In Giappone le chiamavano ianfu, che in occidentale si può rendere con un equivoco “comfort women”, donne di conforto. La linguistica è la prima a non rendere giustizia alle migliaia di donne asiatiche – 20 mila secondo i giapponesi, fino a 300 mila secondo le Nazioni Unite – che a cavallo tra gli anni 30 e 40 furono ridotte in schiavitù nei bordelli dell’esercito imperiale giapponese.
La storia di una di quelle donne è al centro di Figlie del Mare (Longanesi, 2018), il primo romanzo della scrittrice americana – di origini coreane, dunque in qualche modo parte in causa – Mary Lynn Bracht. Si parla di Hana, ragazza che a sedici anni cerca perle nello Stretto di Corea e che un giorno si sacrifica per salvare la sorella (che non saprà darsi pace per il resto della vita), consegnandosi ai militari giapponesi al suo posto.
Consegnarsi per che cosa? Una ventina di rapporti sessuali tra mattina e sera, sei giorni a settimana. Il settimo serve per sistemare la camera, pulire i preservativi e curare le ferite in vista, perché poi si ricomincia, sempre. Hana non ha via d’uscita, se non farsi coraggio e sperare che qualcuno degli aguzzini arrivi a tal punto di perversione da voler scappare con lei fuori dal bordello, infastidito più dal dover condividere con altri soldati il giovane corpo della ragazza che dal suo lancinante, quotidiano, dolore. Ma ogni fuga non è mai definitiva, ogni speranza di una nuova vita che possa avvicinarsi a quella vecchia deve fare i conti con gli aspetti più vendicativi dell’occupazione giapponese e con l’arrivo dell’esercito sovietico, nello scenario che aggiunge al dominio nipponico la Seconda Guerra Mondiale.
Mary Lynn Bracht sceglie le parole giuste anche per le pagine più delicate: il realismo con cui racconta stupri e violenze non diventa mai splatter, riesce a scuotere chi legge anche senza telefonati pietismi e senza strizzare l’occhio al fascino del macabro. Per contrasto, risaltano con la stessa finezza i passaggi più teneri: una risata nel mezzo dei giorni dell’orrore, un amico imprevisto al momento giusto, un bagno in un lago ghiacciato che per un momento ricorda a Hana il mare di casa.
Il punto di vista, che sia quello di Hana o della sorella Emi, è sempre coreano. Tutti gli altri – o quasi – fanno la parte dei cattivi: è il modo più netto che ha Bracht per portare alla ribalta un tema di cui per decenni il mondo ha persino ignorato l’esistenza. Da questa lettura – parziale, ma legittima finché il focus rimane il racconto di una storia – restano fuori le polemiche storiche e le accuse reciproche che Corea e Giappone si scambiano da anni, senza mai essere riusciti davvero a sanare la ferita delle “comfort women”.
Ma nell’anno del #metoo e della grande mobilitazione femminile, anche senza contribuire al dibattito storico Figlie del mare aggiunge un prezioso promemoria alla lista di quello che alcune donne, da qualche parte del mondo, hanno dovuto sopportare soltanto per non essere nate dell’altro sesso.