Bardonecchia. La questione è sempre la stessa: l’Italia non sa farsi rispettare

Si parla in questo periodo, della crisi europea a causa dello sconfinamento su suolo italiano da parte dei doganieri francesi. La giustificazione è stato un test delle urine che la polizia francese ha effettuato su un nigeriano immigrato regolarmente e fermato perché sospettato di traffico di stupefacenti. Mi chiedo: solo ora tutti i partiti di ipotetica maggioranza e opposizione si accorgono che esistono gli immigrati, che cercano di allontanarsi dall’Italia dalle zone di confine, e che solo poco tempo fa una guida ha rischiato cinque anni di galera? Nessuna legge aveva previsto questo abuso di potere dei soldati francesi in suolo italiano. Possono gendarmi francesi entrare in sala d’aspetto italiana, far fare la pipì a un sospettato e poi tornarsene a casa? Sull’episodio è stata montata una tragedia nazionale con tanto di violazione del territorio nazionale. Tutta questa condivisa indignazione, a mio parere, è in parte giustificata dalla violazione sia giuridica che morale, che questi agenti hanno compiuto nei confronti di persone senza giustificato motivo. Credo, però, che esista un piano politico europeo che va oltre qualsiasi accordo tra Italia e Francia. A questo punto mi sorge una riflessione: se al posto del migrante vi fosse stato un ladruncolo piemontese, e al posto dell’Ong un distributore di benzina, tutti oggi parlerebbero di mancato rispetto della sovranità nazionale da parte dei gendarmi o di cooperazione internazionale?

Monica Splendori

 

Gentile Monica, lo sconfinamento è solo uno degli aspetti del grave episodio che si è verificato a Bardonecchia. Esistono accordi che, nelle zone di confine, prevedono controlli delle forze dell’ordine francesi in Italia (e viceversa). Il nostro governo sostiene di aver comunicato a Parigi che i locali oggetto dell’irruzione non erano più accessibili perché affidati all’ong. La Francia nega. Vedremo. Ma ci sono altri nodi: i doganieri francesi, agendo come a casa propria, non hanno comunicato l’operazione ai colleghi italiani (anche se il commissariato è a pochi metri di distanza). Ancora: tra Bardonecchia e Claviere si ha notizia di altri sconfinamenti – posti di blocco e controlli – che testimoniamo l’atteggiamento arrogante della Francia verso il nostro Paese. Ma c’è di più: la Procura di Torino ha aperto un fascicolo per violenza privata perché i controlli dei doganieri nei confronti di un viaggiatore munito di documenti non avrebbero rispettato la legge. È possibile strappare una persona da un treno e trascinarla nella stazione di uno Stato straniero intimandole di urinare davanti ad agenti armati? Ed è possibile avere un atteggiamento di minaccia verso medici e volontari italiani a casa loro? La questione di fondo è sempre la stessa: l’Italia non sa farsi rispettare.

Ferruccio Sansa

Intesa Amazon-Rai: film e serie disponibili su Prime

Amazon Prime Videoe Rai hanno annunciato ieri un accordo che renderà disponibili ai clienti Prime alcuni prodotti Rai tra cui serie tv, film e programmi per ragazzi. Con questo accordo, Prime Video porta i contenuti del servizio pubblico a tutti i clienti in Italia che potranno guardare, ad esempio, tra gli altri, I Medici, Rocco Schiavone e Il Cacciatore, tre serie che saranno rese disponibili poco dopo la fine della messa in onda sui canali Rai. I Medici è una produzione internazionale ideata da Frank Spotnitz e Nicholas Meyer che vanta interpreti del calibro di Richard Madden e Dustin Hoffman nei panni del capofamiglia della casata fiorentina, Giovanni de’ Medici. Rocco Schiavone è una serie tratta dai best-seller internazionali di Antonio Manzini. Il Cacciatore è una serie che segue le vicende del magistrato antimafia Saverio Barone in seguito alle stragi di Capaci e di via D’Amelio. L’accordo include anche altre serie Rai di alto profilo: Non Uccidere, Il Giovane Montalbano, Sotto Copertura, I Bastardi di Pizzofalcone, La Mafia Uccide Solo d’Estate – La Serie, L’allieva, Boris Giuliano, Non Mi Arrendo, Il Sistema, Narcotici: Caccia al Re e Sfida al Cielo.

“Eataly ha imparato anche dai suoi errori: ora la Borsa”

Dopo 10 anni in Luxottica, uno a Palazzo Chigi con Matteo Renzi, da due anni Andrea Guerra è presidente esecutivo di Eataly.

Andrea Guerra, a che punto è il percorso verso la quotazione in Borsa di Eataly? Ci avete ripensato?

Eataly ha chiuso l’undicesimo anno di vita ma per molto tempo è stata un solo negozio, è un’azienda giovane, sta arrivando ora a 470 milioni di fatturato, con una crescita nel 2017 del 20 per cento, stesso ritmo nel primo trimestre 2018. Due settimane fa abbiamo aperto un negozio a Stoccolma e il mercato del Nord America vale ormai più di quello italiano. Il percorso è verso l’azienda aperta, qualche anno fa è entrata la famiglia Tamburi con Tip, l’anno prossimo dovremmo aprire il capitale alla Borsa per una nuova fase di crescita.

Il mercato a cui tutti puntano è quello della Cina. Come si sta muovendo Eataly?

Vorremmo aprire tra Italia, Usa ed Europa altri 12-13 negozi e poi iniziare a mettere le radici in Asia. Davanti a noi abbiamo ora Las Vegas, Parigi, Toronto, Verona, Londra, per elencare i più importanti. Entro il 2020-2021 speriamo di avere il nostro primo negozio a Hong Kong o nella grande Cina. Stiamo scegliendo un partner, per non fare questo passo da soli. Stiamo vagliando grandi retailer, gestori di esperienze o specialisti del real estate. Eataly è un marchio molto riconosciuto, abbiamo vari potenziali interlocutori. Ci sono protagonisti del digitale interessati, hanno capito la centralità dell’esperienza alimentare. Anche Amazon ha appena comprato la catena di supermercati biologici Whole Food.

Il bilancio 2016 sembrava indicare che, esaurita la spinta di Expo 2015, Eataly arrancasse: fatturato di 178,8 milioni, perdita di 11 milioni.

Il 2016 è stato un anno determinante: tanti nuovi negozi in Paesi nuovi, dalla Germania al Brasile, c’è stata la necessità di investire e fare errori, che sono fondamentali nella vita imprenditoriale. Nel 2017 abbiamo capito cosa avevamo sbagliato e stiamo uscendo dall’adolescenza: l’Ebitda che nel 2016 era un milione, l’anno scorso è stato tra i 20 e i 25 milioni. Tra 15 giorni approveremo il bilancio, il primo consolidato di gruppo.

Il parco Fico a Bologna è al centro di polemiche perché spesso un po’ vuoto, con i sindacati che denunciano il mancato rinnovo di 90 interinali. Che prospettive ha?

Fico è una grande innovazione e spero che presto in italia saremo tutti orgogliosi di questo progetto. Nei primi 3 mesi di operatività ha superato il milione di visitatori, dovrebbe chiudere l’anno tra i 50 e i 60 milioni di fatturato con l’ambizione di arrivare a 100 nel triennio. Come tutti i parchi va meglio nel weekend e nelle feste ed è meno pieno a inizio settimana. La bella stagione spingerà le visite, il primo bilancio si potrà fare solo a ottobre. C’è stato molto turismo italiano, ci aspettiamo che con la primavera arrivino i tour operator internazionali. È una attività stagionale, ci saranno momenti di aumento del personale e altri di riduzione, come nelle attività di questo genere.

Negli anni Eataly ha avuto qualche infortunio di immagine: lavoratori perquisiti all’uscita dai supermercati, proteste per le condizioni di lavoro, contratti precari non rinnovati senza troppe spiegazioni.

Un’azienda che nasce su un manifesto di ideali dedicato all’armonia ha a cuore i propri lavoratori. Nella fase di creazione di un nuovo modello imprenditoriale può essere stato commesso qualche errore, poi ammesso e risolto. Oggi i contratti a tempo indeterminato in Italia sono quasi il 90 per cento. Siamo tra le 20 aziende indicate come migliori datori di lavoro per laureati. Abbiamo introdotto un contratto integrativo con elementi di welfare, dal tempo libero alla parte sanitaria, e investiamo molto in formazione. I ragazzi di Eataly devono padroneggiare le tre anime del nostro modello: scuola, ristorazione e mercato.

Oscar Farinetti non ha cariche in azienda ma continua a essere il volto di Eataly. Com’è la divisione dei compiti tra voi?

Lui è il fondatore e presidente onorario e io non ho mai avuto problemi di deleghe, come quando lavoravo con Vittorio Merloni e Leonardo Del Vecchio: è bello riconoscere il ruolo del creatore ma anche separare i ruoli quando cresce la complessità strategica e operativa.

Lei è stato un anno a Palazzo Chigi come consigliere di Matteo Renzi. Che bilancio fa di quell’esperienza?

È stato intenso, diverso da tutto ciò che avevo fatto prima. Sarebbe bello che in tanti restituissero al proprio Paese un anno della propria vita: manager, artisti, scienziati. Come Diego Piacentini, da Amazon all’Agenda digitale.

In questo Parlamento non ci sono industriali. La politica e l’azienda si sono separate?

Stiamo vivendo una serie di rivoluzioni, tra globalizzazione e tecnologia. Ci sentiamo tutti meno sicuri, serve un salto culturale, bisogna aprirsi: i ragazzi devono diventare cittadini del mondo, le nostre università offrire meno teoria e più pratica, gli imprenditori capire che è meglio avere il 50 per cento di un’impresa più grande invece che il 100 di una piccola e uguale a quella del vicino. Ma bisogna anche aiutare chi rimane indietro.

In che modo?

Ho sempre difeso il Jobs Act, ma non si è fatto abbastanza per le politiche attive a sostegno dei ragazzi che devono entrare nel mondo del lavoro, dei 50enni che si trovano messi da parte, dei disoccupati. È la storia di queste elezioni. Oggi è incredibilmente visibile, ma si capiva già nel 2013.

Il giallo dei due “Gradoli” e la seduta spiritica per salvare la talpa Br

Lo studioso della Rivoluzione francese Georges Lefebvre ha insegnato agli storici una particolare sensibilità nei riguardi dell’origine delle notizie che sgorgano da una sorgente che all’improvviso si cristallizza in una versione dei fatti simile a una lama di ghiaccio in cui verità e menzogna, segreti e bugie, colombe e serpenti si confondono insieme.

A questo proposito la seduta spiritica del 2 aprile 1978 rappresenta un caso di studio esemplare. Il suo momento genetico è quando la notizia divenne di dominio pubblico, ossia il 17 ottobre 1978 grazie a un articolo del Corriere della Sera di Roberto Martinelli e Antonio Padellaro intitolato “Dov’è il leader Dc?”, chiesero allo spirito di La Pira. E la risposta arrivò col posacenere: “Gradoli… 095”. Secondo quest’originaria versione la seduta spiritica si svolse “a Bologna in un appartamento del centro storico” e l’anonimo “professore assai vicino ad ambienti democristiani” sarebbe rimasto in disparte nella stanza accanto a quella “degli improvvisati spiritisti”, mentre “i bambini si rincorrevano per casa sotto gli occhi vigili della nonna”. L’articolo si concludeva così: “E il professore? La mattina del 18 aprile quando la radio annunciò la notizia del covo di via Gradoli, il protagonista di questa storia era al volante della sua auto. ‘Gradoli. Quel nome non era nuovo per me – ricorda oggi –. Istintivamente misi il piede sul freno e cominciai a meditare. Ancora adesso non riesco a spiegarmi come tutto ciò sia potuto accadere’”.

Il 25 novembre 1978, un mese dopo l’uscita dell’articolo, Romano Prodi divenne ministro dell’Industria nel governo Andreotti. Il 14 dicembre 1978 la proprietaria del covo brigatista di via Gradoli, Luciana Bozzi, che conosceva Franco Piperno dai tempi in cui frequentavano insieme il Centro di ricerche nucleari di Frascati, iniziò a lavorare con un contratto di due anni proprio al ministero dell’Industria. Il 22 dicembre 1978, nelle vesti ormai di ministro di quello stesso dicastero, Prodi fu ascoltato dalla magistratura insieme con il suo collaboratore Alberto Clò. Dopo quell’interrogatorio il nome di Prodi uscì dal prudente anonimato garantitogli dal Corriere della Sera, ma davanti all’autorità giudiziaria la versione iniziale della seduta spiritica subì due rilevanti modifiche: dalla casa nel centro storico di Bologna l’ambientazione si spostò nella campagna felsinea e la “vigile nonna” scomparve per sempre dalla scena (o, se si preferisce, dalla sceneggiatura).

A quanto è dato sapere, l’autorità giudiziaria non indagò sull’eventuale esistenza di un rapporto di conoscenza o di fiducia tra il neo ministro dell’Industria e la proprietaria del covo di via Gradoli, come la chiamata diretta della Bozzi al dicastero tre settimane dopo la nomina di Prodi avrebbe potuto autorizzare a pensare, ma si limitò a raccogliere le sue dichiarazioni. In base alla nuova versione dei fatti, la seduta spiritica si era svolta in un casolare di campagna nei pressi di Zappolino con il metodo del “cosiddetto piattino”. Secondo Clò, nel corso della seduta, fra le tante “domande generiche”, i partecipanti chiesero agli spiriti di don Luigi Sturzo e di Giorgio La Pira di indicare loro il posto ove Moro poteva essere rinchiuso. Egli escluse “che qualcuno dei partecipanti abbia potuto ‘gestire’ e strumentalizzare ‘il piattino’ che per noi tutti si presentava come un passatempo condotto con questo spirito” e, tra le diverse risposte, emerse in modo univoco quella di Gradoli in provincia di Viterbo.

Prodi confermòil dato, si chiese “se c’era qualcuno che faceva il furbo” e l’indomani informò dell’episodio il criminologo Augusto Balloni, chiedendogli di contattare la Digos di Bologna, ove questi aveva delle conoscenze in ragione della sua attività professionale. Sempre Prodi, il 4 aprile, essendo di passaggio a Roma, comunicò con scetticismo l’informazione a Umberto Cavina, addetto stampa del segretario della Dc Benigno Zaccagnini. In base a una “lettera collettiva” consegnata da Prodi il 3 febbraio 1981 al presidente della Commissione Moro e sottoscritta da tutti i partecipanti alla seduta spiritica che in questo modo si vincolavano a un’unica versione dei fatti, vi presero parte Mario e Gabriella Baldassarri, Franco e Gabriella Bernardi, Adriana, Alberto, Carlo e Licia Clò, Emilia Fanciulli, Fabio Gobbo, Flavia e Romano Prodi. In buona parte si trattava di un gruppo di professori universitari destinati in futuro a ricoprire importanti incarichi pubblici se consideriamo che Prodi è stato per due volte presidente del Consiglio e presidente della Commissione europea, Clò ministro dell’Industria nel 1995, Baldassarri viceministro dell’Economia nel 2001 e Gobbo sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel secondo governo Prodi. Dalle successive deposizioni davanti alla Commissione Moro e Stragi si è chiarito che il gioco era stato suggerito dal padrone di casa Alberto Clò, che invece davanti al magistrato nel 1978 non aveva ammesso la circostanza; che 4-5 persone erano state più attive di altre nel porre le domande e nello sfiorare materialmente con il loro dito il piattino, fra cui gli stessi Clò e Prodi. Un dato questo puntualizzato nel 1998 da Clò e da Baldassarri, ma non da Prodi nel 1981, il quale, più prudentemente, aveva sottolineato come “un po’ tutti” contribuissero alle letture delle risposte date dal piattino. Tra le varie deposizioni vi sono differenze all’apparenza di scarso rilievo: ad esempio, Gobbo nel 1981 disse che era stato utilizzato un “posacenere”, proprio come riportato nell’articolo del Corriere della Sera, e non un piattino da caffè come ricordato da Clò. L’unica divergenza degna di nota riguarda un aspetto decisivo, ossia l’individuazione di chi prese la decisione di comunicare all’esterno i risultati della seduta, rendendo dunque esecutivo, effettuale e funzionale l’evento, altrimenti destinato a rimanere incastonato nei ricordi di un’“allegra brigata” degna di una pagina del Decameron di Boccaccio. Secondo la versione di Prodi del 1981, la volontà fu comune; per Clò nel 1998 non se ne discusse affatto e, anzi, rimase sorpreso quando seppe che l’amico ne aveva parlato al di fuori della compagnia; per Baldassarri c’erano pareri discordanti nel gruppo, ma si decise di non creare ancora più confusione.

Dall’analisi di queste testimonianze si deduce che Clò e Prodi ebbero un ruolo centrale nella vicenda: il primo nel proporre il gioco e il secondo nel decidere di divulgarne i risultati all’esterno, mentre gli altri si limitarono a prendere parte alla seduta nelle vesti di comparse. Anche sui nomi dei partecipanti c’è piena identità di vedute, con un’unica eccezione che è opportuno segnalare per l’autorevolezza della testimonianza e per la sede istituzionale in cui nel 2004 pronunciò le sue affermazioni, ossia la cosiddetta Commissione Mitrokhin: secondo l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga quel giorno era presente “da una parte […] che non partecipava” (si noti, come nella versione originaria accreditata nell’articolo del Corriere della Sera dove si parla genericamente di un “professore in disparte”) anche Beniamino Andreatta, maestro di vita e di studi di Prodi, divenuto anche lui ministro nel 1979 in un governo guidato proprio dal politico sardo. Stando alle numerose e convergenti deposizioni raccolte, la partecipazione di Andreatta alla seduta spiritica rimane priva di fondamento, ma il fatto che Cossiga abbia continuato a propalare questa versione sembra costituire un messaggio insinuante comprensibile nel suo pieno significato soltanto da alcuni selezionati protagonisti di quegli eventi. Come è noto, Andreatta aveva contribuito a fondare nel 1970 l’Università di Cosenza, di cui era stato rettore fino al 1974. Proprio in quella sede si era radicata una vasta area di sovversivismo intorno alla carismatica figura di Franco Piperno, docente di Fisica presso la stessa università. Negli stessi giorni di inizio aprile 1978, Piperno fu il tramite individuato dai socialisti per stabilire un contatto con i brigatisti, mentre sua moglie, il 6 aprile, venne arrestata con l’accusa di essere stata presente in via Fani, da cui fu scagionata soltanto il 20 giugno 1978. Come è facile intuire, la storia del piattino ha suscitato mordaci sarcasmi e calunniose strumentalizzazioni aumentate in maniera direttamente proporzionale all’ascesa politica di Prodi. Tuttavia, quell’artificio è più raffinato di quanto sembra tanto da essere utilizzato dalle principali polizie del mondo (in particolare dagli psico-detective angloamericani) per coprire i propri informatori quando sono a rischio della loro stessa vita. In effetti, una seduta spiritica occulta qualsiasi responsabilità individuale dietro un doppio inscalfibile schermo: il soggetto collettivo previsto dalla sua organizzazione e, nel caso di un interrogatorio, un’insondabile entità soprannaturale.

Il 5 aprile, Luigi Zanda, figlio del capo della polizia Efisio dal 1973 al 1975 e uno dei principali collaboratori del ministro Cossiga, venne contattato telefonicamente dal portavoce di Zaccagnini. Zanda trasferì al capo della polizia Giuseppe Parlato l’indicazione emersa dalla seduta spiritica con un biglietto autografo non datato, che venne saggiamente conservato dal destinatario. Anzi, Parlato ebbe l’accortezza di far annotare ai margini del testo una serie di indicazioni cronologiche via via che gli eventi si evolvevano ed emergeva, tra le polemiche, che la polizia si era già recata il 18 marzo 1978 in via Gradoli 96, perquisendo l’abitazione attigua al covo abitato da Mario Moretti. Come spesso accade, i margini di un documento sono più rivelatori del suo centro: così è possibile apprendere che il biglietto sarebbe stato ricevuto il 5 aprile, che l’indomani venne allertato il questore di Viterbo affinché procedesse alla perquisizione di Gradoli e che il “18 aprile alle 16:30” il “dott. Zanda” ne chiese una copia indietro, evidentemente colpito dal fatto che si parlasse del paesino viterbese, omonimo della via romana in cui poche ore prima era stato scoperto il covo delle Br.

La conservazione del documento da parte del capo della polizia e la sua progressiva datazione svolsero la preziosa funzione difensiva di attestare che il ministero dell’Interno e i vertici delle forze dell’ordine – in base al contenuto di quel biglietto – non avrebbero potuto che dirigersi “lungo la statale 74, nel piccolo tratto in provincia di Viterbo, in località Gradoli, casa isolata con cantina”, come recava il biglietto autografo di Zanda. Tuttavia, è un dato accertato che nelle stesse ore il ministero degli Interni, nella persona del sottosegretario Nicola Lettieri, continuava a tenere gli occhi puntati proprio su via Gradoli 96, dal momento che in un “appunto riservato” del 6 aprile si segnalava per ulteriori accertamenti l’amministratore di quel condominio che, in ragione del suo ufficio, era entrato in contatto con Mario Moretti, alias “Mario Borghi”. In conclusione la seduta spiritica servì anzitutto a occultare all’interno di un indeterminato soggetto collettivo la fonte informativa originaria – un brigatista dissidente oppure un esponente del “Partito armato” – che avrebbe indirizzato la polizia al paese di Gradoli piuttosto che all’omonima via di Roma. Per depistare – informando, ma al tempo stesso disinformando mescolando il vero al falso –, o perché a conoscenza di una verità soltanto parziale. Quest’azione sembra corrispondere a un’unica strategia politica: provocare il fallimento dell’operazione Moro costringendo Moretti a liberarlo, senza però fare arrestare il capo delle Br che era un avversario politico, con una diversa prospettiva rivoluzionaria, ma non un nemico da tradire. Il lungo e tenace riserbo che tuttora avvolge il nome della fonte segreta induce a ritenere che non sia stato un “pesce piccolo” dell’area dell’eversione, ma un esponente di prestigio, ieri a rischio di morte se le Br avessero scoperto il suo doppio gioco e oggi con un’onorabilità personale e politica ancora da difendere.

In secondo luogo, la seduta spiritica con il relativo bigliettino datato dai vertici della polizia costituì una sorta di pezza d’appoggio ben documentata per tutelare sia l’autorità politica, sia quella investigativa dal 18 aprile in poi, quando era ormai facile prevedere che sarebbe cominciato il tempo delle inchieste e dei processi. È come se un sottile ma robusto filo di intenzioni comuni abbia legato l’anonimo informatore segreto che rischiava la vita, i professori bolognesi che fecero da tramite e da strumento, forse Andreatta (il quale verosimilmente svolse il ruolo di “gancio” iniziale e di motore informativo) e certamente il ministro degli Interni Cossiga e il capo della polizia. Ciò avveniva nelle ore in cui decollavano l’“iniziativa socialista” (riservata), il negoziato segreto promosso dal papa e i brigatisti, con la gestione della lettera del 29 marzo indirizzata proprio a Cossiga avevano mostrato la disponibilità ad avviare una trattativa occulta con un canale di ritorno da fuori a dentro la prigione.

Davanti al silenzio o alla reticenza delle fonti e dei testimoni, lo studioso di storia si deve accontentare di individuare la funzione dei fatti e di spiegare il loro meccanismo, che nel caso della seduta spiritica sono sufficientemente chiari. In fondo, come ebbe a dire con comprensibile sarcasmo il presidente della giuria del processo Moro alla turbata e dignitosa Eleonora Moro che ancora si chiedeva come mai non si fosse ritornati anche in via Gradoli a Roma come da lei stesso suggerito: “Signora, si tratta soltanto di una seduta spiritica. Dopo tutto non è il Vangelo!”. Come se proprio l’apostolo Matteo nei suoi atti non avesse consigliato alle genti la virtù cristiana della dissimulazione: “Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe”. In mezzo ai lupi, che famelici popolavano le strade italiane in quella maledetta primavera.

4 – continua

Calabria, Scopelliti si costituisce ed entra in carcere a Reggio

Enfant prodige della destra italiana, Giuseppe Scopelliti, ex governatore calabrese ed ex sindaco di Reggio, ha concluso la sua parabola costituendosi ieri nel carcere reggino di Arghillà per scontare la condanna a 4 anni e 7 mesi inflittagli dalla Cassazione per irregolarità nei bilanci del Comune di Reggio Calabria riscontrate tra il 2008 ed il 2010. Un’inchiesta avviata per le autoliquidazioni di parcelle per centinaia di migliaia di euro da parte dell’ex dirigente dell’ufficio finanza del Comune Orsola Fallara, poi suicidatasi nel 2010, di cui si occuparono anche gli ispettori generali delle Finanze rilevando un disavanzo che sarebbe stato di circa 170 milioni di euro. La Cassazione ha confermato nei confronti di Scopelliti la condanna per falso, dichiarando prescritta quella di abuso d’ufficio. Nato a Reggio Calabria nel 1966, Scopelliti, segretario nazionale del Fronte della gioventù nel 1993, è stato eletto consigliere regionale due volte, e poi, nel 2002 sindaco di Reggio. Nel 2010 è stato eletto governatore. Carica lasciata il 29 aprile 2014 con la condanna di primo grado. Negli ultimi mesi si era riaffacciato aderendo al Movimento nazionale per la Sovranità e contribuendo al risultato della Lega nel reggino alle politiche.

Vigile Celletti, indossi la divisa. È un ordine

Il personaggio di Otello Celletti, interpretato da Alberto Sordi ne Il vigile (Luigi Zampa, 1960), una volta indossata la divisa da “pizzardone” ritrovava spavalderia e autorità di fronte agli avventori della latteria sotto casa, che erano soliti deriderlo. Certo, quella tenuta d’ordinanza, negli anni del boom, era fatta di scomode giacche e scarponi in pelle che cigolavano a ogni passo, tanto che il figlio del vigile vedendolo per la prima volta in abiti da lavoro sintetizzava: “Papà, me pari un marziano”. Sono passati quasi sessant’anni da quella pellicola ma a Roma i vigili continuano ad avere problemi con il loro vestiario. O meglio, ad auto-ingigantire questioni tutto sommato minimali rispetto alla portata dei problemi del traffico cittadino, della lotta all’abusivismo commerciale o della sicurezza urbana. Stavolta è il turno della protesta di alcuni agenti contro l’obbligo di indossare la divisa.

Da venti giorni è cambiato il comandante della Polizia di Roma Capitale, come si chiama adesso il corpo dei vigili urbani. Adesso al vertice c’è Antonio Di Maggio, dirigente di lungo corso, dai modi schietti, spesso impiegato nelle operazioni su strada più spigolose: dal contrasto alla prostituzione all’anti-abusivismo fino alla gestione dei campi rom. Dopo il suo insediamento il nuovo comandante ha impartito alcune direttive organizzative ai circa settemila agenti della municipale, puntando a ripristinare l’autorevolezza e la riconoscibilità del corpo, due caratteristiche messe a dura prova negli ultimi anni di fronte agli occhi dei romani da una serie di episodi. Basti ricordare l’assenza in massa dal lavoro, causa malattia, di quasi 900 agenti la notte del Capodanno 2015, che vede sette vigili rinviati a giudizio con l’accusa di truffa assieme a sei medici.

Tra le direttive del comandante ci sono due ordini di servizio che chiedono agli agenti di indossare la divisa, a eccezione delle operazioni in borghese. Una misura pensata soprattutto per le unità impegnate in strada nella disciplina del traffico negli orari di maggiore congestionamento: la mattina dalle 7 alle 10 e il pomeriggio dalle 17 alle 20. Indossare la divisa favorisce una maggiore riconoscibilità, mentre talvolta capita di imbattersi in agenti chiamati in servizio con poco preavviso che si presentano a incroci e semafori con un look casual, non propriamente cool, identificabili grazie a un fratino di colore fosforescente. Come dire, un accorgimento di buon senso: essere riconoscibili in mezzo al traffico aiuta a far percepire meglio la presenza.

Ma, a quanto rivelato dal Messaggero, gli ordini di servizio non sarebbero piaciuti ad alcuni agenti e diverse tra le decine di sigle sindacali della municipale, che si sarebbero lamentati con il comando. Le motivazioni suonano alquanto bizzarre: dall’assenza di locali spogliatoio adeguati nelle sedi di alcuni gruppi alla scomodità delle uniformi. Insomma, una protesta nemmeno troppo velata contro l’obbligo di divisa.

E pensare che, a fine settembre dello scorso anno, il Campidoglio ha pubblicato una gara di appalto da 3 milioni di euro per rinnovare divise e calzature per tutto il corpo. Il capitolato specificava che “i capi di vestiario professionale e tecnico” sono spesso “soggetti a usura, in particolare quelli destinati ai dipendenti impiegati nei servizi di viabilità”.

Anzi le nuove divise, in conformità alle direttive del ministero dell’Ambiente, dovranno essere “a minore impatto ambientale”. Ora il problema sarà convincere i vigili riottosi a indossarle, magari con lo stessa gioia di Otello Celletti.

Vaccini, altri bimbi respinti ma il ministero non ha dati

Come altre mattine, mamma e papà hanno accompagnato la bimba di due anni all’asilo di Torre Pellice, in provincia di Torino. Ma ad attenderli all’ingresso c’erano due vigili, per dir loro che la figlia questa volta non sarebbe potuta entrare: non è in regola con le vaccinazione prescritte dal decreto Lorenzin, il motivo. Un divieto di cui la famiglia era stata informata: “Abbiamo avuto due colloqui – ha spiegato il sindaco Marco Cogno – e l’Asl l’ha contattata più volte nei mesi scorsi. Siamo pronti a riaccogliere la bambina all’asilo quando sarà vaccinata. Ma non ho potuto fare altro che fare applicare la normativa sui vaccini”.

Episodi analoghi si sono verificati anche altrove in questi giorni, dopo che in alcune regioni, quelle dotate di anagrafe vaccinale, il 30 marzo è scaduto il termine per sistemare la documentazione. È successo per esempio a un bambino di Recanati, nelle Marche. E in Toscana, dove sono stati tenuti fuori dall’asilo otto bimbi a Prato e tre a San Giuliano Terme (Pisa). Casi che si aggiungono a quelli registrati attorno al 10 marzo, giorno entro cui in gran parte delle regioni chi aveva presentato sino a quel momento solo un’autocertificazione avrebbe dovuto presentare il libretto delle vaccinazioni o dare prova dell’appuntamento fissato con le strutture sanitarie: alcune decine in Sardegna, tre nel Lazio, quattro a Sulmona (L’Aquila), quattro a Milano, di cui tre rientrati nel frattempo.

Ma quanti sono in tutto il Paese i bimbi respinti da asili nido e scuole materne? O che rischiano di essere non ammessi nei prossimi giorni, dopo che nel primo periodo è stato chiuso un occhio? Inutile chiederlo al ministero dell’Istruzione: il dato non ce l’hanno e da lì arriva solo il suggerimento di rivolgersi a ogni singola Regione o ogni singola Asl. Inutile pure chiedere al ministero della Salute: dopo una telefonata all’ufficio stampa e un’email di richiesta informazioni, non arriva alcuna risposta. Probabile segno che all’entrata in vigore di un decreto approvato in tutta fretta non è seguito a livello centrale un pronto monitoraggio dei suoi effetti.

Restano quindi le stime dell’ex presidente della Società italiana di Igiene Carlo Signorelli che qualche settimana fa aveva parlato, per la data fatidica del 10 marzo, di 30mila bambini sotto i 6 anni che rischiavano di non essere in regola. Stime preliminari che solo alcune regioni sono oggi in grado di sostituire con dati aggiornati. Per esempio il Lazio, dove secondo il neo assessore alla Sanità Alessio D’Amato, i bambini da 0 a 6 anni non ancora vaccinati ma i cui genitori hanno autocertificato appuntamenti (quindi non strettamente in regola secondo il decreto) sono circa 800. O la Lombardia, dove il 23 marzo l’assessore al Welfare Giulio Gallera ha parlato di oltre 25mila ragazzi da 0 a 16 anni per i quali non è stata presentata la documentazione sui vaccini entro il 10 marzo: di questi, 77 nella fascia fino ai 3 anni, 1.093 fino ai 6 e 24.429 quelli della scuola dell’obbligo dai 6 ai 16 anni, che quindi non rischiano l’esclusione dalle aule ma una multa ai genitori. Numeri che però non descrivono la situazione reale. Nei 1.093, per esempio, sono infatti inclusi bambini in realtà vaccinati, ma la cui documentazione non è stata consegnata a scuola per dimenticanza. E sono invece esclusi tutti i bambini che non frequentano l’asilo. O per i quali già a settembre i genitori avevano dimostrato con una pec ufficiale di avere un appuntamento con l’Ats e che per questo non hanno più dovuto provare l’avvenuta vaccinazione. Un vuoto del decreto Lorenzin, in cui secondo Gallera “si sono trincerati gli avvocati dei no vax. Ci risultano infatti casi di famiglie che avevano chiesto un appuntamento con l’Ats per poi mettere in campo una strategia dilatoria, rinviandolo di volta in volta. Tutti questi casi finiscono in un buco nero di cui al momento non si sa nulla”.

I sindacati replicano a Musumeci sulla 104 “Se ne può discutere”

“Se il presidente della Regione ha riscontrato anomalie nella concessione dei benefici della 104 ai dipendenti regionali sporga regolare denuncia agli organi competenti, anziché gettare l’ombra del sospetto su tutti coloro che hanno l’onere di assistere genitori, figli o parenti disabili”. Così il segretario generale della Fp Cgil Sicilia Gaetano Agliozzo e Clara Crocè, della segreteria regionale Fp, commentano le dichiarazioni rilasciate mercoledì, in conferenza stampa, dal governatore Nello Musumeci.

Diversa la posizione della Cisl che con il suo presidente Paolo Montenera rilancia: “Musumeci indichi una data per un ritiro governo-sindacati e noi ci saremo. Sappia – avvisa – che dai sindacati partecipativi qualche buona proposta per risolvere il problema potrebbe arrivare”. Il governatore annota Montenera “spero voglia evitare gli errori del passato, buttando in pasta i dipendenti regionali al pubblico ludibrio, utilizzando strategie di distrazione di massa. Da tempo denunciamo le condizioni in cui sono costretti a lavorare i dipendenti regionali. Quello che serve dunque è una seria e approfondita riflessione. A fari spenti”.

“Ritrovo dei clan”: chiuso il bar Spada

“Un delicato contesto ambientale, connotato da una particolare incidenza criminale, in cui è inserito il locale che ha generato ad oggi una situazione di gravissimo disagio per la collettività e suscitato notevole allarme sociale”. Qualche pregiudicato come cliente e il potere che rappresenta perché nelle mani di una delle famiglie più potenti di Ostia, mettono la parola fine all’attività di Roberto Spada, l’uomo divenuto noto alle cronache dopo aver dato una testata al giornalista del programma Nemo, Daniele Piervincenzi: il suo “Bar Music” – in via Francesco Storelli 21 – ieri è stato chiuso con un provvedimento di revoca della licenza del questore di Roma.

Il locale era stato già oggetto di un provvedimento, il 5 dicembre 2017, con il quale gli era stata sospesa la licenza per 45 giorni, perché ritenuto luogo di “eventi atti a minare l’ordine e la sicurezza pubblica nonché ritrovo di soggetti pregiudicati”. Una situazione che non sarebbe cambiata con il passare del tempo.

Dopo alcuni controlli, secondo gli investigatori, il bar continuava a essere frequentato da pregiudicati e inoltre era, di fatto, gestito da una persona priva di autorizzazioni, e addirittura in assenza di un regolare contratto di lavoro, benchè affermasse di essere alle dipendenze della famiglia Spada.

Il provvedimento, spiega la Questura in una nota, “è stato ritenuto urgente” proprio a causa, come detto, del “delicato contesto ambientale, connotato da una particolare incidenza criminale”, in cui è inserito il locale. Proprietario è quindi Roberto Spada, che dal 9 novembre scorso è in carcere dopo la testata al giornalista Piervincenzi, che lo stava intervistando. Quando scattò l’arresto, Roberto Spada spiegò al gip di non riconoscersi nelle immagini che lo immortalano mentre dava una testata.

Disse in sostanza di esser stato provocato. Ora è detenuto nel carcere di Tolmezzo (Udine) ed è accusato dalla Procura di Roma anche di essere uno dei promotori di un’associazione mafiosa attiva sul litorale romano, cui vengono attribuiti (in base alle diverse posizioni) reati di omicidio, estorsione, traffico di stupefacenti. Era il gennaio scorso, infatti, quando il gip Simonetta D’Alessandro, emise un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 32 persone, molti appartenenti alla famiglia Spada e alcuni tornati in libertà, contestando per la prima volta il reato di 416 bis (associazione mafiosa).

Inoltre solo pochi giorni fa, sempre Roberto Spada è stato colpito dalla misura di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza emessa dal Tribunale di Roma, provvedimento che, ai sensi del “codice antimafia”, lo rende incompatibile con qualsiasi licenza o autorizzazione di polizia e di commercio.

Salto del tetto allo stipendio. Al Coni è ancora specialità

C’è chi si inventa una consulenza, chi continua a intascare il vecchio stipendio da dirigente, chi si fa pagare il distacco dal ministero. I presidenti delle Federazioni sportive sono dei campioni nel salto al tetto dello stipendio: 36 mila euro l’anno non bastano. Così dalle bocce al taekwondo, dall’hockey al motociclismo, c’è modo di guadagnare il doppio o pure il triplo del previsto. Tanto paga (anche) lo Stato.

Eppure la regola è chiara: nel 2013 Giovanni Malagò ha introdotto un’indennità per i presidenti, per superare il sistema dei rimborsi (dove ne succedevano di tutti i colori) ed elargire un contentino a chi lo aveva eletto. Non molto (di più non si poteva: il ministero dell’Economia non avrebbe dato l’ok), ma almeno un’entrata sicura, uguale per tutti: 36mila euro lordi, circa 1.400 al mese, “in via strutturale ed esclusiva”. Non un centesimo di più. Fatta la legge, però, trovato l’inganno: basta rinunciare al contributo per avere di meglio. Quando l’ultima giunta Coni si è riunita per stanziare i fondi (1,2 milioni in totale), ha scoperto che per sette Federazioni “non sussistono i presupposti”.

Prendiamo il taekwondo (Fita): nel 2016 è stato eletto Angelo Cito, che però era già segretario e dirigente, per nulla entusiasta di rinunciare al suo stipendio vicino ai 100mila euro l’anno. Per superare il problema di una “remunerazione assolutamente insufficiente” (come si legge nei verbali dell’epoca), il consiglio federale aveva pensato di riconoscergli una buonuscita addirittura da un milione di euro, così da lasciare il posto e diventare presidente. La transazione fu bloccata dalla vigilanza Coni, che però ha dato il via libera al doppio ruolo. Così Cito fa il presidente ma guadagna da dirigente, con buona pace dei 36mila euro: “Se lo faccio, vuol dire che si può fare”, spiega. Lapalissiano. C’è un precedente, del resto: pure Domenico Falcone, n. 1 del judo (Fijlkam), è dirigente della Federazione che presiede. “Alla morte del presidente Pellicone mi è stato chiesto di raccogliere la sua eredità: ho accettato ma non potevo perdere lo stipendio”. Anche lui viaggia sulle stesse cifre: “Onestamente non so se sia giusto o meno”.

Una soluzione potrebbe essere mettersi in aspettativa per l’arco del mandato, ma non se ne parla. Situazione simile per Marco Giunio De Sanctis, uomo forte del Comitato paralimpico: dall’anno scorso è diventato presidente della Federazione Bocce, ma continua a prendere lo stipendio dal Cip (responsabile del Tre Fontane e del Centro studi, per poco meno di 140mila euro annui). Il Coni per questo gli ha bloccato l’indennità, ma lui non ci sta. “Non c’è nessuna incompatibilità (il Cip ora è un ente pubblico autonomo, ndr), quei soldi mi spettano”.

Altro che carica onorifica: fare il presidente di uno sport, anche minore, è diventato un mestiere. Giovanni Copioli, n. 1 del motociclismo, appena eletto ha ricevuto dal suo consiglio federale l’incarico di capo del Settore tecnico-sportivo: circa 60-70mila euro l’anno, quasi il doppio dell’indennità a cui ha rinunciato a cuor leggero. “È il riconoscimento di un lavoro difficile, con responsabilità penali”. Però è anche un precedente pericoloso: qualsiasi disciplina potrebbe creare incarichi ad hoc e pagare a piacimento il presidente con soldi pubblici (oltre la metà delle Federazioni si regge per il 60% o più su contributi statali). Nei motori c’è pure l’Autoclub, che in quanto ente pubblico prevede un compenso per il presidente Angelo Sticchi Damiani di 142mila euro (più altri 180mila euro per le cariche in Sara Assicurazioni, compagnia assicuratrice dell’Aci che ne detiene pure la maggioranza).

Infine ci sono i “distaccati”. La FederHockey ha appena stanziato 29mila euro per pagare il distacco al suo n. 1, Sergio Mignardi, professore di Educazione fisica in un liceo romano. Siamo sotto al tetto Coni (che ha sospeso l’indennità), ma vuoi mettere il vantaggio di non dover più andare a scuola ogni mattina? Percorso inverso per Carlo Beninati del badminton: lui il distacco l’aveva chiesto l’anno scorso, prima dell’elezione, a settembre tornerà in cattedra. Il trucco funziona quasi sempre: un ex presidente si faceva pagare persino la casa.

Così le eccezioni si moltiplicano e ormai si parla di rivedere l’indennità, per riportare un po’ d’ordine: c’è chi vorrebbe aumentarla, o abolirla del tutto (pochi, a dire il vero); chi propone di differenziare le Federazioni per fasce, di legare la retribuzione a degli obiettivi, o di stabilire una base uguale per tutti e una parte integrativa con fondi privati. Quelli pubblici non sono mai abbastanza.