Pubblichiamo stralci del dialogo tra Selvaggia Lucarelli e Massimo Gramellini del Corriere della Sera sulla posta del cuore come specchio del Paese. Selvaggia Lucarelli la cura ogni lunedì sul Fatto Quotidiano, Gramellini l’ha tenuta per anni sulla Stampa e oggi se ne occupa per il settimanale Vanity Fair. Il dialogo è stato moderato da Giacomo Russo Spena (testo a cura di Claudia Mencaroni) ed è contenuto all’interno del nuovo numero di Micromega “È la stampa bellezza – giornalismi a confronto”.MicroMega: In Italia, la rubrica della posta del cuore ha una storia antica: indimenticabile quella di Susanna Agnelli che ha dato le sue “risposte private” ai lettori di Oggi per ben 26 anni, ma ancor prima potremmo scomodare scrittrici del calibro di Carolina Invernizio e Anna Vertua Gentile. È una rubrica che si è sempre occupata di mal d’amore, nostalgie, sentimenti, questioni strettamente intime e personali; una rubrica che per tutto il Novecento ha parlato prettamente al femminile. Massimo Gramellini, che per tanti anni ha gestito la rubrica Cuori allo specchio sulla Stampa – e che a tutt’oggi cura un’analoga sezione su Vanity Fair – se non erro dovrebbe essere il primo uomo ad aver gestito una posta del cuore. Cosa l’ha incuriosita e l’ha spinta a dedicarsi a questi aspetti della vita? È consapevole di aver attuato una piccola rivoluzione in tal senso, figlia evidentemente di una società in profondo cambiamento?
Massimo Gramellini: Non so se sono stato il primo. So che tutto è cominciato esattamente vent’anni fa, nella primavera del 1998, per curiosità. E invece la posta del cuore ha trasformato il mio modo di scrivere e di vedere la vita. Allora ero più cinico. La prima lettera che ricevetti era di un signore che diceva: “Ho una moglie e un’amante, l’una all’insaputa dell’altra. Non so che cosa fare: non mi resta che buttarmi dalla finestra”. Gli risposi con una riga secca: “Spero per lei che non abiti al primo piano”. Chiaramente nelle settimane successive non mi scrisse più nessuno. Poi, successe che mio padre morì proprio la mattina in cui dovevo mandare la rubrica al giornale. Non avendone ricevute altre, decisi di scrivermi la lettera da solo, raccontando la mia esperienza al capezzale di mio padre, nell’ultimo mese della sua vita. Scrivevo e piangevo, come durante una seduta terapeutica. E incredibilmente cambiò tutto. Dalla settimana successiva arrivarono decine e decine di lettere. E tutte raccontavano una storia. Avevo aperto il mio cuore e le persone mi ricambiavano. Iniziarono a chiamarmi “lo sconosciuto di cui mi fido”. È stata la svolta, per i lettori ma anche per me.
MicroMega: Selvaggia Lucarelli, nei suoi articoli lei tratta quotidianamente confessioni, dubbi, paure e problemi personali e sociali: cosa ha pensato quando ha visto per la prima volta un uomo che gestiva una posta del cuore? Secondo lei, Gramellini ha rappresentato una rivoluzione in tal senso?
Selvaggia Lucarelli: Trovo che la vera rivoluzione degli ultimi decenni stia nel fatto che gli uomini si sono avvicinati ai sentimenti, anche nella scrittura, che è diventata più romantica, più empatica – più femminile, se vogliamo semplificare. Non mi stupisce quindi una posta del cuore tenuta da un uomo perché sono sempre di più gli uomini che si aprono in maniera manifesta ai sentimenti e al romanticismo. Io ho fatto una rivoluzione al contrario: mentre Massimo si è allontanato dallo stereotipo del giornalista cinico, io mi sono avvicinata a quello stereotipo, che era molto poco femminile. Gli uomini vanno quindi incontro ai sentimenti e le donne a un cinismo che per tantissimi anni non si sono potute permettere, per quanto io già guardassi ammirata la posta del cuore di Susanna Agnelli che non si può dire mancasse di cinismo: le sue risposte sintetiche, implacabili, perfide sono indimenticabili.
MicroMega: In queste rubriche, negli anni Cinquanta e Sessanta, ci si occupava principalmente delle relazioni uomo-donna, e uno dei temi più toccati, in maniera ovviamente anonima, era quello della verginità. Andando a rileggere quelle lettere, emerge il ritratto di una società estremamente bacchettona che consigliava alle ragazze di non concedersi prima del matrimonio. La posta del cuore è un occhio sul mondo che cambia?
Gramellini: Un tempo arrivavano lettere in cui ci si lamentava del fatto che le coppie cominciassero a fare l’amore troppo tardi. Adesso, che smettono di farlo troppo presto. Su cento lettere che ricevo, novanta raccontano una crisi coniugale e almeno la metà di queste ti spiegano che al centro della crisi c’è l’incomunicabilità dei corpi. Non ci si desidera più. E non è solo questione di stanchezza o del naturale affievolirsi della passione iniziale. Nessuno dei due partner ha il coraggio di raccontare all’altro le proprie fantasie sessuali. Ci si vergogna, si smette di comunicare a livello fisico. E la libido si abbassa, gettando le basi per i tradimenti reali e virtuali, sul web. Ecco, forse trent’anni fa nessuno – né un uomo, né tantomeno una donna – avrebbe avuto il coraggio di scrivere a uno sconosciuto per raccontare una cosa così intima. Sulla verginità ogni tanto mi arriva ancora qualche lettera, però sempre di meno e più da maschi che da donne.
Lucarelli: Io, in realtà, ricevo lettere principalmente da donne. Sarà che agli uomini ho sempre fatto abbastanza paura, quindi non si azzardano…
MicroMega: Da un punto di vista giornalistico, non vi sembra che rispetto al passato la posta del cuore abbia conquistato un ruolo centrale?
Gramellini: È sicuramente una finestra sui cambiamenti sociali. Dalle lettere che mi arrivano, sto notando che più aumenta la precarietà sul lavoro, più tra i giovani cresce un desiderio di stabilità.
Lucarelli: Esattamente. L’eccesso di opportunità è diventato faticoso da gestire. Ogni tanto le ragazze – e sembra tanto adolescenziale, ma non lo è, perché riguarda tante quarantenni come me – mi chiedono: “Ma perché scappa? Perché è sfuggente? Perché?”. E io tante volte devo essere brutale e devo dire: “Ma perché oggi gli uomini, rispetto a una volta – e anche le donne, è naturale – hanno una quantità di opportunità per cui non hanno voglia di mettere la bandiera e fermarsi lì”. Sono bombardati da possibilità.
Gramellini: Anche a te succede di avvertire questa esigenza di rapporti stabili tra i giovani? Noi a vent’anni volevamo esplorare la vita, i legami ci sembravano impacci. Forse perché siamo stati l’ultima generazione a crescere con la certezza del posto fisso e potevamo permetterci il lusso di sperimentare il brivido della precarietà almeno in amore?
Lucarelli: Perché a vent’anni hanno già bruciato tutta una serie di tappe che per noi erano molto più graduali. Io ho visto mio figlio, a dodici anni, aver già vissuto una storiella, chiamiamola così, in cui c’erano dinamiche da trentenni: lei che lo manipolava psicologicamente, che usava delle tecniche, degli escamotage per farlo ingelosire. Sono cose che io ho cominciato a fare a venticinque anni…