Il titolo di Tim vola a Piazza Affari e ieri ha chiuso la seconda seduta consecutiva in forte rialzo (+6,94% a 0,8532 euro, ai massimi da agosto 2017), dopo che nel braccio di ferro per la governance del gruppo è sceso in campo la Cassa Depositi e Prestiti. Nello scontro tra il fondo statunitense Elliott e i francesi di Vivendi, Cdp ha deciso – su input del governo e con l’avallo delle altre forze politiche – di entrare nel capitale con una quota fino al 5%. Dopo aver puntato sulle indiscrezioni, il mercato premia così l’ufficialità della notizia. I rialzi in Borsa fanno salire anche il costo per la Cassa anche se il vero risultato è stato raggiunto: dare un segnale di appoggio politico al fondo Elliott nel suo attacco a Vivendi. Ieri è toccato a Franco Bernabè, attuale vice-presidente responsabile delle attività di sicurezza, ricandidato da Vivendi per lo stesso ruolo, rispondere alla sfida: “Cdp deciderà ciò che vuole, in assemblea si contano i voti, vediamo che succederà. Telecom è la compagnia che ha la maggiore profittabilità in Europa, il che significa che nonostante tutti i problemi che ha avuto è solida e di grande attrattività. Ben vengano tutti gli investitori interessati”. La mossa di Cdp “è un passo sbagliato”, ha attaccato invece l’economista Luigi Zingales, ex membro del cda di Telecom Italia. “Non ne vedo la funzionalità – ha spiegato dal Forum di Cernobbio – mi preoccupa molto soprattutto per il modo in cui è stato fatto l’annuncio: così si fanno lievitare i prezzi per chi acquista”. Per Zingales l’intervento di Cdp potrebbe essere “un modo” del presidente Claudio Costamagna “per accreditarsi con il nuovo governo. Se così fosse mi auguro che la prima cosa che farà il nuovo governo sarà quello di licenziarlo”. Di segno opposto la lettura dei sindacati: “L’ingresso di Cdp è un segnale importante, da sempre abbiamo rivendicato il ritorno dello Stato”, è la linea di tutte le sigle. Intanto, sempre ieri, sono state smentite le voci di una partecipazioni di Generali e Unicredit alla formazione della lista dei candidati per il Cda Tim che Assogestioni si appresta a presentare in vista dell’assemblea dei soci del 24 aprile. A spiegarlo è stato il Comitato dei gestori. Rumors finanziari riferivano che il mancato accordo con Elliott per formare una lista comune era frutto delle pressioni esercitate da Unicredit e Generali, entrambe guidate da manager francesi.
La Leopolda grillina stavolta è di governo
Tecnologia, ambiente, giustizia: anche se formalmente non è collegata al Movimento 5 Stelle, la kermesse di Ivrea organizzata dall’Associazione Gianroberto Casaleggio, al via oggi, rilancia molte delle battaglie del Movimento, tanto più quest’anno che – quei temi – potrebbero diventare agenda di governo. A fare gli onori di casa sarà Davide Casaleggio, figlio di Gianroberto, che porta all’Officina H – ex sede dell’Olivetti – la seconda edizione di #Sum02, in memoria del padre. A parlare saranno magistrati, docenti universitari e giornalisti, alla presenza anche di una rappresentanza dei parlamentari 5 Stelle, guidati da Luigi Di Maio.
Previsto l’intervento del pm antimafia Nino Di Matteo, che porterà a Ivrea un panel dal titolo: “Futuro e potere – Italia 2030, una giustizia da (ri)scrivere”. Con lui Massimo Bray, storico e direttore generale di Treccani, che parlerà di “economia della cultura e sviluppo delle risorse” e di “patrimonio artistico come modello di crescita”.
La convention, che proseguirà dalle 10 alle 19:30 di oggi, ospiterà anche il filosofo Diego Fusaro e i giornalisti Enrico Mentana, Andrea Scanzi, Luisella Costamagna, Veronica Gentili, Luca De Biase e Gianluigi Nuzzi, oltre al sociologo Domenico De Masi, alla psicologa Maria Rita Parsi e a molti altri tra scrittori, imprenditori e accademici.
Sul palco di Ivrea sono attesi poi, tra gli altri, Moni Ovadia (attore teatrale e drammaturgo) e Dario Vergassola (comico e cantautore).
La politica, come già successo lo scorso anno, non salirà sul palco. E se alla prima edizione aveva partecipato anche Beppe Grillo, questa volta sembra essere esclusa la presenza nelle ex officine Olivetti del fondatore del Movimento, che proprio oggi porta a Zurigo il suo spettacolo teatrale.
“Parleremo di temi che guardano al futuro – spiega l’imprenditore Arturo Artom, membro dell’Associazione Gianroberto Csaleggio – quindi nulla a che vedere con la situazione politica attuale a breve termine. Si parlerà della visione del Paese da qui a 20 o 30 anni”.
E ora i 5 Stelle provano a parlare pure coi renziani
Sorpresa, i Cinque Stelle telefonano perfino ai nemici tra i nemici, i renziani. Per smuovere gli altri, quelli delle minoranze, da Andrea Orlando al reggente e aspirante segretario Maurizio Martina. E anche per ricordare a Matteo Salvini, quello che ieri ha rilanciato sul centrodestra tutto unito, che i forni sono ancora ufficialmente due. Quindi si muovesse nel rompere con Berlusconi. E pazienza se nel corpaccione del Movimento tutti ragionano già di intesa con la Lega. Luigi Di Maio, il candidato premier che è anche il capo politico, vuole tenere aperta la porta anche ai dem, fino a quando si potrà (e servirà). Perché la via verso Palazzo Chigi è lastricata di spinte e controspinte molto tattiche, in un gioco del domino in cui è meglio non confondere la pedina da spostare.
Per esempio ieri mattina ha sbagliato la mossa Danilo Toninelli, capogruppo in Senato e dimaiano di provata fede. Nei piani doveva ribadire l’apertura al Pd, sollecitare il confronto. E invece durante Agorà ha buttato lì una frase che i dem hanno letto (o hanno voluto leggere) come una provocazione: “Il Pd ha la responsabilità del fallimento delle politiche degli ultimi cinque anni e di aver approvato una legge elettorale che ha portato a questo stato di caos”.
Non proprio un viatico per convincerli all’incontro coi 5 Stelle, invocato da Di Maio giovedì appena uscito dall’incontro al Colle con Sergio Mattarella. E infatti poco dopo, proprio il reggente chiamato al tavolo dai 5Stelle, Martina, ha reagito: “Queste parole dimostrano l’impossibilità di un confronto con noi. Finiscano con i tatticismi esasperati e con la logica ambigua dei due forni e dicano se sono in grado di assumersi una qualche responsabilità”. Mentre anche Di Maio si irrita per lo scontro non programmato. Però oltre alla furia tra le righe di Martina c’è anche altro. Ossia l’invito a trattare solo con loro, con i dem. Troppo impegnativo, ovviamente. Ma la voglia di tenere vivo il fuoco, almeno per ragioni tattiche, è forte dentro il M5S. Così Toninelli precisa tramite nota: “Il Pd non strumentalizzi il senso delle mie parole e non cerchi pretesti. Per il bene del Paese il Movimento chiede sinceramente di metterci intorno a un tavolo”.
Ma soprattutto, dai 5Stelle assicurano che è un continuo telefonarsi, con i democratici. E che ora i colloqui avvengono anche con alcuni renziani. “Se è ancora l’ex premier a controllare il partito, tanto vale parlare anche con i suoi, così magari anche gli altri faranno qualche passo in più”, è il ragionamento. E coincide con quanto scandito al Quirinale da Di Maio, sul Movimento che vuole parlare “a tutto il Pd”. Compreso quello renziano, che cifre alla mano è ancora largamente maggioritario.
Poi, certo, le voci più familiari sono altre. Come quella di Dario Franceschini, con cui i contatti non si sono mai interrotti. E con diversi parlamentari legati a Orlando. Però resta faticoso relazionarsi ai dem, sbuffano, perché “è complicato capire chi è davvero renziano, e molte risposte che ci danno sono fumose”. E allora l’unica certezza è che Di Maio e i suoi hanno bisogno di tempo. E la speranza è sempre quella, arrivare almeno alle Regionali del 29 di questo mese, così da permettere alla Lega di vincere in Friuli Venezia Giulia con un suo candidato, Massimiliano Fedriga, e con una coalizione di centrodestra. E in mezzo ci sarà l’assemblea del Pd del 21 aprile.
Due eventi che potrebbero chiarire meglio gli equilibri nei vari campi. Anche se numeri e racconti fuori taccuino danno sempre la pista con il Carroccio come favorita. Sul Def, presentato a grandi linee da Di Maio a Mattarella, i 5Stelle hanno lavorato consultando più volte Giancarlo Giorgetti, il motore della Lega. E su vari temi, a partire dalla politica estera, il dialogo si sta trasformando in un abbozzo di pianificazione.
Però Salvini fa fatica a rompere il legame con l’ex Cavaliere. Così ecco il lavoro ai fianchi, sulle grandi partite economiche, con segnali che vogliono convincere B. a non temere nulla da un possibile governo di Movimento e Lega. E poi c’è sempre il Di Maio che giovedì ha giurato: “Nulla di personale contro Berlusconi”. Ed era più di una battuta. Sullo sfondo, la convinzione che Mattarella sia ben disposto. “Nell’incontro di giovedì con noi è stato quasi gioviale” dicono dal Movimento. Una carta in più, che fa rima con auspicio.
Per gli incontri con Martina (molto eventuale, per ora) e soprattutto Salvini invece bisognerà aspettare. Oggi Di Maio sarà a Sum 02, l’evento organizzato da Davide Casaleggio a Ivrea. Poi fino al prossimo giro di consultazioni della prossima settimana avrà l’agenda piena. A meno che qualcuno non si scongeli prima.
Due partiti in un corpo solo: i dem esplodono
Maurizio Martina offre “collegialità” e chiede “idee prima di tutto”. Esattamente le due caratteristiche antitetiche al Pd, che dopo il primo giro di consultazioni fa registrare il suo “plot” più consueto: tutti contro tutti, in un caos di dichiarazioni, riunioni di corrente, iniziative pubbliche, nelle quali ciascuno segue la sua linea.
Comincia Andrea Orlando, in mattinata: “Renzi deve decidere: se ritiene che la colpa della sconfitta non è la sua, può ritirare le dimissioni. Altrimenti deve consentire a chi pro tempore ha avuto l’incarico di poterlo esercitare”. Il riferimento è soprattutto alla riunione con i fedelissimi fatta da Matteo Renzi, nell’ufficio delle società di Andrea Marcucci. Una sorta di segreteria ombra da opporre a Martina e ai big insieme ai quali si muove in questo momento (dallo stesso Guardasigilli a Franceschini). Obiettivo: trovare una strategia per evitare di perdere definitivamente il Pd. A Orlando seguono tweet e dichiarazioni delle rispettive tifoserie. Il moderato Lorenzo Guerini minimizza così le riflessioni dell’ex segretario: “Discutere se arrivare in assemblea con la decisione di indire il congresso o con l’elezione di un nuovo segretario è rispetto dello Statuto”.
Indire subito il congresso, però, significa non avere un segretario nella pienezza dei suoi poteri nella fase della formazione del governo. Anche perché Renzi per l’Assemblea del 21 non ha un candidato: non Graziano Delrio, non lo stesso Guerini. Indisponibili (almeno per ora). Non Matteo Richetti, né Debora Serracchiani che vogliono correre a eventuali primarie. E allora, c’è pure chi pensa a Ettore Rosato, vicepresidente della Camera. Ma l’ex premier non ha un nome vero né per adesso né per dopo. “Per fare un altro partito servono uomini e idee. Cose che non si trovano facilmente”, commenta un parlamentare che sarebbe renziano. Spie del fatto che l’area dell’ex premier potrebbe rapidamente sfaldarsi.
Indizio: martedì è stata convocata l’Assemblea dei gruppi per discutere la linea da portare al Colle. L’incontro viene definito come una banale informativa. Ma se si dovesse arrivare a una conta, si capirà esattamente quale percentuale dei gruppi ancora controlla l’ex premier. E ancora: oggi a Roma ci sono due iniziative. Una di Richetti all’Acquario, l’altra dei giovani Dem, promossa da quel Peppe Provenzano che rifiutò il posto in lista in Sicilia dietro a Daniela Cardinale. Presenti Orlando e Gianni Cuperlo. Martina andrà a tutte e due: tentativi di allargare il fronte dell’opposizione interna a Renzi.
La corrente di Michele Emiliano, intanto, con Francesco Boccia fa sapere di “star valutando” un suo candidato per l’Assemblea nazionale.
Nel gioco dei sospetti reciproci, ognuno accusa gli altri di parlare col nemico di turno: Renzi fa denunciare un giorno sì e l’altro pure la trattativa con Di Maio di Franceschini e soci. Orlando ieri ci ha tenuto a dire che la proposta di Di Maio è “irricevibile”. A Martina tocca rintuzzare le goffe avances di Danilo Toninelli condite di insulti: “Leggo che il capogruppo al Senato del M5S ritiene il Pd ‘responsabile del fallimento delle politiche di questi anni’. Queste parole dimostrano l’impossibilità di un confronto”. Nonostante gli abboccamenti reciproci, insomma, in campo ad oggi c’è al massimo un governo istituzionale.
Mentre gli anti-renziani sono convinti che l’ex segretario sia pronto a dare l’appoggio esterno dei suoi a un governo di centrodestra, magari guidato da Giancarlo Giorgetti, numero 2 della Lega. D’altra parte qualche contatto tra i due Matteo, Salvini e Renzi, c’è anche in questi giorni nonostante le dichiarazioni pubbliche. Per ora, però, l’ex premier pare soddisfatto dell’arrocco del Pd che – a suo dire – mette in evidenza i problemi dei “vincitori”. E infatti ha promesso silenzio fino all’Assemblea.
La domanda è: ma perché Renzi odia così tanto il Pd?
Mi giunge una vibrata protesta (di alcuni) tra i dieci lettori per la pochezza di questo diario. Non vi trovano (dicono) neppure una stilla di quei succosi retroscena che movimentano le informatissime cronache degli altri giornali. Mai nulla di insolito, di sorprendente, di veramente sensazionale come, ad esempio, lo strepitoso incipit del grande Francesco Merlo su Repubblica, direttamente dalla stanza presidenziale. Là dove “Mattarella ha stretto la destra di Di Maio con la sua destra e poi ci ha messo sopra anche la sinistra in modo da attrarlo a sé. Ed è stato”, leggiamo, “quel tocco delle mani, il momento di maggiore comprensione tra i due soggetti smarriti”.
Si resta senza parole di fronte a un’istantanea così autentica (sembrava di essere proprio lì, nel palmo delle due mani destre e di quella sinistra) che nell’intimità dell’atto coglie il reciproco turbamento del presente (non so cosa voglia dire ma suona bene). Attrazione del tocco e del ritocco che forse soltanto Tvboy aveva intuito nel famoso murale di Matteo Salvini che bacia in bocca Luigi Di Maio, sollevandogli il viso con le delicate manone. Il Capo Politico, dunque, che oggetto del desiderio politico trasversale, ancora oggi può scegliere tra forni diversi dove acquistare il pane, e fare un governo.
Concentriamoci un attimo sulla rivendita Pd, poiché solo se dovessero trovarla ancora sbarrata i Cinque Stelle passeranno al negozio successivo (governo con Salvini ma senza Silvio Berlusconi). Ma se anche qui andasse male non resterebbe (a tutti quanti) che il supermarket delle nuove elezioni.
Che al Nazareno e dintorni sia in corso la solita rissa tra contrari e favorevoli al dialogo coi grillini, è cosa nota. È pure stranoto che nell’Assemblea nazionale del 21 aprile si assisterà al solito regolamento di conti per impedire l’elezione alla segreteria dell’attuale reggente Maurizio Martina. Si cercherà quindi di convocare un congresso che, visto l’aria che tira, potrebbe essere l’Armageddon dei Democratici.
Allora la vera domanda è: perché Matteo Renzi – incarnazione dello spirito del no a tutto ciò che non è lui – odia tanto il Pd? Non è una provocazione, basta sfogliare il suo album personale. Prima foto: lui nella Margherita, il Pd non c’è ancora. Seconda foto: lui che scala il Pd per rottamarlo. Terza foto: lui che sogna il Partito della Nazione. Quarta foto: lui che progetta l’uscita dal Pd per costruire un nuovo partito sull’esempio del macroniano “En Marche!”. Quanto alla serie ininterrotta di disastri elettorali (nei prossimi giorni si replica in Molise e nel Friuli) viene in mente quella famosa battuta su Stalin: nessuno ha eliminato più comunisti di lui. Nessuno come Renzi ha eliminato più elettori Pd.
Del resto, l’odio come categoria della politica è stato trattato da Massimo Recalcati, psicoanalista renziano, quando si occupò dell’avversione “smisurata” che si era scatenata nel Pd contro l’allora segretario. Ma se odio chiama odio come potrà sopravvivere il partito (qualsiasi partito) a una tale furia autodistruttiva? E che ne sarà degli elettori superstiti (malgrado tutto quasi sei milioni), a cui nessuno sembra badare? Infine, esiste un nesso tra la comprensione tattile di Mattarella per Di Maio e l’odio nel Pd? Ora mi chiedete troppo.
Come va a finire
Problema. Posto che i 5Stelle vogliono l’accordo soltanto col Pd o con Matteo Salvini, ma non vogliono vedere Silvio Berlusconi, sennò i loro elettori li linciano; posto che il Pd, per dirla con lo staff di Sergio Mattarella, risulta finora “non pervenuto” e, salvo improbabili miracoli last minute, continuerà a non pervenire fino alla definitiva cancellazione per mano di Matteo Renzi che lavora a un nuovo partito alla Macron (casomai non bastassero quelli esistenti); posto che Matteo Salvini non ha alcuna intenzione di sganciarsi da Silvio Berlusconi per non spaccare la coalizione e restare il leader della prima coalizione anziché del terzo partito, disposto anche a un premier “terzo” che non sia né lui né Luigi Di Maio; posto che Silvio Berlusconi non ha alcuna intenzione di allearsi con i pericolosi “pauperisti e giustizialisti” a 5Stelle; posto che dunque l’unica combinazione possibile prima del ritorno al voto è centrodestra più 5Stelle meno Berlusconi: come far sparire Berlusconi dal centrodestra senza spaccare il centrodestra? Possibili soluzioni, con eventuali relative controindicazioni.
1. Berlusconi entra nella maggioranza con Lega e 5Stelle e anche nel governo con uomini suoi, i quali però parteciperanno ai Consigli dei ministri mascherati e dunque irriconoscibili, grazie ad appositi cappucci neri forniti direttamente dall’anziano leader, che ne conserva uno stock ancora in buono stato dai tempi della P2. Così Alessandro Di Battista potrà continuare le sue pubbliche letture della sentenza Dell’Utri davanti alla villa di Arcore. Il rischio è che i ministri berlusconiani incappucciati vengano scoperti al primo Cdm, quando chiederanno la grazia per Marcello Dell’Utri.
2.Berlusconi entra nella maggioranza con Lega e 5Stelle, ma non nel governo, cioè non piazza alcun ministro e regala i suoi voti gratis con l’appoggio esterno (più di quanto già non sia esterno uno che non può metter piede in Parlamento), nella speranza che gli elettori dei 5Stelle non lo notino in base al principio “lontan dagli occhi lontan dal cuore”. Siccome però il suo concetto di “gratis” è piuttosto restrittivo e il suo concetto di “cuore”, anche per via della prossimità, coincide con quello di “portafogli”, il Caimano si riserva di far bocciare tutte le norme che contravvengano gli ideali più alti del partito.
E cioè quelle in materia di mafia, camorra, ’ndrangheta, corruzione giudiziaria e non, frode fiscale, falso in bilancio, falsa testimonianza, prostituzione minorile e non, monopoli televisivi, assicurazioni, a meno che non siano pro anziché anti. Col rischio concreto di essere riconosciuto.
3. Berlusconi non entra né nella maggioranza né nel governo con Lega e 5Stelle, ma resta all’opposizione. Però partecipa ai consigli dei ministri sotto il tavolo travestito da stalliere (di cui conserva ancora il costume di scena ottimamente conservato). Il problema è che, da quella posizione, potrebbe molestare le ministre e farsi subito sgamare.
4. Berlusconi entra nel governo e nella maggioranza, ma a intermittenza, cioè solo nei giorni pari. Così i ministri dei 5Stelle possono partecipare ai Cdm in quelli dispari senza mai incontrare i ministri forzisti. C’è però un inconveniente: i grillini dei giorni dispari troverebbero la monnezza lasciata nella stanza dai forzisti dei giorni pari, e potrebbero sospettare qualcosa.
5. Berlusconi non entra né nella maggioranza né nel governo M5S-Lega, ma scrive lui con l’inchiostro simpatico tutti i decreti e i disegni di legge governativi, che poi passa a Salvini perché li ricopi con la sua calligrafia e che poi ricontrolla per eliminare gli errori di grammatica e di sintassi, per ridarli infine a Salvini affinché li trasmetta a Di Maio. Resta da capire chi corregge gli ulteriori errori di grammatica e di sintassi aggiunti da Di Maio.
6. Berlusconi non entra nella maggioranza, ma resta all’opposizione del governo M5S-Lega. Però delega a rappresentarlo nel nuovo esecutivo alcuni ministri del nuovo partito macroniano di Renzi (ribattezzato Micron, per via delle dimensioni e soprattutto del consenso elettorale). Il quale, com’è noto, è molto più affidabile per gli affari di Mediaset dello stesso Berlusconi e dei suoi ministri. Così oltretutto nessuno potrà mai sospettare il benché minimo conflitto d’interessi. Qui però il pericolo è che, sparito dalla scena o almeno dalla vista Berlusconi, gli elettori dei 5Stelle notino di più i leghisti salviniani e non riescano a cogliervi differenze rilevanti rispetto ai berlusconiani: sia per l’identico tasso di inquisiti, soprattutto al Sud, sia per le simili impostazioni ideali. Se poi a qualcuno venisse la curiosità di sapere come si portarono i leghisti sulla famosa mozione del 2011 “Ruby nipote di Mubarak”, scoprirebbero che se l’erano bevuta anche loro. E se si fossero scordati come votò la Lega sulle 60 leggi vergogna, avrebbero la conferma che le votò tutte, nessuna esclusa, senza nemmeno una punta di bruciore di stomaco; anzi, alcune le scrisse direttamente la Lega (il Porcellum di Calderoli, l’ordinamento giudiziario di Castelli, il reato di immigrazione clandestina e la schiforma delle pensioni di Maroni e così via). E magari si domanderebbero in che senso Forza Italia è cattiva e la Lega è buona. Sempreché, nel frattempo, non abbiano perso la vista. E pure la memoria.
L’adolescenza che Bastien Vivès (e chiunque altro) avrebbe voluto avere
Chi segue questa rubrica sa che c’è un autore di cui qui verrà recensita anche la lista della spesa, quando (non è questione di “se”) la pubblicherà: Bastien Vivès, 33 anni, il più geniale fumettista francese della sua generazione. In questi anni, diventato una celebrità, si è divertito a fare libri che non sarebbero stati consentiti a qualcuno meno famoso: volumi di schizzi (geniali) sui videogame, sulla vita di coppia e la vita da fumettista; manga in versione francese; digressioni sul fantasy. Ma da molto tempo non pubblicava un graphic novel dello stesso livello di quelli che lo hanno fatto conoscere, come Polina e Il gusto del cloro. Esce ora per Bao, in una bella edizione cartonata, Una sorella: oltre 200 pagine in puro stile Vivès, con le pagine che si riempiono di bianco, dove i segni sono ridotti al minimo, i volumi accennati, perché Vivès disegna per sottrazione, tutto quello che non è necessario viene eliminato (inclusi i tratti dei volti, per dire, quando l’espressività è già garantita dalla posizione del capo o dalla postura). L’originalità grafica di Una sorella non è però anche originalità narrativa: Vivès racconta un’estate, due fratelli, uno ancora bambino l’altro alle soglie dell’adolescenza. Nella loro casa al mare, per qualche giorno, arriva la figlia di un’amica della madre, anche lei nell’età del cambiamento. E si innescano le prevedibili dinamiche di scoperta del sesso, di sospensione tra due fasi della vita, di appiccicoso romanticismo ancora venato di ingenuità. Il problema è che tutto è già intuibile dalle prime pagine, nulla nell’evoluzione della vicenda stupisce, coinvolge o seduce davvero. Vivès ha raccontato l’adolescenza come, probabilmente, ha sempre immaginato vada vissuta. Senza rendersi conto che le sue sono fantasie piuttosto ordinarie.
Molta Suspense. Con “The cage” si sta col fiato sospeso
Ray si sveglia solo in una cella e non ha memoria di niente: a stento si ricorda come si chiami.
Un giorno, o così crede lui, la cella è come se cadesse in un dirupo con anche parecchi scossoni. Poi la luce si spegne e, però, non appare la scritta “tempo di mangiare”, come sempre succede, ma “tra poco la cella si aprirà. Riceverai altre istruzioni in seguito. Ci sono altri. Uno mente. Dovrete andarvene da qui o morirete. Avete 60 ore”.
Come quella scritta si è presentata, così fa uguale ad andarsene.
E di nuovo torna la luce. In quel momento Ray nota una cosa sbucare dalla porticina dove di solito spunta il pranzo. Si avvicina, prende quella cosa e… scopre di avere in mano un coltello. Subito dopo la porta si apre, Ray fa per affacciarsi fuori quando una voce gli suggerisce di non uscire.
Così fa la conoscenza di Driss, ma poi arriva qualcun altro: Phil, Helena, Malik e Dana o c’è un altro? Il romanzo di Favij, The cage – l’esordio narrativo scritto con il nome di battesimo dello youtuber, Lorenzo Ostuni – è sorprendente.
Un bellissimo suspense ed è anche ben scritto.
In questo libro non si può mai sapere se c’è un attimo di tregua o pure no.
Turner a Roma l’irrottamabile illuminato
Ragazzo prodigio (a 16 anni aveva già dipinto uno dei suoi migliori acquerelli – View in the Avon Gorge, 1791 – sovvertendo l’ordine di approccio quando i colori a olio rendevano il quadro definitivo), membro più giovane della Royal Academy; professore ordinario di prospettiva a 33 anni, Joseph Mallord William Turner (1775- 1851) non ha mai avuto nulla da imparare in fatto di colori, luce, tele, incisioni e quadri: di arte.
E a 70 anni, poco prima di lasciare questa terra a lui guardarono i giovani, non come insegnante, padre, maestro, ma come innovatore. Rivoluzionario. Della sua luce su carta, il Chiostro del Bramante a Roma ospita 100 opere provenienti dalla Tate di Londra. Un percorso espositivo che va dalla prima opera che decide di incorniciare contro ogni abitudine, agli ultimi lavori, quelli liberi, e sempre più sperimentali. Perché Turner non solo rivoluziona. Turner non sente, esclude i percorsi, dipinge come vuole. En plein air: dall’acquerello all’olio, dall’olio all’acquerello, dalle forme alle macchie, dalle macchie di nuovo alle forme. Dalla carta bianca a quella azzurra, sporche, appese nella camera degli ospiti ad asciugare. Viaggia Turner, poco in principio: c’è la guerra. Allora il soggetto in fondo al pennello è l’Inghilterra: si fa quasi padre della patria, scopritore di castelli, cattedrali, declivi sull’Oceano, attento narratore del Tamigi. Sullo sfondo della natura illuminata mette anche le lavandaie e in primo piano le cercatrici di gamberetti, accanto, una barca carica di merci a Scarborough. Poi, stop: si finisce di sparare e Turner supera i confini. Gli acquerelli a questo punto sono anche una questione di praticità, stanno in una tasca. Gira l’Europa. La Svizzera, la Francia. Ammirate l’aria frizzantina del Monte Bianco. E di nuovo l’Italia. L’Arsenale di Venezia non lascia scampo all’occhio eppure è immaginario (An Imaginary View of the Arsenale, 1840). C’è tutto, altro che macchie. Ed è tutto rosso. Illuminato di romanticismo. Castel Sant’Angelo è linee bianche di pietra, davanti donnine contrattano polli e uova. È Roma.
Ma è Turner, lo riconosci. Certo, è cresciuto. Al ritorno in Inghilterra lo coglieranno le tempeste di colore, tra terra e cielo. Quello della scogliera sotto al castello di Bamburgh. Giusto un attimo prima della pioggia, le nuvole si squarciano. Eppure non vedi l’acqua. La senti. Eccola la libertà di Turner. Gli altri dipingono la pioggia, lui te la immagina. Quindi è pleonastica quella spiegazione di ciò che Monet e Rothko gli devono. Lui i loro quadri li aveva già dipinti tutti. Non rottamate, please.
L’enigma Moro, un romanzo noir che incrocia altri misteri d’Italia
I denti gialli e marci di un Francesco Cossiga cinquantenne come metafora delle colpe democristiane durante i 55 giorni del dramma di Aldo Moro. Giusto quarant’anni fa, tra il 16 marzo 1978, giorno del rapimento e della strage di via Fani, e il 9 maggio, quando venne ritrovato il cadavere dello statista dc nel bagagliaio della Renault rossa in via Caetani a Roma.
È questa una delle immagini più nitide e spietate di Strani eroi, noir del promettente Alessandro Bongiorni. Classe 1985 – “sono nato sette anni dopo il rapimento e la morte di Aldo Moro” – nel suo romanzo, narrativa pura, Bongiorni ricostruisce con puntiglio, ritmo ed efficacia quello che resta uno dei più grandi misteri della Repubblica, che a sua volta incrocia o include altri enigmi mai svelati del tutto: il duplice omicidio di Fausto Tinelli e Iaio Iannucci a Milano (i due ragazzi del Leoncavallo ammazzati due giorni dopo il rapimento di Moro); l’assassinio di due giornalisti dalle “sensibilità” opposte, Mauro Brutto dell’Unità e Mino Pecorelli; il ritrovamento in due tappe (1978 e 1990) del fatidico memoriale di Moro redatto durante la prigionia brigatista.
Su tutto però prevale, senza mai cedere a un superficiale complottismo, il letale triangolo che s’impadronì dell’emergenza in quei 55 giorni, sotto la nefasta influenza americana del “consulente” Steve Pieczenik: il cinismo opportunistico di Giulio Andreotti, presidente del Consiglio; l’ossessione manovriera del “gladiatore” Cossiga, ministro dell’Interno, sui Servizi deviati e sanguinari; la gestione occulta della loggia piduista di Licio Gelli. Ricordare cosa fu questo connubio di potere cattomassonico è sempre utile, in un Paese vocato all’oblio e all’indulgenza.