Altro giro, altra corsa: Giuliano Amato è ancora “quirinabile”. E chi, se non lui? Da 40 anni è associato a ogni genere di incarico pubblico: due volte premier, quattro volte deputato, due volte ministro del Tesoro, ministro dell’Interno, presidente dell’Antitrust, vicepresidente della Convenzione europea. E ancora: presidente della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, della Treccani, del Comitato dei garanti per i 150 anni dell’Unità d’Italia, presidente onorario dell’Aspen Institute; presidente (solo per un mese) della “commissione Attali” alla vaccinara sotto il sindaco Gianni Alemanno; consulente di Deutsche Bank, consigliere di Monti per i tagli ai costi della politica (sic), giudice e tuttora vicepresidente della Corte Costituzionale. Nel dizionario alla voce establishment si potrebbe tranquillamente pubblicare la foto del Dottor Sottile (copyright di Eugenio Scalfari, per il fisico magro e l’eloquio affilato).
Da grandi poteri derivano grandi responsabilità ma pure grandi trattamenti economici: pensione pubblica da 22mila euro e vitalizio parlamentare da 9mila (che dichiara di dare in beneficenza), ma dopo la nomina alla Consulta – il Dottor Sottile ne fa un punto d’onore – quei due assegni sono stati sospesi e si è dovuto accontentare del compenso da giudice (360mila euro lordi l’anno).
Come dire: qualche soddisfazione se l’è tolta, malgrado si sia ritirato dalla vita pubblica già due volte. La prima nel 1993, alla caduta del suo governo: “Ho deciso di lasciare la politica. Solo i mandarini vogliono restare sempre e io sono in Parlamento ormai da dieci anni. Mi considero imprestato alla politica”. Il prestito è diventato usucapione. La seconda volta ha detto addio nel 2008: “Con la politica ho chiuso”. Socchiuso, diciamo.
Tra le qualità del Dottor Sottile non spicca la modestia. Dei numerosi incarichi ottenuti sostiene di non averne voluto nessuno: “Per tre cose sole ho fatto io la domanda, il concorso per essere ammesso al collegio pisano, quello per la Libera Docenza e il concorso universitario che mi ha portato alla cattedra nel 1970. Tutto il resto l’ho fatto o lo sto ancora facendo, perché altri hanno ritenuto di chiedermelo”. Manca solo la presidenza della Repubblica. Amato ha moltissima stima di sé e in fondo non se ne capacita. Nel 2013 sembrava davvero il suo turno (a Palazzo Chigi gli fu preferito Enrico Letta, al Quirinale un Napolitano bis) e fece davvero fatica a deglutire la delusione. Finì per dare la colpa a Twitter: “Sono giorni di grande amarezza per me – disse al Corriere. Ho visto il mio curriculum, lo specchio di una vita in cui io ho manifestato capacità, competenze e nulla altro, addotto a esempio di ciò che dobbiamo distruggere. Purtroppo su questo pesa anche l’attuale condizione di un ceto politico le cui letture non vanno molto oltre Twitter, e se su Twitter legge 50 commenti negativi su di me ne desume che il popolo mi vede male”. Nel 2015 pareva ancora il suo turno, ma incassò con stile: “Mattarella era il mio candidato preferito, dopo di me”.
E stavolta? Al Pd il suo profilo piace sempre, come testimonia il caloroso applauso durante una delle sue ultime uscite pubbliche, il convegno in Senato per Emanuele Macaluso del 1º ottobre. Con Silvio Berlusconi è in sintonia dal lontano 1984, quando Sottile era ancora craxiano, non aveva rinnegato l’amico Bettino e firmava il primo di tanti decreti “salva Mediaset”. Ora persino i 5Stelle, balcanizzati come sono in Parlamento, si aggrapperebbero a ogni genere di soluzione in nome della “stabilità” (tutto tranne le urne). Forse gli andrebbe bene addirittura Amato. Ieri titolare dell’odiata Casta, oggi riserva dell’amata Repubblica.