“Se si allea con la Lega, il M5S si suicida: serve un nuovo voto”

Nel voto del 4 marzo non ha visto un verdetto: “Gli italiani hanno espresso un pronunciamento, non una scelta precisa”. E quel pronunciamento però gli pare chiaro: “Gli elettori hanno voluto scongiurare una coalizione tra Pd e Forza Italia”. Dopodiché, “qualunque alleanza di governo è impossibile, perché sarebbe solo un’accozzaglia”. Lo scrittore Erri De Luca legge i risultati delle Politiche come la bocciatura di un Nazareno bis. Ma invoca già nuove urne: “Per me bisognerebbe tornare al voto a brevissimo, credo che gli italiani darebbero un responso più preciso”.

Forse prima di tornare a votare bisognerebbe cambiare legge elettorale. Molti vedono nel Rosatellum la causa principale dello stallo.

Ho sentito dire che l’esito non sarebbe cambiato con leggi elettorali diversa da quella attuale. Non sono un esperto, ma ho l’impressione che questo voto sia stato una tappa in un percorso degli elettori.

Ora proveranno comunque a formare un governo. E si partirà dai Cinque Stelle e dal loro 32,5 per cento. L’ha stupita il loro risultato, soprattutto nel Meridione?

Quello del Sud è un voto mobile, attuale, soggetto a sbalzi d’umore. Regioni come Sicilia e Puglia vanno dove tira il vento. Ma non so se tra un anno il M5S prenderebbe così tanto. E comunque mi ha colpito di più il mutamento dell’elettorato nelle ex regioni rosse.

Il Pd è precipitato anche lì: colpa di Renzi, e della sua politica poco di sinistra?

No. Lo ripeto, è stato un voto per evitare un’alleanza con Forza Italia, che poteva sembrare un risultato naturale.

E ora? Sarebbe una buona mossa per i dem cercare un accordo con i 5Stelle?

Il Pd dovrebbe indire le primarie per trovare un nuovo segretario, senza decidere a tavolino. E dovrebbe farlo in fretta. Più passa il tempo, più si assottiglia nella considerazione degli italiani.

E allora il M5S dovrebbe provarci con la Lega. Avrebbero anche i numeri.

Sarebbe solo un’accozzaglia e un suicidio reciproco, per un governo che oltretutto durerebbe poco. E a suicidarsi sarebbero soprattutto i 5Stelle, perché perderebbero tanto di quell’elettorato guadagnato a sinistra, con il loro porsi come un soggetto esterno alle categorie politiche, alla destra come alla sinistra.

Un anno fa nel pieno delle polemiche sulle ong, quando Luigi Di Maio parlò di “taxi del mare”, lei definì il Movimento “invotabile”. È ancora dello stesso parere?

Per me il M5S è perfino peggiorato, perché nel frattempo ha boicottato il voto sullo ius soli.

Perché lo ha fatto?

Per prendere voti dappertutto. E finora ci è riuscito.

Ma M5S e Lega hanno davvero linee così simili sull’immigrazione? Qualche giorno fa sul Fatto il politologo Piero Ignazi ricordava che nel programma dei 5Stelle è previsto il divieto di respingere i migranti in Paesi che non rispettino i diritti umani. E il Movimento si è adoperato anche per l’abolizione del reato di clandestinità.

Dove vengono selezionati coloro che hanno diritto d’asilo, i titolari di potenziali diritti? In mare, con una selezione innaturale dei naufragi e degli sbarramenti. E su questo punto i 5Stelle e la Lega hanno la stessa linea, quella dell’istigazione all’omissione di soccorso. Basta vedere come sono entusiasti per i sequestri delle navi delle ong.

Perché è così sentito il tema dell’immigrazione in Italia? C’è effettivamente tutta questa paura nei confronti dei migranti?

La società italiana si compiace di spaventi, e dello spauracchio dell’invasione. A Napoli si dice che Pulcinella ha paura delle maruzze, delle lumache, e delle loro corna che spuntano dal cesto. Nella stessa misura gli italiani hanno paura dei migranti.

È l’effetto della crisi economica?

È un disturbo del comportamento, tipico delle società senili. I vecchi si spaventano più facilmente.

C’è qualcosa o qualcuno che le piace nell’attuale panorama politico?

Luigi De Magistris. Ha fatto buone cose come sindaco di Napoli.

Lo descrivono spesso come un Masaniello, un demagogo.

De Magistris è un magistrato, un uomo di legge che ha impedito di fare man bassa del denaro pubblico.

Ha ancora senso parlare di sinistra da ricostruire?

Per me la sinistra equivale alla trinità laica della Rivoluzione francese: libertà, uguaglianza e fratellanza. E questi valori esistono ancora in Italia. Solo che non sono rappresentati da alcun partito.

De Luca, lei ha votato il 4 marzo?

Questa domanda la passo.

La Ue, le fake news, le elezioni e Orwell

L’Unione europea,come si sa, non teme nulla, eccetto le elezioni negli Stati che ne fanno parte. Siccome è da qualche anno che, a parer loro, vanno quasi tutte male, i burocrati bruxellesi devono trovare non un modo di vincerle, ma qualcosa o qualcuno a cui dare la colpa: è a questo fine che da mesi si ossessionano col vago concetto di “fake news”. Ora, in vista delle Europee 2019, “Bruxelles pianifica una repressione delle fake news sui social media”, ci informa il Financial Times, perché “la Commissione teme che le elezioni dell’anno prossimo siano vulnerabili a una disinformazione euroscettica di massa online”. La commissione degli esperti contro le fake news (esisteva davvero, ndr) alla fine s’è accordata per una sorta di moral suasion con minacce per Facebook & C perché forme più dure di censura parevano un po’ eccessive e un po’ illegali. Alla Commissione però sono meno sentimentali: “Serve una strategia più vincolante”, ha scritto Julian King ai colleghi e loro si sono detti d’accordo. Entro aprile, quindi, produrranno un testo per la compressione del dissenso in nome della democrazia (in Germania, come spesso capita, si sono portati avanti; la Francia, come pure spesso capita, seguirà). Niente che non sia già stato spiegato in Teoria e prassi del collettivismo oligarchico: “La libertà è schiavitù”, si sa.

Pronti via, primo giro al Quirinale. Ma a vincere saranno le divisioni

Pronti, partenza, via. Domani al Quirinale, nel consueto studio alla Vetrata, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella inizierà le consultazioni con le forze politiche per individuare una maggioranza in grado di esprimere un governo. I primi a essere ricevuti, come al solito, saranno i neo eletti presidenti delle Camere, Maria Elisabetta Alberti Casellati e Roberto Fico, seguiti dall’ex presidente Giorgio Napolitano. È probabile che questo sarà solo il primo giro di consultazioni, seguito da un secondo dove si dovrebbe arrivare all’affidamento di un incarico (pieno o solo esplorativo, si vedrà). Ma vediamo con quale animo i partiti si apprestano a salire sul Colle.

Movimento 5 Stelle I grillini saranno gli ultimi ad essere ricevuti: al Colle saliranno i capigruppo di Camera e Senato, Giulia Grillo e Danilo Toninelli, insieme col “capo politico” Luigi Di Maio. Per lui è la seconda volta dopo che, prima del voto, era salito al Colle con la lista dei ministri di un possibile governo pentastellato, senza essere ricevuto da Mattarella.

Si suppone che Di Maio chiederà al capo dello Stato un incarico come leader del partito più votato, ambizione che il leader dei 5 Stelle ha ribadito negli ultimi giorni (“sono stato scelto da 11 milioni di italiani”), mettendo a rischio l’asse con Matteo Salvini. Starà a Mattarella capire quanto sia solido il veto M5S nei confronti di Forza Italia e come può essere superato per arrivare a una maggioranza col centrodestra, ma anche se esiste la possibilità di un piano B che veda l’inizio di un dialogo tra M5S e Pd.

Forza Italia È la sorpresa delle ultime ore: sarà Silvio Berlusconi a guidare la delegazione del suo partito, assieme ai capigruppo Mariastella Gelmini e Anna Maria Bernini. Una mossa che ha due significati: da una parte l’ex Cavaliere è in cerca di una riabilitazione politica che va di pari passo con quella giudiziaria, vista l’istanza presentata al Tribunale per tornare candidabile; dall’altra è un segno che FI è in campo e chi vuole fare accordi di governo col centrodestra deve parlare con lui, non solo con Salvini. Un messaggio a Di Maio che l’ex premier farà presente al capo dello Stato: nessuno governo con centrodestra può nascere senza FI. Da Berlusconi, però, Mattarella si aspetta anche qualche indicazione su una possibile apertura di FI al Pd, nel caso in cui i dem tornassero in gioco. Sul Colle potrebbe arrivare pure Antonio Tajani col bizzarro cortocircuito di un presidente dell’Europarlamento che partecipa a consultazioni nazionali.

Lega Non è riuscito a salire al Quirinale come leader unico del centrodestra, ma poco importa. Per Matteo Salvini le consultazioni saranno la consacrazione da leader della coalizione uscita con più voti dalle urne (37%). Di fronte a Mattarella, Salvini dovrà essere chiaro: al governo coi 5 Stelle ci si va col centrodestra unito oppure la Lega sarebbe disposta a sacrificare l’alleanza con Berlusconi? Tutto fa supporre che il leghista non romperà per ora l’alleanza, che lo mette al tavolo della trattativa come leader di una coalizione col 37% dei voti. Salvini ha già fatto capire di essere disposto a un passo indietro su Palazzo Chigi: “Non dico o me o morte”. L’unica opzione che Salvini esclude è un accordo col Pd: “Non siederò mai in un governo con Renzi e Boschi”.

Partito democratico Quella del Pd sarà la delegazione più numerosa, segno tangibile delle fibrillazioni interne: tutte le anime devono essere rappresentate. Giovedì mattina saliranno al Quirinale il reggente Maurizio Martina, il presidente Matteo Orfini, e i capigruppo Andrea Marcucci e Graziano Delrio. Il capo dello Stato dovrà capire quale delle due linee nel partito è prevalente: quella di Renzi (rappresentato da Orfini e Marcucci), che vuole restare saldamente all’opposizione e chiude la porta a qualsiasi possibilità di dialogo, o quella dei “governisti” (Martina e Delrio, ma in modi diversi), il fronte che comprende la minoranza, i franceschiniani e i renziani soft che non chiudono la porta “a prescindere”.

L’ipotesi preferita da questi ultimi è un esecutivo di responsabilità nazionale. Le consultazioni serviranno a Mattarella per capire quanto Martina sia in grado di deviare dalla linea espressa dall’ex segretario.

Fratelli d’Italia L’asse tra Di Maio e Salvini e il ritorno in campo di Berlusconi ha lasciato un po’ sullo sfondo il partito di Giorgia Meloni. Che però continua a battersi per un governo in cui il timone sia saldamente nelle mani del centrodestra. Al Colle saliranno i capigruppo Fabio Rampelli e Stefano Bertacco: “Al presidente chiederemo di dare l’incarico a un esponente del centrodestra. Il nome è quello di Salvini. M5S è il primo partito ma noi siamo la prima coalizione”, dice Rampelli. Su di loro non ci sono veti da parte di Di Maio, ma Meloni preferirebbe di gran lunga governare senza grillini.

Liberi e Ugualia Il partito di Pietro Grasso è già sull’orlo della divisione. Nelle prossime settimane si capirà se i fuoriusciti dal Pd continueranno il percorso unitario con gli ex SI di Nicola Fratoianni. Per loro la strada è obbligata: stare all’opposizione o rendersi disponibili a un governo insieme al M5S e a un Pd derenzizzato. Causa l’insuccesso elettorale (3,3%) e la sparuta truppa parlamentare (14 deputati e 4 senatori), Leu – che non ha gruppi autonomi – salirà al Colle tramite i due presidenti del gruppo Misto, Loredana De Petris e Federico Fornaro. Nel Misto c’è anche l’ex presidente di Madama, Grasso.

Governòpoli

Dal 5 marzo a oggi, giornaloni e giornalini hanno fatto e disfatto tutti i governi e le alleanze possibili (e pure impossibili), confondendo lievemente la realtà coi loro desideri e rosicamenti. Breve antologia in omaggio alla giornata mondiale del fact checking contro le famigerate fake news (che, com’è noto, sono tutte russe).

Governo di scopo. “La Lega e il governo di scopo: possibile solo sulla legge elettorale” (Corriere, 9.3). “Manovre sul governo di scopo. Spunta l’ipotesi Cottarelli, oggi stimato da Di Maio” (Stampa, 12.3).

Governo di tregua. “Spunta anche il governo di tregua” (Corriere, 12.3). “Spunta la carta Frattini per un governo ‘di tregua’” (Corriere, 27.3).

Governo istituzionale. “Di Maio, piano per un governo senza politici. Esecutivo istituzionale per la nuova legge elettorale” (Stampa, 13.3). “Legge elettorale con la Lega: Di Maio ora lavora al Piano B. Appoggio esterno a un esecutivo istituzionale e voto anticipato entro l’anno” (Stampa, 13.3). “Spunta il governo istituzionale” (Giornale, 1.4).

Governo dei vincitori. “Un governo dei vincitori presieduto da Giovanni Maria Flick” (Giuliano Ferrara, Foglio, 21.3).

Governo della Consulta. “L’ipotesi di un ‘governo della Consulta’. Tutti i partiti dentro guidati da un giurista. Tre nomi sul tavolo: Tesauro, Cassese e Silvestri” (Stampa, 13.3). “’Via Di Maio, programma comune’. Il governo della Consulta tra M5S e Pd. Per la premiership tre giuristi: Flick, Grossi e Lattanzi” (Stampa, 31.3). “Prodi scalda la fronda del Pd. In caso di flop al primo giro di consultazioni, l’idea di un esecutivo del presidente della Consulta con il M5S” (Giornale, 1.4).

Governo di garanzia. “Il Pd si ribella all’Aventino di Renzi e apre a un esecutivo di garanzia” (Stampa, 18.3).

Governissimo con tutti. “Salvini si riscopre istituzionale, ma ora teme le larghissime intese” (Stampa, 9.3). “Pur di fare il grande inciucio Di Maio pensa al passo indietro e apre a un esecutivo con Cantone o Cottarelli premier”, “Silvio ci sta: un esecutivo a tutti i costi. Berlusconi pronto alle larghe intese” (Libero, 9.3). “Il silenzio operoso del Colle: spuntano due nomi in agenda. Mattarella prepara l’iniziativa: Cottarelli o Zaia” (Giornale, 10.3). “Renzi non esclude il governo di tutti: ma non faremo noi la prima mossa” (Corriere, 13.3). “L’ultima carta di Renzi: disponibili in caso di un ‘governo di tutti’” (Stampa, 13.3). “Il Pd si ricompatta sul governissimo” (Repubblica, 14.3). “La trincea Di Maio-Salvini: ‘No al governo con tutti’” (Repubblica, 14.4).

Governo M5S+Pd. “Governo, Di Maio cerca alleati nel Pd”, “Il M5S: governo di minoranza. E offre la Camera al Pd” (Stampa, 6.3). “I doppiogiochisti Pd pronti a diventare la sesta stella del M5S” (Giornale, 7.3). “Le trame di Mattarella. Il presidente vuole tagliar fuori il centrodestra con un governo M5S-Pd” (Giornale, 8.3). “Governo, no del Pd al M5S” (Corriere, 8.3). “I dem chiudono a M5S” (Repubblica, 8.3). “Di Maio a caccia di tecnici di sinistra. La carta Minniti” (Stampa, 8.3). “M5S, doppia offerta al Pd” (Messaggero, 9.3). “L’inciucio M5S-Pd ha trovato il suo premier. Possibile accordo sul costituzionalista Zagrebelsky” (Verità, 10.3). “Di Maio cerca sponde vaticane per fare un esecutivo moderato” (Stampa, 12.3). “Di Maio, ultima offerta ai dem: io premier. Ma dai ministri allo Ius soli si tratta” (Messaggero, 14.3). “Su esecutivo e Def nuovi segnali M5S ai dem” (Messaggero, 16.3). “Il Pd a 5 stelle elemosina un governo per far fuori Renzi” (Giornale, 19.3). “Veti Lega-5S, Di Maio sonda il Pd” (Repubblica, 28.3). “Il M5S guarda al Pd” (Stampa, 28.3). “Pd: no all’incontro con Di Maio” (Corriere, 29.3). “Intesa col Pd, il piano B dei grillini. Programma in 5 punti e un altro premier” (Stampa, 30.3). “Mezzo Pd fa cri cri e si offre ai 5Stelle” (Libero, 31.3). “Pd, mossa anti-Renzi: ‘Governo col M5S, ma senza Di Maio’” (Stampa, 31.3).

Governo centrodestra +Pd. “Berlusconi si affida a Letta per trovare consensi nel Pd al governo di centrodestra” (Stampa, 9.3). “Il centrodestra punta sull’appoggio esterno. Berlusconi: sì a Salvini sull’offerta al Pd” (Messaggero, 10.3). “Il pressing di FI sui dem”, “Salvini: governo politico o urne. E spera nel Pd. Che dice no” (Corriere, 10.3). “Democratici tentati dal centrodestra: ‘Con Tajani premier sarebbe fatta’” (Stampa, 11.3). “Salvini chiama i 5Stelle. Altolà di Berlusconi: possibile l’appoggio pd” (Messaggero, 15.3). “Berlusconi stoppa Salvini: ‘Mai con i 5Stelle. Apro le porte per cacciarli’” (Giornale, 15.3). “Il piano B del Pd: appoggio esterno a Giorgetti premier per evitare il voto” (Messaggero, 16.3). “Diplomazia Pd-Fi al lavoro per fermare il Carroccio” (Repubblica, 17.3). “Berlusconi guarda al Pd. Letta tiene i contatti tra il Cavaliere e il Colle per una soluzione che escluda i 5Stelle” (Giornale, 19.3). “Svolta di Salvini: ‘Il Pd ci dia una mano’” (Libero, 19.3).

Governo centrodestra +M5S. “Silvio strizza l’occhio a Di Maio” (Libero, 15.3). “Berlusconi: ‘Dai grillini solo sostegno esterno’” (Repubblica, 16.3). “Berlusconi esce dall’angolo. Sì al dialogo con i grillini pur di non tornare alle urne” (Stampa, 20.3). “Berlusconi: sì al governo con M5S. Svolta del leader Fi: esecutivo di programma assieme alla Lega” (Repubblica, 21.3). “Svolta nelle trattative. Il Senato a Forza Italia. Poi un governo con Lega e M5S” (Giornale, 21.3). “Berlusconi a Di Maio: trattiamo” (Stampa, 22.3). “M5S-destra, patti rotti. Berlusconi tiene duro. Di Maio: non gli parlo” (Repubblica, 23.3). “I grillini rifiutano i berlusconiani. Addio governo” (Libero, 29.3). “Berlusconi e l’idea governo (agli Esteri” (Corriere, 29.3). “I ‘ministri’ azzurri. Si fanno i nomi di Malan e Mandelli, ma anche Frattini e Bertolaso” (Corriere, 1.4).

Governo M5S+Lega. “Lega-5Stelle, prime prove d’intesa” (Stampa, 10.3). “Bannon: ‘Salvini e Di Maio si alleino’” (Stampa, 11.3). “5Stelle e Lega si avvicinano: contatti per posti e programmi” (Repubblica, 14.3). “Salvini chiude al Pd ma non ai 5Stelle” (Corriere,15.3). “Svolta Lga-M5S per il governo. C’è l’ok di Grillo, l’ira di Berlusconi: io li caccerei” (Stampa, 15.3). “Lega-M5S, prove di governo” (Repubblica, 15.3). “’Meglio un governo con la Lega’. Ora il M5S vuole evitare il voto bis” (Stampa, 18.3). “La Lega si slega. Salvini apre a un governo con i grillini” (Giornale, 19.3). “M5S-Lega, cresce l’intesa: ‘Ora tutto è possibile’” (Repubblica, 19.3). “Salvini e Di Maio verso l’intesa: ‘Noi insieme non è impossibile’. Individuati i punti comuni: via la legge Fornero, meno tasse, immigrazione” (Stampa, 19.3). “Grillo non ferma Di Maio. M5S-Lega, intesa più vicina” (Repubblica, 20.3). “Salvini e il patto con Di Maio: braccio di ferro sulla premiership. Spunta l’ipotesi di un terzo nome. Berlusconi: ‘Perchè Luigi non mi chiama?’” (Stampa, 21.3). “Salvini va con Grillo” (Giornale, 24.3). “Di Maio-Lega, governo più vicino. M salta Fico e Grillo si smarca” (Repubblica, 24.3). “Matteo&Luigi, le nuove larghe intese. Embrione di governo” (Corriere, 24.3). “Aria di governo Di Maio-Salvini” (Giornale, 25.3). “Lega-M5S, avanti tutta sul governo insieme” (Repubblica, 25.3). “Centrodestra e grillini mediano per formare l’esecutivo. Salvini e Di Maio trattano: ok di Grillo, il Colle aspetta. Saltano flat tax al 15% della Lega e reddito di cittadinanza di M5S” (Libero, 26.3). “Il passo avanti di Lega e 5Stelle” (Corriere, 26.3). “Compromesso sul reddito di cittadinanza. M5S e Lega trattano sul programma, anche Grillo benedice Salvini” (Stampa, 26.3). “Grillo si prende la Lega” (Giornale, 26.3). “Pure la Chiesa benedice il governo secondo Matteo e Beppe Grillo” (Verità, 27.3). “Di Maio: ministeri di peso a Salvini” (Stampa, 27.3). “Il nodo premiership: Salvini apre, ma Di Maio non accetta ‘terzi nomi’” (Messaggero, 27.3). “Lite Lega-M5S, governo lontano” (Messaggero, 28.3). “5Stelle-Lega, lite su tutti i fronti” (Repubblica, 29.3). “M5S e Lega studiano l’intesa economica. E torna Berlusconi” (Giornale, 31.3). “Nessun leader (per ora) avrà un incarico” (Corriere, 1.4).
Ps. Casomai fregasse a qualcuno, le consultazioni di Mattarella iniziano domani.

In migliaia per salutare “Mondo”: cori, tanti applausi e sedie in aria

In migliaia hanno accolto il feretro di Emiliano Mondonico, ex allenatore di Torino e Atalanta, scomparso giovedì all’età di 71 anni. I funerali si sono tenuti nella Basilica di Santa Maria e San Sigismondo, nella piazza centrale di Rivolta d’Adda, paese natale del “Mondo”. Tanti i tifosi e gli appassionati che, fuori dalla chiesa, hanno voluto dare l’ultimo saluto all’allenatore lombardo, sventolando le bandiere delle squadre da lui guidate tra applausi, cori e fumogeni. E tra la folla sono spuntate anche delle sedie brandite in aria da qualche tifoso, in ricordo del celebre gesto del tecnico nella finale di Coppa Uefa ad Amsterdam con il Torino.

“Vivevano in scena, unica forma di respiro”

“Per me è molto triste. Proprio l’altro ieri ero al Teatro Parioli e parlavo con sua moglie Laura (Tibaldi, ndr). Non mi aspettavo questo lutto così improvviso…”: al telefono c’è Marisa Laurito, che proprio con i De Filippo si è formata, entrando giovanissima nella compagnia di Eduardo.

Con Luigi muore anche un mondo teatrale?

Credo che con questa grande famiglia si chiuda un’epoca: i De Filippo hanno fatto la storia del teatro ma anche dell’Italia, a iniziare da Eduardo, poi Peppino, Titina, Luca, Luigi… Certo, la vita continua e le eredità rimangono: si attinge al passato per andare avanti, e ci saranno sicuramente altri attori, altri giovani, che proseguiranno in questa tradizione. Però è triste constatare che quest’ultimo pezzo di storia se ne sia andato. Conoscevo tutti; ero molto amica di Luca (scomparso nel 2015, ndr): anche quello è stato un dolore terribile.

Pur napoletanissimi, i De Filippo sono riusciti nel miracolo di unire l’Italia, diventandone un simbolo…

Loro sono stati speciali. Mi ricordo che quando andavamo in tournée fuori da Napoli, Eduardo ci diceva: “Cercate di italianizzare”. Ha fatto un grande lavoro: infatti la sua commedia gli è sopravvissuta, mentre Viviani non ha avuto lo stesso riscontro. I napoletani hanno una grande bravura e fortuna: oltre ai De Filippo, tanti hanno avuto successo nell’arte, arrivando dovunque. Penso a Troisi, Salemme, i fratelli Servillo, i premi Oscar Salvatores e Sorrentino…

Qual è il trucco?

I napoletani respirano teatro da quando sono bambini. La commedia è nell’aria: la si respira proprio, abbiamo una cultura teatrale che viene da lontano. (Tossisce) Sempre che la salute ci assista… Questo periodo è terribile: io sono depressa. Uno via l’altro stanno andando via tutti, ed è tremendo restare soli: ogni artista che se ne va è una stella che si spegne, ed è una luce che mancherà molto.

Non vede in giro nuove generazioni, nuove famiglie? I Gassmann, ad esempio…

Bravissimi, così come le figlie di Gigi Proietti… Sicuramente ci sono figli d’arte straordinari. Ma le famiglie come quella dei De Filippo erano diverse: vivevano in teatro, avevano solo il teatro come unica forma di respiro. Venivano mandati in palco a pochi mesi, a pochi anni… Sono famiglie che non ci saranno più purtroppo, perché la vita è cambiata.

Ha ricordi personali di Luigi?

No, non ho mai lavorato con lui né l’ho frequentato molto, pur apprezzando il suo lavoro. Ogni tanto lo incontravo al Parioli insieme alla moglie, bravissima.

La “Napoli milionaria” perde il suo ultimo erede. Addio a Luigi De Filippo

Tra un paio di settimane avrebbe dovuto affrontare l’ennesimo Chi è di scena, salendo sul palco del Parioli con De Filippo racconta De Filippo, la storia della sua famiglia, “la famiglia reale del teatro italiano”. Sul quel palco, però, Luigi non salirà più, lui che è morto ieri mattina a Roma, portando con sé un pezzo di storia d’arte drammatica.

Nato nel 1930, Luigi era considerato l’ultimo erede dei De Filippo, figlio di Peppino, nipote di Eduardo e Titina e cugino di Luca, imparentati pure con le altre due gloriose dinastie del teatro: gli Scarpetta (Eduardo Scarpetta era suo nonno, nonché padre dei tre più famosi De Filippo, che presero il cognome dalla madre) e i Viviani, tutti tumulati vicini a Santa Maria del Pianto a Napoli finché resse la tradizione – infatti Eduardo e Peppino riposano al Verano di Roma. E nella capitale, nella Chiesa degli Artisti, si celebreranno anche i funerali di Luigi martedì alle 11:30.

Attore, regista e commediografo, Luigi debuttò nel 1950 al Valle con il suo primo canovaccio, Questa sera alle 9, allestito insieme ad alcuni compagni di scuola: il battesimo ufficiale arrivò l’anno dopo, a 21 anni, nella compagnia del padre e nel film dello zio Filumena Marturano. Oltre a scrivere e recitare, in Italia e all’estero, si occupò, da subito, anche di direzione artistica al Teatro delle Arti di Roma. Nel 1978 fondò una sua compagnia, con cui vinse nel 1989 e nel 1990 il Biglietto d’oro come campione d’incassi. Nel 1999, insieme alla moglie Laura Tibaldi (la terza, dopo Ann Patricia Fairhurst e Nicole Tessier, da cui ebbe la figlia Carolina), costituì la società di produzione “I due della città del sole”, mentre nel 2011 diventò direttore del Parioli, succedendo a Maurizio Costanzo.

Tra le sue opere si ricordano La commedia del re buffone…, Storia strana su di una terrazza napoletana, La fortuna di nascere a Napoli: accanto al repertorio personale e familiare, Luigi affrontò molti classici, da Pirandello a Molière, da Campanile a Plauto, sbizzarrendosi anche come scrittore, autore e volto televisivo, ad esempio ne La piovra 3, e interprete cinematografico. Nel 2005 l’allora presidente Ciampi lo nominò Grande Ufficiale della Repubblica, mentre ora lo piangono le istituzioni, dal ministro uscente Franceschini (“Triste giorno per la cultura”) al sindaco partenopeo De Magistris: “Se ne va l’erede di una famiglia che è stata protagonista del teatro napoletano in tutto il mondo”.

L’ultima apparizione di Luigi risale a metà gennaio, quando recitava in carrozzina in Natale in casa Cupiello dello zio Eduardo, Maestro del XX secolo. Per capire la caratura del De Filippo “numero uno” basti citare una sua lettera del dopoguerra, in cui scriveva a un amico da Roma: “Qui Filumena si rappresenta da 3 settimane a teatri esauriti… Tutta la città ne parla, sia nelle commissioni alla Costituente che in Chiesa”. A dispetto dello stigma millenario della comunità cattolica nei confronti del teatro, calorosissima fu l’accoglienza per quella pièce, tra le prime di una lunga serie di successi: nel 1948 addirittura la compagnia fu ricevuta da papa Pio XII. “Che succede, mio Dio? Tutti i giorni, da tutte le più belle parti del mondo, viene chiesto il mio repertorio”.

Il padre di Luigi, Peppino, è ricordato soprattutto come uno dei migliori talenti comici italiani, spesso al fianco di Totò, così come la zia Titina fu una delle più grandi attrici del primo Novecento. Suo cugino Luca, figlio di Eduardo, raccolse poi il testimone della pesante eredità eduardiana: dopo la sua prematura scomparsa nel 2015, la compagnia Elledieffe ha proseguito l’attività con Carolina Rosi. E lo spettacolo continua ancora, pur con artisti diversi, in primis nel cognome: l’ultima produzione arriverà il 10 aprile al Piccolo di Milano, diretta da Marco Tullio Giordana e interpretata da Gianfelice Imparato. La pièce, manco a dirlo, è Questi fantasmi!.

Io e mio padre Jannacci

A un certo punto Paolo Jannacci si ferma, resta in silenzio, sospira, è dispiaciuto nel dover specificare qualcosa di (forse) bizzarro per gli altri, quasi deludente, ma per lui normale: “Mio padre non parlava mai della sua infanzia, dei primi successi, degli anni Sessanta, delle sue esperienze da chirurgo. La storia di noi due l’abbiamo costruita sul presente e giocata con il futuro, il resto contava poco; solo negli ultimi tempi sono trapelati dei flash e sempre nel rispetto di un atteggiamento riservato e silenzioso. E lo capisco”.

Enzo Jannacci è morto il 29 marzo di cinque anni fa, le immagini del suo funerale ancora rilasciano reali brividi per i volti trasfigurati dei presenti: da chi è cresciuto con le sue canzoni, con il cabaret; quindi gli ex ragazzi del Derby, Renato Pozzetto e Paolo Rossi in prima fila, poi chi è stato operato da lui in versione chirurgo; chi ci ha suonato, da Adriano Celentano a Morgan, fino al figlio Paolo che quando trattiene le lacrime corruccia la bocca esattamente come suo padre.

Qual è oggi la percezione collettiva di Enzo Jannacci?

In questi ultimi tempi, intorno alla sua storia, è scattato un processo strano ed emozionante: papà ha acquisito maggiore risonanza, si è compreso il suo valore; si parla di lui con toni profondi e tutto ciò mi lusinga molto…

Lei sembra stupito.

Un po’: quando era in vita non ho percepito in pieno un simile affetto, se non in eventi eccezionali; mentre oggi non riesco neanche a seguire tutte le proposte legate alla sua storia.

Perché questo “scoppio ritardato”?

In parte a causa dello stile di papà, certi suoi messaggi erano un po’ dolorosi, a volte stridenti; era faticoso condividerne la linea poetica e sociale: alcuni brani riguardano il suo vissuto riflesso nella vita attiva.

Pugni nello stomaco.

Alcune canzoni era complicato ascoltarle e assimilarle con facilità. Il bello è che se ne rendeva conto, ma quando arrivavano i complimenti, i classici attestati di stima, girava per casa e con il sorriso diceva: “Mi dicono che sono bravo, ma qui non si monetizza un cazzo”.

Insomma, capiva la non sempre facile “digeribilità”.

Eccome. Magari lo vedevo riflettere davanti a un foglio, alzava lo sguardo e subito dopo arrivava il suo “oddio che ho scritto”. Così ci impegnavamo nel creare brani semplici, allegri e felici; poi alla fine tornavamo sopra le strofe e inseriva il momento di riflessione. Capita oggi pure a me, di nuovo, con le mie canzoni.

Cosa pensava quando lo vedeva lavorare?

Ne ammiravo la genialità pura, la capacità di affrontare la poetica senza porre limiti: è riuscito a toccare corde che vibrano nel tempo, e alla fine non importa se non ha monetizzato, non era quello il vero parametro, il vero parametro è quello che sta accadendo oggi intorno alla sua storia.

Negli anni Settanta si è favoleggiato di contrasti tra Enzo e De André per la musica di “Via del Campo”…

Posso sfatare questo mito: l’accordo tra loro è arrivato con una facilità abissale, è bastata una telefonata e tutto si è risolto; Fabrizio è stato uno dei suoi punti di riferimento, esattamente come Paolo Conte. Tutti artisti cresciuti a Milano dentro le stanze della Ricordi (storica casa discografica), e si ispiravano alla musica francese di quel tempo, Brassens e gli chansonnier.

Provava invidia per i successi altrui?

Lui? Impossibile. Ricordo ancora i nostri viaggi in macchina: piazzava nel mangianastri una cassetta di Adriano Celentano e si esaltava; più che altro sentiva il rimorso per non essere riuscito in pieno a veicolare la sua ricerca nella chiave adeguata.

Lei, Paolo, è cresciuto circondato dalla Milano del Derby…

Quando ero piccolino sono passati tutti da casa, da Diego Abatantuono a Cochi e Renato (portati al Derby dallo stesso Jannacci); per me era normale, neanche me ne rendevo conto, erano amici di papà, persone con le quali sorridere e creare; a volte si organizzavano in salotto e provavano gli sketch. Solo da adulto ho capito la magia di quei momenti.

Verità o leggenda: suo padre amava girare con un vecchio Sì della Piaggio.

Lo chiamava “il motorino vivente”. Non partiva sempre, papà ci parlava, lo incitava, quasi cercava di convincerlo a mettersi in moto. E poi era modificato…

In che senso?

Gli aveva cambiato il motore, montava un cento con compressore e doppia accensione: un bolide con la marmitta silenziata per evitare i controlli; una volta ha accelerato troppo e troppo presto, si è impennato e lui si è ribaltato a terra.

Jannacci spericolato.

Aveva la fissa per i motori potenti, ma temeva di avermela contagiata, così quando sono diventato grande mi ha regalato un’enorme e vecchia Volvo color carta da zucchero: era un trattore; una sera mi hanno tamponato: alla mia macchina solo un graffio, mentre quel poveraccio ha distrutto la sua.

Un padre molto riservato.

Non ci ha mai raccontato la sua vita, l’ho conosciuto solo attraverso il suo pensiero e gli atteggiamenti che manteneva rispetto agli altri. L’esempio contava più delle parole. Solo negli ultimi anni si è lasciato andare su qualche ricordo, dei flash, racconti estemporanei della sua adolescenza a Lambrate, come il suo amico che ogni sera si incollava la Vespa per tre piani, e la chiudeva in casa per il timore che la rubassero. O i salti della sua banda da un balcone all’altro, con il rischio di precipitare di sotto. I giochi da matti dei tempi subito dopo la guerra.

Adolescenza non vissuta nel benessere.

Proprio no, e forse per questo, da bambino, un pomeriggio decise di creare una piscina in casa; sigillò con lo stucco tutto il bagno, aprì i rubinetti e alla fine allagò le scale dell’intero condominio.

Ha dichiarato: “L’umore di mio padre influenzava tutti”.

Sia quando era in alto, che in basso… Possedeva un’energia fortissima, mista alla spensieratezza, in particolare da giovane. Con l’età era diventato più serio, e mi domandava: “Come sono?”. E io: “Tranquillo, sempre lo stesso, solo un po’ più lento”. Questa risposta la ripeteva a tutti.

Torniamo a verità o leggenda: ha partecipato ai primi trapianti di cuore della storia.

Non l’ho mai capito: per certo ha lavorato negli Stati Uniti, e lo dico solo perché in casa ho il certificato che attesta la sua specializzazione, ma riguardo alla sua esperienza in Sudafrica al seguito di Christiaan Barnard (celeberrimo chirurgo), non so neppure se sia andato lì davvero.

Enzo Jannacci genitore.

Molto severo ed esigente, non gli interessava il voto scolastico, era più concentrato sulla persona; poi da artista arrivava a manifestare emozioni attraverso reazioni forti, magari perché non arrivavo a soluzioni musicali convincenti.

Una sua frase-certezza.

Diceva: “Sono quelli che svolgono lavori umili a far girare il mondo”, e aggiungeva: “E non chi paga o ha ruoli direttivi”.

Enzo e Dario Fo.

Reverenza assoluta, da figlio innamorato. Quando Dario chiamava, lui mollava tutto e correva. Sempre. “Si va e non si discute, si va e si sta zitti”. E cosa fate? “Si crea”.

Lo accompagnava?

A volte, e mi trovavo immerso in un linguaggio a due, una sintonia non comune dove uno parlava e l’altro ascoltava, azione e reazione; palleggiavano con parole, concetti, ricordi, battute, attualità. Poi Dario confrontava il tutto con le informazioni storiche, e improvvisavano come dei guitti formidabili. Ogni tanto Franca (Rame) passava e mi portava un biscotto, uno di quelli grandi.

Giorgio Gaber.

Suo fratello. Dopo anni che non si vedevano ho accompagnato papà da lui, dovevano parlare di un brano o di un tour. Quando si sono finalmente incontrati sono tornati in un attimo alle dinamiche del liceo, quella parentesi di lontananza non aveva intaccato la loro complicità, quelle dei Due Corsari del rock. Al funerale di Giorgio papà non riuscì a dire nulla. Era il primo giorno della sua pensione, neanche se ne accorse.

Suo padre non amava la “montagna perché non aveva il tram”.

L’esistenza, quella reale, era ed è il tram, non gli uccellini. Non voleva fuggire dalla vita di tutti.

Il suo insegnamento.

L’esigenza di mantenere un atteggiamento rispettoso per se stessi e gli altri, ed era un valore che gli aveva trasmesso il padre. Per questo soffriva quando vedeva gli immigrati morire in mare, ogni volta si lamentava: “Prima salvi l’uomo e poi capisci come risolvere il problema”.

Ha mai sentito l’esigenza di scalare suo padre, come se fosse una montagna?

Da subito, nonostante i contrasti dell’adolescenza, abbiamo deciso di completarci, tentando di valorizzare le nostre rispettive capacità, tanto che ho prodotto i suoi ultimi lavori. Una volta l’ho pure spinto a cantare un brano che non voleva…

Quale?

Musical. La prima volta che l’ha eseguita in pubblico, alla fine ha ricevuto il magro applauso di quattro persone. Si è girato e mi ha fulminato: “Che ti avevo detto?”. Ma dopo un periodo di rodaggio i suoi fan l’hanno capita.

Com’era condividere il palco con lui?

Ogni volta comprendevo la sua grandezza. Mi bastavano venti secondi per vederne la magia.

Come si manifestava?

Senza alcun accordo tra noi, partiva l’improvvisazione ed era pura essenza di arte: noialtri lo lasciavamo esprimersi, ci beavamo delle note, ne assorbivamo le evoluzioni. Io ero felice. Avevo davanti a me un genio, avevo davanti mio padre.

(Enzo Jannacci cantava: “Io e te, io e te che ridevamo, io e te che sapevamo, tutto il mondo era un bidone da far rotolare… sì perché, la bellezza dei vent’anni è poter non dare retta a chi pretende di spiegarti l’avvenire, e poi il lavoro e poi l’amore…”)

Lula contro Netflix: così i big del mondo vogliono il bavaglio

“Il più grande caso di corruzione del mondo” oggetto dell’inchiesta “Lava Jato” (“Autolavaggio”), è diventato una serie tv. Ma Lula, condannato in via definitiva a 12 anni per riciclaggio di denaro e corruzione da parte della compagnia petrolifera Petrobras, non l’ha certo presa bene. L’ex presidente e leader del Partido dos Trabalhadores (Pt) Luiz Ignacio da Silva ha annunciato l’intenzione di voler portare in tribunale gli autori di O mecanismo, nuova serie targata Netflix e disponibile sulla piattaforma digitale da solo una settimana. Firmata dal regista brasiliano José Padilha – già autore del film Tropa da Elite (2007) sugli squadroni della morte, di quello di prossima uscita Entebbe e della serie Narcos, incentrata sulla figura di Pablo Escobar – O mecanismo è una House of Cards latinoamericana, in cui però gli intrighi di potere alla Frank Underwood sono orditi da personaggi reali con nome e cognome.

Vedersi rappresentato è un elemento che ha evidentemente irritato l’ex presidente, che reclama da sempre la propria innocenza e grida al complotto politico contro di lui. “Preso il controllo sulla democrazia brasiliana, il fatto che il ‘meccanismo’ non abbia ideologia è fondamentale: opera in tutte le direzioni e a tutti i livelli”, ha spiegato al New York Times il regista brasiliano. La maxi-tangentopoli ritratta nella sua serie, era partita in sordina nel 2014, ha finito per scoperchiare un gigantesco sistema di corruzione, che coinvolge grandi imprenditori e politici, anche al massimo livello, tra cui il successore di Lula, l’ex presidente Dilma Roussef, l’attuale presidente Michael Temer.

Altro leader della sinistra latina ritrovatosi protagonista del racconto seriale è stato Hugo Chavez. Nel 2017 Sony Pictures ha prodotto in Colombia 60 episodi sulla vita dell’ex presidente venezuelano, ritratto come il responsabile del disastro del suo Paese. Morto nel 2014 il leader bolivariano, le reazioni dei suoi più fedeli sostenitori non si sono fatte attendere. Il successore Nicolas Maduro ha definito El Comandante “spazzatura imperialista”, il capo del partito socialista Diosdato Cabello ha evocato “un tentativo di destra delle potenze straniere per offuscare l’immagine” dell’ex presidente, mentre l’ex moglie di Chavez ha minacciato (senza poi darvi corso) un’azione legale contro Sony. Tutti i tentativi di bloccare la serie mentre era in produzione erano già stati respinti con l’argomentazione dello sceneggiatore: “Si tratta di finzione, non è una biografia”.

Nulla in effetti si è potuto neppure contro The Interview, in cui due giornalisti ottengono un’intervista con il leader nordcoreano Kim Jong-un e per questo vengono assoldati dalla Cia per ucciderlo. Le minacce di Pyongyang e gli attacchi hacker avevano inizialmente convinto la Sony a non distribuire il film, che però proprio per questo ha ottenuto un enorme successo. Sembra strano oggi, in tempi di idillio con Washington, ma allora Kim prese pesantemente di mira Barack Obama definendolo “scimmia nella giungla” per la “sconsideratezza” di non aver bloccato un’opera “disonesta e reazionaria”.

Niente aveva potuto contro il film a lui ispirato neppure Dominique Strauss-Kahn, già potentissimo politico francese, coinvolto nel 2011 quando era a capo del Fmi in un caso di violenza sessuale (da cui fu poi assolto). Dsk si consolerà sapendo che Welcome to New York realizzato nel 2013 da Abel Ferrara e interpretato da Gerard Depardieu, non viene ricordato come memorabile.

La rabbia che ha prodotto effetti è invece quella di Vladimir Putin contro The Death of Stalin, del commediografo britannico Antonio Iannucci. Distribuito in vari Paesi a partire dallo scorso autunno, questa satira nera sul potere sovietico nelle sale russe non ci è mai arrivata. In Italia si attende Loro, il film su Silvio Berlusconi di Paolo Sorrentino. Ricordando sempre che per Il Divo, Giulio Andreotti scelse di lasciar correre.