Il pericoloso confine tra paura e odio

Parlare di Martin Luther King nei giorni della sua morte (è stato assassinato il 4 aprile 1968) fa venire in mente alcune analogie con il presente italiano. Come molti ricordano, King credeva nella non violenza e nella Costituzione americana. Guidava marce pacifiche, non cedeva ma non rispondeva alla violenza, che era solo di Guardia nazionale e polizia. Sapeva di avere la Costituzione e i fondamenti del diritto e della Carta delle Nazioni Unite dalla sua parte.

Per chi era con lui a quel tempo e in quel sogno americano, e poi, tanti anni dopo, si è impegnato in questi nostri strani giorni italiani in difesa degli immigrati e dei rifugiati, è inevitabile vedere delle sorprendenti analogie. Martin Luther King è sempre stato dalla parte della legge e ha sempre avuto contro i rappresentanti della legge. Ha sempre invocato la Costituzione del suo Paese (il Bill of Rights, ricordate? “Tutti gli uomini sono creati uguali”) ma è stato arrestato, processato e incarcerato da autorità che si battevano contro i principi costituzionali pur di non lasciare entrare i neri nelle scuole, negli ospedali, negli alberghi, negli autobus di tutti gli altri americani. Non vi viene in mente la caccia alle Ong, il tentativo di farle apparire criminali, in modo da togliere, con l’accusa grave e senza prove, solidarietà e sostegno dei cittadini ? Non vi ricorda la nave del volontariato spagnolo posta sotto sequestro con l’imputazione di “associazione a delinquere”? Motivo dell’imputazione è avere strappato 218 esseri umani al mare e alle prigioni libiche.

Pensando a Martin Luther King, ricordo un giorno del 1965 (era già premio Nobel) in cui l’ho accompagnato in carcere a Birmingham (Alabama): doveva scontare due mesi, “per mancanza di rispetto alla polizia locale” (aveva disobbedito all’ordine di fermare una marcia di pace). Sono andato con lui, in aereo, da Atlanta a Birmingham e dall’aeroporto alla prigione, scortato dalle polizie di due Stati in tenuta da sommossa, e seguito da una troupe della Rai. La conversazione con Martin Luther King era cominciata davanti alla sua casa di Auburn Avenue, ad Atlanta, con un suo netto rifiuto. Io volevo pagare la cauzione di 100 dollari che avrebbe evitato il carcere, ma il dottor King (era laureato in Teologia, e tutti lo chiamavano “Doctor King”, a cominciare dai telegiornali, con un certo imbarazzo della polizia) ha rifiutato. “Quello che accade qui si deve vedere e sapere e non si può cambiare il copione come in un film. Questa è storia”.

Una sera di quella settimana il frammento di storia Americana e di storia del mondo di quei giorni è andato in onda nel programma lontano e italiano della Rai Tv7. E questo purtroppo non mi serve a vantare il lavoro di molti anni fa. Mi serve per dire che l’Italia sta diventando un Paese poco incline a occuparsi dei Martin Luther King che non stanno a casa (fatti loro se una casa non ce l’hanno). E che ha poco interesse (maggioranze e opposizioni) per i simboli di fraternità etnica e culturale che King rappresentava. Per esempio, nessuno – maggioranze e opposizioni –, ha proposto di cancellare la legge incostituzionale Bossi-Fini, duramente ostile a chi fugge e cerca aiuto. A quasi tutti piace descriverli con la parola “clandestino” affinché appaiano subito pericolosi e sospetti. Eppure tutti sappiamo che ogni salvataggio (anche se le navi di soccorso vengono giudicate infide e complici perché si posizionano in modo da evitare la morte in mare) avviene sotto i radar, gli schermi, le apparecchiature militari del Mediterraneo e delle Capitanerie di porto. Se pensate che nessun commentatore, politico o esperto, risponde alla ripetuta e cieca invocazione di “confini rigidamente chiusi” fatta col rosario in mano, in un Paese attraversato da 30 milioni di turisti ogni anno, vi rendete conto che non è fuori luogo avere nostalgia del passato.

Improvvisamente è tornata l’inspiegabile saldatura fra la parola “sicurezza” e la parola “migrazione”. Torna il pericolo del terrorismo islamico. Certo, ci sono servizi che lavorano molto bene in Italia. Ma fino a poco fa questo buon lavoro ci veniva presentato come una garanzia di protezione e un vantaggio su altri Paesi. Adesso (fate attenzione: adesso, da alcuni giorni, benché con la partecipazione straordinaria del ministro pro tempore Minniti) vengono fatti circolare dettagli, come la minaccia di tagliare agli infedeli italiani non solo le teste ma anche i genitali. Informazioni che non migliorano la sicurezza, però alimentano ostilità e paura. Qualcuno pensa che finalmente questo sia un buon momento per avvicinare il confine della paura all’odio. Ed ecco che ogni telegiornale aggiunge una notiziola che mille volte si era rivelata vuota: i terroristi arrivano con gli immigrati. È importante ripeterlo finché si crea l’identità fra le due parole. Gli immigrati sono terroristi. L’insinuazione funzionerà anche meglio se mafia e ’ndrangheta forniranno in tempo le armi, come è accaduto in altri delitti politici.

Commerciante ucciso a Mantova: arrestato l’ex camerata 72enne

È in carcere da ieri Brunetto Muratori, l’ex orefice 72enne di Mantova accusato di aver ucciso volontariamente Sandro Tallarico, commerciante 57enne di Roverbella, il 17 gennaio scorso, lungo la ciclabile del ponte di San Giorgio a Mantova. Fermato in mattinata dai carabinieri, Muratori è stato prima condotto nella caserma del comando provinciale in via Chiassi da cui, poi, è stato portato in carcere dove, probabilmente martedì sarà sentito dal pm Reggiani per l’interrogatorio di garanzia. I carabinieri e il magistrato mantengono riserbo sul movente ma sembra che il fermato avesse accumulato rancore con il passare degli anni verso la vittima. Muratori e Tallarico si conoscevano fin dagli anni 80 per la militanza comune in gruppuscoli dell’estrema destra ed erano anche soci in affari. Muratori all’epoca finì in carcere con l’accusa di ricettazione dopo che in casa furono trovati dei capi in pelle frutto di un precedente furto, Tallarico rimase fuori dall’indagine, ma si dice che Muratori non perdonò mai al camerata e socio di averlo abbandonato, tanto da maturare un odio profondo nei suoi confronti. Il commerciante venne ucciso a colpi di pistola, ma l’arma del delitto non è ancora stata trovata.

A 30 km dalla Capitale, la “perla” di Fellini

Fregene è una rinomata località balneare sul Tirreno, a circa 30 chilometri dal centro di Roma, che conta 6.000 residenti che diventano il triplo durante l’estate. È una frazione del Comune di Fiumicino, originariamente XIV circoscrizione della Capitale dalla quale si è staccato nel 1992 a seguito di un referendum. A Fregene prevalsero i no al distacco.

È sempre stata una spiaggia della Roma bene, frequentata soprattutto dai proprietari di ville e seconde case, luogo della Dolce vita assai meno popolare della vicina Maccarese ma anche di Ostia e Capocotta che sono alla stessa distanza dal centro di Roma. La zona più esclusiva è quella del vecchio Villaggio dei Pescatori che ha avuto nel tempo uno sviluppo urbanistico largamente abusivo. Ospita ogni anno un premio letterario.

Federico Fellini ha girato a Fregene “Lo sceicco bianco” nella pineta monumentale che da qualche anno è dedicata a lui, il finale di “La Dolce Vita”, gran parte di “Giulietta degli Spiriti” e alcune scene di “La città delle donne”. Fregene era frequentata anche da Ennio Flaiano, Alberto Moravia, Marcello Mastroianni, Ettore Scola e tanti altri.

L’erosione costiera che si verifica in molte zone d’Italia colpisce in particolare la spiaggia sud e gli stabilimenti Tirreno Village, Capri e La Nave, rinomati ritrovi della Dolce vita.

La spiaggia di Fregene se l’è mangiata il mare. La politica butta i soldi

“Mi trovavo a Fregene e l’ho subito riconosciuto. Passeggiava sulla spiaggia piena di sole ma battuta dal vento. Guardava il mare e si fermava a raccogliere conchiglie”. Chissà se oggi Ennio Flaiano nel narrare il “marziano” de Il Diario notturno del 1956 ricorrerebbe alle stesse parole. L’impresa sarebbe ardua perché a Fregene – località vip per eccellenza del litorale romano – la spiaggia in parte non esiste più. A causa dell’erosione sette storici stabilimenti balneari della zona sud stanno sparendo inghiotti dal mare. Tra questi il Tirreno Village, il Capri, La Nave: rinomati ritrovi della Dolce vita che fu e location di preziose pellicole cinematografiche. Da quelle di Federico Fellini, che a Fregene ha ambientato capolavori come Lo sceicco bianco, Giulietta degli Spiriti e il finale della stessa La dolce vita ai film di Carlo Verdone, che proprio a La Nave ha girato una delle scene clou di Compagni di Scuola.

Cabine, passerelle, rimessaggi di barche e in un caso perfino una piscina: tutto sbriciolato sotto i colpi delle onde. L’acqua – avanzata anche di 80 metri negli ultimi anni – minaccia perfino i ristoranti che oramai affacciano direttamente sul bagnasciuga. Quasi un chilometro di costa off limit: un’immagine apocalittica dove le macerie a pelo d’acqua mettono a repentaglio chiunque si avvicini alla riva.

Il dramma dell’erosione è una questione annosa, che ha un principale responsabile: la politica. Che prima ha avallato scelte scellerate e poi si è persa nell’immobilismo più totale. “L’allarme lo lanciammo già dodici anni fa –spiega Luca Pacitto, gestore del chiosco Point Break –, allora c’era la giunta di centrodestra guidata da Mario Canapini. Negli anni, con il cambiare delle amministrazioni, ben poco si è fatto e la situazione ora è drammatica”. Le mareggiate che si sono abbattute durante questo inverno hanno distrutto le strutture. Hanno infranto le palizzate e i sacchi antierosione che gli stessi gestori hanno comprato e “schierato” come barriere per arginare il fenomeno. “Nonostante ciò non avremo né rimborsi, né abbattimento del canone di concessione demaniale, come invece ci era stato promesso”, aggiunge Pacitto. E come lui anche gli altri titolari dei lidi rimasti senza sabbia che arrivano a pagare fino a 65 mila euro l’anno di concessione. Tanto o poco che sia, il conto più salato ricade sugli stabilimenti mentre sull’indotto dell’intera località potrebbe riversarsi il danno maggiore di una stagione compromessa.

Secondo molti a innescare la “bomba naturale” è stata la costruzione del porto commerciale di Fiumicino, il cosiddetto Molo della Concordia: il mega progetto da 400 milioni di euro affidato a una società del gruppo Acqua Pia Antica Marcia – riconducibile all’imprenditore Francesco Bellavista Caltagirone – che prevede la realizzazione di cantieri nautici e circa 1.500 posti barca. Questo almeno sulla carta, perché finora la “grande opera” è passata alle cronache solo per le indagini della magistratura che hanno evidenziato opacità nelle gare d’appalto. Sono seguiti sequestri e poi l’inevitabile stallo dei lavori. Ciò che non si è fermata è la trasformazione del regime idrodinamico costiero (correnti e moti ondosi) che genera l’erosione.

Tant’è che nella primavera del 2017 la spiaggia di Fregene sud è sparita. Per salvare la stagione estiva si è ricorso, allora, a un ripascimento: la Regione Lazio – che ha la competenza – ha stanziato 200 mila euro per 16 mila metri cubi di sabbia, che alle prime mareggiate sono stati risucchiati dal mare. Tutto da rifare. A quel punto è arrivato il Geotubo, un “serpentone” da posizionare sul fondale a poche centinaia di metri dalla riva per arginare il deflusso della sabbia verso il largo. Ma quale sabbia? Teoricamente quella del ripascimento che però non c’è più.

Passano i mesi e mentre i marosi si abbattono sulla costa danneggiando ulteriormente le strutture, alla Pisana si attende ancora il via libera alla valutazione di impatto ambientale per il Geotubo. Arriviamo ai nostri giorni, dalla Regione fanno sapere di voler “realizzare un intervento strutturale e duraturo”, infatti “il 26 marzo scorso la conferenza dei servizi ha approvato il ‘progetto Geotubo’, di cui è già stato pubblicato l’avviso d’interesse per le imprese che scadrà il 10 aprile. Completeremo l’intervento entro maggio”. Non solo, “il Geotubo è tutto finanziato dalla Regione Lazio per 250 mila euro” però il costo della sua manutenzione ordinaria ricadrà anche sui concessionari.

Al Comune di Fiumicino dicono che serviranno più soldi e più interventi: “Oltre al Geotubo c’è bisogno di un altro ripascimento che salvi la stagione balneare – spiega Esterino Montino, politico navigato, oggi sindaco e in passato senatore Ds, vicepresidente e poi presidente ad interim della Regione Lazio dopo le dimissioni di Marrazzo per lo scandalo dei trans –. Servono dai 20 ai 30 mila metri cubi di sabbia per il tratto compromesso”. Non solo. “Per salvare la nostra costa è necessario un intervento più strutturato rispetto al Geotubo: un investimento che va dai 3 ai 4 milioni di euro”. E mentre la politica cerca ancora una strategia comune, il mare avanza.

Idea Trump: controlli su Facebook & C. per chi vuole il visto per gli Usa

L’amministrazione Trump intende cominciare a raccogliere la cronologia dei social network di chi presenta richiesta per ottenere un visto di ingresso negli Usa. La proposta, secondo quanto riporta la Bbc, interesserebbe circa 14,7 milioni di persone ogni anno, al fine di identificare e controllare chi aspira sia a visti per immigrati sia per non immigrati. La proposta dovrà adesso passare al vaglio dell’Ufficio Usa di gestione e budget, ma i gruppi per la tutela delle libertà civili contestano un’invasione della privacy. Gli utenti, sottolineano questi gruppi, si limiterebbero nell’espressione online per il timore di essere fraintesi dal governo Usa al momento dell’ottenimento del visto. In particolare, in base alla proposta, chi presenta la domanda di visto dovrebbe fornire tutte le identità utilizzate sui social network negli ultimi cinque anni.

Lo scandalo politico e una nuova attenzione

Dopo lo scandalo di Cambridge Analytica, la società che ha utilizzato i dati – sottratti in modo illecito – di 50 milioni di utenti di Facebook per spingere la campagna elettorale di Donald Trump attraverso una targettizzazione estrema dei potenziali elettori, nelle scorse settimane l’attenzione dei media e degli utenti si è spostata sui problemi della privacy e dell’uso dei dati sui social network. Quasi tutte le piattaforme online ricorrono da sempre a strumenti per categorizzare i loro utenti e riuscire a offrire ai loro inserzionisti (le cui entrate gli permettono di mantenere i servizi gratuiti per gli utenti) un pubblico quanto più possibile targettizzato. Cookies che tracciano la navigazione, categorie di interesse, dati anagrafici e, si è scoperto, anche tabulati. Nascondersi in Internet sembra impossibile, tanto che in Europa, da maggio, entrerà in vigore il nuovo regolamento sulla privacy che mira a fissare paletti più rigidi e a rendere più trasparente la gestione dei dati da parte delle aziende che lavorano con i Big data.

Da Google ad Amazon. Che cosa sa l’alter ego virtuale di tutti noi

Ognuno di noi ha un suo alter ego virtuale. Nel migliore dei casi è un numero di cui gli inserzionisti e le piattaforme conoscono età, sesso, preferenze commerciali, culturali, sessuali, abitudini, localizzazione e spostamenti. Scoprire come è fatto è abbastanza semplice. Spulciando gli archivi e le condizioni d’uso, per esempio, il profilo di chi scrive è molto dettagliato: tra i 24 e i 35 anni, donna, con centinaia e ben determinate preferenze, che ha visitato almeno 159 posti, che abita in uno e che lavora in un altro, che si sposta a piedi, che fa poco sport, che ama ascoltare questa determinata musica e vedere un certo tipo di serie tv a una certa ora.

 

Google, basta una email

Ti conosce meglio di una segretaria

Il viaggio inizia nell’archivio di Google. Chi usa una email di Gmail, il servizio di posta elettronica, ha inevitabilmente attivato un account che dà accesso a decine di altri servizi, dall’archivio di foto e documenti. Le informazioni sono nella pagina “Account personale” a cui si accede dai quadratini in alto a destra dello schermo. Nella parte sulla sicurezza scopro che Google conosce con quali dispositivi mi sono collegata all’account e quando: marchio, modello, quelli ancora associati. Il fine è aiutare l’utente a tenere sotto controllo gli accessi, scoprire e impedire movimenti non autorizzati.

 

Dove, come, quando e finanche perché

La vera sorpresa, però, è nel menu “Gestisci le tue attività”. Qui (io che ho attive tutte le opzioni ma non ricordo il momento in cui ho dato l’approvazione) scopro un archivio sulle mie abitudini. Nella sezione “Personalizzazione degli annunci” c’è l’elenco dei miei interessi, catalogati tenendo traccia di tutte le ricerche e della navigazione online con il browser Google Chrome e le app collegate a Google. Sono settanta: “Cibi e bevande”, “Abbigliamento casual”, “Finanza aziendale”, “Cani”. Posso cancellarli o aggiungerne di nuovi. Google mi avvisa che la mia profilazione è costante, si aggiorna anche in base ai video che vedo su Youtube per fare in modo che i risultati delle mie ricerche siano migliori, cuciti addosso alle mie esigenze, così come gli annunci pubblicitari che vedo. Scopro di avere attiva anche la cronologia delle posizioni: ogni volta che il Gps del telefono è acceso, Google incamera posizioni e spostamenti. Lo fa da anni, i viaggi e i luoghi in cui sono stata (almeno 159 dice Google) sono puntini rossi sulla mappa. Dettagliati: orario, tempo di spostamento, il mezzo, la velocità. E poi il calendario, gli appuntamenti segnati, i biglietti aerei e dei treni, i contatti, le foto scattate con annesso luogo e orario. Google sa tutto, gli ho dato il permesso.

 

A cosa servono e la via d’uscita

Ma cosa se ne fa Google di questi dati? Perfeziona il servizio e ‘nutre’ gli inserzionisti, una potenziale platea di due milioni tra siti e collaboratori. “Google – si legge nelle pagine sulla privacy – è una delle oltre cento reti pubblicitarie online. Tali reti svolgono due attività principali: Pubblicano annunci nei siti web e nelle app dei publisher, aiutandoli a mantenere i propri contenuti gratuiti. Consentono agli inserzionisti, dalle grandi aziende all’idraulico locale, di creare annunci che possano essere pubblicati su tali siti web e app”. Per fortuna, però, nell’Account Personale ci sono le opzioni per cancellare e disattivare i dati e la loro raccolta.

 

Amazon sa cosa vuoi

Il personal shopper che non ti dice cos’ha

Ogni giorno, i “Consigli per gli acquisti di Amazon”, mi ricordano che ho cercato ma poi non ho comprato il pacco da un chilo di caramelle per il dispenser che ho sulla scrivania. Poi mi propongono di ampliare il mio parco giochi da tavolo con l’ultima offerta e la mia libreria con l’ultimo saggio sui temi che ho ricercato. “I dati – spiega Amazon – servono per gestire gli ordini, fornire prodotti e servizi, elaborare pagamenti, comunicare con l’utente, aggiornare i registri e, in genere, gestire l’account, mostrare contenuti e consigliare prodotti e servizi che potrebbero essere di interesse”. Ma quali dati prendono? Se si prova a cliccare sul link “Clicca qui per vedere gli esempi dei dati che usiamo” contenuto nell’informativa sulla privacy, il sito mi rispedisce sulla pagina che sto già guardando.

 

Per sé e per gli altri, tra cookies e aut-aut

Amazon conserva ogni dato che viene inserito nel sito o che l’utente fornisce in un mal specificato “qualsiasi altro modo”. “Puoi scegliere di non fornire alcuni dati – intima – ma in tal caso potresti non essere in grado di usufruire di parte dei nostri servizi”. La piattaforma segue la navigazione dell’utente con i cookie e ottiene alcuni dati quando si accede al sito o ad annunci pubblicitari e a contenuti presentati con riferimento ad Amazon.it su altri siti. E se è stata abilitata la localizzazione per le app di Amazon o i suoi dispositivi, Amazon potrebbe prendersi pure le informazioni sulla posizione geografica. “Potremmo utilizzare queste informazioni per fornirti servizi basati sulla localizzazione come risultati della ricerca e altro contenuto personalizzato”. Amazon sostiene di poter ricevere i dati personali “da parte di altre fonti ”. Anche in questo caso, il link che dovrebbe mostrare gli esempi delle informazioni che riceve non funziona. La piattaforma spiega poi di non cedere i suoi dati ad altri, però poi aggiunge delle eccezioni: le società poste sotto il suo controllo ma anche “aziende terze su cui non abbiamo controllo”. Amazon però ci rassicura: “Sarai in grado di riconoscere quando un terzo è coinvolto nelle nostre operazioni commerciali, e su queste operazioni noi condividiamo col terzo informazioni sui clienti”. Amazon lo dice chiaro: la maggior parte dei dati personali li ho forniti con le ricerche, la registrazione, l’iscrizione a Prime, gli ordini. Scopro però che in automatico assimila molto di più: l’indirizzo Ip del mio computer, le informazioni relative al computer che uso, quelle sulla mia connessione internet e anche tipo e versione di browser. Finanche il sistema operativo installato sul pc. Ah, e ovviamente “qualsiasi numero di telefono utilizzato per contattare il nostro servizio clienti”.

 

 

Facebook d’archivio

Esposizione social, monitoraggio al dettaglio

L’archivio di Facebook arriva via email nel giro di qualche ora da quando lo richiedo. C’è registrato tutto. Le pagine a cui ho messo mi piace, a cui l’ho tolto, le amicizie, le foto, i messaggi, la cronologia di tutte le volte che ho cambiato nome (per un periodo sono stata su Facebook come “Giuseppa Parini”). Uno dei documenti raccoglie i contatti telefonici e email presenti sugli smartphone su cui ho scaricato le applicazioni del social network. Evidentemente quando ho autorizzato l’accesso ai miei contatti, Facebook ha iniziato ad accumulare tutti i metadati di telefonate e messaggi. Chi, come, quando, la durata delle comunicazioni e anche la frequenza con cui queste avvengono. Il permesso l’ho probabilmente dato quando Facebook mi ha chiesto di riunire in un unico posto sms e Messenger, il suo servizio di messaggistica. Oppure quando mi ha chiesto di accedere ai contatti per connettermi meglio con i miei amici. Ora, il social ha introdotto nuovi strumenti per permettermi di controllare meglio la mia privacy. Quello che preferisco? La possibilità di richiedere la cancellazione delle mie informazioni dai loro server.

 

Il suggeritore seriale, dai prodotti agli amici

Non è chiaro a cosa servano questi tabulati: probabilmente in base alla frequenza con cui si è in contatto con una persona, Facebook capisce se consigliare o meno di stringere amicizia. Si spiegherebbe come mai, nonostante non ritenga alcune persone amiche ma le senta spesso per lavoro, esse compaiono spesso tra i suggerimenti d’amicizia del social. Ma questo Facebook non lo sa. Per aiutare gli inserzionisti a personalizzare la pubblicità e a far in modo di rendere gli annunci più efficaci, invece, il social assegna agli utenti delle categorie di interesse (come fa Google). Rispetto a Google, però, sono molto più dettagliate e numerose. La lista delle categorie che mi sono state attribuite è lunghissima. Come Google, il social sa su quali inserzioni ho cliccato e quando nonché quali inserzionisti hanno le mie informazioni di contatto. Per fortuna non sono molti, ma sono di peso: Airbnb, Spotify, Blablacar, Uber, Privalia.

 

 

Netflix vede cosa vedi

E ti prende anche in giro sui social

È il 12 dicembre 2017: il social media manager di Netflx pubblica un tweet: “Alle 53 persone che hanno guardato Un principe a Natale ogni giorno negli ultimi 18 giorni: chi vi ha fatto del male?”.

Le risposte sono esilaranti, gli utenti si divertono. “Volevo solo assicurarmi che steste bene”, twitta ancora Netflix. Un utente chiede: “Netflix, quante volte ho guardato Friends da quando lo hai caricato?”. La risposta: “Non abbastanza”. Netflix, che è un servizio a pagamento, non ha grande interesse a scoprire le preferenze degli utenti per cederle agli inserzionisti. Alla piattaforma interessa prima di tutto fornire un palinsesto su misura al suo cliente per fargli vedere film e serie di suo gusto, contenuti che lo invoglino a continuare a pagare. I principali dati che raccoglie sono infatti quelli “di utilizzo”. Con un rapido viaggio nelle impostazioni dell’account mi accorgo per esempio di avere attivate (e di poter disattivare) opzioni a cui non ricordavo di aver mai acconsentito, come la partecipazione ai test sulle modifiche della piattaforma prima che queste diventino effettive per tutti gli utenti. Netflix informa poi che potrebbe usare il mio numero di telefono per fornirmi informazioni e comunicazioni. Scopro che ha anche la lista di tutte le mie attività di streaming. Sa quando l’ho usato, da dove, a che ora e su quale dispositivo. Ha memorizzato la cronologia esatta di cosa ho guardato e delle ricerche. Raccoglie dati sul dispositivo, le sue specifiche tecniche, le caratteristiche della connessione. Ma anche informazioni provenienti da altre fonti: “Potremo – si legge sul sito – integrare le informazioni che precedono con informazioni ottenute da altre fonti, comprese le informazioni ottenute da fornitori di dati sia online sia offline. Tali informazioni supplementari potranno comprendere dati demografici, dati basati sugli interessi e dati sul comportamento di navigazione in Internet”. Obiettivo: consigliare, tra le centinaia di titoli nel catalogo, quelli che più potrebbero interessare l’utente.


Twitteriadi

Il social network delle notizie sponsor

Twitter li chiama “Interessi”: secondo lui ne ho circa 87 e sono attribuibili soprattutto a contenuti editoriali. D’altronde gli annunci pubblicitari qui appaiono sotto forma di tweet. L’obiettivo è fidelizzare, meglio se con titoli che sembrino annunciare un articolo. Il social network mi dice che posso modificarli se non dovessero corrispondere alla realtà, aggiungerli o eliminarli. Come gli altri, non lascia intimità ai miei dispositivi: sa da quali mi sono collegata, le informazioni su tutti i recenti accessi. Nella sezione “I tuoi dati di Twitter” a cui si accede dal profilo e da “Impostazioni” scopro altre informazioni interessanti. Ho attive (e anche in questo caso non ricordo quando abbia dato l’ok) tutte le opzioni di personalizzazione degli annunci pubblicitari: mi compaiono in base agli interessi (e Twitter specifica che sono utilizzati anche i dati che i partner pubblicitari esterni decidano di condividere con Twitter), in base al dispositivo usato o alla posizione. Ci sono pure i numeri: “Attualmente fai parte di 646 segmenti di pubblico di 303 inserzionisti” mi dice Twitter. Richiedo e ricevo l’elenco di tutti gli inserzionisti a Twitter ritiene potrei interessare e a cui quindi dovrebbe convenire indirizzarmi i loro contenuti. Mi sento contemporaneamente un cliente e un espositore. Anche in questo caso, per fortuna, posso disattivare tutte le opzioni.

 

App a casaccio

Vanità e funzionalità non sono proprio gratis

Analizzate le dinamiche dei big del web, mi viene in mente di guardare cosa prevede la privacy delle ultime due app gratuite che ho scaricato sul mio smartphone Android. Una migliora i selfie, una conta le calorie, i passi e monitora la mia attività fisica. La prima riferisce che usa strumenti per tracciare la navigazione e farmi vedere annunci personalizzati e che potrebbe prendere informazioni su di me da Facebook, assicurandomi di non condividerle con altri. La seconda mi dice che userà le mie informazioni per le pubblicità e gli annunci, affidate a un’azienda che cura gli interessi anche di altri (come Amazon). Tutto tranquillo, a parte la postilla che mi avvisa: “Le impostazioni sulla privacy potrebbero cambiare: leggile di frequente”. È chiaro che in caso non mi avviserebbero.

La Bce: ancora troppe poltrone nei cda degli istituti di credito

Le banche italiane hanno i consigli di amministrazione più numerosi fra le società quotate a Piazza Affari. Ma c’è ancora resistenza a ridurre il numero di consiglieri, come ha recentemente chiesto agli istituti europei Danièle Nouy, presidente del Meccanismo unico di Vigilanza della Bce. Anche perché un posto in cda è un modo per gestire azionariati complessi. Ma oltre a ridurre i propri board, le banche devono assegnare un ruolo più importante ai consiglieri indipendenti. Aderendo alle normative sulla professionalità ed esperienza che dovrebbero essere approvate il prossimo giugno in Italia e adottando sistemi di autovalutazione, di peer evaluation, in cui i consiglieri valutano l’operato dei loro colleghi. Ma anche dando un peso maggiore ai rappresentanti delle minoranze. “Si fa sempre un pò di resistenza a ridurre i numeri. Perché le poltrone contano e sono uno strumento di alleanza e di condivisione del potere con le varie tipologie di azionisti”, spiega Paola Schwizer, presidente di Nedcommunity, l’associazione italiana degli amministratori . Le banche quotate contano in media 15 consiglieri, il numero più elevato fra le altre società quotate, con 13,6 per le assicurazioni e 11,7 per le telecomunicazioni e media.

Mps, le “sofferenze” in Borsa. E i vertici traballano di nuovo

La crisi del Monte dei Paschi non è finita e approda ai vertici della banca. Due settimane fa ha lasciato il capo dell’area finanza, Francesco Mele, attratto dalle sirene della nuova avventura di Corrado Passera. Ma il malumore è soprattutto interno al cda, dove diversi consiglieri – a quanto risulta al Fatto – sono tentati dalle dimissioni. Accusano la struttura guidata da Marco Morelli di non informarli adeguatamente sull’andamento della banca. L’amministratore delegato è sempre più solo, non gode della fiducia del Tesoro, azionista di controllo con il 70%, dove è considerato una delle cause delle difficoltà di rilancio dell’istituto, su cui si continuano a susseguire le voci di possibili nuovi aumenti di capitale smentite dall’istituto.

Nell’estate 2016 Jp Morgan convinse Matteo Renzi che solo cacciando l’ad Fabrizio Viola e sostituendolo con il suo ex capo per l’Italia Morelli gli investitori avrebbero permesso di mandare in porto la ricapitalizzazione “privata” curata dalla banca Usa. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha eseguito l’ordine, ma l’operazione è fallita lo stesso facendo salire i costi del soccorso pubblico. Oggi Morelli guida l’unica banca di proprietà dello Stato senza una vera copertura politica e il titolo è bersagliato in Borsa dalle scommesse dei grandi fondi esteri. Dall’inizio dell’anno Mps ha perso il 36% del suo valore di mercato, con un danno virtuale per il Tesoro che supera i tre miliardi, sui 5,4 investiti l’estate scorsa per salvarla. Giovedì Morelli volerà a Londra nel tentativo di rassicurare gli investitori.

A pesare è anche la sfiducia sui conti e le prospettive a breve. Basta confrontare il bilancio 2017 – chiuso con 3,5 miliardi di perdita – con il piano industriale imposto dalla Bce per capirlo. Il primo guaio è sul lato commerciale. Mps ha chiuso l’anno con profitti dall’attività bancaria classica in forte calo e, al netto dei costi, di appena 300 milioni, a cui vanno detratte le somme da accantonare per future perdite su rischi legali o su crediti. Ci sono pochi dubbi che questo avverrà perché per rispettare i requisiti imposti da Francoforte la banca dovrà liberarsi di 8 miliardi di crediti deteriorati entro la fine dell’anno, più quelli che emergeranno nel frattempo. Mps deve anche cedere altri 4,1 miliardi di “sofferenze” (i crediti inesigibili). In entrambi i casi i crediti sono a bilancio a prezzi più alti di quelli offerti oggi dal mercato. Tradotto: ci saranno nuove perdite. Se il Montepaschi macinasse ricavi, il problema non si porrebbe. Il piano prevede di aumentarli del 20% nonostante il pesante taglio di filiali e personale imposto dalla Bce. L’istituto è stato però a lungo nel limbo delle estenuanti trattative con le autorità europee e ha perso raccolta complessiva e fiducia della clientela. Secondo il bilancio il calo a doppia cifra dei profitti bancari è dovuto proprio al “calo degli impieghi con controparte clientela commerciale”. Non è un caso che la banca – raccontano fonti ben informate – abbia iniziato una politica espansiva sui prestiti nel tentativo di alzare i volumi degli impieghi, anche in vista della prima trimestrale 2018. A piombare il bilancio e scoraggiare potenziali acquirenti c’è poi il macigno dei rischi legali, con i contenziosi che ammontano a circa 3 miliardi di euro. Se gli obiettivi del piano non dovessero essere raggiunti scatteranno i tagli automatici imposti dalla Bce, ma la struttura è già ridotta all’osso e obbligata a mantenere elevati requisiti patrimoniali. Per questo si susseguono i rumors su possibili nuovi aumenti di capitale, smentiti duramente dalla banca. Di certo c’è che dopo la cura dimagrante Mps deve competere come una semplice banca commerciale con concorrenti agguerriti nel centro-Italia. E Morelli è un merchant banker più adatto a operazioni di mercato che a gestire una situazione del genere, dove bisogna rilanciare la banca sul lato retail.

Detto del problema, la soluzione non sembra alle porte. La struttura operativa del Tesoro si è vista imporre Morelli da Renzi e lo considera inadatto al ruolo, ma un ricambio al vertice in queste condizioni appare irrealistico. L’assemblea che il 12 aprile prossimo dovrà approvare il bilancio 2017 si terrà così in un clima infuocato. Nell’assise i vertici porteranno anche la delibera approvata dal cda il 12 marzo scorso che autorizza il pagamento con azioni proprie (valore 18 milioni) l’eventuale buonuscita di alti dirigenti e amministratori, Morelli compreso. Non proprio un messaggio rassicurante.

Il Papa battezza il “migrante eroe” che sventò una rapina

Nel corso della veglia della Notte Santa di ieri, Papa Francesco ha battezzato otto neofiti, tra cui il migrante eroe John Ogah, che lo scorso settembre disarmò un rapinatore armato di machete nella periferia romana di Centocelle. L’uomo, 31 anni, proveniente dalla Nigeria, ha ottenuto il permesso di soggiorno dopo la mobilitazione del Comando Provinciale dei Carabinieri. A fargli da padrino nella Basilica di San Pietro è stato proprio un capitano dei carabinieri, Nunzio Carbone, che si era battuto per fargli ottenere i documenti necessari a farlo restare in Italia e di cui il ragazzo è diventato amico nel corso degli ultimi mesi. “Con John ci siamo conosciuti per ragioni d servizio, – ha spiegato ieri Carbone – dopo avere sventato la rapina fece perdere le tracce perché era un immigrato irregolare. Il permesso di soggiorno gli ha consentito di ottenere un lavoro come magazziniere e uno stipendio”. L’Ordinariato militare è poi riuscito a far arrivare al Papa la storia di Ogah e a comunicare il suo desiderio di ricevere il battesimo.