Sacchetti bio. Il problema è come fare i controlli in attesa del regolamento

Mi sembra che alle autorità competenti sia sfuggita un’altra complicazione relativa alla questione dei sacchetti biodegradabili, oltre a tutte quelle elencate nei due articoli a pag. 9 de il Fatto Quotidiano del 5 aprile. La illustro con un esempio: io porto da casa 5 miei sacchetti bio, che hanno tutti i requisiti igienici, ecc. Al supermercato impiego i sacchetti per l’acquisto di frutta e verdura: riempio un sacchetto, lo poso sulla bilancia e questa mi sforna il biglietto adesivo col prezzo, da attaccare al sacchetto stesso; la bilancia non è così intelligente da capire che il sacchetto è mio, e quindi applicherà ugualmente il solito sovrapprezzo per l’uso del sacchetto bio. E così con gli altri 4 sacchetti. Si capisce che il personale alla cassa, oltre a dover controllare l’igiene ecc., dovrà anche stornare dal prezzo complessivo della mia spesa il costo delle mie 5 sportine bio, altrimenti io non risparmierei nulla. La spesa si complica “’na cifra”.

Gentile Giovanardi, la questione dei sacchetti bio è tutt’altro che risolta con buona pace dei milioni di italiani che da gennaio sono infuriati e indispettiti per una legge che, nata per una logica ecologista, ha finito per arricchire il business di un settore dominato da una manciata di aziende. E, mi permetta, la complicazione da lei sollevata non è rilevante. I giudici hanno, infatti, confermato che è possibile utilizzare i sacchetti reperiti dal cliente solo per l’acquisto di ortofrutta. Zucchine, mele, insalata o patate che, però, vengono pesate su bilance che non conteggiano già il prezzo della sportina nello scontrino che emettono. Solo gli addetti del reparto gastronomia, pescheria o macelleria solitamente impostano a mano il sovrapprezzo per l’acquisto di insaccati, formaggi, pesce o carne. Prodotti che, comunque, restano fuori dalla sentenza. La questione è un’altra: si continueranno a spendere da uno a 3 centesimi in più a sacchetto per frutta e verdura (che fanno circa 14 euro in più all’anno a famiglia), fino a quando il ministero della Salute non emanerà un decreto ad hoc. Regolamento che non arriverà tanto presto visto che la patata bollente se la ritroverà sulla scrivania il prossimo ministro della Salute. Quando ce ne sarà uno. Fino ad allora chi farà lo sceriffo alle casse dei supermercati? A chi, tra gli addetti, sarà affidato l’arduo compito di annusare le bioshopper portate da casa e sentenziare che siano nuove? Fermo restando che qualcuno di noi abbia una scorta di sacchetti in dispensa. Speriamo che prevalga il buon senso condiviso anche dalla grande distribuzione con il ritorno gratuito dei sacchetti.

Bologna, il tribunale sequestra il sito antibufale “Butac”

Poteva essere una bufala e invece no. Il sito BufaleUnTantoAlChilo da ieri non è più raggiungibile all’indirizzo Butac.it: al suo posto la scritta “Sottoposto a sequestro preventivo”. La pagina web, che dal 2013 si occupa di verificare le notizie diffuse in rete e via social network è stata sequestrata per decisione del gip del Tribunale di Bologna su richiesta del pm Augusto Borghini, in seguito a una querela per diffamazione per un articolo pubblicato nel 2015 dal titolo: “L’oncologo olistico e l’autoguarigione”. Protagonista della vicenda, un medico oncologo iscritto all’albo, che promuove la medicina olistica e che si è rivolto alla Procura di Brindisi per denunciare il sito che confutava le sue tesi. I magistrati pugliesi hanno poi girato gli atti ai colleghi di Bologna e la polizia postale dell’Emilia-Romagna ha eseguito il sequestro disposto dal giudice. “Mi sembra una decisione un po’ esagerata disporre il sequestro dell’intero sito per un articolo di tre anni fa – commenta il fondatore del sito, Michelangelo Coltelli – la decisione presuppone che si consideri il sito pericoloso. Francamente mi sembra troppo”.

Finpiemonte, arrestato l’ex presidente

Da enfant prodige della sinistra subalpina a manager di successo fino alla cella delle “Vallette” per un affare sospetto. È la storia di Fabrizio Gatti, 57 anni, ex presidente di Finpiemonte (la finanziaria della Regione Piemonte) arrestato ieri mattina all’alba dalla Guardia di finanza di Torino, mentre a Terni e a Roma scattavano le manette per Pio Piccini (già coinvolto nel crac Agile-Eutelia) e Massimo Pichetti. Oltre a loro, due presunte “teste di legno” sono indagate in concorso. Il sostituto procuratore Francesco Pelosi li accusa di peculato continuato e aggravato dal danno patrimoniale di rilevante gravità.

Tra il giugno 2016 e il febbraio 2017 da un conto aperto da Finpiemonte alla Vontobel Bank di Zurigo sono partiti tre bonifici per sei milioni di euro destinati a due società, la Gesi riconducibile a Piccini e la elvetica P&P Management di Pichetti. Quest’ultima è quella che ha fornito la fidejussione proprio da sei milioni con cui il tribunale di Torino ha dato l’ok alla ristrutturazione dei debiti della Gem immobiliare, società di Gatti che era sul punto di fallire dopo un investimento sbagliato. Ai creditori, però, non è arrivato nulla.

Le presunte irregolarità sono state denunciate dal successore di Gatti alla guida della cassaforte della Regione Piemonte, il professore Stefano Ambrosini che di Gatti è stato l’avvocato in quel procedimento civile: “Non posso negare che, sul piano strettamente umano, mi dispiaccia molto per Fabrizio Gatti – ha spiegato – Va da sé, tuttavia, che il ruolo istituzionale che ricopro mi abbia imposto e mi imponga di non deflettere neppure per un attimo dal più rigoroso rispetto della legge e della tutela di Finpiemonte”.

Dopo l’arrivo di Ambrosini nell’estate scorsa, durante un controllo di routine si scopre un investimento da 45 milioni di euro in un fondo speculativo creato dalla banca di Zurigo che aveva portato a una perdita per Finpiemonte di circa 5 milioni. C’erano poi i tre bonifici alle società legate a Gatti. Ambrosini informa la giunta di Sergio Chiamparino (Pd) e il 7 novembre parte un esposto alla procura. Dalla Svizzera arrivano documenti e informazioni utili all’inchiesta e il 14 marzo il pm Pelosi chiede la custodia cautelare in carcere accordata dal Gip Rosanna La Rosa. Dietro l’arresto – spiegano al palazzo di giustizia – c’è la necessità di evitare che Gatti, Piccini e Pichetti comunichino con altre persone e inquinino le prove per il proseguo dell’inchiesta, che verterà su eventuali complici dentro Finpiemonte. Lunedì prossimo il rappresentante della Regione nell’assemblea dei soci proporrà un’azione di responsabilità contro l’ex presidente: “Il nostro cliente attende di chiarire la propria posizione davanti ai pm – spiegano gli avvocati di Gatti, Luigi Chiappero e Luigi Giuliano – Peraltro ha sempre ribadito la sua estraneità ai fatti contestati e in particolare alla effettuazione dei tre bonifici destinati a società estranee alla operatività di Finpiemonte”. “La progettazione di questa operazione non era protesa a danneggiare la finanza pubblica”, spiega l’avvocato di Piccini, Manlio Morcella. Anche Pichetti si dice estraneo ai fatti contestati: “Il mio cliente ha fatto soltanto da intermediario finanziario”, sostiene il suo legale Francesco Emanuele Salamone.

Eni, non c’è due senza tre Mazzette anche in Congo

I pm milanesi sono a caccia di tangenti Eni anche in Congo. Dopo aver avviato inchieste e processi per corruzione internazionale in Algeria e Nigeria, ora indagano anche su presunte mazzette proprio nel Paese africano dove ha iniziato la sua carriera, nel 1994, l’attuale amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi (già rinviato a giudizio per la vicenda nigeriana). Due giorni fa, il 5 aprile, la Guardia di finanza ha eseguito una serie di perquisizioni a Milano, Roma e Montecarlo – come ha raccontato il Corriere della Sera – che hanno disvelato l’esistenza di un’inchiesta con sei indagati che riguarda le concessioni petrolifere in Congo, del valore di almeno 350 milioni di euro. Per ottenere il rinnovo della concessione, l’Eni avrebbe pagato un sovrapprezzo di circa il 10 per cento, preteso dalle autorità congolesi come promozione dell’economia del Paese.

I soldi sarebbero però andati a politici e amministratori, dunque pubblici ufficiali, della Repubblica democratica del Congo, attraverso una società, la Aogc (Africa Oil and Gas Corporation) controllata di fatto da Denis Gokana, consigliere del dittatore locale Denis Sassou Nguesso. Non solo: una parte di quel denaro sarebbe poi tornata a manager Eni italiani, attraverso una società britannica, la Wnr (World Natural Resources) che i pm milanesi Paolo Storari e Sergio Spadaro ritengono riconducibile a Roberto Casula, capo delle attività di esplorazione del gruppo petrolifero italiano (e imputato con Descalzi anche per la vicenda nigeriana). Alla Wnr sarebbe stato ceduto dalla congolese Aogc il 23 per cento dei suoi diritti d’esplorazione. Con Casula sono indagati la manager Eni Maria Paduano, l’ex dirigente Agip Andrea Pulcini, l’allora dirigente nigeriano di Agip Ernest Olufemi Akinmade, l’uomo d’affari Alexander Haly e la stessa Eni, in forza della legge 231 sulla responsabilità amministrativa delle società.

La storia è antica. Gokana era il presidente della società petrolifera di Stato Snpc quando il predecessore di Descalzi, Paolo Scaroni (anch’egli imputato nel processo Nigeria) trattava accordi con il governo del presidente eterno, Sassou Nguesso. Tre anni fa la questione del rapporto tra Gokana e la società Aogc, da lui fondata nel 2003 e poi ceduta, fu sollevata da un articolo del Times che ricordava come Eni avesse ceduto alla Aogc una quota del suo business di estrazione del greggio in Congo. Il consigliere Eni Luigi Zingales fece notare alla presidente di Eni, Emma Marcegaglia, che già nel 2011 la società specializzata Risk Advisory aveva informato l’Eni che uno dei quattro personaggi a cui Gokana aveva ceduto le quote della Aogc era suo cugino. Marcegaglia gli rispose accusandolo di condurre “un’attività di indagine di tipo inquisitorio” e di “accreditare sul piano della verità fattuale delle mere congetture giornalistiche”, e gli rivolse una dura intimazione: “Non posso consentire che sia messo in dubbio l’operato del management e delle strutture, in carenza di elementi materiali e gravi”. Due mesi dopo queste email, Zingales si è dimesso e le autorità americane hanno aperto un’inchiesta proprio sulla vicenda del giacimento congolese, Marine XII.

Già il 18 luglio 2014 la questione della corruzione internazionale era stata al centro di un duro scontro nel consiglio d’amministrazione Eni. Al solito Zingales, che sollevava dubbi sulle due diligence (le verifiche per essere certi che i partner locali non siano legati a pubblici ufficiali, non siano cioè lo schermo per tangenti agli uomini di governo), Descalzi rispondeva a muso duro. Dal verbale: “Fa presente che conosce da molti anni le persone in questione. Casula non ha avuto alcun avviso di garanzia. Sono comunque persone che lavorano in azienda da trent’anni, non hanno mai avuto una macchia e non si sente di criminalizzarli e di mandarli via. Sono persone rette e non dei criminali. (…) Ritiene legittimo che siano poste domande e sollevate questioni, nell’interesse della società, ma le insinuazioni, senza la conoscenza e la verifica dei fatti e delle persone, non sono accettabili, perché offendono la dignità delle persone”. Due giorni dopo Descalzi era a Brazzaville a firmare un nuovo accordo con il dittatore Sassou Nguesso, alla presenza del premier italiano Matteo Renzi.

All’assemblea di bilancio del maggio scorso, Descalzi ha così risposto alla domanda di un azionista: “Ulteriori approfondimenti effettuati in Congo da Eni non avevano individuato la presenza di legami familiari tra Gokana e Bantsimba, e la stessa Aogc aveva inoltre certificato a Eni l’assenza di rapporti familiari tra alcuno dei beneficiari della società e pubblici ufficiali”. La linea del negare sempre tutto, finora ha pagato. Descalzi regna indisturbato sull’Eni pur essendo indagato da tre anni e mezzo e oggi rinviato a giudizio per le mazzette nigeriane. Dei suoi sei riporti diretti, due (Casula e Antonio Vella) sono a giudizio, un terzo, Massimo Mantovani, è indagato come presunto capo dell’associazione a delinquere finalizzata a depistare le indagini, montando a Siracusa un processo farlocco per mettere nei guai Zingales.

Dopo Caltagirone, Benetton: in Generali salgono i soci italiani

I soci italiani delle Generali salgono nell’azionariato. Ieri Edizione, la Holding del gruppo Benetton, ha superato la soglia di rilevanza del 3% nel capitale della compagnia assicurativa. Negli ultimi giorni anche il socio storico Francesco Gaetano Caltagirone ha portato la sua partecipazione al 4%. Sommato al 3,16% di Leonardo Del Vecchio (Luxottica) e all’1,7% del gruppo De Agostini il fronte italiano oggi vale quasi il 12% del capitale della compagnia triestina. Considerando anche il 13,4% oggi in mano a Mediobanca si arriva a un nocciolo tricolore del 25%. Il motivo di questi movimenti non è ancora chiaro ma di sicuro è accelerato dall’assemblea dei soci che si terrà il prossimo 19 aprile, anche se all’ordine del giorno non ci sono temi rilevanti. L’arrocco italiano è un ulteriore ostacolo a possibili acquisizioni straniere. Un’ipotesi che ritorna ciclicamente, come all’inizio del 2017 quando venne svelato il piano di Intesa Sanpaolo di prendersi le Generali per impedire possibili scalate da parte dei francesi di Axa e dei tedeschi di Allianz. I movimenti si inseriscono anche nel quadro della lotta per il controllo di Tim tra i francesi di Vivendi e il fondo Usa Elliott.

I pm: “Prosciogliere Profumo e Viola”

Alessandro Profumo e Fabrizio Viola non hanno falsificato i bilanci di Mps e non hanno ingannato il mercato. Ne è certo il pubblico ministero di Milano, Stefano Civardi, che ieri in sede di udienza preliminare ha chiesto il proscioglimento con formula piena degli ex vertici di Rocca Salimbeni. Già nel settembre 2016, Civardi – insieme ai colleghi Giordano Baggio e Mauro Clerici – aveva richiesto l’archiviazione per i reati di falso in bilancio e aggiotaggio per i due manager, ma il giudice Livio Antonello Cristofano, ad aprile 2017 ne ha disposto l’imputazione coatta, così gli stessi magistrati hanno disposto come atto dovuto il rinvio a giudizio per i due. Ieri si è svolta l’udienza preliminare e il pm ha formulato la richiesta di proscioglimento “perché il fatto non sussiste” per Profumo, Viola, per l’ex presidente del collegio sindacale, Paolo Salvadori, e per la stessa Mps, imputata per la responsabilità amministrativa degli enti. Sarà ora il gup, nell’udienza del 27 aprile, a decidere se accogliere o meno la richiesta di proscioglimento.

La vicenda è relativa alla rappresentazione dei derivati Alexandria e Santorini sottoscritti rispettivamente con la Nomura e Deutsche Bank che secondo l’accusa avrebbero causato 1,2 miliardi di perdite e poi chiusi tra il 2015 e il 2016.

I due prodotti finanziari, stando alla ricostruzione compiuta dalla Procura di Siena nell’inchiesta madre su Mps poi trasmessa a Milano, erano stati usati dai vecchi vertici di Rocca Salimbeni (in particolare il presidente Giuseppe Mussari e l’amministratore delegato Antonio Vigni) per mascherare a bilancio la crisi di liquidità a seguito dell’esborso di 9 miliardi per l’acquisto di banca Antonveneta da Santander e di altri successivi 8 miliardi per coprire i debiti che l’istituto padovano aveva in pancia. Nel 2013 Profumo e Viola hanno sostituito Mussari e Vigni e secondo il giudice che ne ha disposto il rinvio a giudizio coatto anche loro sarebbero responsabili di non aver contabilizzato correttamente i derivati nei bilanci 2012-2015 perché i due prodotti sono stati conteggiati a “saldi aperti” e non “chiusi”, in pratica rimandando il conteggio del loro valore effettivo ai successivi conti economici. Nell’udienza di ieri il pm ha però specificato, tra l’altro, che Profumo e Viola si sono attenuti alle disposizioni ricevute da Consob e Banca d’Italia e quindi non c’era l’intenzione di truccare i bilanci né le perdite.

A Milano si celebra anche l’unico processo rimasto a carico dei vecchi vertici Mussari e Vigni e altri dieci manager in particolare per le operazioni relative ai derivati.

Lo scorso dicembre, la Corte di Appello di Firenze ha assolto tutti gli imputati dall’accusa di ostacolo alla vigilanza di Palazzo Koch. Mentre lo scorso 8 marzo il Tribunale di Siena ha deciso il non luogo a procedere per avvenuta prescrizione nei confronti dei tre imputati compreso l’ex capo area finanza del Monte, Gianluca Baldassarri, accusato di associazione a delinquere e di far parte della cosiddetta “banda del 5%”. Il giudice non ha riconosciuto l’aggravante della transnazionalità del reato che è così andato prescritto.

Ora Alitalia vola con i soldi che deve ai suoi dipendenti

“Non abbiamo toccato i 900 milioni di euro di prestito che il governo aveva concesso un anno fa all’Alitalia”, ripetono i tre commissari straordinari della compagnia, Luigi Gubitosi, Stefano Paleari ed Enrico Laghi, volendo suggerire che sono bravi e meritano gli applausi. Forse hanno ragione, anche se bisogna credere sulla parola a quel che dicono perché le informazioni ufficiali da Fiumicino al momento latitano e non c’è alcuna documentazione contabile a supporto di affermazioni del genere.

Di sicuro Alitalia in questi mesi si è di fatto finanziata con i soldi dei dipendenti, gli oltre 10 mila addetti in cassa integrazione a rotazione e i 300 a zero ore (giovedì la durata della Cassa è stata prorogato di altri 6 mesi). È paradossale, ma è così. Ogni mese molti lavoratori Alitalia riscuotono meno di ciò che per legge dovrebbero percepire. Nel frattempo Alitalia non versa o versa a spizzichi e con estremo ritardo ciò che dovrebbe dare a un Fondo di solidarietà del trasporto aereo, istituito a suo tempo proprio per accrescere gli importi della cassa integrazione normale. Non si tratta di spiccioli, ma di cifre nel complesso rilevanti: da almeno 36 milioni di euro secondo i calcoli più prudenti fino a oltre 70 da maggio a dicembre 2017, senza contare i tre mesi dell’anno in corso.

Tra i diretti interessati tutti conoscono quest’andazzo, dall’Inps ai ministeri dei Trasporti e dell’Economia, fino all’Enac, l’Ente dell’aviazione civile: tutti informati in via ufficiale della vistosa anomalia. Anche i sindacati sono ovviamente al corrente del trattamento riservato ai lavoratori, ma si voltano dall’altra parte, come dovessero rispettare un tacito accordo. Solo il Cub-Confederazione unitaria di base dei Trasporti di Antonio Amoroso sta rompendo il circolo vizioso del silenzio con un esposto di 6 pagine all’Ispettorato del lavoro di Roma e alla Procura della Repubblica di Civitavecchia, competente per territorio sulle vicende dell’azienda aerea di Fiumicino.

Il dirigente sindacale chiede all’autorità giudiziaria di “accertare e valutare se nel comportamento dei commissari e dei dirigenti Alitalia sia riscontrabile un’ipotesi di responsabilità contabile ovvero di peculato d’uso nell’ipotesi di accertato uso momentaneo e/o di mancato riversamento tempestivo del denaro pubblico”.

Sentita dal Fatto, Alitalia riconosce che “con l’apertura dell’amministrazione straordinaria il processo di pagamento ha subito un iniziale, fisiologico, rallentamento che tuttavia” sarebbe “ormai superato e i pagamenti in corso”.

Il Fondo di solidarietà del trasporto aereo è costituito presso l’Inps e alimentato in piccola parte da un contributo pagato dai datori di lavoro (0,375 per cento), dai lavoratori (0,125 per cento), e in misura preponderante con la cosiddetta addizionale comunale sui diritti di imbarco pagata dai passeggeri in partenza dagli aeroporti italiani. Funziona così: il passeggero acquista il biglietto di una compagnia, non solo Alitalia, ma pure Ryanair, Lufthansa eccetera, e una parte del prezzo viene versata dalla compagnia stessa al gestore dell’aeroporto che a sua volta la gira in qualità di semplice agente contabile al Fondo di solidarietà e in parte minore ai comuni sede di aeroporto e ai vigili del fuoco.

Istituito dalla legge finanziaria del 2004 il Fondo è stato ritoccato una decina di volte nel corso del tempo, 14 anni fa l’addizionale era di appena 1 euro, oggi è di 6,5 euro in tutti gli aeroporti italiani e 7,5 euro a Fiumicino e Ciampino. Al Fondo vanno 5 euro a biglietto negli scali nazionali e 6,5 euro in quelli romani.

Come riportato anche dall’agenzia specializzata Avionews, Alitalia da tempo non è in regola: o non versa del tutto o versa con estremo ritardo, ben oltre i tre mesi di dilazione consentiti dalle norme. La vicenda dei pagamenti irregolari di Alitalia fu rivelata dal Fattoquotidiano.it il 25 maggio di un anno fa. Il sito online del nostro giornale scrisse che Alitalia non stava pagando i diritti di imbarco in numerosi aeroporti italiani e che i gestori di questi ultimi minacciavano di bloccare sulle piste gli aerei della compagnia italiana. Il 2 luglio Alitalia comunicò agli aeroporti che avrebbe pagato e così è stato, dai versamenti ha escluso però le addizionali comunali, cioè soprattutto i soldi per il Fondo di solidarietà.

Prima della fine dell’anno la maggior parte dei gestori aeroportuali ha segnalato ufficialmente l’anomalia a tutti i diretti interessati, dall’Inps fino ai ministeri. Ma poco o niente è cambiato.

Rimosso dal Comune di Roma il manifesto contro l’aborto

I tecnici del Comune di Roma hanno ordinato la rimozione del maxi-cartellone dell’associazione ProVita che da giovedì campeggiava nella zona Aurelio della Capitale: l’immagine, che copriva l’intera facciata di un palazzo, mostrava un feto di 11 settimane e la scritta “sei qui perchè tua mamma non ti ha abortito”. Una campagna espressamente contro la legge 194, che quest’anno compie quarant’anni e prevede la possibilità di interrompere la gravidanza entro il primo trimestre di gestazione. Già in passato erano stati vietati altri manifesti simili, perché in contrasto con le prescrizioni previste dal Regolamento in materia di Pubbliche affissioni di Roma Capitale, che vieta “esposizioni pubblicitarie dal contenuto lesivo del rispetto di diritti e libertà individuali”. I rappresentanti dell’associazione ProVita ieri hanno ovviamente gridato alla censura e il presidente del Family Day Massimo Gandolfini è arrivato a parlare di un “ignobile tentativo di nascondere la verità degno delle peggiori ideologie totalitarie”.

De Magistris in mostra sulla scrivania-bancarella

Gufi, corni e civette. Papa Francesco ed Ernesto Che Guevara. I pulcinella. Ninnoli sparsi ovunque. L’agenda rossa di Paolo Borsellino. La statuina di San Gennaro. La miniatura della chitarra di Pino Daniele. Tutto accatastato sulla scrivania e alle spalle del sindaco di Napoli. Un po’ alla rinfusa e un po’ no. Da shakerare e offrire liscio alle telecamere durante una intervista del Tg 3 Campania, e di rimbalzo sui social che ne stanno facendo strame di commenti, apprezzamenti, sfottò, prese di distanza.

Di una cosa siamo certi: la scelta di Luigi de Magistris di addobbare il tavolo di lavoro come una allegra e variopinta bancarella del mercatino delle pulci di Poggioreale, imbandita di simboli della napoletanità mischiati a icone universali, risponde a una precisa strategia comunicativa. Una strategia che fa di lui un unicum del panorama politico. Fatta di un mix di segnali espliciti e di segnali subliminali per suscitare empatie, rinsaldare legami emotivi e marchiare i confini del proprio territorio.

La foto con Papa Francesco è un segnale esplicito: sono un sindaco che predica amore nella “città dell’amore”, figura allegorica usata diverse volte nei comunicati stampa. Il gufo: segnale subliminale di un antirenzismo dichiarato, richiamo al Matteo Renzi che chiamava ‘gufi’ quelli che si opponevano alle sue meravigliose azioni di governo, e De Magistris che reagì dichiarando Napoli ‘Città Derenzizzata’. Come l’Italia del dopo elezioni.

Prendi invece l’Agenda Rossa. Nobilissima scelta custodire il ricordo della figura di un magistrato che ha sacrificato la vita per combattere la mafia e da ex pm De Magistris ha spesso ricordato di essersi ispirato a Paolo Borsellino. Ma chi di voi a casa sistema un libro sulla scrivania affinché venga visto da chi vi sta di fronte? De Magistris fa così. Affinché il messaggio resti stampato in chi guarda le interviste. Meraviglioso.

Napoli prima di tutto. San Gennaro, il santo patrono. Scioglie il sangue, passa la paura. Pulcinella. Poteva mancare Pulcinella? Un ricordo di Pino Daniele, scomparso troppo presto. Mancano solo un gagliardetto del Napoli calcio e una maglietta di Maradona. I corni, Napoli capitale della scaramanzia, si pensò a un corno gigante per il Natale, sarà anche un luogo comune, ma andatelo a spiegare a quella parte di popolo che si fa interpretare i sogni per giocare i numeri al lotto del popolo che ama, odia e vota.

Eppoi Napoli nel cuore. Napoli liberata dall’emergenza rifiuti, ecco il modellino di un cassonetto della spazzatura, che farebbe arricciare il naso sulla scrivania di un qualsiasi commercialista o avvocato. Napoli rivoluzionaria. “Abbiamo scassato” l’urlo di De Magistris fresco di vittoria nel 2011, fasciato dalla bandana arancione. Di qui le foto di Ernesto Che Guevara. Lui che liberò Cuba e provò a fare lo stesso in Bolivia. Un guerrigliero che è morto da guerrigliero. De Magistris combatte ancora. La sua futura rivoluzione, se ci riuscirà, sarà quella di liberare Napoli dai debiti di bilancio senza vendere lo stadio San Paolo.

L’Anac stronca il maxicontratto di Fazio, ma la Rai secreta tutto

Equilibrio tra costi e ricavi discutibile, con il sospetto che la Rai abbia dovuto ritoccare al ribasso il costo degli spot, incassando di meno. Criticità nella stipula del contratto a Fabio Fazio e Officina. Più una pioggia di omissis e cancellature sulle cifre, e non solo, chiesti da Viale Mazzini. Ieri è stata resa nota dall’Anac (Autorità Anti-corruzione) la delibera inviata alla Corte dei Conti con cui si chiede di indagare sull’operazione Fazio: il trasloco di Che tempo che fa da Rai3 a Rai1 la domenica sera con tanto di mega-contratto per il conduttore e la sua società di produzione. Rispetto alle anticipazioni, dopo un esame della documentazione fornita dalla Rai e aver ascoltato il vertice, l’Anac (innescata da un esposto del dem Anzaldi) mette nero su bianco le sue perplessità su un contratto che la tv di Stato ha sempre difeso sostenendo di averci guadagnato, perché “una fiction in prime time costa molto di più dei 450 mila euro a puntata di Che tempo che fa”, secondo le parole del dg Orfeo. Lo stesso conduttore, in un’intervista, ha sottolineato come “il programma è pressoché interamente ripagato con la pubblicità”.

Ebbene, secondo Cantone le cose non stanno esattamente così. In primo luogo perché i ricavi pubblicitari possono essere solo presunti. Gli spot, infatti, sono venduti secondo determinate “fasce di share”: se la percentuale scende, anche il costo della pubblicità diminuisce o gli inserzionisti ricevono una compensazione. “Tali costi oggi non sono ancora quantificabili, né risultano stime approssimative che Rai possa esibire essendo tale valutazione effettuabile a consuntivi da Rai Pubblicità”, si legge nella delibera. I punti di share su cui viene fissato il costo degli spot sono coperti dagli “omissis” di Viale Mazzini, ma la delibera dice che “tali punti percentuali sono stati successivamente rettificati dalla Rai”. Viale Mazzini sarebbe dunque intervenuta in corso d’opera per abbassarli dopo aver visto lo share effettivo del programma. Secondo Anac, inoltre, dopo le prime 10 puntate lo share si è attestato su valori che non escludono “il rischio di una possibile sovrastima dei ricavi ipotizzati”.

A questo punto bisogna ricordare qualche cifra. Il contratto di Fazio vale 2 milioni e 240 mila euro a stagione per 4 anni (8,9 milioni). Per i diritti del format Viale Mazzini pagherà 2 milioni e 816 mila euro (704 mila l’anno). Poi ci sono 12 milioni alla società Officina, creata ad hoc da Fazio, per la produzione del programma nella stagione 2017-2018, compresa la seconda serata del lunedì e la trasmissione di Massimo Gramellini Le parole della settimana. Una cifra considerevole che la Rai ha giustificato sostenendo che, a ridosso della scadenza, Fazio avesse già un preaccordo con un diretto competitor (sconosciuto). Viale Mazzini ha così dovuto accordarsi su quelle cifre per non farsi strappare Fazio dalla concorrenza e ha dovuto farlo in fretta: “I tempi previsti per la pianificazione e allestimento dei palinsesti e le correlate scadenze hanno comportato un’accelerazione delle attività Rai finalizzate alla negoziazione con l’artista (Fazio, ndr) e con Officina”.

C’è poi un’altra anomalia, questa volta procedurale. Il fatto che con il conduttore risulti “essere stato stipulato un contratto preliminare”, per Anac, va contro il Codice degli appalti. In secondo luogo, “circostanza ancor più anomala è che il contratto sia stato sottoscritto da una persona fisica che ha assunto il ruolo di garante in qualità di socio di persona giuridica non ancora costituita al momento della stipula del preliminare”. Insomma, il fatto che Fazio si sia fatto garante per Officina quando essa ancora non esisteva violerebbe le regole. Su tutto ciò ora è chiamata a rispondere la Corte dei Conti, che dovrà stabilire se il mancato rispetto dei costi/ricavi abbia comportato un danno erariale per la Rai.