Le donne di “conforto” per i soldati giapponesi

In Giappone le chiamavano ianfu, che in occidentale si può rendere con un equivoco “comfort women”, donne di conforto. La linguistica è la prima a non rendere giustizia alle migliaia di donne asiatiche – 20 mila secondo i giapponesi, fino a 300 mila secondo le Nazioni Unite – che a cavallo tra gli anni 30 e 40 furono ridotte in schiavitù nei bordelli dell’esercito imperiale giapponese.

La storia di una di quelle donne è al centro di Figlie del Mare (Longanesi, 2018), il primo romanzo della scrittrice americana – di origini coreane, dunque in qualche modo parte in causa – Mary Lynn Bracht. Si parla di Hana, ragazza che a sedici anni cerca perle nello Stretto di Corea e che un giorno si sacrifica per salvare la sorella (che non saprà darsi pace per il resto della vita), consegnandosi ai militari giapponesi al suo posto.

Consegnarsi per che cosa? Una ventina di rapporti sessuali tra mattina e sera, sei giorni a settimana. Il settimo serve per sistemare la camera, pulire i preservativi e curare le ferite in vista, perché poi si ricomincia, sempre. Hana non ha via d’uscita, se non farsi coraggio e sperare che qualcuno degli aguzzini arrivi a tal punto di perversione da voler scappare con lei fuori dal bordello, infastidito più dal dover condividere con altri soldati il giovane corpo della ragazza che dal suo lancinante, quotidiano, dolore. Ma ogni fuga non è mai definitiva, ogni speranza di una nuova vita che possa avvicinarsi a quella vecchia deve fare i conti con gli aspetti più vendicativi dell’occupazione giapponese e con l’arrivo dell’esercito sovietico, nello scenario che aggiunge al dominio nipponico la Seconda Guerra Mondiale.

Mary Lynn Bracht sceglie le parole giuste anche per le pagine più delicate: il realismo con cui racconta stupri e violenze non diventa mai splatter, riesce a scuotere chi legge anche senza telefonati pietismi e senza strizzare l’occhio al fascino del macabro. Per contrasto, risaltano con la stessa finezza i passaggi più teneri: una risata nel mezzo dei giorni dell’orrore, un amico imprevisto al momento giusto, un bagno in un lago ghiacciato che per un momento ricorda a Hana il mare di casa.

Il punto di vista, che sia quello di Hana o della sorella Emi, è sempre coreano. Tutti gli altri – o quasi – fanno la parte dei cattivi: è il modo più netto che ha Bracht per portare alla ribalta un tema di cui per decenni il mondo ha persino ignorato l’esistenza. Da questa lettura – parziale, ma legittima finché il focus rimane il racconto di una storia – restano fuori le polemiche storiche e le accuse reciproche che Corea e Giappone si scambiano da anni, senza mai essere riusciti davvero a sanare la ferita delle “comfort women”.

Ma nell’anno del #metoo e della grande mobilitazione femminile, anche senza contribuire al dibattito storico Figlie del mare aggiunge un prezioso promemoria alla lista di quello che alcune donne, da qualche parte del mondo, hanno dovuto sopportare soltanto per non essere nate dell’altro sesso.

 

“Il piacere dell’onestà” di Liliana Cavani: “Pirandello è casa”

Subito dopo la Filumena Marturano della passata stagione, Liliana Cavani torna alla prosa con Il piacere dell’onestà. Un po’ ci ha preso gusto.

“Non so”, si schermisce lei. “Anche questa volta il testo mi è stato proposto… Pirandello è un universo, un pianeta: non si sa dove si cade, ma si cade bene, in qualunque punto atterri la navicella. Mi sono trovata nello stesso clima che respiravo da ragazza, quando fondai con i miei amici un cineclub a Carpi e andavamo a prendere le pellicole a Bologna: i film di Bergman, Dreyer o Bresson, che non uscivano in sala. Vi erano temi profondi, fuori dal tempo, che non scadono mai. Lo stesso con questo lavoro in teatro: mi sono sentita di nuovo a casa, anche se in un’altra casa”.

A cento (e uno) anni dalla prima, Il piacere dell’onestà ha debuttato a metà marzo a Firenze, coprodotto come alle origini dalla Pergola e dal Quirino di Roma, che lo ospita fino al 22 aprile, con protagonisti Vanessa Gravina e Geppy Gleijeses. “È stato lui – continua Cavani – a propormi questa regia, così come la prima su Eduardo”, di cui fu amica personale.

Eppure, il suo battesimo nella prosa non è stato facile: “Credevo che Filumena fosse impossibile da affrontare dopo il film di De Sica (Matrimonio all’italiana): il mio regista preferito, un maestro assoluto”.

Anche altri suoi colleghi dallo schermo si stanno convertendo al palco: “Non credo sia una moda, ma un’occasione che capita. Bergman faceva teatro e cinema contemporaneamente. La strada è la stessa… Peccato che il nostro Paese non dia adeguata attenzione né all’uno né all’altro. Non c’è ambizione: non esportiamo, le produzioni restano isolate dentro i confini nazionali”, conclude Cavani, che in questi giorni è impegnata su un altro fronte ancora: la lirica. “Sto lavorando per la Scala con gli allievi dell’accademia. L’opera debutterà a settembre: è Alì Babà di Cherubini. Non la danno mai”.

 

Era “Misantropo” ma non così tanto

Di questi tempi va di moda la commedia di Molière o di Goldoni, ma di commedia non se n’è vista una: la maggior parte dei registi, infatti, preferisce sacrificare le risate sull’altare della denuncia sociale, annacquando i canovacci comici, o tragicomici, per virarli in chiave pessimistico-esistenziale. Uff.

Ne escono così commedie zoppe, poco divertenti, ma neanche tragiche: drammoni, se non melodrammoni, di dubbia incisività. È questo anche il caso del misantropo, un personaggio spassosissimo nella sua cupezza, la cui “malattia è comica”, glielo dice persino il suo amico: eppure, nell’allestimento di Monica Conti non v’è traccia di humour, black or not che sia.

Oltre che diretto, il testo di Molière è adattato dalla stessa regista (anche in scena come pianista), prodotto da Elsinor e in tour fino a metà aprile: una sostanziosa parte in commedia – nell’aver livellato l’opera – spetta pure al primattore, Roberto Trifirò, alias Alceste, il bilioso, livoroso, moralista, misantropo del titolo, la cui pesantezza qui è davvero infruttifera, non muovendo né al riso né al pianto, né alla compassione né alla comprensione, né alla filosofia né al vaudeville.

Tuttavia, nel libretto di sala così come nelle note di regia si insiste sul carattere “tragicomico, intelligente e ironico” del protagonista e sul “genio comico dell’autore”: qualcosa deve essere andato storto, anche perché alla Conti interessa portare in palco una “ballata dell’essere umano”, in cui, “più che la trama, contano le relazioni umane”, che dall’allegro convivio degenerano in “follia e disincanto”.

Tolta l’allegrezza, però, si sgonfia il gioco amaro dei paradossi e dei contrasti su cui si regge la trama, ovvero il processo-farsa di cui è vittima l’integerrimo Alceste (sin vittimista nel preferire l’ostracismo al ricorso) e il suo amore puro per l’impura Celimène, che flirta con tutti e tutti raggira: il loro è il secolo dei pettegoli, dei cortigiani, degli arrivisti, dei molti che hanno le smanie per la scrittura, pur non avendo nulla da dire, e si sperticano in lodi e complimenti gratuiti – un secolo, insomma, in cui “anche il cameriere è sui giornali”.

Composta ed elegante è la compagnia: Davide Lorino, Flaminia Cuzzoli, Giuditta Mingucci, Stefano Braschi e Antonio Giuseppe Peligra, ma i più in parte sono Nicola Stravalaci (nei panni di Oronte, il rivale amoroso di Alceste) e Stefania Medri (Arsinoè, la rivale beghina della discinta Celimène), entrambi sapienti interpreti comici, in grado di strappare dalla pièce rari sorrisi. Composta ed elegante è anche la messinscena, soprattutto nei costumi firmati da Roberta Vacchetta: tutti i personaggi indossano qualcosa di bianco; tutti, tranne il grigio protagonista, “l’uomo più noioso del mondo”, a detta della spregiudicata Celimène.

Peccato che sia una sgualdrina, ma vedeva lunghissimo.

 

Trieste, Il Rossetti, fino all’8 aprile; Recanati, Teatro Persiani, 11 aprile; Prato, Fabbricone, dal 12 al 15 aprile

 

“Stan and Ollie” torna il duo comico con Coogan e Reilly

Alessandro Gassmanne Marco Giallini reciteranno di nuovo insieme nelle prossime settimane ritrovandosi catapultati dai giorni nostri a spasso nel tempo nella Roma malavitosa degli anni 70 e 80 in “Non ci resta che il crimine”, una nuova commedia diretta da Massimiliano Bruno (anche sceneggiatore con Nicola Guaglianone) e prodotta dalla IIF di Fulvio e Federica Lucisano con Rai Cinema.

Pierfrancesco Favino, Valerio Mastandrea, Rocco Papaleo, Sergio Rubini, Margherita Buy e Alessandro Haber saranno gli interpreti principali di I moschettieri del re, una commedia d’avventura ispirata a I tre moschettieri di Dumas diretta da Giovanni Veronesi da metà maggio in Lucania. Realizzato da Indiana Production e Vision Distribution il film è previsto nelle sale italiane il 27 dicembre.

Luca Marinelli tornerà sul set come protagonista di una nuova trasposizione di Martin Eden di Jack London ambientata tra Torre del Greco, Caserta e Napoli e diretta da Pietro Marcello dopo averne scritto la sceneggiatura con Maurizio Braucci. Oltre che dalla francese Shellac Sud e da Rai Cinema il film sarà coprodotto dalla Avventurosa di cui il 41enne regista casertano è uno dei soci con Gianfranco Rosi e Sara Fgaier.

L’ultimo tour in Gran Bretagna di Stan Laurel e Oliver Hardy, colti nel 1953 al tramonto della loro gloriosa carriera, verrà raccontato da Stan and Ollie, un biopic prodotto da Bbc Film e diretto da Jon S. Baird che vedrà nei panni del celebre duo comico l’inglese Steve Coogan (Stanlio) e l’americano John C. Reilly (Ollio). Il copione è firmato da Jeff Pope, candidato all’Oscar per la sceneggiatura diPhilomena insieme a Coogan che del film di Stephen Frears era anche il protagonista con Judi Dench.

 

Berlusconi non abita più qui. È rimasto l’-ismo

In principio fu Silvio Berlusconi. Lo sceneggiatore Sandro Petraglia ne recepì la destinazione ai servizi sociali, chiamò il regista Daniele Luchetti e pronunciò le fatidiche parole: “Dobbiamo farci un film”. Qualche anno e molte riscritture più tardi, di Silvio è rimasta poca roba: conservata la pena alternativa, mantenuta la parabola rise and fall, salvaguardato l’exemplum, emulato da pesci più piccoli e meno astuti, i cosiddetti furbetti del quartierino, e però Berlusconi non abita più qui, se non come destinazione d’uso simbolico, epitome arcitaliana e via dicendo.

Il suo lontano parente è Numa Tempesta, cui Marco Giallini rende piena giustizia: fiuto e carisma a iosa, scrupoli a zero, è nato povero, ha fatto della finanza un’arte creativa e truffaldina, e ora gestisce un fondo da un miliardo e mezzo di euro. Eppure, una vecchia condanna per frode fiscale gli vale un anno di pena che sconta in un centro di accoglienza poveri, dove incontra la direttrice Angela (Eleonora Danco), il giovane padre Bruno (Elio Germano) con figlio al seguito e una banda di nullatenenti senza fissa dimora.

Secondo i desiderata di Angela, Numa dovrebbe empatizzare con questi povericristi, ma uno abituato a vivere tra lusso solipsistico e hotel uso singolo potrà mai riuscirci? Dopo Chiamatemi Francesco, progetto papalino poco congeniale e riuscito del 2015, Daniele Luchetti torna alla regia con Io sono Tempesta, che accatasta quale “farsa sociale, opera buffa, commedia invernale sul potere del denaro”.

Ho visto un Re! di Jannacci, Cochi e Renato sui titoli di testa aiuta, meno una sceneggiatura – con lui e Petraglia c’è Giulia Calenda – che qui e là sbraca, meglio, si sfalda tra derivazioni (Un povero ricco, proprio con Pozzetto, et alii) e sintagmi a tesi. Per carità, Luchetti ha ragione a dire che “speravamo nell’avvento del socialismo, poi l’ismo è sparito ed è rimasto solo il social. Una volta le differenze sociali si combattevano con le lotte di classe, oggi invece si usano i like”, ma nemmeno la drammaturgia è un tweet.

Meglio dello script il tono registico, che rifugge naturalismo e verismo per abbracciare la favola, persino l’apologo, ma senza indulgere nel moralistico: le scenografie, soprattutto l’hotel romano Cavalieri declinato surrealmente, aiutano. Ancor più gli attori: Giallini diresti che ci è, tanto ci fa; Germano, feticcio in divenire di Luchetti, conferma l’estro mimetico e la sensibilità umanissima, insomma, è ancora quello da battere; la Danco, sebbene un po’ persa dal copione (ma la sua Angela è suora o che?), certifica un talento non allineato. Poi, e non guasta, si ride spesso, talvolta si sogghigna amaro: “Il cinema di oggi si rivolge spesso alla borghesia: noi invece raccontiamo un problema sociale, la povertà, con uno spirito leggero, come nelle grandi commedie”.

Chissà, forse la via vecchia è ancora giusta, ma la strada è lunga.

 

Dalla gran tempesta di Defoe a FitzRoy, capitano di Darwin

Ne II conte di Montecristo Alexandre Dumas racconta la rocambolesca evasione di Edmond Dantès: rinchiuso dentro il sudario preparato per il cadavere dell’abate Faria, il protagonista di uno dei più bei romanzi ottocenteschi viene scaraventato in mare da due becchini troppo pigri per seppellirlo. Così vola giù dallo strapiombo del castello di If, poi come un precursore di Houdini si libera e raggiunge a nuoto un’isola. La scena si svolge a notte fonda: in cielo le nuvole offuscano la luna e poco dopo viene giù una tempesta violentissima. Un peschereccio si infrange contro gli scogli e sarà la fortuna di Dantès, sebbene costi la vita ai quattro marinai a bordo.

Ecco, questo incidente letterario forse si sarebbe potuto evitare se il timoniere del peschereccio avesse conosciuto i contemporanei studi di Robert FitzRoy.

Mai sentito parlare di FitzRoy? Era un ambizioso e visionario capitano di navi e, per quegli strani giochi del destino, ebbe fra i membri dell’equipaggio del suo Beagle nientemeno che Charles Darwin, prima che scrivesseL’origine della specie. Ma FitzRoy non era soltanto un capitano di navi, era un pioniere che voleva spiegare il futuro, al quale capitò di imbarcare l’uomo che avrebbe spiegato il passato. Siamo nel XIX secolo, la temperatura si misura in gradi Fahrenheit (febbre sopra i 100 gradi, vapore a 212, formazione del ghiaccio a 32), l’ora media è quella di Goettingen, e c’è una nuova branca della scienza che sta nascendo. Ne La conquista della meteorologia (Nutrimenti pp. 528, euro 20) Peter Moore ricostruisce in maniera appassionata e documentata anche sotto l’aspetto iconografico e con un piacevole livello di narratività le vicende di coloro che volevano predire il tempo. Oggi noi guardiamo lo smartphone per capire come vestirci, se prendere l’ombrello, se maledire un governo ladro, e non arrivano inaspettate le ondate di freddo che portano la neve a marzo anche a quota zero nel sud Italia. No, caro Burian, non avrai il nostro scalpo. Ma quando nel 1854 un deputato della Camera dei Comuni sostenne che presto si sarebbe potuto conoscere con ventiquattro ore d’anticipo le condizioni meteo di Londra, i suoi colleghi lo presero per matto.

All’epoca il tempo atmosferico era avvolto dal mistero. Daniel Defoe racconta della grande tempesta di Londra nel 1703, quando “i mulini a vento iniziarono a girare con una tale forza che le ruote si incendiarono come gigantesche girandole. Le mucche e le pecore furono sollevate in aria fino a scavalcare le siepi che dividevano i campi”. I danni sarebbero stati minori se qualcuno avesse potuto avvisare la popolazione. Come oggi nel dibattito sulle scie chimiche e i vaccini, sulla meteorologia ci fu uno schieramento netto per tutto l’Ottocento: da un lato i partigiani del progresso e dall’altro coloro che consideravano il cielo, anzi i cieli la terra selvaggia di Dio.

Fra i partigiani della meteorologia FitzRoy sospingeva l’idea che la scienza potesse essere di pubblica utilità. Alle sue spalle o al suo fianco figure poco note come Francis Beaufort, autore della prima scala dei venti, o il pittore John Constable, che non ambiva a essere ricordato nella storia nell’arte e riprodusse su tavole gigantesche le nuvole in tutte le loro forme, ma anche grandi personalità come Alexander Von Humboldt e Benjamin Franklin. Ovviamente anche le scoperte tecnologiche giocarono un ruolo di primo piano: con un telegrafo rudimentale si potevano comunicare le condizioni meteo per 250 chilometri in cinque minuti. Non sarà stata la fibra di Internet, ma non era male per quei tempi. Storie di uomini e di oggetti, che la penna di Peter Moore sottopone a una quadripartizione fondamentale: prima si osserva, poi si contesta, dopo ancora si sperimenta e, punto più importante, si crede. Perché a volte non solo alle superstizioni o alla religione si crede, ma perfino alla scienza.

Trump e la Siria, solo chiacchiere e distintivo

Barack Obama tracciò una linea rossa – l’uso delle armi chimiche da parte di Bashar al-Assad contro il proprio popolo – e poi accettò che fosse impunemente varcata, cedendo l’iniziativa a Vladimir Putin. Donald Trump batte sporadicamente un pugno sul tavolo della crisi, ma in realtà non vede l’ora di andarsene. Per gli Stati Uniti, la Siria è un’antologia degli errori: dall’impegno, riluttante, di Obama al disimpegno, sbandierato, di Trump, l’America è sempre lì, implicata, ma non influente e tanto meno decisiva. Ci spende uomini e mezzi, ma non ne ricava nulla.

Proprio in coincidenza con nuovi passi verso la spartizione della Siria in aree di influenza fra Russia, Turchia e Iran, il presidente Trump ha deciso di portare a casa 2.000 ‘ragazzi’: se i piani per il ritiro immediato sono pronti, i comandi militari hanno però ricevuto istruzioni di concludere la missione “nel giro di qualche mese”. Ancora una volta, tre passi avanti e due indietro. Washington ha definitivamente accantonato qualsiasi velleità di rovesciare Assad e non tenta neppure di proteggere i curdi – che sono stati artefici della sconfitta sul terreno dell’Isis – dall’aggressione turca. Ma resta lì, a fare che non si capisce. La Cnn riferisce che, nell’ultima riunione del suo team per la sicurezza nazionale, Trump avrebbe indicato il termine di sei mesi per il ritiro dei circa 2.000 militari dalla Siria. Se il termine fosse fondato, il ritiro delle truppe avverrebbe un paio di mesi prima delle elezioni di mid-term e potrebbe diventare una carta elettorale nelle mani dei repubblicani.

Messo in rotta l’Isis – ma il califfo Abu Bakr al-Baghdadi sarebbe ancora in Iraq, secondo fonti russe – Washington considera la missione compiuta e s’aspetta che siano i suoi alleati, in particolare i Paesi arabi della Regione, ad assumersi l’onere della ricostruzione delle aree stabilizzate, mandando anche truppe se necessario. La Casa Bianca assicura che si consulterà con gli alleati sul da farsi, ma, in realtà, Trump fa e disfa per conto suo. Adesso s’aspetta che “l’Onu lavori per la pace e assicuri che l’Isis non riemerga mai più”. Ma la situazione resta fluida: i flussi di civili nel Paese restano elevati – 100 mila sono tornati a Raqqa, oltre 150 mila sono venuti via da Gutha – e i movimenti di truppe continui: Assad ha schierato carri armati sul Golan.

Le mosse di Trump turbano anche Mosca e Ankara. Le diplomazie russa e turca constatano che “è difficile capire gli obiettivi di politica estera degli Usa”, non solo in Siria. Che Mosca brancoli nel buio, ci può anche stare, visto che Usa e Russia non sono alleati. Che lo faccia la Turchia è strano, poiché Washington e Ankara sono entrambe nella Nato. Eppure, la Turchia vede “seria confusione” negli annunci americani. Quelli turchi sono chiarissimi: “Resteremo ad Afrin finché non sarà garantita la totale sicurezza nella regione”, strappata ai curdi. Con buona pace degli eroi di Kobane e di Raqqa, traditi ancora una volta dagli ‘amici’ americani.

A Londongrad il gatto russo gioca col topo inglese

Il villino sembra la magione di campagna di una grande famiglia decaduta, con i suoi infissi sbrecciati, la terrazza spoglia, la torretta annerita dallo smog. Ma a decorare il cancello d’ingresso c’è un’aquila bicipite, al centro san Giorgio contro il drago. Stemma dell’impero russo recuperato dopo il 1992, oggi simbolo del nazionalismo di Putin. Siamo al numero 13 di Kensington Gardens, sede dell’ambasciata russa a Mosca e residenza ufficiale dell’ambasciatore Aleksandr Yakovenko, aperta ai giornalisti per una conferenza stampa sul caso Skripal.

All’ingresso, uomini della sicurezza verificano identità e borse. “Open you bag” intima un addetto russo col naso schiacciato. Ma i controlli non sono rigidi: il metal detector all’interno è disattivato. A sinistra, su una credenza, la foto autografata di un Putin giovane. Ad accoglierci, un gruppetto di giovani funzionari.

Poche settimane fa il governo britannico ha espulso 23 diplomatici russi, accusati di essere spie, e ora il personale è ridotto del 30%. “Possiamo fare foto?”. Non c’è problema. A destra, un saloncino adattato a guardaroba. Poi una sala più ampia, con una massiccia scalinata di legno scuro, in stile rustico, che porta al piano superiore, inaccessibile. Fra un Cristo ortodosso e un quadro di San Giorgio, un grande dipinto del Cremlino. E ancora, quadretti di robuste contadine russe, lo stemma imperiale sul camino. Religione, tradizione, nazionalismo: ovunque simboli della Grande Madre Russia su cui Putin ha edificato la retorica del suo regime.

Ma quando Yakovenko arriva nell’ampia sala attrezzata per la conferenza – un tripudio di stucchi, candelabri e porcellane – quello che mostra è il volto più moderno di Mosca: ex ministro degli Esteri, perfettamente rilassato, deliziato dalla disponibilità di una platea internazionale per ribaltare la “propaganda britannica”. Ha l’aspetto e le reazioni di un gatto sazio che gioca con un topo senza mai finirlo. Il topo è la sequenza di errori di comunicazione del governo inglese. Le accuse a Mosca senza prove definitive. L’identificazione ‘certa’ della Russia come fonte del novichok, l’agente nervino responsabile dell’avvelenamento degli Skripal, certezza poi smentita dal capo dei tossicologi. “Chiediamo trasparenza e la possibilità di collaborare all’inchiesta su quanto accaduto a due nostri connazionali in territorio britannico – dichiara Yakovenko – ma il governo May non risponde a nessuna domanda e non fornisce prove”.

Sorriso sornione: “Sappiamo solo quello che esce sulla stampa, proprio come voi”. Il novichok? “Non lo abbiamo mai prodotto”.

L’avvelenamento come vendetta di Putin? Altro sorriso: “Non avevamo nessun interesse. Piuttosto, abbiamo sospetti sui britannici. Negli ultimi anni, sono molti i cittadini russi morti in circostanze misteriose in territorio britannico. Perché proprio qui?”. Il recente ‘no’ dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche alla proposta russa di inchiesta congiunta? Sorriso, stavolta beffardo: “Hanno votato contro in 15, tutti paesi europei o Nato. Ma altri 6 erano a favore, 17 si sono astenuti. Significa che la maggioranza non crede alla versione occidentale”.

Arriva la notizia che Yulia Skripal sta molto meglio e che anche Sergei si starebbe riprendendo. Sorriso amichevole: “Se vorrà tornare in Russia sarà il benvenuto. Non ha niente da temere”. Esasperato, un giornalista inglese chiede: “Perché lei continua a sorridere? Si sta divertendo?”. Yakovenko si indurisce per un secondo. “È il mio stile. Non fatevi confondere. La Russia prende questa storia molto sul serio”.

Da Prodi a Bersani, la sinistra italiana si schiera: “Su di lui nessuna prova”

Politici, sindacalisti, accademici: un appello pubblico a favore di libere elezioni in Brasile arriva anche dall’Italia. In sostegno di Lula si schierano Romano Prodi, Pier Luigi Bersani, Vasco Errani, Susanna Camusso, Piero Fassino, Guglielmo Epifani, ma anche Lia Quartapelle, Marina Sereni, Luciana Castellina, Luigi Ferrajoli, Gianni Tognoni e Roberto Vecchi. “Non sono emerse a carico del presidente Lula – si legge nel comunicato – prove tali da dimostrare che egli si sia appropriato di risorse pubbliche o abbia ricattato imprese per ottenere benefici personali. Nonostante ciò, in virtù di una sentenza che prevede la possibilità di arresto prima dell’ultimo grado di giudizio, Lula rischia di essere incarcerato. Vogliamo esprimere grande preoccupazione per il rischio che la competizione elettorale venga avvelenata da azioni giudiziarie che potrebbero impedire impropriamente a uno dei protagonisti di prendervi parte”.

Il cacciatore di spie che sogna di essere premier

Non si ferma il numero dei caduti palestinesi e non si fermano le proteste al confine tra Gaza e Israele.

Dopo le due vittime di ieri, che sono andate ad aggiungersi alla lista dei 17 morti uccisi dall’esercito israeliano lo scorso venerdì, oggi inizia la seconda ondata di proteste organizzate dal movimento islamico Hamas, che guida la Striscia dal 2007. La “Marcia del Ritorno”, come è stata definita questa iniziativa di Hamas – organizzazione considerata terroristica dalla maggior parte del pianeta – se vedrà un’alta partecipazione si configurerà come una potenziale Terza Intifada, voluta da Yahya Sinwar. Da quando, nel febbraio dello scorso anno, a 56 anni, è stato eletto internamente al Movimento islamico primo ministro, Sinwar è diventato l’uomo più potente di Gaza. Sia che si tratti di un arci nemico utile, che di una reale minaccia, Sinwar viene considerato dalla dirigenza israeliana il più estremista tra gli estremisti di Hamas. Del resto Sinwar ha fatto di tutto per essere inserito al top della lista nera di Israele sottolineando a ogni piè sospinto che Hamas “non riconoscerà mai Israele e il suo diritto a esistere”. Aver scelto come slogan per debuttare in società proprio la richiesta dell’applicazione del diritto al ritorno per i palestinesi nelle case e nei luoghi dove vivevano prima della fondazione di Israele, dimostra che il leader intende suscitare la protesta chiamando in causa non solo i dirigenti di Fatah e dell’Olp seduti a Ramallah, ma anche l’Onu che ha sancito il diritto al ritorno dei palestinesi, quando organizzò e diede il via libera alla costituzione dello Stato israeliano.

Sinwar ha inoltre dalla sua la credibilità costruita nei 22 anni trascorsi in una prigione israeliana, da cui uscì nel 2011 come parte di uno scambio di prigionieri con il soldato israeliano Gilad Shalit. Da un anno sostituisce il primo ministro Ismail Haniyeh. Ora l’ex detenuto per aver ucciso alcuni palestinesi diventati spie di Israele, al fine di diventare il leader incontrastato dei palestinesi tout court, dovrà far dimenticare ai giovani della Cisgiordania il carisma e l’autorevolezza acquisita in vent’anni di carcere di Marwan Barghouti, ispiratore e organizzatore della Seconda Intifada. Condannato a vari ergastoli difficilmente verrà mai rilasciato, ma ciò non toglie che nessuno finora sia stato in grado di prendere il suo posto nel cuore dei palestinesi che, disillusi e privati a vita del proprio Che, potrebbero trovare in Sinwar una nuova guida.

Sinwar ha costruito la propria ascesa conducendo una vita molto sobria, quasi ascetica sotto il profilo privato e imponendosi a ogni costo senza risparmiare la violenza più bieca nell’ala militare segreta.

Si ritiene abbia ordinato l’esecuzione di un rivale con estrema freddezza. Il primo ruolo significativo di Sinwar in Hamas fu la creazione dell’organizzazione di sicurezza Munazzamat al Jihad w’al-Dawa [Majd] il cui obiettivo era identificare i collaboratori palestinesi che lavoravano per Israele, alcuni dei quali furono uccisi. Forte anche dell’appoggio del fratello Mohammed, ha sempre combattuto contro Israele ed è considerato uno del popolo essendo nato e cresciuto nel misero campo profughi di Khan Younis. Yaron Blum, fino a poco tempo fa un alto funzionario dello Shin Bet, ha descritto così Sinwar su Israel Radio: “È carismatico, non è corrotto, è modesto e difende l’azione. Farà tutto il possibile per portare a termine attacchi terroristici”.