Come se si trattasse della finale dei Mondiali di calcio, il Brasile è rimasto incollato ai televisori e alla Rete, per seguire la decisione del Supremo tribunale federale. Dopo undici ore d’udienza, i giudici hanno negato la protezione di un habeas corpus al presidente più votato della storia brasiliana, Inacio Lula da Silva.
Lula potrà essere arrestato nei prossimi giorni, dopo la conferma in secondo grado della sua condanna a 12 anni di carcere per corruzione e riciclaggio in relazione ai lavori in un lussuoso appartamento con vista mare, offerti da un’impresa di costruzioni in cambio di favori per l’ottenimento di appalti. Lula ha perso di misura. Sei degli undici membri del Supremo hanno votato contro il mito dell’ex metalmeccanico, divenuto amato leader di milioni di diseredati brasiliani. La polizia federale non potrà arrestarlo sino a quando il Tribunale federale di Porto Alegre non comunicherà al giudice Sergio Moro, capo dell’équipe dell’inchiesta Lava Jato – il caso di mega corruzione e fondi neri legato alla Petrobras che ha coinvolto 56 politici ed è raccontato nella serie O Mecanismo – che potrà emettere il mandato di cattura. Agli avvocati di Lula resta la possibilità di ricorrere ancora una volta alla sentenza emessa in seconda istanza, ma le possibilità di un esito favorevole sono quasi nulle. Stavolta non ha perso solo l’ex presidente più votato della storia moderna brasiliana, che in due mandati presidenziali consecutivi permise al Paese sudamericano di battere i record d’occupazione e prosperità economica; a perdere è il Brasile delle favelas che, secondo gli ultimi sondaggi, continuerebbe a votare Lula facendolo vincere contro qualsiasi avversario alle Presidenziali, fissate il prossimo ottobre.
Se entro il 17 settembre il Supremo tribunale non impedirà la sua candidatura, Lula e il suo partito, il Pt (Partido dos Trabalhadores) potrebbero condurre, anche dalla prigione, la campagna elettorale ma è difficile che gli avversari lo consentiranno. Lula ha vissuto il processo con la baionetta dei militari sul collo: prima dall’inizio del dibattito del Supremo tribunale, il comandante dell’esercito, il generale Eduardo Villas Boas, ha inviato un tweet ai suoi 130.000 followers in cui esprimeva la sua opinione e quella delle forze armate brasiliane.
“L’esercito brasiliano intende condividere il desiderio di tutti i cittadini del rifiuto dell’impunità e il rispetto della costituzione, della pace sociale e della democrazia”. L’ufficiale ha ricevuto l’appoggio di quasi tutto lo stato maggiore e dei generali della riserva, incluso l’ex capitano Jair Bolsonaro, il quale, subito dopo Lula, guida la classifica delle preferenze elettorali. Il tweet ha avuto forti ripercussioni nel paese, dove i militari hanno lasciato il potere nel 1985.
L’habeas corpus negato a Lula e il conseguente impedimento di partecipare all’elezione presidenziale spacca ancora di più il Paese, già diviso dalla miseria e dai problemi di ordine pubblico. E i più accaniti sostenitori di Lula ricordano che i giudici hanno affrancato dalle accuse e dalla prigione altri leader del governo Temer, come José Serra o Aecio Neves ma hanno condannato poi lui, l’ex metalmeccanico Lula.