Quando nella vita si hanno le idee confuse o si è reduci da un insuccesso dopo l’altro è sempre un bene ispirarsi a chi ce l’ha fatta. Per questo in un Paese di Guelfi e Ghibellini come il nostro, che naviga da tempo in cattive acque, prima di parlare di alleanze, di maggioranza o opposizione, ci si dovrebbe mettere d’accordo sul metodo con cui (adesso, o dopo nuove elezioni) si andrà a formare un esecutivo. Quello che usano i tedeschi da 13 anni a questa parte è particolarmente buono. L’idea di stendere, dopo giorni e giorni di riunioni tra i vari partiti, un contratto di governo preciso fin nei minimi particolari, consente ai cittadini di evitare cattive sorprese. Di sapere da subito quali promesse la coalizione tenterà di mantenere e quindi di valutare il lavoro dei vari protagonisti sia ad accordo concluso sia al termine della legislatura. Da questo punto di vista, è positivo che Luigi Di Maio abbia annunciato di voler arrivare (o col Pd o con la Lega) a un contratto alla tedesca. E c’è da sperare che le varie forze politiche, almeno su questo punto di metodo, siano prima o poi disposte a seguirlo. L’esperienza di Bundestag del resto ha molto da insegnare. Pensate che nel 2005, la prima volta che fu firmato e messo online il Koalitionsverterag, la Germania era reduce da una campagna elettorale in cui Angela Merkel aveva promesso una flat tax al 25 per cento, quasi identica a quella proposta da Forza Italia. Anche per questo l’allora leader della Spd, Gerhard Schröder, l’aveva per mesi attaccata definendola “la ragazza dell’Est” che voleva utilizzare i tedeschi come cavie per sperimentare rischiose politiche economiche. Poi, dopo aver perso le elezioni, Schröder aveva assicurato: “Angela non ce la farà mai a formare una coalizione con noi. Non illudetevi”. Risultato: la flat tax è scomparsa dal contratto, Schröder a poco a poco si è ammorbidito e l’esecutivo è partito.
Emblematica è anche la storia dell’ultimo Koalitionsverterag, un documento lungo 177 pagine, diviso in 14 capitoli. Daniele Fiori, su ilfattoquotidiano.it, ci racconta come la campagna elettorale del 2017 non sia stata dissimile dalla nostra. La Cdu, con gli alleati bavaresi della Csu, aveva addirittura redatto un dossier per accusare il leader della Spd, Martin Schulz, di essere “a capo di un sistema di clientelismo statalista”, di aver sostenuto spese pazze come capo del Parlamento europeo, di usare un jet privato, di avere due chauffeur sempre a disposizione, di spendere soldi Ue per cenare “Au Cocodrile”, un lussuoso ristorante di Bruxelles. Anche Schulz non le aveva mandate a dire. Per lui Angela rappresentava “l’arroganza del potere” che con i suoi tatticismi “attaccava la democrazia”. Per questo giurava che mai la Spd sarebbe tornata in coalizione con lei. “Se perderemo staremo all’opposizione”, tuonava Schulz trovando sponda in Andrea Nahles, la futura segretaria della Spd, che incassata la sconfitta (la peggiore della storia) ripeteva: “Staremo lì, perché lì ci hanno mandato gli elettori”, anzi “spaccheremo la faccia al governo”. Alla fine però l’accordo c’è stato. E la Spd ha ottenuto una serie di vittorie, messe nero su bianco nei minimi particolari, in tema di lavoro e pensioni, tanto che i suoi iscritti hanno poi votato sì al contratto. Perché il metodo tedesco funziona. E sarebbe un bene che in Italia, pure se alla fine arrivasse a governare il centrodestra sostenuto da un pezzo di Pd (i renziani), qualcuno si decidesse ad adottarlo. Dimostrando che a volte persino i nostri pessimi politici sono in grado di imparare.