Un campo militare nazista ricostruito di fronte al Municipio. È l’iniziativa promossa dal gruppo 36 Fusilier Kompanie, un’associazione militare commemorativa che si richiama a una divisione delle SS naziste, che i prossimi 20 e 21 aprile potranno esibire il loro progetto di fronte alla sede del Comune di Cologno Monzese (Milano), con tanto di patrocinio da parte della Giunta leghista guidata da Angelo Rocchi. L’iniziativa, come riporta Repubblica.it, si intitola “La vita di campo di un reparto di fanteria tedesco nelle settimane precedenti alla Liberazione” e riprodurrà un accampamento militare in pieno centro storico, non senza scatenare polemiche. Duro l’Anpi di Milano, che parla “di un’iniziativa provocatoria in aperto contrasto con il significato e il valore del 25 aprile”. Critiche all’amministrazione anche da parte del Pd locale, che tramite il segretario cittadino Pietro Bussolati parla di “iniziativa intollerabile e vergognosa”, e dall’Osservatorio sulle nuove destre: “È inaccettabile che il Comune patrocini un evento come questo”.
Ossessione sicurezza, l’Europa implode
I nodi vengono al pettine. Il sistema di sicurezza europeo contro i migranti produce l’implosione dell’Europa stessa. I francesi, così come gli austriaci o i tedeschi, non si fidano della nostra capacità di controllare i confini e non solo li chiudono, ma entrano nel nostro territorio a fare ciò che pensano dovremmo fare meglio.
È esattamente quanto noi pensiamo sia giusto fare in Libia, Tunisia, Albania… Ascoltate queste frasi: “Non abbiamo spazio, dobbiamo fermarli prima della frontiera”. “I Paesi di transito devono tenerseli, perché non possiamo subire noi tutto il peso dell’accoglienza”. “Le porte d’ingresso vanno controllate e se non lo fanno loro dall’altra parte lo faremo noi per loro”. Chi le dice a chi? I francesi a noi? Noi ai libici? I greci ai turchi? O gli ungheresi ai greci?
Il gioco al rimpallo è infinito. La fiducia si sfalda progressivamente. L’unico principio è: “Non qui da noi, devono stare dall’altra parte, non importa come e dove”. Il collasso di questo sistema è dietro alle porte. E le conseguenze possono essere moto gravi anche per “noi cittadini di serie A” non solo per quegli “sfigati di migranti”. Il passo successivo è evidente: beh allora chiudiamo tutto e anche i vostri figli col cavolo che vengono a fare i camerieri a Parigi o Londra. A quel punto cosa farà Salvini? Dichiarerà guerra a Parigi e Londra? Mai dire mai.
Esiste un’altra strada?
Se usciamo dal panico emotivo mediatico, capiamo che il vero tarlo del sistema è legato proprio all’eccessiva sicurezza. Abbiamo deciso che la strada necessaria era aumentare i controlli. Stiamo spendendo decine di miliardi in sistemi di respingimento che eliminano alla base il dialogo con la soggettività del migrante. Non sei nessuno, sei un numero e come tale sei di troppo, quindi rimani fuori. Siccome ti ostini a non voler rimanere fuori allora spendo miliardi e ti schiero contro polizie e eserciti. E intanto dico ai miei cittadini che tu devi stare fuori perché non ci sono soldi per tutti. E loro tutti, o quasi, mi credono.
Se invece investissimo soldi (probabilmente ne servirebbero di meno) per mediatori internazionali e non soldati, capaci di parlare con il migrante in partenza e chiedergli cosa vuole fare, dove vuole andare e prevedere un numero sostenibile di visti di entrata regolari e controllabili, che riducano la pressione e blocchino il circuito folle che ci sta portando al collasso?
Libereremmo economie legali e virtuose, oggi risucchiate da trafficanti e polizie, e magari scopriremmo che ci sono esseri umani che hanno fratelli, amici da raggiungere. Che hanno posti di lavoro. Che sanno dove andare a vivere. Che non vogliono chiedere asilo e rimanere parcheggiati in inutili centri di accoglienza, ma studiare e lavorare. O anche semplicemente amare, che nella vita non è né brutto né pericoloso. E saremmo così anche più capaci di dare protezione a chi ne ha bisogno, senza violare corpi e diritti come stiamo quotidianamente facendo.
Da alcuni mesi il “Forum per cambiare l’ordine delle cose” sta promuovendo questa e altre proposte. Chi ne è incuriosito può unirsi a questo percorso.
Dal freddo che uccide alla guida incriminata. E il timore di trovare cadaveri sotto la neve
Presto le nevi si scioglieranno e sarà più facile percorrere i sentieri alpini. Molti più migranti cercheranno di attraversare la frontiera tra Italia e Francia in alta Valle di Susa (Torino). Da quasi un anno, cioè da quando passare per Ventimiglia è diventato impossibile, Bardonecchia è una delle zone scelte dai migranti per raggiungere la Francia. I passaggi sono aumentati in estate, ma la situazione è diventata drammatica tra novembre e dicembre con le prime nevicate, quando il soccorso alpino e la Croce rossa sono dovuti intervenire più volte per salvare chi rischiava di morire di freddo. Quattro sono i punti di passaggio, ma il più noto è il sentiero che passa per il colle della Scala a 1.700 metri per poi “scollinare” verso Névache, primo villaggio francese a pochi chilometri.
Molti hanno rischiato la vita passando di lì e si teme che lo scioglimento della neve possa rivelare alcuni cadaveri, come in passato. Da Bardonecchia si può anche provare a prendere un treno, ma i controlli sono molto intensi e molti vengono riportati a Bardonecchia. Qui l’ong Rainbow4Africa ha creato un presidio con gli avvocati dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) in una saletta concessa da Rfi. Oltre a fornire aiuto, i volontari scoraggiano i migranti dall’incamminarsi verso la Francia. Allora qualcuno ha cominciato a battere altri sentieri. C’è chi si ferma a Oulx e prende un pullman. Altri ci provano da Clavière, a 1760 metri, dove si può percorrere un sentiero più semplice, battuto anche dalle guardie alpine, o quello vicino alla pista di sci di fondo, che però è più visibile. Qui i migranti trovano il supporto degli attivisti di “Briser le frontières” che hanno occupato una saletta della parrocchia giovedì scorso.
Il quarto punto di passaggio è il tunnel del Monginevro con i pullman delle linee internazionali low cost, ma la polizia e i doganieri francesi fanno controlli intensi. Era stata respinta più di un mese fa Destiny, 31enne nigeriana morta il 23 marzo scorso in un ospedale di Torino dopo aver partorito un bambino di soli 700 grammi di peso. Aveva un linfoma. “Le autorità francesi sembrano avere dimenticato l’umanità“, aveva detto Paolo Narcisi, presidente di Rainbow4Africa i cui volontari avevano soccorso la donna. Invece i civili francesi che aiutano i migranti in difficoltà rischiano guai: è il caso della guida alpina Benoît Duclos, che il 10 marzo aveva soccorso una famiglia di nigeriani, con padre, madre incinta all’ottavo mese e due bimbi piccoli, in mezzo alla neve del Monginevro. Rischia cinque anni di carcere.
Scontro fra Roma e Parigi: “Non entrate più in Italia”
La caccia a migranti e Ong si sposta dal Mediterraneo alle Alpi e questa volta governo e politica nostrani condannano “l’incursione” delle forze dell’ordine ma solo perché non sono italiane (o libiche), non per solidarietà (fatta salva qualche rara eccezione), quindi, ma per nazionalismo patriottico che oggi va tanto di moda anche quando si vota. Tanto che lo stesso ministero del codice anti-Ong in serata sussurra all’Ansa: “Si sta valutando l’opportunità di sospendere le incursioni all’interno di tutto il territorio italiano da parte del personale delle forze di polizia e dei doganieri francesi. Lo si apprende da qualificate fonti del Viminale dove si giudica la risposta arrivata dal ministro francese dei conti pubblici sul caso Bardonecchia non soddisfacente e inesatta”.
Già, perché da Parigi il ministro Gerald Darmanin ha giustificato così la prova di forza transalpina: “Al fine di evitare qualsiasi incidente in futuro, le autorità francesi sono a disposizione delle autorità italiane per chiarire il quadro giuridico e operativo nel quale gli agenti di dogana francesi possono intervenire sul suolo italiano, in virtù degli accordi del 1990, in condizioni rispettose del diritto e delle persone”.
Eppure dalle parti della Farnesina la pensano in un altro modo e convocano l’ambasciatore Christian Masset. Queste la ramanzina che il diplomatico francese deve ascoltare dal direttore generale Giuseppe Buccino Grimaldi: “A marzo c’è stato uno scambio di comunicazioni tra Ferrovie dello Stato italiane e Dogane francesi, da cui emerge chiaramente come queste ultime fossero al corrente che i locali della stazione di Bardonecchia, precedentemente accessibili ai loro agenti, non lo siano più, essendo adesso occupati da una organizzazione non governativa a scopo umanitario. Per discutere insieme della questione, i due Paesi avevano deciso di incontrarsi a livello tecnico alla Prefettura di Torino il prossimo 16 aprile”.
Batte i pugni sul tavolo Buccino Grimaldi: “Esprimo la ferma protesta del governo italiano per la condotta degli agenti doganali francesi, ritenuta inaccettabile. Quanto avvenuto mette oggettivamente in discussione, con conseguenti e immediati effetti operativi, il concreto funzionamento della sinora eccellente collaborazione frontaliera”. Insomma, se c’è sempre qualcuno più a Sud c’è sempre qualcun altro anche più a Nord e l’Italia lo scopre in questo weekend di Pasqua mentre le relazioni diplomatiche con la Francia s’incrinano in modo inedito, con una tensione il cui unico precedente della storia recente era stato relegato in ambito sportivo con la testata di Zidane a Materazzi al Mondiale di calcio tedesco del 2006.
Poi c’è la politica delle esternazioni dei partiti che, con la lente distorta del sovranismo, fa sembrare di sentire quasi le stesse proteste della ong Rainbow for Africa da tutto l’arco costituzionale, comprese le destre di Fratelli d’Italia (“Non possiamo essere usati come la toilette dei francesi”) e della Lega di Matteo Salvini: “Altro che espellere i diplomatici russi, qui bisogna allontanare i diplomatici francesi! Con noi al governo l’Italia rialzerà la testa in Europa, da Macron e Merkel non abbiamo lezioni da prendere, e i nostri confini ce li controlleremo noi”. Per il M5s, invece, l’aspirante premier Luigi Di Maio che solo la scorsa estate forgiò l’espressione “taxi del mare”, con vista Quirinale assume toni istituzionali: “Bene ha fatto la Farnesina a convocare l’ambasciatore francese. Quanto accaduto a Bardonecchia deve essere chiarito in ogni suo aspetto”.
Dalle parti del Pd proprio negli ultimi giorni erano rimbalzati rumors sulle intenzioni di Matteo Renzi di “avvicinamento” a En Marche! di Emmanuel Macron per “superare” il marchio “dem”, considerato ormai logoro. Vista la malaparata alla frontiera, però, ieri qualcuno ha dettato alle agenzie: “Il progetto non trova conferma”. E fuori dal partito interviene l’ex Enrico Letta, che non sta sereno: “Ennesimo errore sui migranti. Poi in Europa si stupiscono dell’esito elettorale in Italia!”.
Doganieri francesi armati arrivano a Bardonecchia. Il caso del posto di blocco
“Entrano nelle nostre stazioni armati. Il mese scorso hanno fatto un posto di blocco in Italia”. Parla un agente di polizia di Bardonecchia, al confine con la Francia. Va avanti così da tempo, ma adesso “l’hanno fatta fuori dal vaso. Se non ci faremo pisciare in testa…”.
Sono le 19,44 di venerdì sera. Quattro persone – due volontari italiani e due mediatori culturali africani che lavorano per il Comune – sono nella saletta all’esterno della stazione. “All’improvviso sono entrati quei cinque in divisa, trascinandosi dietro un ragazzo nigeriano. ‘Siamo della Dogana francese’, hanno urlato con la pistola alla cintola. Come fossero a casa loro e invece erano in Italia, in uno spazio delle Ferrovie, affidato al Comune di Bardonecchia (la Rete Comuni Solidali insieme con l’ong Rainbow 4 Africa) per soccorrere persone in difficoltà”, racconta Moussa, mediatore culturale del Comune. “Hanno spinto dentro un ragazzo nigeriano. Lo avevano preso a forza dal treno che dalla Francia andava in Italia”. Avete chiesto spiegazioni? “Dicevano che avevano diritto di stare lì – racconta Moussa – e noi avevamo paura. Erano minacciosi. Hanno fatto andare la dottoressa italiana in un angolo. Appena provavamo a dire qualcosa ci ordinavano di tacere. Poi hanno preso il ragazzo nigeriano e lo hanno portato in bagno, costretto a urinare. ‘Dobbiamo fare un esame per la droga’. Ma era negativo. Così se ne sono andati come non fosse successo niente”, conclude Moussa.
Il nigeriano tremava. Non riusciva a parlare. Eppure non aveva preso droghe e aveva mostrato documenti regolari (la carta di identità).
Quando, dopo pochi minuti, la polizia italiana e i carabinieri sono arrivati i colleghi francesi erano già spariti. Le nostre forze dell’ordine non l’hanno presa per niente bene: “Non potevano. Sono entrati nel territorio italiano con le pistole. E non ci hanno nemmeno detto niente”, si lascia scappare un agente.
Le forze dell’ordine francesi fanno paura: “Mi è stato riferito di un posto di blocco francese in territorio italiano”, racconta Francesco Avato, il sindaco. Ma basta chiedere ad Anna e Maria che prendono ogni settimana il Tgv Milano-Parigi: “I controlli degli agenti francesi sul treno sono molto duri. Guardano soltanto la gente di colore, e questo si può ancora capire visti gli attentati. Ma urlano, li trattano come cani. Noi passeggeri italiani vorremmo intervenire. Una volta hanno preso una comitiva di studiosi africani e dopo controlli estenuanti gli hanno impedito di scendere alla loro stazione. Quasi un sequestro”.
Bardonecchia, Europa. L’irruzione della Dogana francese è lo specchio di quello che avviene tra gli Stati. C’è l’arroganza del Paese più forte: ogni due ore ecco arrivare in piazza a Bardonecchia un pullmino bianco della Gendarmerie francese con a bordo agenti (armati) che scodellano sulla piazza gli immigrati fermati sui treni diretti in Francia. Nessuna spiegazione. È regolare? Chissà. Hanno fatto così anche con la giovane africana incinta e malata di tumore che era stata fermata su un bus al Frejus. Dopo pochi giorni è morta in un ospedale italiano.
Ma i minuti di follia a Bardonecchia raccontano anche altro: l’Europa che non trova regole comuni. E l’Italia che ondeggia tra furbizia e un approccio più umano. “La vostra polizia è in difficoltà, non avete uomini, non avete istruzioni chiare. Noi cosa possiamo fare?”, allarga le braccia un agente della polizia francese sul treno per Modane.
Ma c’è anche l’esempio prezioso del Comune di Bardonecchia: “Qui arrivano anche trenta immigrati al giorno. Alcuni vogliono passare il confine con il treno, altri tentano di superare le montagne”, racconta il sindaco Avato. “Li vedevi puntare verso il Colle della Scala – dove, si dice, passò Annibale – con le scarpe da tennis e la felpa”, sospira Giuliano Franzini che di giorno è assessore al Bilancio e di notte con il Soccorso Alpino si arrampica per gole e strapiombi per salvare i migranti. “Abbiamo fatto tanti soccorsi. Gente che appena faceva buio prendeva il sentiero… con il gelo, il vento, la neve fino alla vita. Le valanghe. Quando li raggiungevamo, gli illuminavamo la faccia con le torce, vedevo la miseria nei loro occhi”. Così è nato il centro dove la Dogana francese ha fatto irruzione: “Noi – raccontano Moussa e Roland – accogliamo la gente. Li informiamo dei diritti che hanno e dei rischi che corrono, soprattutto se vanno per i monti. Fermatevi, siete disperati, ma almeno siete vivi”.
Un esperimento coraggioso, anche politicamente, in una zona dove la Lega ha sfiorato il 30%. Ma la lista civica – il sindaco viene dal centrosinistra – ha tirato dritto: “La risposta della gente è stata ottima”. Persone come Adriano che ogni lunedì sera va a dare da mangiare ai migranti. Così da alcune settimane non ci sono più impronte sulla neve verso il Colle della Scala. Ma non è finita: ora i viaggi disperati partono più a valle, dal sentiero accanto alla chiesa di Clavière. Anche ieri sera: in paese gli sciatori, la messa della notte di Pasqua. E accanto ombre pronte ad affrontare la montagna. Non importa il buio cieco, la neve che cade.
Davvero Italia contro Francia? “I sindaci di Modane, Briançon e Névache sono come fratelli per me”, dice Avato. Se parli con i poliziotti francesi fermi al binario ti senti dire: “In Italia, a parte la sera dei Mondiali, noi siamo a casa nostra. Ma il problema sono i governi, Parigi e Roma. Non si capisce niente”. Davvero Bardonecchia,Europa.
Non passa la crisi al Sole 24 Ore: conti ancora in rosso
La posizione finanziaria netta de Il Sole 24 Ore al 28 febbraio 2018 è negativa per 9,6 milioni di euro e si confronta con un valore positivo per 3,7 milioni al 31 dicembre 2017, in peggioramento di 13,3 milioni. Lo rende noto la società editoriale su richiesta Consob. La variazione è “riferita principalmente al pagamento degli oneri non ricorrenti relativi alle uscite incentivate, al corrispettivo per la risoluzione anticipata del contratto con Infront per la raccolta di sponsorizzazioni Figc, oltre all’andamento del flusso dell’attività operativa per effetto della stagionalità”. A febbraio la società ha incassato 3 milioni di euro a titolo di risarcimento del danno patrimoniale da parte di Di Source. L’indebitamento finanziario netto è pari a 4 milioni, la società dispone di linee revolving per 30 milioni “allo stato inutilizzate e totalmente disponibili”.
La posizione finanziaria netta del gruppo 24 Ore invece è negativa per 8,7 milioni di euro al 28 febbraio 2018. La posizione finanziaria netta si confronta con un valore al 31 dicembre 2017 positivo per 6,6 milioni, in peggioramento di 15,3 milioni. L’indebitamento finanziario netto del gruppo è di 3,2 milioni.
Perché B. e Murdoch si sposano. E la Rai rosica
La leggendaria rivalità fra Rupert Murdoch e Silvio Berlusconi, certo. L’orgoglio dell’italiano che respinge lo straniero, certo. Le gomitate durante le aste per i diritti tv, certo. Le offerte al ribasso ai telespettatori, certo. Il giubilo che ha accolto il patto fra Mediaset e Sky Italia sui contenuti a pagamento – quelli di Berlusconi sono intestati a Premium – parte da una domanda sbagliata. Non vale chiedersi perché l’hanno fatto, ma perché non l’hanno fatto prima. Il mercato televisivo domestico è troppo stretto, non ha più sbocchi, per ragioni economiche, linguistiche e culturali (la televisione generalista sopravvive in una società di anziani). Importare o fabbricare prodotti di qualità ha un prezzo sempre in ascesa, mentre i ricavi – basati sugli abbonati e la pubblicità – sono inchiodati o addirittura calano. Oggi il telespettatore va inseguito ovunque e una serie tv del Biscione, strappata per milioni di euro dagli Stati Uniti, non può restare incagliata nel digitale terrestre. Il rimedio è la “multi-piattaforma”, un po’ di qua, un po’ di là, l’utente è braccato e la spesa è ammortizzata. Così Sky omaggia i clienti sul satellite col patrimonio cinematografico di Premium e Premium, viceversa, allarga l’offerta con un pezzo di palinsesto (anche sportivo) degli ex nemici. A ciascuno la propria pubblicità. Come dicono quelli che ne capiscono: operazione a costo zero.
Poi c’è un secondo livello di lettura del patto fra Mediaset e Sky Italia. Il Biscione ha generato quasi un miliardo di euro di perdite con Premium, costruito soltanto per non soccombere a Murdoch e caricato di investimenti dissennati – l’ultimo è l’esclusiva della Champions League, ritornata a Sky – per trovare un salvatore. Premium è il movente che ha scatenato l’azione aggressiva di Vivendi: i francesi hanno firmato un contratto d’acquisto dei canali a pagamento, poi l’hanno stracciato per assaltare il titolo Mediaset in Borsa fino al 29 per cento, a un passo dall’obbligo di scalata ostile. Ora il Biscione ha deciso di non osservare inerme le disavventure in Telecom di Vivendi – bersagliato sul controllo dal fondo Elliott – né di confidare in una pesante sentenza sul risarcimento per l’affare saltato. Oltre a spalmare i contenuti più esosi, Mediaset può anche cedere – tra novembre e dicembre – le attività commerciali e gestionali di Premium a Sky (altro taglio) e, soprattutto, può giocare subito in coppia l’asta sui diritti per il campionato di Serie A.
Sky esulta perché la “caparra” su Premium è un deterrente alle manovre di MediaPro, il mediatore spagnolo che, per un miliardo a stagione, si è comprato il pallone italiano. Qualche mese fa, lo scenario era opposto: Mediaset sperava di arginare Sky sul calcio con una sinergia con Telecom (cioè Vivendi), o meglio lo sperava Bolloré. Oggi Mediaset può tornare a spendere sull’abituale campo di gioco (cit. di Confalonieri): la tv in chiaro, gratis. E chi soffre? Viale Mazzini, ovvio.
Pure la Rai, spronata dal governo, poteva stringere un accordo con Sky: soliti dialoghi, intese marginali, e nient’altro. Colpa dei vertici, immobili, con scarsa visione. Viale Mazzini ha perso un’occasione e adesso deve fronteggiare un Biscione rafforzato. E Sky? S’avvicina a un futuro senza parabola: in un mese, l’ad Andrea Zappia ha sfondato il muro del digitale terrestre a pagamento con lo sbarco su Premium, ha trascinato Netflix nei pacchetti per gli abbonati, ha sottoscritto un’alleanza con Open Fiber per acchiappare clienti con la banda larga. Tutti felici e contenti. Tranne il servizio pubblico. Il finale, come sempre, è scontato.
Mediaset-Sky: ora rischia il campionato di calcio in tv
Il 19 agosto comincia il campionato e la Serie A potrebbe non essere trasmessa in televisione. L’accordo tra Sky e Mediaset formalmente non riguarda il calcio, che non sarà parte dello scambio di canali (così assicurano le parti, almeno). Ma è chiaro che gli ormai ex nemici non si faranno la guerra per avere l’esclusiva delle partite. E MediaPro (la società che gestisce i diritti tv in Spagna e ora in Italia), che ha acquistato i diritti per la cifra record di 1,05 miliardi di euro a stagione e ha già versato 50 milioni di anticipo, adesso teme davvero di rimetterci. Al punto che il suo bando rivolto agli operatori è saltato: rinviato a data da destinarsi (nella speranza di un intervento dell’Antitrust, quasi impossibile però in tempi brevi); forse addirittura cancellato se gli spagnoli torneranno a puntare tutto sul canale della Lega, l’unico modo di sfuggire alla morsa delle pay-tv.
Subito dopo Pasqua, la società spagnola avrebbe pubblicato il bando. Era tutto pronto: 10 pacchetti diversi, modulabili e per piattaforma, con prodotti preconfezionati per lo streaming e una formula all-inclusive con tutte e 20 le squadre della Serie A (dal valore di circa 650-700 milioni) per Sky. Non se ne farà nulla, almeno per ora: a Barcellona sono convinti che, dopo l’intesa fra le due emittenti, il bando sarebbe destinato a fallire. La tempistica non è casuale: il colosso di Murdoch era già sul piede di guerra, ora nemmeno i 200-250 milioni del Biscione (che addirittura ospiterà un bouquet sportivo di Sky sul digitale, senza calcio però) sono scontati. MediaPro cercherà degli incontri con loro in settimana ma i segnali sono negativi. Senza dimenticare che pure i soldi dai cosiddetti Ott (200-250 milioni) sono tutti da verificare.
Con l’acqua alla gola, gli spagnoli torneranno alla carica con i presidenti della Serie A per il canale della Lega (che però l’Antitrust ha già bocciato). Per farlo, dovrebbero rinunciare all’assegnazione dei diritti come intermediari, e firmare un altro accordo in cui la Lega si fa editore e MediaPro ne diventa partner industriale. L’operazione è spericolata, il rischio di finire in tribunale altissimo: i legali di Murdoch hanno già pronto il ricorso. Ammesso che la Lega commissariata da Giovanni Malagò (dove la fronda pro-Sky capitanata da Juventus e Roma è molto forte) sia d’accordo.
Sky e Mediaset provano lo scacco matto: l’intesa ha l’ulteriore effetto di togliere a MediaPro l’opzione di acquistare Premium per farsi il suo canale. Ora le contromosse sono imprevedibili. Per il canale della Lega i margini sono minimi: tra tempi tecnici (bisogna trovare pure le frequenze) e contenzioso potrebbe non essere pronto per agosto. Senza l’ok dei presidenti, invece, MediaPro o si accontenta di un accordo al ribasso o potrebbe addirittura scegliere di “scappare” prima del 27 aprile, termine per depositare la fideiussione da un miliardo, preferendo perdere la caparra pur di evitare guai peggiori. Così i club, che hanno disperatamente bisogno dei soldi dei diritti tv per chiudere il bilancio e fare il calciomercato, sarebbero alla mercé delle pay-tv. E poi c’è lo scenario più estremo, che si è già verificato in Spagna (con la Champions, però, e non il campionato): gli spagnoli, pur di non chinare il capo, si tengono i diritti tv e iniziano una guerra di logoramento in cui nessuno trasmette le partite e tutti ci perdono. Tifosi compresi. Nella battaglia dei diritti tv del pallone non si fanno prigionieri.
Genova e Trentino uniti: “No patrocinio ai prossimi gay pride”
Giunte di centrodestra e di centrosinistra unite dall’omofobia istituzionale. Il “Liguria pride” del prossimo 16 giugno e la giornata nazionale contro l’omofobia, che si svolge a maggio non avranno il patrocinio del Comune di Genova. “Non concederemo più patrocini a manifestazioni che possano creare divisioni tra i genovesi” aveva detto nei primi giorni dopo le elezioni il nuovo sindaco di centrodestra Marco Bucci, proprio in riferimento al Pride. “Bucci aveva detto che voleva essere il sindaco di tutti – dice Ilaria Gibelli del coordinamento “Liguria rainbow”, che organizza la manifestazione – ma pare di no, credevamo che il Pride avesse una connotazione universale, parliamo di diritti civili che sono trasversali”. La decisione di Bucci fa il paio con quella del Presidente della provincia autonoma di Trento, Ugo Rossi, che resta fermo nel non concedere il patrocinio al “Dolomiti Pride” del 9 giugno, aggiungendo che “la Regione assumerà la stessa posizione”, riferendo di averne parlato col presidente Arno Kompatscher. Nella coalizione di centrosinistra l’unico a reagire tiepidamente è il Pd. Per l’assessore provinciale alle Pari opportunità, Sara Ferrari “significa dire che il Trentino è un territorio bigotto”.
Il Focus: breve storia di Giunta
Che il percorso della litigiosa giunta Musumeci si presentasse assai accidentato era già scritto nell’aritmetica. La maggioranza uscita dalle urne era risicatissima, 36 deputati su 70. Sono bastate poche settimane perché questi numeri si riducessero. E’ il 27 dicembre 2017 e la giunta regionale accusa la prima defezione. Vincenzo Figuccia, assessore regionale all’Energia, si dimette in polemica con il presidente dell’assemblea Gianfranco Miccichè. Lo seguirà a tre mesi di distanza l’assessore alla Cultura Vittorio Sgarbi che, eletto alla Camera, se ne va sbattendo la porta. La navicella di Musumeci sembra andare a infrangersi definitivamente sugli scogli del Documento di economia e finanza regionale presentato 5 giorni fa. Poi una successiva seduta lampo, un dibattito all’osso su un Defr rinnovato, l’annuncio dell’esercizio provvisorio di un solo articolo, zero emendamenti e soprattutto l’astensione delle opposizioni bloccano per ora la deriva verso lo scioglimento del Parlamento siciliano.