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Quanto ci manca il “partigiano” Biagi

Il 6 novembre 2007 morì Enzo Biagi. Un giornalista partigiano con la schiena dritta, perseguitato da B. fino all’espulsione dalla Rai, con Santoro e Luttazzi. Molti si unirono al linciaggio anche per vendicarsi della sua autorevolezza. Ma Biagi continuò la sua Resistenza, anche come fondatore in Libertà e Giustizia, l’associazione nata per difendere la Costituzione e la legalità dal periodo più oscuro dell’Italia contemporanea. Oggi, a 14 anni anni dalla sua morte, si parla di B. come di possibile candidato alla presidenza della Repubblica, perché pochi si ricordano quanto fu spregevole con chi non era disposto a ossequiarlo. Io invece preferisco ricordare Biagi con la sua aria composta e impassibile di fronte agli arricchiti arroganti. E andare con il pensiero nel piccolo cimitero dell’Appennino tosco-emiliano di Pianaccio dove riposa, per lasciare un fiore sulla sua tomba. Ci manchi, Enzo.

Massimo Marnetto

 

Draghi & C. stanno sempre coi “prenditori”

Credo che tutti abbiamo sentito la risposta del “migliore” Draghi alla proposta di Letta di tassare di una aliquota molto piccola i grandi patrimoni al fine di garantire ai giovani una “dote economica” per aiutarli. “Non è il momento di prendere, ma di dare” è stata la sua risposta, ma il senso di questa la stiamo verificando giorno per giorno in cui ai soliti noti viene chiesto: di dare soldi per coprire i buchi lasciati dalla cassa pensionistica dei giornalisti; di dare i soldi del reddito di cittadinanza per aiutare Confindustria (sic), notoriamente poveracci; di dare i soldi dei cittadini onesti per coprire il condono con cui ha esordito il migliore di tutti. Insomma, per chi non l’avesse ancora capito: “Non è il momento di prendere” era riferito all’ipotesi di prendere qualcosa ai furbetti, ai prenditori di sempre e agli evasori, mentre il “dare” era riferito a tutti i poveri illusi che hanno pensato che Draghi fosse un novello Robin Hood verso i cittadini onesti o meno abbienti.

Leonardo Gentile

 

Il colonialismo e i finti prestiti ai Paesi poveri

Draghi e altri leader ultimamente nei vari meeting hanno manifestato l’intenzione di fornire aiuti miliardari ai Paesi più poveri in funzione anti-Covid e anti-surriscaldamento climatico. L’idea sarebbe giusta, ma c’è un piccolo particolare che forse pochi hanno notato: si tratterà di prestiti e non di liberalità o, regali, quindi indebiteranno ancora di più Paesi già sull’orlo della bancarotta, dopo oltre un decennio di crisi globale, e di endemica povertà. Rendendoli così ancora più schiavi delle decisioni dei potenti della terra che li terranno in pugno col debito “sovrano”. Si tratta di un nuovo colonialismo che si giova della finanza e non delle armi, ma che ottiene lo stesso risultato: schiavizzare i più poveri. Con la scusa del clima e del “verde” saremo costretti a ricomprare tutto ciò che usiamo, auto, case e quanto altro, in funzione ecologica con salassi che ingrasseranno i produttori ma impoveriranno i cittadini.

Albertina Lodi

 

La libertà in pandemia è un tema delicato

Ho letto l’articolo di Massimo Fini pubblicato ieri. Condivido il fatto che dia voce al non conformismo, ma questa volta, ha un po’ esagerato. Il succo: “Debbo essere libero di fare come mi pare”. Il richiamo ripetuto alla “libertà individuale” a giustificazione di qualunque comportamento, compreso il provocare danno agli altri e in particolare alle persone che hanno bisogno di maggiore protezione. Ho la libertà di non vaccinarmi, nello stesso tempo non ho la libertà di provocare (anche inconsapevolmente) danni (e in qualche caso la morte) agli altri. Per questo motivo debbo accettare, per coerenza col contesto sociale in cui vivo, le condizioni limitative che mi impone la comunità cui appartengo.

Sebastiano Oriti

 

Caro Sebastiano, ma non ci hanno detto che noi vaccinati non rischiamo più praticamente nient’altro che un raffreddore?

M. Trav.

 

Il “sistema” cinese non è il migliore dei mondi

Nella risposta di Travaglio a Maurizio Bolzoni sul Fatto di venerdì, pur condividendo le critiche al sistema italiano, non è soddisfatto del “sistema” cinese. Caro direttore, le assicuro che la gente comune vede la Cina come una nazione ricca, efficiente e soprattutto seria, perché non concede pensioni di 7 mila euro al mese ai corrotti e condannati come Formigoni.

Antonio Perrone

 

Caro Antonio, ma anche Hitler lo faceva. Quindi basta questo per riabilitare anche lui?

M. Trav.

 

Tutti gli interessi della fondazione Open

Mi è venuta una curiosità, leggendo l’elenco dei finanziatori di Open sul Fatto: perché l’Associazione Spadolini ha versato soldi a Open di Renzi?

Luigia Caruso

 

Cara Luigia, lo scrivemmo nel novembre 2019: per una conferenza al Salone aeronautico Air Show di Parigi, organizzata dalla multinazionale francese Altran Group. Da allora il povero Spadolini si rivolta nella tomba.

M. Trav.

Dàgli ad Alpa (per colpire Conte)

“Leggendo i giornali mi sono chiesto in che cosa avessi sbagliato. Non ho trovato risposta, ma se questo è il costo della democrazia, mi pare troppo alto”.

Guido Alpa intervistato dal “Corriere della Sera”

 

Non ho mai incontrato il professor Guido Alpa (per un decennio presidente del consiglio nazionale forense che rappresenta gli oltre 200.000 avvocati italiani), ma da ciò che in questi anni ho letto sui giornali (piccoli e grandi in un ping pong incessante di sapide rivelazioni) mi sono fatto l’idea di un personaggio di vasto e diffuso potere, in grado di orientare i governi di qualsiasi colore, di guidare perfino le mosse di un premier. Un astuto burattinaio insomma (e forse anche un intrigante). Perciò, ieri mattina, mi sono immerso nelle risposte dell’esimio giurista alle puntuali domande di Stefano Lorenzetto rimuginando un malizioso retropensiero: vediamo adesso come ne esce. Subito colpito dalla descrizione dello studio Alpa (“organizzazione piccola, spese piccole”), il collega fa presente che “detto da un ex consigliere di Mediobanca” è un minimalismo che lascia perplessi. Alpa: “Non ho mai ricoperto questa carica”. Lorenzetto: “È Wikipedia ad attribuirgliela, citando come fonte un noto quotidiano”. Alpa: “La dice lunga sullo stato dell’informazione. Non conoscevo Enrico Cuccia”. Da qui in poi non ne torna una che una, soprattutto riguardo ai rapporti con Giuseppe Conte. Lei lavorava per Palazzo Chigi? “Un’altra grande falsità. Mai avuto incarichi”. Però eravate spesso a cena insieme. “L’ho rivisto a luglio dopo tanto tempo. Poi, circa un mese fa”. Sicuramente conoscerà Beppe Grillo? “No”. Come, non ha steso lei lo statuto del M5S?”. “Ennesima menzogna colossale”. Si passa a Luca Di Donna, coinvolto in una brutta inchiesta e che lavorò nello studio Alpa nelle cui stanze avrebbe incontrato alcuni personaggi interessati a una losca fornitura per mascherine. “Non conosco le persone citate. L’equivoco nascerà dal fatto che i nostri uffici sono ubicati nello stesso edificio”. Ma Domenico Arcuri sì che lo conosce. “L’ho incontrato solo una volta in vita mia, a un pranzo anni fa”. Nel fermarmi qui per non spoilerare troppo l’intervista, una domanda sorge spontanea. O Alpa è il più grande bugiardo della storia. O la stampa italiana ha un grosso problema (Ps. Un documento contro la “continua, virulenta, infamante campagna mediatica” di cui Alpa è stato bersaglio, ha raccolto 140 firme, 126 di docenti universitari).

Antonio Padellaro

L’autunno è caldo, ma non troppo: neve sui boschi in “foliage”

In Italia – A fine ottobre la “porta” dell’Atlantico si è aperta e perturbazioni in sequenza hanno portato piogge, venti forti, e neve sulle Alpi. Esaurita la tempesta “Apollo” in Sicilia, nel ponte di Ognissanti ha piovuto molto domenica 31 in Sardegna, con allagamenti ad Alghero, e il 1° novembre sull’Appennino settentrionale e al Nord-Est. Breve pausa martedì 2, poi la perturbazione di mercoledì-giovedì ha rincarato la dose con nubifragi tra Lazio, Campania e Molise: a Caserta in un trentennio di misure non erano mai caduti 107 mm di pioggia in poche ore come durante l’alluvione urbana di mercoledì, inoltre una colata di fango ha investito vetture e abitazioni a Itri, Latina. Di nuovo rovesci battenti anche sul Triveneto (200 mm sulle Alpi Giulie), stavolta con le prime forti nevicate della stagione talora sotto i 1.000 metri sui boschi in foliage autunnale, come a Vipiteno e Brunico, invece a Palermo con lo scirocco c’erano ancora 26 °C. Oltre quota 1.800 m, ben mezzo metro di neve a Livigno e perfino 80 cm intorno al Brennero, episodio precoce per intensità e abbondanza. Ma l’assaggio d’inverno è durato poco, e per le Alpi si prospetta un lungo periodo asciutto e mite, mentre una depressione mediterranea rinnova tempo perturbato in Sardegna, dove già venerdì – in Gallura – ci sono stati allagamenti e frane. Sabato 13 novembre al Forte di Bard (Aosta) tornerà, sia in presenza, sia online, il corso “Meteolab”, dedicato quest’anno alla transizione energetica (info e iscrizioni: www.fortedibard.it).

Nel mondo – La fase precocemente invernale di questi giorni ha mostrato caratteri insoliti sulle Alpi svizzere, come i 56 cm di neve fresca caduti in 24 ore a Sils (1.800 m, Engadina), mai registrati prima di metà novembre in un secolo e mezzo fuorché il 27 ottobre 1981 (59 cm), o i -17 °C di venerdì mattina al vicino aeroporto di Samedan. Ma nel mondo prevale il caldo eccessivo, specie in Canada, dove ottobre 2021 è stato da record con medie mensili fino a +8 °C rispetto al normale nella provincia artica del Nunavut, tanto da ritardare la formazione del nuovo ghiaccio marino; primati di caldo per novembre per l’intera Bulgaria (32,4 °C), e per Tallinn, Estonia (14,1 °C), inoltre una calura straordinaria prosegue dal Nord Africa, all’Arabia, al Caucaso (record novembrino di 40 °C negli Emirati Arabi). Nell’emisfero boreale l’estate 2021 era stata la più rovente mai registrata, e un’analisi del MetOffice indica che tale anomalia sarebbe stata impossibile senza il contributo umano ai cambiamenti climatici. Per l’inaugurazione della Cop26 l’Organizzazione meteorologica mondiale ha diramato il report preliminare State of the Climate in 2021: il temporaneo effetto rinfrescante della Niña nel Pacifico farà sì che l’anno si posizionerà “solo” tra la quinta e settima posizione tra i più caldi mai osservati nel globo, ma senza incrinare l’ormai consolidata tendenza al surriscaldamento a lungo termine. L’aggiornamento del “Global Carbon Budget” conferma che, dopo la riduzione del 5,4 per cento del 2020, le emissioni globali di Co2 nel 2021 si stanno riportando come temuto ai livelli pre-Covid, con un rimbalzo del +5 per cento circa: siamo sempre attestati sui 36 miliardi di tonnellate annue da fonti fossili, e servirebbe tagliarne 1,4 miliardi/anno per arrivare allo zero netto nel 2050. L’impresa è ciclopica, e a Glasgow ci si prova con qualche timido passo contro la deforestazione (ma solo dal 2030, mentre dovrebbe essere arrestata subito!), per la riduzione delle emissioni di metano – gas serra ancora più potente della CO2 – e per piani nazionali di decarbonizzazione più ambiziosi di quelli presentati finora e che, se applicati, attenuerebbero da +2,7 °C a +1,9 °C le prospettive di riscaldamento a fine secolo. La seconda settimana negoziale sarà determinante. Vedremo.

 

Gesù nel tempio C’è chi si esibisce e chi impegna la sua vita per la fede

Marco ci fa vedere Gesù nel tempio (Mc 12,38-44). Insegna. Non immaginiamo davanti a lui una platea silenziosa di ascoltatori devoti: il messaggio si deve far largo tra la folla. Gesù diceva: “Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti”. C’è un attacco diretto di Gesù qui. Qui il Maestro non sta confutando dottrine: sollecita il ricordo e l’immaginazione della gente. Non parla di idee: semplicemente dipinge ritratti. Si vedono questi uomini passeggiare. Eppure, gli scribi sono operosi sui testi che trascrivono e commentano. Ma Gesù si sofferma sul fatto che essi “passeggiano”. Lo sguardo passa dal movimento leggero delle gambe all’abito: indossano lunghe e vistose vesti. Li vediamo: c’è in loro qualcosa di molle e solenne nello stesso tempo. Poi lo sguardo di Gesù si allarga al contesto. Davanti a questi uomini c’è gente che li saluta, e loro amano essere salutati. No, non a tu per tu, ma nelle piazze. Parliamo di saluti vistosi e ampi, deferenti. Poi lo sguardo si allarga ancora di più alla loro vita tra sinagoghe e banchetti. Il sacro e il profano. La devozione e la degustazione. Che cosa hanno in comune? Il fatto che questi uomini amano i primi posti a sedere. Passeggiano onorati e siedono venerati.

E poi Gesù prosegue con un dittico metaforico tremendo, uno scatto fotografico: Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Vediamo le fauci grottesche, kafkiane. La metamorfosi di uomini in belve che mangiano case. Non palazzi sontuosi, ma povere case di povere vedove. E poi vediamo le mani giunte in preghiera di queste belve, le loro prostrazioni che durano a lungo in modo che siano ben visibili. Gesù predica con l’immaginazione, esprime la condanna più severa dipingendo, a tratti ora barocchi ora preraffaelliti ora espressionistici, una fiera delle vanità. Una posa, uno stucco.

Cambio immagine. Marco stacca all’improvviso. Gesù era al tempio a parlava. Ora lo troviamo seduto di fronte al tesoro, mentre osservava come la folla vi gettava monete. La parola si trasforma adesso in sguardo. Protagonista sempre la folla. Passano i ricchi e gettano monete. Sono tanti questi ricchi, e gettano molte monete, ci dice l’evangelista. Tutto è “molto”. Già sentiamo il suono di questo fiume di monete gettate nel tesoro. Gesù vede il flusso e ascolta il tintinnio. Ma. C’è un ma. Marco vede che Gesù mette a fuoco una sola persona. Ha occhi solo per lei. Chi è? Una vedova povera che nel tesoro getta due monetine, che fanno un soldo. Due che fanno uno. Uno più uno fa uno. Questa vedova sola getta un solo soldo, sebbene con due tintinnii. Sta buttando nel tesoro del tempio la sua solitudine, la sua povertà, il suo vuoto, la sua separazione dalla vita sociale, e la sua autentica devozione. Non ha altro.

Gesù allora che fa? Interrompe la sua osservazione annoiata del flusso di ricchezza e sui gesti tutti uguali. Chiama a sé i suoi discepoli. E dice loro: “In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”. Gli altri hanno gettato cose superflue. Si gettano le cose. Che sia nel tesoro o nell’immondizia, alla fine, è lo stesso. Il gesto della mano è lo stesso. L’offerta della vedova è diversa in radice. Lei ha gettato dentro come offerta non cose, ma – come dice alla lettera il testo originale – “tutta la sua vita”. È questa la fede.

*Direttore de “La Civiltà Cattolica”

 

Virus, guerre e migranti: Il mondo col cuore nero

Quando nel Senato italiano è scoppiato l’applauso per l’eliminazione della legge Zan (una legge che chiedeva di evitare insulti, dileggi e aggressioni contro persone), quando si è vista la passione, il furore di quell’applauso che dimostrava senza pudore una ostilità illimitata per visioni ritenute incompatibili con le proprie e dunque inaccettabili in ogni caso, si è vista bene la fenditura che spacca la vita e le comunità in questo periodo, tiene gruppi di esseri umani a distanza e sembra avere per natura una ricerca frenetica del peggio. È un peggio di luoghi, motivi, circostanze e protagonisti diversi, tutti ignobili. Pensate che nelle stesse ore e negli stessi giorni centinaia di esseri umani tra cui moltissimi bambini, muoiono in mare senza che capitanerie, marine e governi rispondano a chiamate di soccorso che durano, in attesa della morte, in mezzo a onde altre quattro metri, anche per giorni. Con l’eccezione di poche navi di soccorso volontario, braccate come pirati e accusate del delitto di salvataggio, non sono indicati soccorsi né porti sicuri. Intanto, nella stessa Europa, donne e bambini fuggiti dall’Afghanistan, dove la parte civile del mondo li ha abbandonati, muoiono di fame e di freddo, intrappolati tra il filo spinato della Bielorussia, chiuso alle loro spalle da Lukashenko e il filo spinato della Polonia, opera accurato di Kaczynski, che impedisce la salvezza davanti alla porta del Paese dove si susseguono grandi processioni alla Madonna e pene severissime se una donna azzarda l’aborto. Non è lontano l’altro cuore nero dell’Europa, Orbán, che vieta ogni profugo, impedisce ogni libera informazione, chiude la bocca ai giudici, ed è occupato a ricevere amici italiani che si offrono per la stessa insensata crudeltà di governo.

Nel frattempo un’altra solida aggregazione di indifferenza, respingimento e rifiuto si è andata formando e continua ad allargarsi intorno alle precauzioni necessarie – e dunque, se possibile, inevitabili – contro una malattia infettiva che ha provocato finora cinque milioni di morti. Come coloro che fuggono dalle guerre e dalla fame, sono truffatori e profittatori i medici e gli scienziati che guadagnano sulla paura organizzata intorno alla malattia e come per le barche del soccorso volontario, si procurano grandi guadagni i produttori delle sole cure possibili, che sono inutili, pericolose e da rifiutare. Tutto ciò non ha impedito grandi consessi di leader del mondo, a Roma e a Glasgow, alla ricerca di risposte per almeno una piaga del mondo, la condizione estremamente pericolosa della natura nella quale e della quale viviamo. Volendo, l’elenco dei leader pericolosi e deliberatamente ostili a una parte del loro popoli, non è molto breve. In India c’è Modi, il primo ministro che vuole che si isoli e si deporti chiunque non sia hindu. La Birmania, persino quando era presidente il premio NobelAung San Suu Kyi, ha iniziato il progetto di annientare la popolazione Uigura. Putin e Erdogan sono alla testa di lunghi elenchi di persecuzioni. Ma, più o meno, la risposta collettiva resta la stessa. Chi non salva in mare, non salva in Amazzonia o tra i curdi, e lascia di proposito che si infettino le favelas, come Bolsonaro, il cuore nero del Brasile, celebrato da persone di moralità equivalente anche in Italia. Impossibile, a questo punto, non riflettere sullo strano destino di questo periodo della storia umana: un numero molto grande di capi, di leader, di governi sono impegnati a volere e celebrare il peggio senza riguardo ai dati della realtà, alle scoperte della scienza, alle informazioni. accertate di fatti e persone. Ovvero abbracciano e celebrano notizie false, isolano e abbandonano coloro che hanno bisogno di aiuto, e combattono, come se fosse ignobile quello che fanno e dicono e cercano di far capire i loro avversari.

Due domande: come si è creato il legame, ormai fortissimo, fra la fantasiosa invenzione politica del mondo bianco messo in pericolo dalla calata dei neri, tramite il miliardario Soros che ha impegnato certamente grandi risorse per un grande guadagno, e l’ostinata e frenetica mobilitazione contro la scienza, la malattia, la cura e le necessarie misure per fronteggiare una misteriosa e grave malattia, viste (le cure) come “dittatura”? Come entra in tutto questo ciò che un tempo chiamavamo “destra”? Che destra è quella dei no-vax e dai no-pass? E i fascisti che si fanno trovare, in divisa (linguaggio, comportamento, azioni) sul posto, se non altro per distruggere la sede della Cgil? Purtroppo, queste domande non sono state sollevate da nessuno e non si ha notizia di risposte.

 

Il giovane segretario, la moglie del notaio e il marito ingannato

Dai racconti apocrifi di Denis Diderot. Qualche secolo fa viveva a Parigi un giovane segretario che era tanto bello quanto sveglio. Di ottime letture, lavorava per un notaio geloso che aveva una moglie giovane, bella da svenire, e questa si divertiva a ostentare davanti agli occhi famelici del ragazzo le sue primizie. Il giovane, che bruciava dalla voglia di assaporarle, un bel giorno decise di dirle quello che provava per lei: “Io non ho bisogno di una donna, ma di te, di sentire fra le dita i tuoi capelli, che emanano un lontanissimo profumo di coriandolo, e di vedere da vicino i tuoi occhi verdi, con le loro minuscole pagliuzze d’oro, di sentirti fra le mie braccia tutta illanguidita e ribelle, sottomessa e ostile, di sentire sotto le mie labbra la tua vulva che urla la sua giovinezza, la sua indipendenza, che grida ciò che gli alberi non dicono, il cielo non esprime e la natura sottintende.” E poiché per certe donne è più difficile difendersi dall’adulazione che dall’ingiuria, la giovane moglie, che se ne stava semisdraiata in una smisurata poltrona di cuoio, con quel particolare atteggiamento che si direbbe studiato per mettere in evidenza la perfetta linea di uno scarpino, gli disse che provava lo stesso sentimento: aveva solo aspettato, come conviene, che lui facesse la prima mossa. L’idillio durava da qualche settimana: l’ufficio del segretario era a casa del notaio, e il giovanotto approfittava delle opportunità numerose che la situazione gli offriva; ma gli amanti temevano che il marito geloso potesse sorprenderli in flagrante delicto, o che gli giungessero dei pettegolezzi dalla servitù. Quindi il segretario decise di usare uno strategemma di cui aveva letto in un libro di racconti orientali. Richiedeva un po’ di allenamento, ma il tempo che gli dedicò fu ben speso. Un pomeriggio, lasciate le scartoffie, avvicinò il notaio e gli disse, le lacrime agli occhi: “Signore, c’è un segreto nella mia vita e debbo confidarmi con qualcuno. Se non lo faccio, finirò matto, o suicida.” “Andiamo, andiamo, ragazzo! Cosa sono questi discorsi?” disse il notaio, guardandolo con la diffidenza prudente di un cane che vede per la prima volta un riccio. “Niente può essere tanto insopportabile. Lasciami condividere il tuo peso. Manterrò il segreto.” Il giovane finse di esitare, E poiché il notaio insisteva, disse: “Signore, sembro un giovane gagliardo e in salute, e la gente pensa che lo sia, ma… mi manca ciò che rende un uomo virile. Credo che morirò di tristezza.” “Dimmi tutto, figliolo,” lo esortò il notaio. “Oh, le parole non la convinceranno mai, signore. Solo la prova visiva ci riuscirà.” Grazie a quel trucco orientale, che consisteva nel risucchiare all’interno gli attributi maschili, convinse il notaio, come avrebbe convinto un medico, che era una specie di eunuco. Il notaio sbalordì. “È vero che non puoi accontentare una donna o fare i figli, ma ci sono compensazioni,” gli disse. “Potrei adottarti. Saresti una compagnia perfetta per la mia giovane moglie, che temo sia un po’ capricciosa. Finora si è comportata bene, ma è molto bella, e io sono già vecchio per lei. Prima o poi cadrà nel peccato, verrà sedotta. Con una compagnia maschile, una compagnia sicura come la tua, figliolo, il suo onore e la sua virtù saranno salvi. Quando mi recherò fuori città per lavoro, sorveglierai la sua persona e il mio onore come io serberò il tuo triste segreto.” Il giovane si lasciò convincere. Il notaio sorrideva vedendo il divertimento innocente di sua moglie quando era in compagnia di quel ragazzo aitante e innocuo; e quando lei decideva di condursi in pellegrinaggio a Tolosa, lui preferiva ci andasse senza la cameriera, ma con il segretario. E così i due giovani, finché ebbero vigore, si godettero i doni della sorte e della sepoltura.

 

Citare Bob Kennedy: 944 euro al secondo

Il Kennedy italiano poteva mancare alle celebrazioni del cinquantesimo anniversario della morte di Bob Kennedy? No di certo. Doveva esserci a ogni costo. Anche di spendere 135 mila euro di solo volo. Perché non gli basta un aereo di linea, ma pretende un Falcon che lo porti da Ciampino a Washington. Poi al cimitero di Arlington, in Virginia, il 6 giugno 2018 legge un intervento di due minuti e 23 secondi: la trasferta è costata 944 euro a secondo. A pagare è la Fondazione Open, oggi al centro di un’inchiesta per finanziamento illecito, corruzione e traffico di influenze. Perfino l’obbediente presidente di Open, Alberto Bianchi, che in quel momento aveva in cassa soltanto 6.500 euro, commentò: “Ma ha perso la testa? Non ho parole”. Radio Popolare di Milano ha rimandato in onda la registrazione di quei due minuti e 23 secondi: è una lunga citazione di Bob Kennedy da un discorso del 1968, letta da Renzi nel suo proverbiale inglese, senza aggiungere neppure una parola sua.

A Roma il centrosinistra sta già litigando: i presidenti Pd sotto accusa in 3 municipi

“A Ostia hanno fatto il Tassone-bis”. L’inchiesta Mondo di Mezzo è ancora una ferita aperta sul litorale romano, dove la formazione della nuova giunta municipale ha provocato la prima spaccatura nella maggioranza di centrosinistra dell’era Gualtieri. Il neo minisindaco del X Municipio, Mario Falconi, è sotto accusa di due esponenti dei Giovani democratici, Margherita Welyam e Raffaele Biondo, eletti in consiglio comunale nella sua coalizione ma quanto mai lontani dal presidente e dal loro stesso partito. Il motivo è che Falconi sta per scegliere, nella sua squadra, tre reduci dall’amministrazione di Andrea Tassone, il minisindaco del Pd arrestato nel 2015 e condannato in via definitiva a 5 anni per Mafia Capitale. Quell’indagine, tuttavia, non sfiorò nemmeno i papabili assessori Giuseppe Sesa, Antonio Caliendo e Eugenio Bellomo, nomi che però per i giovani dem significano un ritorno al passato, a prima dello scioglimento per mafia del Municipio deciso dall’allora governo Renzi. Venerdì, Welyam e Biondo si sono incatenati davanti all’ingresso del Palazzo del Governatorio dicendo che “Falconi ha rifiutato ogni tipo di dialogo”. “Sono ricattato per un assessorato – ha replicato lui a RomaToday – io sono libero e indipendente da qualsivoglia irricevibile condizionamento”.

Il neo sindaco Roberto Gualtieri non è intervenuto sulla vicenda. Ma non c’è solo Ostia a impensierire il Pd romano. Al III Municipio Montesacro, il nuovo minisindaco, Paolo Marchionne, dovrà fare a meno di Sinistra Civica Ecologista, che esprime un consigliere. La scelta degli ex Sel, eletti in coalizione di centrosinistra, sarebbe motivata dal fatto che Marchionne ha costruito una giunta senza di loro: “Una scelta incredibile che ci pone fuori dalla maggioranza. Non voteremo la fiducia in consiglio”. Al XIII Municipio Aurelio, infine, Sabrina Giuseppetti non ha incluso in giunta esponenti di Roma Futura ed Europa Verde, facendo arrabbiare le due liste: proseguono gli incontri per provare a far rientrare la “crisi”.

E il Pd Roma? Il segretario, Andrea Casu, appena eletto deputato, dice al Fatto: “Abbiamo fiducia nei presidenti. Il Pd cittadino non si intromette nelle questioni territoriali, i referenti dei municipi sono sufficientemente preparati”.

La “Bestia” ora diventa un ufficio studi

Viene ricordata come l’assemblea dell’audio rubato. Quello in cui Matteo Salvini, parlando con i suoi parlamentari il 21 ottobre al Teatro Umberto, dava apertamente della “rompicoglioni” a Giorgia Meloni. Però in quel discorso di Salvini c’era un passaggio che è passato inosservato e che sta facendo discutere i parlamentari in vista dell’assemblea programmatica convocata per l’11 e 12 dicembre. “Abbiamo perso le elezioni anche perché i media ci hanno massacrato – aveva detto in quell’occasione il leader della Lega riferendosi alla sconfitta alle Amministrative – Ci servirà un ufficio studi che faccia controinformazione rispetto ai giornali che ci attaccano ogni giorno”. Qualcuno aveva sottovalutato quell’annuncio, ma negli ultimi giorni Salvini ne ha parlato con i fedelissimi e ha messo a punto i dettagli: al congresso di dicembre annuncerà il nuovo ufficio studi della Lega come raccontato dall’Espresso. Niente di nuovo visto che diversi partiti, come Azione e FdI, hanno già un “ufficio studi” per comunicare proposte e organizzare eventi.

La sorpresa del think tank leghista riguarda chi ne farà parte : i ragazzi della “Bestia”, il team di comunicazione messo in piedi da Luca Morisi e noto per la sua aggressiva, e spesso violenta, macchina di propaganda social. Dopo le dimissioni di Morisi a inizio settembre, causate dallo scandalo sui festini omosessuali a base di droga nella sua abitazione a Belfiore (c’è un’inchiesta della Procura di Verona, ma il leghista va verso l’archiviazione), la “Bestia” è rimasta in piedi: i sei ragazzi che lavoravano per Morisi sono al loro posto e sono pagati dai gruppi parlamentari del Carroccio di Camera e Senato. Ma probabilmente il nuovo ufficio studi assumerà una forma diversa, forse quella di una fondazione privata visto che i costi della “Bestia” pesano molto sui fondi dei gruppi. Al di là dei bilanci, il tentativo di Salvini sarà soprattutto quello di ripulire la “Bestia” dandole un volto più presentabile: chi sta lavorando al progetto spiega che inizialmente ne faranno parte solo i giovani leghisti che si occupano di comunicazione, ma poi l’ufficio studi sarà allargato anche a esperti e si avvarrà dell’aiuto di intellettuali vicini al partito e degli stessi parlamentari. Strategia che si inserisce nel disegno di Salvini di “aggiornare” la linea politica della Lega. Difficile però che cambi la comunicazione del partito. Che resterà aggressiva, pur senza Morisi. Anzi, aumenteranno i contenuti per fare da controcanto ai cosiddetti media mainstream. E non si esclude nemmeno il ritorno di Morisi. “La mia porta per lui è sempre aperta” ha detto Salvini nel nuovo libro di Bruno Vespa. Se arriverà l’archiviazione, il leader potrebbe riprendere con sé il guru social portandolo come esempio della “mala giustizia” in vista della campagna referendaria di primavera.

Ieri, intanto, Salvini ha riunito lo stato maggiore del partito, compresi i ministri e i governatori, alla scuola di formazione politica organizzata a Milano da Armando Siri. Il leader ha tirato l’ennesimo schiaffo a Giancarlo Giorgetti che gli ha chiesto, tramite Bruno Vespa, di allearsi col Ppe: “Io entro dove c… voglio. Mica è come citofonare a Halloween”. Che i rapporti tra i due siano pessimi lo conferma il segretario: “Il confronto è bello, la polemica no. Giorgetti e Vespa si chiariranno”. Il vicesegretario della Lega non c’era.

Il Parlamento passacarte: con Draghi 3 fiducie al mese

Basta un comma, un articolo più scivoloso per la maggioranza e arriva la tagliola. Ingrato compito che il povero ministro Federico D’Incà deve svolgere sempre più spesso: “Il governo pone la questione di fiducia”. È successo, l’ultima volta, giovedì in Senato quando su un articolo sul divieto di esporre pubblicità discriminatorie nel decreto Infrastrutture, la maggioranza rischiava di spaccarsi come sul ddl Zan. E allora da Palazzo Chigi è arrivato l’ordine: troncare, sopire. Che, tradotto nel linguaggio parlamentare, vuol dire “fiducia”. In questo caso, la ventiquattresima da quando è nato il governo Draghi. E non sarà l’ultima di novembre: la prossima settimana, il governo è intenzionato a porla anche sull’ennesimo decreto Covid. Saranno 25 fiducie. Quasi tre al mese. Una ogni undici giorni. Un record. Ancora più dei governi precedenti, eguagliando il record negativo di Mario Monti, anch’esso con una media di tre fiducie al mese.

Secondo i dati di Openpolis, il governo Conte-2, spesso accusato di schiacciare il Parlamento, aveva una media inferiore rispetto a quella di Draghi: 2,2 fiducie al mese. Più bassi i numeri dei governi Gentiloni e Renzi con due al mese, mentre la fiducia è stata meno utilizzata dagli esecutivi di Letta (1,11), Berlusconi (1,07) e Conte-1, che si è fermato a una fiducia ogni 30 giorni. Numeri che impressionano visto che, quella draghiana, è la maggioranza più ampia della storia repubblicana, inferiore solo a quella di Monti e di Andreotti nel 1985.

Che il governo Draghi, nei primi otto mesi, stia svilendo il Parlamento, lo si vede anche dalla produzione legislativa tutta in mano a Palazzo Chigi. L’esecutivo ha approvato una media di quattro decreti legge al mese (la peggiore degli ultimi otto governi) e la conversione in Parlamento ormai è diventata monocamerale: una sola Camera analizza il testo, prova a modificarlo e lo approva. Quando il decreto arriva nell’altro ramo del Parlamento, però, spesso è a ridosso della scadenza di 60 giorni che lo condannerebbe alla decadenza e quindi è “blindato”. Nessuna possibilità di modifica, nessun dibattito. Va approvato così com’è. E tanti saluti al bicameralismo paritario pensato dai Costituenti. E la fase che si sta aprendo peggiorerà ancora di più le cose. Il rodeo della legge di Bilancio, che impegnerà le Camere fino a fine anno, è alle porte. E da qui al 31 dicembre, deputati e senatori dovranno ancora convertire in legge cinque decreti impegnativi: tre decreti Covid (discoteche, obbligo di Green pass al lavoro ed estensione della capienza per cinema, stadi e teatri), il decreto Energia per evitare il rincaro delle bollette (scade il 26 novembre) e il decreto Giustizia sui tabulati telefonici e l’estensione della raccolta firme per i referendum (il 29). Il Parlamento rimarrebbe ingolfato e i provvedimenti saranno approvati a scatola chiusa.

E così anche i partiti – finora silenti – stanno iniziando a protestare. I ministri, soprattutto di Lega e M5S, si sono lamentati più volte coi rispettivi leader per la prassi ormai consolidata di Palazzo Chigi di distribuire i testi dei provvedimenti a volte anche a pochi minuti dal voto in Consiglio dei ministri: prendere o lasciare. È successo per esempio con la legge di Bilancio, che non è ancora stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale e nel frattempo sta subendo grosse modifiche al Tesoro. Il M5S, due giorni fa, ha presentato un’interrogazione al Senato denunciando “la poca trasparenza” sul Pnrr e chiedendo che il governo venga a riferire in aula sul suo stato di attuazione (il sottosegretario Garofoli ha fatto sapere che arriverà presto una relazione alle Camere). Dalla Lega, invece, sono stati i capigruppo Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari a denunciare la “compressione” del Parlamento senza possibilità di incidere sui provvedimenti. E allora nella pancia leghista sta diventando sempre più forte la voglia di mandare Draghi al Quirinale a gennaio. “Il Parlamento è de facto esautorato – dice Claudio Borghi – e prima la smettiamo con questo modus operandi e meglio è”.