Dazi, Trump prepara nuova stretta contro la Cina e attacca il Wto

Dopo aver rilanciatosui dazi nei confronti della Cina, Donald Trump se la prende anche con l’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto). Ieri Pechino ha assicurato di non temere di pagare il prezzo di una guerra commerciale con Washington e si è dichiarata pronta “ad andare fino alla fine”. Dopo che la Cina aveva annunciato ricorso al Wto contro le decisioni del presidente americano, Trump ha commissionato ai suoi funzionari di identificare ulteriori categorie di beni importati da Oltreoceano a cui applicare tariffe per 100 miliardi di dollari, per poi prendersela con il Wto, che sarebbe “ingiusto” con Washington e avvantaggerebbe l’economia cinese. L’ultimo provvedimento di Trump si aggiunge ai circa 50 miliardi di dazi annunciati tra il 3 e il 4 aprile. L’ambasciatore cinese al Wto, Zhang XiangchenZhang, intanto, aveva già assicurato che Pechino provvederà a rispondere a Trump, mettendo nel mirino i prodotti Usa, target di misure “equivalenti per scala e intensità” a quelle americane.

I vecchi mali del giornalismo: “Guardate chi sono gli editori”

Fake news, editori impuri, ingerenze politiche: che cosa minaccia la credibilità del giornalismo italiano? Ieri ne hanno discusso Marco Travaglio, Mario Calabresi, Enrico Mentana, Giuliano Ferrara e Luciana Castellina intervenendo a un dibattito organizzato dal direttore di MicroMega Paolo Flores d’Arcais nel teatro Sala Umberto di Roma. “Nel 2012 tutti i giornali si schierarono dalla parte di Mario Monti quando disse ‘no’ alle olimpiadi di Roma – la posizione di Travaglio – mentre 5 anni dopo gli stessi quotidiani lanciarono una campagna contro la scelta di Virginia Raggi”. Per comprendere il problema, dice Travaglio, basta guardare chi è proprietario dei gruppi editoriali in Italia: “È gente che nella vita si occupa di cliniche private, politica, automobili, e poi con l’ultimo dito della mano sinistra fa anche l’editore, in totale conflitto di interessi”. Una situazione in cui, secondo Giuliano Ferrara, non si devono idealizzare i giornalisti: “Sono dipendenti degli editori, è assurdo pretendere terzietà. Fanno inevitabilmente politica e non ci trovo niente di male”. Parere ben diverso da quello di Enrico Mentana: “Il dovere del giornalista è informare, non formare. Non è vero che non si possa essere neutrali”. E se Luciana Castellina preferisce “i giornali che dicono chiaramente da che parte stanno, piuttosto che mascherarsi da neutrali”, Flores d’Arcais ha ricordato come gli stessi quotidiani che criticavano le leggi vergogna di Berlusconi non abbiano battuto ciglio mentre Renzi, negli ultimi anni, completava l’opera “con riforme ancora peggiori”. “Non mancano giornalisti liberi – sostiene Calabresi – il problema sono le continue minacce della malavita e le querele intimidatorie e temerarie che arrivano dai potenti, con il solo obiettivo di zittire le voci pericolose”.

“Il dossier choc all’azienda, non ai pm”

“Ai cittadini non li hanno dati. Ai magistrati li avrebbero dati a processo già deciso. Ma viene il dubbio che i risultati della ricerca del Cnr sull’eccesso di mortalità intorno alla centrale a carbone siano invece stati dati alla società Tirreno Power che gestisce l’impianto”. Matteo Ceruti – avvocato che assiste i comitati di cittadini savonesi parte civile nel processo per l’inquinamento a Vado Ligure – annuncia un’iniziativa: “Bisogna fare chiarezza. Vogliamo capire se ci sia stata un’omissione negando i dati ai cittadini. O se possa esservi stata rivelazione di documenti riservati comunicandoli invece all’impresa”.

Ieri il Fatto Quotidiano aveva rivelato il contenuto di una ricerca compiuta dal Cnr nelle zone vicine alla centrale savonese. Si parlava di “eccessi di mortalità per entrambi i sessi tra il 30 e il 60%” nelle zone esposte agli inquinanti. Adoperando i dati del Cnr – che per la prima volta esamina i decessi dal 2001 al 2013 – le morti in eccesso nelle zone esposte si calcolerebbero in quasi 4mila (2.600 solo nelle aree di massimo rischio).

Ma a colpire i cittadini, oltre alla drammaticità dell’analisi, c’è la data posta in calce al documento: luglio 2017. Da mesi l’avvocato Ceruti e i comitati avevano chiesto formalmente alla Regione di ottenere le carte con un regolare accesso agli atti. Bocciato. Respinto anche il ricorso presentato al difensore civico regionale.

Alla fine Andrea Melis, consigliere regionale M5S, è riuscito ad avere le carte e a portarle ai pm savonesi che seguono l’inchiesta. Proprio il prossimo 12 aprile si terrà l’udienza chiave che deciderà del rinvio a giudizio degli imputati. “La decisione rischiava di essere presa senza conoscere i dati del Cnr”, sottolinea Ceruti.

Com’è possibile che dopo nove mesi la ricerca non fosse ancora arrivata ai magistrati? “A me risulta che il documento sia arrivato in Regione in autunno”, dichiara al Fatto il governatore della Liguria, Giovanni Toti. Tre mesi dopo che il Cnr aveva consegnato le carte all’Istituto di Epidemiologia Clinica dell’Irccs San Martino di Genova? “Questa circostanza non la conoscevo”, risponde Toti. Ma dall’autunno a oggi cosa è successo? “So che il documento era stato affidato all’Osservatorio regionale Salute e Ambiente e al Comitato Scientifico di Valutazione. Che lo stanno discutendo e hanno espresso dubbi. A maggio sarebbe stato reso pubblico”, riferisce Toti. Dieci mesi per studiare 51 pagine? A maggio, proprio un mese dopo la fase chiave del processo? “Non conosco i tempi necessari agli studiosi per analizzare le carte”.

Risposte che non soddisfano i comitati savonesi dei cittadini. A sollevare ulteriori dubbi è stato il comunicato di Tirreno Power diffuso dopo l’articolo del Fatto: “Sono inconsistenti le conclusioni che ipotizzano un collegamento tra le emissioni della centrale a carbone e una responsabilità per la salute degli abitanti”, dice l’azienda. Quindi il passaggio che ha suscitato i dubbi: “Questa opinione – scrive Tirreno Power – è espressa anche nei pareri scientifici degli esperti che hanno esaminato lo studio e hanno valutato incongrue le conclusioni a cui è giunto”. Ma l’avvocato Ceruti ora chiede chiarezza: “Se lo studio era riservato, se nemmeno magistrati e cittadini hanno potuto vederlo, come può la società che gestisce l’impianto oggetto dell’inchiesta conoscere ‘i pareri scientifici degli esperti’?”.

Dati personali, il governo depenalizza le violazioni

È stato l’ultimo atto del Consiglio dei ministri del governo Gentiloni prima delle vacanze di Pasqua: in analisi preliminare è stato approvato uno schema di decreto legislativo che ha prima allertato il garante della privacy europeo e poi mobilitato gli esperti italiani. In pratica, nella bozza del testo per il recepimento, a maggio, delle nuove disposizioni europee per la protezione dei dati personali si depenalizza il trattamento illecito dei dati personali degli utenti. Restano solo le sanzioni amministrative.

Una decisione che arriva nel pieno delle polemiche sulla gestione dei dati da parte di Facebook contro cui, ieri, l’Antitrust italiano ha annunciato l’apertura di un’istruttoria per presunte pratiche commerciali scorrette. La magagna è emersa durante un convegno del 27 marzo scorso: organizzato da Assonime (l’Associazione delle società italiane per azioni), prevedeva quasi quattro ore di discussione su come l’Italia dovrà adattarsi al nuovo regolamento europeo sulla privacy che entrerà in vigore il 25 maggio prossimo. In collegamento da Washington, a chiudere i lavori, c’era il Garante europeo per la protezione della privacy, Giovanni Buttarelli. “Quello che ho visto mi trova profondamente deluso per il tipo di approccio tecnico, per la sostanza e per alcune scelte di fondo che trovo un’occasione perduta e non conforme né alla legge delega né al regolamento comunitario – ha detto Buttarelli – Abolire il 167 (l’articolo del codice della Privacy sul trattamento illecito dei dati personali, ndr) e non perfezionarlo merita un ripensamento”.

Il riferimento, senza mezzi termini, era allo schema di decreto circolato ufficiosamente tra gli addetti ai lavori. Un documento non definitivo: dovrà infatti essere sottoposto all’esame delle Commissioni parlamentari (non essendosi formate dovrà occuparsene la commissione speciale) e poi al parere del garante della Privacy. Nella bozza, in sostanza, le sanzioni penali sono state sostituite da quelle amministrative. “È stato un brutto infortunio normativo – ha continuato Buttarelli, la maggiore autorità sul tema – c’è il rischio che le imprese interpretino le sanzioni soltanto come una posta di bilancio”.

La risposta è arrivata a stretto giro. Allo stesso convegno era presente Giusella Finocchiaro, avvocato e ordinario di Diritto privato e di diritto di Internet all’Università di Bologna e presidente del gruppo di lavoro che ha redatto il decreto. Le sanzioni penali, ha detto, sono raramente utilizzate dalle corti italiane. L’idea è che le imprese siano più preoccupate dalle sanzioni amministrative, fino a 20 milioni o fino al 4% del fatturato. “Il Regolamento precisa che l’imposizione di sanzioni penali non deve essere in contrasto con il principio del ne bis in idem… che vieta un sistema a doppia sanzione e a doppio processo”, ha spiegato la Finocchiaro in un articolo sul suo sito. Il principio però si applica solo nei casi di condotte simili. La semplice violazione dei dati da parte di un’azienda incauta non è ad esempio comparabile con una operazione di spionaggio. Tanto che si sta già lavorando per modificare il testo. “È una questione di superficialità – spiega Fulvio Sarzana, avvocato specializzato sui temi legati al web e al digitale – non è immaginabile che si arrivi a un mese e mezzo dalla scadenza con queste problematiche ancora aperte. È un atto importantissimo sul quale sarebbe stato opportuno discutere meglio”.

Miccichè, presidente dell’Ars alla guerra dei “portaborse”

”Dovrei già essere al Teatro Politeama per partecipare alla fiaccolata indetta in occasione della Giornata mondiale dell’autismo e, invece, sono ancora a casa a leggere carte. Da queste scopro che all’Ars sono state fatte molte assunzioni di collaboratori dei deputati con fattispecie contrattuali inaudite”. Lo dice il presidente dell’Assemblea regionale siciliana, Gianfranco Miccichè, in un post su Facebook, in merito alla pioggia di assunzioni di collaboratori e portaborse effettuate dai gruppi parlamentari a Palazzo dei Normanni.

“Da lunedì – assicura – metterò mano a una riforma radicale di tutto questo sistema che ha ben tre bacini di precari: gli stabilizzati, i cosiddetti portaborse e i collaboratori previsti dal decreto Monti che destina 58mila euro a ogni singolo parlamentare per circondarsi di ulteriori esperti. Così non può andare. Questo sistema deve essere cambiato” conclude l’esponente di Forza Italia, già viceministro dell’Economia, eletto poche settimane fa alla guida dell’Assemblea regionale siciliana.

Faenza, Pranzo di nozze al Museo

Ormai è diventato di moda, in cambio di un po’ di euro, concedere le sale espositive di un museo pubblico per una festa di compleanno o di nozze. È successo al Palazzo Ducale di Mantova per il genetliaco con danze della concittadina Emma Marcegaglia. È risuccesso alla Reggia di Caserta, dopo il canottaggio nella Vasca del Vanvitelli (piuttosto sporca, si è letto sui giornali), per un matrimonio sontuoso in sale non aperte al pubblico, ha precisato il ministro Franceschini. Tuttavia, per l’evento, sono stati occupati cortili e scaloni, coi tecnici degli addobbi floreali a cavalcioni dei grandi leoni marmorei. Domenica 18 marzo la Pinacoteca Comunale di Faenza – opere dai maestri del ‘200 a De Chirico – è stata concessa per il ricevimento e il pranzo nuziale della figlia di un industriale locale. La Pinacoteca è stata riconvertita in un vero e proprio ristorante coi tavoli imbanditi e le sedie distanti addirittura pochi centimetri dalle tele esposte. Un certo frisson (esotico o circense, chissà) all’evento lo dava un leone impagliato sdraiato all’ingresso delle sale espositive. Corrispettivo per la gentile concessione? Il restauro di un’opera della Pinacoteca Comunale. La quale era finita nelle cronache cittadine a fine febbraio per il furto di un dipinto del XIII secolo, facilitato dall’assenza di apparati di videosorveglianza e di allarme. C’è da augurarsi che nel frattempo il museo ne sia stato dotato. In ogni caso la cultura ne esce ancora una volta bastonata.

Papà non ci sente, mamma dimentica e Dibba telefona

Domenica sera sono stata ospite di Massimo Giletti, a Non è l’Arena. Tra una domanda e l’altra il conduttore mi ha domandato se, come ho raccontato sui miei social tempo fa, fosse vera la storia che mio padre, a 84 anni, avesse riacquistato entusiasmo per la politica e per i 5 Stelle, con tanto di campagne elettorali particolarmente insistenti all’interno del nucleo familiare alla vigilia delle elezioni del 4 marzo. Gli ho spiegato divertita che in effetti mio papà da un anno circa ha questo innamoramento adolescenziale per Alessandro Di Battista e che forse, chissà, Dibba è il figlio che avrebbe desiderato avere e invece gli sono toccata io.
La cosa pareva finita lì e invece dopo la messa in onda dell’intervista ricevo un sms da Di Battista (che tra l’altro non conosco): “Hey Selvaggia, vorrei telefonare a tuo padre per ringraziarlo, che ne dici?!”. Sorrido come una liceale, penso a mio papà che risponde al telefono e sente Dibba che gli dice “Ehi Nicola!” e tutto d’un tratto capisce che non sono poi tutta ‘sta ciofeca di figlia. È il mio riscatto con lui. È la laurea che non ho mai preso. È il pianoforte che non ho mai voluto imparare a suonare.

Poi, passato l’entusiasmo iniziale, mi si presenta davanti la situazione che è meno liscia di quello che sembra. Vado a spiegare perché.

I miei genitori sono persone meravigliose ma abbastanza naïf. Vivono lontano dal centro di qualsiasi cosa in una borgata con pochi abitanti che sembra West World dopo un’apocalisse nucleare. La borgata con case di tufo è una zona di campagna tra Civitavecchia e Tarquinia segnalata da alcune mappe tedesche della Seconda guerra mondiale, forse, ma non sulla Lonely Planet, ecco. I miei genitori non hanno un telefono fisso, l’antenna tv prende canali in base al vento del giorno: con lo scirocco si vede la Rai, con la tramontana Mediaset. Sky è una cosa di cui i miei hanno sentito parlare ma non sanno se esiste veramente, tipo gli elfi dei boschi. O la fidanzata di Garko.

Non hanno computer e connessione internet, il che è un bene, così non sanno che per un buon cinquanta per cento di utenti della civiltà 2.0 la mia collocazione giusta sarebbe sotto un tir.

Possiedono però un cellulare con i numeri grossi come il Pantheon che spesso dimenticano spento. Non sanno leggere gli sms né inviarli ma insomma, ogni tanto ricevono e fanno chiamate, sebbene il segnale in casa sia abbastanza incerto. Insomma, sono genitori.

Quindi Dibba potrebbe provare a chiamarli oggi e trovare libero il 26 ottobre, penso.

Ma neanche questa è la parte più complessa.

La parte più complessa è che mia mamma ha qualche problema con la memoria a breve termine e che mio padre è sordo ma sordo tipo che se un jet rompe il muro del suono lui dice: ha bussato qualcuno alla porta? Considerate che quando vado da loro e accendo incautamente la tv impostata col volume con cui l’ascolta mio papà, il cane si nasconde sotto al comò e per farlo uscire mi tocca cucinargli roast-beef.

Questa storia è motivo di ilarità da sempre anche perché mio padre se la vive con grande autoironia, ma resta il fatto che quando io sono in un luogo pubblico e parlo – urlo – al telefono con mio papà, sembra sempre che abbia un parente a Narnia o che sia riuscita a stabilire un contatto con Doc di Ritorno al futuro. Realizzo dunque che papà potrebbe avere qualche problema di conversazione e quindi lo chiamo e gli urlo: “Papà, ti chiamerà Di Battista. Fai una cosa. PASSAGLI MAMMA così poi lei ti riferisce!”. “Eh sì, certo, così poi tua madre attacca e si scorda cosa mi deve riferire!”. Merda. Comincio a essere dispiaciuta del fatto che mio padre non abbia dato il voto a Berlusconi, se non altro perché Silvio per ringraziarlo al massimo gli avrebbe mandato una baldracca a casa e in definitiva sarebbe stato tutto più semplice.

Penso a come risolvere la faccenda, anche perché non voglio privare mio padre dalla più grande gioia della sua vita dopo l’ultimo derby vinto dal Genoa contro la Sampdoria. Che è accaduto non proprio di recente. Allora scrivo a Di Battista il seguente messaggio: “Chiamalo pure ma mi raccomando: urla come Grillo nelle piazze”.

Penso che se mio papà avesse votato Salvini sarebbe stato tutto più semplice. Salvini lo avrebbe ringraziato con un post su fb del tipo: “Amici, ringraziamo insieme questo anziano signore bianco che ha lavorato tutta la vita per il paese e si è ritrovato con questa grandissima stronza di figlia buonista!”. I suoi due milioni di civilissimi follower mi avrebbero dato della zoccola e sarebbe stato tutto più liscio.

Comunque. Alla fine Di Battista – sant’uomo – chiama davvero mio papà. Me lo riferisce lui, ma io me ne convinco solo quando me lo conferma anche Dibba. Il dubbio che lo avesse chiamato un operatore Fastweb e mio papà fosse andato avanti per mezz’ora a dirgli “Ti stimo anche per questa cosa che te ne vai in Guatemala!” e quello gli avesse risposto “Ma va a caghèr!” come l’operatore Aci al mitico Furio di Bianco, Rosso e Verdone un po’ ce l’avevo, lo confesso. Invece no, si sono parlati davvero. Giuro. Cosa si siano detti però è e resterà (giustamente) mistero fitto, anche perché esistono – inevitabilmente – due versioni contrastanti. Entrambe belle però. Di sicuro, mio padre si conferma un grillino particolarmente affezionato e rappresentativo dell’indole degli elettori: puoi provare a spostarli dalle loro convinzioni, ma tanto loro da quell’orecchio non ci sentono. Mio padre nello specifico, neanche dall’altro.

Vabbè, tutto questo per dire una cosa: ti si vuole bene, Dibba. E anche a te papà. Anzi: ancheeee a te papàààààààà.

P.s. Sarebbe stato tutto più liscio se mio padre avesse votato Renzi. Matteo lo avrebbe ringraziato dicendo “Lei è la dimostrazione che i giovani credono ancora nel Pd!” e tanti saluti.

Lunedì si decide se dare a LeU la deroga per fare un gruppo

Nelle scorse legislature è stata praticamente sempre concessa e chissà che lunedì non arrivi anche per gli eletti di Liberi e Uguali: una deroga al Regolamento della Camera, secondo il quale si può costituire un gruppo parlamentare se vi sono almeno 20 aderenti. Quelli di LeU ne hanno solo 14 (tra cui l’ex presidente della Camera Laura Boldrini) ma non vogliono rimanere nel calderone del gruppo misto. Così hanno chiesto all’ufficio di presidenza di Montecitorio di fare un’eccezione. Lunedì alle 17 la questione verrà esaminata. In passato i Cinque Stelle si sono più volte espressi con toni critici rispetto alle deroghe concesse, mentre la Lega nella scorsa legislatura aveva essa stessa ottenuto una deroga per i 19 deputati del Carroccio. Insieme al partito di Matteo Salvini la ottennero Sinistra Italiana (17), i Civici e innovatori (16), Scelta civica-Ala-Maie (16), Democrazia solidale–Centro democratico (14) e Fratelli d’Italia (11). Oltre a una cospicua serie di benefici (risorse economiche, personale, tempi per gli interventi in Aula) il Rosatellum prevede anche che le forze politiche che sono state rappresentate in un gruppo parlamentare, possono presentarsi alle elezioni senza dover raccogliere le firme.

Mediaset chiude i talk-show “populisti”

Gli ascolti deludenti per l’azienda da un lato, la spinta verso il populismo che non piace a Forza Italia dall’altro. Così Maurizio Belpietro lascia la conduzione di Dalla vostra parte, nel cui studio è entrato per l’ultima volta ieri sera, mentre Quinta Colonna di Paolo Del Debbio chiuderà i battenti il prossimo 26 aprile.

Mediaset cambia registro dopo le elezioni e “normalizza” i talk-show di Rete 4. Stop a quello dell’ex ideologo del partito di Silvio Berlusconi, cambio di conduzione nella trasmissione finora gestita in studio dal direttore de La Verità, che da lunedì entrerà in una fase di transizione con al timone Giuseppe Brindisi. Il programma si chiamerà Stasera Italia. Ieri sera Belpietro – come anticipato dal sito Dagospia diretto da Roberto D’Agostino – ha salutato il suo pubblico, senza fare cenno alle ragioni del divorzio.

Ma è certo che Dalla vostra parte – così come Quinta Colonna – non piace a molti parlamentari di Forza Italia e all’inner circle berlusconiano, scottato dai risultati elettorali. “Troppo populismo”, è la sentenza. Che contiene la velata accusa di aver tirato la volata alla Lega (e al Movimento 5 Stelle) verso le elezioni del 4 marzo, con annesso sorpasso del Carroccio al partito del padrone di casa Silvio Berlusconi.

Gli ascolti non eccellenti di entrambe le trasmissioni sono quindi stati usati come appiglio per una svolta, soprattutto per Quinta Colonna. Ma in fondo, ragionano in ambienti Mediaset, le motivazioni sono prettamente politiche. Del resto, è almeno un anno che l’azienda sopporta più che supporta i due programmi. A lasciare intendere che l’aria stesse cambiando fu per primo il presidente Fedele Confalonieri. Era il febbraio 2017 quando il numero uno del network televisivo, parlando dei talk-show di casa e del populismo in tv, lo disse senza giri di parole: “Stiamo esagerando”.

Belpietro era stato esonerato a tempo a giugno, in tempi di Nazareno e legge elettorale, salvo rientrare nei ranghi a settembre. E già all’epoca ilfattoquotidiano.it aveva anticipato che i dubbi dell’azienda riguardavano anche Quinta Colonna.

Il programma di Del Debbio ha subito una mutazione negli scorsi mesi, con un nuovo curatore. Ma la mossa della direzione informazione non ha funzionato, perché gli ascolti sono rimasti non soddisfacenti. Così, di fronte al pressing del partito, è scattata la resa.

Dal 26 aprile, Quinta Colonna chiuderà i battenti. Lo stesso epilogo potrebbe toccare anche a Dalla vostra parte, che intanto da lunedì cambia volto. Belpietro passerà il testimone con in tasca una promessa, la stessa fatta a Del Debbio: da settembre avranno un nuovo programma. Magari che affronti l’attualità con meno populismo. Per adesso, basta così: in troppi pensano che il sorpasso della Lega su Forza Italia sia passato anche dai talk-show di Rete 4.

Berlusconi incastra Salvini. Ma la Lega punta al voto

Settembre, ottobre, novembre. L’autunno. Il voto anticipato come una foglia nel vento. Nella Lega se ne parla da almeno tre giorni. A maggior ragione dopo la mossa di Matteo Salvini di ieri. Per convincere il diffidente Silvio Berlusconi il capo della Lega ha chiesto di andare tutti insieme al Quirinale giovedì prossimo, al secondo giro di consultazioni. Lo stesso appello l’aveva già fatto Giorgia Meloni, mercoledì scorso. Indi, l’annuncio salviniano, subito accolto con gioia dall’alleato Condannato.

E stavolta è Salvini a farsi concavo. L’altro giorno, il centrodestra è di nuovo esploso di fronte al capo dello Stato. Il Pregiudicato contro i Cinquestelle e il leader leghista nella direzione opposta, a sostenere che l’unica maggioranza possibile è con i grillini. Risultato: un Salvini letteralmente fuori dalla grazia di Dio, come raccontano nella Lega. Poi tra telefonate e mediazioni la scelta di rilanciare sull’unità della coalizione, non di romperla, con la proposta della delegazione unitaria.

Il giovane “Matteo” e il “vecchio” Silvio continuano a non amarsi ma nei fatti legano sempre di più i loro destini, almeno per il momento. La strategia del primo è chiara: “Non voglio essere io a rompere, se lo fa lui è diverso, ma non posso offrirgli appigli”. Questo significa che Salvini tenterà di portare tutto il centrodestra alla trattativa con il M5s. Certo, forse tratterà da solo, in quanto capo numero uno del centrodestra, ma consapevole che “Berlusconi non si rassegna e non si rassegnerà mai a fare il secondo”. Se poi B., per non essere troppo ingombrante, nominerà un coordinatore di Forza Italia da spedire a un eventuale tavolo bisognerà capire comunque chi. L’europeista Antonio Tajani? Oppure un’altra figura meno invisa al populismo salviniano? Domande che rimandano un altro scenario, altrettanto denso di sospetti: “Berlusconi ha un canale aperto con Renzi e potrebbe essere tentato di portarci sul versante del Pd”.

Due muri, insomma, difficili se non impossibili da scavalcare.

Da un lato, il muro del dialogo tra pentastellati e centrodestra. Con un’altra deflagrante incognita destinata a seminare distruzione il 24 aprile: l’attesissimo film dell’anno, quello di Paolo Sorrentino. Una pellicola su Silvio Berlusconi, divisa in due parti. Loro uscirà appunto tra meno di tre settimane. Ne parleranno e ne scriveranno tutti. Facile immaginare quale potrebbe essere l’impatto del film su un dialogo mascherato o no tra grillini e centrodestra, sempre che venga avviato.

Dall’altro, il muro di Salvini e anche Meloni per un accordo con il Pd. La prova del nove sarà l’incontro tra le delegazione unitaria e il capo dello Stato, l’ultimo di giovedì prossimo. A chi andrà un probabile pre-incarico?

Forse questo potrebbe creare il fatidico incidente tra B. e il leader del Carroccio. Se infatti il mandato di Mattarella andrà al centrodestra unito e Salvini non vuole bruciarsi in un giro a vuoto quale sarà l’indicazione? Verrà proposto un leghista moderato oppure Berlusconi reclamerà l’incarico per un azzurro (il solito Tajani) in grado di parlare con il Pd?

Analizzate dunque nel dettaglio le asperità delle due opzioni non resta che la prospettiva del voto anticipato, secondo quanto vanno dicendo i fedelissimi di Salvini, in primis lo sherpa Giancarlo Giorgetti. Senza uno choc da una parte o dall’altra (Salvini che molla B. o il Pd che archivia Renzi e il renzismo) la voglia di governo di Di Maio e dei grillini ha un grado elevatissimo di difficoltà. E in queste condizioni le urne in autunno, per la Lega, sarebbero la soluzione migliore. Già a settembre, nella più ottimistica delle previsioni. La discussione è talmente insistente che a Palazzo Grazioli ha generato altri dubbi: “Non è che il patto tra Salvini e Di Maio contempli il voto e non il governo?”.

La via elettorale consentirebbe a Salvini di completare la famigerata opa su Forza Italia, finanche con la suggestione del partito unico. In ogni caso, è qui sta la sua debolezza, a Berlusconi conviene rimanere attaccato al carro del giovane “Matteo”.

Dentro Forza Italia – dove peraltro cominciano a palesarsi propositi governisti e mal di pancia contro i cerchi magici che influenzano il Condannato – sono rimasti colpiti dalle epurazioni anti-populismo di Paolo Del Debbio e Maurizio Belpietro da Mediaset. “Vuol dire che il Presidente non esclude un’imminente campagna elettorale e vuol farsi trovare pronto con un altro schema”. C’è anche chi paventa un sostegno esterno azzurro a un governo Lega-Cinquestelle in cambio di precise garanzie sulla guerra Vivendi-Mediaset. Il mese di aprile però è ancora lungo e davanti c’è la prossima settimana di consultazioni. E Berlusconi, ieri, ha vinto solo un round, importante ma non decisivo.