosi e rappresentanti (pure se Dio non ricordava di aver mai creato e rilasciato licenze a nessuno).
Questi qua invece appartenevano tutti a quelli che spuntavano il pisello ai figli (una cosa che a Lui faceva molta impressione), si facevano crescere le trecce e in certi casi portavano colbacchi di pelo a Ferragosto, tanto che una volta Dio si andò a riguardare i progetti in cerca di errore, ma venne fuori che era una roba di Libero Arbitrio, non dipendeva da Lui.
E il trecentosettantaquattresimo giorno Dio si dispiacque. Ci rimase male. Perché Lui a fare l’Uomo ci si era impegnato, un po’ perché era a Sua Immagine e Somiglianza e non poteva mandare in giro dei cessi, Lui cui veniva unanimemente attribuito un grandissimo charme; un po’ perché era sicuro che il cervello, quella cosa molliccia, grigia e potente che gli era apparsa in dormiveglia sotto un baobab pleistocenico e che aveva poi installato nella scatola cranica dell’Uomo, fosse strumento di grandi e raffinate potenzialità. E questi si mettevano a berciare su qual era er mejo cuore di carciofo tra Roma a Tel Aviv! Sulla conformità divina degli insettini tra le fogliette!
Con tutto quello di cui avrebbero dovuto occuparsi, di qua i Palestinesi, di là le buche in cui spariscono navette di giapponesi! Ci rimase male sì, l’Altissimo.
Già una volta s’era dovuto sorbire un tizio che chiedeva un fulmine sull’occipite perché s’era mangiato un gamberetto. E adesso questi a litigare sui carciofi alla Giudìa! Non proprio un trionfo per lo strumento di speranza che gli aveva installato tra le orecchie. Ci rimase così male, l’Onnipotente, che cambiò canale sul Panvisore Universale HD e si guardò il ritorno di Manchester-Borussia Dortmund.
L’impasse di Madrid: ultimo tentativo rivolgersi alla Corte di Giustizia europea
Non si aspettava il governo Rajoy che un Land tedesco avrebbe messo in scacco la giustizia spagnola, mettendo a rischio l’impianto della macro-causa contro l’indipendentismo. Il rifiuto del tribunale di Schleswig-Holstein di accettare il delitto di ribellione tra le cause per l’estradizione di Puigdemont per l’assenza di violenza nell’azione indipendentista, rappresenta un colpo per un teorema giudiziario tutto costruito attorno alla ribellione violenta, di cui il giudice Llarena ha imputato 13 dirigenti del movimento. Tanto più che Llarena qualifica la ribellione come delitto plurisoggettivo, per cui se cade l’imputazione sul massimo responsabile, è tutto l’insieme a non reggere.
Perciò, il giorno dopo, il governo si schermisce dietro il rispetto dell’operato della magistratura, segnalando che l’esame cui ancora è sottoposta la richiesta spagnola per il delitto di malversazione, elimina ogni congettura sul carattere “politico” della persecuzione.
È il giudice del Tribunal Supremo a dover decidere cosa fare. Gli è difficile ritirare l’eurordine come a dicembre, perché il rischio è che il Regno Unito, il Belgio e la Svizzera, dove sono gli altri esiliati, seguano la scia della Germania. E poi perché il ritiro farebbe venir meno la parità di condizioni tra gli imputati di uno stesso delitto. Llarena e la Procura generale starebbero pensando di ricorrere la decisione dei magistrati tedeschi davanti al Tribunale di Giustizia della Ue, per violazione della decisione quadro sull’ordine di detenzione europea, sostenendo che la funzione delle autorità del paese “richiesto” debba limitarsi a comprovare l’esistenza di un crimine corrispettivo nel proprio Codice Penale.
Da due giorni il popolo indipendentista si sente rincuorato, la liberazione di Puigdemont viene considerata comunemente la prima buona notizia da settimane. Puigdemont è ancora considerato il president e tutt’ora la voce libera della Catalogna all’estero.
Il grande gioco dei “rifugiati”: da Berlino la soluzione dello “scambio di prigionieri”
Carles Puigdemont, l’ex presidente della Catalogna, ha pagato la cauzione di 75mila euro che gli garantisce l’uscita dal carcere, pur con obbligo di firma e divieto di lasciare la Germania. I giudici della Corte d’Appello dello Schleswig-Holstein, dove era stato arrestato in esecuzione del mandato di cattura della magistratura spagnola, hanno bocciato l’ipotesi di ribellione perché in base alla norma tedesca è mancata la violenza. Significa che anche in caso di estradizione potrà andare alla sbarra per la sola distrazione di fondi pubblici, cioè 1,6 milioni di euro per il referendum sull’indipendenza dichiarato incostituzionale. In teoria una buona notizia per Puigdemont. In pratica, almeno fino a quando non cambieranno gli scenari politici, potrebbe non essere così perché è facile ipotizzare un certo rigore nei suoi confronti. Con l’arresto e il successivo rilascio di Hervé Falciani, il protagonista del cosiddetto Swiss leaks, anche la Svizzera è stata risucchiata nel vortice secessionista. L’ingegnere italo-francese era stato fermato mercoledì a Madrid su richiesta delle autorità elvetiche dopo che la condanna a 5 anni è divenuta definitiva. In Svizzera si trovano Anna Gabriel e Marta Rovira ricercate per ribellione, ma a piede libero. Falciani non può lasciare la Spagna e c’è da chiedersi se in questa complessa partita la magistratura dei paesi coinvolti riesca veramente a essere indipendente ed evitare una sorta di scambio “rifugiati”. La diaspora indipendentista riguarda anche Toni Comín, Lluís Puig e Maritxell Serret sempre al sicuro in Belgio, e Clara Ponsanti, che è libera su cauzione in Scozia. In Spagna sono in carcere Oriol Junqueras, Joaquim Forn, Jordi Sanchez e Jordi Cuixart. Il governo e la magistratura di Madrid stanno fallendo la strategia mediatica, rischiando di perdere anche la battaglia legale. Ma il messaggio tedesco non potrebbe essere più chiaro: è arrivata l’ora del dialogo.
Assedio all’ex presidente “Resisteremo per Lula”
“Siamo qui. Resisteremo. Contiamo su di voi”. Sono le parole registrate in un rapido video in Rete dalla presidente, anzi l’ex guerrigliera, Dilma Rousseff, la quale invita i militanti della sinistra ad aggiungersi alla moltitudine presente di fronte alla sede del Sindicato dos Metalúrgicos a São Bernardo do Campo, divenuto il bunker del carismatico Inacio Lula da Silva. Lula, l’ex presidente più amato e votato della storia brasiliana (2003-2011), si è asserragliato nella storico sindacato assieme ai leader del partito, il Pt, deputati, dirigenti sindacali e i capi dei principali movimenti di base, i quali l’hanno persuaso a opporsi al mandato di arresto spiccato dal giudice Sergio Moro, capo dell’equipe d’inchiesta della Lava Jato che indaga il giro di mazzette legato alla statale Petrobras. Lula è stato condannato in secondo grado a 12 anni di prigione per corruzione e riciclaggio.
L’ex metalmeccanico – divenuto un mito per il popolo brasiliano e che si trova in vetta alle statistiche elettorali per le presidenziali previste ad ottobre, si considera innocente. La condotta del processo è stata criticata anche da organismi internazionali. Moro – che avrebbe emesso il mandato di prigione a tempo record e senza rispettare i termini giuridici, ossia attendere il nullaosta del Tribunale federale regionale di Porto Alegre – ha ordinato a Lula di costituirsi entro le 17 di venerdì alla polizia federale di Curitiba.
Fino alla pubblicazione di questo articolo, non c’erano segni che Lula si sarebbe consegnato agli agenti della Polizia Federale che, probabilmente, dovranno ricorrere alla forza per entrare dentro l’edificio, dove si trovano non solo militanti, ma anche deputati, intellettuali, artisti. Il mandato d’arresto è stato spiccato poche ore dopo il travagliato verdetto emesso dagli 11 giudici del Supremo tribunale federale che per un solo voto hanno negato a Lula la protezione dell’habeas corpus che l’avrebbe protetto sino all’ultima istanza processuale richiesta dalla difesa presso il tribunale di Porto Alegre, lo stesso organo giudiziario che avrebbe ignorato il giudice Moro per emettere il mandato d’arresto. La difesa di Lula ha dichiarato che ricorrerà all’Onu per impedire la detenzione. Secondo Stellamaris Pinheiro, militante all’interno della “roccaforte” di Lula, i militanti “hanno ben chiaro” che l’arresto del “maggiore presidente della storia brasiliana” non dovrà avvenire.
Militanti del Movimento sem terra hanno bloccato strade in altri Stati del Brasile, dove si registrano manifestazioni e scontri tra oppositori e difensori di Lula. “Siamo qui per Lula, per il Brasile e per la democrazia duramente conquistata. Diversi partiti, parlamentari, movimenti sociali, gente comune, artisti, seguono la lotta per la libertà e per il diritto di Lula d’essere candidato alle presidenziali”, afferma Pinheiro convinta che, come milioni di brasiliani, l’ex metalmeccanico sia stato condannato senza prove e senza il rispetto della costituzione brasiliana.
“Non possiamo permettere che il golpe si sviuluppi oltre. L’arresto, tutto il processo, è stato politico, ha avuto come obiettivo d’impedire a Lula di vincere l’elezione per invertire il disegno neo-liberale in corso”, aggiunge Pinheiro. Dopo l’impeachment della presidente Rousseff, considerato un “golpe branco” per milioni di brasiliani, la crisi politica, sociale e della sicurezza pubblica si è aggravata in Brasile, dove la ripresa economica stenta a ripartire.
E preoccupa anche l’ingerenza dello stato maggiore dell’esercito nella vita democratica del paese, spalleggiati da una parte dei conservatori, i cosiddetti “Coxinhas”, ma soprattutto dalla classe imprenditoriale.
Ungheria stregata a vita dalle botte di Orbán
“Mostrami un giovane conservatore e ti dirò che è senza cuore. Mostrami un vecchio progressista e ti dirò che è senza cervello”. L’adagio, falsamente attribuito a Churchill, pare perfetto per racchiudere la storia di Viktor Orbán, anzi di Orbán e il suo doppio. Il primo è un ragazzo di 26 anni magro, capelli fluenti, come emerge da una foto del 1989, quando pochi mesi prima del crollo del regime arringava la folla inneggiando della libertà di espressione e del libero mercato. Il secondo è un uomo sulla sessantina, volto più tondo e pancia prominente, che difende i valori cristiani contro l’invasione dei migranti in nome del nazionalismo magiaro, critica i tecnocrati di Bruxelles, flirta con Mosca, controllando i media e mette in atto misure dirigiste definite dai suoi avversari esempi di “populismo economico”. Cosa è successo nello spazio di tempo quasi trentennale che separa il primo dal secondo politico?
Premier in carica dal 2010, in corsa per il quarto mandato (il primo era stato tra il 1998 e il 2002), che dovrebbe ottenere senza difficoltà domani, l’Orbán di oggi si comprende più considerando il pragmatismo delle scelte che la presunta folgorazione ideologica sulla via del sovranismo. Dopo i primi successi, Fidesz, il partito da lui fondato, subisce un’amara sconfitta nel 1994.
Da allora il giovane leader smette di rivolgersi alle élite urbane – già rappresentate da altre formazioni – bensì a quelle classi sociali provinciali e marginalizzate da cui lui stesso proveniva. E che rimangono la base del suo ampio consenso.
Perfino il contrasto andato in scena negli ultimi mesi con George Soros è l’esempio di un clamoroso cambiamento. Fu proprio il magnate filantropo, ebreo di origine ungherese, a finanziare sul finire dell’era comunista i primi passi dell’attuale premier. Eppure contro Soros, sostenitore della necessità dell’immigrazione per l’Europa, Orbán non ha esitato a scatenare una violenta e lunga campagna d’opinione, culminata nella legge che impone forti restrizioni all’azione delle ong – tra cui la fondazione Open Society riconducibile al magnate – e attirandosi per questo anche le accuse di antisemitismo. Proprio l’opposto di quanto accaduto con un altro antico alleato come l’oligarca Lajos Simicska, che ha voltato le spalle a Orbán, dichiarando il supporto per l’estrema destra di Jobbik, ma soprattutto scatenandogli contro la stampa di sua proprietà per denunciare uno grosso scandalo legato a fondi Ue che coinvolgerebbe esponenti del governo. Una campagna non in grado di impensierirlo, dato che il controllo sui media rappresenta un corposo capitolo dell’atteggiamento quantomeno disinvolto di Orbán verso la democrazia liberale.
A partire dal 2010, il premier ha messo sotto stretto controllo l’intero sistema radiotelevisivo pubblico e privato, nonché i principali quotidiani nazionali e locali. Caso esemplare, l’acquisto nel 2015 di un canale nazionale da dell’oligarca e già produttore hollywoodiano Andy Vajna -, tassello di una rete di fedelissimi alla testa dell’informazione, di cui tira le fila il sottosegretario Antal Rogán, conosciuto come “ministro della Propaganda”.
Stampa amica funzionale a sostenere la traiettoria in rotta di collisione con le politiche delle capitali occidentali invece accondiscendente con i valori (e gli interessi economici) della Russia diventata amica da nemica che era per chi fu anti-sovietico come lui. Basti pensare all’esaltazione dell’Ungheria cristiana, “ultimo bastione contro l’islamizzazione dell’Europa”, come ha tuonato il leader di Fidesz nel discorso sullo stato della nazione di febbraio, in cui ha anche biasimato chi minaccia lo stile di vita magiaro come “i politici di Berlino, Parigi e Bruxelles“. “L’Europa è sotto invasione e chi non la ferma andrà in rovina”, ha rincarato il premier di recente.
Nel 2015 il governo ha voluto una barriera di filo spinato di quasi 180 chilometri sul confine serbo per fermare il flusso dalla rotta balcanica. Contro le quote di ripartizione dei migranti volute dall’Ue, Orbán ha perfino indetto un referendum nell’ottobre 2016: quorum del 50% mancato, ma il 98% dei votanti gli ha dato ragione. “L’immigrazione non è un fatto positivo e non rientra nel novero dei diritti umani”, chiarisce se mai ce ne fosse bisogno il portavoce del premier Zoltán Kovács
“L’Ungheria non è in senso stretto una dittatura, ma neppure più una democrazia liberale”, ha scritto il politologo britannico Timothy Garton Ash. “È un regime ibrido, in parte autoritario, che pone domande fondali sulla natura dell’Unione europea”. La quale è consapevole della popolarità degli autocrati che coltiva in seno. Ma mentre contro la Polonia, Bruxelles ha mostrato il pugno duro, l’atteggiamento verso il leader ungherese è molto più morbido. Sarà che Fidesz fa parte della grande famiglia del Partito popolare europeo di Angela Merkel, osservano in molti. Così, tra realpolitik e cinismo, l’Ue vuole illudersi che Orbán – uno e bino, liberale da giovane, teorico della “democrazia illiberale” ora – sia in fin dei conti meno brutto di quanto appare.
A tutta sanzione: Trump contro il cerchio magico di Putin
Questa volta, se vorrà rispondere colpo su colpo a Trump, Putin dovrà mirare alto e mettere, per esempio, al bando dalla Russia il ‘primo genero’ della Casa Bianca Jared Kushner. Gli Usa hanno adottato sanzioni contro 24 russi altolocati, fra cui 17 dirigenti governativi e 7 oligarchi – c’è pure l’ex genero di Putin Kirill Shamalov -, oltre che contro 14 entità russe. La mossa di Trump vuole punire le interferenze elettorali di Mosca in Usa 2016, su cui indaga il procuratore speciale per il Russiagate Robert Mueller, che Trump aveva sempre negato e che adesso sostiene siano state a vantaggio della rivale Hillary Clinton. Il magnate esaspera le tensioni con Russia, già corrose dalla ‘guerra delle spie’, proprio mentre acuisce quelle con Cina con la ‘guerra dei dazi’. Una strategia da ‘tanto nemici molto onore’.
Tra i russi colpiti, gli oligarchi Oleg Deripaska, stretto sodale del presidente Putin, Igor Rotenberg, Viktor Vekselrberg, capo del gruppo Renova, Alexiei Miller, capo di Gazprom, Andrei Kostin, responsabile della seconda banca russa Vtb, e Andrei Akimov, presidente di Gazprombank. In lista pure l’ex senatore Suleiman Kerimov, Ievgheni Shkolov, consigliere del presidente, il ministro dell’Interno Vladimir Kolokoltsev, Viktor Zolotov, che dirige la Guardia nazionale e il segretario del Consiglio di sicurezza Nikola Patrushev.
Misure – spiega il Dipartimento del Commercio – prese perché “il governo russo è coinvolto in una serie di attività nefande nel mondo, compresa l’occupazione della Crimea e l’istigazione alla violenza nell’Ucraina orientale, la fornitura di armamenti al regime di Assad che bombarda il suo popolo, i tentativi di sovvertire le democrazie occidentali e attività cibernetiche malevole”. Mancano solo l’avvelenamento della spia russa doppiogiochista Serghiei Skripal e il doping di Stato olimpico.
Battuto il pugno sul tavolo, Trump, come gli capita spesso, fa un passo indietro, o almeno di lato. Una fonte dell’Amministrazione assicura che “il dialogo con Mosca resta aperto”.
Stessa rabbia, stessi metodi Israele uccide 7 palestinesi
In mezzo a spesse nuvole di fumo causate dai pneumatici in fiamme e dai gas lacrimogeni, migliaia di abitanti di Gaza sono tornati a manifestare vicino alla barriera di confine con Israele. In centinaia si sono scontrati con l’esercito israeliano che cercava di tenerli “a distanza di sicurezza”, con idranti e munizioni vere. Sette morti e centinaia di feriti il bilancio di questo secondo venerdì che celebra la “Marcia del ritorno” e culminerà il 15 maggio, il Giorno della Nakba. La data della nascita di Israele nel 1948. La “catastrofe” per il palestinesi.
La protesta ieri è stata certamente minore di quanto avevano previsto gli organizzatori. Hamas, che governa questa minuscola fascia costiera impoverita e abitata da 2 milioni di persone, aveva invitato i manifestanti a presentarsi in numero ancora maggiore rispetto alla scorsa settimana, quando l’Idf aveva ucciso 16 palestinesi nel giorno più sanguinoso per Gaza dalla guerra del 2014. Stavolta, i manifestanti hanno cercato di ostacolare i cecchini israeliani bruciando cumuli di pneumatici e usando specchi per riflettere i raggi del sole negli occhi dei soldati, mentre altri tra la folla bersagliavano i soldati con pietre e bombe incendiarie. I militari israeliani hanno usato cannoni ad acqua e un gigantesco ventilatore per dissipare il fumo delle gomme ma hanno anche sparato munizioni vere contro chiunque abbia tentato di avvicinarsi alla Barriera.
L’esercito israeliano ha stimato l’affluenza di ieri in circa 20.000 persone. I portavoce di Hamas sostengono che la paura di inalare il fumo delle gomme bruciate ha certamente ridotto la folla. Le proteste mirano a mettere in luce la situazione dei profughi palestinesi, mentre gli Stati Uniti – ignorando le risoluzioni Onu – si preparano a trasferire l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme a metà maggio. Le manifestazioni raccolgono la rabbia di molti abitanti della Striscia: l’economia di Gaza affonda sotto il peso dei danni di guerra, dell’embargo imposto da Egitto e Israele e le sanzioni imposte dal governo palestinese in Cisgiordania.
La nuova strategia Hamas, che punta sulle proteste di massa è stata adottata dopo che la sua minaccia missilistica è stata ampiamente neutralizzata dal sistema israeliano di difesa missilistico “Iron Dome” e i suoi tunnel di attacco stanno per diventare obsoleti per la Barriera, anche sotterranea, che Israele sta costruendo lungo il confine. “Oggi inviamo un messaggio: la nostra lotta è senza armi e pistole, e aspetteremo e vedremo se il mondo riceve il messaggio e spinge Israele a fermare i suoi crimini contro il nostro popolo”, ha detto ieri uno dei leader di Hamas, Mahmoud al-Zahar . “Il nostro messaggio è semplice”, ha risposto parlando ieri con i giornalisti Nitzan Nuriel, ex direttore della Divisione antiterrorismo presso l’ufficio del premier, “puoi dimostrare quanto vuoi, ma non puoi toccare la Barriera di sicurezza verso Israele. Diventi un bersaglio”.
Consip, la Procura deposita il ricorso contro Scafarto
La Procura di Roma ha depositato ieri il ricorso contro la decisione con cui il Tribunale del Riesame, il 27 marzo scorso, ha annullato l’interdizione dal servizio per un anno per il maggiore del carabinieri, Gianpaolo Scafarto, indagato in un filone dell’inchiesta Consip per falso, rivelazione di segreto e depistaggio. Nel provvedimento che arriverà in Cassazione i pm Paolo Ielo e Mario Palazzi ribadiscono che, a loro dire, la condotta dell’ufficiale dell’Arma sia stata dolosa. Scafarto è accusato, tra le altre cose, di aver falsificato l’informativa del 9 gennaio 2017, nella parte in cui attribuiva la frase “Renzi l’ultima volta che l’ho incontrato” all’imprenditore napoletano Alfredo Romeo (a processo per corruzione di un dirigente Consip). A pronunciare quella frase, come riportato anche nei brogliacci delle intercettazioni, era stato l’ex parlamentare Italo Bocchino. Per il Riesame però quel falso non nasconde l’intento di tirare nell’indagine il padre dell’ex premier, Tiziano Renzi (indagato per traffico di influenze), bensì si tratterebbe di “errore involontario che l’esperienza giudiziaria permette di riscontrare quotidianamente nelle informative di polizia giudiziaria”. Ora sarà la Cassazione a mettere l’ultima parola.
La ’ndrangheta ferita: catturato il boss Pelle, padrino della politica
Un caminetto acceso e un divano in una casa tra la vegetazione. Siamo a Condofuri, a ridosso di un torrente che attraversa l’Aspromonte. In contrada Pistaria ci sono pastori che riposano nelle due abitazione vicine. Qui sul divano c’è un uomo che dorme. Si copre con un plaid. È disarmato. Indossa una tuta ed è pronto a scappare in qualsiasi momento. Da due anni. Si chiama Giuseppe Pelle detto Peppe Gambazza, classe 1960.
Fuori le sentinelle della ’ndrangheta lo dovrebbero avvertire in caso di pericolo. Non lo fanno perché non sentono e non vedono nulla. La notte sta filando liscia come tutte quelle che, dal 2016 a ieri, gli hanno regalato la libertà che per lo Stato non gli spetta. Più di cinquanta agenti della Squadra mobile di Reggio riescono ad avvicinarsi al casolare. Lo fanno a fari spenti, di notte, con i fuoristrada, l’unico mezzo in grado di attraversare il greto del torrente che costeggia la casa. La luce della stanza è spenta. Solo il fuoco del camino fa compagnia al boss.
Boom. Una porta sfondata. Fa in tempo a mettersi seduto. È circondato. Rispetto a due anni fa, quando si è dato alla macchia, è dimagrito. La latitanza è snervante. Stanca anche un uomo che, un po’ per vocazione e un po’ per tradizione di famiglia, di “lavoro” fa il ricercato. Come suo padre Antonio conosciuto da tutti come don ’Ntoni Gambazza: nel 2009 da fuggiasco è stato catturato dai carabinieri del Ros mentre era ricoverato in ospedale a Polistena, pochi mesi prima che morisse a 77 anni. Altre manette adesso stringono i polsi del figlio Giuseppe Pelle. Ora è lui il boss incontrastato di San Luca.
Il capo strategico della “Provincia” e reggente di una delle cosche più blasonate della ’ndrangheta sa quando è finita: “Mi arrendo, non sono armato”. Fucili e pistole lì dentro, a pochi centimetri dal suo divano, sono solo quelli di ordinanza, impugnati dagli uomini del questore Raffaele Grassi e del capo della mobile Francesco Rattà. Obiettivo raggiunto: Peppe Gambazza è ammanettato. L’erede di don ’Ntoni va in carcere. Come il suocero, l’ergastolano novantenne Francesco Barbaro detto u Castanu di Platì, del quale ha sposato la figlia. La latitanza di Peppe Gambazza si è conclusa sul divano dei pastori di Condofuri. Uno di loro, Mario Romeo, è stato arrestato per favoreggiamento.
Pelle deve scontare una pena residua di 2 anni e 5 mesi per associazione mafiosa e tentata estorsione. A luglio la Dda voleva arrestarlo nell’operazione “Mandamento Jonico” per aver tentato di accaparrarsi i proventi dei lavori pubblici realizzati da alcuni Comuni della Locride. L’ordinanza di arresto gli è stata notificata prima di essere accompagnato in carcere. Peppe Gambazza la leggerà in attesa del 41bis che affronterà con la consapevolezza di essere, come sostiene il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, “uno che opera nella terra di mezzo, quella che consente a chi sta sopra di interagire con chi sta sotto”.
Alle regionali del 2010, infatti, casa Pelle era diventata un luogo di pellegrinaggio per politici, aspiranti consiglieri regionali e futuri senatori come Antonio Caridi (sotto processo per mafia) all’epoca nominato assessore da Giuseppe Scopelliti, il governatore della Calabria finito in carcere giovedì perché condannato per falso nel processo sui conti del Comune di Reggio. Tra le frequentazioni di Peppe Gambazza c’era pure il commercialista Giovanni Zumbo. Amministratore giudiziario di beni sequestrati alle cosche, Zumbo era la “talpa” che forniva informazioni ai boss. Ha detto ai pm di essere massone, di appartenere ai Servizi e di conoscere Marco Mancini del Sismi. “Faccio parte di un sistema – dice Zumbo intercettato a casa di Pelle – che è molto più vasto… Ma vi dico una cosa in tutta onestà! Sunnu i peggiu porcarusi du mundu!”.