Renzi teme Martina: “E se va al Quirinale e dice sì all’esecutivo?”

“Ascolteremo il presidente Mattarella e vedremo se ci saranno indicazioni, non saremo insensibili al suo lavoro delicato, il nostro è un partito che ascolta sempre il presidente della Repubblica e le sue indicazioni”. Maurizio Martina, reggente del Pd, ogni giorno un po’ meno vicino all’ex segretario, in mattinata, intervistato a Circo Massimo, si lascia andare a una considerazione che sembrerebbe piana, ma che invece non è per niente scontata. Perché “ascoltare” Mattarella tradotto significa soprattutto una cosa: dare la disponibilità a prendere in considerazione un governo istituzionale o di scopo che dir si voglia, ove il Presidente lo chiedesse.

Una soluzione alla quale sono disponibili praticamente tutti i big non renziani (da Andrea Orlando a Dario Franceschini, passando pure per Graziano Delrio e Paolo Gentiloni), ma che all’ex premier non piace affatto. Anzi, le dichiarazioni del reggente per Renzi sarebbero pure la prova di una trattativa in corso con i 5 Stelle. Confermata da quello che ieri ha detto Luigi Di Maio a Di Martedì: “Io mi rivolgo al Pd che in questo momento non ha più come segretario Renzi, ma Martina con cui abbiamo interloquito più volte in questi giorni”. Lo conferma il reggente: le interlocuzioni, come aveva scritto Il Fatto, sulle presidenze delle Camere sono state continue, e non solo con lui, ma anche col resto del Movimento. Di Maio, anzi, dice di più: nel Pd “ci sono personalità che hanno lavorato bene come lo stesso Martina, Minniti, anche Franceschini”. Una avance un po’ troppo scoperta, che spinge Martina al no pubblico in serata: “Caro Di Maio, noi non ci prestiamo a questi giochetti: chi tenta di dividere il Pd non ci riuscirà”.

Per Renzi, invece, la linea non si discute ed è quella espressa dal capogruppo in Senato, Andrea Marcucci: “Il Pd dirà al presidente Mattarella che non siamo disponibili”. Tanto è vero che l’uscita di Martina a Renzi non è andata giù. Lui ci tiene, anzi pretende, che la linea dei dem al Colle sia “tocca a loro”. E che dunque il Pd si dica indisponibile sia a un governo con i Cinque Stelle, che a uno con la Lega.

Domani la delegazione del Pd salirà al Colle numerosa e variegata: ci sarà Matteo Orfini, presidente del partito, che deve vigilare e garantire per Renzi; ci sarà Martina, il reggente, che a questo punto esplicitamente risponde più ai non renziani. E poi, il capogruppo alla Camera, Graziano Delrio, un post-renziano ancora abbastanza vicino all’ex leader e Marcucci, longa manus dell’ex premier.

Quattro sono già troppi perché Renzi li possa controllare tutti: e così domattina alle 8.30 – prima dell’incontro con Sergio Mattarella, previsto per le 10 – il gruppetto si riunirà per concordare bene cosa dire e come dirlo. Renzi sarà fisicamente assente, ma cercherà di far arrivare tutta la sua pressione. In realtà neanche lui esclude completamente e categoricamente un governo di tutti, ma pensa che non si debbano precorrere le tappe, che non si debbano offrire soluzioni prima del tempo. Ovvero prima di qualche giro al Quirinale, che quantomeno evidenzi l’incapacità degli altri. Non a caso Marcucci ieri ha chiuso immediatamente alla proposta di Luigi Di Maio di un governo o con la Lega o con il Pd, a patto che sia derenzizzato: “La proposta del leader 5 Stelle è ovviamente irricevibile”.

Mentre Renzi è tutto preso dal progetto di tenere saldamente il Pd sull’Aventino, gli altri cominciano a temere che il primo giro al Colle più che andare a vuoto finisca per cristallizzare una serie di posizioni da cui poi sarà difficile tornare indietro, come il veto di Di Maio a Berlusconi e quello di Salvini al Pd. In questa situazione chissà che domani nella stanza di Mattarella ognuno non finisca per dire la sua.

Di Maio: “Contratto di governo col Pd o con la Lega. Mai con B.”

Un contratto di governo “come quello che hanno fatto in Germania”, per i due forni. Nella convinzione che uno, quello del Pd ancora sotto il giogo di Renzi, che pure definisce “il primo interlocutore”, non si accenderà. E nella speranza che l’altro, quello della Lega, strappi presto con il Berlusconi che vuole ancora essere al centro del gioco. Alla vigilia delle consultazioni, Luigi Di Maio cala la carta per stanare gli altri giocatori. Ossia, offre ai dem o al Carroccio di scrivere assieme un contratto per un programma di governo, sulla falsariga di quanto accaduto tra i partiti in Germania. Un testo con dentro il reddito di cittadinanza, una legge anti-corruzione e una sul conflitto di interessi, la più temuta da Silvio Berlusconi. E con due clausole non trattabili: niente Forza Italia e un premier certo, cioè Luigi Di Maio.

Il capo del M5S, che ieri ha voluto “parlare” innanzitutto al Quirinale, mostrando che il Movimento è responsabile, tanto da poter governare con due partiti opposti per idee e storia. Comunque una svolta per i 5Stelle, che avevano sempre demonizzato le alleanze. Ma il tempo passa molto in fretta da quando comanda Di Maio. E allora ecco il contratto. “L’ultima chiamata per i dem”, come lo definiscono nel M5S. L’ultimo appello a un partito a cui il candidato premier riserva parole di miele in un’intervista a Di Martedì: “Il primo interlocutore è sicuramente il Pd con l’attuale segretario e con le persone che in questi anni hanno lavorato bene”.

L’invito è chiaro: liberatevi di Matteo Renzi. E date tutti i poteri a Martina, “con cui abbiamo interloquito più volte in questi giorni”. Poi arriva l’appello per Salvini: “Deve scegliere tra la rivoluzione e la restaurazione, se mollare Berlusconi e cominciare a cambiare l’Italia o restargli attaccato e non cambiare nulla”. Ed è lui il vero principale interlocutore con cui Di Maio si sente di continuo. L’alleato probabile, a cui vuole mettere fretta. Ed ecco perché tutte quelle parole sul Pd. “Matteo vuole fare l’accordo con noi, ma fa fatica nel rompere con Berlusconi” riassume una fonte. Quindi chiede tempo. E ieri lo ha fatto capire in un’intervista a Libero anche Massimiliano Fedriga, candidato governatore per la Lega in Friuli-Venezia Giulia: “Dopo le Regionali di fine mese si chiude, sui fatti”. Tradotto, prima vinciamo in Regione con la coalizione di centrodestra. Ma Di Maio ha premura. Vuole concludere la partita già nel secondo giro di consultazioni al Quirinale. Anche perché teme che col passare dei giorni possano cercare il ribaltone: un governo anti-M5S, fatto dal centrodestra con un pezzo del Pd. Magari guidato da un premier leghista (Giancarlo Giorgetti). Fantapolitica, forse. Però il timore della contromossa affiora. Assieme all’ennesimo no di Di Maio a un governo di tutti: “La pazienza degli italiani ha un limite. Sento parlare di Cottarelli, Cantone, Severino come possibili premier: persone che non hanno preso un voto”.
Appena nel pomeriggio le agenzie diffondono l’intervista, i partiti esplodono. Ed è soprattutto Forza Italia ad agitarsi, con Berlusconi: “Di Maio chi si crede di essere? Nessun veto, devono parlare anche con me”. Mentre la capogruppo alla Camera Mariastella Gelmini dice in chiaro: “È FI a non voler fare un governo con Di Maio”. Salvini invece aspetta un po’. Poi risponde con tono fintamente risentito: “A differenza dei 5Stelle, la Lega esclude alleanze col Pd. La coalizione che ha preso più voti è quella di centrodestra e da questa si riparte, dialogando anche con il M5S ma senza veti o imposizioni”. Nel frattempo Di Maio raduna i suoi parlamentari alla Camera per un’assemblea. E rimette in fila i paletti: “Il premier devo essere io, abbiamo preso 11 milioni di voti: è una questione di rispetto verso gli elettori”. Poi rivendica: “Il nostro rifiuto di trattare con Berlusconi ha pagato, si è visto sulle presidenze delle Camere”. Quanto al centrodestra, “è composto da tre partiti con tre programmi diversi e tre candidati premier diversi”. Ergo, Salvini si può convincere. “La Lega è la soluzione preferita dalla nostra base, il Pd è visto come il partito delle banche” conferma un big.

Intanto dal Colle osservano. E leggono le frasi di Di Maio come un’accelerazione verso un possibile accordo con il Carroccio. Ma molto dipenderà anche da quanto spazio lascerà Salvini a un accordo con il M5S nel colloquio con Mattarella. Perché è da lì che potrebbe partire il Colle, alla ricerca di una maggioranza. Mentre nel Movimento lavorano al contratto di governo. Dentro ci sarà una versione sfumata del reddito di cittadinanza, “buona per parlare a tutti”. Mentre domani a Mattarella sarà illustrato il Def a 5Stelle. Dove spiegano che il primo mattone del reddito di cittadinanza sarà la riforma dei centri per l’impiego. Poi, un po’ più tardi, arriverà la misura vera e propria. Un lieve slittamento, per coprirsi le spalle. In attesa di un alleato. E il primo indiziato resta Salvini, con cui Di Maio potrebbe incontrarsi tra venerdì e sabato.

Il sequestro Martina

Noi vorremmo qui esprimere la nostra più sentita solidarietà all’autoreggente del Pd Maurizio Martina che non tutti lo sanno, ma è stato vilmente sequestrato dopo la strage del 4 marzo dalle Brigate Renziane, che da un mese lo tengono proditoriamente in ostaggio nella prigione del popolo di Largo del Nazareno. Qui il prigioniero politico viene vilmente torturato giorno e notte con trattamenti disumani, proibiti dalle convenzioni di Ginevra, tipo la filodiffusione a tutto volume di discorsi e audiolibri di Renzi. E interrogato ogni mattina dai suoi carcerieri, ansiosi di sapere: a) se per caso gli passino per la testa idee originali, cioè deviazioniste rispetto alla linea ufficiale del partito; b) chi gliele abbia inculcate; c) quali altri traditori e apostati le condividano. Lui, al momento, nega tutto: “Ma che dite, come potrei mai mettermi contro il nostro leader, il nostro faro, la nostra guida, la nostra stella cometa, il nostro unico sole?”. Quelli però insistono: “Ci è giunta voce che qualcuno intorno a te accarezza tentazioni collaborazioniste con il Simp, lo Stato Imperialista del Movimento Pentastellato: sputa il rospo, fuori i nomi e i cognomi e sarai libero!”.

Ma lui niente, resiste tetragono persino alla più terribile delle minacce: trascorrere un’intera notte ad ascoltare un comizio della Boschi a palla, per giunta in lingua tedesca. Ieri mattina, la svolta: grazie a un cellulare dimenticato nella stanza dai sequestratori, il prigioniero è riuscito a mettersi in contatto con Massimo Giannini, che ha raccolto il suo grido di dolore nel programma Circo Massimo su Radio Capital. Purtroppo l’ostaggio appariva psicologicamente provato dal lungo stato di cattività e le sue parole vanno in parte interpretate, in parte decrittate. Impresa non facile, subito affidata a una squadra di esperti in codici cifrati, anche con l’ausilio di sedute spiritiche. “Non auspico il ritorno alle urne e non tifo per un voto anticipato”, ha detto il pover’uomo con un fil di voce, lasciando intendere di voler scongiurare lo scioglimento delle Camere e agevolare la nascita di un governo coi voti del suo partito che, per quanto malconcio, è pur sempre il secondo più votato dopo il M5S. Tutto sarebbe stato più chiaro se, a ciò che non auspica e per cui non tifa, egli avrebbe potuto aggiungere cosa auspica e per cosa tifa. Che so: “Siamo disponibili a sostenere un governo su un programma che ci convinca, com’è naturale in un sistema proporzionale che noi stessi abbiamo voluto con il Rosatellum”. Ma il fresco ricordo delle sevizie subite per mano delle Brigate Renziane l’ha dissuaso dal dire di più.

Però, con la stessa tecnica subliminale del non auspicio, ha proseguito: “Non auspico un governo formato dai 5Stelle e dalla Lega: per i contenuti e per il merito delle scelte, mi preoccupa. Non faccio i salti di gioia”. Anche lì, sarebbe stato molto più semplice spiegare come intendesse scongiurare la da lui non auspicata e per lui non gioiosa alleanza dimaian-salviniana: se i 5Stelle non devono parlare con la Lega e non vogliono parlare con Berlusconi, non c’è nessun altro con cui possano parlare salvo il Pd. Ergo Martina avrebbe potuto almeno dirsi disponibile – in caso di rilascio, è ovvio – a un incontro con i 5Stelle, che finora sono riusciti a parlare con tutti fuorché col Pd. Ma evidentemente lo choc per il sequestro era tale da suggerirgli di restare sulle negazioni anziché passare alle affermazioni. Poi, spaventato dal suo stesso non-auspicio, lo ha attenuato con il giuramento che il Pd starà comunque all’opposizione, anche se non sa ancora contro quale governo. Giuramento che tuttavia gli è parso eccessivo, infatti l’ha edulcorato con un “ascolteremo le indicazioni del Quirinale”.

La domanda sorgeva spontanea: ammesso e non concesso che il Quirinale, inteso come palazzo, parli e fornisca indicazioni, oppure – ipotesi ancor più remota – che a parlare e a fornire indicazioni sia Mattarella, al Pd sarebbe indifferente appoggiare un governo col centrodestra o uno con i 5Stelle? Pur nel suo stato di evidente soggezione, l’ostaggio ha lasciato trapelare alla sua maniera un sottilissimo distinguo fra le due ipotesi: “Non c’è possibilità per il Pd di dialogare con la destra e Salvini, perché ci sono punti sostanziali di merito che fanno la differenza e non vedo punti in comune nel confronto sui temi”; invece un governo con i 5Stelle “è un percorso difficile, perché non mi pare affatto che il M5S abbia oggi quelle intenzioni. E poi conta il merito… Ci sono scelte di merito che ci differenziano”. Quindi, par di capire, ci sono anche scelte di merito che non differenziano Pd e M5S: “Noi rappresentiamo l’alternativa al centrodestra e anche a diverse proposte dei 5Stelle”. A quel punto, sulle ali dell’entusiasmo, il recluso s’è abbandonato a una dichiarazione decisamente sbarazzina, quasi border line: “Non penso che dobbiamo isolarci o metterci nel freezer, dobbiamo lavorare per ricostruire il nostro rapporto con il Paese e certamente dare battaglia in Parlamento. Se ci sarà la possibilità di costruire su alcuni punti fondamentali di proposta nostra intese o avanzamenti certo non dobbiamo sottrarci”. Mancava solo che dicesse a chi proporre i punti d’intesa, e forse stava proprio per dirlo. Ma d’improvviso la voce gli si è incrinata ed è scattata la repentina retromarcia, causata con ogni probabilità dall’irruzione dei carcerieri nella stanza e dal gelo della canna del fucile puntata alla tempia: “Confermo la linea dell’opposizione decisa dalla Direzione del partito”. Parole comprensibili da chiunque, noi per primi, abbia a cuore l’incolumità di Martina. Casomai domani salisse al Colle scortato da Orfini, Delrio e Marcucci, i corazzieri sono pregati di disarmarli.

Ma i saloni sono in crisi: la fuga dei costruttori

Il barometro dei saloni tradizionali dell’auto segna bassa pressione e all’orizzonte si parano nubi cariche di pioggia. Che tirasse una brutta aria lo si era capito già da febbraio, quando Mercedes aveva annunciato la sua assenza dall’edizione 2019 del North american international auto show (Naias) di Detroit, andando ad affiancare la precedente defezione del gruppo Jaguar-Land Rover. A queste defezioni si sono aggiunte da poco anche quelle dei bavaresi di Bmw e, visto l’andazzo, c’è da giurare che non saranno le ultime. Forfait a ripetizione che stanno convincendo gli organizzatori a spostare il Naias da gennaio ad ottobre per evitare concomitanze pericolose con il Ces (Consumer electronics show) di Las Vegas, in programma sempre all’inizio dell’anno: ormai, è un dato di fatto, i costruttori prediligono le kermesse high-tech.

Ma il brutto tempo si sta spostando anche in Europa. Al punto che un’istituzione come il salone di Ginevra ha annunciato una formula nuova per la prossima edizione: la partnership con l’Ifa, la più importante fiera tecnologica di Germania. Il che non ha comunque messo al riparo il prossimo grande auto show europeo, quello che si terrà a Parigi dal 4 al 14 ottobre. Sotto la Torre Eiffel, infatti, non ci saranno marchi del calibro di Ford, Volvo, Mazda, Nissan, Mitsubishi, Subaru e Infiniti (brand premium di Nissan). Ad oggi, poi, pare non siano ancora stati confermati gli spazi espositivi di Volkswagen, Seat e, dopo l’assenza a Ginevra, pure di Opel.

E i saloni dell’auto cinesi, giapponesi e indiani se la ridono: lì di nuvole non ce n’è neanche l’ombra.

Emissioni, il braccio di ferro degli Usa

Donald Trump prosegue nella demolizione dei pilastri del suo predecessore. Dopo aver giubilato l’Obamacare, nel mirino di Mr. President ci sono le emissioni nocive delle auto: l’obiettivo è annacquare i limiti legali che Barack Obama, dopo negoziazioni con le case automobilistiche, aveva fissato nel 2011 per contrastare l’inquinamento atmosferico. Operazione iniziata qualche tempo fa con la nomina di un negazionista dei cambiamenti climatici a capo dell’Agenzia ambientale federale Epa, Scott Pruitt, che in più occasioni ha giudicato “non adeguati” i limiti fissati per il triennio 2022-2025.

Proprio in questi giorni, su pressioni della lobby dell’auto americana, si stanno redigendo nuovi standard, che verranno resi noti tra maggio e giugno. Forse ad annunciarli non sarà Pruitt, impegnato a difendersi dall’accusa di conflitto di interessi. La casa – nel prestigioso quartiere di Capitol Hill a Washington – dove ha vissuto per sei mesi lo scorso anno, pagando circa un terzo del valore effettivo dell’affitto, è infatti di proprietà di un lobbista dell’industria dell’energia che ha rapporti con l’Agenzia stessa. L’America a queste cose fa ancora caso. Così come non è passato sotto silenzio che la California abbia fatto sapere, seguita da parecchi altri stati federali, di voler continuare ad applicare in ogni caso le (severe) norme già fissate da Obama. Ora il rischio è quello di un braccio di ferro che spacchi in due il mercato yankee dell’auto.

I suv sfilano a New York

Si trova nella città più cosmopolita degli Stati Uniti: forse è per questo che il Salone di New York 2018 – aperto al pubblico fino al 9 aprile – ha un gusto insolitamente europeo. Niente truck lunghi 6 metri o altre elefantiasi simili. Le novità di tendenza continuano a essere gli sport utility, ma con l’impostazione che convince anche al di qua dell’Atlantico. È il caso della celebre Toyota Rav4, in arrivo nel 2019: la nuova edizione è costruita sulla piattaforma modulare Tnga (Toyota New Global Architecture), già usata per Prius e Auris. Lunga 4,6 metri, presenta un design piacevolmente spigoloso e un passo allungato di 3 centimetri, a tutto vantaggio della spaziosità interna della vettura.

Sofisticata la meccanica ibrida, composta da un 4 cilindri benzina di 2,5 litri, due motori elettrici e un cambio a variazione continua. La Rav4 Hybrid prevede la trazione integrale, ma senza il tradizionale giunto di collegamento fra gli assi: la motricità dell’asse posteriore è affidata a uno degli elettromotori, integrato “via cavo” al resto della meccanica.

Il tutto è tarabile con programmi di guida che ottimizzano la resa in fuoristrada o l’efficienza. La Rav4 ibrida sarà proposta anche a trazione anteriore, con singolo motore elettrico incorporato nel Cvt (cambio continuo). Disponibile pure un 2 litri a benzina – con cambio manuale o automatico e trazione integrale con albero di trasmissione – ma niente versioni turbodiesel.

“No a un suv più piccolo del Levante, diluirebbe l’esclusività Maserati. Puntiamo alla redditività più che ai volumi di vendita. Un Levante V8? Improbabile: avrebbe poco mercato”: nel 2016 era questa la linea ufficiale della marca. Tuttavia, l’arrivo del baby-Levante è stato confermato a ottobre scorso e ora Maserati toglie i veli alla Levante Trofeo con motore a 8 cilindri: 3.8 litri, 590 Cv di potenza e 730 Nm (newtonmetro) di coppia, buoni per arrivare a oltre 300 Km/h. Le quattro ruote motrici e il cambio automatico a 8 marce, poi, le consentono di schizzare da 0 a 100 all’ora in 3,9 secondi.

Altrettanto bestiale la Jaguar F-Pace SVR, col V8 5.0 Supercharged da 550 Cv e 680 Nm: 0-100 km/h in 4,3 secondi e 283 orari. I suoi assi nella manica: assetto irrigidito, sospensioni attive, freni maggiorati e 4×4 con differenziale posteriore attivo. Impostazione totalmente diversa per l’Audi RS5 Sportback: sotto al cofano c’è un V6 2.9 biturbo da 450 Cv e 600 Nm. La berlina-coupé brucia lo 0-100 km/h in 3,9 secondi e tocca i 250 all’ora autolimitati. La trasmissione sfrutta un cambio automatico a 8 rapporti e la trazione integrale con differenziale centrale meccanico: in opzione quello posteriore sportivo e i freni carboceramici.

Comunicare (con il male): servono nuove Lingue

Conoscendo la storia che ha ispirato Tommaso Di Giulio per il suo nuovo album “Lingue”, ti aspetti che sia il dolore il sentimento dominante delle sue 11 canzoni. E invece, tutt’altro. Nato nel segno del padre, come esplicitato nel retrocopertina e in Canzone per S. che apre il disco, “Lingue” parla del bisogno di imparare a comunicare in modo diverso con una persona importante colpita da una malattia a cui viene sottratta la memoria e la percezione della realtà. Non è un album triste né ironico, ma ricerca la luce sin dalla seconda traccia (A chi la sa più lunga e Le notti difficili su tutte) e ha un’attitudine rock per come è stato pensato, suonato e registrato. “Dov’è il dolore, là il suolo è sacro”, diceva Oscar Wilde, e Tommaso lo conferma: inizialmente infatti doveva essere un lavoro differente, più leggero ed eterogeneo, poi eventi spiacevoli lo hanno portato a riscrivere tutto. E meglio. Se è vero che le più belle opere sono ostinatamente dolorose, Lingue rappresenta il punto più alto della carriera di Di Giulio.

Una passerella tra il jazz e gli altri mondi

Lasciate, per ora, alle spalle le atmosfere elettrico-elettroniche del suo quartetto franco-italiano Matteo Bortone (contrabbasso), alla terza prova da leader, va alla scoperta di spazi di ambiguità e ne sottolinea i contrasti. Con Enrico Zanisi (pianoforte) e Stefano Tamborrino (batteria) dà vita a un nuovo trio e si concentra sul lato più introspettivo della musica. Nasce così “ClarOscuro”, sintesi della nuova visione musicale di Bortone: un continuo alternarsi di sonorità volte a creare atmosfere che all’interazione preferiscono la giustapposizione. Seguendo questa linea, “ClarOscuro” predilige l’evocare al raccontare, trame sonore che si svelano poco a poco lasciando spazio alla sensibilità del singolo. “Ho sentito la necessità di cambiare sonorità, di dirigermi verso ambienti più acustici – spiega Bortone –. Di proporre un repertorio di brani molto lunghi e miniature brevi ma con al centro le molte possibilità aperte dal passare da parte scritta a improvvisazione e viceversa. Dinamiche che responsabilizzano molto pianoforte e batteria, per questo ho chiesto a entrambi di appropriarsene come se fossero brani scritti da loro”.

La sensibilità dei singoli fa il resto, e permette loro di avvicendarsi nel ruolo di leader senza sminuire il suono di gruppo. Che intanto amicca a sonorità contemporanee. “Gli anni di studio e formazione in Francia sono stati fondamentali dal punto di vista strumentale e compositivo. Ho avuto la fortuna di incontrare una didattica aperta verso ogni direzione – precisa Bortone –. L’elemento più decisivo sperimentato in Francia è proprio la passerella tra jazz e gli altri mondi, uno su tutti la musica contemporanea”. Con “ClarOscuro” si riscopre il piacere nel guardarsi intorno, dell’incontro con la musica senza limitazioni o settarismi da puristi. I 12 brani del cd ne sono dimostrazione, fra improvvisazioni che si snodano giustapponendo progressioni armoniche a elementi ritmici, ora sgretolati e ora ricostruiti collettivamente, per dar vita a un caleidoscopio dove si può definire un’idea musicale senza descriverla nei minimi particolari.

Magia di Awa Ly: canta nel mondo. E l’Italia non lo sa

La portò con sé nel tour mondiale del 2013 e cercò di introdurla ai misteri della “parlesia”, il criptico gergo con cui i musicisti napoletani si scambiano informazioni segrete. “Pino Daniele dialogava così con Tullio De Piscopo”, ricorda Awa Ly con nostalgia, “e decisero di farmi diventare loro complice”. Nessun problema, Awa è poliglotta per natura e vocazione: culla a Parigi da una famiglia di origine senegalese, studi in economia in terra d’America, cuore e indirizzo a Roma. “Sono arrivata qui all’inizio del millennio, dovevo restare sei mesi. Non me ne sono più andata”. Se non per viaggiare. Awa è appena tornata da una tournée in Francia e ha già le valigie pronte per concerti tra Germania e Austria. In Giappone sono pazzi di lei: un suo album-progetto di standard francesi (Chantons! Paris Jazz) tra Piaf, Bécaud, Aznavour, Montand ma realizzato con musicisti capitolini, è andato a ruba. E da noi? Nel giro dei club romani Awa è ben conosciuta e amata, e anche nel resto d’Italia questa fenomenale chanteuse ha un pubblico non esiguo. Perfino i nostri registi si sono accorti di lei: Luchetti l’ha fatta recitare in La nostra vita, Massimiliano Bruno l’ha voluta per Nessuno mi può giudicare, Castellitto le ha fatto vestire i panni di una suora in Fortunata, mentre Ozpetek ha scelto suoi brani per la colonna sonora di Allacciate le cinture. E i discografici? Incapaci di fare scouting al di fuori dei talent, hanno ignorato il suo ultimo magnifico album, Five and a Feather. Per i cervelloni dell’industria musicale tricolore, è l’ennesima occasione perduta per sprovincializzare uno scenario deprimente. Eppure basterebbe farsi un giro su Spotify o sulle piattaforme digitali per valutare una come Awa Ly: o farsi una gita oltre confine, dove le regine del folk-soul-world fanno il sold out. Nomi come l’intrigante Mariama (della Sierra Leone) o Imany, voce di velluto delle Comore, e naturalmente la maliana Rokia Traoré o la marocchina Hindi Zahra riempiono l’Europa di bellezza, altro che esotismi di nicchia. Per non dire, tra gli uomini, di quella sorta di Bob Marley senegalese di Faada Freddy: cantando in wolof, compare anche nel disco di Awa per un duetto struggente su Here, il brano ispirato dal naufragio del 3 ottobre 2013 al largo di Lampedusa. Morirono 368 migranti. “Non è accettabile che il luogo dove nasci sancisca un pieno diritto alla vita. È atroce dover attraversare deserti e mari per sperare in un altro destino. Dopo la pubblicazione del mio duetto con Faada Freddy la canzone ha causato un effetto domino: altri interpreti hanno voluto offrire contributi ciascuno nella propria lingua, dalla Tunisia al Benin, dal Brasile all’Argentina, Guadalupe, Croazia. E l’Italia, con Roberto Angelini”, spiega Awa Ly. Five and a Feather nasce da un sogno. “Una sciamana mi raccontava storie, e alla fine è svenuta. Storie con il numero magico del cinque: quello dei continenti, gli oceani, le righe del pentagramma, le dita. Quel che serve per esplorare il mondo. E la musica”.

Tutti pazzi per lo SWING

È nato come genere “negroide ed epilettoide”, è rinato come musica “interrazziale e transgenerazionale”; allora lo suonavano e lo ballavano i “ribelli” con destinazione campo di concentramento, ora lo suonano e lo ballano musicisti elitari e danzatori beneducati: la storia si ripete sempre due volte, la seconda come farsa, forse.

Come tutte le mode che tornano di moda, anche per lo swing è difficile individuare i motivi del gran rispolvero – ma ci si prova. Intanto è utile ricordare che, sia negli anni 30-40 del XX secolo sia nei 10-20 del XXI, il mondo tenta di riprendersi da una grave crisi economica con rinnovata allegrezza: benché la copia (oggi) sia decisamente più edulcorata e meno trasgressiva dell’originale (ieri), le velleità artistico-sociali restano le stesse.

È UNO STILE DI VITA. Questo è in primis lo swing, come lascia intendere il celebre verso di Duke Ellington: “It don’t mean a thing, if it ain’t got that swing” (“Non significa nulla, se non ha quello swing”). Renzo Arbore, tra i primi a sdoganarlo a Sanremo-Italia, rincara: “È come il coraggio di Don Abbondio: se non ce l’hai, non te lo puoi dare”. Oggi, però, di coraggio e ironia lo swing ne ha molto meno: “Non ricordo più che sapore ha la felicità”, canta Simona Molinari, mentre una volta c’era Ernesto Bonino: “Conosci mia cugina/ Se nel bar la inviti a prendere un cocktail se ne beve cinque o sei”.

È SOCIALE, INTERRAZZIALE. Nato negli anni Venti, lo swing fu codificato nel 1935 e la sua età dell’oro si protrasse fino al 1945. Prime piazze furono la Kansas City di Count Basie e la New York di Duke Ellington, subito seguiti da “the King” Benny Goodman con la sua Big Band. Creata e perfezionata da artisti neri, questa particolare forma di jazz fu presto “scippata” dalle orchestre bianche, che la produssero su scala industriale: ciononostante lo swing è considerato un felicissimo esperimento di meticciato, anche se oggi il fenomeno è più sulla carta che sulla pista.

È DANZERECCIO. Sono stati i ballerini, prima ancora dei musicisti, a riportarlo in auge nel terzo millennio, anche perché è un ritmo molto più facile da ballare che da suonare. Il primo famoso performer fu George Snowden, detto “Shorty” in confronto alla partner “Big Bea”: fu a lui che si deve il nome, se non l’invenzione tout court, del lindy hop, lo stile di ballo sulle note dello swing, imparentato con il charleston e antenato del boogie- woogie e del rock. Pure il lindy ha origini afroamericane – ad Harlem – ed è considerato un virtuoso esempio di integrazione tra bianchi e neri.

È EDUCATO. Molti fanatici dello swing odierno osservano – anche fuori dalla pista – i principi dell’amor cortese anni Trenta, dal baciamano alle galanterie nei confronti del gentil sesso, dall’abbigliamento morbido al trucco e parrucco ammiccanti, ma mai volgari. In sala si mescolano le buone maniere da ballo liscio e la frenesia del rock, e i ruoli della coppia sono solidamente determinati: no genderless, metrosexual, sexual fluidity… Lui è “leader”, lei è “follower”, e pazienza per le femministe.

È PROMISCUO. Suonato spesso nei bordelli, in America lo swing fu inizialmente stigmatizzato come genere depravato, “orgia ritmica dei cannibali”. Non godette di migliore stampa nell’Europa nera: i nazisti lo misero al bando, spedendo nei lager molti musicisti, mentre i fascisti lo censurarono in quanto ritmo “negroide”. Benché l’originale connotazione erotica si sia annacquata, resta la vocazione promiscua: nella danza, ancora oggi, esistono gare di improvvisazione in cui vige lo scambismo di coppia e il tira-e-molla tra partner.

È DOVUNQUE. Dall’Europa alla Corea, negli ultimi due anni lo swing è esploso. Anche in Italia la scena è in espansione, tra locali, concerti, festival, laboratori, raduni, corsi di ballo, mercatini, comunità virtuali e non… Milano è la piazza più forte per numero di adepti, Torino spicca per la qualità degli eventi, Roma per la quantità di scuole e balere, Genova attira tanti performer stranieri. La fregola sta contagiando i comuni più piccoli, da Lecce a Bassano del Grappa, e le serate si moltiplicano, così come i festival: i prossimi, ad esempio, saranno il Savoy Spring Jump nella capitale (13-15 aprile) e The Swing Godfathers Festival a Palermo (31 maggio-3 giugno).

FA FIGO. Il successo, come sempre, è testimoniato dall’attenzione dei media: dal cinema (La la land) alla pubblicità (il ballerino snodato, par disossato), tutti se la suonano e se la cantano a ritmo di swing e a passo di lindy. Persino le discoteche, nella variante dell’elettro-swing, e i perniciosi hipster si stanno affezionando al genere. Dopo il picco, però, il fenomeno è inevitabilmente destinato a sgonfiarsi: balzano come tutte le mode, va su e poi tornerà giù. D’altronde, per molti, lo swing è solo una “altalena”.