Sardone e marito, l’ultimo guaio di Arcore

C’è una giovane coppia che sta terremotando Forza Italia e in particolare il cerchio magico berlusconiano. Lei è Silvia Sardone, 35 anni, da poco esclusa dalla giunta regionale lombarda nonostante i suoi 11.312 voti alle Regionali. Lui è suo marito, Roberto Di Stefano (40), che lo scorso giugno ha espugnato Sesto San Giovanni, ex Stalingrado d’Italia dove mai il centrodestra aveva toccato palla. L’ultima notizia, per l’appunto, riguarda lei: candidata alle Regionali di marzo, prende un mare di preferenze tanto da essere “la donna più votata d’Italia”. Il posto nella squadra di Attilio Fontana sembra assicurato e invece, nel giorno di presentazione della giunta, succede il patatrac: da Arcore arriva una telefonata che la stoppa. “Il mio nome era in giunta fino alla sera prima, poi la mattina del 29 marzo è successo qualcosa: la conferenza stampa per la presentazione è alle 16:30, alle 15 ricevo una telefonata dalla segreteria di Fontana in cui mi dicono di restare a casa. Il governatore mi voleva, ma il mio nome è stato bloccato dai cortigiani di Arcore. Pur di fermarmi FI ha rinunciato a un assessore (saranno 4 e non 5, ndr)”, racconta Sardone, ancora amareggiata. Doveva essere suo l’assessorato a Lavoro, Formazione e Istruzione, che invece va a Melania Rizzoli, ex deputata e vedova di Angelo, candidata non eletta alle Politiche. Sardone non è nuova alle critiche interne: accadde già tra il 2015 e il 2016, quando, dopo alcune apparizioni in tv, venne bollata come “la rottamatrice azzurra”. “Se questo è il nuovo, io sono nato vecchio”, disse Paolo Romani, e fu uno dei più gentili.

Ieri a Palazzo Lombardia c’è stata la prima riunione del consiglio regionale: Sardone si è seduta tra i banchi di Forza Italia, ma potrebbe arrivare l’addio. “Qualcuno mi deve spiegare perché il merito in questo partito non conta. Poi ci sorprendiamo se la Lega ci supera. Se va avanti così, Forza Italia muore…”, continua Sardone. Molti suoi elettori, su Fb, la invitano a fare i bagagli (“mandali a quel paese, vai nella Lega!”), ma lei temporeggia. “Sto in FI da quando avevo 16 anni e ora mi sento come un’innamorata non corrisposta”, dice. E poi: “Berlusconi dice che bisogna rinnovare partendo dai giovani amministratori locali. Mi aspetto che lo faccia”, aggiunge Sardone. Dal vertice del partito è arrivata solo una telefonata, quella di Mariastella Gelmini, che si è presa la responsabilità dell’accaduto senza fornire altre spiegazioni. Alcuni big si sono schierati dalla sua parte: Giovanni Toti, Lara Comi, Nunzia De Girolamo, Marcello Fiori. Ma la solidarietà è arrivata soprattutto da chi, sul territorio, come lei si è sentita messa da parte in Veneto, Lombardia, Piemonte.

Così Silvia e Roberto sono diventati l’imbuto del malcontento azzurro. “Mio marito è deluso e incazzato”, dice lei. “Escludere Silvia è stato uno schiaffo alle migliaia di persone che l’hanno votata. È uno scandalo, ma noi non ci arrendiamo!”, scrive lui sui social. Anche per Di Stefano, però, non è un bel momento: il Tar della Lombardia ha da poco accolto il ricorso del centro islamico sestese contro lo stop del sindaco alla costruzione della moschea, la più grande del Nord Italia. Ora gli tocca pure la sfida nel partito, al fianco di sua moglie. Vinceranno la guerra contro i “cortigiani di Arcore”?

Di Maio, segnale al Caimano “Niente di personale con lui”

Il candidato premier che gioca di convergenze parallele sprizza ottimismo con i suoi. Perché dopo i 45 minuti con Sergio Mattarella si sente un po’ più vicino alla meta. Ma la chiave del rebus che vale Palazzo Chigi sta in sei parole: “Non abbiamo posto veti a nessuno”. E in quel “nessuno” scandito ieri pomeriggio da Luigi Di Maio nella pancia del Quirinale c’è perfino lui, Silvio Berlusconi, il grande Satana agli occhi del M5S. Però il 31enne di Pomigliano d’Arco vuole fare il presidente del Consiglio, non l’esorcista.

Così in serata a Quinta Colonna, il programma del berlusconiano al cubo Paolo Del Debbio, lo dice dritto: “Non è una questione personale con Berlusconi, ma pensare a un governo del cambiamento con lui mi risulta un po’ difficile”, È solo politica, B. non è mica un nemico. Quindi faccia un passo indietro e lasci spazio a un governo tra M5S e Lega, siglato da un contratto su punti di programma. Nessuno cercherà il suo scalpo. Ammesso che il Pd non si desti dalle sue macerie e si faccia davvero sotto. Una speranza non abbandonata dai 5Stelle, che giurano: “Sono i dem a telefonarci, di continuo”. Ci spera ancora, Di Maio. Però il Carroccio è una soluzione più semplice, alla luce dei numeri. “E comunque – precisa – non sto chiedendo a Salvini un tradimento, non voglio sposarmi. Ma cercare di realizzare anche solo cinque cose che aspettano gli italiani”. E poi “se siamo gente del fare si risolve velocemente la questione”. Ed è la linea per sfuggire al veto di Berlusconi che vuole restare in gioco, quindi al governo. Ma il M5S non potrà mai accettare lui e Forza Italia al governo. Una rotta di cui Di Maio aveva sparso tracce anche alla foresta di tv e microfoni dentro il Colle, dove ieri è arrivato a piedi dalla Camera: perché se lo ha fatto l’ortodosso Roberto Fico lui non poteva essere da meno. Dentro racconta a Mattarella le linee del Def a 5Stelle, “sotto il 2 per cento del rapporto tra deficit e Pil” giurano. Dalla riforma per i centri per l’impiego, essenziale per il reddito di cittadinanza, a misure per abbassare le tasse alle imprese. Ma niente testi scritti, il candidato spiega a voce. E parla di politica, facendo capire di reclamare il posto da premier ma di lasciare spazio a entrambe le ipotesi, Pd e Lega.

Poi davanti ai cronisti punge senza infierire: “Non riconosciamo la coalizione di centrodestra: si sono presentati divisi a queste consultazioni e oggi hanno manifestato posizioni opposte anche rispetto al Movimento. Perciò parliamo solo alla Lega”. Parole che ricalcano quanto ripetuta da mesi da Max Bugani, membro dell’associazione Rousseau, vicinissimo a Casaleggio. Però non è un anatema su Berlusconi. Piuttosto, un contropiede per mostrare le contraddizioni altrui. E la differenza è sostanziale. “Deve essere Berlusconi a fare un passo di lato, per il bene del Paese” spiegano dai piani alti: dove non puntano al suo scalpo. Al fu Cavaliere, è l’idea, va fatto capire che il futuro governo non gli farà la guerra. Un messaggio che gli è già stato recapito, tramite Salvini. E l’altro segnale può essere in un’assenza, nella “minaccia” che il capo del M5S non ha lanciato. Perché Di Maio ieri ha elencato i temi essenziali, da infilare in qualche modo nel contratto di governo: dalla “lotta contro la povertà” (perifrasi per reddito di cittadinanza, bandiera che non viene esposta) fino alla “riduzione delle tasse”.

Ma non ha fatto cenno a una legge sul conflitto di interessi. E può essere un caso. O no. Ipotesi, a fronte delle certezze di Di Maio. E la prima è che il premier può essere solo lui: “Abbiamo detto al presidente della Repubblica che sentiamo tutta la responsabilità di essere la prima forza politica”. La strada è un contratto di governo (“non un accordo”) con la Lega o con i dem.

Perché del Pd parla, Di Maio, e con ostentato rispetto: “Qualcuno ha detto che io voglio spaccare il partito democratico. Ma mi rivolgo sinceramente alle forze politiche che ho scelto nella loro interezza, non mi sarei mai permesso di alimentare scissioni interne”. Secondo i 5Stelle, sono arrivati segnali perfino da alcuni renziani. Mentre non sono piaciute le dichiarazioni di ieri di Salvini, “e meno male che Giorgetti ha tamponato in serata, ammettendo che Berlusconi ieri ha sbagliato” osservano. Intanto il tempo corre. Ma Di Maio assicura ai suoi che la quadra si troverà. Nell’attesa, ha saltato definitivamente il fosso sull’euro: “Con noi al governo l’Italia resterà nell’unione monetaria”. Quindi il referendum sull’euro è un reperto archeologico. Se ne faccia una ragione Salvini, con cui dovrebbe incontrarsi la prossima settimana. Il dem Martina invece ha rifiutato. Ed è un altro solco.

Dell’Utri, Corte Ue: “Resti in cella”. I legali richiedono la libertà

Si aggravano le condizioni di salute di Marcello Dell’Utri – che sta scontando una pena a 7 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa – e i suoi legali tornano a chiedere davanti al Tribunale di sorveglianza di Roma una verifica dello stato detentivo che, secondo loro, lede i diritti umani. Intanto la Corte europea dei diritti dell’uomo respinge la richiesta di sospensione della pena, per motivi di salute. Dell’Utri dal 14 febbraio è ricoverato presso il Campus Biomedico di Roma, “piantonato h24, in una stanza illuminata anche di notte, dove non può aprire la finestra”, denunciano i suoi legali. Nella struttura ospedaliera sta curando un tumore alla prostata. La decisione del Tribunale di sorveglianza arriverà tra domani e lunedì. Ieri i legali hanno anche depositato un esposto al Csm, firmato da Dell’Utri, contro i sei magistrati del Tribunale di sorveglianza che si sono occupati del caso chiedendo se ne valuti il comportamento, che l’ex senatore giudica “superficiale e inerte”. Dell’Utri tornerà in cella a Rebibbia il 20 aprile. Gli esperti del Campus Biomedico affermano che il tumore è peggiorato: “È diventato impattante sull’aspettativa di vita del paziente”, è scritto nella cartella clinica.

Il Def slitta di un paio di settimane, in attesa del nuovo governo

La presentazione del Def – il Documento di Economia e Finanza – potrebbe slittare di almeno un paio di settimane. È quanto starebbero concordando i presidenti delle Camere con Paolo Gentiloni e i leader dei principali partiti, superando la precedente scadenza prevista per fine aprile. Una mossa che servirebbe soprattutto a far presentare il documento da un eventuale nuovo governo, qualora si insediasse. Nel caso in cui, invece, si dovesse ancora andare per le lunghe con la formazione dell’esecutivo, Gentiloni presenterebbe un Def a politiche invariate. Il documento, proposto dal governo e approvato dal Parlamento, serve a indicare la strategia economica e di finanza pubblica nel medio termine.

La possibilità di un rinvio limitato nel tempo valutata in queste ore sarebbe stata considerata anche dalla Commissione Europea, anche sulla base di analoghi precedenti in altri Paesi membri dell’Unione in cui è emersa una coincidenza tra la scadenza per la presentazione del Def e cambiamenti di governo.

Rinnovati i vertici Saipem: Cao resta Ad, presidente Caio (non all’unanimità)

Voto non unanime per il nuovo consiglio d’amministrazione della Saipem. Ieri il cda della Cassa Depositi e Prestiti ha varato la lista da presentare all’assemblea degli azionisti. Arriva alla presidenza Francesco Caio (ex ad di Poste Italiane) mentre viene confermato Stefano Cao come amministratore delegato. Un risultato non scontato, frutto dell’accordo raggiunto tra i consiglieri della Cdp, che tramite il fondo Cdp Equity controlla il 12,5% di Saipem, e quelli di Eni, titolare del 30,54% per conto del Tesoro, in base a quanto stabilito dal patto di sindacato in vigore dall’ottobre del 2015.

Una scelta che azzera le polemiche del giorno prima innescate dal M5S che però legge positivamente il fatto che la decisione non sarebbe avvenuta con l’unanimità dei consiglieri, due dei quali astenuti e uno assente. Il Movimento chiedeva discontinuità e di evitare la nomina di un presidente “ingombrante” come Caio. Era stato esplicito il deputato dei 5 Stelle Stefano Buffagni, che invitava l’esecutivo, in carica per l’amministrazione ordinaria, a non “rinnovare, in solitaria chi ha reso l’azienda protagonista di vicende ancora da chiarire”, alludendo agli “scandali tra Consob e Corte dei Conti”, con una perdita netta di di 328 milioni di euro nel 2017 sullo sfondo.

Per Saipem è di un mese fa la tegola dei conti, con ricavi in calo di quasi il 10% a 8,99 miliardi e un calo in Borsa da inizio anno di oltre il 16%.

Martedì si saprà se il M5S si è già accordato col centrodestra

Del domani, è noto, non v’è certezza, specie quando si parla di crisi politiche al buio. Però un primo segnale di quale sarà l’orientamento del Movimento (dei due forni) guidato da Luigi Di Maio si scoprirà già martedì alla Camera quando verrà eletto il presidente della Commissione Speciale, quella che garantisce il lavoro parlamentare mentre si cerca una maggioranza di governo.

Il capo politico dei 5 Stelle sostiene, infatti, di rivolgersi a tutti i gruppi, ma che il Pd e l’area di sinistra sono il suo “primo interlocutore”. È vero? Per saperlo, basta aspettare martedì. Finora, com’è noto, il M5S ha eletto tutte le cariche istituzionali delle Camere col centrodestra lasciando ai dem solo le briciole (due vicepresidenti). Come trattamento del “primo interlocutore” niente male, anche se è vero che il Pd ha fatto quasi tutto per autoescludersi e non ha accettato di far convergere voti sui nomi M5S.

Ora veniamo alle commissioni speciali: una prassi spesso violata – anche dal Pd a Palazzo Madama nel 2013 – prevede che su quella poltrona sieda il presidente della vecchia commissione Bilancio se rieletto o un suo vice. In Senato sarebbe toccato alla grillina Barbara Lezzi, che ha rinunciato, e la poltrona è andata al collega Vito Crimi votato entusiasticamente da tutto il centrodestra.

Alla Camera il nome, da prassi, sarebbe Francesco Boccia, che è del Pd e, cosa più rilevante, della “corrente Emiliano”, cioè l’unico pezzo del partito schierato a favore della nascita di un governo 5 Stelle con l’appoggio esterno: se Di Maio considera davvero il Pd “il primo interlocutore” allora quale mossa migliore per aprire il dibattito sul rapporto coi 5 Stelle che votare Boccia presidente della Speciale? Se invece, come si dice nel Palazzo, quella poltrona finirà alla Lega, allora quella porta è chiusa: i forni non sono due, ma uno solo ed è già stato acceso.

Il partito Mediaset dà il via libera a Luigino: “Non ci danneggerà”

AMediaset non parlano di politica, però sanno parlare di politica. Scrutano con scarsa apprensione il primo giro di consultazioni al Quirinale, convinti che il tempo saprà lenire tensioni e divisioni: “Qui siamo abituati a interpretare i numeri e le dinamiche che derivano dai numeri. Con una premessa: dov’è il governo, c’è il Biscione”. I numeri (parlamentari) e le dinamiche (politiche), secondo gli analisti di Mediaset, spingono verso un accordo fra il centrodestra compatto – seppur con Matteo Salvini più esposto e Silvio Berlusconi più defilato – e gli ex spauracchi del M5S di Luigi Di Maio.

A un mese dal voto, durante una parentesi di campagna elettorale permanente, a Cologno Monzese – dove s’incrociano affari e umori del berlusconismo – sdoganano i Cinque Stelle. Non per una pulsione masochista. Non per un’improvvisa empatia col nemico (che poi sarebbe una sindrome). Non per una naturale disperazione. A Mediaset, serafici, notano: “In passato il Movimento era un pericolo per le nostre imprese, architettavano tetti per la pubblicità, tetti per le proprietà, tetti per soffocarci. Il programma dei venti punti, che Di Maio ha illustrato e noi studiato, al contrario, ci rassicura”. Nell’ultimo quarto di secolo, rammentano da Cologno Monzese, soltanto Romano Prodi – parliamo del ’96 – ha scatenato le paure di ritorsioni contro le aziende allo sciagurato esordio a Palazzo Chigi di Berlusconi con la matassa irrisolta del conflitto di interessi.

Nel ’98 la sinistra, continuano dal Biscione, s’è arresa con l’onorevole armistizio di Massimo D’Alema: “Mediaset è un patrimonio da difendere”. A Cologno Monzese, per chiosare il discorso, aspettano il nome del premier per riprendere l’arte che da anni praticano con successo: tessere la tela.

Il lungimirante Gianni Letta, il crocevia tra politica e aziende, ha accatastato già un bel po’ di tela perché sa usare le combinazioni corrette: il dialogo coi Cinque Stelle è avviato. Berlusconi s’accontenta di poco: niente aggressione al gruppo Mediaset (e sembra assodato), niente vertici ostili nel cda Rai (le nomine entro giugno) e un ricettivo ministro per lo Sviluppo economico. L’ex Cavaliere ha bisogno di una Viale Mazzini con tanto canone e uno spruzzo di pubblicità per non scalfire gli introiti in crescita di Publitalia e di un ministro capace di rilanciare il progetto per la nascita di un operatore unico delle torri tv con la fusione, finanziata dallo Stato, tra Raiway e EiTower (cioè Mediaset).

L’argomento più delicato per Berlusconi è sempre Vivendi, azionista di riferimento di Telecom, che ha il 29% in Mediaset. A differenza di Renzi, che ha permesso a Vicent Bolloré di espugnare Telecom e di minacciare il Biscione, Gentiloni ha reagito con sanzioni e controlli all’arroganza dei francesi.

Ora il premier uscente ha mosso la Cassa Depositi e Prestiti in Telecom al fianco del fondo Elliott per sconfiggere Vivendi. Palazzo Chigi ha autorizzato l’operazione di Cdp dopo i sondaggi diplomatici con Cinque Stelle, Forza Italia e Lega. Oggi Bolloré appare isolato, anche in Francia: infausto trattare con Berlusconi da una posizione di debolezza.

E poi c’è il partito. I parlamentari di Forza Italia che pranzano con l’ex Cavaliere, e non raccattano informazioni tramite i collaboratori dei collaboratori, spiegano che il capo non transige sull’umiliazione mediatica (e Di Maio fa bene a sfumare il linguaggio) e che potrebbe supportare Stalin a Palazzo Chigi pur di non tornare al voto.

Il Biscione è l’avanguardia, Forza Italia uno strumento. Un esempio. Referendum costituzionale, all’epoca dell’asse più o meno clandestino col renzismo: Forza Italia era per il No; Berlusconi era un po’ (per finta) con Renato Brunetta e un po’ (con il cuore) con Fedele Confalonieri; l’iperattiva Mediaset ha schierato Confindustria per il Sì.

I forzisti, slegati da rapporti con il Biscione, non accettano il ruolo ancillare nei confronti di Salvini e Di Maio, ma il pragmatico Berlusconi guarda ai prossimi due o tre bilanci, mica alle prossime due o tre legislature. Chi rompe con Berlusconi & Salvini, per intenderci, non ha vie di fuga: va da Renzi? Buon viaggio.

L’operazione di sistema (col M5S) fa felice Silvio. Ma c’è ancora una falla

La prima grande “operazione di sistema” della Terza Repubblica ha i caratteri del casino all’italiana, in continuità con la Prima e la Seconda Repubblica. Una delicatissima partita industriale è condizionata dalla necessità politica di sostenere gli interessi privati di Silvio Berlusconi per aiutare la nascita di una nuova maggioranza.

Vediamo prima i fatti. Ieri pomeriggio il consiglio d’amministrazione della Cassa Depositi e Prestiti ha deliberato di entrare nel capitale di Telecom Italia acquistando azioni fino al 5 per cento. Ai prezzi odierni si tratterebbe di un investimento di oltre 800 milioni presi dal risparmio postale affidato a Cdp. L’obiettivo dell’operazione è far entrare lo Stato nella contesa in corso sul controllo di Telecom e sulle strategie tra l’attuale azionista di comando, la francese Vivendi (24 per cento delle azioni), e il fondo americano Elliott che dispone del 5,74 per cento.

Il governo tifa per Elliott che, a differenza di Vivendi, vuole scorporare la rete telefonica e fonderla con la rete alternativa pubblica in costruzione da parte di Open Fiber, controllata pariteticamente da Enel e Cdp (la quale si troverebbe nella discutibile posizione di azionista pubblico delle due reti telefoniche in concorrenza e formalmente private). La strategia è stata decisa martedì scorso in un vertice tra il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e quello dello Sviluppo Economico Carlo Calenda. Subito dopo Padoan ha scritto alla Cdp autorizzando l’operazione. Governo e Cdp fanno sapere che questa strategia è condivisa con tutte le forze politiche, e segnatamente con la Lega di Matteo Salvini e il M5S di Luigi Di Maio. Nessuna conferma è però arrivata dal M5S, che ha fatto circolare una parziale presa di distanza: è vero che la linea del Movimento è per una forte presenza pubblica nell’infrastruttura telefonica, ma nessun consenso specifico è stato dato su questa operazione.

Vediamo adesso i significati politici della vicenda. Il primo è che torna alla grande lo Stato imprenditore, con la Cdp come nuovo Iri. Esattamente 19 anni fa, nell’aprile del 1999, il presidente del Consiglio Massimo D’Alema vietò al direttore generale del Tesoro Mario Draghi di partecipare con il suo 3,4 per cento all’assemblea di Telecom in cui l’amministratore delegato Franco Bernabè tentava di fermare la scalata di Roberto Colaninno. D’Alema parlò di “un interesse politico a che lo Stato in questa complessa circostanza sia assolutamente neutrale”. Oggi il quadro si ribalta. Il governo non vuole essere neutrale nella contesa tra Vivendi ed Elliott e per rientrare in partita si va a ricomprare a caro prezzo azioni di una società privatizzata vent’anni fa.

Qualcosa non ha funzionato. Quando si punta a rastrellare azioni di una società quotata in Borsa non lo si annuncia per non far salire il prezzo del titolo. Ma mercoledì sera hanno cominciato a circolare le indiscrezioni. Così ieri il titolo Telecom è volato in Borsa, chiudendo la giornata con un più 5,2 per cento. E in serata l’annuncio ufficiale dalla Cdp è stato accompagnato da spiegazioni prudenti: gli acquisti saranno fatti con molta calma e prudenza per non mettere a rischio il denaro del risparmio postale. Il punto è che per partecipare alla tesa assemblea del 24 aprile, in cui Vivendi e Elliott si conteranno e sarà decisivo l’orientamento dei grandi fondi d’investimento, bisogna depositare le azioni entro il 13 aprile. Cdp ha a disposizione 5 giorni di Borsa aperta per acquistare circa un miliardo di azioni. Mediamente in Borsa passano di mano ogni giorno cento milioni di titoli Telecom. Immettere ordini di acquisto per 200 milioni di pezzi al giorno farebbe andare il prezzo alle stelle e, tra l’altro, metterebbe lo Stato nella curiosa posizione di comportarsi come un raider in grado di trasformare Telecom Italia in un titolo speculativo. Un pasticcio. Infatti la nuova parola d’ordine è che Cdp si presenterà in assemblea con una quota poco più che simbolica. Ma allora perché tanta fretta? L’ipotesi che Cdp avesse già in mano i contratti di acquisto con mani amiche, ma sia stata costretta dalla fuga di notizie a negare di avere una sola azione già in mano, è esclusa solo perché si tratterebbe di una grave reato.

Resta come unica spiegazione ragionevole che il governo, in particolare Calenda, voglia usare l’annuncio di ieri per mettere pressione al patron di Vivendi Vincent Bollorè. Il quale ha in corso da quasi due anni anche un contenzioso durissimo con la Mediaset di Berlusconi. Il segnale è chiaro. Attraverso Cdp il governo sta dicendo a Bollorè che deve addivenire a più miti consigli sulla rete, ma anche trovare un punto di accordo con Mediaset: contribuendo a risolvere il vero grande problema di B., il “sistema” lo incoraggerebbe a digerire qualche rospo politico. E aiuterebbe il Quirinale a far nascere una maggioranza di governo.

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Il tira e molla tra Salvini e B. per l’accordo con Di Maio

Il gioco dentro al centrodestra è complicato e l’accordo col M5S – l’unico possibile in questo Parlamento – appeso a un filo. Eppure quel filo c’è e non pare dei più sottili: perché non si spezzi, però, devono coincidere molte, forse troppe, condizioni. Forza Italia dovrà essere parte dell’accordo con Luigi Di Maio, ma nascondendo Silvio Berlusconi dietro qualche tecnico d’area e nomi politici che non ricordino troppo i fasti del fu Caimano (o “Psiconano” nel grillismo d’antan); per convincere il proprietario di Forza Italia si dovrà garantirgli – come s’è iniziato a fare con l’ingresso di Cdp in Tim – l’unica cosa a cui tiene, il benessere del suo impero economico anche dal governo; col centrodestra unito i 5 Stelle dovranno rinunciare a bei pezzi del loro programma e a parecchie caselle dell’esecutivo, forse pure a quella di premier. Ora quel che serve, oltre alla volontà di tutti i contraenti, è il tempo.

L’oggi è invece ancora il tempo delle schermaglie tattiche. Il M5S parla al suo elettorato mettendo un veto sull’uomo nero Berlusconi e offrendo un patto di governo solo a Lega e Pd (quest’ultimo a perdere). L’ex Cavaliere, al Colle, reagisce mettendo un veto a sua volta a “governi pauperisti” e “populisti”, cioè ai 5 Stelle. E qui si divarica il centrodestra. Per Matteo Salvini, invece, quella è l’unica via per evitare le elezioni (“ma non ne abbiamo paura”): “Non ci vuole uno scienziato a capire che altre soluzioni sarebbero improvvisate”. E Giorgia Meloni, polemica: “Il gioco di Di Maio è chiaro: dividere chi è arrivato primo, così diventa primo lui. Non ci vuole Bismarck”.

Giancarlo Giorgetti, leghista con solidi agganci in quel che resta dei poteri forti, la mette così: “Strategicamente non lo so, ma tatticamente Berlusconi ha sbagliato. Lui preferisce guardare al Pd, ma il Pd ha perso le elezioni. Il M5S invece ha avuto la fiducia di oltre 11 milioni di elettori. Può non piacere, ma la realtà è questa e se si vuole fare un governo per fare cose importanti si deve fare un governo forte con numeri forti”. Tradotto, garanzia leghista e benedizione del buon Silvio nascosto, il quale ha un solo problema: se si dimostra troppo debole, si tiene le aziende ma perde mezzo partito (e chissà se gli dispiacerebbe).

En Retromarche

Ora che Di Maio ha tolto gli ultimi alibi al Pd, chiarendo di non volersi scegliere i leader altrui, di non voler portare l’Italia fuori dalla Nato e dall’Ue e di essere pronto a stipulare un contratto di governo alla tedesca sia con i Dem sia con la Lega (ma senza B.), sarà ancora più difficile per Martina-o-chi-per-esso rifiutare non tanto un’alleanza, che sarebbe tutta da costruire. Ma anche soltanto un colloquio. Il che naturalmente non esclude il rifiuto, anzi lo rende ancor più probabile, vista l’innata vocazione dei dirigenti di quel partito al suicidio perenne. Se la loro geniale strategia politica è spingere Di Maio tra le braccia di Salvini per godersi chissà quale spettacolo, sbagliano per l’ennesima volta i conti. Se, infatti, nascesse il famoso governo M5S-Lega (che passerebbe per il divorzio fra Salvini e B., cioè per la classica cruna dell’ago), i dirigenti pidini dovrebbero spiegare ai loro elettori perché abbiano fatto di tutto per propiziare quella che lo stesso Martina definisce l’ipotesi “meno auspicabile”, mentre il suo capogruppo al Senato Andrea Marcucci non sta nella pelle (“non vedo l’ora che nasca il governo Di Maio-Salvini”). Se invece non nascesse neppure quell’esecutivo che, stante l’Aventino del Pd, sarebbe l’unico possibile, si tornerebbe alle urne e i Dem verrebbero vieppiù puniti come i primi colpevoli dei una nuova, sfibrante, deprimente, costosissima e inutile campagna elettorale (votando col Rosatellum, cambierebbero colore forse 30 seggi fra Camera e Senato, dunque anche dopo ci ritroveremmo senza maggioranze autosufficienti).

Come scrive Paolo Mieli sul Corriere, la causa dell’impasse sono le finte dimissioni di Renzi, il più grande collezionista di fiaschi mai visto anche nella storia delle cantine sociali: ha perso tutte le Amministrative dal 2015 a oggi, ha tracollato al referendum costituzionale, si è schiantato alle Politiche, eppure continua a fare il bello e il cattivo tempo nel Pd per completarne la distruzione fino all’azzeramento. E i suoi fedelissimi, come il pluritrombato Sandro Gozi, non fanno neppure mistero di volersene andare dal partito che hanno devastato per fondare un En Marche all’italiana modello Macron (che però, diversamente da loro, le elezioni le ha stravinte). Nelle democrazie serie, il leader sconfitto se ne va e la squadra che perde si cambia. In Italia è tutto alla rovescia. Siamo pieni di presunti leader che hanno costruito le proprie carriere esclusivamente sulle disfatte. Viceversa chi aveva il brutto vizio di vincere, come Prodi che batté B. due volte su due, fu severamente punito dal suo partito.

Idem dall’altra parte, dove B. perse rovinosamente la maggioranza e il governo nel 2011, ma nel 2013 era sempre lì sul trono di FI. Perse per strada 6,5 milioni di voti e dimezzò i seggi in Parlamento, da cui fu poi cacciato per la condanna definitiva. Però rimase il leader non solo del suo partito, ma dell’intero centrodestra, anche nei 10 mesi di servizi sociali all’ospizio di Cesano Boscone. Ora ha subìto un’altra batosta, facendosi scavalcare da Salvini e doppiare dagli alleati Lega-Fratelli d’Italia, eppure non c’è verso di scalzarlo. Perché FI, caso unico al mondo, è un partito di sua proprietà e non è escluso che ciò valga anche per un pezzo della Lega. Il che spiega perché Salvini ha prima dovuto cedergli la presidenza del Senato e ora non può permettersi di scaricarlo per governare col M5S. Il Pd, invece, non è formalmente proprietà privata di Renzi, ma è come se lo fosse grazie al Rosatellum, figlio legittimo del Porcellum e dell’Italicum incostituzionali: deputati e senatori non sono stati eletti dagli elettori, ma nominati da Renzi al momento di compilare personalmente le liste senza neppure passare per le primarie, sistemandoli nei collegi sicuri e nei primi posti nei listini. È grazie a questo pattuglione di miracolati dal Capo se lui, pur dimissionario, continua a controllare i gruppi parlamentari. E non per dettare loro una linea sulle alleanze, ma per impedire loro di averne una. Dopo averci regalato – in combutta con B. e Salvini – una legge elettorale di impianto proporzionale, Renzi tiene il secondo partito d’Italia in ghiacciaia, tramando e minacciando ogni giorno per impedire al reggente Martina di assumere qualsiasi iniziativa. M5S, Lega, FdI, persino FI e LeU si muovono, parlano, prospettano soluzioni, cioè fanno politica secondo le regole dei sistemi proporzionali delle democrazie parlamentari. Il Pd, che più di tutti ha voluto questo sistema, no.

Finge di scegliere l’opposizione senza neppure sapere chi andrà al governo, né se mai ci andrà qualcuno. E racconta frottole ai confini della realtà. Tipo che “gli elettori ci vogliono all’opposizione”: come se chi ha votato Pd disponesse di una seconda scheda con le opzioni “maggioranza/opposizione” (in realtà gli elettori del Pd lo volevano al governo, altrimenti avrebbero votato qualcun altro; sono gli elettori degli altri partiti che volevano il Pd all’opposizione, ma non s’è mai visto al mondo un partito che obbedisce a chi non l’ha votato). O tipo che con i 5Stelle non si parla perché “sono già d’accordo con la Lega”. Questa idiozia è di quel genio di Ettore Rosato (quello del Rosatellum: e ho detto tutto). E naturalmente è falsa, a meno che il Pd non metta alla prova Di Maio incontrandolo, facendogli qualche controproposta e trovando le porte chiuse. Ma è destinata ad avverarsi: se Di Maio non vuol parlare con B. e il Pd non vuol parlare con Di Maio, l’unico a parlare con Di Maio sarà Salvini. A proposito: riusciranno i nostri eroi a spiegare agli eventuali elettori che con B. era giusto fare due governi, un patto del Nazareno, una schiforma costituzionale e due leggi elettorali, mentre con Di Maio è vietato pure parlare?