Il contratto tedesco farebbe bene anche all’Italia

Quando nella vita si hanno le idee confuse o si è reduci da un insuccesso dopo l’altro è sempre un bene ispirarsi a chi ce l’ha fatta. Per questo in un Paese di Guelfi e Ghibellini come il nostro, che naviga da tempo in cattive acque, prima di parlare di alleanze, di maggioranza o opposizione, ci si dovrebbe mettere d’accordo sul metodo con cui (adesso, o dopo nuove elezioni) si andrà a formare un esecutivo. Quello che usano i tedeschi da 13 anni a questa parte è particolarmente buono. L’idea di stendere, dopo giorni e giorni di riunioni tra i vari partiti, un contratto di governo preciso fin nei minimi particolari, consente ai cittadini di evitare cattive sorprese. Di sapere da subito quali promesse la coalizione tenterà di mantenere e quindi di valutare il lavoro dei vari protagonisti sia ad accordo concluso sia al termine della legislatura. Da questo punto di vista, è positivo che Luigi Di Maio abbia annunciato di voler arrivare (o col Pd o con la Lega) a un contratto alla tedesca. E c’è da sperare che le varie forze politiche, almeno su questo punto di metodo, siano prima o poi disposte a seguirlo. L’esperienza di Bundestag del resto ha molto da insegnare. Pensate che nel 2005, la prima volta che fu firmato e messo online il Koalitionsverterag, la Germania era reduce da una campagna elettorale in cui Angela Merkel aveva promesso una flat tax al 25 per cento, quasi identica a quella proposta da Forza Italia. Anche per questo l’allora leader della Spd, Gerhard Schröder, l’aveva per mesi attaccata definendola “la ragazza dell’Est” che voleva utilizzare i tedeschi come cavie per sperimentare rischiose politiche economiche. Poi, dopo aver perso le elezioni, Schröder aveva assicurato: “Angela non ce la farà mai a formare una coalizione con noi. Non illudetevi”. Risultato: la flat tax è scomparsa dal contratto, Schröder a poco a poco si è ammorbidito e l’esecutivo è partito.

Emblematica è anche la storia dell’ultimo Koalitionsverterag, un documento lungo 177 pagine, diviso in 14 capitoli. Daniele Fiori, su ilfattoquotidiano.it, ci racconta come la campagna elettorale del 2017 non sia stata dissimile dalla nostra. La Cdu, con gli alleati bavaresi della Csu, aveva addirittura redatto un dossier per accusare il leader della Spd, Martin Schulz, di essere “a capo di un sistema di clientelismo statalista”, di aver sostenuto spese pazze come capo del Parlamento europeo, di usare un jet privato, di avere due chauffeur sempre a disposizione, di spendere soldi Ue per cenare “Au Cocodrile”, un lussuoso ristorante di Bruxelles. Anche Schulz non le aveva mandate a dire. Per lui Angela rappresentava “l’arroganza del potere” che con i suoi tatticismi “attaccava la democrazia”. Per questo giurava che mai la Spd sarebbe tornata in coalizione con lei. “Se perderemo staremo all’opposizione”, tuonava Schulz trovando sponda in Andrea Nahles, la futura segretaria della Spd, che incassata la sconfitta (la peggiore della storia) ripeteva: “Staremo lì, perché lì ci hanno mandato gli elettori”, anzi “spaccheremo la faccia al governo”. Alla fine però l’accordo c’è stato. E la Spd ha ottenuto una serie di vittorie, messe nero su bianco nei minimi particolari, in tema di lavoro e pensioni, tanto che i suoi iscritti hanno poi votato sì al contratto. Perché il metodo tedesco funziona. E sarebbe un bene che in Italia, pure se alla fine arrivasse a governare il centrodestra sostenuto da un pezzo di Pd (i renziani), qualcuno si decidesse ad adottarlo. Dimostrando che a volte persino i nostri pessimi politici sono in grado di imparare.

Agnelli, non si fa così un documentario

Pieno di mediocri bugie e di notevoli omissioni, il documentario americano dedicato a Gianni Agnelli – prodotto da HBO, regia di Nick Hooker, trasmesso da Sky, titolo “Agnelli”- andrebbe raccomandato nelle scuole di giornalismo per spiegare come non si fa un documentario sulla vita di un fortunato re che ha cavalcato per una cinquantina d’anni in cima ai sogni dei poveri italiani, ci è costato migliaia di miliardi, lo sviluppo distorto dell’industria nazionale, la cecità all’ambiente, l’implosione del trasporto pubblico, la discutibile consolazione della motorizzazione selvaggia pagata con il cottimo di cambiali sonanti.

Il documentario scomoda malinconiche signore con rughe e diamanti per dirci della sua erre blesa. Del fascino che esercitava su femmine costose come banche. Del suo rotocalco amoroso scritto tra i divani di Hollywood e Saint Tropez con Rita Hayworth e Anita Ekberg. Delle sue vacanze a Capri con Jackie Kennedy. Delle sue strambate a bordo dell’Agneta. Dei suoi elicotteri in volo per Saint Moritz. Tutta roba buona per il cuore sognante delle casalinghe. E a essere onesti non proprio un primato di intelligenza per un ragazzo bello almeno quanto il suo patrimonio, ammalato di noia, che a vent’anni incassava l’appannaggio di un milione di dollari ogni Natale per fare solo l’indispensabile all’arte del vivere, cioè viaggi e festicciole con il suo amico Porfirio Rubirosa. L’azienda nel frattempo gliela mandava avanti il vecchio Vittorio Valletta, sette vestiti in tutto nell’armadio, oltre agli scheletri del passato ventennio fascista, durante il quale il suo capo, il senatore Giovanni Agnelli (quello vero) cooperava con lo sforzo bellico della dittatura e ai suoi operai diceva: “Arriverà sua Eccellenza Benito Mussolini in visita. Avete tre modi per accoglierlo: applaudire, tacere, sabotare. Vi lascio scegliere tra i primi due”.

Ricordandoci le piccole idiozie dell’orologio sopra il polsino e della cravatta sopra il gilet, il documentario dimentica qualche dettaglio della sua avventura nella vita vera. Cominciando dal 1966, quando alla bella età di 45 anni l’Avvocato presiede il suo primo consiglio di amministrazione e in capo a una manciata d’anni ne guida (inconsapevole) il declino. Prima mettendosi nelle mani di Gheddafi, il dittatore libico che si compra il dieci per cento delle azioni, generando allarme in tutti i governi d’Occidente. Poi consegnandosi a Enrico Cuccia, lo gnomo di Mediobanca, che gli imporrà Cesare Romiti con tutti i danni futuri della diversificazione industriale.

Intervistando solo i suoi scudieri – da Carlo Callieri a Gabetti, passando per gli eredi Elkann – dimentica il dettaglio che la Fiat ha vissuto come uno Stato nello Stato, facendo e disfacendo le leggi, imponendo dazi alle auto straniere, soffocando scandali. A cominciare dalla più grande operazione di spionaggio mai avvenuta in Italia in tempo di pace, la schedatura di 354 mila operai (dalle idee politiche, alle inclinazioni sessuali) che il giovane pretore Raffaele Guariniello scopre nell’anno 1971. Una schedatura perfezionata proprio durante l’esordio del nostro eroe nazionale.

Tantomeno calcola la somma di tutti i soldi che lo Stato ha sborsato per rimboccare i bilanci disastrati della Fiat, guidata dal “padrone globale” fino ai bordi del fallimento, della delocalizzazione selvaggia, della mancanza di investimenti su innovazione e ricerca. Un declino che si interromperà solo dopo la sua morte, anno 2003, fastosi funerali e paginate di giornali dove si faticava a scovare un solo difetto del patriarca, se non le secondarie disattenzioni familiari che avevano generato – in un crescendo involontariamente shakespeariano – la permanente depressione della moglie Marella, i furori della figlia Margherita, il suicidio del figlio Edoardo.

Nel documentario lampeggiano maggiordomi, cuochi e il sarto Valentino a dirne l’amena, elegantissima, irrilevanza. Un Kissinger annoiato. E un De Benedetti che non racconta un bel nulla dei suoi clamorosi cento giorni dentro i forzieri del regno.

Nulla di cos’era lavorare alla corte del re, nella città-fabbrica, a cui la Fiat scandiva il tempo. Nulla dell’Italia dove Agnelli governava la politica con la minaccia dell’occupazione e la lusinga delle tangenti: colpevoli tutti i suoi top manager, tranne lui, l’indiscusso.

Nulla (infine) sulla sua cospicua eredità: un’azienda sparita nel mondo con sede in Olanda, residenza fiscale a Londra, quotazione a New York, stabilimenti a Detroit e in altri 55 Paesi. Oltre ai 4 miliardi di euro nascosti all’estero, la più stratosferica evasione fiscale, scovati nientemeno che dalla figlia Margherita con batterie di avvocati e investigatori. Dettaglio che illumina di nero tutto quello che il documentario, con innocui fuochi d’artificio, oscura.

Pacchetti e incontri, parte la gara Mediapro con Sky e Mediaset

Dovrebbero essere pubblicati domani i pacchetti con cui Mediapro proverà a rivendere i diritti tv della Serie A, acquistati dalla Lega per una cifra superiore al miliardo di euro. A quanto si apprende sarebbe questa l’intenzione dell’intermediario spagnolo dopo che in un primo momento sembrava ci fosse l’intenzione di far slittare il tutto in seguito all’accordo di collaborazione fra Sky e Mediaset (ieri gli incontri a Milano fra spagnoli e aziende, ndr), i due broadcaster italiani maggiormente interessati alla trasmissione del campionato. Massimo riserbo sul contenuto dei pacchetti, che saranno resi pubblici sul sito di Mediapro e attraverso le pagine dei principali quotidiani italiani come da prassi. Nel frattempo, l’Antitrust ha chiesto a Sky e Mediaset informazioni sull’accordo commerciale reso noto venerdì scorso che, al momento, riguarda uno scambio di contenuti a pagamento sulle rispettive piattaforme pay, e dunque il digitale terrestre per il Biscione e il satellite per il gruppo Murdoch. Questa intesa nasce anche dall’esigenza di fare fronte comune sulla questione dei diritti tv.

Il prof senza cattedra, dal batterio al plagio

Uno studio che presenta una cura per gli ulivi colpiti da Xylella appena pubblicato dalla rivista scientifica Phytopathologia Mediterranea è stato stroncato da un un ricercatore nel settore della Biologia del Cancro, Enrico Bucci, coinvolto dall’Accademia dei Lincei negli studi sul batterio. Ma secondo le verifiche del Fatto, Bucci (che non ha risposto alle nostre domande) non ha alcuna posizione accademica né competenza in patologia delle piante. Eppure è stato invitato come esperto al convegno su Xylella dall’Accademia Pugliese delle Scienze del 21 marzo a Bari, dove Giovanni Martelli dell’Università di Bari, a capo del gruppo di ricerca pugliese su Xylella, lo ha presentato come “un ricercatore che lavora da casa”. Ma Bucci non risulta assunto da nessuna università del mondo. Dal 2016 si presenta come professore aggiunto alla Facoltà di Biologia della Temple University di Philadelphia, in Usa. L’ateneo riferisce che ha una posizione di professore aggiunto, senza retribuzione. Non è membro dello staff accademico. Il suo nome, infatti, non c’è sul sito dell’ateneo. Il rettore della Facoltà di Biologia della Temple, né lo stesso Bucci, hanno voluto spiegare che tipo di rapporto lo leghi all’università e quale lavoro svolga. La qualifica di professore aggiunto è temporanea. E non permette, negli Usa, di accedere alla carriera accademica.

Bucci, dal 2001 al 2014 è stato ricercatore presso l’Istituto di Biostrutture e Bioimmagini al Cnr di Napoli. Negli ultimi anni si è occupato, spesso dietro compenso, dei settori più disparati della scienza, dal plagio in ambito accademico, all’efficacia dell’obbligatorietà dei vaccini, alla patologia delle piante. Una situazione strana in un contesto che invece di norma premia la specializzazione come garanzia di competenza. Bucci è anche collaboratore della senatrice a vita Elena Cattaneo.

Nel 2016 la Scuola di Alti Studi Imt di Lucca ha offerto un contratto (senza gara) da 39.900 euro alla società privata Resis di Bucci per tenere un corso sull’integrità scientifica e produrre una perizia che ha salvato il ministro della Pa, Marianna Madia, dagli elementi riscontrati dal Fatto che indicavano un possibile plagio nella tesi di dottorato (tutti copiano in Economia, è il singolare argomento con cui Bucci, che pure riscontra le irregolarità, assolve la Madia). Ma Bucci non ha alcuna riconosciuta esperienza accademica nell’ambito dell’antiplagio. Lo stesso vale per la Xylella.

Nel 2016 l’Accademia dei Lincei ha coinvolto Bucci nella Commissione di ricerca su Xylella come richiesto dal presidente Giorgio Parisi, fisico della Sapienza di Roma. Parisi non ha spiegato perchè sia stato coinvolto: non è un membro dei Lincei, non è un patologo delle piante né uno statistico e la stessa Accademia vanta un folto numero di esperti tra i propri soci. Bucci risulta affiliato, senza stipendio, alla Temple University e alla Sbarro Health Organization, una fondazione no profit che finanzia il centro di ricerca per la cura e la diagnostica del cancro Sbarro, presentato come uno dei centri di ricerca della Temple. Dal sito della Sbarro Health non è chiaro che tipo di ricerche vengano effettuate né chi finanzi la fondazione e l’istituto. Bucci compare come direttore del programma di Biologia dei sistemi nell’ambito del cancro, ma non appare nella pagina dei ricercatori. Antonio Giordano, ordinario di Anatomia all’Università di Siena, è il fondatore della Sbarro. Al Fatto dice che Bucci è “professore aggiunto al Dipartimento di Biologia e Sbarro Institute della Temple,” e anche “affiliato alla Fondazione Sbarro ” che finanzia l’istituto Sbarro, ma non ha un contratto di ricerca con tale Istituto.

Xylella, l’epidemia fasulla smentita dalla Regione

“Non esiste alcun boom di casi Xylella: rispetto allo scorso anno, il tasso di piante ispezionate si è anzi ridotto dal 2,3 all’1,8%”. Lo dichiara la Regione Puglia in un comunicato stampa del 4 aprile 2018, con cui smentisce se stessa e l’agenzia Ansa che parla di casi di Xylella quadruplicati da gennaio scorso. Dal 7 marzo al 4 aprile, l’Ansa ha lanciato l’allarme per l’aumento dei casi di Xylella negli ultimi mesi e per la pericolosa espansione dell’epidemia verso Nord. Notizia rilanciata da giornali e tg nazionali per settimane. Ma i dati della Regione indicano il contrario. L’Ansa ha detto al Fatto di aver avuto l’informazione da “esperti dell’Osservatorio Fitosanitario della Regione Puglia”, sulla base di uno loro studio. Studio che però non esiste, come ha riferito Gianluca Nardone, direttore del Dipartimento Agricoltura della Regione Puglia, che spiega l’equivoco sui presunti casi quadruplicati da gennaio a oggi: quelli di gennaio erano dati parziali di un monitoraggio non ancora concluso.

Man mano che si è proceduto a campionare i restanti ettari delle zone cuscinetto e di contenimento – le fasce a nord della zona infetta, il Salento, che l’Europa impone di monitorare costantemente – se ne sono trovate altre infette: 3.058 positive alla Xylella su 169.124 piante, campionate tra il 2017 e aprile 2018. Meno del 2%. Nessun aumento, solo un dato parziale usato impropriamente per dare l’allarme. Nella zona cuscinetto, quella più a nord ritenuta indenne, sono state campionate 11.850 piante “presubilmente sane”, spiega Pasquale Sollazzo, dirigente dell’osservatorio Fitosanitario. Di esse, 19 sono risultate positive alla Xylella. È la ragione per cui i giornali parlano di espansione verso Nord. Ma dal punto di vista scientifico non è così: lo sarebbe nel caso le stesse piante fossero state già campionate negli anni scorsi, risultando negative a Xylella, per poi risultare positive quest’anno per la prima volta. Stesso discorso vale per le 3.031 piante positive a Xylella (sulle 156.244 campionate nella zona di contenimento a ridosso del Salento): quasi tutte trovate nella zona del Comune di Oria che è a cavallo della zona infetta, nel lembo più a sud nella zona di contenimento, anch’esse mai campionate prima. Anche una porzione della zona infetta è stata campionata, quella da cui in genere i patologi delle piante partono per capire cosa abbia causato una malattia ancora sconosciuta (questo studio basilare in Salento non è stato fatto, nonostante la Ue abbia messo a disposizione per le ricerche oltre 20 milioni di euro). Su 305 piante “presumibilmente sintomatiche”, secondo Sollazzo, solo 8 avevano Xylella: il 2,6%. Nel precedente monitoraggio 2016- 2017, i dati che il Fatto aveva ottenuto riportavano solo il 6% di piante nella zona infetta positive a Xylella. Quindi da un anno all’altro si ottengono percentuali sempre più basse anche nella zona infetta. Una situazione opposta a quella descritta dai media e dalla stessa Regione.

Nel giugno 2016, in assenza di una pubblicazione scientifica che lo dimostrasse, l’Accademia dei Lincei, la più antica società scientifica del mondo, scriveva che “L’agente causale della malattia è Xylella fastidiosa, una conclusione che abbiamo accettato come non più discutibile.” Oggi dalla Regione si apprende che c’è una riduzione del numero di piante positive a Xylella da un anno all’altro e che su 350mila campionamenti effettuati in totale su piante “prevalentemente sintomatiche”, solo l’1% è positiva al batterio. Cosa fa ammalare il restante 99%? Pietro Spanu, patologo delle piante all’Imperial College di Londra, nel Regno Unito, che però non si occupa di Xylella, ha spiegato che per vedere se un batterio si stia espandendo a nuove aree, è necessario ri-testare una seconda volta almeno un campione di piante sintomatiche risultate negative a Xylella. “Se venissero riconfermate percentuali così basse sulle piante sintomatiche precedentemente campionate, allora bisognerebbe ragionare su altre cause”.

MicroMega, a Roma si presenta il volume sullo stato dei giornali

L’ultimo numero di MicroMega, appena uscito in edicola e in libreria, è dedicato interamente al mondo del giornalismo. Si intitola: “È la stampa, bellezza!”. Lo presentano domani (Roma, Sala Umberto, ore 16 e 45) alcuni dei più autorevoli esponenti del mondo dell’informazione in Italia: Mario Calabresi, Luciana Castellina, Giuliano Ferrara, Paolo Flores d’Arcais, Enrico Mentana e Marco Travaglio. “Nell’epoca delle fake news e della post-verità – si legge nel comunicato di presentazione dell’evento – la rivista diretta da Paolo Flores d’Arcais si interroga sullo stato di salute dell’informazione e sulla sua capacità di svolgere ancora oggi il compito di critica radicale del potere”. Il numero in edicola ospita gli interventi, tra gli altri, anche di Maurizio Molinari (direttore de La Stampa), Marco Damilano (direttore de L’Espresso), Marco Lillo (vicedirettore del Fatto), Carlo Bonini (Repubblica), Massimo Gramellini (vicedirettore del Corriere della Sera), Emiliano Fittipaldi (L’Espresso), Giorgio Meletti e Selvaggia Lucarelli (Fatto), oltre ai giornalisti già citati che presentano il volume domani a Roma. Il filo conduttore dell’intero numero è il tema dell’indipendenza e della “sovranità dei fatti”.

Arriva Morbillino, il Cicciobello cattivo che non si vaccina

Premessa: mio figlio ha fatto tutti i vaccini, pure quelli facoltativi. Qualsiasi vaccino mi sia stato presentato come “non necessario, ma una prudenza in più” dalla sua pediatra, io gliel’ho fatto fare. Se ci fossero stati pure i vaccini contro le fregature in amore e il veganesimo io l’avrei vaccinato, giuro. Tendo a fidarmi dei medici, della scienza, di chiunque dalle radici quadrate in poi abbia capito qualcosa di matematica.
Temo però che la faccenda dei vaccini stia prendendo un po’ la mano e che l’ultima polemica social e fuori social – ovvero quella su Cicciobello Morbillino – sia una discreta minchiata. Ricapitoliamo l’accaduto.

Giochi Preziosi ha da poco messo in commercio un Cicciobello di nome, appunto, Morbillino, che ha la seguente caratteristica: pieno di puntini rossi su viso e corpo, il bambolotto può essere curato cancellando i puntini rossi con un’apposita salviettina, una crema in tubetto e dei cerottini. Apriti cielo. Sui social scatta immediatamente l’indignazione 2.0. C’è chi vuole che la bambola venga ritirata seduta stante dal mercato manco fosse lo sgombro in scatola col botulino o il vino al metanolo, c’è chi accusa Giochi Preziosi di istigare all’ignoranza, chi propone di introdurre l’obbligo vaccinale pure ai bambolotti, il pap-test per le Barbie, il test dell’Aids per Ken Fashionist e c’è il presidente dell’Istituto superiore di sanità Walter Ricciardi che rilascia le seguenti dichiarazioni: “Con le malattie non si scherza: sarebbe bene che l’azienda manifestasse sensibilità alle numerose critiche ritirando il prodotto”. Interviene – inevitabilmente – anche il guru sì-vax Roberto Burioni che twitta: “Attendiamo il Cicciobello Linfomino e pure quello Meningitino. Mi chiedo chi siano questi geni che banalizzano malattie gravi senza rispetto per i malati e per i loro familiari. E pensare che me la prendo con gli antivaccinisti”.

Ora. Va bene la scienza, ma dopo solo mezza giornata di polemiche su Morbillino m’è venuta voglia di telefonare alla pediatra e di chiedere la revoca dei vaccini. Vorrei capire chi, con un Cicciobello Morbillino in casa, potrebbe mai convincersi del fatto che il morbillo si curi con la penna magica e una salviettina. Vorrei capire come sia possibile che anche un giocattolo diventi fonte di strumentalizzazioni e slogan facili per rimarcare il concetto che coi vaccini non si scherza. Penso alla mia infanzia e alla mia bambola preferita, che era Camilla la bambola col passaporto, una bambolona paffuta col suo bel documento appeso al collo e i timbri dei vari Stati da applicarci su. Se la producessero oggi, probabilmente Salvini ne richiederebbe il ritiro dal mercato perché banalizza il fenomeno migratorio e le relative complicazioni. E se decidiamo in via definitiva che i giocattoli non esorcizzano, ma banalizzano, allora chiedo l’immediato ritiro dei soldatini perché banalizzano la guerra e inducono a pensare che in Siria ci si stia divertendo di brutto. Ritiriamo le macchinine e le piste perché ogni volta che un bambino fa schiantare la sua macchinina a 80 km orari sul muro di casa, banalizza il problema degli incidenti stradali. Ritiriamo il Cluedo, che gli omicidi sono una cosa seria. Basta Monopoli, o vogliamo far passare il messaggio che l’abusivismo e le speculazioni finanziarie siano un gioco da risolvere con un tiro di dadi? Per non parlare dell’Allegro chirurgo, che banalizza operazioni a cuore aperto e trapianti d’organi. E il piccolo chimico? Ci manca solo che ora i bambini producano acidi corrosivi in casa come fossero tortine del Dolce forno e chissà, un domani li utilizzino contro una donna. I produttori di Cicciobello poi, sono degli autentici criminali. Mica c’è solo Morbillino. C’è il Cicciobello Bua, col suo kit da pronto soccorso con stetoscopio e termometro, che sono un bell’invito alle cure fai da te. Ci manca solo che sulla scatola ci sia il consiglio “Per ulteriori diagnosi sulla malattia del bambolotto, cercare informazioni su google”. Io fossi in Burioni solleverei il caso. C’è poi il Cicciobello Scuola – giocattolo con chiari intenti ingannevoli e truffaldini – che è un bambolotto munito di tablet a cui vengono impartite nozioni tramite il metodo delle risposte multiple. Tre anni dopo il bambino va a scuola, quella vera, e scopre che non solo non c’è il tablet ma manca pure la carta igienica in bagno. Infine, c’è l’anticristo di tutti i bambolotti: Sbrodolino. Quello che fa la schiuma dalla bocca. Il morbillo è un pericolo e il rigurgito no? E se a Sbrodolino non facesse schifo la pappa ma fosse andata di traverso la pizzetta?

Questi giocattoli sono tutti una rischiosissima banalizzazione del male. Della malattia. Bisogna rivederli tutti. Produrne di più rassicuranti sia per i bambini che per gli adulti.

Per questa ragione pare che Giochi Preziosi si sia già decisa a ritirare Cicciobello Morbillo dal mercato per lanciare “MariaEle”, la bambola etrusca che sorride a tutti, le togli la cellulite con “Signorini – la penna magica” e interagisce con gli altri giocattoli: se hai qualche problema con la banca del Monopoli per dire, lei fa una chiamata e sistema tutto.

Nel frattempo, non manca la risposta piccata dei giocattoli. In una nota diffusa dall’Ansa pochi minuti fa, la celebre star della Mattel “Barbie Picnic”, ricorda che “a proposito di banalizzazioni, anche il mio famoso camper è sempre stato una cosa seria finché Renzi non l’ha utilizzato per la sua campagna elettorale anni fa, ma io non ne ho mai chiesto il ritiro. E questo, caro Burioni, nonostante il Pd di Renzi, abbia fatto più morti e feriti del morbillo”.

Sole 24 Ore, Tononi e un sindaco revisore gettano la spugna

Lo stesso giorno e con identica motivazione hanno annunciato ieri le dimissioni dal cda del Sole 24 Ore l’ex presidente del Monte dei Paschi Massimo Tononi e il sindaco revisore Laura Guazzoni. Per Tononi l’addio è motivato “dall’assunzione nei mesi scorsi di un nuovo incarico e dal conseguente impegno professionale richiesto”. Per Guazzoni le dimissioni sono dovute a “sopravvenuti impegni professionali e personali”. Alla vigilia di Pasqua si era dimesso il direttore finanziario Giancarlo Coppa, in coincidenza con la comunicazione, su richiesta Consob, che la posizione finanziaria netta del gruppo è peggiorata dal 31 dicembre 2017 al 28 febbraio scorso di 15,3 milioni, da un saldo positivo di 6,6 a uno negativo di 8,7 milioni.

Coppa e Tononi erano entrati nella squadra dell’amministratore delegato Franco Moscetti a fine 2016, Guazzoni era stata nominata nel collegio sindacale pochi mesi prima. Tononi si era da poche settimane dimesso dalla presidenza del Monte dei Paschi dopo che il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan aveva imposto il siluramento dell’ad Fabrizio Viola e la sua sostituzione con Marco Morelli.

“Ci trasformano in gendarmi della sportina”

Consumatori e distributori di nuovo sul piede di guerra. È stato chiarito che i sacchettini per la frutta e verdura sfusa si possono portare da casa, ma il cassiere del supermarket o del negozio deve controllare che siano conformi alla legge. Una soluzione che aggiunge problemi per gli utenti. È il nuovo capitolo della saga dei sacchetti, iniziata nel gennaio scorso, scritto dal Consiglio di Stato. Riassumendo: recependo una direttiva Ue il governo Gentiloni ha reso obbligatorio dal primo gennaio l’utilizzo di sacchetti biodegradabili per contenere gli ortaggi sfusi in vendita nella grande distribuzione e nei negozi. La solerzia (solo la Francia aveva fatto prima) e le modalità con le quali è stata recepita la direttiva, avevano fatto sorgere il sospetto che si fosse voluta favorire l’azienda leader del settore, la Novamont, di cui è amministratrice delegata Catia Bastioli, frequentatrice della Leopolda renziana e nominata dall’ex premier presidente del colosso statale della rete elettrica Terna. Ma il meglio, in termini di demenzialità normativa, doveva ancora arrivare.

Di fronte alle proteste, il ministro dell’Ambiente, Gianluca Galletti, aveva confermato che i sacchettini i consumatori li avrebbero dovuti pagare, ma aveva passato la patata bollente al ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, riguardo l’ipotesi che potessero portarseli da casa per risparmiare. La ministra aveva allora specificato che era possibile portarseli, ma a patto di non riutilizzarli, “per il rischio di contaminazioni batteriche”. Insomma al consumatore veniva consentito di utilizzare i suoi sacchetti a patto che poi li buttasse, quindi nessun risparmio, anzi un costo aggiuntivo, visto che il consumatore non spunta certo il prezzo di chi ne compra a milioni. Da notare che si parla di rischio contaminazione per prodotti che, dalla campagna ai banchi, sono maneggiati in ambienti non asettici. Di fronte alle nuove perplessità sollevate da consumatori e distributori, il ministero ha quindi chiamato in causa il Consiglio di Stato. Che ora ha pubblicato il suo parere. Si conferma che il consumatore può “utilizzare sacchetti autonomamente reperiti”, purché “idonei a preservare l’integrità della merce e rispondenti alla caratteristiche di legge”, non necessariamente in plastica biodegradabile (sono ammessi i sacchetti di carta). E si specifica che ciascun esercizio commerciale è tenuto alla “verifica dell’idoneità e della conformità a legge” dei sacchetti. E qui siamo all’ulteriore beffa, coi cassieri che dovranno vigilare sulla adeguatezza normativa e sulla verginità dei contenitori.

“Il Consiglio di Stato specifica che l’esercente è responsabile anche penalmente dell’adeguatezza dei sacchetti”, dicono alla Federdistribuzione, la principale associazione di distributori, “è una cosa priva di senso”. L’associazione fa inoltre notare il problema della tara. “Le bilance dei supermercati sono già tarate per il sacchetto, chi se lo porta, magari quello di carta, come è ammesso, pagherà anche quel peso sulla bilancia”.

Sacchetti bio, il dietrofront: si possono portare da casa

Chi la dura la vince. E questa volta a trionfare sono stati i consumatori: i sacchetti biodegradabili per frutta e verdura dei supermercati, che dall’inizio dell’anno – tra furiose polemiche – sono diventati a pagamento (i prezzi medi praticati variano da 1 a 3 centesimi a bustina, tra i 4 e i 12 euro annui a famiglia), si potranno portare da casa. A deciderlo è stato il Consiglio di Stato che ha fornito un parere su richiesta del ministero della Salute. Al quale, ora, è però tornata indietro la patata bollente: spetterà infatti al successore di Beatrice Lorenzin l’arduo compito di stilare un regolamento per mettere la parola fine al caso e decidere chi farà rispettare i requisiti di igiene e salute che la normativa impone.

Anche se per gli ermellini non è più possibile costringere i clienti ad acquistare i bioshopper nello stesso esercizio commerciale dove si fa la spesa, nel parere non hanno però specificato di che tipo devono essere i sacchetti: cioè se nuovi di zecca (e, quindi, acquistati altrove) o se possono anche essere riciclati da un uso precedente. “Fermo restando il primario interesse alla tutela della sicurezza e igiene – si legge nel parere del Consiglio di Stato – è possibile utilizzare nei soli reparti di vendita a libero servizio (frutta e verdura) sacchetti monouso, così come è possibile utilizzare contenitori alternativi comunque idonei a contenere alimenti, autonomamente reperiti”.

Il parere è arrivato a poco più di tre mesi dall’entrata in vigore del decreto Mezzogiorno che, su richiesta dell’Unione Europea, ha imposto che, dopo la prima rivoluzione del 2012 che ha messo al bando i sacchetti in polietilene – che restano nell’ambiente da un minimo di 15 anni a un massimo di mille inquinando mari, fiumi e boschi – anche le buste leggere e ultraleggere con spessore inferiore ai 15 micron (secondo Assiobioplastiche nel 2016 ne sono state consumate 8 miliardi) devono essere prodotte con un contenuto minimo di materia prima rinnovabile di almeno il 40%. Poi dal 2020 questo tasso salirà al 50% e dal 2021 al 60%. Certamente un percorso virtuoso per l’ambiente e per l’economia circolare, ma un problema per i consumatori che ben presto si sono accorti al bancone della frutta, della verdura, in pescheria, macelleria, panetteria o gastronomia che ogni prodotto va messo in una singola busta a pagamento su cui appiccicare lo scontrino. E il cui costo ricade totalmente sul cliente finale.

Ora, invece, il principio fissato dal Consiglio di Stato è semplice: il fatto che la busta in plastica vada pagata, incentiva anche l’uso di materiali alternativi e meno inquinanti, come la carta. E, proprio per il fatto di essere ecologiche, “le bio shopper assumono un valore economico in sé e non possono essere sottratte alla logica del mercato”. Non è, quindi più possibile vietare ai consumatori di comprare i sacchetti da qualsiasi altra parte. Un’apertura che era già arrivata nei mesi scorsi da due circolari del ministero dello Sviluppo Economico e dell’Ambiente.

Chi controllerà ora cosa c’è nella bustina che si porta da casa per evitare che non sia sporca o contaminata? Secondo il Consiglio di Stato è il negoziante che, di volta in volta, “può vietare l’utilizzo dei sacchetti utilizzati dal consumatore”. “Più facile a dirsi che a farsi. Questa è una definizione che allo stato attuale rende impossibile il controllo”, commenta il direttore qualità della Coop, Renata Pascarelli, da sempre contraria all’obbligo dei sacchetti a pagamento “per un aspetto etico nei confronti dei consumatori e per l’evidente difficoltà di attuazione della normativa. Per quello che abbiamo appreso – aggiunge – così si caricano solo i punti vendita di oneri e responsabilità che non sono in grado di sostenere. Basta immaginare cosa può accadere in un ipermercato nell’ora di punta quando la fila alle casse si ingrossa. Aspettare che il negoziante controlli una ad una le buste porterà i consumatori a una nuova protesta”.

Secondo il responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace Giuseppe Ungherese si tratta invece “di un primo passo in avanti per ridurre la plastica e i rifiuti grazie a una maggiore flessibilità, senza violare le norme igienico sanitarie”. Plaudono i Cinque Stelle al verdetto del Consiglio di Stato: “Abbiamo sempre sostenuto che gli shopper multiuso riutilizzabili per uso alimentare si possono portare da casa”.