Basta coi mercenari da battaglia politica

La XVIIIª Legislatura appena iniziata si lascia alle spalle il tristissimo fenomeno dei “Voltagabbana” che ha caratterizzato la XVIIª: 524 cambi di Gruppo di cui 296 alla Camera e 228 al Senato, con 336 protagonisti, alcuni dei quali hanno mutato casacca 5, 6, 9 volte. È un record mondiale di cui dovremmo vergognarci, ma che sembra destinato a rimanere tale nel prossimo futuro dal momento che il prodigio delle massicce trasmigrazioni politiche, pressoché sconosciuto negli altri Paesi di democrazia parlamentare, sotto il cielo d’Italia è favorito sia dalla legge elettorale che prevede l’elezione in blocco dei “nominati” dai partiti (e dunque non scelti in rapporto diretto con gli elettori della lista), e sia, storicamente, dalla luminosa tradizione nazionale del Trasformismo nato con Depretis (1876-1887) e assurto ad arte di governo con Crispi e Giolitti fino a Salandra (1887 – 1914).

Ci si chiede se non sia possibile e con quali strumenti normativi, nel rispetto dell’ art. 67 della Costituzione per il quale “I Membri del Parlamento rappresentano la Nazione senza vincolo di mandato”, stroncare questo flusso, sin qui inarrestabile, che ha condizionato, in certi oscuri passaggi, la vita stessa dei governi. Forse potrebbe bastare una modifica dei Regolamenti parlamentari che sono fonti primarie, espressione massima dell’autonomia e dell’indipendenza delle Camere, dotate di una sfera di competenza riservata e distinta rispetto a quella della legge ordinaria. In quanto tali essi sono insindacabili da parte della Corte Costituzionale e da qualsiasi altra giurisdizione poiché rappresentano lo “Statuto di Garanzia delle Assemblee Parlamentari” avente ad oggetto l’organizzazione interna e la disciplina del procedimento legislativo (Corte Costituzionale, sentenza n.120/2014).

A ben guardare, infatti, sono proprio i Regolamenti di Camera e Senato che disciplinano sia l’adesione ai Gruppi dei singoli Parlamentari e sia le ipotesi di decadenza dal mandato, in applicazione dell’ art. 66 della Costituzione “Ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità”. E che cos’è il venir meno del rapporto di fiducia tra gli elettori ed il parlamentare, che, eletto nella lista del partito, si iscrive al Gruppo Parlamentare, ne sottoscrive lo Statuto e poi cambia casacca, se non una causa sopravvenuta di incompatibilità con il mandato parlamentare ricevuto ?

Nella sua prima intervista rilasciata al Fatto Quotidiano (31 marzo) il neo presidente della Camera dei Deputati Roberto Fico ha dichiarato: “Vanno scoraggiati i cambi di casacca. Per dire, se sei un presidente di Commissione e cambi partito, sarebbe opportuno dimettersi”. Occorre ricordare che, per quanto riguarda il Senato, il nuovo comma 1 bis dell’articolo 13 del Regolamento, approvato nella seduta del 19 dicembre 2017, già prevede che “I Vice presidenti e i segretari che entrano a far parte di un Gruppo parlamentare diverso da quello al quale appartenevano al momento dell’elezione decadono dall’incarico”. Questa misura interdittiva va nella giusta direzione, ma non è di per sé sufficiente se non viene estesa a tutti i parlamentari semplici che si rendono colpevoli di voltafaccia. Il Presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky ha affermato di recente: “Il parlamentare è libero di cambiare partito e anche di votare in dissenso dal suo gruppo. Ma se lascia la maggioranza con cui è stato eletto per passare all’opposizione, o viceversa (caso molto più frequente), subito dopo deve decadere da parlamentare: perchè ha tradito i propri elettori e ha stravolto il senso politico della sua elezione”. Zagrebelsky interpreta un sentimento diffuso nell’opinione pubblica, che è di ripulsa verso questi mercenari delle battaglie politiche e di cui il nuovo Parlamento non può non tener conto. Spetta ai Presidenti delle Camere, che presiedono le Giunte del Regolamento, l’iniziativa (art.18 Reg.Senato e art. 16 Reg. Camera) per questa ineludibile riforma.

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Roberto Fico: un esordio alla Camera incoraggiante

Il recente discorso di Fico è beneaugurante. Per la prima volta si è sentito parlare di potere parlamentare anziché governativo. La novità fa diventare improvvisamente decrepiti concetti come destra e sinistra e fa ritenere che effettivamente il M5s proverà a governare secondo la Costituzione, mettendo avanti cose da realizzare, non ideologie consunte e assurde in un mondo dominato dalla finanza (che è solo opportunista). In questo momento, tocca muoversi fra le sue pieghe, battendo la diffidenza di chi, si voglia o no, muove il sistema. Perché si arrivi a un’armonia sociale, è tempo di promuovere doveri più che diritti (i secondi, esasperati, favoriscono disagi in tutti i sensi).

Dario Lodi

 

Il bullismo è prima di tutto una questione culturale

Il bullismo è senza dubbio uno dei fenomeni, singolarmente e di branco, più pericolosi del nostro tempo. Esso deriva da una mente contorta volta a fare, irresponsabilmente, del male alle persone più civili, ricche di dignità, rispettose, quindi, delle regole del quieto vivere. Noi personalmente veniamo dal nulla più assoluto. Siamo rimasti orfani di un padre che non ha mai pensato alla sua famiglia: un debosciato, anche se dall’alto dei cieli, nel suo piccolo, ci ha dato una minima mano, aiutandoci a modo suo, alla tenera età di nove anni e di quattro anni. Nostra madre, Silveri Nina, lavorando da donna e da uomo, nel suo più profondo, espressivo, e significativo silenzio, ci ha insegnato a vivere nella bontà, nell’umiltà, e nella grazia infinita, accontentandoci giorno per giorno della vita come ci appariva. Abbiamo trascorso la nostra infanzia nei vari collegi, dentro e fuori la nostra amata regione. Ora nostra madre ci guarda dall’alto dei cieli da dieci giorni, benedicendo a piene mani il suo sacrificio di una vita. Non abbiamo mai vissuto un giorno di villeggiatura. Da bambini, abbiamo conosciuto solo il respirare nell’aria la presenza di nostra madre che non era con noi, poiché il destino ci è stato sempre contrario. Senza scalfirci minimamente. Parliamoci francamente: se il bullismo deriva da un lato da una mente contorta volta a fare del male, dall’altro deriva anche da un’agiatezza vissuta troppo in fretta, e soprattutto, dal non impartire insegnamenti anche a suon di sberle. Il dolore, non solo del cuore, anche fisico, fa riflettere: soprattutto in tenera età.

Cosa si dovrebbe fare ora che il fenomeno del bullismo continua a dilagare a macchia d’olio e senza tregua alcuna?

A nostro avviso, è indubbiamente il caso di mandare subito al riformatorio, o comunque al carcere minorile, i delinquenti al loro primo atto compiuto con ferocia selvaggia verso i figli di Dio. Solo in questo modo si può eliminare sul nascere il dilagare della delinquenza minorile.

Ines e Antonio Di Gregorio

 

È giusto che chi ha vinto le elezioni vada al governo

Sono più che mai dell’idea che chi ha vinto le elezioni del 4 marzo debba governare. Ho già detto che auspico un governo 5 Stelle con appoggio esterno della Lega. Due sono i motivi per cui mi auguro che ciò accada.

Con il primo, più scaramantico, lancio una sorta di sfida, per capire se siamo di fronte alla solita (camaleontica) politica, che tutto dice di cambiare, per non cambiare nulla ( vogliamo chiamarlo atteggiamento gattopardesco, trasformismo…): voglio vedere le carte.

Il secondo nasce da una certezza: allearsi con qualunque altro partito significherebbe accettare ogni sorta di compromesso, per ingraziarsi l’elettorato, ai fini di ottenere un futuro riconoscimento elettorale. Chi ha vinto, se vuole, è libero di seguire una linea politico-programmatica vergine da scorciatoie legate al potere (la tanto temuta “sindrome della poltrona”, nelle chiacchiere da barbieria). I vincitori sanno di poter cavalcare l’onda lunga del consenso e scegliere di governare per il bene del Paese e delle giovani generazioni, quelle che li hanno premiati il 4 marzo.

Paolo Renieri

 

È ipocrita non dire una parola sulle “morti bianche”

Sono passati poco più di novanta giorni dall’inizio dell’anno e già si contano 151 morti sul lavoro. “Morti bianche” le chiamano, quasi a volerle rendere più accettabili, invece non esiste morte più assurda, più indegna.

Il fenomeno è in continuo aumento, ma le varie forze politiche, troppo prese a rimirarsi l’ombelico o a fare a gara a chi ce l’ha più lungo, non proferiscono verbo, per loro “sicurezza” significa respingere i migranti o poter liberamente sparare a chi cerca di rubare. Nè prima, nè durante, nè dopo le elezioni si è udita una voce allarmata sul fenomeno della strage di lavoratori in atto nel nostro Paese. Continuino pure nel loro ipocrita minuetto con obiettivo puntato alle loro remuneratissime poltrone, loro non rischiano di uscire la mattina per guadagnarsi il pane e la sera non rientrare perché si è rimasti vittima della solita “tragica fatalità” come viene in genere definito ogni omicidio dovuto a precarietà e sfruttamento. Smettiamo di farci prendere in giro dai politicanti asserviti, da chi ci sfrutta e ci ammazza, diciamo basta al ricatto continuo a cui ci sottopongono e ci costringono a morire per poter vivere.

Mauro Chiostri

Puigdemont novello martire: Hitler, Merkel e la storia che si ripete in forma di farsa

Alla fine della guerra civile del ’39, il dittatore Francisco Franco era riuscito a prevalere sulle forze libertarie e indipendentiste catalane soprattutto grazie all’aiuto dei nazisti e fascisti che, da veri criminali, avevano bombardato anche ospedali e abitazioni civili spagnole. LIuis Companys, presidente della Generalitat de la Catalunya dal 1934, era riuscito a fuggire in esilio e a trasferirsi a Parigi, ma la Gestapo nazista lo individuò e lo consegnò al dittatore Franco. LIuis Companys venne processato con la solita farsa con la quale i regimi dittatoriali istruiscono i processi. La mattina del 15 ottobre 1940, nel fossato di Santa Eulàlia del castello barcellonese, fu fucilato dai militari franchisti. Un assassinio vergognoso per il quale francesi e tedeschi negli anni ’90 hanno chiesto perdono per la loro ripugnante collaborazione. Ora la storia si ripete e i tedeschi democratici possono ripetere l’odioso atto nazista, riconsegnando Carles Puigdemont passibile di una condanna a trenta anni di reclusione?

Giovanni Scarabello

Sillogando sillogando si rischia di oltrepassare la logica. “Tutti i gatti sono mammiferi, tutte le tigri sono mammiferi, quindi tutte le tigri sono gatti”, suona ma non è vero. Come non è vero che Puigdemont sia Companys, che il 1939 sia il 2018 e che i tedeschi democratici possan essere come i nazisti. Che se anche i giudici tedeschi deliberassero che l’ex presidente catalano può esser estradato in Spagna non è poi certo questo avvenga, viste le sfumature politiche della faccenda. Di certo la Merkel ha il profilo di un negoziatore abile e scaltro, seppur soggetta alla ragion di Stato, preferibile a tanti altri leader europei. La questione è altamente mediatica, e ha la forza di addensare e indirizzare spinte ideologiche individuali e collettive che non emergevano da tempo su temi internazionali, pur se con venature nostalgiche da impegno politico di passate epoche. Il parossismo a ripetizione della vicenda catalana dura ormai da 6 mesi, e se Madrid ha in parte depotenziato l’effetto dirompente del referendum del 1° ottobre 2017, non è ancora riuscita a disinnescare quella che vede come una minaccia, se non ingabbiando l’intera leadership indipendentista. Risultato: accuse di comportamento liberticida sia da diverse parti della società e della politica spagnola che europea. Il parallelo Rajoy novello Franco è sorto nelle piazze catalane, non vuol però dire che la storia si ripeta nelle stesse forme (“la prima volta come tragedia, la seconda come farsa”, sosteneva Marx, Karl Marx, non Groucho).

Stefano Citati

Contro la politica degli analfabeti

Nella sua brillante introduzione alla Antologia di scienza politica da lui curata e pubblicata dal Mulino nel 1970, Giovanni Sartori affermava senza mezzi termini che la cultura politica italiana soffriva di “analfabetismo politologico”.

I suoi bersagli erano chiari: democristiani e comunisti, e lo sarebbero rimasti fino alla loro ingloriosa scomparsa. I democristiani irritavano Sartori per la loro accertata incapacità di andare oltre una cultura giuridica alquanto formalistica e per l’incomprensione dei meccanismi della politica, a cominciare, già allora, dai sistemi elettorali. Ai comunisti rimproverava, nella sua veste non soltanto di politologo, ma di liberale, l’uso della teoria marxista, per quanto ridefinita da Gramsci, inadeguata alla comprensione di tematiche come la Costituzione e lo Stato. Soprattutto, però, la critica che valeva per entrambi riguardava in particolare il cattivo uso dei concetti e la manipolazione talvolta persino inconsapevole che ne facevano gli intellettuali di entrambi i partiti. Soltanto molto tempo dopo mi sono reso conto che fin dalla metà degli anni ‘50, in chiave e con obiettivi parzialmente diversi, sia Norberto Bobbio (Politica e cultura, Einaudi 1955) sia Sartori (Democrazia e definizioni, Il Mulino 1957), avevano sfidato frontalmente la cultura politica “catto e comunista”. Bobbio continuò a farlo fino all’ultimo. Destra e sinistra, (Donzelli 2004) ne è una chiara testimonianza. Sartori intraprese un lungo percorso di ricerca nel quale il caso italiano rimaneva un caso e poco più. Anzi, Sartori affermò ripetutamente, anche in polemica con il provincialismo di troppi studiosi, che parlavano dell’Italia Dc-Pci come di un’anomalia positiva, che chi conosce un solo sistema politico non conosce neppure quel sistema. Non scrisse mai un libro dedicato a una tematica sostanzialmente italiana anche se divenne un critico severissimo e agguerritissimo di tutte le riforme elettorali e istituzionali italiane che, uomini (e donne) privi di cultura politologica e politica, hanno fatto e rifatto con pessimi esiti. I suoi libri sulla democrazia e sui sistemi di partito restano monumenti della scienza politica della seconda metà del secolo scorso e sono letture imprescindibili, ma Sartori teneva molto a due volumi più recenti e più mirati: Ingegneria costituzionale comparata (Il Mulino, più edizioni, da ultimo 2004) e Homo videns (Laterza 2000).

Ogniqualvolta, specialmente nei pungentissimi editoriali per il Corriere della Sera (variamente raccolti Mala tempora, Laterza 2004 e Il sultanato, Laterza 2009) analizzava un qualche fenomeno politico, Sartori metteva grande cura nell’applicare in maniera ovviamente molto concisa il suo metodo comparato e le conoscenze acquisite. La domanda di fondo alla quale rispondeva era sempre quella relativa alle conseguenze prevedibili di interventi, mutamenti, trasformazioni nel sistema, nei partiti, nella leadership, nelle leggi elettorali. Spiegazioni e/o teorie probabilistiche erano i ferri del suo mestiere: “Se cambiano le condizioni a, b, e c allora è probabile che cambino le conseguenze x, y, z”. Certo, discutere con chi di volta in volta produceva spiegazioni ad hoc, spesso tanto particolaristiche quanto fragili, era un esercizio che spesso lo irritava e che volgeva sul beffardo, sulla presa in giro.

Spariti i suoi interlocutori democristiani e comunisti i quali, almeno, avevano letto qualche libro e talvolta s’interrogavano effettivamente su riforme e conseguenze, persino sul metodo con il quale analizzare il sistema politico italiano e i suoi partiti, Sartori si trovò costretto a fare i conti con analisti e politici improvvisati. Il liberale che era in lui colse immediatamente l’incongruenza di una rivoluzione liberale di cui, dopo la caduta del Muro di Berlino, avrebbe dovuto farsi portatore e interprete un imprenditore duopolista (nell’importantissimo settore della comunicazione, in particolare televisiva), un imprenditore che (af)fondava la sua politica in un gigantesco conflitto di interessi. Perché mai questo accanimento contro Berlusconi, si chiesero molti commentatori, visto che l’allora Cavaliere aveva “salvato” l’Italia dai comunisti e dai post-comunisti? Eppure, la risposta di Sartori era semplice, lineare, inoppugnabile: liberalismo c’è quando potere economico e potere politico sono e, nella misura del possibile, rimangono nettamente separati. In una democrazia liberale al potere economico non si può consentire di conquistare il potere politico. Il conflitto d’interessi è una ferita permanente nel corpo di quella democrazia. Sartori era tanto più credibile in questa denuncia poiché si era per tempo schierato contro la partitocrazia ovvero quella situazione nella quale il potere politico, più precisamente dei partiti, si annetteva pezzi di potere economico, sociale, culturale.

Il liberalismo di Sartori si rafforzava e raffinava grazie alla sua scienza politica, ad esempio, ricordando che le democrazie liberali sono tali quando garantiscono effettiva rappresentanza politica agli elettori. Dai buoni sistemi elettorali viene buona rappresentanza che esige nella maniera più assoluta l’assenza di qualsiasi vincolo di mandato. Fin dal 1963 Sartori aveva sollevato il quesito se i parlamentari si sentissero maggiormente responsabili nei confronti dei dirigenti di partito, dei gruppi d’interesse, degli elettori? La risposta è, naturalmente, empirica, ma la proposta di Sartori è chiara: bisogna disegnare sistemi elettorali che consentano ai parlamentari di essere effettivamente e essenzialmente responsabili nei confronti degli elettori. A Sartori è stato risparmiato l’obbrobrio tanto dell’Italicum (non ho dubbi che avrebbe fatto notare che i premi di maggioranza Italicum-style c’entrano con la buona rappresentanza come i cavoli a merenda) quanto, ancor più, della Legge Rosato. Ma ha avuto il tempo di bollare la Legge Calderoli con l’epiteto Porcellum. Non gli attribuisco niente che non si possa trovare nei suoi scritti se aggiungo che sarebbe inorridito ad ascoltare fior fiore (sic) di riformatori e di commentatori, neanche analfabeti di ritorno, perché mai alfabetizzati, sostenere la necessità di un’apposita legge elettorale in un sistema partitico diventato tripolare. Tanto per cominciare avrebbe sostenuto che prima di contare i poli si contano i partiti (quindi, il sistema partitico italiano è multipartitico), poi se ne valuta il consolidamento, molto limitato, infine che alcuni sistemi elettorali forti hanno effetti restrittivi sui partiti e sui sistemi di partiti. Le leggi elettorali si scelgono per dare vita al sistema di partiti preferito, che non è la stessa cosa di favorire o svantaggiare qualsivoglia partito.

Alla morte di Bobbio, il necrologio scritto da Sartori sulla Rivista Italiana di Scienza Politica (aprile 2004), intitolato Norberto Bobbio e la scienza politica in Italia, si concludeva con le seguenti parole: “Bobbio è stato per tutti gli studiosi un modello di come si deve scrivere, insegnare, e anche partecipare alla vita pubblica. … Norberto Bobbio è stato, e resta, il più bravo di tutti noi”. Credo di potermi permettere sia di condividere queste parole sia di aggiungere nel primo anniversario della sua morte che Sartori è senza nessun dubbio stato “il più bravo di tutti noi”, ma anche uno dei migliori scienziati politici degli ultimi cinquant’anni.

Il vescovo di Acerra: i fratelli Pellini non andavano scarcerati

A metà tratra un intervento politico sulla “rassegnazione” per i ritardi nelle bonifiche, e una critica alle procedure giudiziarie, l’omelia di Pasqua del vescovo di Acerra Antonio Di Donna è diventata un duro j’accuse contro la recente scarcerazione dei fratelli Pellini, Cuono, Giovanni e Salvatore, condannati a maggio con sentenza definitiva a sette anni di carcere per il disastro ambientale compiuto nel napoletano attraverso sversamenti illeciti di rifiuti. “Notizia che ci ha lasciato sgomenti – ha detto il vescovo – decisione che suscita sconcerto perché significa sottovalutare il dramma umanitario dell’inquinamento per il quale da noi si continua ad ammalarsi e a morire, e disorientamento per le difformità di giudizio. Capisco la rassegnazione: noi sperimentiamo il fallimento della nostra ansia di giustizia”. I Pellini, difesi dagli avvocati Majorano e Bassetta, sono stati scarcerati su input della Corte d’Appello che ha accolto un ricorso dei legali sulla data dei reati ed ha applicato l’indulto. Di qui il ricalcolo della pena sotto i 4 anni, che autorizza la sospensione della carcerazione.

I Comuni contro Eni: Imu e Ici sulle trivelle valgono due miliardi

A guardarle da lontano sembrano città di ferro. Un po’ futuriste, gigantesche, a volte inquietanti. Sono le quasi 100 piattaforme petrolifere che circondano le coste italiane, all’interno delle 12 miglia nautiche, limite delle acque territoriali. Succhiano petrolio e gas, pagando – pochino – lo Stato in cambio delle concessioni. Ma occupano suolo pubblico, producono rifiuti – tanti – come una qualsiasi altra industria. Con una differenza: di Imu (o Ici) e di Tari (la tassa sui rifiuti) non ne vogliono neanche sentire parlare. Tributi che per decenni non sono mai stati riconosciuti e quindi mai riscossi.

Quando lo sfruttamento petrolifero in Italia è partito era l’epoca di Mattei, del sogno italiano di affrontare le grandi sorelle multinazionali. Il dopo guerra, la ricostruzione e poi il boom economico erano le giustificazioni politiche per chiudere tanti occhi. Oggi, con i Comuni asfissiati, i conti che traballano e i servizi per i cittadini sempre più ridotti, i sindaci che hanno questi ospiti nelle acque marine hanno provato a battere cassa. Con tante difficoltà.

Il Comune di Scicli, 27 mila abitanti, in provincia di Ragusa, ha un pre-dissesto dovuto ad un buco di bilancio di circa 8 milioni di euro. Una enormità per una piccola cittadina siciliana. A meno di 12 miglia dalla costa una piattaforma cogestita da Eni e Edison, la Vega 2, pompa ogni giorno gli idrocarburi, con profitti milionari. Quando la Guardia di Finanza di Ragusa è andata a vedere nel 2015 i registri contabili si è resa conto che quella piccola città d’acciaio non aveva pagato un solo euro di tasse comunali. Scatta l’accertamento e alla fine il conto è altissimo: 12 milioni di euro di tributi non versati (considerando solo le annualità non prescritte, dal 2009 al 2013), cifra che potrebbe raddoppiare includendo sanzioni e interessi. Successivamente a questa prima contestazione, Scicli ha proseguito nella procedura, arrivando a chiedere 23 milioni solo di quota capitale. Soldi che coprirebbero ampiamente il debito del comune siciliano, trasformandosi in asili, scuole, giardini pubblici, investimenti per il turismo, posti di lavoro.

Il Comune della provincia di Ragusa non è l’unico ad aver contestato il mancato pagamento dei tributi. Sono più di una dozzina la amministrazioni comunali che stanno cercando di riscuotere Imu e tassa per il servizio di racconta rifiuti da Eni e altre società petrolifere. L’Abruzzo è in prima fila, con nove comuni: Pineto, Vasto, Termoli, Cupra Marittima, Tortoreto, Porto Sant’Elpidio, Pedaso, Torino di Sangro, Falconara. Anche dalla Romagna il conto potrebbe essere salato per Eni: Rimini chiede 13,3 milioni di euro per l’omesso versamento di Ici, Iscop e Imu e le relative sanzioni; Cesenatico dovrebbe ancora ricevere 3,8 milioni di euro di Imu dopo i 6 già incassati ma Eni ha presentato ricorso; per il Comune di Ravenna Ici, Imu e Tasi ammontano a circa 40 milioni di euro.

In Sicilia, oltre a Scicli, anche il Comune di Gela ha chiesto il pagamento dei tributi ai colossi del petrolio. Almeno tre le sentenze della Cassazione, che alla fine di un lunghissimo e complesso contenzioso hanno dato ragione ai sindaci. La cifra in gioco è difficile da quantificare, ma fonti autorevoli ipotizzano una somma complessiva di quasi 2 miliardi di euro per tutte le circa 100 piattaforme petrolifere installate nelle acque territoriali italiane, solo considerando gli ultimi cinque anni.

Se per il passato la questione è aperta, sul futuro ha già deciso il governo di Matteo Renzi, che con una serie di norme contenute nelle leggi finanziarie tra il 2015 e il 2016 ha escluso il pagamento delle imposte comunali per le strutture considerate tecnicamente “imbullonati”, ovvero rimovibili, riducendo drasticamente il carico fiscale per le piattaforme.

Una scelta, questa, salutata positivamente dal principale interessato, l’Eni: “Dal 2016 il Dipartimento delle Finanze ha riconosciuto l’applicabilità dell’esenzione prevista per gli impianti industriali (c.d. imbullonati – legge 28 dicembre 2015 n. 208) anche alle piattaforme nel mare territoriale. Tale interpretazione è in linea con quanto previsto dalla legge di bilancio 2018 per i rigassificatori a mare”, commentano dall’azienda. Per il passato la stessa Eni riconosce quanto dovuto: “Nel 2016 la Corte di Cassazione, sovvertendo il precedente costante indirizzo giurisprudenziale, ha affermato l’applicabilità dell’Ici e poi dell’Imu alle piattaforme offshore localizzate nel mare territoriale. Eni, di conseguenza, ha avviato i pagamenti dell’imposta e sono pressoché chiusi tutti contenziosi pendenti per gli anni fino al 2015”, scrive Eni in una nota inviata al Fatto quotidiano.

Le casse dei Comuni per ora attendono, mentre sul futuro c’è già una pietra tombale.

Il frate rifiuta di lavare i piedi agli immigrati. E i fedeli protestano

Giovedì seraun frate si è rifiutato di lavare i piedi agli immigrati provenienti da una casa di accoglienza. L’episodio è accaduto nella chiesa di San Michele Arcangelo, a Manduria (Taranto). Per l’indignazione, i fedeli hanno invaso i social raccontando la vicenda: “Vergognosamente stasera il razzismo è salito sull’altare”, ha scritto uno di quelli presenti alla messa. In molti hanno risposto a quel messaggio, scrivendone altri e richiedendo l’intervento da parte delle autorità ecclesiastiche: “Per fortuna nella Chiesa ci sono persone che combattono il razzismo, compreso il Santo Padre” ha commentato un altro utente sul social. Sembra non sappiano nulla alla Diocesi di Oria, sotto la quale ricade Manduria, e hanno specificato che gli officianti non erano diocesani ma “religiosi appartenenti all’ente ecclesiastico dei Servi di Maria”, frati quindi, come a giustificarsi, poiché tutto il personale religioso di Manduria era impegnato nei riti del venerdì di Pasqua. Imbrarazzo da parte dell’amministratore parrocchiale della chiesa, don Dario De Stefano, che era assente alla funzione. A chi ha cercato di contattarlo, ha preferito non rispondere.

Le Ong e i libici incrociano un barcone: una trattativa “salva” bambini e malati

Non è la prima volta che le Ong si ritrovano insieme ai guardacoste libici nel Canale di Sicilia, alle prese con “carrette del mare” già naufragate o destinate al naufragio con a bordo uomini, donne e bambini. Ci sono state sparatorie e minacce dei libici, scontri più o meno violenti, incidenti anche con i migranti finiti in mare. E poi il caso della Open Arms del 15 marzo scorso: la nave dell’ong Proactiva si è rifiutata di consegnare i migranti ai libici come ordinato dal Centro di coordinamento della Guardia costiera, li ha portati in Italia ed è stata sequestrata. Sabato è successo di nuovo all’Aquarius, la nave di Sos Méditeranée che imbarca anche personale di Medici senza Frontiere, per un gommone in difficoltà con a bordo circa 120 persone, in acque internazionali a 23-24 miglia nautiche dalla costa libica. Da Roma alle 10,32, spiega Msf, hanno ordinato alla Ong di raggiungerlo. Alle 11, quando l’imbarcazione di servizio dell’Aquarius era sul posto, hanno detto di lasciar fare ai libici. “Dopo lunghe negoziazioni – riferisce Msf – abbiamo ottenuto di evacuare 39 casi medici e vulnerabili tra cui un neonato, donne incinte, bambini con le loro famiglie, ma poi ci è stato ordinato di allontanarci e decine di persone sono state riportate in Libia”. Msf ribadisce “che la Libia non è un luogo sicuro e per nessun motivo rifugiati e migranti dovrebbero essere riportati lì”. L’Onu ha documentato torture nei campi libici e abusi anche sui migranti in mare.

Sconfinamenti, Roma e Parigi rivedono tutto. E i pm indagano

Si incontreranno i prefetti di Torino e di Chamonix, il direttore delle Dogane francesi verrà in Italia, forse verrà anche il ministro dei Conti pubblici da cui dipende la pattuglia che venerdì sera, facendo irruzione in un locale della stazione di Bardonecchia (Torino) per controllare un nigeriano (sospettato di trasportare droga e sottoposto al test delle urine, risultato negativo), ha aperto una piccola crisi diplomatica tra Roma e Parigi. Farnesina e Viminale hanno scelto la linea dura: Roma ha minacciato di sospendere gli accordi di cooperazione tra le forze di polizia alla frontiera e nel giorno di Pasqua il governo francese li ha sospesi. Stop agli sconfinamenti che pure sono previsti dalle intese bilaterali secondo casistiche e procedure codificate.

Secondo Roma la pattuglia ha violato le regole e Parigi sapeva anche che la saletta della stazione di Bardonecchia era stata affidata alla ong Rainbow4Africa che assiste i migranti e cerca di dissuaderli dalla rischiosa avventura dell’attraversamento del confine d’inverno. Al di là di questo, le forze di polizia italiane non hanno ricevuto le comunicazioni previse. È “inaccettabile” per la Farnesina che ha definito “insufficienti” le spiegazioni fornite dall’ambasciatore appositamente convocato sabato scorso. Parigi, dove non sembrano darsi pena delle proteste italiane, nega invece qualsiasi “violazione della sovranità italiana”. Il nervo resta scoperto perché al di là del linguaggio diplomatico i francesi accusano gli italiani di lasciar passare troppi stranieri e la gente della zona riferisce di frequenti sconfinamenti delle pattuglie di polizia, gendarmi e dogane.

La legittimità dell’azione francese è messa in discussione anche dalla Procura di Torino che ha aperto un procedimento per abuso d’ufficio e violenza privata. Si valuta l’ipotesi di perquisizione arbitraria. Il fascicolo è contro ignoti in mancanza di identificazione dei doganieri.

“Meglio il gelo sui monti che l’inferno nigeriano”

“Maracaibo, mare forza 9, fuggire sì, ma dove?”. Oltre la vetrata della baita vedi gente che ascolta e balla. Una ragazza con i capelli corti, l’abito aderente, beve Martini. Non sa. Non può vedere che appena fuori c’è Olanna che la guarda: “Sono arrivata dall’Africa in gommone, è la prima volta che vedo la neve”.

Stanno gli uni accanto agli altri, i ragazzi italiani che fanno festa e i migranti che tentano la traversata verso la Francia. Separati dallo spesso cristallo della baita. Di là caldo, musica; di qua gelo, terrore e speranza.

Siamo a Claviere, mezzanotte di Pasqua. È terminata la messa nella chiesa di pietra dove pochi giorni fa i migranti avevano cercato rifugio, suscitando la rabbia del parroco. Ma presto la folla si disperde e dall’ombra spuntano loro, i migranti. Prendono i sentieri che portano alla scuola di sci. Da qui parte la nuova rotta per la Francia, dopo che per mesi i migranti si ritrovavano a Bardonecchia e tentavano il Colle della Scala. Quasi un suicidio: salire di notte con il rischio di gelo e valanghe. Molti li ha salvati il Soccorso Alpino e speriamo che, con la primavera, non si trovino corpi sotto la neve.

Allora si parte da Claviere. La Francia è a un passo, un paio d’ore fino al Monginevro zigzagando per sentieri, ma il rischio di essere beccati è altissimo: “Il deserto, poi la traversata del Mediterraneo. Tutto buttato via in pochi secondi”, racconta Fabien, la guida francese. “Sentite le vostre forze. Se non ce la fate fermatevi”, raccomanda alle ombre che gli stanno davanti. Dodici persone in tutto. È il secondo gruppo questa notte. Fabien distribuisce maglioni, piumini, berretti. E soprattutto gli scarponi. Perché “c’è un freddo bastardo e se uno si ferma sono fregati tutti”.

Pronti? Sì. Il gruppo di ombre si mette in moto, di corsa, anche se è durissima appena si prende a salire. Uno accanto all’altro, in silenzio. Non si conoscono nemmeno, li unisce la speranza. Dodici ragazzini. Riescono appena a dirti da dove vengono: Nigeria, Sudan, Congo, Kurdistan, Siria.

Olanna – nigeriana di Awka – resta indietro. Con quel suo piumino scuro, il volto nero. Le vedi soltanto il bianco degli occhi, dei denti quando spalanca la bocca cercando aria. Ha una borsa a tracolla. Dentro ha il suo mondo: “Guarda”, dice mostrandoti la foto di una donna, la madre. Poi una scatola per il trucco, una merendina, un telefonino con cui ha mandato un messaggio prima del grande salto. “Vengo dalla Nigeria, ho attraversato il deserto con una mia compagna di scuola, ma lei…”, allarga le braccia. Annegata, fermata in Libia? Chissà. “Ho diciotto anni, in Nigeria era l’inferno. Preferivo morire”, dice mimando una mano intorno alla gola. Olanna, che per gli Igbo significa oro di Dio. E chissà se è bella, chissà quanti anni ha: “Diciotto”, giura. Impossibile capirlo, sono tutti uguali, neri, in questo buio. Olanna cammina con Sephora: “Ci siamo incontrate sul barcone”, raccontano. Quasi non si capiscono, si scambiano mozziconi di frasi in inglese, ma si tengono per mano. Non si mollano mai. Cadono e si sostengono. Sephora con la neve alle cosce che trascina un trolley.

Era la notte perfetta per tentare: le nuvole che si sono diradate e la luna piena a illuminare montagne d’argento. Si vede il sentiero, ma il terrore è essere visti. Ti sembra di sentire sotto le giacche il cuore di Olanna, Sephora, che batte all’impazzata. Che accelera quando dietro il crinale arriva una luce. No, è un’auto in lontananza. Dio – qualsiasi dio sia, ognuno qui ne prega uno diverso – che paura!

In testa alla comitiva c’è Fabien, coda di cavallo, occhiali: “Io lotto contro i confini”, racconta, “Di giorno monto antenne tv, lavoro in una cittadina a cento chilometri da qui”. Di notte lascia i due figli a casa e corre su per i monti ad aiutare i migranti. A rischiare la galera.

Sephora cade, con le mani protegge il trolley. C’è un abito coloratissimo: “Me lo ha dato mio padre… per il matrimonio”. Ma cosa speri di trovare? “Avevo nove fratelli, sei sono morti. In Francia ho dei parenti, almeno è una vita”.

“Venez, venez”, urla sottovoce Fabien.

Cos’è questo rumore? Una motoslitta sale dalla valle. Forse la Gendarmerie che, raccontano a Claviere, passa il confine senza timore. Silenzio. Il faro punta qui. La motoslitta sale, sfiora il gruppo. Sono due ragazzi con una bottiglia che vanno al rifugio.

Il cuore di tutti riprende a battere. “Allez, allez”, cammini, corri, cadi. Trovi il sentiero, lo perdi ancora.

Fabien si ferma. Guarda. Fa un gesto con la mano: venite qui. Vicini. Uno accanto all’altro, senti il respiro. Poi quelle parole: “Siete in Francia”.

Troppo buio, non riesci a vedere il volto nero di Olanna, la sua espressione. Soltanto le lacrime gelate che luccicano.