Lula, il presidente operaio stritolato da “O mecanismo”

Come se si trattasse della finale dei Mondiali di calcio, il Brasile è rimasto incollato ai televisori e alla Rete, per seguire la decisione del Supremo tribunale federale. Dopo undici ore d’udienza, i giudici hanno negato la protezione di un habeas corpus al presidente più votato della storia brasiliana, Inacio Lula da Silva.

Lula potrà essere arrestato nei prossimi giorni, dopo la conferma in secondo grado della sua condanna a 12 anni di carcere per corruzione e riciclaggio in relazione ai lavori in un lussuoso appartamento con vista mare, offerti da un’impresa di costruzioni in cambio di favori per l’ottenimento di appalti. Lula ha perso di misura. Sei degli undici membri del Supremo hanno votato contro il mito dell’ex metalmeccanico, divenuto amato leader di milioni di diseredati brasiliani. La polizia federale non potrà arrestarlo sino a quando il Tribunale federale di Porto Alegre non comunicherà al giudice Sergio Moro, capo dell’équipe dell’inchiesta Lava Jato – il caso di mega corruzione e fondi neri legato alla Petrobras che ha coinvolto 56 politici ed è raccontato nella serie O Mecanismo – che potrà emettere il mandato di cattura. Agli avvocati di Lula resta la possibilità di ricorrere ancora una volta alla sentenza emessa in seconda istanza, ma le possibilità di un esito favorevole sono quasi nulle. Stavolta non ha perso solo l’ex presidente più votato della storia moderna brasiliana, che in due mandati presidenziali consecutivi permise al Paese sudamericano di battere i record d’occupazione e prosperità economica; a perdere è il Brasile delle favelas che, secondo gli ultimi sondaggi, continuerebbe a votare Lula facendolo vincere contro qualsiasi avversario alle Presidenziali, fissate il prossimo ottobre.

Se entro il 17 settembre il Supremo tribunale non impedirà la sua candidatura, Lula e il suo partito, il Pt (Partido dos Trabalhadores) potrebbero condurre, anche dalla prigione, la campagna elettorale ma è difficile che gli avversari lo consentiranno. Lula ha vissuto il processo con la baionetta dei militari sul collo: prima dall’inizio del dibattito del Supremo tribunale, il comandante dell’esercito, il generale Eduardo Villas Boas, ha inviato un tweet ai suoi 130.000 followers in cui esprimeva la sua opinione e quella delle forze armate brasiliane.

“L’esercito brasiliano intende condividere il desiderio di tutti i cittadini del rifiuto dell’impunità e il rispetto della costituzione, della pace sociale e della democrazia”. L’ufficiale ha ricevuto l’appoggio di quasi tutto lo stato maggiore e dei generali della riserva, incluso l’ex capitano Jair Bolsonaro, il quale, subito dopo Lula, guida la classifica delle preferenze elettorali. Il tweet ha avuto forti ripercussioni nel paese, dove i militari hanno lasciato il potere nel 1985.

L’habeas corpus negato a Lula e il conseguente impedimento di partecipare all’elezione presidenziale spacca ancora di più il Paese, già diviso dalla miseria e dai problemi di ordine pubblico. E i più accaniti sostenitori di Lula ricordano che i giudici hanno affrancato dalle accuse e dalla prigione altri leader del governo Temer, come José Serra o Aecio Neves ma hanno condannato poi lui, l’ex metalmeccanico Lula.

Manifesto anti-aborto a Roma. Le proteste: “Rimuovetelo subito”

Un maxi-cartellone con l’immagine di un embrione e il monito anti abortista: “Sei qui perché tua mamma non ti ha abortito”. È il manifesto – creato dall’associazione ProVita – apparso ieri sulla facciata di un palazzo a Roma e che ha scatenato polemiche anche in consiglio comunale, dove le consigliere del Pd romane hanno chiesto alla sindaca Virginia Raggi l’immediata rimozione dell’immagine. Anche la senatrice Pd Monica Cirinnà è intervenuta sulla questione, lanciando l’hashtag #rimozionesubito su Twitter, dove già diverse migliaia di messaggi avevano chiesto provvedimenti simili. Dal canto suo, l’associazione ProVita ha fatto sapere che il manifesto fa parte di una campagna per i 40 anni dalla legge italiana sull’interruzione di gravidanza. Dovrebbe rimanere affisso fino al 15 aprile, a meno che le pressioni sul Comune non convincano il Campidoglio a rimuoverlo. “Il maxi-manifesto di Roma riporta l’attenzione sulla violenza e dramma di una condanna a morte prima di nascere”, ha detto Toni Brandi, presidente di ProVita.

La Francia si accanisce sulla migrante incinta

Andrea Giambartolomei

Presa per braccia e gambe, sollevata e portata sulla banchina della stazione di Mentone. Così alcuni poliziotti della Crs (Compagnie républicaine de sécurité) hanno preso una migrante incinta a bordo di un treno proveniente da Ventimiglia. Le immagini, riprese da tre studenti di giornalismo, mostrano i metodi delle forze dell’ordine francesi verso i migranti che cercano di attraversare la frontiera tra Italia e Francia, metodi già contestati dopo gli episodi di Bardonecchia, tra cui l’irruzione nella saletta utilizzata dai mediatori culturali e dai medici della ong Rainbow4Africa. Il video è stato ripreso da tre studenti il 16 febbraio, ma è stato diffuso solo ieri: “C’era una famiglia nera ed è stata l’unica a essere controllata”, raccontano. “Dovete scendere, scendete!”, dicono gli agenti. Il marito della donna chiede: “Perché mi arrestate? Sono con mia moglie, è incinta”. La coppia non consegna i documenti e i poliziotti decidono di usare la forza: “Non toccate mia moglie!”, dice l’uomo, mentre lei, svenuta, viene trascinata sulla banchina. Ma per la competente prefettura francese “se ci sono delle violenze in questo video, non sono state commesse dalla polizia”.

A bordo della Ong: “I libici ostacolano i soccorsi”

Migranti, anzi, naufraghi appena salvati picchiati con le corde. Minacciati con le armi. Violenza e spregiudicatezza. Il rapporto firmato dal segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres sulla situazione della Libia, pubblicato il 12 febbraio 2018 e acquisito dalla procuratrice del Tribunale penale internazionale nei giorni scorsi, contiene parole durissime sulle azioni della Guardia costiera di Tripoli.

Nelle 17 pagine del report finito all’Aia, dopo aver evidenziato le violazione dei diritti umani da parte delle istituzioni libiche, l’attenzione si focalizza su un episodio del 6 novembre 2017, documentato anche da immagini video diffuse lo scorso anno, girate dai volontari della ong Sea Watch, intervenuti insieme ai libici per un salvataggio. È il caso esemplare per il segretario generale dell’Onu, che mostra il trattamento violento nei confronti dei migranti, destinati ad essere riportati nei centri di detenzione. Luoghi dove subiranno ulteriori violenze.

Il racconto degli operatori umanitari – confermato sostanzialmente dal rapporto delle Nazioni Unite – di quell’intervento della Guardia costiera libica dello scorso novembre è un duro atto di accusa: “Mentre ci stavamo avvicinando con i gommoni – racconta Gennaro Giudetti, uno dei soccorritori della Sea Watch – è arrivata anche la motovedetta della Guardia costiera libica, che non ha mai collaborato via radio. Io ero sul primo mezzo di salvataggio e arrivando vicino al gommone ho visto subito le persone galleggiare sull’acqua, con diversi morti. Sentivamo le voci strozzate dall’acqua dei naufraghi, vedevo solo delle mani che uscivano fuori dalle onde. Ho dovuto scegliere chi salvare, è stato drammatico”. In questo scenario l’intervento dei libici ha creato una situazione difficilissima: “Non distribuivano i giubbetti di salvataggio, semplicemente lanciavano i salvagente rigidi. Quando noi siamo arrivati i libici cercavano di cacciarci, addirittura ci hanno lanciato delle patate addosso mentre recuperavamo le persone in acqua. Loro gridavano continuamente, ma nessuno di loro è sceso in acqua con il gommone per salvare vite”. Quei naufraghi recuperati dalla motovedetta libica, una volta a bordo, sono stati trattati con violenza, come ricorda il report ora sul tavolo della Corte penale internazionale: “Quando ci siamo allontanati con il gommone abbiamo visto sul ponte della nave dei libici alcuni migranti ammassati sul ponte e i libici per non farli alzare, per non farli agitare più di tanto, li picchiavano con le corde della nave, con una mazza e li prendevano a calci”, racconta Giudetti.

Gli interventi della Guardia costiera libica nei salvataggi dei migranti sono in aumento. Lo scorso anno circa 20 mila persone sono state riportate in Libia dalle motovedette di Tripoli, fornite dal governo italiano e con equipaggi formati in Italia. L’attenzione della Procura della Corte penale internazionale sulle violazioni dei diritti umani denunciate dalle Nazioni Unite era già nota fin dallo scorso anno. A novembre la procuratrice Fatou Bensouda, intervenendo al Consiglio di sicurezza dell’Onu, aveva annunciato l’apertura di una inchiesta preliminare sui crimini commessi nei confronti dei migranti. L’acquisizione dell’ultimo report del segretario generale porta all’interno del fascicolo i comportamenti delle motovedette libiche, la cui azione è coordinata e finanziata dall’Italia, con fondi europei.

La presenza della Marina militare italiana all’interno della catena di comando della Guardia costiera di Tripoli è stata indirettamente confermata dal gip di Catania, che nel decreto di convalida del sequestro della nave della ong spagnola Proactiva parla apertamente di un “coordinamento” di fatto delle azioni delle motovedette libiche da parte degli ufficiali italiani.

La problematicità delle relazioni con la marina libica è ben chiara alle Nazioni Unite. Nella relazione del 12 febbraio scorso il segretario generale Guterres ricorda che il rapporto dell’Onu con la Guardia costiera libica è stato sottoposto dalla task force sui diritti umani a una valutazione di rischio. Lo stesso avverrà per i rapporti con il Dipartimento di Tripoli che gestisce i centri di detenzione.

Debutta Bocca, e il social è subito populista

La televisione è come la cacca, bisogna farla, non vederla, diceva Gianfranco Funari, che si intendeva di tutte e due. Beniamino Placido era dello stesso avviso nonostante fosse un sublime critico televisivo, anzi, a maggior ragione. Fare Tv è talmente più divertente che si congedò dai suoi lettori e nel ’94 realizzò Eppur si muove in tandem con Montanelli. Di certo non si possono fare le due cose assieme. Bisogna scegliere, sempre ammesso che si possa. Anche Fabrizio Bocca ha scelto. Divenuto direttore di Sky Tg 24 dopo anni di critica televisiva, è sceso in campo con l’approfondimento HASHTAG24 (mercoledì alle 21). A vederlo in studio così dritto, elegante e declamante, mai si sospetterebbe del suo equivoco passato: pare già un conduttore fatto e finito, l’anello di congiunzione tra Paolo Del Debbio e Nicola Porro. Lineare il talk, lodevolmente contenuto nelle dimensioni: due ospiti per interpretare posizioni contrapposte (“I migranti li aiutiamo qui o a casa loro?”), Antonio Albanese con il film in promozione ma collegato “in borghese”, come opinionista aggiunto, servizi e dati per fare il punto della situazione. La novità sono le domande in diretta, in arrivo dai social; populismo applicato ai media per cavalcare un’onda già piuttosto diffusa (come sempre, sono le trasmissioni calcistiche a fare da battistrada). E dunque: meglio Bocca quando scriveva a casa sua o meglio ora, migrante sul piccolo schermo? Difficile dirlo su due piedi, bisognerebbe farci un talk sopra.

Cari tifosi, non ci resta che essere veri sportivi

Quando la narrazione stona dai fatti, quando le partite di calcio diventano delle parcellizzazioni mentali perfette solo per creare scalpore, solleticare un applauso o dimostrare la capacità di erpicarsi anche su tesi ostiche. Questo fino all’altro ieri. Oggi il livello è salito, la fantasia conquista anche gli ultimi brandelli di scienza esatta applicata al pallone, e Roma e Juventus, dopo sette reti complessive subite, si trovano unite nel dichiarare, tra il serio e il fiero: “Sì, è vero, abbiamo perso, ma non abbiamo giocato così male”. Davvero? Pensa in caso contrario, è l’associazione mentale immediata.

Ma tolta la prima reazione, resta la plastica evidenza di uno stato di prostrazione e inferiorità. Juve e Roma temevano peggio. Juve e Roma erano già rassegnate all’ineluttabile, erano i Trevor Berbick del Mike Tyson ventenne (steso alla seconda ripresa), o il Sete Gibernau quando Valentino Rossi lo sverniciava, ribaltava, gli dava secondi su secondi, poi alla fine della corsa dichiarava: “Sete è bravissimo”.

Juve e Roma a questo livello europeo sono come le formazioni svizzere degli anni Novanta, quando in Coppa arrivavano a San Siro e i calciatori elvetici si fermavano ad ammirare il riscaldamento dei vari Van Basten, Ronaldo e affini. Allora si chiedeva anche l’autografo o la maglia a fine match, i selfie nessun colpevole li aveva inventati. Juve e Roma stanno lì, insieme ai loro tifosi, pronti ad applaudire gli undici al fischio della sconfitta, e a sancire un’immagine: con sul viso gli schiaffoni di Champions, non possono far altro che rifugiarsi nella sportività e plaudire a chi di ceffoni ne ha dati meno del previsto. Come è umano lei.

Nazismo, il sindaco non molla: quindi ora tutti a Cologno!

Se non fosse una cosa mostruosa, sarebbe molto ridicola e avrebbe bisogno, per essere raccontata, del miglior Woody Allen, oppure, a scelta, del John Belushi che nel film The blues brothers a un certo punto esplode: “Io li odio, i nazisti dell’Illinois”. La storia però è ambientata in Italia, a Cologno Monzese, paesone alle porte di Milano che non brilla proprio per bellezze naturali e artistiche ed è noto soprattutto perché ospita il centro di produzione Mediaset. Che cosa ha dunque pensato, il sindaco di Cologno, Angelo Rocchi, leghista, per offrire un’iniziativa culturale ai suoi concittadini? Di fare una bella rievocazione storica in paese. Niente Barbarossa, Carroccio, Alberto da Giussano, niente Medioevo con Celti e Longobardi, roba da Lega di Bossi, da dimenticare. Meglio una cosetta più salviniana e più vicina a noi: un bel campo militare della Wehrmacht, cioè dell’esercito tedesco di Hitler che occupò l’Italia fino alla Liberazione dell’aprile 1945. Una bella rievocazione storica in costume, come quella dei pazzi che rifanno la battaglia di Waterloo, da mettere in scena con le divise naziste il 21 e 22 aprile (alla vigilia del 25 aprile festa della Liberazione) nel cortile della locale villa Casati.

Impegnata in questa nobile impresa è l’associazione “36 Fusilier Kompanie”, specializzata nelle ricostruzioni storiche delle attività dei militari nazisti. Dice la determina municipale del 3 aprile: “È intento di questa amministrazione comunale organizzare la rievocazione storica della Seconda guerra mondiale, in occasione della ricorrenza della Liberazione, con la ricostruzione di un accampamento storico-divulgativo con attività e dimostrazioni rivolte a tutta la cittadinanza, in collaborazione l’Associazione Rivivere il passato”. “Per la realizzazione dell’evento si rende necessario la ricostruzione di un campo militare della Wehrmacht, con presenza di uniformi, materiali e attrezzature originali dell’epoca, con visite guidate all’interno del campo, dimostrazioni attività di primo soccorso, utilizzo apparecchiature radio originali, preparazione del rancio con ricette originali d’epoca, attività ricreativa da campo eccetera”. Prezzi modici: tutto questo ben di Dio viene realizzato dall’Associazione Rivivere il passato con soli 3 mila euro.

I partigiani dell’Anpi, il Pd locale e l’ex presidente della Camera Laura Boldrini hanno protestato. Per tutta risposta, il sindaco si è arrampicato sugli specchi per difendere la sua brillante iniziativa, allargandola un po’. Per accontentare tutti, ha raccontato che la “rievocazione storica” prevede, oltre al reparto nazista della Wehrmacht, anche una formazione partigiana e addirittura un gruppo di soldati dell’Armata Rossa. Io propongo di aggiungere anche i Fantastici Quattro e i Sette Samurai, ma soprattutto i Dothraki del Trono di Spade e Biancaneve e i Sette Nani per coinvolgere i bambini. Ai quali si dovrà spiegare che tra il 1944 e il 1945 la fanteria nazista si rese responsabile, assieme alle Ss e ai fascisti della Repubblica di Salò, di centinaia di rastrellamenti e di migliaia di deportazioni e di assassinii di uomini, donne e pure bambini. Chissà se Carlo Cracco vorrà fare una comparsata per valorizzare “il rancio con ricette originali d’epoca”?

Dalla lettura della determina si capisce che i partigiani, all’inizio, non c’erano. Non c’erano neppure i sovietici dell’Armata Rossa, che comunque è vero che hanno liberato Auschwitz e Berlino, ma a Cologno Monzese non sono proprio mai arrivati. Il presidente provinciale dell’Anpi, Roberto Cenati, ha chiesto al prefetto di bloccare questa manifestazione “offensiva per Cologno e i suoi caduti”. Ma io dico: no, andiamoci tutti, il 21 e 22 aprile, a Cologno!

Pseudo-Feltri insulta Di Maio e dimentica B.

Invecchiamo tutti male, ma qualcuno invecchia peggio degli altri. È il caso, quasi drammatico per chi lo ha conosciuto bene, di Vittorio Feltri, il quasi mitico direttore dell’Indipendente che portò da 19.500 copie a 120 mila in un anno e mezzo (1992-1994), prima di trasferirsi alla corte di Berlusconi.

L’altra notte la giornalista che stava facendo la rassegna stampa di Sky Tg 24 segnalava come primo giornale Libero e il suo titolo di testa “Da Galileo a Di Maio – come siamo scesi in basso”, definendolo “originale”. Purtroppo non è originale, è ridicolo, rasenta e supera il grottesco. Feltri ricorda alla rinfusa alcuni italiani illustri (Leonardo da Vinci, Guglielmo Marconi, Enrico Fermi, Galileo Galilei, Meucci, Rubbia, Olivetti) e li paragona a “un ragazzotto senza arte né parte” come Luigi Di Maio.

Deve essersi bevuto il cervello per non accorgersi che nessuno dei personaggi da lui citati è stato un uomo politico. Ma al di là di questo dettaglio quale dei nostri politici attuali può reggere il raffronto con Leonardo da Vinci? Salvini? Renzi? Grasso? Verdini? Brunetta? Berlusconi? È curioso che Feltri si accorga del basso livello dei nostri uomini politici solo ora. E anche del basso livello culturale degli italiani cui lui stesso ha contribuito con articoli sempre più sgangherati, scevri di alcuna logica. E volgari. La volgarità è diventata un marchio dell’ultimo Feltri. L’avevo conosciuto come uno che si vestiva come si può vestire un bergamasco quale è. Cioè stava nei suoi panni e uno che sta nei suoi panni, si tratti di un aborigeno australiano o di un contadino padano, non è mai volgare. Adesso Feltri, rimpannucciato, per fare il figo si veste all’inglese. Non sa che nessun inglese si è mai vestito all’inglese. Naturalmente i più implicati in questo degrado sono gli undici milioni di italiani che hanno votato i Cinque Stelle e con loro Luigi Di Maio, “rimbambiti e completamente fuori di senno”. Forse rimbambito e fuori di senno, qui, è qualcun altro. Invece per quest’ultimo, svilito, immiserito, irriconoscibile Feltri, che ritrova anche il suo innato razzismo, rincoglionita è “la folla di terroni e vari fessi settentrionali ex comunisti dall’encefalogramma piatto”. Nella sua foga scarcassata Feltri parla anche di “nani inguardabili”, dimenticando che per lungo tempo è stato al servizio del “nano” per eccellenza. Feltri fa finta di dimenticare che in democrazia il voto popolare è sovrano. È vero che a Feltri della democrazia non è mai fregato nulla, come a me, solo che io ho sempre avuto il coraggio di dirlo e lui no. Se ne accorge solo adesso. Se il paragone non fosse insultante per Mussolini vede il Parlamento come “una bettola piena di mediocri, sciurette e nullafacenti”. Si dimentica dei delinquenti.

Dice ancora Feltri, ma preferirei chiamarlo, per l’affetto che conservo ancora per lui, lo pseudo Feltri, che “abbiamo bisogno non di volti nuovi bensì di vecchi saggi”. E qui sta il nocciolo di tutto il suo articolo. Gli italiani dovrebbero “togliersi dalle palle” Luigi Di Maio e tenersi “il vecchio saggio” Silvio Berlusconi, un uomo che, se vogliamo parlare di quella “dignità della Patria” che Feltri improvvisamente riscopre, ci ha fatto fare figuracce inenarrabili ogni volta che ha messo piede all’estero (il “kapò” affibbiato all’europarlamentare Martin Schulz, poi diventato presidente del Parlamento europeo, le corna fatte a un ministro spagnolo durante un importante consesso internazionale, il suo avvicinare, da scolaretto impertinente – ed era già intorno ai settant’anni – le teste di Putin e Obama, eccetera, eccetera) lasciando perdere, proprio per carità di patria, la sua attività delinquenziale.

Di questo “vecchio saggio” che è su piazza da più di un quarto di secolo siamo noi ad averne “le palle piene”. E anche di Vittorio Feltri.

Springsteen è molto più “utile” di Renzi

C’era una volta il voto utile. Era una specie di religione, alla quale il Pci si dedicava a convertire gli infedeli. Il voto della sinistra, il voto della protesta, il voto radicale, il voto del cambiamento, il voto dei nuovi movimenti, non poteva che andare lì: al più grande partito comunista d’Occidente. L’unico che ne avrebbe saputo fare un uso serio. L’unico capace di dargli modo di contare, di non disperdersi nei rivoli sparsi della protesta, di non ridursi – così si diceva allora – a impotente testimonianza.

Era stata anche genialmente inventata una particolare specie parlamentare, quella degli indipendenti di sinistra. Figure nobili tratte da ogni campo, da Stefano Rodotà a Gino Paoli, da Raniero La Valle a Gina Lagorio: personalità non iscritte al partito e che per giunta una volta elette non si sarebbero nemmeno iscritte al gruppo comunista ma appunto a quello degli indipendenti di sinistra. Diversi. Ma tutti dentro il grande voto utile. Bandiera di un popolo. Baluardo contro la reazione, poderoso ma duttile esercito di progresso. Si era scoperto in realtà, a un certo punto della storia repubblicana, che poteva essere utile anche il voto dato al Partito radicale. E tuttavia l’idea che il voto non dovesse premiare pattuglie coraggiose o “più combattive” per andare invece al grande partito in grado di metterlo a frutto è durata fino a noi. Non per nulla è stata liquidata di colpo, e senza molti rimpianti, tutta la sinistra minore nel 2008 sull’altare del Pd. Si è trattato di una cultura vera, insomma, una delle poche eredità che dal vecchio Pci è passata per le tante sigle di partito che si sono date il turno sulla sua lunga scia. Chi, come il sottoscritto, ha più volte scelto di militare o simpatizzare per gruppi e pattuglie, possiede buona memoria delle discussioni tenute all’ombra di quella religione, di come la forza della ragione vi diventasse puntualmente la ragione della forza. Ma un senso in tutto questo c’era. Il mondo diviso in due, le precarietà della democrazia, da Tambroni a Segni fino al buio delle stragi, il clericalismo. E da questa parte l’illusione socialista, l’emancipazione dei popoli e una tensione a produrre faticose sintesi culturali, in grado di rappresentare un mondo intero.

La Democrazia Cristiana, invece, non predicava il voto utile. I partiti satelliti minori (liberali, repubblicani, socialdemocratici) impreziosivano infatti la sua egemonia, arricchivano la sua cifra democratica. Erano la prova che alla guida dell’Italia non c’era un partito solo, ma una pluralità di idee e di tradizioni, da cui restava fuori solo quella che aveva eletto l’Unione Sovietica a suo modello. Una storia spessa, insomma. Poi qualche settimana fa, l’ultimo partito erede del voto utile, e che al voto utile si era appellato anche in campagna elettorale, ha chiuso questa storia con furore. Puf, di colpo, come se fosse rimasto abbagliato da un perfido sortilegio, soggiogato e trasformato in altro da una Maga Magò in vena di beffe crudeli. Davanti a un popolo di elettori in gran parte incredulo l’Erede ha rinnegato la religione avita e si è convertito siccome fulmine a quella del voto inutile. Grande è la confusione sotto il cielo, tutto è possibile nel grande rimescolamento, ma quasi un quinto di chi ha votato scopre di averlo fatto per niente. L’Erede sta in un angolo, immusonito assai. Così hanno voluto gli elettori, egli dice. Anche se l’elettore sa per certo che lui non l’ha voluto, e neanche quello, e nemmeno quell’altro. Il voto dato al Pd per essere gli unici a non contare: dall’utilità all’impotenza, chi l’avrebbe mai detto…. Sono gli ultimi misteri di una parabola che resterà antropologicamente misteriosa. Ricordate? Per tutta la campagna referendaria si è cercato di esorcizzare il “no” evocando ossessivamente lo spettro di Salvini. Se passa il no arriva Salvini, si ammoniva, facendo del leader leghista qualcosa di simile a un mostro omerico (infatti vinse il no e arrivò il terribile Gentiloni). Ora invece si contempla dall’angolo, con soddisfazione, l’arrivo di Salvini. L’Erede è offeso con gli elettori perché non l’hanno votato. E quindi non gioca più. Imparino quelli che invece il voto hanno avuto l’idea di darglielo. Questa vicenda, chissà perché, mi ricorda la Pasqua del ’93. Quella sera a Verona il grande Bruce Springsteen trovò, sotto un diluvio, lo stadio del Bentegodi mezzo vuoto. Ma mica si offese e rinunciò a esibirsi, spiegando che così aveva deciso il pubblico rimasto a casa. Si guardò intorno, invece, poi si scatenò sotto la pioggia per tre ore e mezzo senza un minuto di sosta. Perché chi era andato a sentirlo sfidando il maltempo andava ringraziato, altro che punito. Non teorizzò il biglietto inutile, ma volle renderlo utile il doppio. Perché non era un figurante del rock, ne era il re.

Mail box

 

Mattarella ha la soluzione per dare un governo al Paese

Finalmente, dopo un mese dalle elezioni, Mattarella ha iniziato le consultazioni al Quirinale, in un momento in cui gli orizzonti per una intesa tra i partiti per varare il governo sono neri e affollati da veti incrociati. E, tuttavia, penso che possiamo essere certi che una soluzione, o un progetto per dare un governo al Paese, Sergio Mattarella ce l’abbia. Insomma, credo che l’unico problema dell’inquilino del Colle sia quello di trovare, alla fine del secondo giro di consultazioni (che probabilmente finiranno con un nulla di fatto), il nome di un premier terzo rispetto all’appartenenza ai partiti vincitori come i 5Stelle e Lega, e non, come Fi, Fratelli d’Italia e Pd, capace di gestire la transizione verso un governo di legislatura o, Dio non voglia, verso elezioni anticipate. È auspicabile che, in tal caso, non si ripropongano nomi di premier più che terzi deleteri, come Monti, che tanti danni ha fatto al Paese, ma che giornaloni e Tv stanno ospitando, con inusitata presenza nei talk show, negli ultimi tempi.

Luigi Ferlazzo Natoli

 

Serve collaborazione e non opposizione, tra Pd e M5S

Molti degli elettori del Pd si sono riversati nel M5S, come il sottoscritto. È quindi naturale che questi due partiti collaborino per formare un governo perché il bacino di elettori è praticamente lo stesso e soprattutto perché chi ancora ha votato Pd ha votato perché governi, non perché faccia opposizione. A condizione (questo messaggio sì che è chiaro) che il bambino capriccioso e supponente stia da parte, una buona volta.

Carlo Gallo

 

Il testo di Ratzinger sull’etica in economia è attuale

Nell’enciclica Caritas in Veritate di Benedetto XVI parla della crisi economica innescatasi dall’estate 2008 in poi. Il suo testo parla chiaro si rivolge direttamente a coloro che ricoprono responsabilità di governo. Rafforzare e rilanciare il ruolo dei sindacati, combattere la precarizzazione, la delocalizzazione dei posti di lavoro. Riportare l’etica dentro il sistema economico globale. Condivido in pieno questo testo del pontefice.

Massimo Aurioso

 

È necessario essere trasparenti sulle pensioni

L’onorevole Di Maio, come molti altri esponenti politici negli ultimi giorni, denunciano che molte pensioni vengono erogate con importi inferiori ai mille euro. Nessuno, però, si sforza di capire il motivo di tali importi. Se gli importi sono bassi perché le aziende non hanno versato i contributi o li hanno versati in modo inferiore al dovuto, allora questi signori debbono avere il coraggio di abolire l’Inl e permettere all’Inps, con un corpo ispettivo adeguato, di perseguire gli evasori, che tra l’altro mettono in atto una concorrenza sleale; se gli importi sono bassi perché il contribuente ha evaso i versamenti contributivi (soprattutto i lavoratori autonomi) allora non è giusto che le loro pensioni vengano aumentate visto che a suo tempo hanno omesso i versamenti godendo di un gruzzolo in nero. Ma sapranno questi signori fare chiarezza?

Riccardo Fornengo

 

Tradita da una sinistra che non mi rappresenta

Da sempre iscritta al Partito comunista, poi al Partito democratico.

La sconfitta del Partito democratico non è stata certo per me una gioia anche se non ho mai condiviso la linea del segretario del Partito.

A mio parere, un leader che per anni ha propagandato come Sinistra ciò che Sinistra non era; un uomo che non ha avuto scrupoli a trovare compromessi inaccettabili con la destra e in particolare con Berlusconi che rappresenta esattamente quello che noi elettori di Sinistra abbiamo sempre detestato o considerato negativo da tutti i punti di vista.

Anna Antonietta Stelluto

 

DIRITTO DI REPLICA

Sull’articolo di Antonio Padellaro, pubblicato il 4 aprile con il titolo “I giorni morti della ‘verginità’ e del ‘volpino’ democristiano”, si afferma che Gianfranco Rotondi ha ottenuto con regolare sentenza la disponibilità esclusiva dell’uso dello scudo crociato. Riteniamo necessario puntualizzare che questo non corrisponde al vero.

Una sentenza della Corte d’Appello di Roma del 2009 (n. 1305), confermata dalla Corte di Cassazione nel 2010 (n. 25999) afferma con chiarezza che la DC non è stata mai sciolta secondo statuto e codice civile.

Pertanto è ancora esistente e il simbolo appartiene a tutti gli iscritti dell’ultimo tesseramento valido e nessun raggruppamento può fare uso ne’ del simbolo ne’ del nome. Non esistono sentenze che autorizzino l’on Rotondi a farne uso.

Non è un caso che Rotondi non abbia mai usato il simbolo e il nome della DC in nessuna competizione elettorale, ma si sia sempre presentato con nomi diversi e con simboli diversi da quello storico della DC.

Raffaele Cerenza – Franco De Simoni Associazione Iscritti alla DC del 1993