“Quell’uomo è un mafioso. Portava soldi di B. all’estero”

Doppio colpo di scena al processo Aemilia contro la ’ndrangheta emiliana. All’udienza del 5 aprile parla nel tribunale di Reggio Emilia Alfonso Paolini, con una dichiarazione spontanea che nega l’appartenenza alla cosca Grande Aracri. Replica il collaboratore di giustizia Salvatore Muto: “Lui (Paolini) incassava il pizzo in Emilia-Romagna dagli imprenditori già negli anni della cosca Dragone, prima di passare come tutti gli altri ai Grande Aracri”. Poi aggiunge: “Paolini e Giuseppe Ruggieri, il titolare dell’Italcantieri che poi è fallita, erano amici di Berlusconi e portavano assieme ai suoi figli i soldi all’estero che servivano per le tangenti, per le faccende legate a Mani Pulite”.

Anche quella di Muto è una dichiarazione spontanea e non ci sono domande o contestazioni a interromperlo quando distrugge a parole la maschera di persona perbene che Paolini si è cucito addosso. Parla con voce forte Salvatore Muto, scandendo bene le parole. È l’ex braccio destro di Francesco Lamanna, capo-cosca di Piacenza e riferimento in Emilia-Romagna per Nicolino Grande Aracri. Ha iniziato a collaborare a processo inoltrato, nel settembre 2017, confermando le accuse della Direzione Antimafia di Bologna. Alle simpatie di Paolini per Forza Italia Muto aveva già fatto cenno in passato, ricordando quando era giovane a Cutro (Crotone) e “tutta la cosca distribuiva volantini e attaccava manifesti per Forza Italia”. Era il 1994. Ma di viaggi all’estero e di tangenti non aveva mai parlato. Il senatore Niccolò Ghedini, avvocato di Berlusconi, contattato dal Fatto osserva che “si tratta di una notizia vaga, data in modo estemporaneo, priva di fondamento, leggeremo il verbale e valuteremo. Non mi risulta che il presidente conoscesse Ruggieri o Paolini”.

Paolini intanto una sua spiegazione del sostegno a Forza Italia l’ha data, ha dichiarato di essere “un venduto” e di “avere dato voti a tutti”. Ma tra i “tutti”, oltre agli ex sindaci di Reggio Emilia Antonella Spaggiari e Graziano Delrio, c’è anche l’attuale primo cittadino Luca Vecchi (Pd), eletto nel 2014: “Anche per Vecchi ho dato il voto signor presidente – ha detto Paolini –. La moglie del sindaco la conoscevo già quando studiava ’sta ragazza. Non mi ha mai chiesto niente. Poi mi ha chiesto il voto, e ho detto vabbè, ti do il voto. Uno vale l’altro”. La moglie a cui fa riferimento Paolini è Maria Sergio, originaria di Cutro e già chiamata in causa in passate udienze per le sue parentele con imputati eccellenti del processo. Ha sempre detto di essersi allontanata da Cutro ancora in fasce e di aver vissuto in Emilia-Romagna senza contatti con persone del suo paese d’origine. Sono tre a questo punto gli imputati che sostengono il contrario. Ma il sindaco e la moglie replicano: “Mai conosciuti, mai incontrati, i nostri legali sono incaricati di agire a tutela della nostra posizione”.

Otite, bimba di 2 anni muore dopo la visita in due ospedali

Un’otite degenerata in un ascesso cerebrale che è stato fatale. È morta così Nicole, una bambina di 4 anni di Gottolengo (Brescia). Un’infezione particolarmente aggressiva e acuta che l’ha portata alla morte. La piccola da un mese e mezzo aveva febbre e dolori al collo. I genitori, allarmati, prima l’hanno portata all’ospedale di Manerbio e alla Poliambulanza per una visita. Qui Nicole non ha ricevuto ricovero ed è stata mandata a casa. Allora i genitori hanno portato la piccola a Brescia, dove è deceduta nel reparto di Rianimazione pediatrica agli Spedali: l’infezione era in stato avanzato tanto da aver dato origine a un ascesso alla fossa cranica posteriore. “Nonostante inizialmente la paziente apparisse vigile e collaborante, – dice l’ospedale in una nota – con parametri vitali nella norma, l’esecuzione delle indagini neuroradiologiche documentava purtroppo la presenza di un grave ascesso cerebellare”. I genitori di Nicole hanno dato l’assenso al prelievo degli organi: fegato e reni verranno impiantati a tre bimbi. Intanto la Procura di Brescia ha aperto un fascicolo e ha disposto l’autopsia, mentre il ministro Lorenzin ha disposto l’invio della task force presso le strutture coinvolte per accertare quanto accaduto.

A Palermo e a Torino due prof pestati dai genitori

Travolto dall’ira per un rimprovero alla figlia, il padre di un’alunna palermitana dell’istituto “Abba Alighieri” si è precipitato a scuola intorno alle 14 di giovedi scorso a lezioni finite e nonostante due collaboratori scolastici, accortisi delle sue intenzioni, abbiano tentato di fermarlo, ha sferrato un pugno in faccia all’insegnante ipovedente “colpevole” dell’affronto. Il professore è finito al pronto soccorso con 25 giorni di prognosi per una forte contusione e un principio di emorragia cerebrale, mentre il suo aggressore ora rischia una denuncia per lesioni a pubblico ufficiale aggravate dall’esito del referto medico già trasmesso alla squadra mobile di Palermo e probabilmente anche dalla minorazione fisica della sua vittima. “Dalle prime voci sembrava che la ragazza avesse raccontato al padre di avere subito uno strattonamento, di essere stata sgridata – ha detto la preside Anna Maria Pioppo –. I fatti sono in corso di accertamento ma niente può giustificare il comportamento di quel genitore”. All’insegnante ipovedente è arrivata la solidarietà della preside e dei colleghi, dell’assessore regionale all’istruzione Roberto Lagalla e dell’Unione italiana ciechi: “Il docente è rimasto vittima di un gesto inqualificabile segno, dispiace dirlo, della perdita progressiva di autorevolezza dell’istituzione scolastica”, dice l’avvocato Tommaso Di Gesaro, presidente dell’Unione italiana Ciechi.

Un caso analogo è avvenuto all’Istituto tecnico commerciale Russell-Moro di Torino, dove un professore ha punito uno studente per un ritardo ed è stato picchiato dai genitori del ragazzo. Secondo quanto riferito dal sindacato Slc-Cgil, per punire lo studente del ritardo, l’insegnante lo ha mandato in biblioteca. Dopo che il giovane ha chiamato a casa, si sono presentati all’istituto il padre, con altri due parenti. Il professore è stato colpito con un pugno alla mandibola.

La 18enne rimorchiata in confessionale. “Sesso sul divanetto della sagrestia”

“Disse di essersi innamorato di me, mi riempiva di regali e disse che già da un anno voleva smettere di fare il prete. E dopo due o tre mesi mi convinse che dovevamo avere effusioni come due fidanzati normali”. Il resto del racconto diventa a luci rosse. E quel che accade, ovvero sesso orale e altro (ma senza un rapporto completo), accade sul divanetto del pian terreno de “La piccola casetta di Nazareth”, la sagrestia di don Michele Barone, 42 anni, il prete-esorcista di Casapesenna (in provincia di Caserta) in carcere con l’accusa di maltrattamenti, lesioni e violenze compiute durante gli esorcismi.

Lucia (il nome è di fantasia) è stata sentita il 9 marzo dagli agenti della Squadra Mobile di Caserta. Il verbale è stato allegato all’inchiesta dei pm di Santa Maria Capua Vetere Daniela Pannone e Alessandro Di Vico. Un pezzo di carta che trasforma in atto giudiziario le testimonianze raccolte dagli inviati de Le Iene, che hanno rivelato la vicenda delle violenze su una minore durante un esorcismo. E che sviluppa ulteriori sospetti sui metodi di don Michele, che approfittava della tonaca per attirare ragazze fragili e portarsele a letto. O sul divanetto della sagrestia. E se qualcuno bussava alla porta sul più bello? “Don Michele rispondeva che stava effettuando una confessione”.

Don Michele è accusato di violenza sessuale nei confronti di alcune donne e di maltrattamenti nei confronti di una ragazzina di 13 anni, affetta da un disturbo di conversione. Fu “curata” con i riti del prete e con il consenso dei genitori. L’ordinanza di arresto del 23 febbraio che ha svelato il caso della bambina ha avuto l’effetto di squarciare un velo di connivenze e protezioni. Ed altre presunte vittime si sono fatte avanti. Lucia è una di queste. E spiega fatti risalenti al 2002. Lei aveva 18 anni e viveva un momento difficile. Le conseguenze di un fidanzato lasciato da poco e di un rapporto conflittuale col padre. Don Michele si presenta come un amico che la vuole aiutare. Si reca in famiglia tutte le sere “per portare in casa la parola di Dio”, dice la ragazza. I genitori apprezzano. Poi, una sera, sull’uscio, il primo bacio. Qui finisce la storia del prete gentile e inizia quella di un uomo che cerca sesso. Anche virtuale. “Se non poteva vedermi mi telefonava chiedendomi di parlargli in modo che si masturbasse”. Le attività sessuali si trasferiscono a casa della ragazza “quando non c’era mia madre”. Lei ci sta. “Lui diceva di amarmi, che voleva avere una famiglia”. Lei però si rende conto che don Michele le sta mentendo. “Dopo un po’ capii che non avrebbe mai lasciato la tonaca. Gli dissi che volevo lasciarlo. Minacciò di suicidarsi”. Don Michele insiste, vuole un rapporto sessuale completo. Lei si rifiuta, vuole restare vergine, però acconsente ad andare in albergo a Giugliano per sottostare a rapporti anali. “Ma dopo un po’ mi rifiutai, provavo molto dolore”. La tresca finirà quando la madre di Lucia ne viene informata da un parente di don Michele. Tra le urla e gli schiaffi.

G8, paga anche Sabella Sei milioni per Bolzaneto

Per le loro azioni lo Stato ha dovuto pagare più di 6 milioni di euro a 155 persone picchiate e umiliate. Adesso ventotto tra medici, poliziotti, carabinieri e agenti della polizia penitenziaria dovranno restituire all’erario sei milioni di euro. Lo ha stabilito la Corte dei conti, sezione giurisdizionale della Liguria, al termine del processo sulle violenze avvenute nella caserma di polizia “Nino Bixio” a Bolzaneto, utilizzata come “penitenziario provvisorio” durante il G8 di Genova nel 2001 e diventata un luogo di tortura, come ha stabilito la Corte europea dei diritti umani lo scorso ottobre. La sentenza è stata depositata giovedì ed è stata rivelata ieri da repubblica.it.

Tra i condannati compare anche il magistrato Alfonso Sabella, già pm antimafia in Sicilia e in seguito assessore alla legalità del Comune di Roma con , di recente nominato consigliere della Corte dei conti e ora condannato dai colleghi. A tempi del G8 di Genova era a capo dell’Ispettorato del Dipartimento amministrazione penitenziaria e coordinatore delle attività detentive durante il vertice. Sabella e il generale Oronzo Doria, ex capo area degli agenti di custodia in Liguria, erano stati il primo archiviato e il secondo assolto in sede penale, ma qui l’allora procuratore Ermete Bogetti ne ha chiesto la condanna “in via sussidiaria” per “omesso controllo”: se ciascuno degli imputati minori rispondeva per i suoi singoli fatti, loro due – per la loro posizione apicale – sono ritenuti responsabili di una parte dei danni fatti dai loro sottoposti, calcolati dai giudici in 1.132.910 euro per Sabella e in 809 mila euro circa per Doria, sempre “in via sussidiaria”. Se alcuni tra i medici e gli agenti della polizia penitenziaria condannati non dovessero pagare il dovuto, allora loro dovranno suddividersi il mancante. Chi si trova di fronte a una cifra elevata da pagare è Biagio Antonio Gugliotta, sottufficiale della polizia penitenziaria che nel 2008 venne condannato a cinque anni di reclusione, la pena più alta stabilita nel processo penale. Dovrà restituire 458.477,54 euro al ministero della Giustizia.

Dovranno restituire al ministero dell’Interno 562mila euro Anna Poggi e Alessandro Perugini, condannati a pagare “in solido”. Condannati in questo modo anche Bruno Pelliccia ed Ernesto Cimino, che devono al ministero della Giustizia 372.896 euro. Anche le somme richieste ai medici sono alte: Giacomo Toccafondi che fu definito il “seviziatore di Bolzaneto” dovrà dare allo stesso ministero 330.896 euro; Aldo Amenta 321.454, Sonia Sciandra 194,5 mila euro e Marilena Zaccardi poco più di 181 mila.

I 6 milioni equivalgono alle provvisionali e alle spese legali di 155 parti civili effettivamente pagate dai ministeri dell’Interno, della Difesa e della Giustizia nel corso delle tre fasi del processo penale. Per l’accusa si sarebbe dovuto tenere conto anche del danno all’immagine dello Stato e delle varie amministrazioni, “che forse non ha pari nella storia della Repubblica”, scriveva il procuratore Bogetti nell’atto di citazione.

A livello penale soltanto sette condanne sono diventate definitive nel 2013 con la sentenza della Corte della Cassazione. La pena più alta (tre anni e due mesi) era stata inflitta all’assistente capo della Polizia di Stato Massimo Luigi Pigozzi, che divaricò le dita di una mano strappandone i legamenti a uno dei fermati; condanna a un anno per gli agenti di polizia penitenziaria Marcello Mulas e Michele Colucci Sabia; due anni e due mesi sono stati inflitti al medico Sonia Sciandra, condannata per falso ideologico, ma assolta dalla Cassazione per il reato di minacce. Infine ad un anno ciascuno sono stati condannati gli ispettori della Polizia di Stato Mario Turco, Paolo Ubaldi e Matilde Arecco, che avevano rinunciato alla prescrizione convinti di essere innocenti e quindi assolti. La Corte aveva poi assolto quattro agenti e dirigenti della polizia penitenziaria e ha confermato le prescrizioni per una trentina di imputati.

Sotto il vulcano, torna il romanzo del Novecento che fu

Nel lancio permanente di grandi scrittori, ecco il ritorno di uno scrittore. Malcolm Lowry nato nel 1909, vissuto solo 48 anni, sufficienti per morire devastato da alcol e psicofarmaci, sufficienti per produrre un capolavoro come Sotto il vulcano ora ripubblicato da Feltrinelli nella puntuale traduzione di Marco Rossari. Sotto il vulcano è un romanzo sulla forza ossessiva, ineluttabile dell’autodistruzione. Lo è nell’azione, il racconto delle ultime ore di vita del console inglese Firmin. Lo è nel tempo e nel luogo: tutto si svolge in un’immaginaria cittadina persa tra le giogaie del Messico il 2 novembre 1938, giorno dei morti. Lo è nella forma, che obbedisce alla dissoluzione della forma-romanzo; ma quel che in Joyce era vitalismo, in Proust estetismo, qui è avvolto in un velario funebre. Epitome dell’autodistruzione è l’autore, come Fitzgerald destinato a scivolare nella follia, ma senza jazz e senza champagne. Solo tequila, e non di prima qualità. È un libro stregato, Sotto il vulcano, per quella sua luce nera che illumina il passato, quando i libri erano streghe. Circondato da commissari, archeologi e salvatori del mondo, il console Firmin impegnato a distruggere se stesso fa la figura dell’alieno; ma è difficile indicare un romanzo più adatto a rappresentare la letteratura di quel secolo sotto il vulcano che fu il Novecento, il secolo in cui la letteratura fu questione di vita o di morte (preferibilmente di morte). Come direbbe il poeta, chiedi chi era Malcolm Lowry.

Quando la sinistra della Dc si oppose al duopolio tv

“Per trattare di una società televisivo-dipendente, il caso italiano si presta a meraviglia”

(da “La realtà televisiva” di Marino Livolsi – Laterza, 1998 – pag. 7)

Alla vigilia dell’udienza di Silvio Berlusconi al Quirinale, nel primo giro delle consultazioni per formare il nuovo governo, diversi osservatori si sono esercitati nell’immaginare l’imbarazzo che si sarebbe creato fra il presidente della Repubblica e l’ex Cavaliere, a causa dei suoi precedenti e delle sue vicende giudiziarie. Nel 1990, com’è noto, Sergio Mattarella fu uno dei cinque ministri della sinistra democristiana che, insieme a Mino Martinazzoli, Riccardo Misasi, Calogero Mannino e Carlo Fracanzani, si dimise da ministro della Pubblica Istruzione contro il voto di fiducia sulla legge Mammì imposto da Bettino Craxi al sesto governo di Giulio Andreotti. Cioè contro la legittimazione ex post della concentrazione televisiva di Berlusconi e contro l’instaurazione del duopolio tv che da allora ha dominato l’informazione e la cultura popolare nel nostro Paese.

Pochi, però, hanno ricordato in questa occasione che l’elezione di Mattarella ha rappresentato il “pomo della discordia” fra il leader di Forza Italia e l’ex segretario del Pd, Matteo Renzi, provocando la rottura del cosiddetto “patto del Nazareno”. Ma il caso ha voluto che l’incontro fra il capo dello Stato e l’ex Cavaliere avvenisse proprio all’indomani dell’accordo appena siglato fra Mediaset e Sky, la pay-tv del magnate Rupert Murdoch, per lo scambio di canali, piattaforme e prodotti televisivi dopo oltre un decennio di acerrima concorrenza. Se nel ’90 Mattarella s’era schierato contro la formazione del vecchio duopolio pubblico-privato, denominato Raiset, ora s’è ritrovato di fronte a un nuovo duopolio, con il polo privato ulteriormente potenziato dall’alleanza fra il Caimano e lo Squalo.

Spetterà all’Antitrust valutare la legittimità di questa operazione, sotto il profilo della concorrenza sia nel mercato televisivo sia in quello pubblicitario, a tutela degli utenti e dei consumatori. Ma si può dire fin d’ora che, quale che sia il responso dell’Autorità, il colosso Skyset realizza di fatto una maxi-concentrazione che minaccia di squilibrare ulteriormente il sistema televisivo italiano e indebolire in particolare il polo pubblico. Un’ipoteca, dunque, sul pluralismo e sulla libera concorrenza, rispetto alla quale il “no” di Mattarella e degli altri quattro ministri della sinistra dc assume retrospettivamente il valore di una testimonianza e di un monito.

Per il momento, un nuovo governo non c’è. E quindi, non si può dimettere nessuno. Ma sarebbe quantomai opportuno che i vari leader politici, a cominciare dai “due vincitori” delle ultime elezioni, si pronunciassero in modo chiaro ed esplicito su un’operazione di tale portata. Se non altro, per proporre limiti e regole che potrebbero ridurne i rischi o i pericoli, a garanzia di un equilibrio generale del settore: per esempio, in ordine alla raccolta pubblicitaria, alle rispettive quote di mercato e agli indici di affollamento.

Quanto alla televisione pubblica, nelle ultime settimane ne abbiamo già parlato ampiamente in questa rubrica. La nuova sfida del colosso Skyset potrebbe anche essere l’occasione propizia per fare o rifare la Rai. Vale a dire quella “tv della nazione”, come ha scritto nel suo blog sul FattoQuotidiano.it Giorgio Simonelli, docente di Storia della televisione e di Giornalismo televisivo, di cui qui abbiamo invocato più volte l’avvento. Una Rai dei cittadini piuttosto che una Rai dei partiti.

Mattarella il pedagogo che impone le mani

Siamo stati felici di apprendere dai giornali di ieri che nel caos post-elettorale, in una Roma in macerie e invasa dai topi, esiste un’oasi di pace e letizia, pacatezza e serenità: il Quirinale. Il suo principale inquilino Sergio Mattarella ne abita le stanze con sobrietà, ne percorre i corridoi con grazia lieve, quasi senza produrre suoni, come avesse le pattine di feltro ai piedi. Ora, questa abituale routine che è degli anziani e dei santi è stata rotta ieri l’altro dalle consultazioni con le delegazioni dei partiti. Se B. poteva benissimo sembrare uno dei questuanti che ogni tanto, accompagnati dagli avvocati, vanno a chiedere la grazia per cose di gattabuia, e Martina e Orfini scambiati senza danno per gli staffieri che portano il caffè e smistano la corrispondenza se non per parti della tappezzeria, figuratevi quando questo sant’uomo si è trovato davanti i populisti Di Maio e Salvini.

Chiunque avrebbe perso la testa. Mattarella no. “Con la sua abituale misura”, dice Sorgi su La Stampa, li ha fatti parlare e ha parlato con loro. E considerate che “Mattarella è sintetico, anzi laconico” (il manifesto), che questi due hanno vinto le elezioni ma sono pur sempre populisti, e un anziano in casa da solo, hai visto mai, se ne sentono tante in giro.

Mentre rintoccavano all’unisono i 205 orologi e pendole del Palazzo, è successa una cosa che ha dell’incredibile. A un certo punto, riferisce Sorgi che era testimone, “il Presidente si è trasformato in una sorta di Grande Pedagogo”. Sì, proprio lui, che ai più ingenui era apparso un “notaio della crisi, distaccato, muto e preoccupato solo di verificare se i partiti erano in grado di cavarsela da soli”, d’un tratto si è trasfigurato: “Mattarella, come aveva annunciato fin dalla vigilia dei suoi incontri, ha assunto invece un ruolo attivo”. Trasformatosi praticamente in Super Saiyan, ha impartito in quattro e quattr’otto ai due populisti una “lezione di metodo e di stile”, poi come niente fosse ha sfoderato l’arma della sua pazienza luminosa e, semplicemente imponendo “le mani del garbo dolente” (Merlo su Repubblica) sul capo dei due, ha infuso loro tutt’e quattro le virtù cardinali in una botta sola: “Quando Salvini, prima, e subito dopo Di Maio, sono usciti dallo studio alla Vetrata”, riferisce Sorgi quasi incredulo, “a prima vista, sembravano irriconoscibili: calmi, pacati, ben disposti al negoziato”, in poche parole “due leoni trasformati in pecorelle”, e questo solo dopo qualche minuto di quello che il quirinalista de La Stampa non esita a definire “il miracolo del primo giro di consultazioni” (figuriamoci come sarà il secondo).

Anche per Breda del Corriere, presente all’incontro nascosto dietro un arazzo, Mattarella coi capi di 5Stelle e Lega è “pedagogico” e soprattutto “educatore civico”, mentre per Guerzoni “si muove” continuamente: “per fare opera di trasparenza (e un po’ di pressione sui partiti)”, è “smart”, è un “Mattarella 2.0” che, snodatissimo, “si allontana dal tavolino basso con la composizione floreale e si posiziona davanti alla tv a circuito chiuso dello Studio alla Vetrata”. Invece con lo specchiato B., argine ai populismi, “è rimasto impassibile, una statua di sale”.

Anche all’incontro con Orfini, Martina, Delrio e Marcucci, non ha fiatato. Del ricevimento esiste una foto: seduti in circolo tipo alcolisti anonimi, il Capo dello Stato sulla poltrona più alta in evidente abbiocco post-prandiale, gli ambasciatori di Renzi con la schiena dritta e il culo in pizzo alla sedia, tipo Tognazzi in Venga a prendere il caffè da noi. Silenzio terrificante. Anzi, a dire il vero “il Capo dello Stato qualche cosa l’ha chiesta”, dice La Stampa: “Si è informato su chi del Pd abbia i maggiori contatti coi 5Stelle”. (Purtroppo nessun giornale riporta se dopo che B. se ne’è andato Mattarella ha fatto controllare se per caso mancassero delle posate d’argento dal servizio buono).

Moro, la commissione e il lavoro non finito

Quella parola che ti aspetti finalmente la trovi verso la metà della relazione finale. È innegabile, hanno scritto i membri dell’ultima commissione sull’uccisione di Aldo Moro che “con il concorso di forze diverse si venne a creare una posizione processuale particolarmente garantita” nella quale il ruolo di testimone di Valerio Morucci scoloriva in una opaca funzione di consulente, “quasi realizzando concretamente una trattativa che veniva pubblicamente negata”.

Una trattativa per chiudere gli anni del terrorismo brigatista. Lo Stato, impersonato da pubblici ministeri, Servizi di sicurezza e uomini politici, ha trattato con le Brigate rosse una verità “dicibile” sulla morte del presidente della Democrazia cristiana. Tutti costoro hanno nomi e cognomi. Ma quello su cui ancora forse non abbiamo avuto il tempo di riflettere è che si propose allora (un periodo che va tra la fine degli anni Ottanta e la fine dei Novanta) qualcosa di molto simile all’altra trattativa: quella che pochi anni dopo vide coinvolti alcuni degli stessi protagonisti politici in un patto con i boss di Cosa Nostra.

Viene da pensare che sia un “vizio” delle nostre istituzioni, quando si tratta di spiegare vicende troppo scomode se fossero completamente conosciute, si cercano accordi che chiudano per sempre quella fase storica, e consentano di aprirne un’altra, con nuovi interlocutori. Due trattative dunque, diverse eppure con elementi in comune: le carceri, i presidenti Cossiga e Scalfaro, i servizi segreti e gli uomini della P2, e sempre sullo sfondo Gladio e le verità negate e altre vittime senza una pace.

Ho pensato a questa storia che si ripete riflettendo sulle conclusioni della Commissione su Moro. Una volta affermatasi, di processo in processo, la verità di Valerio Morucci (poi condivisa da tutti o quasi i capi brigatisti) e ricondotta l’uccisione dello statista a un doloroso capitolo di terrorismo nostrano, sono di colpo spariti tutti quei collegamenti con i servizi segreti stranieri, con le centrali in Francia, con le minacce e le intrusioni degli anglo-americani, con i referenti italiani della P2, con gli ambienti infiltrati dell’Autonomia, con il dover fare i conti con la verità indicibile: Moro fu ucciso e la sua scorta sterminata perché il suo progetto politico era insopportabile per gli interessi delle potenze straniere. Ed è importante il racconto che si snoda nel libro di Giovanni Fasanella (Il puzzle Moro, Chiarelettere) che già contiene le conclusioni della Commissione.

A questo punto però resta una domanda importante: la Commissione non ha potuto oppure non ha voluto fare qualche passo avanti, individuare gli strateghi e i mandanti stranieri e italiani, mettendo alle strette i pochissimi testimoni ormai rimasti?

Un lavoro importante, dunque, quello della commissione Fioroni, purché non sia considerato definitivo o ci si affidi alla speranza che la magistratura avrà più coraggio. Attorno a noi giornalisti impegnati nella cronaca dei 55 giorni, così vicino alle nostre strade, si stava svolgendo l’atto di terrorismo più grave del Ventesimo secolo. Era impossibile capire tutto allora. Così come era difficile, nel ’92, intuire tutte le finalità e i beneficiari dell’uccisione di Falcone e Borsellino. Ma oggi non possiamo dimenticare e nemmeno accettare uno Stato che insista a rinunciare alla verità per trattarne una di comodo con i soliti mandanti, strateghi ed esecutori.

Mail box

 

Questa sinistra ha perso i suoi valori fondamentali

Sono un giovane lettore del Fatto e ho bisogno di un chiarimento su un dubbio che mi affligge da molto tempo.

Sono cresciuto in una famiglia che mi ha sempre trasmesso valori di sinistra, mio nonno mi raccontava di grandi uomini come Gramsci, Togliatti e Berlinguer ed ero certo di conoscere i temi fondamentali per i quali la sinistra si batteva, però quello che sta accadendo in Italia mi sta facendo ricredere.

Stiamo assistendo quasi ogni giorno a giornalisti e politici di “sinistra” che denigrano il Sud perché secondo loro “i 5 Stelle hanno spopolato grazie alla proposta del reddito di cittadinanza”, deridono il presidente della Camera perché ha lavorato in un call center e ripetono demenzialmente che il Pd non deve assolutamente allearsi con quei populisti, straccioni e ignoranti del M5S. Eppure ero convinto che dare aiuto ai più deboli, difendere i diritti dei lavoratori, combattere l’evasione fiscale e il conflitto di interessi fossero temi di sinistra, davvero non ci ho capito niente?

Andrea Grimaldi

 

DIRITTO DI REPLICA

Una battuta del direttore Padellaro sullo Scudo Crociato ha riacceso sulle vostre colonne un diritto di replica di un’associazione Dc a proposito dell’uso del simbolo e di una presunta sentenza della Cassazione che avrebbe riacceso i motori della Democrazia Cristiana. Cogliendo il diritto di replica vorrei assicurare ai lettori del Fatto, alla cui famiglia appartengo, un’informazione definitiva e in parte inedita su questa vicenda. La premessa è la buona fede dei signori Cerenza e De Simoni. La sentenza citata esiste ma è la conclusione di una controversia tra il sottoscritto, legale rappresentate del Cdu e dunque dello scudo crociato, e il dottor Pino Piazza che vantava una presunta titolarità sul simbolo. È vero che la Cassazione nelle motivazioni censurò le modalità con cui Martinazzoli aveva proceduto allo scioglimento della Democrazia Cristiana, ma non indicò affatto modalità di recupero, al contrario nessun Tribunale ha mai messo in discussione gli atti posti in essere degli eredi della Dc.

Peraltro la Democrazia Cristiana fondata da Alcide De Gasperi ha un codice fiscale che è lo stesso dal 1946, tuttora esso è attivo essendo la Dc proprietaria ancora di importanti immobili la cui gestione è in capo al Partito Popolare di Castagnetti in virtù di accordi che assegnarono ai Popolari il patrimonio, al Cdu poi Udc l’uso dello scudo crociato e alla mia associazione l’uso del nome Democrazia Cristiana. Tutto ciò è così vero che l’utilizzo da parte mia e da parte dell’onorevole Cesa del simbolo non è mai strato inibito in tutte le occasioni in cui abbiamo presentato liste pur se non sono mancate iniziative contrarie spesso piratesche. Avendo premesso la buona fede degli amici Cerenza e De Simoni vorrei formulare attraverso il Fatto una proposta politica: visto che Cesa può usare il simbolo ed io il nome, ammesso anche un diritto da loro rivendicato sull’uno e l’altro, ed essendo nel frattempo rimasti come i quattro gatti cossighiani, perchè non riflettiamo assieme sulla possibilità di rilanciare nome e simbolo in un’iniziativa comune e nuova?

Si intestino gli amici Cerenza e De Simoni un’iniziativa, io sono disponibile e penso anche l’onorevole Cesa.

Di anomalo ci sarebbe solo che la Dc rinasce per la via del Fatto Quotidiano, ma Padellaro, si sa, è sempre stato un amico di noi democristiani.

Gianfranco Rotondi

 

Più che amico, cultore della materia.

AP

 

 

Egregio Direttore, Marco Palombi nel suo articolo del 5 aprile su Il Fatto Quotidiano scrive: “Il ministero di Padoan ha scritto un anno fa – nel Def 2017 – che una manovra simile, quella di Monti, ci è costata minor crescita per 300 miliardi in 4 anni (75 miliardi l’anno, il 4,7% del Pil in media) …”.

Senza entrare nel merito dell’articolo, osserviamo che l’analisi citata è stata oggetto di un’importante precisazione da parte dello stesso ministero.

Nella Nota di Aggiornamento del Def, pubblicata il 23 settembre 2017, si corregge l’interpretazione erronea data da alcuni a tale analisi : “[…] i risultati ottenuti con le sopracitate simulazioni […] non devono essere letti come una rivisitazione critica della manovra di finanza pubblica introdotta a fine 2011 in risposta a gravi tensioni nel mercato dei titoli di stato.

In quelle circostanze, il miglioramento del saldo di bilancio fu parte di un pacchetto di misure strutturali volte a recuperare la fiducia degli investitori e a ripristinare ordinate condizioni di finanziamento non solo del debito pubblico ma anche, indirettamente, del sistema bancario”.

Ufficio stampa del Sen. Mario Monti

 

Tradotto: il Tesoro non ha smentito i numeri della simulazione, ma dice che la manovra era “giustificata” per via del contesto internazionale (“recuperare la fiducia degli investitori”), opinione – non fatto – su cui ci sarebbe da discutere.

Come che sia, la ratio per cui quella simulazione è finita nel Def non è criticare il senatore Monti, ma far capire all’Ue che non era il caso di imporci una nuova manovra “Salva-Italia”: forse è cambiato il contesto…

Ma. Pa.