Polveri di Terni – Il partito della salute contro il potere d’acciaio

Quel che si ama, rimane. Il resto, per dirla col Poeta, è scorie. È una pappa di cromo e nichel, quel miasma. E siccome tutto ciò che è solido, come ricorda Karl Marx, si dissolve nell’aria, ecco che le scorie, nella dispersione incontrollata dei fumi, diventano pulviscolo. E sono fiocchi di un guano spettrale che va a spalmarsi sui tettucci delle automobili, sulle spalle dei passanti, mischiata alla forfora, e così tra le zolle dei terreni intorno ai camini operosi di quella che comunque è in rapporto alla popolazione – e con ben 18 multinazionali operanti in città – il secondo polo industriale d’Italia.

Terni è la terza città d’Italia con oltre centomila abitanti a essere andata in bancarotta. È stata città Stato, città cellula, pupilla dell’occhio vigile del Partito Comunista, poi laboratorio delle trasformazioni della sinistra, oggi prossima a diventare grillina o più coerentemente – e si dovrà trovare il perché – leghista. Tra qualche settimana si vota e i risultati del 4 marzo non danno scampo. Nessun sogno, nessun onore al Pd schiantato dalla fatica di essere l’erede di un potere immanente e affluente, luogo di scambio di favori o bisogni: il lavoro in fabbrica attraverso il sindacato oppure a libro paga nei servizi assolti dalle cooperative, una per tutte la Actl, la padrona della città: mense, assistenza ai malati, diagnostica, tempo libero e pure la gestione delle cascate delle Marmore. Tutto affidato in una connessione sistemica, quasi sentimentale. A volte persino superando il diritto, sopravanzandolo con il principio di realtà.

Inchieste e veleni. Anche qui scorie.

Ma Terni è l’AST, innanzitutto; ovvero, Acciai Speciali Terni, fiore all’occhiello di una produzione d’eccellenza se – giusto due esempi – il ginocchio bionico, in Giappone, e la sofisticata strumentazione d’indagine per i Buchi Neri delle Agenzie spaziali, li fanno con l’acciaio umbro. Poi succede anche che in ogni famiglia, a Terni, c’è un decesso in conseguenza di tumori – diffuso è il cancro alla vescica e quello ai polmoni – e chissà che la molla della politica Thomas De Luca, 29 anni, leader del M5S ternano e candidato sindaco, non l’abbia trovata un anno fa chiudendo la bara di Vladimiro, il padre, ucciso dai miasmi.

Comunque tutto il suo ardore viene da lì: “Una volta il collante sociale era l’acciaieria, adesso è la salute; tre anni fa, in città, la mobilitazione di settemila cittadini contro l’inceneritore determina una nuova coscienza e si sa che quel che la Thyssen fa in Germania, e cioè fare di Essen – la sede principale delle acciaierie – la città più pulita nel mondo, può ben farlo qui; l’acciaio può anche essere prodotto attraverso un percorso eco-sostenibile”.

Tedesco, architetto del territorio, Andreas Kipar che se la studia in lungo e in largo, Terni, ha avuto affidato da AST il progetto di “rinaturalizzazione del parco scorie”. Tutto quello che si butta – il resto delle scorie – è come un ingombro sempre più grande in cerca di un posto dove stare. Ogni ternano, dentro di sé, coltiva un’idea. Nella hall dell’Hotel Michelangelo dove si fermano a discutere, a fare le proprie telefonate private e le riunioni riservate i manager, i professionisti della siderurgia e dell’industria pesante, tutti hanno una soluzione e una prospettiva: “La cosa migliore”, dice un avventore dal marcato accento veneto, “è quella di piombarla, la discarica di scorie, e chiuderla; una volta per sempre; dopo trecento, quattrocento anni, la discarica diventa roccia, tra le rocce…”.

L’Acciaieria prende possesso nel 1884, l’anno della fondazione, della vita quotidiana e dell’immaginario di questa città sempre all’avanguardia a giudicare da una foto del 1935. Eccola, è esposta nel camminamento dei campi ricreativi del Circolo Lavoratori Terni – una struttura di AST nata intorno alla Costanzo Ciano, la palestra dove Luchino Visconti girò una memorabile scena di Morte a Venezia. In un trionfo di saggi ginnici, sullo sfondo rurale di un carro trainato dai buoi, squillano in posa i fiati di una Jazz Band, ed è evidentemente il primo segno delle future e felici edizioni di Umbria Jazz.

Città dalle tante stravaganze è Terni – la prima bottega di rivendita della cannabis legale nasce qui – ma quel che si ama e resta di Terni (dove l’ora di ogni santo mezzogiorno si regola con la sirena dell’acciaieria) è l’essere, di suo, lo snodo di tutte le modernità.

Si attraversa piazza Tacito e un plotone di ragazzi impegnati nella break-dance irrompe nello struscio proprio della provincia. Un effetto straniante, questo della danza ritmata, che si ripete al caffè dove c’è Leopoldo Di Girolamo, l’ex sindaco, funestato da venti giorni di arresti domiciliari, nel cui sguardo si legge la santa pazienza (e un po’ di reticenza) messe a dura prova. Comunista, anzi, “catto-comunista”, replica nella propria vicenda ciò che ebbe a patire il più immacolato tra i militanti del Pci ternano, Spartaco Capitali, ai tempi di Tangentopoli: arrestato. Era il tesoriere della federazione, ed era uno che prendeva il proprio stipendio per ultimo. E solo se ne restavano di soldi.

Di Girolamo, medico, un profilo degno di una pagina di Georges Simenon, protetto dal paravento nel salotto del bar, si aliena da ciò che è Terni: “Mai messo in tasca un solo euro. Sono tornato a fare il medico e quando incrocio gli sguardi della gente mi accorgo subito se sono occhi sospettosi che mi squadrano o affettuosi che mi sorridono. Una sola volta mi è capitato di essere ingiuriato. Al ristorante con mia moglie, sento un urlo dietro la nuca: ladro! Non mi volto, non reagisco. Finisce lì”.

Raffaele Federici, sociologo, raccomanda una visita al camposanto. E in effetti Terni si svela al cimitero. I cognomi meridionali sulle tombe – tutti operai – si mescolano a quelli settentrionali e a quelli stranieri degli ingegneri, dei chimici, degli amministratori. Tra le macerie delle ideologie il capitolo fondamentale è quello della lotta di classe. Terni, di suo, nella Domenica delle Palme – quando all’Acciaieria, in anticipo sulle vacanze, si celebra la messa della Santa Pasqua – spiega bene dov’è andata a completarsi la Totale Mobilmachung dell’Arbeiter.

L’occasione “sociale” vede schierati – nell’imprescindibile appuntamento per le maestranze, la dirigenza e i grandi capi che arrivano dalla Germania – i sindacalisti della Fiom. Distribuiscono volantini e uova di cioccolato: sono gli ultimi testimoni arroccati all’estremo feticcio di LeU ma gli operai di base, quelli coi turni, la tuta di Cipputi e magari anche la vecchia tessera comunista nel portafogli, hanno votato Lega e, in parte, Cinquestelle. Nessuno, pur parte dello zoccolo duro che fu, ha scelto Pd.

Già fascistissima, poi comunistissima, la città tiene fede – nel passaggio d’epoca – a una sola costante: il radicamento popolare. E ora che il sistema cede, anche la cooperativa, linfa vitale e sociale, è messa sotto accusa. Sandro Corsi, il presidente della holding più grande e invasiva, è definito “l’uomo nero”, colui che fattura la crisi e porta nelle casse della sua rete Actl – una fitta ragnatela di nove sigle che mettono becco ovunque – 22 milioni di euro all’anno. “Attenzione, la metà è frutto di appalti realizzati col privato”, avverte. Per lui (brevilineo, occhio vigile, eloquio fluente ma evasivo, l’omissis sempre in tasca e un fiuto enorme a schivare le tegole più pesanti che possono venire dal Palazzo di Giustizia) uno stipendio di 5.800 euro netti al mese. Non male, in una città che vende le sue case a mille euro al metro quadrato. Ora siamo al quartiere Maratta, in via del Flagello, accanto all’inceneritore ACEA e all’altro, ormai chiuso, ex ASM. C’è il maiale che vola, è quello della celebre copertina dei Pink Floyd. Ovviamente è un meme ma svela, nel gioco grafico, tutto ciò che resta di Terni nell’amore dei suoi sognatori. Come le ragazze di Holyfood, il bistrot di via Angeloni dove l’altra apnea, quella della noia, si dissolve. Mentre il resto è scorie.

Una donna e un uomo freddati in sala slot: caccia a pregiudicato

È un ex sorvegliato speciale, che ha scontato anni al 41-bis, il carcere duro, e sarebbe legato al clan Madonia, l’uomo sospettato di aver ucciso una coppia in una sala slot di Caravaggio, in provincia di Bergamo. Secondo quanto si è appreso, il presunto omicida aveva avuto in passato un legame sentimentale con la donna rimasta uccisa, Maria Rosa Fortini. Il movente, quindi, potrebbe essere passionale. La vicenda risale a ieri pomeriggio: intorno alle 18, un uomo, entra nella sala slot Gold Cherry, a Caravaggio, e spara quattro colpi di pistola. Le due vittime sono Carlo Novembrini, 50 anni, originario di Gela e Maria Rosa Fortini, 40: conviventi, risiedevano a Sergnano, in provincia di Cremona. Il killer è fuggito in auto e ha fatto perdere le sue tracce. Gli inquirenti stanno valutando tutte le piste. L’ipotesi di una rapina, emersa in un primo momento, è stata esclusa, mentre la motivazione del gesto potrebbe essere legata a questioni sentimentali. Il sospetto degli investigatori è per adesso ricaduto sull’ex compagno della donna: solo sospetti, perché l’uomo non è indagato.

Il predone dei Tir si fa killer e uccide due imprenditori

La confisca della sua villetta e di altri beni non l’aveva mai mandata giù. Quella che riteneva un’ingiustizia, giorno dopo giorno, è diventata un’ossessione. Fino al piano di vendetta che ieri lo ha portato armato di un fucile e due pistole a uccidere due persone, prima di suicidarsi al termine di una fuga di decine di chilometri nel Bresciano. Ma i segni della sua voglia di rivalsa, Cosimo Balsamo, imprenditore pregiudicato di 62 anni, li aveva già mostrati in passato. Nel 2011 aveva messo dei proiettili nel cestino della bicicletta di un giudice di Brescia che aveva deciso una delle confische. Poi il carcere per una condanna a oltre sei anni per associazione a delinquere, furto e ricettazione. E appena uscito di prigione, un nuovo atto lo scorso gennaio, quando è salito su una tettoia del tribunale di Brescia minacciando di suicidarsi se non gli avessero restituito i beni. Tutti episodi per i quali le forze dell’ordine sapevano bene chi fosse, senza che però nessuno sia riuscito a evitare il finale di ieri.

Un finale legato ai primi problemi di Balsamo con la giustizia. Era il 2002 e i carabinieri di Trento avevano sgominato la “banda dei tir”, dedita a un traffico di acciai speciali, rubati da tir e magazzini del nord Italia, riciclati e immessi di nuovo sul mercato. Proprio Balsamo era stato ritenuto dagli investigatori tra le figure che tenevano le fila dell’organizzazione. Uno strascico della vicenda era arrivato a San Marino, dove le sue due figlie avevano investito due milioni di euro e per questo erano state accusate di riciclaggio dalle autorità locali che ritenevano la somma proveniente dai traffici del padre. Ne erano uscite pulite perché ritenute ignare della provenienza della somma. Ma il denaro era stato confiscato.

Un’altra confisca, come quelle seguite in Italia al processo alla banda dei tir che aveva portato Balsamo in prigione: furto e ricettazione le sue responsabilità. Dalla ricettazione erano derivate le confische. Ma da questo reato era stato assolto uno dei suoi coimputati, James Nolli, condannato invece solo per furto. Per questo Balsamo aveva chiesto la revisione della sentenza, alla Corte d’Assise di Venezia e alla Cassazione. Istanze respinte. Un’ingiustizia per Balsamo, che così ha individuato proprio in Nolli una delle sue vittime di ieri, raggiunta a Carpeneda di Vobarno, in Valsabbia. La seconda vittima. Alla prima aveva sparato nemmeno due ore prima, in un capannone a Flero, a 47 chilometri da Carpeneda di Vobarno: Elio Pellizzari il nome dell’uomo a cui ha urlato “mi avete rovinato”, prima di freddarlo con un colpo di fucile. Anche lui imprenditore per cui Balsamo covava rancori legati ai loro rapporti di affari. A Flero, Balsamo ha ferito un’altra persona, proprietaria del capannone. Ha preso la sua Bmw e ha raggiunto Nolli a Carpeneda. E da qui verso Azzano Mella, dove si è fermato in un parcheggio, quattro ore dopo l’inizio della sua missione punitiva. Ormai era braccato dai carabinieri. E con un colpo alla testa l’ha fatta finita.

“La Borsellino va fatta fuori come il padre”: condannato l’Espresso

L’ex direttore de L’Espresso, Luigi Vicinanza, e i giornalisti Piero Messina e Maurizio Zoppi sono stati condannati dal giudice civile del Tribunale di Palermo a risarcire “in solido” 57 mila euro all’ex governatore della Sicilia, Rosario Crocetta (in foto), per sei articoli pubblicati tra il 16 e il 31 luglio 2015. I legali di Crocetta valutano il ricorso in appello a fronte dell’esiguità della somma stabilita come risarcimento (Crocetta aveva detto in conferenza stampa di pretendere 10 milioni di euro per il danno esistenziale, d’immagine e politico subito). I giornalisti Piero Messina e Maurizio Zoppi sono gli autori dell’articolo in cui si riportava una presunta intercettazione tra il governatore siciliano e il suo medico, Matteo Tutino. Nel colloquio, si scriveva che i due avevano parlato dell’allora assessore regionale alla Salute, Lucia Borsellino. Il medico, accusato di falso, truffa e peculato, secondo quanto ricostruito dai due giornalisti, avrebbe detto a Crocetta: “Lucia Borsellino va fatta fuori come il padre”. Ma dell’intercettazione non c’è traccia. Il direttore Vicinanza, ora al Tirreno, e il Gruppo Espresso ne avevano ribadito l’esistenza.

Il leader Uil e la figlia assunta da Confindustria

Può la figlia del segretario del sindacato leader nel più grosso stabilimento produttivo del territorio, essere assunta nell’associazione datoriale delle imprese che ha in quel sindacato una delle sue principali controparti? Ovvio che lo può fare. Ma a un prezzo: scatenare le malelingue sull’inopportunità e sui dubbi che l’assunzione possa condizionare i rapporti tra sindacato e imprenditori.

Per il momento la notizia del contratto in una società di Confindustria Basilicata di Flavia Vaccaro, figlia di Carmine Vaccaro, il segretario regionale Uil, il sindacato che ha più voce in capitolo nello stabilimento Fca (Fiat Chrysler) a Melfi (Potenza), circola solo tra pochi addetti del settore. La ragazza ha 20 anni, e in una regione dove il tasso di disoccupazione tra i 15 e i 24 anni raggiunge il 47% (fonte: Ires-Cgil Basilicata per il 2017), è riuscita a conquistare un lavoro di segretaria a tempo pieno a Potenza in Conforma, la società di Confindustria per la formazione e l’aggiornamento professionale.

Ragioniera, Flavia Vaccaro è stata assunta con un contratto a tempo determinato di un anno. Scadrà il 28 febbraio 2019. Auguri per la proroga. Sperando che la decisione sulla sua stabilizzazione o meno non condizioni le trattative tra Uil e Confindustria quando si affronteranno questioni scottanti per la tutela dei lavoratori.

Per Carmine Vaccaro non esiste nessun problema: “Mia figlia ha partecipato a una selezione – dice al Fatto Quotidiano – è stata ritenuta meritevole ed è stata assunta. Ci sono inopportunità? E quali? Flavia non deve lavorare perché figlia di un sindacalista? E se fosse stata assunta in Fiat?”. Sarebbe stato peggio. Cambierà qualcosa nei rapporti di Uil con Confindustria? “È fuori discussione, non cambierà niente. Ho una storia che parla per me, chieda in giro”.

Mariateresa Labanca, ufficio stampa di Confindustria Basilicata, chiarisce come si è svolta la selezione: “Conforma ha avuto un picco di domande delle imprese e c’è stata necessità di assumere personale non particolarmente qualificato per attività di segreteria e inserimento dati. Abbiamo fatto una valutazione dei curriculum già pervenuti. Al colloquio Vaccaro è andata bene ed è stata presa. Probabilmente senza nemmeno sapere che fosse la figlia del segretario Uil”.

Carmine Vaccaro proviene dal sindacato dei metalmeccanici e guida la Uil lucana dal luglio 2009. Incarico rinnovato nel 2014 all’unanimità da un congresso con 207 delegati rappresentativi di 38.000 iscritti. È un dipendente di Fca a Melfi in permesso sindacale retribuito. Due anni fa Vaccaro ha dichiarato uno stipendio di 1.150 euro più una indennità di carica di 1.000 euro. “Ho vissuto momenti drammatici, sono stato in mobilità” sottolineò in un’intervista al sito ControsensoBasilicata.com. “Faccio una media di 50.000 km all’anno, e poi il sindacato è come una missione, che ti sconvolge, ti avvolge e ti prende”. “Sicuramente è così – si dice in ambienti sindacali – ma ora Vaccaro ha un conflitto d’interessi con la figlia assunta in Confindustria, a cui dovrebbe, come dire, rappresentare esigenze diverse da quelle delle imprese”.

L’ultima furbata: “Adottati da anziani per ottenere la 104”

La legge 104? “In Sicilia ci sono dipendenti regionali che si sono fatti adottare da anziani malati per potere beneficiarne. È possibile che su 13 mila dipendenti, 2.350 usufruiscano della legge 104?”.

Nel vasto campionario di furbizie della Pubblica amministrazione in salsa siciliana, l’adozione di un nonno malato per godere dei benefici della 104 è una novità assoluta, ma questa volta la fonte è il governatore Nello Musumeci, che con le sue parole dichiara guerra alle scorciatoie per eludere il lavoro: “Pubblicheremo gli elenchi – giura il governatore –, faremo i controlli e troveremo le organizzazioni sindacali dalla nostra parte: ognuno si assumerà la responsabilità delle proprie azioni, il tempo dei giochetti, delle coperture e dei ricatti reciproci è scaduto”.

Non è chiaro, perché il governatore fa sapere che non intende aggiungere una parola in più, se intende investire del problema anche la Procura di Palermo, visto che un’adozione concordata o forzata può concretizzare il reato di truffa allo Stato, se finalizzata a ottenere benefici non dovuti. Com’è accaduto ad Agrigento, dove in questi giorni la Procura sta chiudendo una tranche della mega-inchiesta denominata “La carica delle 104”, che conta oltre 80 indagati tra medici, membri di commissione d’invalidità e impiegati pubblici beneficiati dai favoritismi ottenuti attraverso certificati falsi con diagnosi farlocche. In questo caso sono venuti a galla i reati, nelle parole di Musumeci si intravedono solo in controluce: se la fonte delle sue cifre sta infatti negli uffici regionali, nulla di più si sa sui “furbetti del nonnetto”: quanti, chi e in quali uffici, soprattutto, hanno utilizzato l’adozione, vera o farlocca. Nel 2011 i dipendenti pubblici che avevano usufruito della legge 104, in tutta Italia, erano stati 280 mila su oltre 3 milioni. Meno del 10 per cento. Molto meno che in Sicilia (18% secondo Musumeci) anche se in Sardegna il numero dei permessi concessi nel 2016 è paragonabile a quello siciliano.

A Palermo il governatore fa i conti anche con l’inamovibilità dei dipendenti pubblici più numerosi d’Italia, sindacalisti e no: “Ci sono 2.600 dipendenti dirigenti sindacali e non possono essere distaccati – attacca Musumeci –. Si pensi che non possiamo trasferire personale da un ufficio all’altro oltre i 50 chilometri’’. È il paradosso di avere 13 mila dipendenti, ma poco qualificati: “In Sicilia ci sono forti carenze, abbiamo bisogno di centinaia di tecnici tra geologi, ingegneri e architetti – denuncia –. È assurdo disporre di una consistente somma di denaro e non poterla utilizzare perché mancano i progetti e chi li fa”. Non solo tecnici, precisa il governatore, ma “avremo bisogno di avvocati e esperti di economia”.

Perché, spiega Musumeci, il dramma amministrativo è dietro l’angolo: “Nel 2020 – ha aggiunto – andranno in pensione altre 3 mila dipendenti e si rischia una paralisi nel comparto burocratico”. Come si può evitare? La ricetta di Musumeci è antica e pronta al tempo stesso: intervenendo, conclude il governatore, “con immediatezza con assunzioni. Stiamo aspettando l’arrivo del governo.

Mail Box

 

E se Renzi volesse resuscitare il Patto del Nazareno?

Sinora i commentatori, più o meno politologi, giornalisti veri e via dicendo, si sono soffermati sulla scarsa o nulla efficacia politica della scelta aventiniana di Renzi e del Pd, e anch’io mi sono espresso in tal senso, ma ora mi sorge un dubbio: e se la scelta fosse il frutto di una ennesima furbata del rignanese onde attendere il flop dei 5Stelle, che non riescono a fare un governo né con la destra né con la sinistra, e quindi proporre un governo Pd-centrodestra? La cosa non è del tutto inverosimile, dato che Renzi è nato da una costola di Berlusconi e si potrebbe tentare di resuscitare il Patto del Nazareno.

Luigi Ferlazzo Natoli

 

Il Colle non può ricevere il pregiudicato Berlusconi

Da qualche giorno mi rimuginava dentro questa considerazione, che mi fa ribollire il sangue, e mi chiedevo se nessuno ci pensa. Poi ieri ho letto l’articolo di Massimo Fini, che sottoscrivo parola per parola, e mi sono sentita meno sola: il presidente della Repubblica italiana, massima istituzione del Paese non può ricevere il delinquente naturale Silvio Berlusconi, come rappresentante del centrodestra.

Carolina Pandolfi

 

Matteo Salvini è molto furbo, ma non è uno statista

Matteo Salvini sta vivendo un momento, per lui, magico: da ogni dove gli arrivano riconoscimenti e attestati di stima, ha portato la Lega dal 4 a più del 17 per cento. Alleluja! Ora, bisognerebbe, prima di lodi così sperticate, analizzare un momentino il modo con il quale ha conseguito un così lusinghiero risultato. L’ex devoto di Bossi ha accresciuto consensi e simpatie intorno a lui ed al suo partito con due abili mosse: ha buttato a mare tutto quello che è stata la Lega dalla sua fondazione, ha cambiato “nemico” da combattere (prima erano i “terun” adesso sono i “negher”) e poi ha cavalcato tutte le paure e le pulsioni più basse e becere del popolino spaventato. Dire, come ha fatto Claudio Amendola, che Salvini é il miglior politico degli ultimi 20 o 30 anni mi sembra azzardato: se per diventare uno statista basta entrare nei bar, girare per i mercati rionali, far tappa dal barbiere, registrandone i discorsi e le lamentele e tradurli in programma di governo, allora lo è sicuramente, ma non mi sembra che i vari De Gasperi, Nenni, Moro, Pertini usassero questo sistema per ottenere il consenso degli elettori.

Mauro Chiostri

 

Nonostante il Rosatellum, il popolo ha parlato chiaro

Il Rosatellum è stato sponsorizzato anche dal presidente Mattarella, programmato e realizzato solo per non dare il governo al M5S. Un arbitro imparziale dovrebbe tenere conto di un risultato truccato da una legge incostituzionale che già in partenza dava una maggioranza per governare fatta da minoranze che avevano già governato, anche malamente, a spese del paese. É andata male per volere del popolo, cerchiamo di fare le cose per bene, le caste non le vogliamo più!

Omero Muzzu

 

L’importanza delle parole di Benedetto XVI sul lavoro

Nell’enciclica Caritas in Veritate di Benedetto XVI, il Papa emerito parla della crisi economica in corso dall’estate 2008 in poi.

Il suo testo parla chiaro si rivolge direttamente a coloro che ricoprono responsabilità di governo. Rafforzare e rilanciare il ruolo dei sindacati, combattere la precarizzazione, la delocalizzazione dei posti di lavoro.

Bisogna riportare l’etica dentro il sistema economico globale. Condivido in pieno questo testo del pontefice emerito.

Massimo Aurioso

 

I media censurano la frase del Papa sui morti di Gaza

Come non notare che nei resoconti del messaggio di papa Francesco della mattina di Pasqua da tutti, ma proprio tutti, i principali canali tv e giornali online sia completamente scomparsa la frase, pesantissima, relativa ai palestinesi morti a Gaza: “I conflitti in Terra Santa non risparmiano gli inermi”.

Eppure gli stessi media si sono ampiamente soffermati sulla frase precedente, relativa alla Siria. Pertanto coloro che non hanno seguito la diretta in tv ma si sono affidati alla mediazione giornalistica sono stati tenuti fuori dal problema Gaza e dal richiamo papale agli inermi uccisi, altrove differentemente definiti.

Franco Prisciandaro

 

I NOSTRI ERRORI

Vorrei rassicurare i lettori: non sono (ancora) vittima della congiuntivite che affligge molti nostri politici. Ieri ho rimaneggiato in fretta (e colpevolmente non riletto) il mio articolo “Il sequestro Martina” e ne è uscita questa frase: “Tutto sarebbe stato più chiaro se, a ciò che non auspica e per cui non tifa, egli avrebbe potuto aggiungere cosa auspica e per cosa tifa”. Ovviamente l’“avrebbe potuto aggiungere” va riletto “avesse aggiunto”. Me ne scuso con i lettori e con la lingua italiana.

M. Trav.

È l’Ue che traccia il solco (allo 0,2%) e “Repubblica” che lo difende

Il bilancio dello Stato è stato tristemente sottratto alla sua natura da un lato contabile e dall’altro politica: nel discorso pubblico vive ormai in uno spazio religioso il cui simbolo è il pallottoliere e il cui dio è un’entità di nome Unione europea. Ieri, per dire, su Repubblica c’era un editoriale in cui – elevato a dogma il Fiscal Compact (peraltro confuso con un Trattato), cioè l’arrivo a tappe forzate al pareggio di bilancio – si vaticinavano, e con voluttà, punizioni esemplari ai reprobi che osino parlare di tornare al vincolo del 3% di deficit sul Pil o (anatema!) superarlo. Il discorso, non scorrevolissimo, ha un vago sapore staraciano: “Il precedente Brexit sta spingendo i vertici Ue a non transigere più. Tutte le richieste che fanno riferimento a una politica sedicente ‘sviluppista’, ma demagogicamente e sostanzialmente anti-europea, verranno contrastate”. È l’ora delle decisioni irrevocabili, a quanto pare: deficit/Pil 2019 allo 0,9% e allo 0,2% l’anno dopo, “confine invalicabile” per fermare “il virus populista”. Insomma, l’Ue (“una, grande, libre”, direbbe il Generalissimo) chiede una botta di austerità da oltre due punti di Pil in un biennio. Ora, il ministero di Padoan ha scritto un anno fa – nel Def 2017 – che una manovra simile, quella di Monti, ci è costata minor crescita per 300 miliardi in 4 anni (75 miliardi l’anno, il 4,7% del Pil in media) finendo per far aumentare il debito: rifarne una oggi ai danni di un Paese già sfibrato è un suicidio. Certo, già in altri tempi si partiva “a cercar la bella morte”, però dobbiamo proprio per forza venire tutti?

Nazismo. “In Francia furono tanti coloro che finsero di essere resistenti”

 

Scrivo a proposito dell’articolo di Massimo Fini apparso su Il Fatto di venerdì 30 marzo. Gli articoli di Fini finora li ho apprezzati e spesso anche condivisi. Questo invece, per quanto riguarda la sua seconda parte, m’ha suscitato uno stupore indignato ma anche addolorato.

La prima parte è esplicita, è forte, è chiara, ma è fattuale. Il giudizio su Sarkozy è su dati precisi, e viene fondato e lo si condivide anche per quello che riguarda le implicazioni su Berlusconi.

Nella seconda parte schizzano invece invettive che paiono emergere solo da un risentimento di cui non si riesce a capire la ragione obiettiva e che fa pensare a qualcosa di emotivo e personale. Il giudizio storico su De Gaulle, sulla resistenza francese, sul significato dell’azione di Pétain, sulla cultura francese dal dopoguerra a oggi, sul presidente Macron mi risulta che sia molto più articolato, e non così immediatamente emotivo e negativamente tranchant come, purtroppo, quello di Fini.

C’era, volendo, l’esempio della lettera di Sartre per dire di De Gaulle con un certo stile: quando il Generale gli scrisse per il Tribunale Russell chiamandolo “Cher maître”, Sartre gli rispose che “maître mi chiamano alcuni camerieri (del Flore o dei Deux Magots) che sanno che scrivo”.

Luciano Del Pistoia

 

Gentile Del Pistoia, Gerhard Heller, funzionario del ministero della propaganda nazista in Francia durante il governo Pétain, innamorato della cultura d’oltralpe e gran protettore degli intellettuali francesi, resistenti o presunti tali, riferisce che a denunciarli erano molto più i francesi dei tedeschi (La Rive Gauche, H. R. Lottman, Edizioni di Comunità).

Albert Camus poté pubblicare per Gallimard Lo straniero, l’opera che gli avrebbe dato rinomanza mondiale, e Sartre portò a teatro Le mosche. Dopo la guerra gli intellettuali francesi divennero tutti resistenti, sia quelli che lo erano stati davvero come Albert Camus (Combat, da lui diretto, fu pubblicato clandestinamente a partire dal 1941) o che non lo erano stati affatto o in modo così timoroso che nessuno se ne era accorto, come Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoir.

Benché io, come scrivo in quel pezzo, sia impregnato di cultura francese, sia quella esistenzialista sia quella, molto più valida, ottocentesca, e mia madre, russa, e mio padre, italiano, abbiano vissuto in esilio a Parigi fuggendo entrambi da due opposti totalitarismi e in casa parlassero francese, non è colpa mia se in Francia i nazisti si comportarono meglio di quei francesi che fingevano di fare la fronda, che anzi si scopersero ‘resistenti’ solo a babbo morto. In ogni caso preferisco i tedeschi ai francesi, odiosissimi sciovinisti quanto noi siamo autodenigratori. Heil Angela!

Massimo Fini

Governo: chi ha più da perdere sono i 5Stelle

Non sembra, ma quelli che hanno più da perdere sono i 5 Stelle. Dopo il risultato ottenuto il 4 marzo, il M5S avrebbe dovuto essere più preoccupato che felice. Luigi Di Maio appare molto sicuro di sé. Così pareva anche ieri a DiMartedì. Se finge lo fa molto bene, se è sereno sul serio o è un fenomeno o uno scellerato. Un mese fa il M5S ha vinto, ma non ha vinto. Da solo non può governare, perché il Rosatellum è nato proprio per quello e perché col 32% non puoi in ogni caso pretendere di governare da solo.

Osservando Di Maio, si ha la sensazione di uno che ha la fregola di andare per forza al governo. Forse è una tattica, forse è ambizione. Di sicuro è un approccio lecito, ma pericoloso. Di Maio non può non sapere che, se accetta qualsivoglia accordo con Renzi e Berlusconi, perde in un colpo solo metà elettorato. Il M5S ha raggiunto quel che ha raggiunto proprio perché percepito come forza pienamente alternativa: se accetta l’abbraccio del Caimano e del suo figlioccio ripetente, butta via quasi tutto. Pare che, al momento, Di Maio lo abbia ben chiaro. Dovrà però essere bravo, lui come il Movimento, a resistere alle moral suasion di Mattarella (che farà di tutto pur di non tornare presto al voto) e alla tentazione del potere.

Se Di Maio resiste a quei due disastri politici lì, si aprono i due scenari ormai noti. Il primo, a oggi meno improbabile, è un governo con la Lega. Secondo un sondaggio di Demopolis, quasi un elettore su due del M5S vorrebbe – stante i numeri attuali – un governo Di Maio-Salvini. Già solo questo fa capire come i pressoché continui appelli a un esecutivo M5S-Pd siano sempre stati una perdita di tempo: finché c’è Renzi, non può esserci niente se non Renzi (cioè niente, appunto). Il Pd impiegherà anni per derenzizzarsi e probabilmente neanche ci riuscirà, a meno che nel frattempo Renzi non fondi il suo tardivo partituccio personale alla Macron. Inseguire i Marcucci e Migliore, oggi, è la più deviata delle perversioni: finiamola, su. Resta quindi Salvini. Un politico, peraltro, che a molti elettori 5 Stelle sta antipatico ma neanche troppo. Sì, ma di che governo si parla? Davvero qualcuno crede che M5S e Lega potrebbero durare in maniera durevole? Follia. Litigherebbero dopo pochi mesi, a meno che Di Maio e Salvini – che appaiono tranquillissimi e quindi sanno molte più cose di noi – non sappiano già di dar vita a un governo breve e “di scopo”: legge elettorale, due o tre cose essenziali e poi voto, per una sorta di ballottaggio Lega-M5S. L’ipotesi meno sciagurata, almeno per me, e lo scrivo dal 5 marzo. Se invece Di Maio e Salvini pensano sul serio di poter governare cinque anni insieme, allora curateli.

Il secondo scenario, per i 5 Stelle, è quello più “puro” ma anche più frustrante: non cedere di un millimetro, a costo di non andare al governo e ritrovarsi – di nuovo – all’opposizione di una schifezza renzusconiana in salsa salviniana. Scenario mefitico, ma non così improbabile. I 5 Stelle farebbero opposizione con numeri mostruosi, crescerebbero nei consensi e giocherebbero la carta dei “martiri dell’inciucio”, ma vivrebbero col terrore di aver perso il treno (il governo) della vita. E Di Maio, che tra un anno potrebbe ricandidarsi – il vincolo del doppio mandato non varrebbe – ma tra cinque no, uscirebbe di scena senza aver mai governato. Ahi. Molto dipenderà anche da Salvini: avrà il coraggio di rompere con Berlusconi? Saprà resistere a Renzi&Boschi? Difficile a dirsi. Quelli che hanno più da perdere restano però i 5 Stelle: governare a tutti i costi o stare (per sempre?) all’opposizione? Questo è il problema.