C’è un blog sul Repubblica.it con un titolo rivoluzionario – Le fake news di Scalfari su papa Francesco – nascosto chissà dove nei meandri del sito dai responsabili anti-rivoluzionari dello stesso sito. Lo firma il matematico Piergiorgio Odifreddi. Il testo ricostruisce tutta la serie di interviste poi smentite – ormai un classico – che scaturisce dagli incontri (surreali) fra il fondatore di Repubblica e l’argentino Jorge Mario Bergoglio. Con perizia e fortuna abbiamo trovato il blog e ve ne proponiamo dei passaggi: “Oggi è la Giornata Mondiale del Fact Checking, e vale la pena soffermarsi su una straordinaria serie di fake news diffuse da Eugenio Scalfari negli anni scorsi a proposito di papa Francesco, l’ultima delle quali risale a pochi giorni fa. (…) Il fatto è che Scalfari non si è limitato alle proprie abiure personali, ma ha incominciato a inventare notizie su papa Francesco, facendole passare per fatti: a produrre, cioè, appunto delle fake news. In particolare, l’ha fatto in tre ‘interviste’ pubblicate su Repubblica il 1 ottobre 2013, il 13 luglio 2014 e il 27 marzo 2018, costringendo altrettante volte il portavoce del papa a smentire ufficialmente che i virgolettati del giornalista corrispondessero a cose dette da Bergoglio”. Un consiglio, per aggirare la censura, andate sui motori di ricerca e scrivete le parole “blog Odifreddi”. E poi pregate.
Figuraccia a Mantova: a Pasquetta chiude il Palazzo Ducale. Ira dei turisti
Neanche un cartello per avvisare il pubblico della chiusura per Pasquetta e turisti inferociti, mentre erano in coda per entrare: “Non siamo stati avvisati”. Benvenuti al Palazzo Ducale di Mantova, chiuso a Pasquetta per mancanza di custodi. Nel giorno dedicato alle gite fuoriporta e con gli altri musei aperti, per quello statale del Ducale non c’è stato nulla da fare. Colpa della legge, dicono il direttore Peter Assmann e i sindacati, che si rimpallano la figuraccia. Basti pensare che per Pasqua, giornata in cui si entrava gratis nei musei statali come prima domenica del mese, i visitatori del Ducale hanno superato i 5mila. Quando il giorno di riposo di un museo statale cade in un festivo, come succede per il Ducale ogni lunedì, l’apertura può avvenire solo se si trovano custodi disposti, volontariamente, a lavorare. A Mantova ne servivano una ventina, ma meno della metà disposti a rinunciare al giorno di riposo. E così Assmann ha chiuso. I sindacati lo accusano di non avere programmato per tempo i turni. Lui ribatte che senza disponibilità volontarie, come prevede la norma, non si può aprire. Il sindaco di Mantova, Mattia Palazzi, ha provato a mediare ma inutilmente.
Napoli in bolletta mette all’asta i gioielli di casa
Quando si è sull’orlo della disperazione si mettono in vendita i gioielli di famiglia. Tagli da un miliardo di euro, un debito di 50 milioni di euro per la gestione commissariale dell’emergenza rifiuti e una sanzione della Corte dei conti da circa 85 milioni di euro per non aver iscritto nel bilancio 2016, ma solo l’anno successivo, il debito post terremoto 1980, hanno ridotto il sindaco di Napoli Luigi de Magistris ad approvare in giunta nella notte della vigilia di Pasqua un bilancio di previsione 2018-2020 di lacrime e sangue. Nel documento, che andava votato entro il 31 marzo pena il rischio scioglimento, si ipotizzano le vendite di un paio di ‘gioielli’: il palazzo del consiglio comunale di via Verdi e l’ippodromo di Agnano, per ora posti a garanzia dei debiti. Scongiurata, invece, la cessione dello Stadio San Paolo, lanciata a mo’ di provocazione in ambienti di maggioranza. Per adesso. Perché il 16 aprile, quando il bilancio approderà in aula, tutto può succedere.
Le motivazioni della sanzione della Corte dei conti erano arrivate appena 48 ore prima della seduta di giunta e l’assessore alle Finanze Enrico Panini e il capo di Gabinetto Attilio Auricchio hanno dovuto fare le capriole per far quadrare il cerchio dei conti. Ieri de Magistris ha pubblicato su Facebook un chilometrico post di 7.755 caratteri dove la rabbia per il “debito ingiusto” ereditato dalle stagioni della Prima Repubblica e dell’emergenza rifiuti, prevale sullo scampato pericolo e sul sospiro di sollievo per aver scongiurato un’ulteriore “macelleria sociale” su un welfare già ridotto al minimo. “Gli uffici mi avevano prospettato quattro scenari – afferma il sindaco arancione – uno più drammatico dell’altro”. Sintetizzabili così: scioglimento del consiglio comunale per impossibilità di approvare il bilancio in queste condizioni; dichiarazione di dissesto con tutte le conseguenze del caso, tra cui il blocco dei pagamenti ai creditori e stop agli investimenti; eliminazione della refezione scolastica, dimezzamento del welfare, contrazione dei salari, vendita di numerosi beni monumentali in aggiunta a quelli già sul mercato da tempo; quarto e ultimo scenario: la liquidazione della dissestata Anm, l’azienda di trasporto pubblico finita in concordato preventivo.
De Magistris e i suoi assessori hanno virato verso la previsione di dismissione di alcuni immobili, evitando tagli e lasciando inalterata la posta di 54 milioni annui su Anm, in attesa delle decisioni del Tribunale. “Il migliore bilancio possibile in condizioni proibitive”, dice il sindaco. Furioso però per quel fardello di quasi 150 milioni tra sanzioni e debiti “dello Stato a gestione commissariale” (terremoto e rifiuti) precipitati addosso “come meteoriti istituzionali” su un Comune che li ha ereditati, ritrovandosi il cerino acceso in mano dei pignoramenti. “A chi ci vuol far morire con violenza politica e istituzionale senza precedenti – scrive de Magistris – risponderemo con la ribellione democratica alle ingiustizie”. A cominciare dal 14 aprile, manifestazione sotto Palazzo San Giacomo. La chiave di lettura del Pd è opposta. “De Magistris mente alla città per coprire con la propaganda un suo errore contabile – dice il presidente dei dem napoletani Tommaso Ederoclite – Quel debito bisognava inserirlo a bilancio e il governo lo avrebbe coperto per il 77%. Si è pensato scientificamente di nasconderlo, o di non inserirlo per pura incompetenza”.
Nomine a Roma: archiviazione per la Raggi
La sindaca di Roma Virginia Raggi incassa un’altra archiviazione. A firmarla, questa volta, è la procura regionale della Corte dei Conti e riguarda il procedimento sulle “nomine illegittime effettuate dalla giunta della sindaca di Roma Virginia Raggi con conseguente erogazione di compensi diretti in favore di Marra Raffaele e Romeo Salvatore”. Nomine avvenute nell’estate 2016. Sui compensi in questione, certifica la Corte dei Conti del Lazio, non v’è stato alcun danno erariale. L’eventuale danno ruotava, per quanto riguarda il compenso di Romeo, intorno al significativo aumento del suo stipendio: da 39mila euro a ben 110mila, poi ridotto a 93mila euro annui, su richiesta dell’Anac.
L’archiviazione sul danno erariale si aggancia a quella, ottenuta meno di due mesi fa, sulla stessa nomina di Marra e Romeo, per la quale era stata indagata con l’accusa di abuso d’ufficio. Sono stati gli stessi pm Paolo Ielo e Francesco dall’Olio, che avevano istruito il fascicolo, a chiedere l’archiviazione sia per Raggi – assistita dall’avvocato Alessandro Mancori – sia per Romeo, definendo “non corretta” la procedura che aveva portato quest’ultimo alla promozione, procurandogli “un ingiusto vantaggio patrimoniale”, ma precisando che nell’iter non vi fu alcun dolo. La vicenda s’arricchì d’un dettaglio che, durante le indagini, fece discutere parecchio: nel fascicolo trovarono spazio anche le tre polizze sulla vita – del valore di 41mila euro – che Romeo aveva intestato alla sindaca. Il gip non soltanto ha accolto la richiesta di archiviazione con una motivazione più ampi di quella avanzata dalla procura – “L’inconsistenza degli addebiti impone l’archiviazione del procedimento per l’inconsistenza della notizia di reato” – ma sul caso polizze ha scritto che “appare piuttosto stravagante e comunque probatoriamente inconsistente conferire valenza illecita alle tre polizze assicurative che indacavano Virginia Raggi quale beneficiaria soltanto in caso di morte di Salvatore Romeo”.
Resta in piedi invece l’accusa di falso ideologico, che vede Raggi imputata nel processo con rito immediato, per la nomina di Renato Marra – fratello del suo ex braccio destro Raffaele – che passò dal ruolo di vicecapo della polizia municipale a quello di direttore del settore Turismo del Campidoglio. Secondo le accuse, Raggi ha mentito all’Anac quando dichiarò che la nomina di Marra fosse esclusivamente una sua scelta. Una dichiarazione che sembra smentita dalle chat intercorse proprio con Raffaele Marra e sequestrate a quest’ultimo nell’ambito delle indagini che lo vedono indagato, con l’accusa di corruzione, insieme con il costruttore Sergio Scarpellini. E se l’accusa di falso ideologico giunge dall’analisi delle chat con Marra, Romeo e l’ex vice sindaco Daniele Frongia, le accuse archiviate sulle nomine illegittime nascono invece dal dossier che, nel novembre 2016, fu presentato in procura dall’ex capo di gabinetto in Campidoglio, Carla Raineri. Resta in piedi, infine, il fascicolo per diffamazione, avviato dopo la denuncia del Pd firmata direttamente dal suo tesoriere Francesco Bonifazi, che denunciò la sindaca per aver scritto su Facebook: “Affari con Mafia Capitale? Mica siamo il Pd”. Anche in questo caso è stata avanzata richiesta di archiviazione sulla quale, dopo l’opposizione dei denuncianti, il gip deciderà il 13 giugno.
Permesso a Savi, protestano le vittime della Uno Bianca
Tre giorni e mezzo di permesso, con la possibilità di passare la Pasqua fuori dal carcere. A beneficiarne è stato Alberto Savi, il minore dei fratelli della banda della Uno Bianca, il gruppo che tra gli anni 80 e 90 si rese responsabile di centinaia di rapine, uccidendo 24 persone e ferendone più di cento tra l’Emilia-Romagna e le Marche. Il permesso concesso a Savi, detenuto dal 1994 e condannato all’ergastolo, ha scatenato le reazioni dei familiari delle vittime della banda: “È una vergogna, un’indecenza – ha commentato Anna Maria Serafini, madre di Otello, il carabiniere ucciso dalla banda il 4 gennaio 1991 assieme a due colleghi nella ‘Strage del pilastro’ –. Non so come abbiano fatto i giudici a dare agevolazioni a persone che hanno fatto cose del genere”. Savi, in carcere a Padova, ha una posizione meno pesante rispetto ai fratelli Roberto e Fabio. Intercettato negli ultimi giorni da Il Mattino di Padova, non ha voluto rilasciare dichiarazioni, altrimenti “ rischierebbe di fare del male a tante persone”. “Male alle persone lo hanno già fatto – ha replicato Serafini – e ora ascoltano più loro che noi, le vittime non contano niente”.
Romeo con Tiziano a Firenze e la pista di Grandi Stazioni
L’incontro tra Alfredo Romeo e Tiziano Renzi potrebbe essere avvenuto in un giorno intorno al 16 luglio del 2015, nel primo pomeriggio, a Firenze.
Carlo Russo, 34enne amico e “compare” di Tiziano che ha battezzato il figlio di Russo, entra in contatto con Romeo probabilmente molto prima: il 27 febbraio 2015. Quel giorno Alfredo Romeo parla con l’amico Alfredo Mazzei che sta cercando di organizzare un caffé tra Renzi e Romeo per farli conoscere dopo l’assoluzione di Romeo per una vecchia vicenda giudiziaria napoletana.
Romeo lo interrompe: “Ma io ti devo veder da vicino perché ti devo dire una cosa… che mi hanno mandato addosso una persona e non so capire cosa vuol dire e quindi la devo commentare con te, uno dei loro… papà cose cazzi questo genere”. La persona legata al papà per gli investigatori potrebbe essere Russo. Pochi mesi dopo, l’8 luglio 2015, Romeo chiama Italo Bocchino e gli parla di Grandi Stazioni. La società che gestisce le maggiori stazioni italiane aveva indetto una gara ristretta per la manutenzione e la pulizia degli scali e Romeo era interessato. A Italo Bocchino, suo consulente retribuito, offre un’informazione preziosa: “Secondo questo ragazzo di Firenze Grandi Stazioni è ancora controllata dalle Ferrovie dello Stato”. Poi Bocchino tramite un suo amico il 29 luglio fissa un appuntamento con Paolo Gallo, amministratore delegato di Grandi Stazioni che però poi uscirà dalla società a seguito della sua ristrutturazione.
A gestire la gara che interessa a Romeo infatti sarà Grandi Stazioni Rail, una società figliata da quella originaria che era mista pubblico-privato e che è invece in mano alle FS, dunque pubblica. Il dominus non è Gallo, il manager poi uscito che era stato contattatato da Bocchino, ma un manager promosso nell’era renziana che è un amico di Carlo Russo: Silvio Gizzi.
Otto giorni dopo quella telefonata, il 16 luglio 2015, alle 15 e 24, Alfredo Romeo – che non è in sede – chiama con il suo cellulare la sua segretaria storica.
I Carabinieri del Noe trascrivono: “Alfredo chiama la Grittani alla quale chiede se, visto che nelle Grandi Stazioni ci sono due gare, una per le pulizie e una per le manutenzioni, la Romeo partecipa ad entrambe. Grittani risponde che al momento è una procedura ristretta per la quale stanno preparando le domande di partecipazione visto che una scade il 27 ed un’altra il 29 luglio… poi avverrà l’invito con l’invio del capitolato con le specifiche”.
A questo punto sarebbe molto importante capire se Romeo chiama Paola Grittani per chiedere informazioni sulla gara proprio perché a Firenze è stato sollecitato sul punto. Al Fatto risulta che i Carabinieri hanno trovato l’incrocio delle celle agganciate dai telefonini di Tiziano e di Romeo a Firenze proprio in quel periodo di metà luglio. Sarebbe interessante sapere se per caso Romeo ha incontrato Tiziano con Russo e se magari ha parlato con Russo o con entrambi di Grandi Stazioni e magari anche di Consip.
“Il Fatto” ha provato a chiedere a Tiziano Renzi se ha incontrato Romeo a metà luglio, se magari lo ha visto proprio il 16 luglio 2015. Poi abbiamo girato queste richieste a Matteo Renzi. Il padre ci ha ricordato la sua scelta di non parlare con i pm per protestare contro “i processi sui giornali” mentre Matteo non ci ha risposto.
Tiziano Renzi ha sempre negato, come anche Romeo, l’incontro. E al momento non esiste una prova che li smentisca. I tabulati e le telefonate sono solo indizi che talvolta però possono trarre in inganno. Per questo i pm romani hanno convocato nelle scorse settimane anche Italo Bocchino per chiedergli conto delle conversazioni con Romeo intercettate nel luglio 2015 dalle quali sembra emergere la sua consapevolezza di un incontro tra Romeo e Renzi senior.
Bocchino però non ha offerto elementi in tal senso. Tiziano Renzi, Russo e Romeo non hanno voglia di affrontare simili argomenti. Peccato. Anche perché le conversazioni telefoniche del luglio 2015 sembrano trovare un seguito in quelle intercettate dalle microspie del Noe un anno dopo nell’ufficio di Romeo.
In più di un incontro Alfredo Romeo parla con Russo, tra agosto e ottobre del 2016, proprio di quella gara di Grandi Stazioni.
Il 14 settembre per esempio, Russo, riferisce a Romeo di avere incontrato l’amministratore Silvio Gizzi. Il 21 settembre i Carabinieri del Noe pedinano e fotografanbo Russo e Gizzi vicino alla Stazione Termini. Poi il 27 settembre Russo dice a Romeo che “le cose stanno andando bene” e che incontrerà Gizzi ancora l’indomani. Russo è così convinto che il 18 ottobre a Romeo dice: “Io ho fatto il conto di calcolare quel 2 o 3 per cento …. soltanto…. su Grandi Stazioni, è una cosa che già ci abbiamo in tasca”. Anche per queste conversazioni Russo e Romeo sono indagati con Gizzi (non con Tiziano) per turbativa di gara. In realtà poi Romeo non ha vinto quelle gare.
La Procura di Roma sembra scettica. Anche se l’eventuale incontro tra Tiziano e Alfredo Romeo fosse esistito Tiziano Renzi potrebbe essere prosciolto. Non basta un incontro tra il padre di un premier in carica e Romeo per dimostrare un traffico di influenze illecite. Però, se ci fosse stato, quell’incontro fiorentino andrebbe spiegato. Non solo da Tiziano ma anche da Matteo Renzi.
Salvini: “Sanzioni alla Russia da abolire. Un danno per l’Italia”
Da anni Matteo Salvini è critico nei confronti delle sanzioni europee contro la Russia di Vladimir Putin, ritenute un grave danno per l’industria italiana. Ieri il leader del Carroccio ha ribadito il concetto, condividendo sul proprio profilo Twitter l’intervista rilasciata domenica a Libero da Ernesto Ferlenghi, il presidente di Confindustria Russia: “Spero di potere presto, dal governo, raccogliere l’appello del presidente di Confindustria Russia: via queste assurde sanzioni che stanno causando un danno incalcolabile all’economia italiana!”. Nell’intervista condivisa da Salvini, Ferlenghi si era augurato che “la linea della Lega” sul tema potesse diventare “quella del prossimo governo”, dato che l’Italia “sta perdendo posti di lavoro e decine di miliardi”. A far da sponda a Salvini è intervenuto poi un altro leghista di peso. Poche righe, ancora affidate ai social, da parte dell’ex governatore della Lombardia Roberto Maroni: “E bravo Matteo Salvini. Lo sostengo da sempre, le sanzioni alla Russia vanno abolite, sono un danno solo per noi”.
Fondazioni, tutte le proposte (affossate) per la trasparenza
“Serve subito una legge sulla trasparenza delle fondazioni che finanziano la politica”, ha chiesto domenica con una intervista al Fatto Quotidiano il presidente dell’Autorità anti-corruzione Raffaele Cantone. Perché questi enti che raccolgono milioni di euro sono regolati dal Codice civile “come fossero bocciofile”: i bilanci sono opachi, non si può sapere chi ha finanziato chi, la trasparenza è quasi solo volontaria. Cantone si appella al nuovo Parlamento perché in quello vecchio le idee su come rendere trasparenti le fondazioni c’erano, i voti per approvare le proposte di legge invece no.
A inizio 2014 il Parlamento ha convertito in legge un decreto di fine 2013 (governo Letta) che ha cancellato il finanziamento pubblico ai partiti vecchio stile. Al comma 4 dell’articolo 5 si legge: “Alle fondazioni e alle associazioni la composizione dei cui organi direttivi sia determinata in tutto o in parte da deliberazioni di partiti o movimenti politici, nonché alle fondazioni e alle associazioni che eroghino somme a titolo di liberalità o contribuiscano al finanziamento di iniziative o servizi a titolo gratuito in favore di partiti, movimenti politici o loro articolazioni interne o di parlamentari o consiglieri regionali, in misura superiore al 10 per cento dei propri proventi di esercizio dell’anno precedente, si applicano le prescrizioni di cui al comma 1 del presente articolo, relative alla trasparenza e alla pubblicità degli statuti e dei bilanci”.
Il 10 settembre del 2015 il deputato dei Cinque Stelle Alberto Airola è il primo firmatario di un disegno di legge che vuole rendere più stringenti quei requisiti molto laschi. Nella relazione che accompagna il testo, Airola ricorda che “nel 2012 venne bocciato ad opera di tutte le compagini partitiche l’emendamento che mirava a imporre le stesse regole di trasparenza previste per i partiti anche alle fondazioni”. E quindi propone di rimediare con una legge di un solo articolo che estende alle fondazioni tutti gli obblighi di trasparenza che valgono per i partiti, qualunque sia la natura della fonazione e anche se il finanziamento alla politica è indiretto. Il problema è che la legge sui partiti ha una falla proprio sulle sanzioni per chi non rispetta gli obblighi di trasparenza e di certificazione indipendente del bilancio. Come nota Cantone, “la commissione che vigila sui partiti ha soltanto cinque membri, organico insufficiente e potere sanzionatorio non idoneo”.
Un paio di mesi prima di Airola, anche l’ormai ex deputato Antonio Misiani del Pd aveva presentato un disegno di legge sullo stesso tema: viene specificato che, in deroga alle norme sulla privacy, non serve chiedere il consenso al donatore per poter pubblicare il suo nome on line, le fondazioni che raccolgono più di 50.000 euro devono farsi certificare il bilancio da un revisore terzo e pubblicarlo on line, riesce a mantenere l’anonimato solo chi dona meno di 5.000 euro, ci sono anche sanzioni per chi viola gli obblighi di rendicontazione, fino al doppio delle somme versate.
Nell’aprile 2016 il senatore Gaetano Quagliariello (oggi senatore di Forza Italia) propone limiti ancora più stringenti: trasparenza piena per tutte le donazioni sopra i 1.000 euro, coinvolgimento dell’Anc nei controlli e cancellazione dall’elenco dei beneficiari delle agevolazioni fiscali e tributarie delle fondazioni che trasgrediscono. Soltanto Linda Lanzillotta, nella scorsa legislatura senatrice del Pd, aveva specificato un dettaglio importante nella sua proposta di legge dell’aprile 2015 che avrebbe fatto saltare gran parte dell’attuale intreccio tra aziende e politica: divieto assoluto per “enti, aziende e società partecipate da enti pubblici ovvero che siano titolari di concessioni pubbliche di finanziare con contributi, donazioni, sponsorizzazioni o inserzioni pubblicitarie, anche attraverso i loro dirigenti, le istituzioni, fondazioni e associazioni che abbiano come scopo sociale l’elaborazione di politiche pubbliche e che siano presiedute o dirette da persone che siano titolari di incarichi di governo a livello nazionale, regionale o locale, o siano membri del Parlamento nazionale o europeo ovvero di assemblee elettive regionali o locali, o che lo siano stati nei dieci anni precedenti”. Chi trasgredisce non può sedere per tre anni in poltrone assegnate dal governo o, se è un’azienda, partecipare a gare pubbliche per tre anni. La fondazione Open di Matteo Renzi, per esempio, è guidata dall’avvocato Alberto Bianchi indicato dal governo Renzi nel cda dell’Enel e ha tra i finanziatori Fabrizio Landi, al secondo mandato nel cda di Leonardo-Finmeccanica.
Nessuna di queste proposte di legge è stata approvata dal Parlamento della diciassettesima legislatura. Chissà se quello della diciottesima ne ripescherà qualcuna e farà proprio l’appello del presidente dell’Anac Cantone.
Schifani: “Alleanza con il Movimento? Non sarà facile”
Un appoggio di Forza Italia a un governo Di Maio? “Quasi impossibile” secondo il forzista Renato Schifani. Mentre un’alleanza di governo tra centrodestra e M5S “non sarà facile”. Ovvero, molto più possibile. Stando all’ex presidente del Senato, intervistato ieri a 6 su Radio 1, “il centrodestra ha vinto le elezioni, quindi non vedo per quale motivo Di Maio ritenga di aver vinto le elezioni. Noi proporremo Salvini e si discuterà . Innamorarsi nella logica dei nomi non giova alla democrazia, occorre prima individuare i punti di contatto. L’assunzione personalistica di Di Maio non aiuterà il presidente della Repubblica”. Ma Forza Italia ha comunque voglia di governare, perfino con i 5Stelle. E quindi Schifani non pone limiti alla provvidenza: “Non sarà facile, bisognerà trovare delle convergenze”. Ed è molto diverso dal porre ostacoli insormontabili. Infine, il forzista risponde su una possibile Opa della Lega sul partito di Berlusconi: “Se ne parla da parte di vari osservatori ma io non lo riscontro anche perché Matteo Salvini sbaglierebbe, non dimostrando di essere leader di una coalizione”.
Il paradosso del ritorno alle urne: “Non vincerebbe nessuno lo stesso”
Ci vuole tempo. Lo dicono tutti e quindi sarà vero: ci vuole tempo affinché la crisi politica innescata dal voto del 4 marzo trovi una sua composizione parlamentare; ci vuole tempo perché passino le scorie della campagna elettorale e si possa procedere ad alleanze nuove; ci vuole tempo affinché il Palazzo sviluppi quella particolare forma di autoconservazione capace di creare maggioranza laddove pareva impossibile.
Ci vuole tempo, eppure non mancano i segnali che il tempo potrebbe non bastare e l’Italia essere riportata al voto in tempi brevissimi (ottobre se ogni tentativo andrà a vuoto da qui a giugno). Il busillis è noto e parte dal fatto che nessuno ha i voti: il governo del centrodestra, che pure ha più parlamentari degli altri, è difficile perché né il Movimento 5 Stelle, né il Pd intendono appoggiarlo; il governo del M5S è possibile solo con Luigi Di Maio a Palazzo Chigi, ma nessuno di quelli che potrebbe allearsi coi grillini vuole Di Maio a Palazzo Chigi; un governo 5 Stelle centrodestra è impossibile perché i primi non vogliono Silvio Berlusconi; un governo 5 Stelle-Lega è difficilissimo perché la seconda non pare volersi staccare da Silvio Berlusconi; un governo 5 Stelle-Pd è impossibile perché Renzi non vuole e controlla metà dei gruppi parlamentari; un governo del presidente è difficilissimo perché non lo vogliono appoggiare né i grillini, né i leghisti.
Insomma, ci vuole tempo ma il tempo potrebbe non bastare. Solo che anche il ritorno al voto potrebbe non essere dirimente. Il perché lo spiega l’esperto di sistemi elettorali Federico Fornaro, deputato di Liberi e Uguali, la scorsa settimana eletto presidente del gruppo Misto alla Camera (in questa veste parteciperà alle Consultazioni al Quirinale): “Con il Rosatellum anche la soluzione di tornare alle urne sarebbe sterile perché, stando ai rapporti di forza usciti dalle urne il 4 marzo scorso, in ballo ci sarebbero al massimo 25-30 seggi, insufficienti a determinare una maggioranza stabile alla Camera”.
In sostanza, le dinamiche nei sondaggi post-voto mostrano un ulteriore indebolimento dell’area del centrosinistra e una crescita di 5 Stelle e Lega (ma quest’ultima soprattutto ai danni di Forza Italia, cioè all’interno della coalizione di centrodestra). In sostanza a “passare di mano” da uno schieramento all’altro sarebbero una trentina di deputati, effettivamente non sufficienti – e di parecchio – a formare una maggioranza di governo alla Camera (lo stesso discorso potrebbe essere fatto per il Senato dimezzando i numeri): alla coalizione di centrodestra mancano oltre cinquanta deputati per avere la metà più uno dell’Aula, al Movimento 5 Stelle addirittura quasi cento; a Palazzo Madama Salvini e soci sono sotto di 23, i grillini di 50.
Insomma, anche un voto a ottobre non darebbe un vincitore netto. È anche vero, però, che al prossimo giro sarebbe chiaro a tutti che è il momento del compromesso, che il nuovo sistema tripolare non può essere ingabbiato dentro logiche maggioritarie imposte per legge al corpo elettorale.