Dal crowdfunding al cinema: il film fa il pieno al botteghino

Una sceneggiatura vincente, un altro successo alle spalle: E fu sera e fu mattina, del 2014, vince il premio F.I.C.E., Federazione Italiana Cinema d’Essai, ma nessun produttore disponibile.

Così Emanuele Caruso decide di girare un nuovo film dal titolo La Terra buona. “Sono andato da qualcuno che potesse produrre la pellicola, ma mi ha risposto picche”, racconta. Quindi, nessuno è disposto a finanziarlo, ma nel frattempo gira voce di un giovane cineasta con un ambizioso progetto in cantiere.

Allora l’idea: appoggiarsi a una piattaforma di crowdfunding e provare a vedere che succede. Questo nuovo modo di finanziare i progetti, in Italia, è piuttosto conosciuta ma poco utilizzata, soprattutto nel mondo del cinema.

La piattaforma a cui Caruso affida il suo progetto si chiama Produzioni dal basso, ed è l’unica in Italia con un certo seguito che prevede, oltretutto, il cosiddetto azionariato popolare o crowd equity, cioè la possibilità che venga restituita una percentuale della quota versata per finanziare qualcuno o qualcosa, diventandone a tutti gli effetti i produttori.

Il passaparola intanto fa la sua parte: tutti parlano di Emanuele e del suo film. Un anno di tempo per raccogliere i fondi, scegliendo di rendere tutti i suoi finanziatori anche produttori, e, se tutto va come deve andare, le riprese potranno partire.

All’ultimo giorno stabilito per la raccolta dei contributi, Emanuele può contare su oltre 500 sottoscrittori che hanno finanziato il film con quote che partono da 50 euro. In totale sono stati raccolti oltre 80.000 euro che fanno de La Terra buona il film con la più grande raccolta in quote mai realizzato in Italia. Anche grazie al supporto di Film Commission Torino Piemonte, FIP (Film Investimenti Piemonte).

La lavorazione inizia nel 2016 e in due mesi Caruso racconta tre storie vere che non si incontreranno mai, ambientate al confine con la Svizzera, in Val Grande, nella zona “selvaggia” più grande d’Europa (152km quadrati).

E nel 2018 ecco arrivare finalmente il film nelle sale. Si comincia a febbraio nelle scuole piemontesi: i primi spettatori del film sono stati 8mila studenti, e contemporaneamente La Terra buona ha fatto notizia sui social network, su cui gli spettatori hanno diffuso le impressioni anche delle anteprime di Verbania, Cuneo e Alba, tutte e tre sold out. Solo nel primo week end di proiezione, il film ha fatto il tutto esaurito in tutte le sale piemontesi in cui era in programmazione, confermandosi come la pellicola con la miglior media schermo d’Italia (ovvero il rapporto tra numero di sale in cui il film è programmato e spettatori presenti in sala).

Nelle settimane successive è stato proiettato in cinema sempre diversi, sbancando il botteghino e arrivando a totalizzare a fine marzo 40mila biglietti venduti per 215mila euro di incassi.

“Il film sta viaggiando, e anche molto bene, presto saremo a Milano e poi probabilmente anche a Roma. Ogni film può essere sempre l’ultimo. Si può lavorare per anni e giocarsi tutto, con il rischio di non trovare nessuno a cui mostrare il proprio lavoro. Il pensiero basta per non dormirci la notte, spiega il regista. E questi sette mesi, in cui con gli altri ragazzi abbiamo preparato la distribuzione, mi sono sembrati sette anni ma ce l’abbiamo fatta”, confessa entusiasta.

E cosa ne sarà ora invece degli investitori? “Io ho deciso di non puntare a regalare la maglietta o il portachiavi per sdebitarmi con le persone che, di fatto, hanno prodotto il mio film. Ho deciso, invece, di garantire loro una percentuale degli incassi. Con risultati così importanti, e che – si spera – saranno sempre migliori – le quote per ogni finanziatore sono garantite al 100%”, conclude Emanuele Caruso.

Roma, prima riapertura per il Teatro Valle con Paladino

Riapre al pubblico a quattro anni dall’abbandono da parte degli artisti occupanti, il Teatro Valle di Roma. Si inizia sabato 7 aprile con “Inaugurazione Interludio Valle”. L’evento previsto dalle 18 alle 22 e annunciato sulla pagina Facebook del Teatro Argentina prevede le installazioni di Paladino nel foyer alla presenza del sindaco Virginia Raggi e del vicesindaco e assessore alla Cultura della Capitale, Luca Bergamo. La serata inaugurerà una nuova stagione con aperture occasionali negli spazi accessibili dopo il restauro. Il teatro, infatti, dopo un periodo di chiusura e occupazione da parte del collettivo di artisti e cittadini che chiedeva al Comune di Roma che restasse pubblico e che venisse presentato per questo un progetto di restauro credibile per il prestigio del teatro romano, è stato oggetto di quattro anni di ristrutturazioni, non ancora del tutto concluse.

La riapertura, prevista per la primavera, in ogni caso, è stata rispettata e a quanto pare anche l’intenzione del Campidoglio di farne uno spazio non soltanto teatrale nel senso tradizionale del termine, ma anche un luogo di installazioni ed eventi artistici di ogni tipo.

Felix Mendelssohn: rigorista nella vita, ma libero nell’arte

Felix Mendelssohn Bartholdy proveniva da una ricchissima famiglia ebraica berlinese che s’era fatta protestante da una generazione. Venne educato agli humaniora ma anche a un fervidissimo luteranesimo che nella sua breve vita mai abbandonò.

In più, la sua cultura musicale volta verso il passato lo porta a essere uno dei grandi suscitatori del culto ottocentesco di Bach. Il miscuglio delle due cose ne fa un acceso nazionalista germanico: perché tale effetto, come abbiamo visto, produsse la Riforma sui tedeschi, e Bach in chiave nazionalistica veniva soprattutto visto.

Ma il risultato artistico fu meraviglioso. Ventenne, Felix compose la sua seconda Sinfonia (numerata siccome Quinta), ch’è un Poema Sinfonico dedicato alla Riforma. La struttura è la classica in quattro movimenti; Mendelssohn è un genio della forma: ma il primo e il quarto si avvalgono dello stesso materiale motivico; il Maestro introduce citazioni di melodie religiose (una delle quali tornerà nel Parsifal di Wagner) e, soprattutto, uno dei più importanti Corali di Lutero, Ein’ feste Burg ist unser Gott (Una salda rocca è il nostro Dio), quasi un simbolo della confessione luterana.

Bach su questo Corale compone una delle più monumentali sue Cantate, un affresco in uno stile fra il michelangiolesco e il tiepolesco; e Mendelssohn trasforma la Sinfonia in un ideale teatro musicale: alla fine della vicenda il trionfo di Lutero avviene in uno stile pittorico simile, pur se misto con quello di David e Ingres. La Sinfonia Della Riforma venne scritta per il terzo centenario della Confessione di Augusta; e noi la ricordiamo per esser caduto a ottobre 2017 il quinto della manifestazione wittembergense di Lutero.

Mendelssohn viene dai tedeschi considerato il padre della rivendicazione romantica di Bach. In realtà Spontini aveva già diretto a Berlino la Grande Messa Solenne, e la storica esecuzione della Passione secondo Matteo diretta da Mendelssohn avvenne col taglio della gran parte delle Arie. Ma il culto bachiano di Mendelssohn ben altrimenti si manifesta nella sua meravigliosa produzione per organo e in quella di musica sacra, a cappella o con orchestra. Poi nella monumentale Sinfonia corale Il canto di lode.

Infine, vi sono i due parimenti monumentali Oratorî: l’uno dedicato al profeta Elia, l’altro a Paolo di Tarso. L’Antico Testamento, ho già spiegato, è caro al luteranesimo almeno quanto il Nuovo; e il fanatico autore delle Epistole, oltre che il Lenin del mondo antico, può considerarsi un precursore di Lutero ben più che di San Tommaso d’Aquino.

Ancora una volta, la somma altezza artistica di Mendelssohn salva tutto. Nell’Elias abbiamo un affresco di teatro musicale, nel quale l’orchestra e il coro si fanno narratori e protagonisti di un quadro d’angoscia, la siccità, avente nell’arte pochi paragoni. Questa rappresentazione drammatica si combina poi con lo spirito epico: il coro intona di nuovo Corali, e complesse Fughe nelle quali al calco dello stile di Bach si combina, o sostituisce, quello di Händel. E siccome l’Autore si trasferì a Londra e dei due Oratorî diede due ottime versioni inglesi, ecco Mendelssohn diventato emblema, oltre che del luteranesimo, dell’anglicanesimo. Due nazionalismi.

Tuttavia il terzo polo della vita del Maestro fu l’amicizia con Goethe e il suo culto del poeta. Che mise capo a un altro capolavoro corale, la “Ballata” La prima notte di Walpurga, ove vividamente si mette in scena una beffa ordita dai cultori degli Dei germanici ai danni dei cristiani che vogliono evangelizzarli. Mendelssohn fu rigorista nella vita, libero nell’arte.

“Roma, er sale che manca non è quello per le buche”

“Scrivere da soli può essere inquietante, ti mette di fronte a possibili sconfitte, a cose che non vengono come le avresti volute. La sensazione che provi quando scrivi in dialetto, invece, è di non essere solo. Nella forza espressiva e nella sincerità di quella lingua che ti appartiene, rivedi le generazioni venute prima, il cortile, le partite a pallone. Hai la sensazione di scrivere in corteo”. A Luca Barbarossa non è bastata Passame er sale arrivata settima all’ultimo Sanremo: in dialetto (“o inflessione o parlata o quello che è”) ha composto l’intero album Roma è de tutti. Impegnato in una tournée che tocca i teatri d’Italia, domani sera sarà nella “sua” Radio2 – dove solitamente conduce Radio2 Social Club – per un concerto intimo in radiofonia.

Barbarossa, ci spieghi.

Sarà lo stesso concerto che porto in tour e il primo tempo sarà dedicato al disco. Non è che canto solo questi 11 brani, perché è uno spettacolo teatrale: racconto aneddoti, declamo poesie. Sono della scuola americana, sul palco devi fare intrattenimento.

Sarà nella sua città, per una sorta di anteprima del concerto del 29 giugno all’Auditorium. Roma è “de tutti”, ma è amata e detestata allo stesso tempo…

Anche i romani a volte la detestano. Io stesso non ho perso il senso critico nei confronti della città e di un certo tipo di romanità.

Quale per esempio?

Beh, la storia dei bulbi di tulipano strappati due giorni dopo l’apertura del nuovo parco. Ma cosa facciamo? Giudichiamo Londra perché ci sono state due sparatorie in una notte? Le persone sanno andare oltre il pregiudizio, tutto ciò che ci interessa va al di là del senso comune. Siamo cercatori di eccezioni.

Ma la romanità le è mai stata contestata?

Le persone che mi seguono mi somigliano molto, sono sicuro che con molte di loro potrei tranquillamente uscire a cena. L’altra sera a Milano erano tutti in piedi a cantare Passame er sale e lì ho capito che il mio amore per Milano è ricambiato.

Però lei canta Roma.

La Capitale di tutti. E mi piacerebbe che tutti partecipassero alla sua bellezza in maniera costruttiva. In Italia stiamo attraversando un periodo molto pericoloso dal punto di vista politico: nessuno riconosce più la dignità dell’avversario. Roma è stata il laboratorio dello scontro, tutti a dire: “Mo’ governi tu, facce ride, voglio vedere che combini”. La stessa cosa che il Pd sta facendo a livello nazionale. Parlo da cittadino che si sente danneggiato da questo gioco delle parti: dovremmo partire dal riconoscimento della dignità di chi non la pensa come noi. Come al tempo dei padri della patria.

Ma non si vedono padri della patria in giro.

E allora bisogna che questi si mettano a studiare, uno deve aspirare al meglio. Se perdiamo la sfida di Roma ci rimette il Paese intero. Non può essere un posto dove la cosa migliore da fare è tappare le buche, sempre che si riesca.

Ha portato il romanesco sul palco dell’Ariston. Coraggio o incoscienza?

È stata una cosa de panza. Un po’ di coraggio ci vuole sempre, anche nel nostro piccolo mondo. Ma non me ne prendo il merito, né tento di dare motivazioni intelligenti: in realtà sono stato posseduto (ride), le canzoni mi hanno scelto, come sempre. Fin da ragazzino, in famiglia o con gli amici, ho cantato le canzoni romanesche, alcune bellissime. Ma avevo sempre scritto in italiano. Stavolta tutto è cominciato per gioco: un giorno ho chiesto a un amico come stesse e lui mi ha risposto “Da non morì mai”. È stata la prima canzone che ho scritto.

Com’è stato il Sanremo di Baglioni?

Bellissimo, e non lo dico per fare il ruffiano con Claudio. Sanremo è il Festival della canzone italiana, ma è anche il più grande evento televisivo dell’anno. Far convivere queste due anime non è facile. Baglioni ha eliminato gli effetti speciali e gli spargimenti di sangue, restituendo alla musica la sua centralità. È stato un azzardo premiato dai telespettatori.

Il suo pubblico è formato da… quante generazioni?

Sono rimasto stupito perché Passame er sale racconta un amore maturo, ma a tanti ragazzi è piaciuto. Io non ho mai strizzato l’occhio a una categoria di pubblico, quello che canto deve riguardare me, deve essere filtrato dalla mia sensibilità. E questo evidentemente coinvolge anche gli altri.

Primo maggio, Roma e Taranto: lei ha condotto entrambi. Quest’anno per chi tifa?

La festa dei lavoratori non può vivere di competizioni. Se fossi la Rai farei delle finestre su tutte le grandi manifestazioni musicali del Primo maggio: un collegamento continuo, da Palermo a Taranto, da Roma a Torino.

Barbarossa, lei è cantautore, conduttore radiofonico, presentatore. In quale definizione si ritrova di più?

Padre di famiglia (ride). Ho tre figli e non posso dimenticarlo, le loro età diverse – 18, 15 e 8 – mi aprono finestre sul mondo. Ho una bella famiglia e sono fortunato: nella vita ho fatto tutto quello che mi piace.

Studenti-ferrovieri, alleati contro Macron

Gli studenti dell’Università Paul Valery di Montpellier riuniti in assemblea generale hanno di nuovo votato il blocco illimitato delle lezioni come altri atenei francesi. Gli studenti protestano contro la riforma del ministro dell’Insegnamento superiore, Frédérique Vidal, che introduce un sistema di selezione all’ingresso delle facoltà. Per il 14 aprile il Coordinamento nazionale degli studenti ha lanciato un nuovo appello alla mobilitazione. La contestazione studentesca ha preso il via a febbraio all’università Toulouse-Le Mirail, ma è nella facoltà di diritto di Montpellier che si è rafforzata. Qui il 15 marzo un gruppo di individui col volto coperto da passamontagna ha fatto irruzione nell’aula magna colpendo con delle mazze i giovani riuniti per mettere fine con la forza all’occupazione.

Il preside della facoltà, che nel frattempo si è dimesso, è indagato perché sospettato di aver coperto le violenze. Un professore è stato sospeso. Per Christophe Barbier, ex direttore de L’Express, i fatti di Montpellier ricordano il maggio 68: “Era iniziata così, con l’università di Nanterre chiusa e un consiglio di disciplina convocato il 6 maggio da un certo Daniel Cohn-Bendit… La Sorbona evacuata… Fatti come questi radicalizzano e legittimano un movimento”. Fino a qualche giorno fa gli atenei occupati o mobilitati erano una decina. Ora si parla di 25, a Lione, Bordeaux, Nantes, Grenoble, Potiers. A Parigi, sono le sedi della Sorbona di Tolbiac-Paris I e la facoltà di lettere della Sorbona Paris IV.

Ma la protesta degli studenti non si limita agli anfiteatri: 50 anni dopo il maggio ‘68, gli studenti sono di nuovo scesi nelle strade per dare man forte ai ferrovieri, in sciopero contro la riforma che prevede tra l’altro la fine del loro statuto speciale e l’apertura alla concorrenza. Ieri e lunedì sono stati i primi giorni di paralisi dei trasporti di uno sciopero “a intermittenza” che prevede due giorni di blocco a settimana. A Parigi, Strasburgo e non solo, studenti e ferrovieri lanciano insieme un appello a quella che chiamano la “convergenza delle lotte”. Per loro “c’è la stessa logica alla base della selezione all’università e della privatizzazione brutale degli altri settori pubblici”.

Lo stesso sindacato degli studenti Unef invita i suoi a appoggiare le rivendicazioni dei lavoratori per “delle condizioni di lavoro migliori e un servizio pubblico di qualità”. Il governo comincia a preoccuparsi. Studenti e ferrovieri insieme hanno già vinto tante battaglie in passato riuscendo a far fare marcia indietro ai governi. Nel 1995 il governo di destra guidato da Alain Juppé aveva rinunciato alle riforme della funzione pubblica dopo che gli studenti si erano uniti alla protesta dei ferrovieri e dei dipendenti di altri settori pubblici.

“Czexit”, destra libera tutti e il vento euroribelle dell’Est

Praga è blindata. Ne hanno parlato cittadini, politici, giornali e tv per mesi, ma alla fine la Czexit non ci sarà. In Repubblica Ceca il referendum per l’uscita dall’Unione europea richiesto con forza dalle destre non verrà indetto. Il partito al potere, Ano – che vuol dire “sì” ma è anche l’acronimo di “azione di cittadini scontenti” –, ha appena scongiurato che la nazione tra le più euroscettiche del gruppo di Visegrad torni alle urne per abbandonare l’orbita di Bruxelles.

Il governo di minoranza del premier Andrej Babis 5 giorni fa ha approvato la riforma sulla legge referendaria proposta dal Cssd, socialdemocratici cechi, dopo aver bocciato quella presentata a febbraio dalla destra dell’Spd, Libertà e democrazia diretta. Ci vogliono adesso 850 mila firme, da raccogliere in 18 mesi, e non 100 mila, per indire qualsiasi referendum nazionale. Il risultato, comunque, risulterebbe vincolante solo se la maggioranza assoluta degli aventi diritto si pronuncia a favore. Al Senato la maggioranza dei tre quinti necessaria per approvare definitivamente la legge c’è già e aspetta. Adesso, all’orizzonte sulla Moldava, rimangono solo i riflessi del Castello e nessuna Czexit, o, come è scritto sui muri della capitale, Czechout.

L’ultima volta che i cittadini slavi hanno scelto è stato nel 2003. Il referendum era quello d’entrata nell’Unione, che ora, quindici anni dopo, sempre più persone vogliono abbandonare. Nessuna forza politica ama ancora davvero l’Europa a Praga, ma a qualcuno è necessaria. Da Bruxelles arrivano due cose che al premier multimilionario Babis, secondo uomo più ricco del paese interessano: finanziamenti e investitori stranieri.

Il presidente Milos Zeman dice di voler rimanere nell’Ue e nella Nato, ma da anni si è espresso a favore del referendum. Il filoputiniano è stato rieletto meno di un mese fa, sconfiggendo il vero ed unico europeista del paese, il chimico Jiri Drahos, ex direttore dell’Accademia delle Scienze. “Ferma Drahos, ferma la migrazione, tato zeme je nase, questa è la nostra terra, vota Zeman”, dice qualche manifesto della vecchia campagna elettorale rimasto. Ma la testa d’ariete di Praga contro l’Ue è un’altra.

Il volto del nazionalismo ceco ha gli occhi a mandorla. L’uomo che chiama gli slavi pallidi e biondi suoi “compatrioti” è bruno, ha la pelle color zafferano ed è nato a Tokyo 45 anni fa, da padre giapponese-coreano e madre morava. Tomio Okamura da giovane vendeva popcorn nei cinema in Giappone, prima di diventare, in terra boema, imprenditore, poi editore del Pivni Magazin, il giornale della birra, ed infine autore di libri di cucina giapponese e un’autobiografia: Tomio, cesky sen, il sogno ceco.

Il partito che Okamura ha fondato solo tre anni fa, l‘Spd, è diventato la quarta forza politica quando ha ottenuto il 10% alle elezioni di ottobre. “Viviamo sotto la dittatura dell’Ue, nemmeno l’Unione Sovietica è arrivata a tanto”. Okamura ha vinto promettendo zero tolleranza contro la migrazione, in un paese senza migranti: erano 1600 i rifugiati che Praga doveva accogliere secondo la divisione delle quote europee, ma solo in 12 sono arrivati in Repubblica Ceca. Alleato del Front National, Okamura ha organizzato lo scorso dicembre n il summit di tutte le destre europee, ospitando Marine Le Pen e l’olandese Geert Wilders, per fare bastione unito contro l’integrazione richiesta da Bruxelles.

Retorica virulenta, smoking e selfie quotidiani su Instagram. L’asiatico che difende l’identità ceca ha sempre i pollici all’insù nelle foto a eventi sportivi e canne di fucile puntate ai poligoni. Non dimentica mai di ricordare ai connazionali che dovrebbero “smettere di mangiare kebab”, che l’islam assomiglia al nazismo e che dovrebbero “portare maiali e cani a passeggio alle moschee”, che nel paese sono solo due. A cinquant’anni esatti da quella primavera 1968 di cui celebra l’anniversario, Okamura è una delle nuove anime di Praga, che non vuole virare più verso ovest, ma solo e sempre un po’ più a destra.

 

Erdogan, sì ad Assad ma vuole i curdi morti

Dal terzo vertice tra Turchia, Russia e Iran, questa volta tenutosi ad Ankara, emergono due notizie certe: a vincere la lunga e sanguinosa guerra civile siriana, trasformatasi quasi subito in una guerra per procura tra potenze mondiali, sono stati tutti, tranne che gli arabi. Per le loro divisioni interne, non solo religiose, e a causa della mancanza di interesse reale degli Stati Uniti che prima con Obama, da un anno con Trump, non hanno voluto mettere gli scarponi sul terreno, interessati solo a contenere la Cina, l’unica vera potenza planetaria a poter insidiare la leadership americana.

Gli Usa non hanno avuto alcun interesse reale a contrastare la Russia e tantomeno la Turchia, cruciale membro della Nato, in un’area foriera solo di problemi. Non ultimo quello curdo. La seconda certezza infatti è che i curdi, traditi dagli ambigui alleati Usa in Iraq e ora definitivamente in Siria, sono stati fatti fuori dai giochi dai presidenti Erdogan, Putin e Rouhani. Secondo quanto emerso dal vertice di Ankara, la Siria del futuro rimarrà indivisa e non ci sarà autonomia per il Rojava, ovvero i cantoni curdi nel nord della Siria, al confine con la Turchia, che stavano tentando di riunirsi in una sorta di entità statuale; una zona, bombardata fin dal 2014 dall’esercito turco, inizialmente con il pretesto di colpire lo Stato Islamico che aveva tentato di conquistare anche il Rojava a partire dalla città di Kobane, diventata poi il simbolo del coraggio curdo. In realtà il presidente turco Erdogan nel 2013 ruppe la tregua con l’organizzazione curda di Ocalan, il Pkk non perché quelli che considera “terroristi alla stregua dell’Isis” avevano compiuto attentati, ma perché già vedeva nel Rojava il vero pericolo da stroncare ed evitare che i curdi di Turchia seguissero l’esempio dei fratelli siriani.

Erdogan ha ottenuto tutto quello che voleva, tranne la caduta di Bashar al Assad, protetto da Russia e Iran. Assad, tuttavia, è ormai solo il prestanome di Putin. Se è vero che il Sultano turco ha dovuto accettarne il salvataggio (per ora) è vero anche che non ha ottenuto solo l’ esclusione dei curdi siriani dai negoziati. La sua vittoria sarà definitiva quando gli americani gli lasceranno prendere Manbji, il cantone curdo, dopo quello di Afrin, dove ora Erdogan vorrebbe indirizzare le sue truppe. Con l’obiettivo di cambiare la composizione demografica del Rojava, mettendoci i profughi arabi siriani riversatisi in questi 8 anni di guerra in Turchia, oltre ai familiari, parenti, amici di tutti i combattenti e i simpatizzanti dell’Esercito Libero Siriano; gli stessi che si sono schierati contro Assad e, in seguito contro i curdi. Possibilità data loro dalle armi e dai finanziamenti del Sultano prima che facesse mettere ai suoi soldati gli scarponi sul Rojava.

Ieri Erdogan non ha perso l’occasione per umiliare, ancora una volta, l’inesistente Europa. Dopo aver sottolineato che sulla questione siriana non ha preso posizione, ha ricordato che deve ancora versare l’ultima tranche di “aiuti per i rifugiati siriani in Turchia”, sbloccata da poco. Altri 3 miliardi di euro da regalare a Erdogan per tenere bloccati i profughi che vorrebbero venire in Europa.

La youtuber killer-suicida. Spari contro l’anonimato

Nasim Aghdam, residente a San Diego, California, 39 anni li avrebbe dovuti compiere oggi. Si definiva artista vegana, bodybuilder e attivista dei diritti animali. Diffondeva le proprie convinzioni attraverso YouTube, il canale video più popolare del web, colpevole a suo dire di alterare e perfino censurare i contenuti dei video che lei stessa produceva, e nel cui quartier generale ha aperto il fuoco, ferendo un uomo e due donne prima di suicidarsi.

L’episodio avvenuto martedì pomeriggio a San Bruno (a sud di San Francisco), in California, sembra differire almeno in parte dai numerosi altri legati all’uso delle armi negli Usa, comprese le recenti, ripetute aggressioni nelle scuole. Questa volta infatti, la personalità della donna sembra essere il fattore determinante della follia omicida, insieme come sempre alla sorprendente facilità di procurarsi una pistola negli Usa, anche di grosso calibro come in questo caso, e portarla con sé indisturbati.

Causa scatenante del gesto, la rabbia contro YouTube, che aveva smesso di pagare per i video postati da Nasim, come ha spiegato il padre della donna Ismail Aghdam a un quotidiano locale. Proprio il padre aveva denunciato lunedì la scomparsa della figlia, che non rispondeva al telefono da due giorni. Quando la polizia lo avverte di averla rintracciata mentre dormiva in macchina a Mountain View (sede di Google, proprietaria di YouTube, ndr), 25 chilometri da San Bruno, Ismail dice di averli avvertiti che la figlia “odia YouTube” e che avrebbe potuto recarsi al quartier generale. Come poi in effetti è accaduto poche ore più tardi. Non è chiaro se il colosso del web avesse davvero messo in atto un boicottaggio nei confronti dei video di Nasim. Solitamente, gli youtuber ricevono una certa somma di denaro dalla pubblicità che accompagna le visualizzazioni dei loro contenuti. Tuttavia, la piattaforma si riserva di ritenere i contenuti postati idonei o non idonei a quella che in gergo viene definita “monetizzazione”, come si legge nella guida online. Il passo successivo è quello di togliere la pubblicità, eliminando così la possibilità di guadagno per lo youtuber, se i contenuti vengono giudicati non rispettare le linee guida.

Di ingiusta de-monetizzazione Nasim accusava da tempo YouTube. Già in un video del gennaio 2017, aveva lamentato come le visualizzazioni fossero diminuite, secondo lei a causa del “filtraggio” e della “discriminazione” da parte della piattaforma – come nel caso di alcune immagini in cui si allenava, giudicate inappropriate per i bambini. “Non c’è libertà di parola nel mondo reale”, aveva scritto in un post del sito nasimesabz.com, a lei riconducibile e tuttora visibile online (i suoi account social sono stati eliminati). “Sarai soppresso per aver detto la verità che non è sostenuta dal sistema”. “Non c’è pari opportunità di crescita su YouTube né su qualsiasi altro sito di condivisione video: il canale crescerà soltanto se lo vogliono loro!”. Molto presente sul web, Nasim certamente lo era: gestiva vari canali YouTube, siti e social, da cui si esprimeva non solo in inglese, ma anche in turco e Farsi, essendo di origine iraniana. Uno dei suoi canali YouTube aveva raggiunto gli 11.000 iscritti, mentre su Instagram raccoglieva circa 50.000 follower. Ma oltre al bodybuilding, la sua battaglia principale era quella per i diritti degli animali, da lei definiti “equivalenti a quelli umani”. Nel 2009 la stampa locale si era occupata di lei, quando come attivista Peta aveva inscenato una protesta davanti a una base della Marina contro l’utilizzo dei maiali, usati nelle esercitazioni militari. Quindi anche paladina del veganesimo, in nome del quale postava sui social immagini dei maltrattamenti subiti dagli animali. Finché proprio il web che le aveva dato visibilità non si è trasformato nella ragione di frustrazione.

Orgoglio da metalmezzadri: “Ma si lavora e si muore di più”

Generazione Acciaio. Roberto, Fabrizio e Juri. Come nonno, figlio e nipote, come una vita lunga un secolo e un quarto, come la tuta, perenne quanto il fumo in cielo e la polvere nei polmoni. Come Terni, centro di gravità permanente del laminatoio. Metalmeccanici altrove, metalmezzadri qui, e presto capiremo il perché.

Dei suoi 32 anni passati lì dentro ricorda la felicità esagerata, quell’euforia incontenibile dovuta all’arruolamento nella fabbrica che era come un matrimonio. La sposa perfetta era la tuta, compagna di vita, amore indiscutibile. Il laminatoio, il forno, la polvere, il rumore del martello. Roberto Marroni ora ne ha ottanta di anni e tiene il conto della gioia che gli ha fatto vivere la sua fatica, l’onore di essere operaio come gli altri, come tutti. “Si andava al sindacato che ti procurava il lavoro e la fabbrica era il nostro destino da conquistare a tutti i costi, l’aggiudicazione di uno status sociale, la fatica benedetta di ogni giorno quanto una fortuna, quanto il nostro piacere. La fabbrica insomma era il nostro Sol dell’avvenire”.

Terni era la fabbrica, le case subivano il ritmo di espansione dei reparti: più acciaio più camere da letto, più comodità, più acqua calda. Più polvere, più orti. Più scorie nell’aria, più insalata a terra. Perché Terni ha anche prodotto la figura del metalmezzadro, metà giornata in fabbrica e metà nei campi. Sicuramente operai ma ancora contadini: falce e martello, appunto.

Comunista orgoglioso è stato Roberto, naturalmente militante della Cgil, naturalmente iscritto alla cellula del Pci. E di pari estrazione Fabrizio Fioretti, suo genero. Quarantanove anni e da venticinque nel rullo compressore di quella che oggi è rimasta in mano ai tedeschi della Thyssen Krupp. Invece Juri Galli, trentatré anni, ha conosciuto solo la crisi e la sua felicità è di averla scampata bella: da dieci anni lavora e in qualche modo ogni mese lo stipendio c’è.

Roberto, Fabrizio e Juri sono riuniti al tavolo della cucina. È Fabrizio che prepara il pranzo per moglie e figli che torneranno tra un po’, quando lui invece dovrà lasciare perché il suo turno pomeridiano l’aspetta. Ciascuno dei tre racconta la sua fabbrica mentre l’acqua bolle, il sugo di pomodoro borbotta, la pasta attende ancora imbustata.

Fabrizio: “Non c’è più un sentimento collettivo, un agire comune, un senso comune della vita. Ognuno pensa per sé e, per come si sono messe le cose, ognuno pensa a scappare”.

Juri: “Da elettricista so che la paga migliore la dà la Thyssen, perciò ho scelto la fabbrica, anche se la paura che qualcosa succeda c’è”.

Roberto: “Ai miei tempi era un onore far parte del gruppo e la salute era l’ultima cosa. Non sapevamo niente delle polveri, e metti pure il caso che ne parlasse qualcuno, non ci fregava”. Fabrizio: “Qui si muore invece, e certo che il pensiero ti accompagna sempre. Perché ti giri e ti volti e c’è sempre una famiglia col lutto al braccio. Tenti di difenderti e inizi a non pensarci, a non contare la gente, gli amici e i compagni che sono andati al camposanto. La vita non è uguale per tutti, e anche la fabbrica non è sporca allo stesso modo. Non tutto è uguale là dentro. Una cosa sono i laminatoi, altra le officine. Devi avere fortuna”.

Juri: “Io sono nella logistica, devo tenere in funzione i quadri elettrici. Posso dire che sono fortunato”.

Roberto: “Ho fatto tutta la carriera, sono giunto a guidare la squadra. Mi hanno fatto fare l’apprendistato e ho girato tutti i reparti. È stato un riconoscimento che mi ha gratificato assai”.

Fabrizio: “Quando c’è stata l’ultima crisi…”.

Roberto: “…eravamo più di diecimila noi”

Fabrizio: “Beati voi. Siamo poco più di duemila oggi”

Roberto: “Un fiume di gente per strada quando suonavano le sirene”

Fabrizio: “Due anni fa hanno dato l’incentivo e cinquecento l’hanno accettato. Ottantamila euro lordi, 62 mila netti. Io ho rifiutato. La mia vita non può valere 80 mila euro. Infatti avevo ragione. In tanti sono partiti per Tenerife, col sogno di aprirsi un’attività, farsi una nuova vita. La televisione a volte manda cattivi segnali. Fa credere che esistano paradisi. Invece non è così. Hanno speso tutto, i soldi sono finiti, e ora sono di nuovo a Terni. Sfaccendati”.

Roberto: “C’era un senso della classe operaia”.

Juri: “Non si sa nemmeno cosa significa questa parola”.

Roberto: “Te la spiego io: il martello in fabbrica mi ha fatto perdere l’udito. Non sono proprio sordo ma certo non sta bene l’orecchio. Eppure a me non è neanche venuta voglia di chiedere l’invalidità civile. Vedevo che i miei compagni, sordi per davvero, non avevano presentato la domanda. E io, mezzo sordo da un orecchio solo, potevo mai richiedere l’indennità? Mi sarei coperto di vergogna”.

Fabrizio: “Oggi si muore di più, c’è una consapevolezza diversa e l’operaio è trattato male. Si muore di più, si lavora di più”.

Roberto: “Ai miei tempi si lavorava, che credi”.

Fabrizio: “Non discuto, ma oggi, con le migliaia di operai che sono fuoriusciti, ogni minuto è controllato. Diciamoci la verità: si lavora di più, ci si ammala di più, si guadagna di meno”.

Roberto: “La fabbrica mi ha dato tutto quello che ho”.

Fabrizio: “Vorrei tanto avere qualcos’altro da fare”.

Nella mia città è vietato sognare un futuro diverso senza acciaieria

Nella mia città tutti sono contro tutti. La mia città è così piccola che le persone prendono l’auto per andare al bar davanti casa.

La mia città non esiste.

Nella mia città io non esisto.

Nella mia città tutto quello che di nuovo prova a nascere muore schiacciato dai personalismi dilaganti.

Nella mia città abita un fantasma, si chiama Acciaieria. La paura e l’ignavia nutrono questo fantasma e io non posso dire che non lo voglio, non posso dire che la sua fine sarà la nostra salvezza.

Nella mia città l’aria è pesante, fa un cattivo odore; qualcuno si è abituato e non lo sente, io non mi abituo.

La mia città è pianeggiante, si gira a piedi in pochi minuti, in bici si potrebbe raggiungere qualsiasi luogo, ma sono inutili fantasie.

Tutti i giorni esco a passeggiare nella mia città, alla ricerca di un passato che non vedo, di un’identità che non sento. Non riesco a smettere, ogni giorno spero di trovare una storia.

Intorno alla mia città ci sono delle montagne e dei borghi stupendi, a volte credo di poter trovare lì le risposte che cerco.

I quartieri della mia città sono le periferie, sarebbe bello saperle vivere.

La mia città era una città operaia, la diverse provenienze dei lavoratori erano una ricchezza.

La mia città è il trionfo della piccola borghesia, ma piccola, piccola, piccola.

Nella mia città si nascondono potenziali tesori, scintille di vita e esempi di geniale sopravvivenza.

Nella mia città nessuno ti ascolta se non sei amico di qualcuno che può.

Nella mia città i giovani sono preparati e qualificati, ma il loro posto è occupato da chi non ha le competenze.

Nella mia città abitano i resilienti, spesso riescono a incontrarsi e a conoscersi, allora una luce accende per un po’ i loro occhi.

Nella mia città ci facciamo delle grandi risate: non abbiamo nulla, non dobbiamo nulla, possiamo ridere in modo spietato.
* Gallerista e storica dell’arte