Trony, solo un’offerta. Parte la mobilità per 466 lavoratori

Per Trony si aprirà “una procedura di mobilità per 466 lavoratori”: Lo hanno riferito ieri rappresentanti della Filcams Cgil e degli altri sindacati dopo l’incontro tenutosi al ministero dello Sviluppo economico. Secondo quanto è emerso, al momento c’è solo un’offerta d’acquisto parziale che riguarda otto punti vendita sui 35 totali coinvolti. “I lavoratori rimangono ancora sospesi e senza retribuzione, per assurdo l’unica alternativa plausibile diventa la Naspi”, ha spiegato Alessio Di Labio della Filcams aggiungendo che il Mise intanto “ci supporta nella richiesta di provare a incentivare il più possibile quelle proposte che tendono a conservare i posti di lavoro, perché siamo comunque in una procedura fallimentare quindi si aprirà un’asta e non è detto che chi arriva prenderà tutti i lavoratori”. Nei prossimi giorni ci saranno altri passaggi, ma una data per il prossimo incontro non è ancora stata definita. La chiusura dei 43 punti vendita è il risultato del fallimento di DPS Group, uno dei soci di Grossisti Riuniti Elettrodomestici che dal 1997 detiene la proprietà di Trony con circa 200 negozi in tutta Italia. Molti lavoratori di Dps non ricevevano lo stipendio integrale già dalla fine dello scorso anno.

Ripresa senza controlli: salgono i morti a lavoro

Giuseppe Greco e Kiriac Dragos Petru erano due operai di 51 e 35 anni. Il primo italiano, il secondo rumeno, ieri mattina stavano lavorando per il rifacimento del lungomare a Crotone, quando un muro è crollato travolgendoli. I due sono morti, un collega è rimasto gravemente ferito. Giuseppe e Kiriac sono le ultime vittime del lavoro nel nostro Paese, dove dallo scorso anno la lieve ripresa economica va di pari passo con l’aumento di queste tragedie. Sette le vittime nella sola settimana a cavallo di Pasqua.

Non è facile contare il numero di persone che hanno perso la vita sul lavoro quest’anno. Secondo i calcoli della Cgil, con ieri siamo arrivati a 154. Per l’Osservatorio indipendente di Bologna, nato dieci anni fa dopo l’incidente alla Tyssenkrupp di Torino, da gennaio a marzo sono 159. Dalle statistiche ufficiali dell’Inail, per il momento sappiamo che a gennaio abbiamo avuto 67 decessi: 46 direttamente sul lavoro e 21 sul tragitto per raggiungerlo. Nel primo mese del 2018, insomma, in totale abbiamo avuto solo due morti in meno dello stesso periodo del 2017, quando però la valanga di Rigopiano e l’elicottero precipitato a Campo Felice, in Abruzzo, avevano gonfiato le rilevazioni. L’Inail, però, non considera tutti i casi che riguardano i lavoratori in nero o persone che non sono assicurate presso l’ente pubblico. Ecco perché, durante tutto il 2017, all’istituto sono pervenute 1.029 denunce di infortunio mortale (undici in più rispetto al 2016) mentre le tabelle dell’Osservatorio di Bologna arrivano a contare più di 1.400 episodi. Sono cifre enormi. L’incremento del 2017 ha colpito soprattutto la Lombardia, con 19 tragedie in più, e in generale il Nord-Ovest (più 44). Cresce il numero di occupati, ma crescono anche le “morti bianche”.

Le cause, secondo i sindacati, non si limitano a una semplice proporzione. Secondo i calcoli della Fillea, che riunisce gli edili della Cgil, dal primo gennaio i decessi in cantiere sono stati 30 – quasi sempre per caduta o per un crollo di una costruzione – con un aumento del 50% rispetto al primo trimestre 2017. Durante gli anni della crisi, le imprese hanno risparmiato sui costi per la sicurezza e nel frattempo non si sono messe in regola. “Alcune hanno aumentato il ricorso al nero totale o parziale – spiega il segretario Fillea Alessandro Genovesi – altri invece hanno chiesto ai propri operai di aprire partita iva e lavorare come autonomi. Altri ancora fanno dumping contrattuale: nei cantieri dove avviene la ricostruzione delle zone colpite dal terremoto del 2016, per esempio, abbiamo trovato ditte che inquadrano i lavoratori come florovivaisti”. Il contratto degli edili prevede formazione specifica sulla sicurezza e dispositivi di protezione, accorgimenti che vengono meno aggirando la legge. “Con la ripresina – aggiunge Genovesi – nell’edilizia non sono aumentati gli occupati ma le ore di lavoro: questo ha un effetto sulla sicurezza, combinato con l’invecchiamento dei lavoratori”.

Quanto spiegato dal sindacalista è confermato dall’Ispettorato del lavoro: la percentuale di irregolarità nelle costruzioni è dell 64,4%, solo il settore trasporti e magazzinaggio ha un tasso più alto (66,8%). Non a caso, sono questi i comparti nei quali si piangono più morti. Meno si rispettano le regole, più ci si espone alle tragedie. I controlli dell’Inail, però, diminuiscono da anni: nel 2014 sono state ispezionate 23.260 aziende, passate a poco meno di 21 mila nel 2015 e 2016 fino a crollare nel 2017, quando i vigilanti hanno messo piede solo in 13.816 imprese.

Il Cnr: “Fino al 60% di morti in più vicino alla centrale”

“Eccessi di mortalità per entrambi i sessi tra il 30 e il 60% sono emersi per tutte le cause e tutti i tumori” nelle zone esposte agli inquinanti. “E tra il 40 e il 60% per le malattie dell’apparato circolatorio, in particolare ischemiche cardiache e cerebrali”, è scritto nello studio epidemiologico compiuto dal Cnr per “valutare gli effetti sulla salute dell’inquinamento da centrale a carbone a Savona, Vado Ligure, Quiliano e aree limitrofe”. Sono 51 pagine frutto di anni di ricerche.

Applicando i dati del Cnr – che per la prima volta esamina i decessi dal 2000 al 2013 – le morti in eccesso nelle zone esposte si calcolerebbero in quasi 4 mila (2.600 solo nelle aree di massimo rischio).

Finora le perizie chieste dai pm che hanno indagato sulla centrale Tirreno Power di Vado avevano parlato di circa 440 morti: da 251 a 335 per le malattie cardiovascolari e 103 per quelle respiratorie. Poi migliaia di ricoveri. Sono stime, appunto, non dati certi. La difesa ha negato un legame tra malattie e centrale. Spetterà ai magistrati valutare se il dossier del Cnr sia attendibile e se le morti in eccesso siano da riferire alla centrale (la ricerca sottolinea la presenza di altri fattori inquinanti).

Ma lo studio apre anche un caso politico: “Vogliamo sapere perché ci siano voluti quasi dieci anni per avere un’indagine epidemiologica. E perché i risultati da nove mesi siano chiusi nel cassetto della Regione Liguria”, chiede Andrea Melis, il consigliere regionale (M5S) che finalmente ha ottenuto lo studio e lo ha depositato alla procura di Savona. L’avvocato Matteo Ceruti che assiste l’associazione ‘Uniti per la salute’ sottolinea: “Abbiamo presentato da mesi istanza di accesso agli atti, ma la Regione ci ha ripetutamente negato lo studio del Cnr”. Il rapporto restava nel cassetto anche se a Savona si celebra l’udienza preliminare sulla centrale e il 12 aprile si deciderà sul rinvio a giudizio degli imputati.

La ricerca parla “di rischi” ancora maggiori “emersi per le malattie respiratorie, sia acute che croniche del polmone. Emergono un eccesso per le malattie del sistema nervoso tra le donne e un rischio di oltre il doppio per i linfomi non Hodgkin tra gli uomini”. Lo studio del Cnr copre un’area con 123mila abitanti. Oltre a Savona ci sono località turistiche come Varazze, Spotorno, Albisola, Bergeggi e Celle Ligure. Per gli uomini, secondo il Cnr, nelle zone di massima esposizione si registrerebbe un eccesso di morti per tumore al polmone del 61%. Per i linfomi siamo oltre il 200%. Per le leucemie si parla del 68%. Per le donne (sempre nelle zone di massima esposizione) si sarebbe registrato un eccesso del 61% per malattie cardiache. Poi 75% delle malattie cerebrovascolari e 99% dei decessi per malattie respiratorie acute.

I comitati da molti anni chiedevano un’indagine epidemiologica, ma il ministero della Salute bocciò il finanziamento di una ricerca (che sarebbe costata 500mila euro) preferendo uno studio sull’herpes Zoster in Liguria. E tornano in mente le frasi contenute nelle intercettazioni dell’inchiesta. Come le parole di quel dirigente del ministero dell’Ambiente – non indagato e nel frattempo promosso – che occupandosi delle prescrizioni da prevedere per la centrale disse: “Cerchiamo di fare una porcata… che almeno sia leggibile… C’hai le mani sporche di sangue… mi sputerei in faccia da solo”.

Andrea Melis aggiunge: “Ho consegnato le carte ai pm: bisogna fare chiarezza sull’eventuale nesso tra centrale ed effetti sulla salute. Spero che la ricerca del Cnr sia utile nel processo in corso. Le scelte industriali vanno commisurate con le conseguenze sulle persone. Ricostruire i fatti e informare i cittadini è fondamentale”.

“I miei affari con B. dal ’72 Villa Certosa? Fu un furto”

“L’acquisto di Villa Certosa? Un furto, una rapina. Lo venni a sapere quando ero in carcere a Parma e mandai telegrammi a Berlusconi, Dell’Utri, Confalonieri, diffidandoli dal comprarla. Diedero al mio assistente Emilio Pellicani mi pare 800 milioni di lire, ma non corrispondevano neanche a un ventesimo del suo valore”.

In una lunga intervista a Fq MillenniuM, il mensile diretto da Peter Gomez in edicola da domani, Flavio Carboni racconta cinquant’anni nel “mondo di mezzo”, là dove si incontrano politica, imprenditoria e criminalità. Condannato per il crac del Banco Ambrosiano, assolto per la morte di Roberto Calvi (“Indiscutibilmente non è omicidio, se no che lo provino”, si inalbera), riconosciuto colpevole in primo grado per la P3 (“Non l’ho organizzata io”, assicura), Carboni si sofferma su rapporti con l’attuale leader di Forza Italia, risalenti agli anni Settanta, alle prime speculazioni immobiliari in Costa Smeralda: “Eravamo ragazzi, ci siamo presi subito. Cominciai col vendergli, nel ’72, centomila metri cubi nel cuore di Porto Rotondo”.

Nelle lottizzazioni in Costa Smeralda, con Carboni operarono nomi di peso della criminalità organizzata, a partire da Pippo Calò, il “cassiere” della mafia corleonese che allora agiva sotto il falso nome di Mario Aglialoro. Conosciuto a Roma, al pari di pezzi da novanta della mala romana come Domenico Balducci ed Ernesto Diotallevi, al “mercato dei soldi” di Campo de’ Fiori, dove in quegli anni gli usurai operavano alla luce del sole: “Era una sorta di istituzione a cui ricorrevano molti costruttori, ma anche professionisti e uomini dello Stato. Io stesso ci sono andato con funzionari di Polizia e magistrati”, ricorda. L’alto e il basso, il mondo di mezzo a far da collante. Francesco Cossiga? “Avevamo un legame fraterno, l’ho frequentato sia prima che dopo il crac Ambrosiano. Anche quando era ministro dell’Interno e poi presidente della Repubblica”. E le entrature ai vertici del Vaticano, la collaborazione con Francesco Pazienza, agente del Sismi e piduista.

E oggi? Fq MillenniuM propone il ritratto di Giovanni Calabrò, protagonista della truffa del nichel che ha la sua vittima più illustre nel Comune di Roma (gestione Alemanno): da un lato, la parentela con lo ’ndranghetista reo confesso della strage dei carabinieri a Scilla nel 1994, dall’altro la frequentazione con Marina Berlusconi a Montecarlo e con il governatore ligure Giovanni Toti. Poi il reportage da Tor San Lorenzo, alle porte di Roma, dove tra ville-fortezza abusive e cimiteri di auto spolpate si concentrano mafie di varia estrazione.

Nel mito di Frank “Tre dita” Coppola, che negli anni Cinquanta lì costruì con i soldi della neonata Cassa del Mezzogiorno, grazie alla provvidenziale soffiata di politici amici. Uno dei quali, di alto livello, “chiamò mio nonno per chiedere se poteva dare una mano a cercare Aldo Moro”, ricorda il nipote Francesco Paolo Corso, esponente locale del centrodestra. Misteri? No, segreti, precisa lo scrittore Carlo Lucarelli. I misteri riguardano l’insondabile. Il segreto – sulle stragi, su Moro, su Gelli… – “è qualcosa di molto più umano, fisicamente tangibile, magari redatto nero su bianco in triplice copia chiuso nel cassetto di qualche scrivania in qualche ufficio”.

Chiamparino sotto accusa: “Non sceglie lui il suo successore”

La proposta di Sergio Chiamparino di candidare il chirurgo Mauro Salizzoni alla presidenza del Piemonte nel 2019 scontenta uno dei maggiorenti del Pd di Torino, il neo-senatore Mauro Laus che ieri ha lasciato la poltrona di presidente del Consiglio regionale: “Il candidato non può essere indicato da Sergio Chiamparino – ha detto -. Non può pensare di essere lui a dare le carte. Piuttosto è necessario in questo ultimo anno di legislatura un cambio di passo partendo dalla consapevolezza che in Piemonte, come in Italia, se il partito ha perso è per responsabilità di tutti”. Il governatore ha risposto piccato: “Vista la critica radicale all’attività della giunta, e anche a me, se il pensiero di Laus riflette quello della maggioranza del Pd non vedo più le condizioni per continuare a collaborare con questo gruppo dirigente del partito torinese e piemontese”. Poi ha aggiunto che “come lui ben sa, il nome di Salizzoni è circolato ben prima che io lo sondassi, d’intesa con alcuni esponenti, tra cui il segretario Gariglio e lo stesso Laus”.

“Il Pd ha fallito: Matteo si faccia il partito suo”

Tre settimane fa, parlando al Fatto, era stato chiaro: “Il Pd esca dall’angolo, superi Renzi e sostenga un governo monocolore dei 5 Stelle”. Oggi Massimo Cacciari, filosofo, tre volte sindaco di Venezia, si trova di fronte lo stesso immobilismo di allora, dopo che Maurizio Martina ha chiuso il primo giro di consultazioni al Quirinale ribadendo che il Pd resterà all’opposizione.

Professor Cacciari, lei aveva consigliato tutt’altro.

Ne sono ancora convinto, ma non sono riusciti a risolvere la questione interna. Non potendo giocare la partita, Renzi ha deciso di tenersi il pallone, come uno che ha la gamba rotta e preferisce che anche gli altri non giochino.

Quanto andrà avanti lo stallo?

Sono bloccati in attesa dell’assemblea, dopodiché mi auguro che abbiano pietà di me: per favore, mettete fine a questo show inaudito, a questo grande equivoco che è il Pd.

In che senso?

In questo momento il Pd è un problema per il Paese, non è di certo uno strumento per risolverne altri. È ora che all’interno del partito lo capiscano e trovino una soluzione. Dal suo punto di vista, la tattica di Renzi non si può dire sia stata un errore: adesso prenda un pezzo del Pd e si faccia il suo En Marche!, e gli altri cerchino di ricostruire un percorso di sinistra.

È troppo tardi per salvare il partito?

Il Pd è un equivoco da sempre e spero che l’assemblea ne sancisca il fallimento definitivo. Non ha una classe dirigente, Renzi si è imposto sulle macerie altrui senza avere alcun feeling con le anime del partito. Dopodiché si è andati avanti con una colossale sequela di errori, dal referendum alla gestione del rapporto coi sindacati, fino all’ultima campagna elettorale, condotta in maniera demenziale.

I risultati sono stati molto duri. Potevano cambiare con una campagna elettorale diversa?

Se Renzi avesse indicato Paolo Gentiloni come premier e avesse gestito meglio le candidature, escludendo per esempio Maria Elena Boschi, il Pd avrebbe preso un 2 o 3 per cento in più. Aveva ragione Napolitano quando parlava di “auto-esaltazione”: possibile non si rendessero conto che nessuno gli andava dietro?

Però quasi nessuno all’interno del partito sta alzando la voce.

Persone come Gianni Cuperlo, Andrea Orlando o in precedenza Fabrizio Barca avrebbero le capacità, ma non sono mai riusciti a emergere con nettezza prima e adesso non hanno il coraggio o la volontà politica, forse perché sanno di non avere i numeri per farlo.

Le primarie sono ancora uno strumento valido?

Per carità, basta con le primarie. Ci sono gli organi di partito, si faccia un congresso in grado di prendere delle decisioni e basta. Le primarie adesso non servono a niente.

Che giudizio dà su Martina?

Non si possono dare giudizi. Giudicare Martina sarebbe come dare il voto a un portiere che entra in campo al novantesimo minuto.

Se il Pd non torna indietro, ci sono altri governi possibili?

Tutto starà all’abilità di Matteo Salvini. I 5 Stelle non accetteranno mai di stare con Berlusconi, ma potrebbero farsi andar bene una parte sbiadita di Forza Italia. Il fatto che si siano opposti a Paolo Romani e non a Maria Elisabetta Alberti Casellati per la presidenza del Senato dimostra che il loro veto è su figure di rilievo, perché Casellati è anche più berlusconiana di Romani.

Quindi una parte di FI dovrebbe staccarsi.

Salvini dovrebbe ricattare Berlusconi con la prospettiva mortale di nuove elezioni e qualcuno di Forza Italia potrebbe starci.

Riunioni segrete (in azienda) Renzi pensa al congresso ora

Maurizio Martina non andrà all’incontro con Luigi Di Maio. Se per caso avesse avuto la tentazione di rispondere positivamente all’invito del leader dei Cinque Stelle, ci ha pensato Matteo Renzi a bloccarlo, nonostante il fatto che Di Maio per la prima volta abbia aperto almeno formalmente anche a lui. “Un’apertura tutta tattica, per pressare la Lega”, è la lettura dei renziani. “Lui ha promesso ai suoi elettori delle cose. Noi delle altre. Deve essere serio. Su una cosa ha ragione: il voto degli italiani va rispettato”, spiega il capogruppo dem alla Camera, Graziano Delrio. Fatto sta che, se non rispetta il volere dell’ex segretario, il reggente rischia la guida dei Dem.

“L’ esito elettorale per noi negativo non ci consente di formulare ipotesi di governo che ci riguardino”. Più che le parole di Martina nella Sala alla Vetrata, davanti alle telecamere, conta l’atteggiamento tenuto dai quattro componenti delle delegazione (oltre a Martina, i capigruppo Delrio e Marcucci e il presidente, Matteo Orfini) durante l’incontro con Sergio Mattarella. Una assoluta mancanza di incisività. Ma conta soprattutto quello che è successo dopo. Renzi ha riunito i fedelissimi. E non al partito o al Senato, ma nei pressi di via Veneto, in uno degli studi delle aziende della famiglia Marcucci. Presenti, oltre ai capigruppo e a Orfini, Luca Lotti, Maria Elena Boschi, Francesco Bonifazi, Lorenzo Guerini, Ettore Rosato. La riunione sarebbe dovuta rimanere segreta, ma con la scelta della location, Renzi chiarisce che il suo è un partito nel partito. Martina è il bersaglio numero 1 dell’incontro: chi c’era racconta di una riunione sul partito e sul governo, perché “le cose sono intrecciate”. Mentre in un primo momento Renzi sembrava quasi pronto a far votare il reggente nell’Assemblea del 21, in assenza di un candidato suo, adesso “ci sta riflettendo” e, come raccontano i suoi, “valuterà nei prossimi giorni”. Se si va a una conta, Martina rischia. Ma soprattutto, l’ex premier pensa all’ipotesi di andare a congresso: per convocarlo, serve un ordine del giorno da votare prima della presentazione delle candidature. Un congresso subito non solo sostanzialmente bloccherebbe Martina, ma impedirebbe di fatto di correre anche a Nicola Zingaretti, appena eletto governatore nel Lazio. L’ordine del giorno andrebbe approvato e Renzi non può essere sicurissimo neanche dei numeri in Assemblea. Per questo, sta pensando anche di far mancare il numero legale per l’elezione del segretario.

Per l’ex premier è prioritario tenere il Pd fermo sulla linea dell’opposizione. Anche se i fedelissimi valutano “positivamente” le consultazioni, a qualcuno non è sfuggito come il reggente abbia citato tra i punti “qualificanti” di un’opposizione responsabile il raddoppio del Rei. Il governo con i Cinque Stelle non è neanche lontanamente all’ordine del giorno, ma meglio bloccare subito ogni tentazione di governo istituzionale.

Renzi, comunque, continua a giocare su più tavoli. Come un’interlocuzione costante soprattutto con la parte di Forza Italia che resiste a un governo con i Cinque Stelle. Per monitorare la situazione, per elaborare strategie. Perché la soluzione migliore per il segretario ombra sarebbe un governo Lega-Cinque Stelle, senza FI. A tessere le fila è soprattutto Luca Lotti, che parla con Gianni Letta: va detto che il tentativo dei due di portare Paolo Romani alla presidenza del Senato è fallito. E i rumors raccontano della tentazione dello stesso Romani di convergere nell’eventuale partito di Renzi che verrà. È il dialogo degli sconfitti. Intanto domani Richetti lancia la sua corsa per le primarie che saranno. Contemporaneamente, Martina, Orlando e Cuperlo parteciperanno a un’iniziativa dei giovani Dem. Il Pd è già in via di esplosione.

Il leader della Lega prende tempo: “Se ha sbagliato è fuori”

Nessun commissariamento della Lega in Sicilia, almeno per ora. Matteo Salvini prende tempo riguardo all’inchiesta della Procura di Termini Imerese che ha portato all’arresto di due esponenti leghisti, Salvino e Mario Caputo, per voto di scambio alle Regionali siciliane di novembre. L’inchiesta ha coinvolto anche due coordinatori regionali del Carroccio, Alessandro Pagano e Angelo Attaguile, che ieri hanno chiarito di non aver ancora ricevuto alcun avviso di garanzia. “Voglio prima leggere le carte e poi parlare, – ha detto ieri Salvini – quello che ho letto finora mi convince poco”. Il leader legista ha avuto ieri un colloquio alla Camera con Pagano e Attaguile: “Quando si cresce bisogna stare attenti e noi staremo sempre più attenti. Se qualcuno si è dimostrato furbo o poco onesto, la Lega non è casa sua”. I due vengono tirati in ballo in alcune intercettazioni relative alla candidatura alle regionali di Mario Caputo, poi non eletto, al posto del fratello Salvino, incandidabile perché con una condanna passata in giudicato ma con un pacchetto di voti, per la sua lunga carriera politica, che non poteva essere disperso.

La certezza del Colle: “Un governo si farà”, il Pd “non pervenuto”

Vivaddio, il Pregiudicato, almeno lui, rimane immune dalla frenetica moda di andare a piedi e arriva a bordo di un’automobile, seduto di fianco all’autista. Dietro le due capigruppo parlamentari, Mariastella Gelmini e Anna Maria Bernini, sobriamente eleganti con tailleur d’ordinanza istituzionale.

Benché tra Palazzo Grazioli e il Quirinale ci siano appena novecento metri, Silvio Berlusconi non cede alla tentazione del momento e la sua auto s’infila nel palazzo presidenziale poco prima delle undici. Nel colloquio con il capo dello Stato, nello Studio della Vetrata, è l’unico ad accomodarsi sul divano. Gli altri, Mattarella e i suoi collaboratori, le due capigruppo, a schiena drittissima su poltrone e sedie. Berlusconi fa uno show, soprattutto contro i Cinquestelle. “Scoppiettante, molto in forma”, raccontano dal Colle. Impassibile, il presidente ascolta senza smorfie. Una sfinge, al solito. E nessun imbarazzo per il curriculum giudiziario del Condannato. “Berlusconi qui è già venuto altre volte”. Una presenza metabolizzata, si potrebbe dire.

Indi ricomincia il solito tran tran. Salvini a piedi. Di Maio a piedi. La Terza Repubblica Pedestre, nel senso manzoniano che ben si adatta al giro di ieri delle consultazioni: “Uscì, cominciando il suo pedestre viaggio, verso il luogo del suo noviziato”.

E Salvini e Di Maio, appunto, sono due “novizi” in cerca della consacrazione, anzi dell’unzione laica di Mattarella. Dopo l’esordio di mercoledì scorso dei “piccoli” della diciottesima legislatura tocca ai cosiddetti big chiudere il primo round di udienze al Quirinale. E al calare della sera il bilancio del capo dello Stato di questa due giorni offre una varietà di chiaroscuri che contengono in embrione qualche certezza.

Presentandosi nella Loggia d’Onore davanti ai giornalisti Mattarella specifica innanzitutto due categorie della sua attività di maieuta.

La prima: “Le consultazioni, come è noto, hanno lo scopo di individuare, di fare emergere, in base agli articoli 92 e 94 della nostra Costituzione, una composizione di un governo che abbia il sostegno della maggioranza del Parlamento”.

Tradotto vuol dire, per l’ennesima volta, che il presidente della Repubblica non è un sovrano. Il suo compito è di accertare l’esistenza di un’intesa (non proprio un “contratto”) che ottenga la fiducia in Parlamento. Nessuna forzatura. Nessuna soluzione pre-ordinata. Anche per questo Mattarella ha mostrato “empatia” con tutti i suoi interlocutori, senza esprimere preferenze. Un Arbitro socratico.

La seconda precisazione è rivolta soprattutto ai cittadini, dopo che la due giorni si è conclusa in modo scontato, senza accordi e senza mandati, esplorativi o meno: “Farò trascorrere qualche giorno di riflessione, anche sulla base della esigenza di maggior tempo che mi è stata prospettata durante i colloqui da molte parti politiche”.

Per la serie: non sono io a chiedere tempo, ma i partiti. Se ne assumessero, quindi, la responsabilità.

Fatta la premessa, il sunto politico del Colle fotografa lo stallo di questo giro con una prima istantanea che riguarda il Pd. A differenza di Berlusconi, Salvini e Di Maio, la posizione dei democratici viene indicata laconicamente come non pervenuta. Imbarazzante. La delegazione del Pd è sembrata come una sorta di gruppo misto, dove le varie anime si sono annullate tra di loro in un immobilismo umiliante.

Un “problema grave” questo. Se non altro perché la percezione è che Di Maio e i Cinquestelle propendano ancora per questa opzione. La migliore per i grillini e allo stesso tempo la più ardua. Ecco allora che le date di aprile all’attenzione del Colle diventano tre. Non solo le Regionali del 22 (Molise) e del 29 (Friuli Venezia Giulia). Ma anche il 21 aprile, giorno dell’assemblea del Pd. Riuscirà a maturare qualcosa in vista di quell’appuntamento fatidico?

Ovviamente il baricentro delle varie formule possibili resta il M5S. In una direzione o nell’altra. Il Quirinale ha preso atto della forte, se non ferrea volontà di Di Maio di andare al governo, contratto o intesa di coalizione che sia, e di negoziare con tutti. Di qui una prima certezza che smonta l’allarme melonian-salviniano su possibili urne anticipate, in ogni caso non a giugno: “Un governo si farà”.

Aspettando il Pd non pervenuto, il campo del centrodestra resta l’ipotesi più gettonata. Ieri, ancora un volta, la coalizione è sembrata sul punto di esplodere. Berlusconi disponibile a ogni governo tranne che con i grillini. Salvini il contrario. È il paradosso unitario del centrodestra. Binari diversi ma la stessa convinzione esternata a Mattarella da Berlusconi e Salvini: “Noi siamo uniti, non vogliamo rompere”.

Anche in questo caso il tempo di riflessione potrebbe servire ad arrotondare gli evidenti e acuminati spigoli. Il capo dello Stato comincerà infatti il secondo giro a metà della prossima settimana, giovedì 12 aprile. Prima si terranno vari incontri, tra cui quello tra Di Maio e Salvini. E alla fine, comunque vada, arriverà un pre-incarico. Vedremo a chi, tra i due giovani vincitori del 4 marzo.

Tridico: “Possiamo superare il Jobs act e tornare all’art. 18”

L’articolo 18dello Statuto dei lavoratori, abolito dal governo Renzi, potrebbe tornare al centro dell’agenda politica. Ieri Pasquale Tridico, docente di Economia del lavoro all’Università Roma Tre indicato da Luigi Di Maio come possibile ministro del Welfare di un governo a guida 5 Stelle, ne ha parlato a Circo Massimo, su Radio Capital: ”Come abbiamo dichiarato altre volte stiamo pensando di reintrodurre l’articolo 18. Quest’esigenza esiste perché la flessibilità non ha aiutato l’occupazione”. Tridico ha specificato come la reintroduzione dell’articolo 18 si inserirebbe in una riforma più ampia, con l’obiettivo di superare il jobs act renziano, come in effetti il Movimento 5 Stelle aveva espresso nel suo programma elettorale: “I diritti sono importanti per ridare dignità, non per creare lavoro, che arriva però solo se cresce la domanda, se c’è sviluppo economico”. La politica degli sgravi contributivi, ha detto ancora Tridico, è un modo per “drogare il mercato”: “Bisogna dare incentivi, ma non a pioggia, intervenendo in settori precisi e categorie come i giovani”.