Per una volta Black Lives Matter: uccise nero, licenziato agente bianco

Missione incompiuta: solo un afro-americano su dieci ritiene che il movimento per i diritti civili abbia raggiunto i propri obiettivi, mentre gli Stati Uniti s’apprestano a celebrare il 50° anniversario dell’uccisione a Memphis, Tennessee, il 4 aprile 1968 di Martin Luther King, l’apostolo della lotta per i diritti dei neri. Invece, un bianco su tre pensa che l’uguaglianza dei diritti sia stata conseguita. Un sondaggio evidenzia quanto siano diverse le percezioni e le sensibilità negli Usa su questo tema.

Segnali contraddittori vengono dagli sviluppi dell’uccisione a sangue freddo d’un nero ad opera d’un poliziotto bianco. Dopo che il procuratore generale della Louisiana Jeff Landry aveva deciso di non incriminare i due agenti responsabili della morte di Alton Sterling, freddato a bruciapelo fuori da un centro commerciale nel luglio 2016, il comandante della polizia di Baton Rouge, Murphy Paul, un nero, ha licenziato Blake Salamoni, l’agente che sparò sei volte su quell’uomo steso a terra e immobilizzato. L’agente in servizio con Salamoni, Howie Lake, che non sparò, è stato sospeso per tre giorni. I due poliziotti sono rimasti in congedo pagato per tutti questi 20 mesi. La decisione di Landry era attesa, da quando, nel maggio 2017, il dipartimento di Giustizia federale aveva deciso di non formulare accuse contro Salamoni e Lake. Resta ora in piedi una causa civile, intentata dai figli di Sterling all’amministrazione comunale di Baton Rouge, città sul Mississippi con oltre 200 mila abitanti, capitale della Louisiana.

Malgrado le sollecitazioni del sindaco, una donna, Sharon Weston Broome, il predecessore di Paul, Carl Dabadie, s’era rifiutato di licenziare Salamoni, finché l’inchiesta giudiziaria non fosse chiusa.

Sterling, un padre di famiglia di 37 anni, vendeva cd auto-prodotti: ci fu un alterco con i due agenti, chiamati dopo la segnalazione d’un uomo armato. Video amatoriali mostrano Sterling prono a terra, bloccato. Gli agenti dissero di avere avuto paura che stesse per tirare fuori una pistola, che aveva con sé, ma che non cercò mai di raggiungere. L’uccisione di Sterling alimentò le proteste di quell’estate in tutta l’Unione guidate dal movimento Black Lives Matter contro i metodi violenti e i pregiudizi razziali della polizia. L’ondata di proteste culminò con la ritorsione di un cecchino afro-americano, che uccise cinque poliziotti di Dallas, e con un agguato contro gli agenti proprio a Baton Rouge, che lasciò sul terreno tre uomini in divisa.

“Train de vie”, il finale lo riscrive Macron

Emmanuel Macron è deciso a riformare il sistema ferroviario e si prepara al suo test sociale più importante da quando è arrivato all’Eliseo. La riforma prevede la soppressione dello statuto dei ferrovieri, uno degli ultimi simboli di un sistema di tutela dei lavoratori che pare destinato ad appartenere al passato, e l’apertura alla concorrenza (a partire dal 2019). È la riforma che nessun governo aveva osato fare, dagli scioperi fiume del 1995 contro il plan Juppé, una serie di misure per riformare il sistema pensionistico e della copertura sociale, che furono contestate a tal punto da obbligare il primo ministro Alain Juppé a fare marcia indietro. Macron conta invece di riuscire, anche ricorrendo a decreti legge ed esponendo il Paese alla paralisi dei trasporti. I sindacati hanno annunciato un calendario di scioperi che, dalla sera di lunedì, in pieno rientro dal fine settimana pasquale, al 28 giugno, prevede due giorni di blocco ogni tre. Uno sciopero “intermittente” senza precedenti in Francia. Il presidente è stato eletto meno di un anno fa, sulle macerie dei classici partiti della droite e della gauche, per il suo programma di riforme, che porta avanti a ritmo sostenuto, spiazzando i sindacati.

La riforma delle ferrovie è stata lanciata a ruota dopo quella dei sussidi di disoccupazione e delle pensioni. “Macron avanza a grandi passi in un campo politico devastato e un panorama sindacale frammentato. Un fronte di opposizione non fa in tempo a costruirsi che già un nuovo tema è sul tavolo”, analizzava Jean-Marie Pernot dell’Istituto di ricerche economiche e sociali (Ires). Macron come Margaret Thatcher, dunque, la premier del Regno Unito che negli anni 80, in nome proprio delle riforme, sfidò i sindacati dei minatori, usciti poi sconfitti da un anno di proteste.

Il paragone non è sfuggito al movimento di Jean-Luc Mélenchon: “Questa battaglia non riguarda solo i ferrovieri. Si comincia col distruggere un servizio per poi prendersela con altre categorie – ha osservato Clémentine Autain – Macron applica alle ferrovie la politica della Thatcher di trent’anni fa”. In un’intervista alla Bbc nel 2015, lo stesso Macron, allora ministro dell’Economia di Hollande, diceva: “Quando si paragona la Francia al Regno Unito degli anni 80 la differenza è che noi le riforme all’epoca non le abbiamo fatte. E invece dobbiamo riformare”. La battaglia coi sindacati è già iniziata con un primo giorno di mobilitazione, il 22 marzo scorso, che ha portato in strada a Parigi circa 47 mila persone. Il presidente ha il sostegno della maggior parte dell’opinione pubblica, ma dovrà confrontarsi con l’esasperazione dei pendolari. Per i sondaggi, il 70% dei francesi è d’accordo con lui. Molti giudicano i ferrovieri dei privilegiati e il loro statuto (che permette tra l’altro al personale “mobile” di accedere al pre-pensionamento a 52 anni, contro i 62 per il regime generale) inadeguato ai tempi e all’evoluzione del mestiere. E il debito della società SNCF è di 50 milioni di euro.

“La destra ebraica protetta dalla cricca della Casa Bianca”

La voce di Gideon Levy, reporter di Haaretz – l’unico quotidiano israeliano ancora realmente indipendente – minacciato a più riprese dai coloni e dai sostenitori della destra religiosa al governo da due legislature, questa volta è stanca.

Perché è stanco signor Levy?

Perché non vedo alcun cambiamento in vista nell’atteggiamento di Israele nei confronti dei palestinesi sotto occupazione. Anzi, con Trump, Israele ormai si sente protetto qualsiasi cosa voglia fare. E stanco perché l’Onu, come ha dimostrato la sua debole e vigliacca reazione al massacro perpetrato l’altro ieri dall’esercito israeliano contro i civili di Gaza, ormai è definitivamente nelle mani degli Stati Uniti, ossia della cricca razzista e integralista installatasi nella Casa Bianca al seguito di Trump e del suo genero Jared, ebreo americano, esponente della potente famiglia Kushner, da sempre finanziatrice delle colonie illegali nei Territori palestinesi.

La destra ebraica e i religiosi che formano l’attuale governo non temono una nuova Intifada?

È un rischio che non ha problemi a correre perché l’unico obiettivo di questo governo è rimanere al potere. E per rimanerci sa che deve solleticare gli istinti più bassi e alimentare le paure più irrazionali della società israeliana sempre più oltranzista e xenofoba anche a causa del lavaggio del cervello mediatico. La paura principale è il terrorismo che viene facilmente sovrapposto ad Hamas. Che, pur avendo dimostrato di non essere in grado di minacciare davvero l’esistenza di Israele, viene additata come il demonio; ma, ciò che è più grave, è che tutti gli abitanti di Gaza vengono ormai considerati dalla maggior parte degli israeliani come terroristi a priori. Molti si scordano che a Gaza ci sono anche palestinesi di religione cristiana. Per quanto riguarda una terza intifada, non credo ci sarà. I palestinesi sono stanchi di combattere e sono troppo indeboliti dal gioco sporco delle grandi potenze e dei paesi arabi che hanno contribuito a dividerli al proprio interno, rendendoli ancora più deboli.

Ma i responsabili di Hamas manipolano la popolazione che governano nella Striscia e usano i civili come carne da macello. Non ultima la bimba di 7 anni mandata nella zona cuscinetto lungo il confine tra Gaza e Israele, come ha denunciato proprio il suo giornale, per provocare i soldati israeliani.

Ciò che di sbagliato e criminale fa Hamas va ovviamente riportato, come tutte le altre notizie di interesse pubblico. Resta il fatto che l’esercito israeliano non ha scusanti per il massacro, da scrivere a caratteri maiuscoli, che ha perpetrato lungo la zona di sicurezza voluta da Israele per umiliare e provocare la gente che ha, anzi aveva, i campi con cui si sostenta proprio in quella fascia di territorio.

Questa volta le Forze di Sicurezza Israeliane (IDF) non si sono fatte scrupolo di reprimere nel modo più violento la manifestazione voluta da Hamas per ricordare il ‘diritto al ritorno’ promesso loro già nel 1948 dall’Onu?

Da anni Israele e le nostre forze di sicurezza violano apertamente i diritti dei palestinesi, ribadisco vittime innocenti della più lunga occupazione della storia contemporanea, nell’indifferenza o falsi strali della comunità internazionale. Israele si è sempre fatto beffa delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Purtroppo non c’è nulla di nuovo sotto il sole.

Israele ha commesso un crimine di guerra a Gaza questa volta?

Lo ha fatto anche prima, e più volte. Ma non lo definirei un crimine di guerra , semplicemente perché a Gaza non vi è guerra, c’è solo sopruso e ingiustizia. L’esercito israeliano è uno dei più forti e potenti al mondo e continua a spacciarsi per quello anche più etico quando invece, nella realtà, fa il tiro al piccione contro persone imprigionate da decenni e private di tutto proprio dallo stesso Stato israeliano. L’esercito più potente ed etico che ammazza dei disperati perché gli tirano addosso delle pietre. Vergognoso.

Crede che sia finita qui?

No, purtroppo. Da qui al 15 maggio, anniversario della fondazione di Israele, ci saranno probabilmente, altri massacri ad armi impari. Se non scoppierà la Terza Intifada penso che tutto finirà come sempre. Ossia con l’assoluzione di Israele da parte di un mondo cinico e indifferente.

Hamas esulta: il vero nemico non è Israele, ma Abu Mazen

In migliaia nelle strade della Striscia di Gaza hanno partecipato ieri ai funerali dei manifestanti uccisi nel venerdì di sangue, negli scontri lungo la frontiera dove l’esercito israeliano ha ucciso 16 palestinesi e ne ha feriti oltre 1300. Il giorno più sanguinoso dalla guerra del 2014.

In diverse città della Striscia una folla compatta ha accompagnato le bare dei manifestanti uccisi. Cinque di loro “erano uomini delle Brigate Ezzedin Al Qassam”, ha annunciato l’ala armata del movimento islamista che controlla la Striscia di Gaza dal 2007. Nonostante la rabbia crescente, solo poche centinaia di manifestanti sono tornati nel pomeriggio vicino al confine con Israele per continuare la protesta chiamata “la Marcia del Ritorno”, e ci sono stati 13 feriti.

Hamas progetta nuove manifestazioni lungo la barriera di sicurezza tra Gaza e Israele per le prossime sei settimane per chiedere il “diritto al ritorno” dei profughi e denunciare il blocco imposto dallo Stato ebraico a Gaza.

I palestinesi accusano Israele di uso sproporzionato della forza e le Ong per i diritti umani mettono in discussione l’uso di munizioni vere. Secondo gli organizzatori della protesta, i manifestanti sono stati colpiti quando non rappresentavano una minaccia immediata. Il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha chiesto una “inchiesta indipendente e trasparente”, così come l’Ue con Federica Mogherini, alto rappresentante per la politica estera. Ieri il generale dell’Idf, Ronen Manelis, ha sostenuto con i giornalisti che “i militari hanno sparato ai manifestanti che li attaccavano con pietre e bottiglie molotov. Tutte le vittime erano maschi tra i 18 e i 30 anni, molti dei morti ci erano già noti come attivisti, e almeno due di loro erano membri delle forze armate degli islamisti”.

Hamas potrebbe proclamare una vittoria: decine di migliaia di abitanti di Gaza hanno aderito alla “Marcia del ritorno”, rendendola una delle più imponenti proteste pubbliche palestinesi negli ultimi dieci anni, nella Striscia e in Cisgiordania. Hamas aveva sperato che centinaia di migliaia, magari anche un milione, potessero partecipare. “Ma l’aspettativa – come spiega un collega da Gaza – era che il numero sarebbe stato molto più basso di 30.000. E ora tutti sanno che i numeri cresceranno per il Giorno della Nakba, il 15 maggio”, quando i palestinesi ricordano la “catastrofe” che li ha colpiti con la creazione di Israele. La dirigenza di Hamas, i cui membri si sono fatti notare in molti luoghi chiave nelle proteste di venerdì, è euforica. Foto-op come queste non capitano tutti i giorni. Da Ismail Haniyeh in poi, hanno fatto il giro dei punti caldi e nessuno con un effetto maggiore di Yahya Sinwar, l’indiscusso leader di Gaza. Dal suo punto di vista, Hamas è riuscito venerdì dove l’Anp di Abu Mazen ha fallito. Il movimento islamista, che finora aveva solo sventolato la bandiera della resistenza armata e del terrorismo, ha tirato fuori uno dei più grandi eventi di protesta pubblici mai visti nei Territori dall’inizio della Seconda Intifada 18 anni fa.

E i suoi leader si sono uniti ai dimostranti, mostrando un diverso tipo di leadership da quella dei capi di Fatah in Cisgiordania. Hamas è persino riuscito a riportare la questione palestinese nell’agenda internazionale, da tempo indifferente a ciò che accade a Gaza e in Cisgiordania. Il costo è stato di 16 morti e centinaia di feriti. E i palestinesi di Gaza l’hanno pagato. Questi numeri tenderanno ad aumentare nelle prossime settimane. Il “successo” delle manifestazioni di venerdì si diffonderà in altre aree, come la Cisgiordania, in vista del Giorno della Nakba. Con gli americani pronti ad aprire la loro ambasciata a Gerusalemme il 14 maggio e gli abitanti di Gaza organizzati in una “Marcia del Ritorno” ancora più grande il 15, ci saranno molte motivazioni per protestare anche in Cisgiordania.

Abu Mazen ha proclamato ieri un giorno di lutto nazionale, ha accusato Israele di violenza gratuita, ma sa bene che è troppo tardi e troppo poco per recuperare il rispetto della piazza. Il suo ambasciatore all’Onu ha ottenuto un dibattito di emergenza al Consiglio di sicurezza, dove l’ipocrisia ha prevalso ancora una volta. I civili sono massacrati ogni giorno in Siria e la comunità internazionale guarda intenzionalmente dall’altra parte.

Su questo, nessuno batte il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Anche se il suo esercito sta portando avanti la pulizia etnica nell’area di Afrin nella Siria settentrionale, ieri chiedeva a gran voce un’indagine sulle violenze dell’Idf al confine di Gaza.

Mail Box

 

Attenzione, il leader del Carroccio è un camaleonte

La svolta che Salvini ha dato al suo partito non deve far dimenticare che l’uomo è un camaleonte nato e dei camaleonti bisogna aver paura (Berlusconi docet): parlava di “Roma ladrona” e nessuno gli ha chiesto come mai la capitale non è più ladrona; offendeva i napoletani con canzonette volgari ed ora chiede loro i voti; parla di giustizia ma solo contro gli immigrati; farebbe ridere a parlare di reale giustizia avendo come alleato Berlusconi. Il problemone Berlusconi, poi, non nasce dal fatto che l’ometto sia antipatico; nasce dal fatto che ha, ad esempio, accorciato i tempi di prescrizione mandando in fumo molti suoi processi e, come conseguenza, quelli di tanti colletti bianchi; nasce dal fatto che Rete4 non è ancora andata sul satellite e il costo della multa affibbiataci dall’Europa è ancora sulle spalle degli italiani; nasce dal fatto che mette le mani sulla Costituzione italiana ogni volta che può per togliere sovranità al popolo; nasce dal fatto che con Berlusconi non si avrà mai una seria lotta ai grandi evasori fiscali essendo Berlusconi un grande evasore. Carfagna, Gelmini, Bernini non possono essere considerate brave persone finchè giustificano ogni sporco atto del loro “padrone” permettendo che molti italiani onesti non abbiano giustizia date le leggi ad personam sulla giustizia da loro stesse approvate per salvare l’iniquo loro capo. Lo stesso dicasi per Salvini. Non si può essere giusti e perbene a metà, eccetto là dove non lo voglia il “padrone” o l’ “alleato”; parlare contro la gestione fallimentare delle banche del Pd ed esserci stato quando la Lega portò al fallimento la Credieuronord; parlare in campagna elettorale di tutto fuorché di legge che risolva i conflitti di interesse per accontentare il condannato Berlusconi che è il conflitto d’interessi in persona. Questa è sporca convenienza, è ipocrisia.

Barbara Cinel

 

La politica confonde la giustizia con l’etica

Ancora una volta la politica, afflitta da una cronica patologia, evidentemente incurabile, confonde l’aspetto giudiziario con quello etico, morale e di opportunità. Berlusconi chiede istanza di riabilitazione per futura ricandidabilità. Siamo quindi in fase di richiesta di una riabilitazione non ancora accordata, su cui pesano processi tuttora in corso per altri reati, e questo signore che tiene in ostaggio il paese da 30 anni, pretende di incontrare il Pd come se l’aspetto giuridico fosse ormai risolto e l’aspetto etico morale sancito dall’articolo 54 della Costituzione fosse un banale impedimento raggirabile. Solo quando avrà ottenuto l’istanza di riabilitazione Berlusconi potrà avanzare richieste che non sono implicitamente esaudibili, dato che le risoluzioni giuridiche a suo carico non sono in grado di restituirgli la disciplina ed onore previsti dalla Costituzione per ricoprire funzione pubblica. Partecipare alle consultazioni con il Pd ha valenza di funzione pubblica e mi sembra che al momento non vi siano le condizioni né giuridiche né morali, per cui il privato cittadino, condannato ed espulso dal Parlamento, Silvio Berlusconi, possa non solo incontrare il Pd, garante della Costituzione, ma anche solo essere fisicamente e idealmente riammesso all’interno delle istituzioni. Il Pd, le istituzioni tutte e la stessa Costituzione sarebbero umiliate e svilite da una sua partecipazione attiva alle consultazioni. Ottenere voti alle elezioni, e comunque il 75% dei cittadini non lo ha votato, non cancella né condanne né comportamenti inconciliabili con qualsiasi ruolo pubblico. Mi aspetto che il Pd difenda la Costituzione e sappia opporsi con fermezza a questa inopportuna e anticipata riabilitazione. Forza Italia può partecipare alle consultazioni attraverso i suoi rappresentanti istituzionali, Gelmini e Bernini, senza la presenza ingombrante di qualcuno che deve per legge rimanere fuori dal Parlamento.

Alessandra Ruspetti

 

Mattarella dovrebbe rifiutarsi di incontrare B.

B. capo delegazione di FI alle consultazioni del Quirinale, mi sembra un insulto non solo al capo dello Stato, ma all’intero popolo italiano. Possibile che Mattarella non possa rifiutare di riceverlo, essendo B. ancora sotto processo?

O anche solo per decenza politica, di fronte a un popolo che non ne può più di questi politici?

Caro presidente della Repubblica, il rifiuto lo dovrebbe al popolo italiano.

Marzio Campanini

 

Monti e Fornero non hanno risolto i veri problemi

Se tutti gli indici economici e sociali sono peggiorati rispetto al 2011, perché si continua a benedire il duo Monti-Fornero come salvatori? Monti avrebbe dovuto abbassare drasticamente le tasse, attuare una totale semplificazione burocratica e fiscale.

La Fornero avrebbe dovuto separare l’assistenza dalla previdenza nella gestione Inps, razionalizzare e semplificare gli ammortizzatori sociali, eliminare gli inutili centri per l’impiego privatizzare l’Inail, eliminare l’interposizione di manodopera di coop e interinali, applicare a tutti I pensionati le stesse regole del regime contributivo salvaguardando chi ha una pensione lorda inferiore a duemila euro ed introducendo una graduale liberalizzazione del sistema previdenziale.

Invece hanno fatto la due cose più facili e sbagliate: aumentare le tasse e l’età pensionabile, lasciando inalterate tutte le magagne e i problemi della gente comune.

Gianluca Bragatto

Il male minore per l’Eurozona e certe bizzarre convergenze

Venerdì i lettori del Sole 24 Ore hanno letto un articolo già uscito martedì su project-syndicate.org a firma Jean Pisani-Ferry, economista ben introdotto un po’ dovunque, già consulente di Macron, professore di qui e di lì, Gran. Lup. Mannar. e altre cosette. E cosa ci dice Pisani-Ferry? La tesi è accattivante fin dal titolo (originale) che è “Il male minore per l’Eurozona”, dal che si deduce peraltro che siamo nel campo del male. Svolgimento: qua bisogna riformare l’area euro e farlo con tutti questi populisti in giro e il probabile arrivo di un’altra tranvata. Per questo, ci dice, qualche sbrigativo collega tedesco ora propone di buttare fuori gli Stati che andranno in difficoltà tentando di perderci il meno possibile: “Per forzare un Paese negligente, la Bce potrebbe semplicemente scollegare il suo sistema bancario dalla liquidità in euro. È quasi accaduto nel 2015 con la Grecia” (ma dai?). Però, dice Jean, è un po’ cafone e rischia di innescare “un’altra crisi finanziaria”. E allora la Francia si deve convincere che “il male minore” è un processo regolato di “ristrutturazione del debito” in cui alla fine si costringono i reprobi a fare quel che gli si ordina. Il problema, e qui lasciamo Pisani-Ferry, è che per convincere Berlino a questo diverso metodo di incaprettamento dei Paesi deboli servono alleanze politiche nuove vista la semi-scomparsa dei socialisti europei: ora, non vorremmo pensar male e far peccato nel senso di Andreotti, ma com’è che tutto insieme s’è iniziato a parlare dei 5 Stelle alleati a Strasburgo con En Marche! di Macron?

La “Letizia” pubblica dell’aguzzino

Laëtitia Perrais è stata rapita nella notte fra il 18 e il 19 gennaio 2011. Era una cameriera di 18 anni residente a Pornic, nel dipartimento della Loire-Atlantique. Conduceva una vita anonima nella famiglia a cui era stata affidata insieme alla sua gemella. L’assassino è stato arrestato nel giro di due giorni, ma ci sono volute parecchie settimane per ritrovare il cadavere di Laëtitia. Il caso ha suscitato una grande emozione in tutto il Paese. Nell’esprimere le sue critiche sulla sorveglianza giudiziaria dell’assassino, il presidente della Repubblica Nicolas Sarkozy ha chiamato in causa i giudici minacciando “sanzioni” per i loro “errori”. Le sue parole hanno scatenato una mobilitazione senza precedenti nella storia della magistratura. Nell’agosto 2011, caso nel caso, il padre affidatario è stato indagato per violenze sessuali sulla sorella di Laëtitia.

A tutt’oggi non sappiamo se anche Laëtitia sia stata violentata, dal padre affidatario o dall’assassino. Questo episodio di cronaca nera è eccezionale sotto tutti i punti di vista: per l’onda d’urto che ha creato, per la sua risonanza mediatica e politica, per le ingenti risorse mobilitate per ritrovare il cadavere, per le dodici settimane di ricerche, per l’intervento del presidente della Repubblica, per lo sciopero dei magistrati. Non è un semplice caso giudiziario: è un affare di Stato. Ma che cosa si sa di Laëtitia, oltre che è stata la vittima in un rilevante episodio di cronaca nera? Centinaia di articoli e reportage hanno parlato di lei, ma solo con riferimento alla notte della sua scomparsa e ai processi. Il suo nome compare in Wikipedia, ma nella pagina dedicata all’assassino, sotto il titolo “Omicidio di Laëtitia Perrais”. Eclissata dalla celebrità che ha regalato suo malgrado all’uomo che l’ha uccisa, è diventata il punto di arrivo di un percorso criminale, un successo nella sfera del male. Potere dell’assassino sulla “sua” vittima: non solo le toglie la vita, ma governa il corso di quella vita, già avviata verso l’incontro funesto, l’ingranaggio irreversibile, il gesto letale, l’oltraggio fatto al corpo. La morte attira a sé la vita. Non conosco racconti di delitti che non valorizzino l’assassino a spese della vittima. L’assassino è lì per raccontare, rammaricarsi o vantarsi. Del suo processo è il punto focale, se non il protagonista. Io vorrei invece liberare donne e uomini dalla loro morte, strapparli al crimine che li ha privati della vita e persino dell’umanità. Non onorarli come “vittime”, perché ciò significherebbe ricondurli ancora una volta alla loro fine; ma semplicemente ricollocarli nella loro esistenza. Testimoniare per loro. Il mio libro avrà un’unica protagonista: Laëtitia. L’interesse che le dimostriamo, come una nuova chiamata alla ribalta, la restituisce a se stessa, alla sua libertà, alla sua dignità. Da viva Laëtitia Perrais non ha suscitato l’interesse di nessun giornalista, di nessuno studioso, di nessun politico. Perché, oggi, dedicarle un libro? Strano destino, quello di questo personaggio che ha goduto di un’effimera celebrità. Agli occhi del mondo Laëtitia è nata nel momento in cui è morta. Vorrei dimostrare che un fatto di cronaca nera può essere analizzato come un oggetto storico. Un fatto di cronaca nera non è mai un semplice “fatto”, non ha nulla di “cronachistico”. Dietro il caso Laëtitia si delinea invece una profonda dimensione umana e un preciso quadro sociale: famiglie sfasciate, mute sofferenze infantili, giovani entrati presto nella vita attiva, ma anche il paese all’inizio del xxi secolo, la Francia della povertà, delle aree periurbane, delle diseguaglianze sociali. Ci fa scoprire i meccanismi del- l’inchiesta, le trasformazioni dell’istituzione giudiziaria, il ruolo dei media, il funzionamento del- l’esecutivo, la sua logica accusatoria così come la sua retorica della compassione. In una società in movimento il fatto di cronaca nera è un epicentro.

Ma Laëtitia non è importante solo per la sua morte. Anche la sua vita ci interessa, perché è un fatto sociale. Incarna due fenomeni piú grandi di lei: la vulnerabilità dei bambini e le violenze subìte dalle donne. Quando Laëtitia aveva tre anni, suo padre ha violentato sua madre; poi il padre affidatario ha abusato di sua sorella; lei stessa ha vissuto solo per 18 anni. Questi drammi ci ricordano che viviamo in un mondo in cui le donne vengono insultate, molestate, picchiate, violentate, uccise. Un mondo in cui le donne non sono soggetti di diritto in senso pieno. Un mondo in cui le vittime rispondono all’astio e alle botte con un silenzio rassegnato. Un conflitto a porte chiuse il cui esito comporta che siano sempre loro a morire. Non era programmato che Laëtitia, una ragazza radiosa amata da tutti, finisse macellata come un animale. Però fin dall’infanzia è stata destabilizzata, sballottata, trascurata, abituata a vivere nella paura, e questo lungo processo di debilitazione illumina sia la sua tragica fine sia la nostra intera società. Per distruggere una persona in tempo di pace non basta ucciderla. Bisogna prima farla nascere in un clima di violenza e di caos, privarla della sicurezza affettiva, mandare in frantumi il suo nucleo familiare, poi collocarla presso un padre affidatario perverso, non rendersene conto, e da ultimo, quando è tutto finito, sfruttare politicamente la sua morte. Inutile precisare che non ho mai incontrato personalmente Laëtitia. L’ho conosciuta attraverso le persone che l’hanno amata – genitori, amici, colleghi – o che hanno ricostruito i suoi ultimi momenti – magistrati, periti, avvocati, giornalisti –. La mia indagine è nata dalla loro. È una metaindagine, fondata sull’affetto degli uni e sul lavoro degli altri. Comprendere l’esistenza di Laëtitia presuppone sia tornare indietro di anni, ai tempi in cui nulla la distingueva dagli altri bambini, sia ripercorrere il sequestro e l’omicidio che ne hanno causato la scomparsa. Una storia di vita intrecciata a un’inchiesta giudiziaria. Una biografia che si prolunga dopo la morte. Neonata maltrattata, bambina trascurata, data in affido, adolescente timida, ragazza avviata verso l’autonomia, Laëtitia Perrais non ha vissuto per diventare un episodio nella vita del suo assassino, né un discorso dell’era Sarkozy.

Mi immagino Laëtitia come se fosse assente, rifugiata in un luogo che le piace, al riparo dagli sguardi. Non vagheggio la resurrezione dei morti; voglio salvare nella memoria i cerchi effimeri che hanno lasciato sulla superficie dell’acqua gli esseri umani mentre colavano a picco.

© 2016 Editions du Seuil, Paris.

© 2018 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino

M5S e Lega: dalle liti alle lodi. È il proporzionale, bellezza

 

“Di Maio? Di una pochezza e di una ignoranza semplicemente ineguagliabili”.

Matteo Salvini

 

“Salvini fa politica da quando avevo 4 anni. Cosa abbia fatto per il Paese nel frattempo è un mistero”.

Luigi Di Maio

 

“Salvini? Nel caso il Movimento 5 Stelle dovesse allearsi con chi ha rovinato l’Italia, lascerei il Movimento 5 Stelle”.

Alessandro Di Battista

 

Via, lo sappiamo tutti che la campagna elettorale è pura finzione, imbroglio, intrattenimento, opera buffa, illusionismo per allocchi, venghino siori venghino: promesse campate in aria, riforme fantasy, più soldi per tutti senza un euro in cassa, e chi ci casca peggio per lui. Ah ah, non siamo mica nati ieri. E quando venerdì sera a “Otto e mezzo” viene scodellata, in rapida sequenza, la caterva di insulti, parolacce, offese personali, accuse sanguinose, smorfie di disgusto che (fino al 4 marzo) Lega e Cinquestelle si sono accanitamente scambiati, la politologa Elisabetta Gualmini non “rabbrividisce” affatto (come l’ingenua Lilli Gruber). Con la freddezza della studiosa che ha visto cose che voi umani non potreste immaginarvi, esclama: “È il proporzionale bellezza”. Pazientemente ci spiega che i partiti, prima “se le devono dare di santa ragione per poi arrivare a un compromesso”. Massì, sappiamo come vanno le cose della politica: siamo uomini (e donne) di mondo non caporali. Si potrebbe (timidamente) obiettare che qui non si tratta di trovare il normale punto d’incontro tra le diverse piattaforme programmatiche. No, questi se la sono proprio giurata e nella sequenza horror l’odio e il disprezzo saetta negli sguardi. Tanto che quei poveracci di spettatori ignoranti (che nulla sanno del “proporzionale bellezza”), potrebbero pure pensare che sono passati alle vie di fatto. Poi, come sappiamo, è tornato il sereno. I “ladri” e gli “ignoranti” hanno votato concordi i presidenti della Camere e oggi si scambiano apprezzamenti sulla reciproca “serietà”, sul “mantenimento della parola data”. Esiste anche la possibilità che facciano un governo insieme. Tempo al tempo. Leggiamo che Salvini e Di Maio si sentono al telefono spesso, che si vedranno prima delle consultazioni al Quirinale. Sembra che non possano più stare lontani, fare a meno l’uno dell’altro (amore mi pensi? ma quanto mi pensi?). Chissà, il proporzionale bellezza potrebbe un giorno anche rappacificare Di Maio con Matteo Renzi. Si facevano vicendevolmente schifo? Dov’è il problema? È Silvio Berlusconi? Per il momento resta brutto, sporco e cattivo, però mai dire mai. Del resto, la politica non è bella se non è litigarella. Chi l’ha detto? Boh, forse Machiavelli. Quanto agli elettori che ci hanno creduto urge un ripasso del proporzionale. Per punizione la prossima volta scriveranno sulla scheda: sono un coglione.

È risorto, non è qui! Il Signore Gesù è là dove l’uomo è minacciato

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!”. Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti. (Gv 20, 1-9)

Contrariamente a ciò che ci si potrebbe aspettare, la risurrezione di Cristo, nel racconto del vangelo di Giovanni, parte da ciò che manca, da ciò che è assente, da quello spazio che rinserrava un corpo nel silenzio della morte. La Pasqua tanto attesa, a cui la Chiesa si prepara con quaranta giorni di vita più sobria, viene narrata “in negativo”, partendo dalla scoperta di un drammatico vuoto abissale. Infatti, una delle donne fedeli e impavide che sono protagoniste delle ore della deposizione di Gesù e della sua Risurrezione, Maria di Magdala, con il cuore disorientato, quando è ancora buio, perché non può più resistere, corre alla tomba di Gesù, ma esterrefatta vede “che la pietra era stata tolta dal sepolcro” (Gv 20,1). Era certissima che la vicenda affascinante del suo incontro con quell’Uomo s’era conclusa in quel freddo sepolcro nuovo, chiuso da una pietra rotonda. Ora è aperto, è spalancato e fa vedere che è vuoto! Immediatamente, ipotizza un trafugamento: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto”. La sua disperazione mette in moto anche Simon Pietro e il discepolo amato da Gesù, Giovanni, i quali, di corsa, vanno a controllare: “Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro”.

In questo piccolo racconto, tutti corrono: prima per paura, poi per verificare i fatti. Termine di questa sollecitudine – che è manifestazione commovente di amore, attaccamento al Maestro, di attese e aspettative ancora vive sotto la disfatta della croce – è la riflessione. Maria di Magdala rimette in movimento la narrazione della fede. Bisogna meditare, ricomprendere tutte queste cose insieme, osservare attentamente ogni indizio perché verrà svelato ciò che non si vede. Testimoni silenziosi ma eloquenti di quanto avvenuto sono anche i teli e il sudario in cui era avvolto il corpo di Gesù. I teli posati là risultano come “svuotati” dall’interno del loro contenuto. La loro disposizione manifesta un’evidenza inspiegabile dal punto di vista naturale che conduce Giovanni, testimone ed evangelista, a ricordare di sé: “e vide e credette”. Avendo davanti ai loro occhi solo quei teli posati, segno memoriale (mnémeion) che attesta la sconfitta definitiva, i discepoli, non vedendone il corpo, credono nel Vivente.

La risurrezione di Cristo, anima e messaggio del Vangelo, è dono per tutti gli uomini: d’ora in poi, nessuno rimarrà per sempre avvolto tra le bende della morte. È risorto, non è qui! Il Vivente, il Signore Gesù è là dove la vita è minacciata, dove il debole viene oppresso, dove l’uomo è vilipeso, dove la speranza che il mondo diventi a misura di uomo è inganno e illusione. Chi vive la sua vita come dono da spendere per gli altri, vive la vita e la forza di Cristo Risorto. Così, la fede cristiana ci situa in Dio, ma anche davanti alla gioiosa responsabilità della cura per la vita di ogni uomo, perché l’abbia in abbondanza.

Buona Pasqua.

*Arcivescovo di Camerino – San Severino Marche

Per Di Maio e Salvini c’è la strettoia delle Infrastrutture

La strettoia politica è drammatica. Per la prima volta dal 1948 è possibile un radicale cambio di governo. Andiamo sul concreto con un esempio: chi sarà il ministro delle Infrastrutture? Un Attila, come direbbero degli ambientalisti? Un “No a tutto”, come temono quelli “del fare”? O una via di mezzo che come lo metti sta, tipo l’uscente Graziano Delrio? Tutte e tre le ipotesi sono compatibili con qualsiasi soluzione politica. Prendiamo la più gettonata, Di Maio-Salvini. I due si accorderanno su un No-Tav come piace al M5S? O su un Sì-Tav caro alla Lega e ai suoi alleati berlusconiani? Diranno che non è questione di nomi ma di programmi, poi sotto ghirlande di belle parole e ossimori arditi passerà un ministro con capo di gabinetto, segreteria tecnica e batteria di direttori generali e provveditori regionali. Mille singole decisioni sfuggiranno ai radar politici o saranno oggetto di scambio. Per esempio Delrio ha predicato e mai fatto l’analisi costi-benefici sulle nuove opere. Tutti, sia chi auspica sia chi teme, aspettano di vedere se il ministero delle Infrastrutture verrà aperto come una scatoletta di tonno. Gli interessi veri – abbandonato Renzi al solipsismo del #senzadime – aprono canali diplomatici con i barbari per piazzare, se non proprio un Flick a Palazzo Chigi, almeno qualche “affidabile” nei ministeri chiave.

Nell’attesa, piccolo pro-memoria per i Richelieu delle trattative. Nel 2013 la Procura di Firenze ha arrestato la dalemiana Maria Rita Lorenzetti (presidente della Italferr-Fs, ex parlamentare ed ex governatore dell’Umbria) nell’inchiesta sul tunnel Alta velocità sotto Firenze. Da cinque anni i cantieri sono fermi e aspettiamo di sapere se si tratti di un’opera utile e a costo ragionevole o di un sistema per derubare i contribuenti. La politica tace. Attende le sentenze. Il 16 marzo 2015 ancora Firenze, sullo slancio, arresta due perni del sistema dei lavori pubblici, il profeta del project financing Ercole Incalza e il suo amico direttore dei lavori (di mille cantieri) Stefano Perotti. Seguono le dimissioni del ministro Maurizio Lupi (per il Rolex al figlio) e l’inutile avvento di Delrio. Lupi è stato rieletto e potrebbe essere spinto dal centrodestra a un glorioso ritorno a Porta Pia. Perotti era direttore dei lavori anche del Terzo Valico, ferrovia tra Genova e Tortona, 6,2 miliardi per poco più di 50 chilometri, il primo atto del governo Monti (quello dell’austerità…). Nel 2016 è stato arrestato Giandomenico Monorchio (figlio dell’ex ragioniere generale dello Stato), che aveva preso il posto di Perotti al Terzo Valico. Preso con lui Michele Longo della Salini Impregilo, presidente del Cociv (consorzio costruttore del Terzo Valico), un vero regista delle grandi opere. Il capo Pietro Salini l’ha cacciato dichiarandosi parte lesa, però è stato indagato anche lui, insieme a Giuseppe Lunardi, figlio dell’ex ministro delle Infrastrutture che consegnò il potere a Incalza, inventore della “criminogena” (cit. Cantone) Legge Obiettivo. Il 13 marzo scorso, per una autostrada in Sicilia, è stato arrestato Duccio Astaldi, presidente della Condotte, secondo socio del Cociv dopo Salini Impregilo.

Ancora non c’è alcuna sentenza e vale la presunzione d’innocenza (per Incalza c’è già il proscioglimento). Ma un problema c’è: le inchieste fotografano una nuova Tangentopoli, più sofisticata e organizzata di quella di 25 anni fa con le buste di soldi ai politici, che coinvolge tutto il sistema. Per questo Di Maio e Salvini, a margine delle chiacchiere sui programmi, devono accordarsi su chi va a Porta Pia. Se invece pensano che le inchieste di Firenze, Genova, Roma e Messina nascano dall’abuso di sostanze psicotrope nelle Procure, allora scelgano bene il nuovo ministro della Giustizia.