È già Crocetta? Nello Musumeci, presidente della Regione siciliana, perde due assessori: Vincenzo Figuccia ai Rifiuti e, recentemente, Vittorio Sgarbi ai Beni culturali.
Sono i primi quattro mesi del governo di Nello, ma se gliene saltano già due e in ambiti delicatissimi quali sono la munnizza e il patrimonio artistico, la domanda che ci domandiamo è una: rischia di eguagliare il record del suo predecessore che in una legislatura ebbe a cambiarne 59?
È saltato anche Cateno De Luca. Non è un assessore ma un numerino fondamentale per la risicata maggioranza che ha già sbattuto, il 27 marzo scorso, giusto col Documento economico finanziario 2018/2020 bocciato appunto in Aula, in quella Sala d’Ercole di Palazzo de’ Normanni dove regna da viceré il famoso Gianfranco Miccichè.
Lo ricorderete, De Luca: è il parlamentare messinese che si faceva filmare in mutande, avvolto nella Trinacria, poi inciampato in un arresto lampo immediatamente dopo la vittoria di Musumeci.
Reintegrato nelle sue funzioni, Scateno – così per sua stessa definizione – se n’è scappato via dal centrodestra ed è finito adesso nel Gruppo misto dove intende farle pagare tutte ai suoi ex alleati che non vogliono candidarlo sindaco a Messina.
Nella città dello Stretto il centrodestra si appoggia a Francantonio Genovese – il padre – quindi anche a Luigi Genovese, il figlio, in attesa che si palesi… insomma, al Pilone, la spiaggia di Scilla e Cariddi, dicono così: “Il Padre ce l’abbiamo, il Figlio pure, l’unica cosa che manca, a Messina, è lo Spirito Santo”.
Certo, Sgarbi – e l’aveva già annunciato lo stesso critico – doveva tornarsene a Roma, ma i due, messi insieme da Silvio Berlusconi in persona – in una campagna elettorale che vedeva trionfare di nuovo il centrodestra – non si sono lasciati bene.
Musumeci, a leggere le cronache, non ne poteva più dell’autorevolezza indisciplinata di Sgarbi e quest’ultimo – doverosamente eccentrico – non sopportava di sciropparsi giunte di governo lunghe cinque ore e più.
Ce ne vorrebbero centomila – checché ne dica il fronte degli immacolati – di altri Sgarbi per la terra di Trinacria. In cinque minuti fa quello che cinque governi regionali messi in fila non riescono nemmeno a pensare. E siccome è pur sempre, la Sicilia, la tana di tutte le eccentricità, magari non gli è riuscita di prendersi come consulente Rosario Crocetta ma di designare il proprio successore quello sì, Sgarbi c’è riuscito. Ed ecco che Sebastiano Tusa – figlio dell’insigne Vincenzo – arriva al posto di Vittorio, pronto nel ruolo di “consulente”.
È già Crocetta? Nel fare e lo sfare delle maggioranze in Parlamento un aiuto, la presidenza Musumeci, lo trova. Col risultato di trentatré sì, ventotto no e due astenuti, il giorno dopo la bocciatura, riportato in Aula, lo sciagurato Def passa.
I numerini, specialmente dopo il risultato elettorale nazionale del 4 marzo, sono sempre più importanti. Le casette della politica, infatti, sono solo macerie. ’A Livella dei Cinque Stelle ha azzerato tutto. Il leader dell’opposizione, Giancarlo Cancelleri, siede su un gruzzolo del 46% mentre Forza Italia, di fatto, è terremotata.
Totalmente cancellato è il “centro”, con il grande e largo ventre moderato dei Saverio Romano – giusto per fare un esempio – sottoposto a definitiva liposuzione. E la stessa lista di Musumeci, “Diventerà bellissima”, è attesa al varco delle amministrative di giugno con Salvo Pogliese pronto a entrare a Palazzo degli Elefanti a Catania – un esponente di destra, certo – e che viaggia su piani diversi, meglio ancora: carismatici. Sono gli stessi del Musumeci di quattro mesi fa, piani comunque bisognosi di numerini d’appoggio nel dopo: nel governo e nell’amministrazione.
E a proposito di numerini sono stati proprio i due dell’astensione attiva – una benevolenza di Totò Cardinale, leader dei progressisti dem – ad accogliere l’invito di Nello per “intese alla luce del sole”.
Un appello, quello del presidente, lanciato in Aula quando il delicatissimo punto anatomico altrimenti indicato “là dove non batte il sole” – giusto quello di molti parlamentari della maggioranza – si costringeva a uno strazio.
Non certo lo sbiancamento anale, per carità – altri sono i tempi, tutti di certissima serietà – ma un’ancor più sciagurata intossicazione intestinale toccata a tutti gli inquilini dell’Ars che nell’impedire a tanti di votare, altri costringeva a fare in fretta, spesso lasciando il segno (assente giustificato, il solo Miccichè, il viceré, in questi giorni ospite di una beauty farm per rimettersi in forma).
È già Crocetta? Di certo è Virginia Raggi. Come il sindaco di Roma, nel segno dell’onestà, vede l’intera Urbe scivolare nelle sue buche, così Musumeci – dall’impeccabile reputazione – sopporta di piegare il proprio ruolo di decisore a quello di arbitro e spettatore di un deputatificio con l’intera Sicilia che ha già accumulato una perdita di Pil pari al 12%, ovvero 200 mila posti di lavoro in meno in soli nove anni e con un appuntamento ormai prossimo alla Corte dei Conti dove il Bilancio della Regione siciliana non potrà che essere definitivamente respinto, non salvato mai più.
Tutti s’aspettavano da Musumeci, se non il Fascio, almeno l’accetta per farsi largo nella foresta degli inganni di Sicilia. Ed è stato per questo che 6 mila persone – tanto è il pubblico di due serate al Teatro Biondo di Palermo, il mercoledì delle Ceneri e il giovedì dei Sepolcri – hanno ripetuto con Salvo Piparo, protagonista di Strabuttanissima Sicilia di Giuseppe Sottile, il refrain che così recita: “… Nello, Nello, ora non fare il Minchionello”.