“Palchi, amori, invidiosi e un leone da passeggio: la mia vita è una tournée”

La chiamiamo maestro?

Chi?

Lei.

Macché! Sono Paola.

Maestro proprio no.

In realtà mi sono anche sentita maestro; pure adesso, con Paola Barale: lei mi chiama così.

È severa?

Cerco di non esserlo, perché in passato sono stata assillante con mia figlia e da una parte me ne pento; a un certo punto Selvaggia (la figlia, ndr) ha sbottato: “Basta, non voglio più lavorare con te: me sfinisci”.

Aveva ragione?

Ogni volta che usciva di scena le segnalavo qualcosa; ora mi doso per non rompere le amicizie. (Paola Quattrini si ferma, sorride, guarda attorno a sé. “Quanto sto bene qui”. Il suo “qui” è il teatro Manzoni di Roma, ma il “qui” è il teatro in generale, luogo di anima e corpo, dove si sente a casa, dove ci riceve seduta in platea, dove le poltrone rosse diventano il suo salotto, dove si muove e si contorce rivelando una flessibilità non riconducibile ad alcuna età successiva all’infanzia; dove parla di leoni regalati, di responsabilità troppo grandi per una bambina, di nudo, di amore, di arte. Di palco: “Ho imparato dai grandi, quando il teatro era un’arte che si praticava seriamente e guai a mancare di rispetto: se sento fischiettare mi dà fastidio, niente cappello e via così”).

E se qualcuno in sala ha il cellulare acceso?

Sono capace di fermarmi, non mi spaventa nulla.

Niente.

In palcoscenico no.

E si fa intervistare poco prima di andare in scena.

A me bastano quindici minuti per concentrarmi: mi siedo su quella panchina (ne indica una sul palco), con il sipario chiuso, per sentire il brusio del pubblico. È una droga. E da lì capisco come sarà la serata, anzi posso decifrare l’età delle persone.

Il brusio cambia da città in città?

Assolutamente.

Com’è a Napoli?

Forte prima, ma durante lo spettacolo non ridono mai: una tragedia.

Sono esigenti.

Amano solo le cose napoletane; (pausa) ricordo Bramieri e Dorelli provatissimi per assenza di partecipazione emotiva.

A Milano.

Affettuosi; in Sicilia dipende dalle zone dell’isola.

A parte i “15 minuti”, il rito prima di salire sul palco?

Il segno della croce e un pensiero a mia sorella (morta giovanissima); sono credente, ma al di là di questo credo che l’amore non sia sprecato, quando hai amato qualcuno resta il sentimento… Poi non sono una persona che merita… (silenzio) e l’invidia c’è sempre.

Tra teatranti?

Eh… vado in giro con il sale nella borsa (la apre, non lo trova, quasi si agita). Dov’è? Eccolo. (È in una bustina di plastica azzurra).

Ogni quanto lo cambia?

Per ora resiste (cambia posizione, intreccia le gambe).

È plastica nei movimenti.

Dedico molto tempo alla ginnastica.

Bella donna.

Grazie, anche se all’inizio ne soffrivo: mi definivano solo “bella” mentre io desideravo un “brava”, poi hanno iniziato con il “brava” senza più il “bella”. E io: “Ma tutte e due le cose insieme, non se pò fa’?”

Quando hanno iniziato con il “brava”?

Verso i 35 anni, ma a 20 ero già primadonna.

Veterana subito.

Sono nata attrice. Lo sento nell’orecchio, conosco i tempi teatrali.

A quattro anni il debutto.

Alcune vicende non so se le ricordo da me o perché le hanno raccontate; poi tendo a cancellare il passato, tendo al presente (abbassa la voce e diventa molto seria) e al futuro; ho questa espressione per l’incertezza di quanto ne ho davanti, ma non ci voglio pensare.

Ha dichiarato di aver perso l’adolescenza.

È così: sentivo il peso della famiglia, la necessità di lavorare per mantenere mia madre e le mie tre sorelle. Papà è morto quando avevo dieci anni.

Tutto su di lei.

Mamma non lavorava, io ero la più piccola.

Bella responsabilità.

Ne ero infastidita; ah, tra i rimpianti aggiungo quello di aver studiato poco.

Cosa avrebbe studiato?

Magari Psicologia; anche se lo faccio in teatro; mi piace il sapere e soffro il non sapere: la mia scuola è stata il palcoscenico, accanto ai geni, persone che mi hanno insegnato più che a casa.

Tipo?

Gianni Santuccio mi ha spiegato l’uso delle posate a tavola, non solo coltello e forchetta: vengo da una famiglia modesta e rischiavo di trovarmi a disagio.

Ha vissuto il tempo delle mezze porzioni al ristorante?

“Mezze porzioni abbondanti”, era la tipica richiesta di noi attori; da ragazzina amavo più gli alberghi, li ho sempre vissuti come casa mia.

Viaggiava pesante o leggera?

Un tempo molto pesante: si girava con i bauli, ora giusto con un trolley piccolo. (Pausa, seria) Chi ha il piede grande è un po’ fregato: le scarpe sono la parte più ingombrante; (sorride) Panelli, nel suo baule da camerino, teneva tutto il necessario per dipingere; io le foto, l’attrezzatura per la ginnastica, le tovagliette belle; poi c’era il baule delle scarpe e delle borse e quello della sartoria.

E ora?

Non ce stanno più i soldi: un tempo ti venivano a prendere a casa, oggi è già tanto se te portano la valigia.

Ama ancora gli alberghi?

Molto. Ho un libretto dove appunto quelli dove ho dormito e mi piace tornarci.

Ama il post-spettacolo?

Preferisco scappare.

Non crede ai complimenti del post?

Sì, però è meglio non chiedere “che te ne pare?”. Una volta ci sono cascata, la risposta è stata: “Be’, insomma”. E dentro di me ho pensato: “Vaffanculo”.

Bluffa quando va a vedere i colleghi?

Quando lo spettacolo è brutto è una tragedia: uno passa il tempo a cercare la frase giusta per non offendere.

Soluzione?

Evito il camerino, me ne vado.

Lavia sostiene di amare il teatro per la cena post.

Non mi piace tanto mangiare.

È magra.

Per essere in forma non devi mangia’ la sera: lo spettacolo te rovina.

Si scoccia con gli attori non all’altezza?

Eh.

Alla sua altezza ce ne sono pochi.

Appunto, allora dovrei sta’ sempre scocciata. Lasciamo perdere.

Per carità.

C’è chi si dà un sacco di arie e non ha spessore: mi irrito; capita pure con i ragazzi appena usciti dall’Accademia, hanno una spocchia pazzesca.

L’Accademia è fondamentale?

Non ci sono andata.

È una deminutio?

In un certo ambiente pseudo-intellettuale di persone che se la tirano, mi definiscono attrice di “commedia” con modi sprezzanti, quando mi dedico anche alla commedia, e non è semplice: è più difficile strappare una risata di una lacrima…

Lo sosteneva Totò.

Una sera Pietro Garinei, il più grande di tutti, si incavolò con me: gli avevo comunicato la decisione di recitare in un dramma di Dostoevskij: “Perché? Sei una delle poche che sa far ridere”. “Ne ho bisogno per crescere”. Pietro è la persona che mi manca di più.

Anni fa ha detto lo stesso di Walter Chiari.

Di lui mi manca la personalità: è stato un bellissimo incontro, un’emozione. Mi piaceva pure fisicamente, vederlo mi turbava, specialmente quando restava in canottiera.

E lui con lei…

Sapeva corteggiare in maniera maschile. Però soffrivo i suoi ritardi, cozzavano con la mia disciplina teatrale.

Inaffidabile.

Ha perso un sacco di spettacoli, ogni giorno stavamo in ansia.

De Filippo proibiva i rapporti in compagnia.

Secondo le vecchie dicerie, un’attrice non avrebbe dovuto neanche avere famiglia, niente svaghi o uscite extra.

Invece lei…

(S’illumina) Di svaghi ne ho avuti tanti e seguito ancora a prendermeli.

Il lockdown senza teatro.

In quel periodo ho lavorato tantissimo: mi sono occupata di un corto cinematografico e ho fatto recitare il condominio; con le signore ci incontravamo in cortile e inventavo cose.

Com’erano?

Negate.

Però.

Ci siamo divertiti: non c’è niente di meglio che vivere altre vite, togliersi i propri panni, vestire quelli altrui e concedersi quello che normalmente i nostri limiti renderebbero impossibile.

Quando è tornata sul palco?

Che bello! Avevo una carica pazzesca.

Si è commossa?

Piango sempre; comunque il teatro mi piace più oggi.

È più sicura.

Ammetto che è il mio più grande amore; mi spiace per tutte le persone che ho amato.

Magari già lo sanno.

Credo di sì.

E spesso ci si fidanza tra attori.

Io no. Non mi piacciono tutti, non amo i vanesi, non gradisco l’uomo che si piazza lì per truccarsi: pochi attori sanno scindere il ruolo da se stessi, restano con il dorso della mano sulla fronte (e lo imita). Amo l’uomo maschio.

È vanesia?

Sennò non farei l’attrice.

Diventata o sempre stata?

Credo indole: da ragazzina mi mettevo al centro e creavo storie.

Ha le locandine sulle pareti in casa?

Ora sono in garage.

Che hanno combinato?

Una sera, dopo una tournée, sono rientrata e ho staccato tutto, compresa la moquette: desideravo il vuoto.

In garage ci sono pure le copertine di Playboy?

Lì sono stupenda.

Assolutamente.

Sono nascoste per mia nipote, poi ogni tanto le guardo e penso: che bella gnocca. Mica le rinnego.

Ci mancherebbe.

Mi sono anche spogliata in scena, con tanto di scandalo: a Brindisi ci hanno tirato i pomodori; ma se la scena lo richiede, non c’è nulla di male.

E con Playboy?

Ho accettato perché mi piaceva il fotografo, per vanità e divertimento; sul set c’era un ragazzo di colore che doveva strapparmi i vestiti: era agitato, tremava. E io: “Dài, e dài!”.

A casa cosa dissero?

Non erano contenti. Non se ne parlava. Ma ho sempre agito di testa mia.

Indipendente.

Mi sono sposata a 18 anni per uscire di casa: mio marito era il marchese Gerini e mi ha regalato un cucciolo di leone. Ci andavo in giro.

Comodo.

Lo mettevo sotto la pelliccia: alcuni si sbagliavano, lo scambiavano per un gattone e provavano ad accarezzarlo.

Quanto lo ha tenuto?

Dopo un mese sono partita in tournée e l’ho lasciato a mia suocera; (ride) un giorno venne a casa una giornalista, purtroppo dimenticai il leoncino in salotto e trovai la poverina spiaccicata sulla parete, pallida. Non riusciva a fiatare.

Lei in una famiglia aristocratica.

Una tragedia. Ho ancora nella testa il casino della mezzaluna da insalata: ho pianto due giorni per la vergogna.

Traduciamo.

Misi l’insalata nel piatto, accanto alla carne, invece che nella mezzaluna. Ora a casa ne ho un set.

Di che?

Di mezzelune!

Quanto è durato il matrimonio.

Sei mesi e sono scappata.

Come mai?

Mi portò in una villa abbandonata, vicino Firenze: sotto terra c’era una cappella piena di ragnatele e lì, con tono aulico, mi prospettò l’eternità: “Qui riposeremo”. E io: “Non mi piace”. È finito tutto.

Bel coraggio.

Nella vita non mi è andato tutto sempre bene, ho avuto grandi problemi economici.

Quando?

Dopo la separazione; nel nostro mestiere ci sono sempre alti e bassi, sempre in attesa di una telefonata.

La maggior parte degli attori soffre di depressione.

Non so cosa sia.

Davanti allo specchio cosa vede?

Mi guardo pochissimo, giusto prima di entrare in scena; anzi mi guardo quando mi amo e mi amo in camerino.

Come la trattano i colleghi?

Rido quando dopo lo spettacolo ancora mi dicono: “Ci sorprendi”. E penso: “Ma ancora me voi scopri’?”

Si scoccia.

Meriterei un teatro stabile.

Chi è lei?

Un’attrice.

Bombe a orologeria, virus e Cassandre

Mai pandemia fu più annunciata. “Negli ultimi vent’anni nuove malattie infettive sono emerse al ritmo senza precedenti di una all’anno: ci si aspetta che la tendenza continui”. Così scriveva nel 2005 uno degli scienziati in prima linea nell’isolamento del virus responsabile della Sars, Malik Peiris, commentando il lancio del Regolamento sanitario internazionale.

Il Regolamento, sottoscritto da 192 Stati tra cui l’Italia, aveva l’obiettivo di garantire la sicurezza contro la diffusione internazionale di malattie limitando al contempo l’impatto dei provvedimenti sulla circolazione di merci e persone, e invitava ciascuno Stato a “istituire, porre in atto e mantenere un piano nazionale di risposta alle emergenze sanitarie”. Parole chiare, specie quel “mantenere”, cioè rendere operativo il piano e aggiornarlo periodicamente, non fermandosi alle dichiarazioni di intenti. Lo stesso anno, l’Oms stende anche le linee guida per la preparazione a uno scenario pandemico. Saranno le basi del famoso Piano italiano del 2006.

Nel 2007, dopo la scampata minaccia della Sars e due anni prima della pandemia dell’influenza detta Suina, esce un articolo quasi profetico su Clinical Microbiology Reviews, rivista scientifica edita dalla Società americana di Microbiologia. A firmare il testo, un team di infettivologi dell’Università di Hong Kong: “La presenza di un grande serbatoio di virus simili al SarsCoV nei pipistrelli ferro di cavallo, insieme alla cultura di mangiare mammiferi esotici nella Cina meridionale, è una bomba a orologeria. La possibilità che da animali o da laboratori riemergano la Sars e altri nuovi virus, e quindi la necessità di essere preparati, non dovrebbe essere ignorata”. “Bomba a orologeria”: gli scienziati mettono per un attimo da parte il gergo da laboratorio e urlano al mondo, cercando di farsi capire. Inascoltate Cassandre.

Inascoltate perché quando, nel 2009, l’Oms dirama nuove linee guida che chiedono di coinvolgere in modo sistemico l’intera società nella preparazione e nella risposta a una possibile pandemia, in pochi vi prestano seria attenzione, di certo non l’Italia. Eppure si tratta dell’aggiornamento del precedente Piano Oms di preparazione globale contro l’influenza del 2005, ossia una pietra miliare nello sforzo globale contro le pandemie. In questo documento del 2009, l’Oms raccomanda agli Stati di pensare al piano pandemico come a un impegno che coinvolga non solo il settore sanitario, ossia i ministeri della Salute e le strutture di cura, ma anche aziende, comunità e persino le famiglie, e sottolinea la necessità di integrare il piano contro le pandemie nei Piani di emergenza nazionale. Insomma, un salto ontologico nella concezione della preparedness. Secondo le disposizioni, con il Covid, per esempio, avremmo dovuto riorganizzare la rete dei trasporti e le modalità di spostamento per evitare contagi nella popolazione in età scolare. Dovevamo e potevamo essere preparati. La sinergia nel contrasto alla diffusione dei contagi è un concetto che già a partire dal 2009 risultava chiaramente esplicito.

Il 2013 avrebbe dovuto essere un anno di svolta: il Parlamento europeo, con la decisione 1082, obbliga gli Stati membri dell’Unione all’aggiornamento dei Piani pandemici. È lo stesso anno in cui dilaga la Mers, una sindrome respiratoria estremamente pericolosa: è di nuovo un coronavirus, resiste a temperature molto alte – come quelle del Medio Oriente – e ha una mortalità che in quel momento viene valutata del 35 per cento. Cioè più di un morto ogni tre malati individuati. Eppure niente: non accade nulla.

Anzi, si peggiora: tra il 2014 e il 2016 arriva Ebola, con 11.325 decessi e quasi 29.000 casi registrati in dieci Paesi, non solo dell’Africa occidentale, anche negli Usa, Regno Unito e Italia. Tuttavia, al nostro ministero della Salute, di aggiornare i Piani pandemici – e di renderli operativi, di “mantenerli”, come suggeriva già il Regolamento sanitario internazionale del 2005 – non se ne parla. Mers ed Ebola non sono abbastanza spaventose, probabilmente.

Con queste premesse, non sorprende la conclusione del panel indipendente nominato dall’Oms per analizzare gli errori della lotta al Covid. Il consesso di esperti, attivisti e civil servants, guidato da Helen Clark, ex primo ministro della Nuova Zelanda, ed Ellen Johnson Sirleaf, ex presidente della Liberia, a maggio 2021 ha pubblicato una disamina della risposta pandemica globale poco lusinghiera: “Anni di avvertimenti di un’inevitabile minaccia pandemica non sono stati presi in considerazione e risultano inadeguati i finanziamenti e le esercitazioni dedicati alla preparazione (contro nuovi virus si intende, nda)”. E prosegue: “Per il mese successivo alla dichiarazione dell’emergenza sanitaria internazionale (Public Health Emergency of International Concern, nda) del 30 gennaio 2020, troppi Paesi hanno adottato l’approccio ‘stiamo a vedere cosa succede’”. Non si tratta di critiche rivolte solo all’Italia, eppure rappresentano un punto di partenza perfetto per la storia a cui abbiamo dedicato diverse puntate di Report.

“La storia del Piano pandemico è come un fiume carsico, vedrete che tornerà di nuovo in superficie, magari esonderà”. È quello che dissi a Giulio Valesini e Cataldo Ciccolella quando, tra febbraio e marzo del 2020, iniziammo a studiare il documento. Proprio decifrando le vicissitudini del piano e di chi se ne occupava al nostro ministero della Salute, abbiamo intravisto responsabilità più vaste e ancora più sistemiche. Cominciando a lavorare su questa inchiesta, abbiamo dovuto prima di tutto combattere contro le nostre stesse paure, e con limitazioni e problemi organizzativi impensabili sino ad allora. Non potevamo nemmeno immaginare che nei mesi successivi, mentre decine di migliaia di italiani si spegnevano, spesso in solitudine, l’inchiesta giornalistica avrebbe preso le sembianze della sceneggiatura di un film, tra fonti coperte, email criptate, verbali ministeriali non accessibili, autovalutazioni fasulle, colpi di scena, manovre diversive, clamorosi inciampi, storie apparentemente parallele che, alla fine, si incontrano.

In questo libro è mostrato tutto, anche quello che ancora era rimasto inedito. Alla fine, proprio a partire dall’inchiesta di Report, è scoppiato uno scandalo mondiale, in cui le falle dell’Oms e le responsabilità dell’Italia sono finite in prima pagina, dall’Australia al Messico, dagli Stati Uniti alla Svizzera. Quando l’Organizzazione mondiale della sanità ha iniziato a negarci le interviste o persino a criticare il nostro modo di fare giornalismo, quando volutamente non ci hanno mandato l’elenco delle guidelines che definivano i casi sospetti ai fini della sorveglianza epidemiologica, insomma, ogni volta che ci siamo ritrovati di fronte a dei muri, è stato allora che abbiamo trovato la forza di buttarli giù.

“Tanto peggio per i fatti” diceva Hegel, o almeno così si racconta, riferendosi a quegli eventi che contraddicevano le sue teorie filosofiche. La vita però insegna che i fatti sono come i grandi pugili: li puoi mettere all’angolo con trucchetti e mandare al tappeto qualche volta, ma loro si rimettono in piedi e ti colpiscono in faccia con la forza inarrestabile della verità.

 

Rabelais, i “leccapentola” e la scorpacciata di budinerie

ELEMENTI DI STILISTICA COMICA

Guidati da Leo Spitzer, stiamo esplorando le interiora della prosa di Rabelais, brulicanti di mostri innocui e divertenti: i suoi neologismi. Proseguiamo curiosissimissimi, spinti fino alla meta dalla peristalsi dei giganti Gargantua e Pantagruele.

Famiglie di parole (elenchi di definizioni grottesche relative a una professione o a un concetto, per applicazione di suffissi diversi a una sola radice, come nei neologismi, oppure con ripresa di una stessa radice in parole diverse, come nei giochi di parole): per esempio, quando il suo furore comico prende di mira i sofisti della Sorbona, Rabelais elenca “Sorbillanti, Sorbonagri, Sorbonagri, Sorbonicoli, Sorboniformi, Sorbonisequi, Nirbocisanti, Sorbonizzanti, Saniborsanti”. La lista dei cuochi è un’apoteosi della famiglia Lardo: con diminutivo (Lardonetti), con giustapposizione per sineddoche (Grassolardo, Tondolardo, Rigidolardo, Bellardo, Nuovolardo, Rancidolardo, Gagliardolardo), con imperativo + oggetto (Pappalardo, Tiralardo, Salvalardo, Friggilardo, Allaccialardo, Grattalardo, Masticalardo, Riempilardo, Sbircialardo, Acchiappalardo, e l’insensato Marcialardo), con formazioni erudite (Arcilardo, Antilardo, Autolardo), e con sostantivi assurdi (Pivalardo, Pisellardo). Frequente anche la famiglia Mangia (“mangiaforaggi, mangialeprotti, mangiabeccacce, mangiafagiani, mangiapollastri, mangiacaprioli, mangiaconigli, mangiamaiali… mangiastronzi, mangialetame, mangiamerda”). Altre volte resta uguale l’oggetto, e varia il verbo (“Affiancapentola, Ragùinpentola, Rompipentola, Leccapentola”).

Con la forma imperativo + oggetto, Rabelais inventa anche nomi di oggetti fantasiosi: “il tirapeti degli apotecari”, “il baciaculo di chirurgia”, “il mangiafieno degli avvocati” (in realtà sono insulti, spiega Spitzer: “ai farmacisti bisognerebbe tirare un peto, ai chirurghi baciare il culo, gli avvocati sono mangia fieno”). Altre forme tipiche sono quella imperativo + sintagma preposizionale (“chienlict” = “caca-a-letto”), imperativo + avverbio (“cacaforte”), imperativo + soggetto (“questi pisciacani”), e due imperativi (“protettore, conservatore, toglichiudi”)

Derivati da nomi propri (“botte diogenica”, “i Gargantuisti”) e da vocaboli stranieri (tringue e bigot dal tedesco trink, bere, e bî Got!, per Dio!, un’imprecazione dei lanzichenecchi)

Epanalessi (un sostantivo, derivato dal verbo della prima frase, la riassume): “Essi mangiano la merda del mondo, vale a dire i peccati, e come mangiamerda sono ricacciati nelle loro tane”.

Neologismi abbreviativi: “gamba edipodica” (cioè storta come quella di Edipo), “sbevazzare teologalmente” (cioè come un teologo).

Terminazioni flessive latine: “Summum bonum in braguibus et braguetis”, “fripponatorem” (e viceversa, terminazione francese a vocabolo straniero: “Heracleotain”).

Suffissi eruditi: “Cervello caseiforme”, “miracolifico”, “magnigoli gastrolatri” (magnus + gola), “giganti dorifagi” (= che si nutrono di doni), “l’asino sicofago” (= mangiafichi).

Suffissi bizzarri: singoli (“colossivo” per “colossale”, “egiziatico” per “egizio”) o molteplici (“canaglianderia di pezzentaglia”).

Parole mostruose: “circumbilivaginazione”, “sorbonificabilitudinissimente”, “filogrobolizzati”, “supercoccolicanticato”, “incornifistibulare”.

Fra gli stilemi del grottesco di Rabelais, Spitzer indica inoltre le allitterazioni (“il quintale delle sue chincaglierie”), gli avverbi superflui (per esempio, dopo aver scritto che le mammelle di Gargamella davano millequattrocento e due mastelli e nove boccali di latte a ogni succhiata, Rabelais aggiunge che “la proposizione fu dichiarata mammellescamente scandalosa”), i participi riassuntivi (“un grosso breviario impantofolato” = avvolto come in una pantofola), le figure a croce (“Melusina aveva il corpo di donna fino alla borsettina, e il resto in basso era una salsiccia serpentina, ovvero un serpente salsiccino”), la moltiplicazione dei dettagli (“A uno dei suoi assistenti fu squinternato il braccio, all’altro fu scardinata la mandibola superiore, in modo che gli copriva metà del mento, con denudazione dell’ugola e perdita insigne dei denti molari, masticatori e canini”), la pedanteria formale (i bordolesi vogliono comprare campane “per via della sostantifica qualità della complessione elementare che è intronificata nella terrestrità della loro natura quidditativa per estremizzare turbini e cicloni dalle nostre vigne”, cioè per tenere alla larga grandine e temporali) e le perifrasi assurde (“Bevitori incatramati, impestati, incrostati, forniti di arsura inestinguibile e di maleducazione insaziabile”, cioè sempre assetati e sempre affamati).

Poiché allo stile di Rabelais si ispirò Balzac per i suoi Racconti divertenti (1832), Spitzer analizza anche quelli, già che c’è, annotando le liste di sinonimi (“in tutti i tipi di smancerie, vizi, moine, leccatine, succhiate, bacetti e gentili confetture d’amore”), le liste di parole con lo stesso prefisso (“questo fuoco è il più perdurante, perseverante, persistente, perfettissimo, persuadente, periardente, perscrutante e perineale”), le sequenze di suffissi in rima (“coquetteries, minauderies, chatonneries, lesbineries”), le figure a croce (“cristianamente onesto o onestamente cristiano”, “sulle cose della scienza o sulla scienza delle cose”), le riprese con variazione (“sei il monaco più bello, il più delizioso monaco, monachino, monicello che abbia mai monamato in questa città”), le figure etimologiche (anche con senso osceno: “Voglio procurarmi un giovane sposo che mi sposi bene… e molto, e tutti i giorni”. “Ebbene, cuore mio, eccoti dunque siniscalca; e, di fatto, ottimamente siniscalcata”), i neologismi burleschi (“pensatorio” per “cervello”), le parole mostruose (“superlificornacolosamente”. Spesso Balzac riutilizza quelle di Rabelais, ma con un altro significato: “circumbilivaginazione”, che in Rabelais significa “giro di parole”, in Balzac indica “voltafaccia”), i verbi riassuntivi (“pertugionare”, “cupideggiavano”), l’avverbio riassuntivo (“lei amava Gualtiero occultamente e acquachetamente”), i suffissi superflui (“malinconizzato” per “malinconico”), i suffissi bizzarri (“geometrale” per “geometrico”, “giustiziarda” per “giustiziera” ), il verbo concreto per il termine astratto (“si sbottonava delle sue remore”), e i neologismi abbreviativi (“i prepuziotripudi”). Oh quale mirabilifica scorpacciatura di budinerie!

(80. Continua)

Schiacciati dalla calca: otto vittime al festival di musica a Houston

Almeno otto persone sono morte e molte altre sono rimaste ferite dalla calca della folla durante un evento musicale all’Astroworld Festival, a Houston, in Texas.

Il capo dei vigili del fuoco, Samuel Pena, ha riferito ai giornalisti che la compressione verso il palco si è verificata mentre il rapper Travis Scott si esibiva. Lo spettacolo è stato interrotto poco dopo che diverse persone hanno iniziato a urlare “ed è scoppiato il panico”. Le vittime sono rimaste intrappolate tra la folla che premeva e il palcoscenico. “Abbiamo trasportato 17 persone negli ospedali. Undici di loro erano in arresto cardiaco”, ha riferito ancora Pena.

“Sono assolutamente devastato” ha detto il rapper Scott raggiunto dal giornale Variety. “Le mie preghiere vanno alle famiglie delle vittime”.

Il Congresso dice sì al maxi-piano

L‘accordo è stato raggiunto: dopo frenetici negoziati, Biden risolleva le sorti del Paese, ma anche della sua presidenza. Ci voleva una buona notizia, per risollevare il morale del presidente e pure le sorti della presidenza. E la buona notizia è arrivata nel cuore della notte tra venerdì e sabato, col sì della Camera al maxi-piano da 1.000/1.200 miliardi di dollari per le infrastrutture proposto da Joe Biden e già approvato, con voto bipartisan, dal Senato in agosto. L’ok della Camera è stato sbloccato dall’accordo raggiunto tra progressisti e moderati democratici, con la mediazione del presidente, dopo frenetici negoziati. L’intesa prevede che un altro pacchetto di misure sociali – istruzione e sanità – e per il clima, per una spesa di oltre 1.800 miliardi di dollari, sia votato dalla Camera entro metà agosto, se le stime di spesa elaborate dall’Ufficio di controllo sul budget del Congresso collimeranno con quelle della Casa Bianca.

Biden esulta: “Ricostruiremo l’America, creeremo milioni di posti di lavoro”. Trump lo contesta: “Gli americani ne usciranno tartassati”. Ma il presidente assicura che chi guadagna meno di 400 mila dollari l’anno non sborserà un centesimo di tasse in più.

Il piano per le infrastrutture, essenziale per ammodernare l’Unione e rilanciare l’economia post pandemia, è un testo bipartisan. I democratici di sinistra ne subordinavano, però, l’approvazione all’ok dei moderati all’altro pacchetto.

Una mezza dozzina di deputati e senatori democratici moderati non si fidano dei conti presentati dalla Casa Bianca. Anche il Washington Post si interroga se le misure socio-ambientali siano totalmente coperte o non siano frutto di esercizi di ingegneria budgetaria. Il provvedimento è una vittoria per Biden, che realizza una promessa elettorale e riesce a forgiare un compromesso tra maggioranza e opposizione, nonostante un clima di forte polarizzazione politica e società.

Il pacchetto, che rappresenta uno dei pilastri dell’agenda economica della Casa Bianca, comporta, tra l’altro, spese per 550 miliardi di dollari per ammodernare la rete dei trasporti – strade, ponti e porti -, sviluppare la banda larga e riformare il sistema dei servizi pubblici. È la misura più robusta varata dal Congresso da quando Biden è alla Casa Bianca, insieme al pacchetto da 1.750/1.900 miliardi di dollari approvato in primavera contro la pandemia e il suo impatto economico e sociale.

Dopo alcune operazioni internazionali “maldestre” – parole di Biden –, e la sconfitta elettorale subita in Virginia martedì, il presidente, precipitato nei sondaggi a settembre, cercava un riscatto. Nella mediazione fra moderati e progressisti, Biden, forte dell’esperienza di 36 anni in Senato, s’è dunque impegnato in prima persona.

Le prime 4 donne uccise sotto i talib: volevano diritti

A quasi tre mesi dal ritorno al potere dei talebani, le donne afghane sono sempre più terrorizzate, soprattutto le attiviste per i diritti del genere femminile. Una delle esponenti più note, la ventinovenne Frozan Safi, è stata trovata morta, forse in una fossa o forse in una casa alla periferia di Mazar-i-Sharif, la grande città nel nord dell’Afghanistan dove viveva e insegnava Economia all’università. Non è possibile sapere dove sia stato davvero trovato il corpo, visto che le notizie vengono filtrate dai talebani. Intanto all’obitorio giacciono altri tre corpi femminili la cui identità non è stata rivelata. Secondo alcune fonti, anche le tre donne uccise erano attiviste e conoscevano Frozan, che verrà ricordata come la prima attivista uccisa dopo la riconquista talebana.

L’omicidio di Frozan è stato reso noto dalla sorella Rita, medico di professione, che ha spiegato di essere riuscita a riconoscere la salma solo grazie agli abiti: “Il suo viso era devastato dai proiettili e anche il suo corpo era pieno di ferite d’arma da fuoco. Chi l’ha uccisa le ha rubato l’anello di fidanzamento e la borsa con i soldi e i documenti necessari per espatriare”.

Dopo giorni di silenzio, il portavoce del ministero degli interni, Qari Sayed Khosti, ha dichiarato che “quattro donne sono state uccise a Mazar-i-Sharif”. Il portavoce ha quindi aggiunto che due sospetti sono stati arrestati dopo che i quattro corpi sono stati trovati in una casa della città: “Gli arrestati hanno ammesso durante l’interrogatorio iniziale che le donne erano state invitate a casa da loro”. Khosti non ha identificato le vittime, ma il fatto che abbia parlato di quattro salme significa che tra queste c’è anche quella di Frozan. La docente era in attesa di fuggire in Germania perché temeva la vendetta dei talebani, avendo organizzato manifestazioni di protesta contro il divieto dell’istruzione secondaria e di lavoro da loro imposta. Fin dai primi giorni di governo, gli “studenti coranici” hanno represso con violenza le proteste delle donne afghane e hanno arrestato e torturato i giornalisti locali che le stavano seguendo. La fretta di partire avrebbe tradito Frozan e forse anche le altre tre attiviste. Tre fonti a Mazar-i-Sharif hanno spiegato all’Afp di aver sentito che le donne avevano ricevuto una telefonata in cui si diceva fosse imminente un volo per uscire dall’Afghanistan. Poco dopo sarebbero state prelevate da un’auto.

“Conoscevo una di quelle donne. Frozan Safi era un’attivista molto conosciuta in città”, ha detto all’agenzia di stampa un’impiegata di un’organizzazione internazionale, a condizione di mantenere l’anonimato. L’operatrice umanitaria ha raccontato che tre settimane fa, lei stessa aveva ricevuto una chiamata da qualcuno che asseriva di volerle offrire assistenza affinché riuscisse ad andare all’estero come stava tentando di fare.

“Conosceva tutte le informazioni su di me, mi ha chiesto di inviare i miei documenti, voleva che compilassi un questionario, fingendo di essere un funzionario del mio ufficio incaricato di fornire informazioni agli Stati Uniti per la mia evacuazione. Non mi sono fidata però e l’ho bloccato, ma da allora vivo comunque nell’angoscia”, ha detto.

A sentire Meraj Faroqi, un medico del posto, giovedì scorso le forze di sicurezza talebane hanno portato i corpi di due donne non identificate, uccise a colpi di arma da fuoco, all’ospedale provinciale di Balkh. Erano stati trovati accanto ai corpi di due uomini in una casa a Mazar-i-Sharif, ha detto Zabihullah Noorani, direttore per l’informazione e gli affari culturali dei talebani nella provincia di Balkh, che ha suggerito potrebbero essere state vittime di una “faida personale”.

La verità difficilmente verrà a galla, specialmente se i talebani continueranno a considerare le donne esseri inferiori senza diritti.

Le elezioni farsa di Ortega. Il commando di troll del regime sandinista

Non saranno vere elezioni quelle che si terranno oggi in Nicaragua, ma “una farsa completa”: lo ha confermato definitivamente l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Joseph Borrell. I risultati del voto sono scontati: trionferà l’impune, perpetuo Daniel Ortega, che ha abolito il limite del mandato presidenziale nel 2016. Il caudillo mira adesso a ottenere un quinto mandato, il quarto consecutivo, al vertice di uno dei Paesi più poveri e meno vaccinati dell’America Latina. Quello della sua vice e moglie, Rosaria Murillo, è invece il terzo. Prima che si concludesse la campagna elettorale, 37 dissidenti sono finiti dietro le sbarre: in carcere ci sono anche gli unici sette veri oppositori che volevano sfidare l’onnipotente sandinista alle Presidenziali. Tra loro c’è Christina Chamorro, la figlia dell’ex presidente Violetta, prima donna a essere eletta al vertice di uno Stato in America Latina senza prima sposare un capo di Stato. Era il 1990.

Oltre quattro milioni di elettori oggi dovranno non lasciarsi sopraffare dalla passiva rassegnazione e votare per elezioni, Presidenziali e Parlamentari, che né osservatori, né giornalisti internazionali sono stati ammessi a seguire.

A convincere i cittadini ci sono gli appelli del governo e dell’esercito, quelli ufficiali e pubblici, ma anche quelli subdoli e sotterranei dei troll di regime. È in Nicaragua che Facebook ha scoperto una delle più grosse fabbriche di propagandisti virtuali, addetti alla diffusione di messaggi favorevoli al Fronte sandinista di liberazione nazionale, partito al governo, e alla fabbricazione di fake news sull’opposizione o quanti contestano l’autocrate. Secondo il gigante digitale, si tratta di una delle reti “più radicate ed intergovernative che sia mai capitato di dover bloccare”. Si legge nell’ultimo report di Facebook, che ha soppresso migliaia di account la cui eliminazione ha richiesto più di un’operazione complessa.

“I commandos digitali di Ortega”, eliminati solo pochi giorni fa, però non agivano in segreto o all’esterno delle strutture governative, come avviene a Mosca o Pechino. Non erano misteriosi soldati virtuali o mercenari della rete, ma gli impiegati dell’istituto delle comunicazioni e delle poste del Nicaragua, il Telcor. Hanno pompato per anni propaganda dietro gli schermi dei computer negli uffici della sede centrale delle poste della Capitale, Mangua. Anche la Corte suprema nicaraguense aveva una divisione di troll solo per pubblicizzare il suo operato. L’operazione è cominciata nel 2018, quando il presidente fu sfidato dalle proteste di piazza dei giovani che chiedevano democrazia. In 328 morirono per la repressione ordinata dall’ex guerrigliero marxista, addestrato dalla Cuba di Castro, che adesso non ama più la revolucion.

Il dissenso, anche quello virtuale, è vietato nella nazione in cui sua moglie, la vicepresidente, ha varato la legge contro “il tradimento alla patria”. I media liberi erano già stati banditi, ma adesso sono state zittite anche le organizzazioni internazionali, bollate, come si fa a Mosca, come “agenti stranieri”. Si sta con Ortega o contro di lui e nella sua squadra adesso c’è perfino un comandante contras che era stato addestrato dalla Cia per frenare l’avanzata sandinista. Decenni dopo quella guerriglia, anche Osorno Coleman Salomon ripete il messaggio del presidente buono che vuole eliminare povertà e diseguaglianza sociale nel Paese.

L’AmministrazioneBiden si è già detta pronta a disporre sanzioni contro Managua: il Congresso ha approvato la legge Renacer per tentare di arginare il dittatore che difese Gheddafi e ospitò il fuggitivo Pablo Escobar. Non fu il suo unico contatto con il narcotraffico: che Ortega fosse colluso con i cartelli lo hanno svelato i file di Wikileaks nel 2010. Immense ricchezze le accumula per il suo clan, di cui fa parte anche la figlia adottiva, che lo ha accusato di abusi sessuali iniziati quando aveva 11 anni. Quel reato non fu indagato, come molti altri su cui ora vuole fare luce la Cidh, Corte dei diritti umani latinoamericana, che accusa Ortega di crimini contro l’umanità. Non solo i suoi avversari: in questi anni ha costretto alla prigione, all’esilio, al sangue o al silenzio degli epurati anche amici, stretti collaboratori, compagni sandinisti che al sogno democratico credevano davvero. Al vecchio rivoluzionario che non ama più la verità sono rimasti pochi alleati, dentro e fuori il Paese: li ha dovuti sostituire con fantocci, yes men, ex contras e troll.

Zaki trasferito in altro carcere “L’incertezza lo sta logorando”

Il complesso carcerario del Cairo dov’è imprigionato Patrick Zaki sta per chiudere, e lui andrà in un’altra struttura di detenzione. Lo denunciano gli attivisti della pagina Facebook “Patrick Libero”, dopo che i genitori del ragazzo l’hanno visitato nella prigione di Tara. “Non ci sono decisioni ufficiali finora, quindi non sappiamo quando verrà trasferito e abbiamo paura che possa andare in un carcere con condizioni di vita peggiori” c’è scritto nel post. Zaki, ricercatore egiziano dell’Università di Bologna, è detenuto in Egitto dal febbraio del 2020 con l’accusa di “diffusione di notizie false dentro e fuori il Paese”. Il 7 dicembre al tribunale di Mansura ci sarà la terza udienza sul suo caso: se venisse condannato rischierebbe fino a cinque anni di carcere.

Gli attivisti e i genitori sono molto preoccupati dato che nel primo periodo in un nuovo carcere non sono ammesse visite e quindi, si legge, il ricercatore “sarà lasciato senza rassicurazioni, forse cibo, vestiti o necessità di base, fino a quando la sua famiglia sarà autorizzata a visitarlo di nuovo”. Tutta una serie di dubbi che stanno “veramente logorando il suo stato d’animo” ha detto all’Ansa Riccardo Noury, portavoce italiano di Amnesty international. Noury ha rimarcato come “alla vigilia del 21esimo mese dall’arresto, alle incertezze che ormai dominano sulla vita di Patrick si aggiunge anche una nuova incertezza su quello che sarà il luogo in cui potrà essere trasferito, giacché le notizie sulla chiusura del centro di detenzione di Tora si rincorrono”.

Sul suo profilo Facebook il deputato di Liberi e Uguali, Erasmo Palazzotto, ha aggiunto come questo sia “l’ennesimo grave abuso sulla vita di un giovane uomo, studente brillante, che il regime di Al-Sisi punisce per soffocare il suo impegno in tema di diritti civili. Serve un’accelerazione per il riconoscimento della cittadinanza italiana di Patrick. Non lasciamolo solo”.

Nel 2022 in 32mila in pensione anticipata

Trentaduemila. Tante sono le persone che nel 2022 potranno andare in pensione anticipata rispetto alla Fornero con Quota 102, la nuova Ape sociale e la proroga di Opzione Donna, cioè le norme finanziate dal governo nella manovra. Trentaduemila, sono quasi 110 mila persone in meno rispetto alle 142 mila del 2020. La stima è della Cgil, diffusa ieri tramite la Fondazione Di Vittorio: la fonte è quindi un sindacato che è sì contrario alle misure contenute nel ddl Bilancio – ritenute troppo deboli – ma che negli scorsi anni ha dimostrato di saperci fare con le previsioni, visto che nel 2019 – in tempi non sospetti – ci aveva azzeccato ipotizzando uno scarso numero di aderenti a Quota 100.

Riassumendo, gli interventi voluti dal governo Draghi avranno un effetto debole e ridurranno molto le possibilità di pensionamento rispetto a quelle attuali. Partiamo da Quota 102: per beneficiarne servono almeno 64 anni di età e 38 di contributi. Questo fa sì che una parte importante della platea potenziale avesse già maturato, durante lo scorso triennio, i requisiti di Quota 100, per la quale bastavano 62 anni all’anagrafe con 38 di contributi. Al 31 agosto 2021, le domande accolte per Quota 100 – introdotta nel 2019 – risultavano 341 mila, quindi si suppone che a fine dicembre si assesteranno a 377 mila (110 mila quelle del 2021). Visti i dati del 2020, il 31% di questi aveva comunque un età superiore a 64 anni. Secondo la Cgil, quindi, solo in 34 mila avranno i requisiti per Quota 102 nel 2022, ma di questi appena 8.524 raggiungeranno 38 anni di contributi nel prossimo anno, tutti gli altri erano già eleggibili per Quota 100 e, se non sono usciti finora, difficilmente lo faranno adesso. Risultato: se Quota 100 è stato un flop con quasi 380 mila uscite nel triennio, Quota 102 ne consentirà meno di 9mila nel prossimo anno. Una presa in giro.

L’unica novità che potrà ampliare la platea riguarda l’Ape sociale. Finora è stata riservata – avendo 63 anni e 30 di contributi – ai disoccupati, a chi ha compiti di cura e agli invalidi, mentre con 36 anni di anzianità ha concesso la pensione a 57 tipi di “mestieri gravosi”. Dal 2017 al 2020 ne hanno beneficiato in 65 mila, disoccupati per oltre due terzi. Ora le professioni pesanti ammesse diventano 221 e si alleggeriscono i paletti posti ai disoccupati, poiché viene rimossa la condizione di conclusione della prestazione di disoccupazione da almeno tre mesi. Questo dovrebbe portare la pattuglia dei coinvolti nel 2022 a 21.614, raddoppiando i 10.373 del 2020.

Infine c’è Opzione Donna, per la quale il requisito di età passa da 58 a 60 anni per le dipendenti e da 59 a 61 per le autonome. Resta una misura molto penalizzante, perché costringe a un ricalcolo contributivo dell’intero assegno. Il gradino stabilito per l’età minima, peraltro, creerà lo stesso meccanismo di Quota 102: la nuova platea sarà formata solo dalle lavoratrici che perfezioneranno i 35 anni di anzianità nel 2022; quelle con una carriera più lunga alle spalle avevano infatti già maturato i requisiti negli anni scorsi, quando era richiesta un’età più bassa. Circostanza che porterà a cifre molto risicate di adesioni: poco meno di 2 mila contro le 14.510 del 2020. In totale, come detto, fa 32 mila “ripescati” dalla manovra di Draghi, tutti gli altri devono aspettare la Fornero.

Tim, Gubitosi fuori: il casting è già partito (anche a Chigi)

Negli ambienti di governo è ormai considerato il segreto di Pulcinella. S’intende la probabile uscita di scena dell’amministratore delegato di Tim, Luigi Gubitosi. Al punto che nelle scorse settimane qualche papabile successore è stato visto andare a presentarsi a Francesco Giavazzi, consigliori principe di Draghi e crocevia delle partite di potere a Chigi.

La posizione del manager napoletano è sempre più precaria. Il segnale di disperazione è arrivato giovedì. All’agenzia Bloomberg viene fatta filtrare la disponibilità di Gubitosi a dar vita alla società unica della rete con Open Fiber, anche rinunciando a detenere la maggioranza. Tim schizza in Borsa, la società si limita a dire che di questo piano non s’era parlato in Cda. Delle due l’una: o è falsa o se ne è parlato, ma rinunciare al 51% significa per Tim non poter consolidare a bilancio la rete, un asset in declino ma che garantisce il maxi-debito dell’ex monopolista (22 miliardi).

Un’ipotesi questa che imporrebbe un brutale ridimensionamento del gruppo e non può non passare dal cda e dal primo azionista, la francese Vivendi col suo 23,9%. Il colosso capitanato da Vincent Bollorè vuole Gubitosi fuori e i rumors fatti filtrare alle agenzie somigliano più a un tentativo di alzare il prezzo dell’uscita. Gubitosi è arrivato al vertice a novembre 2018, al termine di uno scontro finanziario. Pochi mesi prima, il fondo Usa Elliott, supportato dal governo via Cassa Depositi e Prestiti, aveva messo in minoranza i francesi colpevoli di essere entrati nello stagno del capitalismo italiano con troppa foga, tentando la scalata a Mediaset. L’ad è stato poi riconfermato nel marzo scorso dopo una tregua tra gli azionisti. Da allora Tim è stato costretta a lanciare due profit warning, cioè una revisione al ribasso nelle stime dei profitti, con il titolo in picchiata (-17% da inizio anno, -42% dall’arrivo al vertice del manager).

La tregua è finita. Vivendi è scontenta, ha investito 4 miliardi nell’ex monopolista, per metà già svaniti. Dopo aver siglato la pace con Mediaset, ora vuole salvare il salvabile. Diversi consiglieri, tra cui i due, espressione dei francesi, Arnaud de Puyfontaine (ad di Vivendi) e Frank Cadoret hanno preteso la convocazione di un cda straordinario per l’11 novembre per una resa dei conti. Nel mezzo è arrivata la bomba sganciata da Bloomberg. La situazione è surreale. Il piano di creare una rete unica, nato ai tempi del Conte-2, è naufragato per la contrarietà del governo Draghi. Prevedeva la maggioranza societaria a Tim, ma il controllo di fatto a Cdp, secondo azionista col 9% e in procinto – se l’Antitrust Ue darà l’ok – di prendere il controllo di Open Fiber (investimento suicida di Enel e della solita Cdp nella fibra ottica finanziato a debito). Il guaio è che né i ministri competenti – da Vittorio Colao (Digitale) a Giancarlo Giorgetti (Sviluppo) – né Bruxelles vedono di buon occhio una società della rete unica controllata da un operatore di mercato e quindi non se n’è fatto più nulla. Convincere i francesi a cedere la maggioranza non sembra un’opzione percorribile e Gubitosi non pare avere nessun difensore nel governo né in Cdp, che tre anni fa ha investito 1,3 miliardi per un’insensata lotta di potere in Tim che ora il nuovo ad Dario Scannapieco, scelto da Draghi, osserva da spettatore.

Rumors finanziari raccontano che una volta trovato l’accordo per la buonuscita, Gubitosi potrà lasciare. Come sempre capita nel triste declino di quello che fu un gioiello dell’industria pubblica italiana, messo in ginocchio in 30 anni di gestione dei privati, è già partito il valzer triste dei successori. Qualcuno, come detto, ha sondato Palazzo Chigi nella persona di Giavazzi: tra questi, l’ex ad di Cdp, Fabrizio Palermo. Formalmente l’economista bocconiano è solo il consigliere economico del premier, nella pratica è il suo uomo di maggior fiducia grazie a un’amicizia saldata al Tesoro ai tempi delle privatizzazioni, quando Draghi era dg e Giavazzi responsabile della ricerca economica e gestione del debito.

In questi mesi, Giavazzi è diventato il crocevia dei dossier più rilevanti: dai provvedimenti economici alle partite industriali (come la nuova società che sottrae all’Anas le autostrade pubbliche), passando per le banche e le nomine.