Vodafone non potrà più inviare sms o effettuare chiamate per finalità di marketing a chi non abbia manifestato uno specifico consenso o abbia addirittura chiesto di non essere più disturbato con offerte commerciali. La società dovrà inoltre ridefinire le procedure interne nella gestione dei dati utilizzati per le campagne promozionali. È la decisione del Garante della privacy dopo un’indagine scaturita dalle molte segnalazioni ricevute da persone che lamentavano la continua ricezione di offerte indesiderate. “Grazie alle verifiche ispettive, l’Autorità – si legge in una nota – ha accertato che, nei 18 mesi presi in considerazione dall’indagine, sono state effettuate nell’interesse di Vodafone circa 2 milioni di telefonate promozionali e inviati circa 22 milioni di sms senza il consenso degli interessati. I trattamenti illeciti riguardano sia clienti attuali, sia quelli potenziali, sia quanti avevano cambiato compagnia”. Le offerte commerciali indesiderate – scrive il Garante – venivano rivolte ad utenti che non avevano fornito il consenso al trattamento dei dati per il marketing, ma anche a chi aveva chiesto di non essere disturbato o di cancellare i contatti dai database di Vodafone e dei call center.
Nucleare pulito, Enea sceglie Frascati per il centro di eccellenza europeo
Un importante passo della ricerca sulla nuova energia nucleare sarà compiuto nella sede Enea di Frascati, in provincia di Roma. L’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie ha scelto il sito laziale per far nascere il centro di eccellenza che realizzerà la Dtt (Divertor Tokamak Test facility), un dispositivo per gli studi sulla fusione nucleare, ovvero quel processo dal quale gli scienziati sperano, nei prossimi decenni, di produrre energia elettrica.
Parliamo quindi di fusione che è una cosa diversa dalla fissione, utilizzata finora nelle centrali e risultata pericolosa tanto da portare, in alcuni casi, a disastri. La fusione – spiegano gli studiosi – usa il trizio che è un elemento a bassa radioattività (la pelle è sufficiente a schermarla) e può essere stoccato in dodici anni (non centinaia o migliaia, come per l’uranio). Inoltre, mentre la fissione genera reazioni a catena che devono essere fermate con moderatori (e se questi falliscono, sono guai), la fusione è un processo controllato. Insomma, nonostante parte della popolazione sia diffidente nei confronti dell’energia nucleare, i ricercatori dell’Enea sono convinti che arrivare a produrre energia dalla fusione sarebbe sicuro e costituirebbe un grande passo in avanti. Per arrivare a farlo, però, serve un grande investimento nelle sperimentazioni e il progetto di Frascati, che partirà a novembre, darà il suo contributo.
Dovrebbe durare sette anni; impiegherà 500 studiosi più altri mille dell’indotto, con un ritorno stimato di due miliardi. Il centro di Frascati ha vinto una gara che ha visto partecipare anche Brindisi e Manoppello (Pe), arrivate seconda e terza. Il lavoro dei ricercatori italiani – anche in questo ente sono presenti precari storici – costituisce una parte degli esperimenti che stanno avvenendo a livello europeo e che porteranno, nel 2050, a produrre energia da fusione nucleare con il progetto Demo. L’obiettivo del progetto è valutare la qualità di alcuni materiali che compongono la Dtt. Costerà 500 milioni, costituiti da finanziamenti pubblici e privati: Eurofusion, il consorzio europeo che gestisce le attività di ricerca sulla fusione per conto della Commissione Ue contribuirà con 60 milioni, il ministero dell’Istruzione ne garantirà 40, stessa cifra lo Sviluppo economico. Altri 30 milioni vengono dalla Cina; completano la Regione Lazio con 25 milioni, l’Enea e i partner con 50, oltre a un prestito da 250 milioni della Banca europea per gli investimenti.
Venete&Montepaschi, ignorato nei conti il costo dei salvataggi
Per quasi un anno e mezzo il governo Gentiloni ha sostenuto che i salvataggi bancari non avevano impatto sui conti pubblici. Questa linea contabile, avallata dalla firma di Pier Carlo Padoan, oggi si rivela un tentativo maldestro di rassicurare mercati e opinione pubblica. Ieri l’Istat ha fornito i nuovi dai su deficit e debito 2017 dopo che martedì l’Eurostat – il suo omologo Ue – li ha rivisti al rialzo a causa dello sforzo sostenuto dallo Stato per soccorrere Veneto banca e Popolare Vicenza. Il deficit non scende sotto la soglia del 2%, come indicato nelle stime provvisorie pubblicate dall’Istat il primo marzo, alla vigilia delle elezioni, ma sale al 2,3%; il debito/Pil si ferma al 131,8%, invece del 131,5%, solo lo 0,2% in meno del 2016 (chiuso al 132%). Quest’ultimo dato avrebbe potuto essere anche più alto di 0,1 punti se il Pil non fosse stato rivisto al rialzo di 700 milioni. In pratica, il miglioramento dei conti rivendicato dal governo non c’è stato, anche se per Bruxelles cambia poco.
Ieri un portavoce della Commissione ha spiegato che la decisione finale sui conti 2017 arriverà a maggio e terrà conto dei dati finali di Eurostat e delle previsioni economiche di primavera. Di norma, però, l’impatto di queste operazioni è considerato una tantum e quindi poco rilevante ai fini del rispetto dei parametri cari a Bruxelles. Resta l’imbarazzo.
L’iter di questa storia svela la leggerezza contabile. A dicembre 2016 Gentiloni ha stanziato 20 miliardi per soccorrere le banche lasciate da Matteo Renzi a marcire nel limbo della campagna referendaria. A giugno 2017 il governo ha regalato – via decreto – la parte buona di Veneto Banca e Popolare di Vicenza a Intesa Sanpaolo, mentre le attività deteriorate sono finite in liquidazione. A Intesa lo Stato ha versato una “dote” in contanti di 4,8 miliardi, più garanzie pubbliche per altri 12 per garantire sia un prestito concesso dalla stessa Intesa ai liquidatori (6,4 miliardi) sia i rischi legali e di deterioramento dei crediti. Licenziando il decreto, Padoan e Gentiloni furono lapidari: nessun impatto sui conti pubblici, anzi, lo Stato alla fine ci avrebbe guadagnato almeno 1 miliardo recuperando i crediti deteriorati delle due banche. Tesi avallata dalla Banca d’Italia. L’Istat ha seguito la stessa linea e ha considerato ininfluente l’operazione ai fini dei conti pubblici. Ad agosto però ha avviato un advice, un confronto con Eurostat per sapere se la linea seguita era corretta. Il dialogo con l’istituto si è concluso solo martedì con una sconfessione.
Nei palazzi del governo l’esito era considerato scontato, al punto che già a febbraio l’Ufficio parlamentare di bilancio – una specie di Authority dei conti pubblici – aveva avvisato del rischio. Le avvisaglie c’erano. Eurostat ha motivato la sua decisione con elementi già sollevati da diversi osservatori. In primis il liquidatore – che Istat non ha classificato – va considerato parte della pubblica amministrazione perché lo Stato si è addossato per intero i rischi dell’operazione. Rischi che considera superiori a quelli preventivati dal governo perché i tassi di recupero dei crediti deteriorati delle Venete, indicati dalla Banca d’Italia, “non sono abbastanza prudenti” e una stima più accorta trasforma il presunto ricavo per lo Stato in una perdita di 4,7 miliardi. Anche la garanzia sul prestito di Intesa alle banche in liquidazione va conteggiata nel debito pubblico. La dote in contanti, invece, va computata per intero nel deficit. Tirate le somme, Eurostat ha rivisto al rialzo di 4,7 miliardi il deficit 2017 e quantificato in 11,2 miliardi l’impatto negativo sul debito. Insomma, se lo Stato trasforma i salvataggi in un regalo ai privati, accollandosi tutti i rischi, l’impatto sui conti è inevitabile.
La decisione non ha riguardato solo le banche venete. L’Istat ha spiegato che il deficit è salito al 2,3% anche perché, d’intesa con Eurostat, ha rivisto da 1,1 a 1,6 miliardi l’impatto del salvataggio del Monte dei Paschi: è la spesa sostenuta per indennizzare i possessori di dei bond subordinati.
Dal governo nessuno ha voluto commentare. Finora i salvataggi bancari sono costati 10,8 miliardi di uscite dirette per lo Stato. Forse ammettere fin da subito i rischi di un impatto pesante sui conti pubblici, oltre che politicamente insostenibile, avrebbe fatto sorgere il dubbio che i soldi stanziati non fossero sufficienti per far fronte ad altre crisi. E avrebbe anche vanificato l’obiettivo inseguito disperatamente da Padoan e Gentiloni: mostrare un calo del debito pubblico. Sempre Eurostat, per dire, qualche settimana fa ha spinto il Tesoro a rinunciare all’idea di cedere quote di Eni ed Enav alla pubblica Cassa depositi e prestiti, con una partita di giro che avrebbe permesso di tagliare il debito di 3 miliardi. Per mostrare un calo, il Tesoro ha così attinto alla liquidità di cassa. Tanta fatica per pochi decimali.
Quattro anni e 7 mesi a Scopelliti (ex An) per i bilanci di Reggio
Una lieve riduzione di pena perché il reato di abuso d’ufficio è prescritto. Per il resto la Cassazione ha rigettato il ricorso dell’ex sindaco di Reggio Calabria ed ex presidente della Regione Calabria Giuseppe Scopelliti, condannandolo definitivamente a 4 anni e 7 mesi di carcere per falso in atto pubblico. Si è concluso il processo sul “caso Fallara” nato da un’inchiesta sui disastri finanziari lasciati dalla sua amministrazione nelle casse del Comune di Reggio. Nel 2016, in appello, Scopelliti era stato condannato a 5 anni di carcere e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Anche su questo punto, la Cassazione ha ridotto la misura a un’interdizione per 5 anni.
Bilanci falsi, segnalazioni della Corte dei Conti inattese e contributi a pioggia per una “Reggio da bere” che, secondo la Procura, nascondeva una voragine di centinaia di milioni di euro. Per i pm, infatti, “i bilanci erano frutto di artifici contabili”. Definitive anche le condanne a 2 anni e 4 mesi di carcere per i tre revisori dei conti imputati nel processo assieme all’ex sindaco Giuseppe Scopelliti al quale, adesso, non resta che scontare la sua pena.
L’impresentabile Sud del Carroccio: amici di Cosentino e Lombardo
Giancarlo Giorgetti, potente generale leghista, si dice “deluso e amareggiato” ma era preparato: “È possibile che sia stato commesso qualche errore in zone problematiche”, cioè nel Sud. Giorgetti, cesellatore delle liste elettorali salviniane, sa bene chi ha candidato per fare il pieno nel Mezzogiorno: ex di tutto e tutti. In Sicilia, ad esempio, dove il Carroccio è passato dai quattro mila voti del 2013 ai 120 mila del 4 marzo, i salviniani di oggi sono gli uomini che ieri erano con Raffaele Lombardo. Proprio da Mpa arrivano anche Angelo Attaguile e Alessandro Pagano, l’uno è il responsabile regionale della Lega ora agli arresti domiciliari, l’altro è un parlamentare neoeletto e da ieri indagato. A entrambi è contestato il reato di voto di scambio. “La magistratura faccia il suo lavoro, se ci sono delle colpe si condanni pesantemente”, aggiunge Giorgetti. Anche in Calabria, altra “zona problematica”, i nuovi leghisti sono ex altro. In particolare ex uomini di Giuseppe Scopelliti, pure lui nel dicembre scorso è balzato sul carro salviniano ed è riuscito a far inserire in lista la sua fedelissima Tilde Minasi, figura di riferimento della destra calabrese, già consigliere regionale nonché ex assessore della giunta Scopelliti al Comune di Reggio Calabria che venne sciolta per infiltrazioni mafiose nel 2012. Ex di An, poi Pdl e Movimento nazionale per la sovranità, è sbarcata infine nel Carroccio perché, ha spiegato Minasi, “la Lega non inciucia”. Nonostante i 16 mila voti raccolti, Minasi non è riuscita a entrare in Senato e ha dovuto lasciare il suo seggio proprio a Matteo Salvini, eletto in Calabria dove il fu partito del Nord ha superato il 7% rispetto allo zero virgola del 2013. Ce l’ha fatta invece Domenico Furgiuele, riferimento della destra sociale, che è entrato a Montecitorio con 52 mila preferenze sul carro leghista. Da poco era stato nominato segretario regionale della Lega e da poco s’è visto arrestare il suocero per un cumulo di pene di due anni e 11 mesi. Neanche il tempo di festeggiare l’elezione. Furgiuele è infatti marito di Stefania Mazzei e genero di Salvatore Mazzei, “imprenditore di riferimento delle cosche mafiose dominanti nei territori calabresi interessati dall’esecuzione di costose opere pubbliche”, lo descrive nel provvedimento di arresto il procuratore Nicola Gratteri. Contestualmente alle manette è scattata anche la confisca di molti beni dei familiari di Mazzei, compresi alcuni della moglie del nuovo deputato.
Eletta con la Lega anche Pina Castiello da Afragola, Napoli. Ex An, poi Pdl, legatissima a Vincenzo Nespoli, ex sindaco di Afragola e senatore del partito di Silvio Berlusconi condannato a cinque anni per bancarotta fraudolenta. Castiello ha un rapporto antico e solido anche con la famiglia Cesaro e con Nicola Cosentino, non proprio petali immacolati estranei ai rapporti con i clan. Ma certo, come dice Giorgetti, sono “zone problematiche”, si sa. E i voti, invece, i voti quelli servono.
“Posti di lavoro per avere i voti”. Tre arresti nella Lega siciliana
Un ex deputato di An condannato in giudicato e impossibilitato a candidarsi ma possessore di un pacchetto di “migliaia di voti”, l’ideona di mettere in lista il fratello, indicato con il nome del congiunto e senza foto nei manifesti ingannando gli elettori, e poi una serie sterminata di voti di scambio, offerte di posti di lavoro in cambio del consenso nell’urna: una bufera giudiziaria si abbatte sulla Lega in Sicilia, su ordine del gip di Termini Imerese, i carabinieri di Palermo spediscono agli arresti domiciliari il commissario provinciale di “Noi con Salvini’’ a Palermo, Salvino Caputo, il fratello Mario e un “procacciatore di voti’’, Benito Vercio. Sono indagate altre 17 persone, compresi i due plenipotenziari del partito di Salvini in Sicilia: Alessandro Pagano e Angelo Attaguile. Il primo, ex Forza Italia, ex Ncd, è stato rieletto alla Camera e i pm hanno chiesto l’autorizzazione a utilizzare le intercettazioni contro di lui; il secondo, ex Dc, ex presidente del Catania Calcio, non è stato rieletto. Devono rispondere di “attentato ai diritti politici del cittadino” per aver limitato la libertà degli elettori.
L’inchiesta ruota attorno alla candidatura alle scorse Regionali di Salvino Caputo, ex deputato di An già condannato in giudicato perché da sindaco di Monreale (Palermo) aveva brigato per togliere alcune multe, una a monsignor Cassisa, vescovo discusso della diocesi più estesa della Sicilia. Caputo è un politico navigato e spera nella riabilitazione, ma la doccia fredda arriva il 29 settembre da una collega che gli comunica il rigetto dell’istanza. E la sua prima telefonata è per Gaetano Armao, oggi assessore regionale all’Economia, che gli “prospettava la possibilità di candidare il fratello’’, è scritto nell’ordinanza. L’idea prende forma nella successiva telefonata a Pagano, che gli suggerisce di candidare il figlio, indicandolo nei manifesti elettorali come “detto Salvino’’ e “omettendo strategicamente l’inserimento nei fac simili di una foto’’: “Non possiamo prendere settemila-seimila voti e buttarli al macero – dice il deputato della Lega intercettato dai carabinieri –, male che va candidi tuo figlio’’. E precisa: “Caputo senza fotografie e Gianluca detto Salvino, basta così, funziona così’’. È d’accordo anche l’altro plenipotenziario della Lega nella Sicilia orientale, Attaguile: “Ho parlato con Alessandro – commenta soddisfatto al telefono –, la soluzione che ha posto lui è ottima’’.
Il dado è tratto il 2 ottobre alle 16:12, quando Caputo chiama Raoul Russo per comunicargli i dati, da inserire in lista, del fratello Mario, che da quel momento diventa il candidato fantasma, fino al paradosso che alla riunione elettorale del 10 ottobre a Termini Imerese con 200 persone si presenta Salvino, come in un gioco di prestigio elettorale, fingendo di essere lui il nome in lista: il giorno prima aveva detto a Mario, effettivo candidato, che la sua presenza non era necessaria. Da quel momento, scrivono i carabinieri, Salvino si spende in prima persona, partecipa agli incontri elettorali, convince i capi elettori a sostenere la sua strategia per “trarre in inganno il corpo elettorale, determinando numerosissimi elettori a esercitare i propri diritti politici in senso difforme dalla loro effettiva volontà”. Come? Avvalendosi, secondo l’accusa, in modo massiccio, del voto di scambio. L’ordinanza dedica una quindicina di pagine ai metodi utilizzati: a Nicola Bordino viene promessa l’assunzione in un’impresa di pulizie che lavora all’ospedale di Termini “per il tramite di Pagano’’; a Mario Faso, che tra moglie, figli parenti e amici dispone di 50 voti promettono un posto di lavoro in un supermercato, al genero il rinnovo del contratto in un altro supermercato e alla figlia l’accesso all’Università rumena di Enna di Mirello Crisafulli; al bancario Dario Guercio il trasferimento ad altra filiale tramite i buoni uffici di Attaguile; a Giacomo Imburgia il trasferimento ad altra Asp tramite l’interessamento del manager Antonino Candela. E se a Davide Saja la promessa era l’assunzione alla Mondialpol, per la figlia di Renato Vuolo era pronto l’accesso alla facoltà di scienze infermieristiche. Per realizzarlo, emerge dalle intercettazioni, la ragazza avrebbe fornito il codice identificativo segreto poi girato a Caputo che avrebbe parlato con un medico. E per il voto di Giulio Fortino e della fidanzata c’era in cambio un posto di lavoro “con stipendio superiore a 300 euro’’, ma solo “non appena avrebbe conseguito la laurea specialistica’’.
Convocato da Salvini, il coordinatore della Lega per la Sicilia occidentale, Pagano, ha proclamato la sua estraneità a i fatti annunciando il consenso all’uso delle intercettazioni, ma è partita la resa dei conti nel partito siciliano: “Pagano ha ucciso un’intera classe dirigente emergente per sostituirla con condannati, riciclati e persone che in generale non c’entrano nulla col progetto di Matteo Salvini – ha detto l’ex coordinatore Francesco Vozza –. Non riconosciamo più la sua leadership”.
Michela di Biase fa il (doppio) bis
Non c’è due senza tre. Anzi, non c’è tre senza quattro. E forse, per Michela Di Biase, verrà il tempo di aggiornare ulteriormente il suo conta-poltrone personale. L’esponente del Pd romano, che all’anagrafe è anche coniugata Franceschini (Dario), dal 2013 siede nel consiglio comunale di Roma dove tre anni dopo è stata anche scelta come capogruppo. Alle elezioni del 4 marzo, però, ha deciso di correre anche per il consiglio regionale: democraticamente eletta anche lì, dice che non se la sente di abbandonare l’incarico precedente, perché crede che dalle due postazioni di governo locale potrà meglio esercitare il mandato che i romani le hanno affidato. Tutto a norma: non c’è incompatibilità, deve solo rinunciare a uno stipendio (quello più basso, ovvio). E l’incarico da capogruppo? Ha annunciato che ha intenzione di dimettersi, ma finora è rimasto un proclama su Facebook. E ieri, per non farsi mancare nulla, è stata eletta segretario d’aula nel consiglio regionale del Lazio. Un posto, per intenderci, che non frutta denaro ma garantisce uffici e personale. Il minimo che possa chiedere, una impegnata così.
Martina ci ha preso gusto: corre da segretario
“Sono pronto a fare la mia parte candidandomi segretario, in coerenza con il lavoro di queste settimane da reggente e nella convinzione profonda che si possa costruire la stagione del nostro rilancio”. Maurizio Martina la sua discesa in campo la annuncia così, in un post su Facebook. Nel quale dà un’altra notizia: l’Assemblea che deve eleggere il nuovo segretario dem sarà sabato 21 aprile. Quindi, presumibilmente prima che Sergio Mattarella abbia finito il suo giro di consultazioni, e non a cose fatte, come avrebbe voluto Matteo Renzi. In tempo potenzialmente utile per cambiare la linea dell’opposizione senza se e senza ma voluta dall’ex premier e magari portare il Pd dentro un sempre ipotetico governo istituzionale.
I grandi elettori dell’attuale reggente sono Dario Franceschini e Andrea Orlando. Non a caso, i dialoganti. A loro potrebbe aggiungersi Paolo Gentiloni, la cui discesa in campo, caldeggiata da molti, in primis da Carlo Calenda, viene definitivamente bruciata dalla tempistica (presumibilmente il 21 sarà ancora premier). E poi Graziano Delrio, che resta una figura di mediazione.
Renzi ormai mal sopporta Martina (dinamica per lui abituale, come fu per Gentiloni: lo caldeggiò come premier, per poi nei mesi soffrirlo sempre di più) ma potrebbe persino decidere di far convergere i suoi voti su di lui, per assenza di candidati propri. Lorenzo Guerini sembra indisponibile e Debora Serracchiani non convince.
La battaglia in realtà si sposta sulla durata del segretario che uscirà dall’Assemblea. Ci sono tre date possibili per il congresso: il prossimo ottobre, il 2019 prima delle Europee e il 2021 (quando sarebbe dovuto terminare il mandato di Renzi). Martina nel suo post non parla di futuro congresso. Aspira a un mandato pieno.
In campo però c’è già Matteo Richetti, che sabato lancia la sua corsa. Non all’Assemblea, ma alle future primarie, che si aspetta non più lontane di un anno. E per un congresso nei prossimi mesi anche Renzi potrebbe essersi riorganizzato, magari puntando sullo stesso Richetti. O andandosene, per fare il suo partito.
L’elogio dei ministri, i timori di Di Maio e i sospetti dem
“Con tutti i suoi limiti”, Luigi Di Maio è un ragazzo sveglio e l’altra sera in tv ha lanciato l’amo a chi nel Pd avesse voglia di abboccare. Secondo la versione renziana è solo un modo per “scaricare” su di loro l’accordo con la destra: lusinga i dem, ben consapevole che il corteggiamento non verrà ricambiato, per poi presentare l’accordo con Salvini come l’unica strada percorribile per “cambiare il Paese”. Presto per dirlo. Di certo – a Dimartedì – con l’elogio ai tre ministri “che hanno lavorato bene”, il capo politico dei 5 Stelle ha toccato vette un tempo inimmaginabili. Passi per Marco Minniti, il ministro della linea dura contro l’immigrazione, quello che (diceva Di Maio) “ha seguito quello che proponevamo”. E passi pure Maurizio Martina, che infatti Di Maio ha preferito far “apprezzare” alla candidata del M5S all’Agricoltura, Alessandra Pesce, già nella segreteria tecnica del ministero: se avesse citato quello che dicevano i grillini, avrebbe dovuto ricordare che – dopo avergli imputato malefatte su glifosato e quote latte – per Martina avevano perfino chiesto la sfiducia (motivo, la Xylella). Acqua passata. Ma, tra tutti, il più incredibile resta l’elogio di Dario Franceschini, il ministro della Cultura dei governi Renzi e Gentiloni. Dalle nomine al Mibact (“la sua corte”) fino ai musei: la “figuraccia davanti al mondo” di un tempo, è diventata il fiore all’occhiello dei suoi quattro anni al ministero. “Con tutti i suoi limiti”, dice adesso Di Maio di Franceschini, con buona pace di Virginia Raggi e Luca Bergamo, sindaco e vicesindaco di Roma che, con il ministro, hanno dovuto battagliare parecchio. Nel Movimento sostengono che lo abbia fatto per paura di finire all’angolo, convinto che Mattarella dopo il primo giro di consultazioni a vuoto, non aspetterà in eterno. Così, riprova il modello usato per le presidenze delle Camere, ma con uno schema diverso, “con tutti i suoi limiti” (e per ora si vedono tutti).
“Mi hai offeso, non ti parlo”: il Pd sembra all’asilo nido
Francesco Nicodemo oggi è l’editor della Fondazione “Ottimisti e Razionali” di Claudio Velardi, che ha una mission ambiziosa: lavorare sull’opinione pubblica per superare le distorsioni comunicative sui temi della modernità. Insieme a Filippo Sensi, ex portavoce di Matteo Renzi, Nicodemo è stato tra gli strateghi della cosiddetta “narrazione” dell’era del rottamatore a Palazzo Chigi, nonché responsabile Comunicazione del Pd: nel 2014, per dire, è stato l’inventore della web community, che accompagnò i democratici al successo delle Europee (quelle del famoso 41 per cento).
Nicodemo, è ancora iscritto al Pd?
Non volevo fare la tessera del Pd a Napoli visto lo stato del partito napoletano. L’ho rinnovata lì solo perché uno dei miei migliori amici, Tommaso Ederoclite, era candidato al congresso.
Il giorno dopo le elezioni lei ha twittato: “Premesso che dopo una sconfitta così è il popolo italiano che ha messo il Pd all’opposizione, mi spiegate perché si poteva fare un governo con Forza Italia e i responsabili della Lega e non coi 5 Stelle e LeU?”. La questione ora è di stretta attualità: il Pd deve sostenere un governo o no?
Il Pd può considerare l’ipotesi di partecipare a un governo se ci fosse la necessità di un esecutivo di responsabilità nazionale. Amministrano comuni e regioni, non possono dire che non gliene frega niente del destino del Paese. La guardo in maniera neutra, per fare un governo ci sono due strade: o decidi di fare una coalizione o decidi di fare una coalizione (sorride, ndr). Ma usare l’argomento da asilo nido del “ci hanno insultato, ci hanno offeso” per chiudere sul nascere un eventuale dialogo col M5S – ma solo su un governo di responsabilità – non vuol dire niente, non ha senso.
Potrebbe chiederlo il capo dello Stato.
Potrebbe. Come potrebbe formarsi un governo M5S- Lega. Non lo sappiamo, è presto.
Qualcuno dirà che lei scende dal carro di Renzi dopo la sconfitta.
Non sono mai sceso, perché non sono mai salito su un carro. Semmai l’ho spinto. Ho solo condiviso un progetto riformista che Renzi in quel periodo ha rappresentato.
Come valuta il comportamento di Renzi oggi?
Si è dimesso. Non è mai scontato.
Però non sembra aver mollato la presa.
Mica può essere solo il senatore di Scandicci! Graziano Delrio ha ragione quando dice che Renzi è un pezzo fondamentale del partito.
Come le sembra il partito in questo momento?
Chiuso in un angolo. Il Pd vuole rimanere ai margini o provare a capire le ragioni della sconfitta? Non mi pare stiano seguendo la seconda strada.
Come si esce dall’angolo?
Non bisogna stare dentro a questo nuovo bipolarismo Lega-M5S, ovvero la destra e il nuovo centro politico. Ma oltre e fuori. Per ricostruire un’area di progresso che nel paese esiste: diritti, lavoro, giustizia sociale.
Cosa ha sbagliato il Pd in campagna elettorale?
Ha raccontato per la maggior parte del tempo che il M5S non era in grado di governare e che la Lega era una minaccia di deriva autoritaria. Quando imposti la campagna tutta “contro” ti metti in una posizione residuale. Gli elettori non votano contro. Votano per un progetto. Molti si sono chiesti “cosa vuole fare il Pd per il Paese?”. E senza risposte hanno votato altro. Eppure secondo me il Pd aveva governato bene.
Qual è l’errore da non commettere adesso?
Continuare a stare tutto il tempo a commentare quel che stanno facendo il M5S e la Lega. Faccio un esempio, Roberto Fico. Viene eletto presidente della Camera e va in bus a Montecitorio e a piedi al Quirinale. Non bisogna perdere tempo a commentare questa invenzione comunicativa, chi se ne frega? Bisogna provare a rimettere in piedi le ragioni per cui il Pd può ancora essere utile a questo Paese.
C’è qualcuno nel Pd che secondo lei si sta muovendo nella direzione corretta?
La lettera di Martina a Repubblica è molto condivisibile. Vista la batosta, il tema non deve essere un congresso per la sostituzione di una leadership, ma la ricostruzione di un rapporto con la comunità democratica. Mi pare che stia provando a tenere la barra dritta.