Un Paese lo capisci davvero solo dalla “posta del cuore”

Pubblichiamo stralci del dialogo tra Selvaggia Lucarelli e Massimo Gramellini del Corriere della Sera sulla posta del cuore come specchio del Paese. Selvaggia Lucarelli la cura ogni lunedì sul Fatto Quotidiano, Gramellini l’ha tenuta per anni sulla Stampa e oggi se ne occupa per il settimanale Vanity Fair. Il dialogo è stato moderato da Giacomo Russo Spena (testo a cura di Claudia Mencaroni) ed è contenuto all’interno del nuovo numero di Micromega “È la stampa bellezza – giornalismi a confronto”.MicroMega: In Italia, la rubrica della posta del cuore ha una storia antica: indimenticabile quella di Susanna Agnelli che ha dato le sue “risposte private” ai lettori di Oggi per ben 26 anni, ma ancor prima potremmo scomodare scrittrici del calibro di Carolina Invernizio e Anna Vertua Gentile. È una rubrica che si è sempre occupata di mal d’amore, nostalgie, sentimenti, questioni strettamente intime e personali; una rubrica che per tutto il Novecento ha parlato prettamente al femminile. Massimo Gramellini, che per tanti anni ha gestito la rubrica Cuori allo specchio sulla Stampa – e che a tutt’oggi cura un’analoga sezione su Vanity Fair – se non erro dovrebbe essere il primo uomo ad aver gestito una posta del cuore. Cosa l’ha incuriosita e l’ha spinta a dedicarsi a questi aspetti della vita? È consapevole di aver attuato una piccola rivoluzione in tal senso, figlia evidentemente di una società in profondo cambiamento?

Massimo Gramellini: Non so se sono stato il primo. So che tutto è cominciato esattamente vent’anni fa, nella primavera del 1998, per curiosità. E invece la posta del cuore ha trasformato il mio modo di scrivere e di vedere la vita. Allora ero più cinico. La prima lettera che ricevetti era di un signore che diceva: “Ho una moglie e un’amante, l’una all’insaputa dell’altra. Non so che cosa fare: non mi resta che buttarmi dalla finestra”. Gli risposi con una riga secca: “Spero per lei che non abiti al primo piano”. Chiaramente nelle settimane successive non mi scrisse più nessuno. Poi, successe che mio padre morì proprio la mattina in cui dovevo mandare la rubrica al giornale. Non avendone ricevute altre, decisi di scrivermi la lettera da solo, raccontando la mia esperienza al capezzale di mio padre, nell’ultimo mese della sua vita. Scrivevo e piangevo, come durante una seduta terapeutica. E incredibilmente cambiò tutto. Dalla settimana successiva arrivarono decine e decine di lettere. E tutte raccontavano una storia. Avevo aperto il mio cuore e le persone mi ricambiavano. Iniziarono a chiamarmi “lo sconosciuto di cui mi fido”. È stata la svolta, per i lettori ma anche per me.

MicroMega: Selvaggia Lucarelli, nei suoi articoli lei tratta quotidianamente confessioni, dubbi, paure e problemi personali e sociali: cosa ha pensato quando ha visto per la prima volta un uomo che gestiva una posta del cuore? Secondo lei, Gramellini ha rappresentato una rivoluzione in tal senso?

Selvaggia Lucarelli: Trovo che la vera rivoluzione degli ultimi decenni stia nel fatto che gli uomini si sono avvicinati ai sentimenti, anche nella scrittura, che è diventata più romantica, più empatica – più femminile, se vogliamo semplificare. Non mi stupisce quindi una posta del cuore tenuta da un uomo perché sono sempre di più gli uomini che si aprono in maniera manifesta ai sentimenti e al romanticismo. Io ho fatto una rivoluzione al contrario: mentre Massimo si è allontanato dallo stereotipo del giornalista cinico, io mi sono avvicinata a quello stereotipo, che era molto poco femminile. Gli uomini vanno quindi incontro ai sentimenti e le donne a un cinismo che per tantissimi anni non si sono potute permettere, per quanto io già guardassi ammirata la posta del cuore di Susanna Agnelli che non si può dire mancasse di cinismo: le sue risposte sintetiche, implacabili, perfide sono indimenticabili.

MicroMega: In queste rubriche, negli anni Cinquanta e Sessanta, ci si occupava principalmente delle relazioni uomo-donna, e uno dei temi più toccati, in maniera ovviamente anonima, era quello della verginità. Andando a rileggere quelle lettere, emerge il ritratto di una società estremamente bacchettona che consigliava alle ragazze di non concedersi prima del matrimonio. La posta del cuore è un occhio sul mondo che cambia?

Gramellini: Un tempo arrivavano lettere in cui ci si lamentava del fatto che le coppie cominciassero a fare l’amore troppo tardi. Adesso, che smettono di farlo troppo presto. Su cento lettere che ricevo, novanta raccontano una crisi coniugale e almeno la metà di queste ti spiegano che al centro della crisi c’è l’incomunicabilità dei corpi. Non ci si desidera più. E non è solo questione di stanchezza o del naturale affievolirsi della passione iniziale. Nessuno dei due partner ha il coraggio di raccontare all’altro le proprie fantasie sessuali. Ci si vergogna, si smette di comunicare a livello fisico. E la libido si abbassa, gettando le basi per i tradimenti reali e virtuali, sul web. Ecco, forse trent’anni fa nessuno – né un uomo, né tantomeno una donna – avrebbe avuto il coraggio di scrivere a uno sconosciuto per raccontare una cosa così intima. Sulla verginità ogni tanto mi arriva ancora qualche lettera, però sempre di meno e più da maschi che da donne.

Lucarelli: Io, in realtà, ricevo lettere principalmente da donne. Sarà che agli uomini ho sempre fatto abbastanza paura, quindi non si azzardano…

MicroMega: Da un punto di vista giornalistico, non vi sembra che rispetto al passato la posta del cuore abbia conquistato un ruolo centrale?

Gramellini: È sicuramente una finestra sui cambiamenti sociali. Dalle lettere che mi arrivano, sto notando che più aumenta la precarietà sul lavoro, più tra i giovani cresce un desiderio di stabilità.

Lucarelli: Esattamente. L’eccesso di opportunità è diventato faticoso da gestire. Ogni tanto le ragazze – e sembra tanto adolescenziale, ma non lo è, perché riguarda tante quarantenni come me – mi chiedono: “Ma perché scappa? Perché è sfuggente? Perché?”. E io tante volte devo essere brutale e devo dire: “Ma perché oggi gli uomini, rispetto a una volta – e anche le donne, è naturale – hanno una quantità di opportunità per cui non hanno voglia di mettere la bandiera e fermarsi lì”. Sono bombardati da possibilità.

Gramellini: Anche a te succede di avvertire questa esigenza di rapporti stabili tra i giovani? Noi a vent’anni volevamo esplorare la vita, i legami ci sembravano impacci. Forse perché siamo stati l’ultima generazione a crescere con la certezza del posto fisso e potevamo permetterci il lusso di sperimentare il brivido della precarietà almeno in amore?

Lucarelli: Perché a vent’anni hanno già bruciato tutta una serie di tappe che per noi erano molto più graduali. Io ho visto mio figlio, a dodici anni, aver già vissuto una storiella, chiamiamola così, in cui c’erano dinamiche da trentenni: lei che lo manipolava psicologicamente, che usava delle tecniche, degli escamotage per farlo ingelosire. Sono cose che io ho cominciato a fare a venticinque anni…

Il favore dell’ultimo minuto per le assicurazioni Rc auto

I più correnti tra gli affari correnti, si sa, sono quelli che riguardano le norme attuative di leggi precedenti. Quella di cui vi parliamo oggi, poi, ha i suoi diritti di anzianità visto che questo “schema di regolamento” fu previsto la prima volta da un decreto del 2012 di Mario Monti e l’ultima nelle legge sulla Concorrenza approvata ad agosto 2017 dopo una lunghissima permanenza in Parlamento: si tratta dell’obbligo per ogni assicurazione che fornisca copertura Rc auto di fornire un “contratto base” – senza orpelli, aggiunte e sottrazioni di sorta, una prestazione minima inderogabile in pejus (in peggio) – che sia per il cliente perfettamente comparabile in modo da sapere quale costa meno: una buona idea per aprire un settore in cui le prime tre compagnie si dividono due terzi del mercato.

La lunga riflessione pare essersi chiusa poco prima delle politiche, anche se non tutti i soggetti interessati hanno avuto il bene di saperlo subito: il ministero dello Sviluppo economico ha infatti finalmente predisposto lo schema di contratto base Rc auto. C’è un problema però: non è poi tanto base.

Il ministero, infatti, indica correttamente all’articolo 1 la copertura minima che va fornita in questo nuovo strumento, ma poi in un’altra sezione del regolamento prevede la possibilità di inserire “condizioni aggiuntive al contratto base” che possano comportare “una limitazione o un’estensione del rischio assicurato e della copertura assicurativa e possono determinare una diminuzione o un aumento dei premi”. Cosa proporre e cosa no è una scelta “rimessa alla libera valutazione ed iniziativa dell’impresa”, cioè di ogni singola compagnia assicurativa. Solo che così il contratto non è più minimo, cioè base, e soprattutto non è più facilmente confrontabile: diventa l’ennesimo preventivo online – al momento il “contratto base” è previsto solo in forma digitale – che può già ora essere richiesto da qualunque consumatore sulla base dei criteri indicati dall’assicurazione. Non si vede come, in questa formulazione, possa dunque incentivare la concorrenza nel settore e comportare una diminuzione dei costi per l’assicurato.

Peraltro le formulazioni vaghe di alcuni articoli finiscono per aumentare a dismisura i poteri delle compagnie rispetto a quelli del cliente: è il caso delle cosiddette “rivalse” (il decreto apre la porta alla vittoria dell’assicurazione persino nel caso l’automobile abbia avuto un incidente all’insaputa dell’assicurato) o delle “dichiarazioni inesatte”.

Questo senza contare che la “scontistica di legge” è ancora avvolta dal mistero: l’ultimo decreto Concorrenza, ad esempio, prevede sconti per chi fa montare la cosiddetta “scatola nera” sulla sua auto, ma niente dice – né è stato emanato la relativa norma attuativa – su chi debba pagare i costi di funzionamento; se toccasse al cliente, lo sconto finirebbe in fumo e intanto sull’auto sarebbe presente uno strumento con cui – sempre da legge – l’assicurazione può individuare la rischiosità del cliente sulla base di un criterio vaghissimo come “lo stile di guida”.

Criticità del contratto che il ministero potrebbe utilmente discutere con le associazioni dei consumatori che si occupano di Rc Auto. Non si sa, però, se avrà il tempo di farlo. Mentre infatti lo schema di decreto – secondo quanto appurato dal Fatto – è stato inviato per osservazioni all’Ania (la Confindustria delle assicurazioni) il 19 febbraio, ai consumatori è arrivato solo martedì 27 marzo (nella mail il Mise si scusa “per l’estremo ritardo”). Tempo per rispondere? Entro venerdì scorso 30 marzo. La concorrenza va di fretta (con alcuni).

Winnie Mandela madre (cattiva) del Sudafrica post-apartheid

Madre della nazione” ma figura controversa. Tutto questo era Winnie Madikizela Mandela, morta in Sudafrica 5 anni dopo Nelson Mandela, l’eroe anti-apartheid da cui aveva divorziato nel 1996 e di cui tuttavia aveva mantenuto il rispettatissimo cognome.

Una stridente contraddizione segna l’esistenza di Winnie. Nata nel 1936, incontra Mandela negli anni ’50, sposandolo, dandogli 2 figlie e rimanendo con lui per 38 anni, molti dei quali passati però non insieme. C’è lei nell’iconica foto con il pugno alzato in segno di vittoria, quando l’11 febbraio 1990 Madiba viene liberato dalla prigionia a cui era stato costretto dal 1964. Winnie aveva raccolto il testimone della lotta contro l’apartheid e per la giustizia sociale dei neri, motivo per cui finì lei stessa in cella d’isolamento nel 1969.

Il rovescio della medaglia: durante una manifestazione antigovernativa nel 1986, invita all’uso del “collare di fuoco”, camere d’aria piene di benzina intorno al collo dei rivali interni. Tre anni dopo dirigenti del suo partito, l’Anc, l’accusano di essere mandante dell’omicidio del 14enne Stompie Seipei per mano delle sue guardie del corpo – il famigerato Mandela United Football Club. Condannata a 6 anni, ma con la pena ridotta a una multa in appello, Winnie verrà condannata ancora nel 2013 per aver lucrato su prestiti bancari destinati ai poveri.

“È stata emblema della nostra lotta e icona di liberazione. Poi qualcosa è andato terribilmente storto”, disse di lei l’arcivescovo Desmond Tutu.

Macron, inizia la settimana di passione

Per le prossime settimane i francesi che intendono spostarsi in treno dovranno farlo col calendarietto degli scioperi alla mano. La mobilitazione senza precedenti dei lavoratori delle ferrovie contro la riforma voluta da Emmanuel Macron, che ha preso il via ieri sera, in pieno rientro dal fine settimana pasquale, prevede infatti due giorni di blocco ogni tre, per un totale di 36 giorni, fino al 28 giugno. La protesta dei ferrovieri è la più eclatante, e anche la più temuta, ma non è la sola grana per il presidente. “Siamo entrati in una lunga e pericolosa primavera sociale che potenzialmente può rappresentare una svolta nel mandato di Macron – ha spiegato Stéphane Sirot, specialista dei movimenti sociali intervenuto su Europe 1. Il rischio è che la coagulazione dei movimenti dia l’impressione di una gigantesca mobilitazione anti-Macron”.

Più della metà dei francesi per ora condivide la riforma del sistema delle ferrovie, che prevede tra l’altro l’apertura alla concorrenza. Si è d’accordo soprattutto col principio di sopprimere lo statuto dei ferrovieri e superare certi “privilegi” giudicati d’altri tempi, come il pre-pensionamento a 52 anni per il personale “mobile” e la garanzia del lavoro a vita. Ma stando al Journal du Dimanche sale anche la solidarietà nei confronti dei manifestanti. Ora è il 46% dei francesi a giustificare gli scioperi. Sull’esito del conflitto molto conterà il livello di esasperazione dell’opinione pubblica. Nel 1995, sotto la presidenza di Jacques Chirac, il governo aveva dovuto rinunciare alle riforme del servizio pubblico al termine di tre settimane di scioperi dei trasporti. Oggi e domani 4 milioni di pendolari possono contare al massimo su “un treno su otto”, secondo Guillaume Pepy, presidente della società SNCF, che gestisce le ferrovie francesi.

Lo stesso Pepy ha consigliato ai francesi di “prendere precauzioni” e scegliere mezzi alternativi per spostarsi, magari di consultare il sito autostop citoyen, un sistema di autostop solidale nato apposta per condividere tragitti nei giorni di blocco. Scioperano a partire da oggi anche i netturbini e gli altri dipendenti della nettezza urbana: vogliono il riconoscimento del carattere usurante del loro mestiere. La spazzatura si accumulerà a Parigi, Marsiglia, Montpellier. Protestano i lavoratori del settore dell’energia che reclamano tra l’altro la fine della liberalizzazione dei servizi di gas e elettricità.

Nelle università sale poi la fronda degli studenti contro la riforma che prevede l’introduzione del numero chiuso e della selezione all’ingresso negli atenei. E poi incrociano le braccia, per l’aumento del 6% degli stipendi, anche i piloti Air France, per il quarto giorno in poco più di un mese. La loro protesta non ha un legame diretto con la politica di riforme di Macron, ma contribuisce al caos generale.

Nikulin, il pirata del web che può inguaiare Trump

Lo voleva Mosca, lo voleva Washington. Per le strade di Praga, tra orde di turisti europei ed asiatici, souvenir kitch di Bohemia e mazze da selfie, c’era il pluri-ricercato hacker Yevgeny Nikulin, 30 anni, cittadino russo. È stato arrestato in uno dei ristoranti con la scritta reserved in tutte le lingue sul tavolo, tovaglia a quadri rossa, piante d’arredamento, la fidanzata accanto. Aveva appena ordinato da bere. L’irruzione dell’Interpol con il mandato di cattura per fuggitivi internazionali, accanto all’hotel Ballerina a cinque stelle dove proprio la coppia alloggiava.

Fino a tre giorni fa Nikulin era a Praga, ora Mosca si dichiara “indignata” dalla decisione di estradare negli Stati Uniti l’hacker russo: “Un passo politico che mina le basi di cooperazione bilaterale, Mosca prenderà le misure necessarie per proteggere Nikulin”, riferisce il Cremlino. L’ambasciata russa commenta l’arroganza della “giurisprudenza americana in territorio di terzi”.

Paul Ryan, speaker della Camera Usa, solo quattro giorni fa è andato via da Praga dopo aver stretto la mano del premier e tycoon Andrej Babis, dicendo: “Ci sembra chiaro che Nikulin sarà estradato in America, il caso contro la Russia è estremamente chiaro”.

Nikulin potrebbe avere informazioni per il procuratore speciale Robert Muller che conduce l’inchiesta sul Russiagate e su alcuni esponenti dello staff di Trump che in quella indagine sono coinvolti. L’avvocato di Nikulin, Martin Sadilek, ha riferito che il suo cliente potrebbe essere messo in mezzo e collegato all’attacco informatico ai server di Hillary Clinton durante la campagna elettorale: l’hacker sarebbe stato avvicinato “da un agente dell’FBI con un’offerta, ma avrebbe dovuto confessare qualcosa che non ha commesso”. Nikulin era riuscito a penetrare nei sistemi di giganti del web rubando informazioni personali di 100 milioni di utenti, da Linkedin a Dropbox. Tra i dati sottratti, ci sarebbero anche quelli del sito di incontri con giovani donne, il Formspring, usato da Anthony Weiner, marito dell’assistente della Clinton, Huma Abedin. La divulgazione di quella notizia diede inizio alla campagna di discredito della candidata democratica perchè da lì si appurò che Clinton e Abedin avevano usato poste elettroniche private per comunicazioni del Dipartimento di Stato Usa.

L’estradizione dell’hacker ha creato anche problemi interni; il presidente rieletto per un secondo mandato quasi un mese fa – Milos Zeman, 73 anni, euroscettico ed islamofobo – è uno tra i migliori alleati che Putin abbia in Europa. La bussola di Zeman tende ad est. Robert Pelikan, ministro della Giustizia ceco, doveva scegliere tra Babis e Washington o Zeman e Mosca. Ha rigettato l’appello del Cremlino all’ultimo minuto e ha deciso di consegnare Nikulin agli americani.

Alla corte di San Francisco il pirata informatico rischia 30 anni di prigione per “intrusione, trasmissione di informazioni, codici, furto di identità, traffico non autorizzato di dispositivi di accesso, cospirazione”.

Nikulin si è dichiarato innocente, proprio come ha fatto un altro hacker russo pochi giorni fa in un tribunale del Connecticut. Nome: Petr Levashov, anni: 37 anni. Città natale: San Pietroburgo. Nome in codice: Severa. Sulla piazza digitale era il “re dello spam”. Detenzione prevista: 52 anni. Per gli investigatori americani è “uno dei più famosi criminali digitali del mondo”.

Levashov ha lavorato dieci anni per Russia Unita, partito di Putin, ha servito nell’esercito russo, da ufficiale aveva accesso a informazioni classificate. Secondo la Reuters, Levashov ha detto: “Morirò tra un anno, per avere informazioni mi tortureranno, mi uccideranno o lo farò io”. Anche lui era nel doppio mirino, russo e americano, ed è stato arrestato mentre era in vacanza in Spagna, proprio come un altro, terzo hacker russo estradato quest’anno in America, Stanislav Lisov. Rimane un quarto hacker da estradare. Il russo Alekandr Vinnik, in carcere in Grecia per riciclaggio di denaro sporco. Lo vuole Mosca, lo vuole Washington: un’altra pedina della cyber guerra fra i due Imperi sulla mappa d’Europa.

Mattarella ad Al Sisi: “Verità per Regeni rilancerà i rapporti”

“Vi rinnovo l’era della verità e della trasparenza e mi impegno davanti a voi a non risparmiare alcuno sforzo per la patria. Il grande popolo egiziano ha sempre dimostrato di essere in grado di raccogliere le sfide”, ha detto il presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, nel discorso alla nazione alla tv di Stato dopo l’annuncio dei risultati definitivi da parte della commissione elettorale: 97,08 % dei consensi, ovvero circa 22 milioni di voti con un’affluenza del 41,5%.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è congratulato con l’ex generale per la rielezione. “Abbiamo accolto con favore le dichiarazioni da lei fatte in più occasioni circa l’impegno suo personale e delle istituzioni egiziane a pervenire a risultati definitivi sulla barbara uccisione di Giulio Regeni. Sono certo che il raggiungimento della verità, attraverso una sempre più efficace cooperazione tra gli organi investigativi, contribuirà a rilanciare e rafforzare il rapporto storico di assoluto rilievo tra i nostri paesi”. Parroco e sindaco di Fiumicello, il paese dei Regeni, hanno espresso la speranza che il messaggio di Mattarella sia ascoltato dal regime del Cairo.

“Guardie e migranti vittime dello stesso male”

L’hotel Radisson Blu oggi svolge a Tripoli la funzione che l’hotel Palestine aveva a Baghdad durante le campagne militari Usa in Iraq, dalla prima Guerra del Golfo nel ’91 alla resa dei conti del 2003. Uno dei pochissimi luoghi sicuri per gli internazionali, giornalisti e non. Eppure per alloggiare nel lussuoso albergo della capitale bisogna comunque fare i conti con due milizie, più o meno fedeli al leader politico di turno, Fayez al-Serraj, primo ministro del governo di accordo nazionale.

Una milizia è responsabile di un piano dell’albergo, l’altro gruppo militare si occupa di quelli superiori. In una terra sezionata come il tabellone di un gioco da tavolo, da circa due mesi si muovono le ong italiane della missione Aics, il colpo di coda del governo Gentiloni, del ministro Minniti e del responsabile degli esteri, Giro. La missione, partita in ritardo per questioni burocratiche, terminerà a giugno. Un contingente dedicato all’aiuto dei migranti reclusi nei centri di detenzione di Tajoura, Tarek al-Matar e Tarek al-Sika, nei pressi della capitale: circa 2.400 persone, al netto di nuovi ingressi e uscite, tra fughe e morti. Della spedizione fa parte anche la genovese Helpcode che si occupa della prima emergenza, nello specifico della distribuzione di prodotti per l’igiene e la salute. La capo progetto, Valeria Fabbroni, è rientrata pochi giorni fa dalla Libia, dove tornerà tra meno di una settimana: “L’ultimo intervento, dopo non poche difficoltà, lo abbiamo fatto nel centro di Tajoura – afferma Fabbroni – gestito dalla brigata al-Bakr (la stessa che a febbraio ha attaccato l’aeroporto Mitiga, a Tripoli, ndr), dove siamo riusciti a consegnare i beni di prima necessità ai migranti detenuti nel centro più grande dell’area municipale di Tripoli. L’obiettivo è dare loro accesso alle strutture igienico sanitarie e kit per la prevenzione delle malattie. Dentro ci sono oltre 900 persone, in larga maggioranza uomini tra 29 e 45 anni, qualche donna e alcuni bambini. Durante il nostro intervento, ci siamo accorti di uomini costretti a portare le stesse mutande per sei mesi. I bagni non hanno porte per evitare che qualcuno possa togliersi la vita, c’è un odore pungente perché la cura personale non è prevista. Non ci sono docce, spazzolini per i denti, c’è promiscuità, le condizioni igieniche sono devastanti. Il rischio di epidemie è molto elevato”.

Dal racconto di Valeria Fabbroni emerge un altro aspetto legato a chi ha il compito di gestire ogni giorno i centri di detenzione,

“Possiamo continuare a chiamarli carcerieri – aggiunge la responsabile Helpcode per Libia e Tunisia – in realtà sono loro stessi vittime di una deriva inarrestabile. Si tratta di poliziotti disperati, costretti a tirare avanti con paghe da fame, mal formati e informati, totalmente inconsapevoli di ciò che accade nel resto del loro Paese. Chi se li immagina crudeli, arcigni pezzi di uno Stato, si sbaglia. Fanno ciò che possono, aiutano le persone, noi compresi, lasciandoci ampia libertà di dare conforto a chi si trova in quei centri. L’unica ‘mazzetta’ a noi richiesta è stata un pallone da calcio. Al contrario di quanto pensassi, noi delle organizzazioni umanitarie siamo ben visti e loro fanno di tutto per aiutarci”.

Italia e Germania, stop al blitz di Netanyahu

Benjamin Netanyahu annuncia l’accordo con l’Onu per ricollocare 16.250 migranti africani in Italia, Germania e Canada. E invece no. L’accordo non c’è e la diplomazia israeliana si deve arrabattare a spiegare che le parole del premier erano solo “a esempio”. “Non c’è alcun accordo con l’Italia nell’ambito del patto bilaterale tra Israele e l’Unhcr per la ricollocazione, in 5 anni, dei migranti che vanno in Israele dall’Africa e che Israele si è impegnata a non respingere”. Anche l’ambasciata israeliana a Roma ha fornito al Fatto la stessa versione aggiungendo che “Il primo ministro ha sì menzionato l’Italia, ma solo come esempio”. Esempio non campato in aria tuttavia, perché basato sulla consapevolezza che numerosi rifugiati eritrei e sudanesi finora minacciati di espulsione da Israele hanno parenti in Italia. “Siccome le autorità israeliane conoscono tutto dei richiedenti asilo, sanno che alcuni di loro hanno congiunti in Italia e che, pertanto, potrebbero in futuro chiedere l’applicazione della procedura di ricongiungimento o essere inseriti nei ‘corridoi umanitari’ che si potrebbero aprire tra Israele e il nostro paese. Ma per ora non vi è alcun accordo ufficiale in questo senso. Solamente previo accordo con il governo italiano potrebbero arrivare in Italia alcuni rifugiati provenienti da Israele. Si tratta in sostanza di pochissimi e specifici casi”, ha chiarito Carlotta Sami, portavoce per il Sud Europa dell’Unhcr. Anche il ministero dell’Interno tedesco ha assicurato di “non essere a conoscenza di una richiesta concreta relativa a una presa in carico di rifugiati che vivono in Israele, in particolare originari di Paesi africani”.

Subito dopo la Pasqua ebraica, che quest’anno è coincisa con quella cristiana, sarebbero dovute scattare le prime espulsioni di “infiltrati” (termine ufficiale con cui vengono bollati dal governo di Israele i richiedenti asilo, anche quelli come gli eritrei e i sudanesi che fuggono da una brutale dittatura e dalla guerra civile) verso paesi terzi “sicuri”. Fino a questo accordo con l’Unhcr, per il governo Netanyahu erano paesi terzi sicuri il Rwanda e l’Eritrea con cui era stato stretto un patto della serie “rifugiati in cambio di soldi”. Peccato che molti intellettuali e numerosi sopravvissuti alla Shoah, così come molte organizzazioni non governative ebraiche hanno mostrato nei mesi scorsi la totale inadempienza di questo patto – sempre negato dai contraenti – da parte dei paesi africani in questione.

La dichiarazione di Netanyahu che ha fatto infuriare Lega e Forza Italia, annunciava il raggiungimento di un’intesa con l’Onu in base alla quale Israele cancella il controverso piano per l’espulsione di migranti africani e ne invierà oltre 16mila in Paesi occidentali. Netanyahu aveva aggiunto: “Questo accordo permetterà di trasferire da Israele 16.250 migranti verso Paesi sviluppati come Canada, Germania e Italia”.

Per ora la questione è solo rimandata. Se c’è una certezza in questo mistero pasquale è che Netanyahu troverà comunque il modo di espellere i profughi maschi e single, ovvero la maggioranza, per rimanere in alto nei sondaggi sulle intenzioni di voto in vista degli sviluppi dei suoi guai giudiziari e per, possibilmente, ripresentarsi alle elezioni l’anno prossimo. La società civile israeliana è coesa con il primo ministro sulla volontà di sbarazzarsi dei giovani immigrati che vivono accampati soprattutto attorno alla stazione degli autobus e nella zona sud di Tel Aviv.

Delrio, il renziano a metà che potrebbe tentare il colpaccio

La strategia politica ideata da Renzi dopo il disastro del 4 marzo è elaboratissima: il rosicamento. Se ne stanno in un angolo a guardare e frignare, sperando che gli altri (e il Paese) nel frattempo si schiantino. Tanto peggio, tanto meglio: che fini statisti, questi renziani. Il Pd attuale appare al tempo stesso tragicomico e straziante. Servirebbe qualcuno munito di coraggio, senso della morale e magari qualche cromosoma di sinistra. Ma all’orizzonte non se ne vedono mica. Emiliano non sarebbe male, ma non ha i numeri. Cuperlo è uomo di smisurata cultura e finissimo nella teoria, ma non è un leader. Martina è un bravo ragazzo. Orlando dice spesso delle cose condivisibili, ma non appena vede Renzi si trasforma nel Poro Asciugamano. Chi resta? Orfini, cioè niente. Richetti, cioè un Renzi molto più bravo. E poi Delrio: Graziano Delrio. Dicono che sarà uno dei candidati alla segreteria, anche se lui per ora nega risolutamente. Classe 1960, due volte sindaco di Reggio Emilia, dal 2004 al 2013, con maggioranze bulgare. Presidente Anci, Presidente dell’associazione Giorgio La Pira. Primo sindaco non comunista di Reggio Emilia, città in cui è nato e si è laureato (Medicina, specialista in Endrocrinologia). Studi in Gran Bretagna e Israele. Sposato a 22 anni: “Una scelta di passione, non di ragione: aspettavamo un bambino”. Nove figli: “Un atto d’amore, ma non pianificato, non ci siamo mai seduti e detti: vogliamo tanti bambini. Siamo semplicemente stati aperti alla possibilità che i figli arrivassero. Nato il nono, abbiamo detto basta. Avevamo sempre potuto contare sull’aiuto dei nonni che però, nell’arco di pochissimo tempo, sono mancati tutti. Senza di loro sarebbe diventato impossibile gestire un altro neonato”.

Gaberiano di stretta osservanza, del Signor G ama anzitutto quello del Teatro Canzone, ovvero l’intellettuale fieramente urticante e iconoclasta. Tutte caratteristiche che, nel suo percorso politico, mancano totalmente. E deliberatamente. Persona piacevole e di cultura, renziano della primissima ora. Così parlava a Vanity Fair nel maggio 2013: “C’è bisogno di gente giovane, libera dai retaggi del passato. Enrico (Letta, ndr) ma anche Matteo (Renzi, ndr): sono tra i pochi ad aver sempre creduto in lui, lo vedo come un figlio – anche perché ha pochi anni più del mio primogenito – e penso che debba essere il prossimo candidato premier”. Renzi, essendo un politico caricaturale e senza doti, ha sempre sofferto quelli che rischiavano di fargli ombra: Gori, Richetti, Minniti. E appunto Delrio. Dopo il ruolo di ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie con Letta, Renzi lo vuole sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Dura poco, giusto un anno e spiccioli, perché Delrio è troppo ingombrante per il Sire di Rignano. Così Delrio viene “relegato” a ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, ruolo che mantiene pure con Gentiloni. Nel frattempo è lambito da inchieste che lo vedono indirettamente coinvolto ma mai indagato, da cui esce immacolato e intonso. Eletto deputato il 4 marzo, è poi scelto per acclamazione capogruppo Pd alla Camera. Forse una buona notizia e forse no per Renzi, che nel frattempo blinda il Senato con l’ultrà surreale Marcucci. Figura tra le più autorevoli del Pd, Graziano Delrio è da anni a metà del guado: renziano, sì, ma non troppo. O se preferite il contrario: antirenziano, sì, ma per scherzo. Un po’ tutto e un po’ niente. Ora che il suo partito agonizza, potrebbe provare uno slancio in avanti: “un’intenzione del volo”, per dirla col suo (?) Gaber. Ma forse è chieder troppo.

L’autorevolezza del Csm e i futuri membri laici

La oramai prossima scadenza del Csm ha dato spunto al suo vice presidente Legnini per una ennesima esternazione, riportata da l’Espresso del 18 marzo: “Il mio auspicio è che il nuovo Parlamento, la cui composizione come è noto è così complessa e inedita, si incarichi di preservare tutte le funzioni di garanzia e tra esse quelle che la Costituzione affida al Csm. E sono convinto che ciò accadrà”. L’affermazione non avrebbe alcun senso se non adombrasse la preoccupazione che un Parlamento in “composizione inedita” – (il riferimento è, all’evidenza e in via prevalente, ai “grillini”) – possa non “preservare le funzioni di garanzia e tra esse quelle che la Costituzione affida al Csm”.

Ora – a parte la considerazione che un Parlamento il quale non preservasse “tutte le funzioni di garanzia” finirebbe per dar vita ad un regime autoritario – andava, di contro, rilevato il dato, quanto mai significativo, che il M5S ha proposto che i componenti laici non debbano essere parlamentari. Se ciò avverrà (anche se relativamente a quelli indicati dal Movimento) sarà un primo passo importante per eliminare quelle infiltrazioni politiche che da vari anni hanno caratterizzato il Csm e che hanno trovato la loro massima espressione in quello attuale ove tutti i componenti laici – tranne il prof. Zaccaria indicato dal M5S – provengono dal Parlamento e ove, per la prima volta nella storia del Csm, si è verificata l’elezione di un sottosegretario in carica (Legnini), poi diventato vice presidente, e ove si è verificato il ritorno in politica, prima della scadenza del mandato, come candidati alle elezioni politiche di marzo (e rieletti), dei laici Zanettin (in Parlamento dal 2001) e Casellati, quest’ultima parlamentare di lunghissimo corso (come l’altro membro laico Leone) già sottosegretario alla Giustizia nel periodo delle cosiddette “leggi ad personam” (poi dichiarate incostituzionali) e che partecipò nel marzo 2013, unitamente ad altri numerosi parlamentari del suo partito, alla poco edificante manifestazione di protesta, innanzi al Tribunale di Milano, contro i magistrati che processavano il capo del partito. È necessario, allora, ricordare agli immemori che la Costituzione non a caso ha preteso che i membri laici fossero “professori ordinari di materie giuridiche ed avvocati dopo 15 anni di servizio”, e ciò perché portassero il contributo della loro competenza e professionalità in campo giuridico (non certo politico) nel partecipare alla delicata funzione di governare l’ordine giudiziario e preservarlo da influenze esterne e soprattutto politiche. Alla positiva possibilità che almeno parte dei membri laici non siano dei politici, si aggiunge l’altra che venga eletto al Csm Piercamillo Davigo. Il magistrato otterrà certamente uno strepitoso risultato sia per l’intransigenza e il rigore morale in ogni tempo dimostrati e per l’autorevolezza che i colleghi gli riconoscono sia perché vi sono migliaia di magistrati – che esercitano le loro funzioni con impegno ed onore – che non ne possono più di carrieristi associativi e di logiche correntizie e spartitorie all’interno del Consiglio.

Sarà allora possibile che i membri indicati dal M5S e quelli eletti nella lista di Davigo possano formare un fronte comune al fine di: a) opporsi a che la carica di vice presidente non venga assegnata ad un membro laico proveniente dalla politica; b) vigilare che tutte le nomine e gli incarichi direttivi siano adottati sulla base di criteri esclusivamente di merito censurando eventuali devianze; c) vigilare che il Csm non esorbiti dai suoi compiti opponendosi in particolare all’apertura di pratiche di trasferimento ufficio al di fuori del solo caso previsto dalla legge (quello incolpevole). Questo fronte “inedito” potrà dare impulso a far riacquistare autorevolezza ad un Consiglio che si fregia del prestigioso appellativo di “Superiore”.