Mi sembra che alle autorità competenti sia sfuggita un’altra complicazione relativa alla questione dei sacchetti biodegradabili, oltre a tutte quelle elencate nei due articoli a pag. 9 de il Fatto Quotidiano del 5 aprile. La illustro con un esempio: io porto da casa 5 miei sacchetti bio, che hanno tutti i requisiti igienici, ecc. Al supermercato impiego i sacchetti per l’acquisto di frutta e verdura: riempio un sacchetto, lo poso sulla bilancia e questa mi sforna il biglietto adesivo col prezzo, da attaccare al sacchetto stesso; la bilancia non è così intelligente da capire che il sacchetto è mio, e quindi applicherà ugualmente il solito sovrapprezzo per l’uso del sacchetto bio. E così con gli altri 4 sacchetti. Si capisce che il personale alla cassa, oltre a dover controllare l’igiene ecc., dovrà anche stornare dal prezzo complessivo della mia spesa il costo delle mie 5 sportine bio, altrimenti io non risparmierei nulla. La spesa si complica “’na cifra”.
Gentile Giovanardi, la questione dei sacchetti bio è tutt’altro che risolta con buona pace dei milioni di italiani che da gennaio sono infuriati e indispettiti per una legge che, nata per una logica ecologista, ha finito per arricchire il business di un settore dominato da una manciata di aziende. E, mi permetta, la complicazione da lei sollevata non è rilevante. I giudici hanno, infatti, confermato che è possibile utilizzare i sacchetti reperiti dal cliente solo per l’acquisto di ortofrutta. Zucchine, mele, insalata o patate che, però, vengono pesate su bilance che non conteggiano già il prezzo della sportina nello scontrino che emettono. Solo gli addetti del reparto gastronomia, pescheria o macelleria solitamente impostano a mano il sovrapprezzo per l’acquisto di insaccati, formaggi, pesce o carne. Prodotti che, comunque, restano fuori dalla sentenza. La questione è un’altra: si continueranno a spendere da uno a 3 centesimi in più a sacchetto per frutta e verdura (che fanno circa 14 euro in più all’anno a famiglia), fino a quando il ministero della Salute non emanerà un decreto ad hoc. Regolamento che non arriverà tanto presto visto che la patata bollente se la ritroverà sulla scrivania il prossimo ministro della Salute. Quando ce ne sarà uno. Fino ad allora chi farà lo sceriffo alle casse dei supermercati? A chi, tra gli addetti, sarà affidato l’arduo compito di annusare le bioshopper portate da casa e sentenziare che siano nuove? Fermo restando che qualcuno di noi abbia una scorta di sacchetti in dispensa. Speriamo che prevalga il buon senso condiviso anche dalla grande distribuzione con il ritorno gratuito dei sacchetti.