Quattro mesi ed è già Crocetta? La passione di Nello Musumeci

È già Crocetta? Nello Musumeci, presidente della Regione siciliana, perde due assessori: Vincenzo Figuccia ai Rifiuti e, recentemente, Vittorio Sgarbi ai Beni culturali.

Sono i primi quattro mesi del governo di Nello, ma se gliene saltano già due e in ambiti delicatissimi quali sono la munnizza e il patrimonio artistico, la domanda che ci domandiamo è una: rischia di eguagliare il record del suo predecessore che in una legislatura ebbe a cambiarne 59?

È saltato anche Cateno De Luca. Non è un assessore ma un numerino fondamentale per la risicata maggioranza che ha già sbattuto, il 27 marzo scorso, giusto col Documento economico finanziario 2018/2020 bocciato appunto in Aula, in quella Sala d’Ercole di Palazzo de’ Normanni dove regna da viceré il famoso Gianfranco Miccichè.

Lo ricorderete, De Luca: è il parlamentare messinese che si faceva filmare in mutande, avvolto nella Trinacria, poi inciampato in un arresto lampo immediatamente dopo la vittoria di Musumeci.

Reintegrato nelle sue funzioni, Scateno – così per sua stessa definizione – se n’è scappato via dal centrodestra ed è finito adesso nel Gruppo misto dove intende farle pagare tutte ai suoi ex alleati che non vogliono candidarlo sindaco a Messina.

Nella città dello Stretto il centrodestra si appoggia a Francantonio Genovese – il padre – quindi anche a Luigi Genovese, il figlio, in attesa che si palesi… insomma, al Pilone, la spiaggia di Scilla e Cariddi, dicono così: “Il Padre ce l’abbiamo, il Figlio pure, l’unica cosa che manca, a Messina, è lo Spirito Santo”.

Certo, Sgarbi – e l’aveva già annunciato lo stesso critico – doveva tornarsene a Roma, ma i due, messi insieme da Silvio Berlusconi in persona – in una campagna elettorale che vedeva trionfare di nuovo il centrodestra – non si sono lasciati bene.

Musumeci, a leggere le cronache, non ne poteva più dell’autorevolezza indisciplinata di Sgarbi e quest’ultimo – doverosamente eccentrico – non sopportava di sciropparsi giunte di governo lunghe cinque ore e più.

Ce ne vorrebbero centomila – checché ne dica il fronte degli immacolati – di altri Sgarbi per la terra di Trinacria. In cinque minuti fa quello che cinque governi regionali messi in fila non riescono nemmeno a pensare. E siccome è pur sempre, la Sicilia, la tana di tutte le eccentricità, magari non gli è riuscita di prendersi come consulente Rosario Crocetta ma di designare il proprio successore quello sì, Sgarbi c’è riuscito. Ed ecco che Sebastiano Tusa – figlio dell’insigne Vincenzo – arriva al posto di Vittorio, pronto nel ruolo di “consulente”.

È già Crocetta? Nel fare e lo sfare delle maggioranze in Parlamento un aiuto, la presidenza Musumeci, lo trova. Col risultato di trentatré sì, ventotto no e due astenuti, il giorno dopo la bocciatura, riportato in Aula, lo sciagurato Def passa.

I numerini, specialmente dopo il risultato elettorale nazionale del 4 marzo, sono sempre più importanti. Le casette della politica, infatti, sono solo macerie. ’A Livella dei Cinque Stelle ha azzerato tutto. Il leader dell’opposizione, Giancarlo Cancelleri, siede su un gruzzolo del 46% mentre Forza Italia, di fatto, è terremotata.

Totalmente cancellato è il “centro”, con il grande e largo ventre moderato dei Saverio Romano – giusto per fare un esempio – sottoposto a definitiva liposuzione. E la stessa lista di Musumeci, “Diventerà bellissima”, è attesa al varco delle amministrative di giugno con Salvo Pogliese pronto a entrare a Palazzo degli Elefanti a Catania – un esponente di destra, certo – e che viaggia su piani diversi, meglio ancora: carismatici. Sono gli stessi del Musumeci di quattro mesi fa, piani comunque bisognosi di numerini d’appoggio nel dopo: nel governo e nell’amministrazione.

E a proposito di numerini sono stati proprio i due dell’astensione attiva – una benevolenza di Totò Cardinale, leader dei progressisti dem – ad accogliere l’invito di Nello per “intese alla luce del sole”.

Un appello, quello del presidente, lanciato in Aula quando il delicatissimo punto anatomico altrimenti indicato “là dove non batte il sole” – giusto quello di molti parlamentari della maggioranza – si costringeva a uno strazio.

Non certo lo sbiancamento anale, per carità – altri sono i tempi, tutti di certissima serietà – ma un’ancor più sciagurata intossicazione intestinale toccata a tutti gli inquilini dell’Ars che nell’impedire a tanti di votare, altri costringeva a fare in fretta, spesso lasciando il segno (assente giustificato, il solo Miccichè, il viceré, in questi giorni ospite di una beauty farm per rimettersi in forma).

È già Crocetta? Di certo è Virginia Raggi. Come il sindaco di Roma, nel segno dell’onestà, vede l’intera Urbe scivolare nelle sue buche, così Musumeci – dall’impeccabile reputazione – sopporta di piegare il proprio ruolo di decisore a quello di arbitro e spettatore di un deputatificio con l’intera Sicilia che ha già accumulato una perdita di Pil pari al 12%, ovvero 200 mila posti di lavoro in meno in soli nove anni e con un appuntamento ormai prossimo alla Corte dei Conti dove il Bilancio della Regione siciliana non potrà che essere definitivamente respinto, non salvato mai più.

Tutti s’aspettavano da Musumeci, se non il Fascio, almeno l’accetta per farsi largo nella foresta degli inganni di Sicilia. Ed è stato per questo che 6 mila persone – tanto è il pubblico di due serate al Teatro Biondo di Palermo, il mercoledì delle Ceneri e il giovedì dei Sepolcri – hanno ripetuto con Salvo Piparo, protagonista di Strabuttanissima Sicilia di Giuseppe Sottile, il refrain che così recita: “… Nello, Nello, ora non fare il Minchionello”.

Bankitalia: le donne sono il 25% più povere degli uomini

Cala, ma resta ancora “consistente” il divario di ricchezza fra uomini e donne in Italia. Secondo uno studio di Giovanni D’Alessio del servizio studi Banca d’Italia, gli uomini hanno una ricchezza netta individuale superiore del 25% a quella delle donne, un gap doppio di quello registrato in Francia. La differenza si allarga fra i componenti di una coppia (partner/sposi) e cresce dopo i 40 anni. La ricerca “consente di descrivere divari consistenti tra uomini e donne, maggiori per le attività finanziarie rispetto alle attività reali e in particolare agli immobili”. I divari appaiono in diminuzione nel corso del tempo, “ma ancora significativi” secondo l’autore. Lo studio sottolinea come le cause dei divari “debbano essere ancora ulteriormente esplorate”, ma diversi fattori fanno pensare che “si debbano annoverare in larga parte alle differenze tra i generi in termini di età, titolo di studio, occupazione e reddito”. In termine di misure di “policy”, sostiene D’Alessio, “questo implica che la riduzione dei divari fra uomini e donne in termini di educazione e occupazione dovrebbe portare anche a un calo della differenza della ricchezza”.

La libertà di stampa secondo De Girolamo

Che Nunzia De Girolamo non sia stata eletta in Parlamento è noto. Sparito il suo nome da capolista in Campania, catapultata nel collegio bolognese, dopo la sconfitta alle elezioni del 4 marzo ha gridato al complotto contro di lei all’interno di Forza Italia. Che negli ultimi tempi sia nervosa, quindi, sarebbe pure comprensibile visto che in teoria le tocca cercarsi un lavoro. Il problema è che l’ancora onorevole De Girolamo sembra aver perso quel barlume di lucidità rimastole e pare voler confermare di essere quella delle famose intercettazioni “stronzi, qui a Benevento comando io!”, quando convocava a casa i vertici della Asl e si occupava di premi, ricompense e vendette.

Qualche giorno fa sulla testata sanniopage.it esce un articolo del direttore Teresa Ferragamo dal titolo “Trombata e incazzata la De Girolamo si reinventa populista di risulta”. Nel pezzo la giornalista riassume le ultime vicende politiche che hanno coinvolto la De Girolamo con toni sarcastici, affermando, per esempio, che “lei è un prodotto da laboratorio, nato ed evolutosi nelle stanze del Parlamento, è il tonno nella scatoletta, non conosce altra vita al di fuori da lì e altro Dio all’infuori di Silvio, cui oggi rivolge preci pubbliche, perché Arcore è ormai un paradiso lontano”.

La De Girolamo, tra un’ospitata da Giletti e un post su Facebook, legge il pezzo e fa una di quelle cose che, immagino, oggi vorrebbe cancellare come faceva Jim Carrey in Se mi lasci ti cancello con i ricordi della sua storia d’amore. Ricorda alla giornalista che “A Benevento comando io!”, inviandole una mail dai contenuti intimidatori: “Dottoressa Ferragamo, leggo che spesso, negli ultimi tempi, si diletta ad articolare retroscena sulla mia persona. Pur non condividendola, rispetto i suoi pensieri, anche quelli di infondata matrice. Vorrei chiederle, se fosse possibile, di darmi spazio nel suo giornale, sebbene poco seguito, perché avrei anche io un pezzo sulla libertà di stampa. Per correttezza le anticipo che verterà sul rapporto particolare tra una giornalista e un noto politico, dettagli che ho appreso da alcuni sms intercettati dalla magistratura e recapitati al mio studio da qualche gentile benefattore. Sono sicura che le piacerà molto. Nel frattempo le auguro buon lavoro”. In perfetto stile passivo-aggressivo, la De Girolamo allude a una qualche amicizia particolare della giornalista con un politico e al fatto che siano in suo possesso degli sms privati tra i due finiti in qualche fascicolo di un’indagine non meglio precisata.

Teresa Ferragamo – una che evidentemente o non ha nulla da temere o considera ormai la De Girolamo inoffensiva quanto un criceto sedato – pubblica la mail su Sanniopage. “La Ferragamo ha la coda di paglia evidentemente. Io non alludevo a lei ma a un’altra giornalista e a un politico”, afferma l’ex parlamentare. Le chiedo come mai, allora, chieda alla Ferragamo di pubblicare queste intercettazioni. E se siano di provenienza legale. “Sono sms in mano ad avvocati, a indagini concluse, quindi è tutto legittimo. Comunque questa giornalista scrive continuamente articoli diffamatori su di me”. Perché allora non la querela invece di mandare mail intimidatorie? “Non c’è nessuna intimidazione, ripeto. Le altre volte ho lasciato correre, questa volta l’ho anche querelata”. Il perché la Ferragamo dovrebbe pubblicare queste intercettazioni la De Girolamo non riesce a spiegarlo. “Perché visto che lei parla di libertà di stampa, vorrei scrivere anche io di libertà di stampa!”, continua a ripetere. Vabbè. Chiamo la Ferragamo. “La De Girolamo dice che non si riferiva a me? Offende la mia intelligenza e, credo, quella di qualsiasi lettore. Lei non pensava rendessi pubblico il contenuto, ma io volevo inchiodarla alle sue responsabilità. Io non pubblicherò certo le sue intercettazioni, non ne conosco la provenienza, so probabilmente anche a cosa allude e a chi, ma quel politico mi ha perfino querelata per un mio articolo, la De Girolamo è fuori strada. Che pubblichi tutto su un altro giornale, ma con i nomi e i cognomi, mi raccomando”. Qualcosa mi dice che questi nomi la De Girolamo non ce li dirà mai.

Nel frattempo, dopo l’intervista all’ex onorevole, mi arrivano una serie di telefonate da conosciuti e sconosciuti della serie: “Ma deve proprio uscire questo pezzo?”. Insomma, a Benevento forse non comanda più lei, ma l’arroganza è sempre quella.

In Lombardia solo 5 donne in giunta: la parola ai giudici

Ben sedici assessori e tra loro solo cinque donne. La giunta appena presentata in Lombardia da Attilio Fontana ha il record italiano di poltrone. Pure a livello internazionale se la passa bene, visto che in quanto a numeri supera i 15 ministri tedeschi guidati da Angela Merkel. Ma nonostante ciò le donne hanno trovato posto in una delle sedici caselle con molta fatica: ce l’hanno fatta solo Claudia Terzi, Silvia Piani e Martina Cambiaghi della Lega, Melania Rizzoli di Forza Italia, Lara Magoni di Fratelli d’Italia.

E andando a vedere i quattro sottosegretari, qui di donne non ce n’è nemmeno mezza. Quote rosa non rispettate, sostengono Angela Ronchini e Donatella Martini delle associazioni “Articolo 51 – Laboratorio di democrazia paritaria” e “DonneInQuota”, che annunciano ricorso al Tar: “Siamo in presenza di un pervicace e strumentale maschilismo politico, che sfocia nella discriminazione di genere delle istituzioni lombarde”.

Le stesse associazioni nel giugno del 2012 ottennero una sentenza del Consiglio di Stato che dichiarava illegittima la giunta in cui Roberto Formigoni aveva chiamato una sola donna a fronte di quindici uomini. Numeri che non rispettavano quanto previsto dallo stesso Statuto regionale, dove si legge che “la Regione promuove il riequilibrio tra entrambi i generi negli organi di governo”, cioè nella giunta.

Un riequilibrio di certo non garantito da una sola donna, ma che – scrivevano i giudici – va inteso come “uguaglianza, o sostanziale approssimazione ad essa, di uomini e donne nelle posizioni di governo regionale”. Non ci fu niente da fare per gli avvocati del Pirellone, che volevano far passare questo concetto: gli assessori dovrebbero essere una scelta politica del governatore. Per i giudici, invece, “gli spazi della discrezionalità politica trovano i loro confini nei principi di natura giuridica posti dall’ordinamento, tanto a livello costituzionale quanto a livello legislativo”. Principi, per l’appunto, messi nero su bianco nello Statuto regionale.

Formigoni, ancora prima che arrivasse la sentenza del Consiglio di Stato a fargli cadere la giunta, si era premurato di aggiungere un assessore e un vice donna. Le associazioni fecero di nuovo ricorso e i numeri furono di nuovo bocciati dal Tar a fine 2012. Ma erano ormai i giorni in cui il destino del Celeste era segnato dagli scandali della sanità più che dai problemi delle quote rosa.

In ogni caso chi è salito a Palazzo Lombardia dopo di lui, Roberto Maroni, ha ritenuto la questione talmente spinosa da varare in prima battuta una giunta perfettamente paritaria: sette uomini e sette donne, proporzione ritoccata in otto a sei in corso d’opera. Con le quote rosa meglio non scherzare, dunque. Lo sa bene anche Gianni Alemanno, che già nel 2011, da sindaco di Roma, si era visto azzerare dal Tar la giunta con una sola donna su dodici assessori. E a nulla era servito aggiungerne una, poi ancora un’altra: di nuovo bocciatura del Tar.

Ora vedremo che ne sarà delle scelte di Fontana. Nemmeno il tempo di partire, e subito il neo governatore si è tirato dietro le polemiche per l’esclusione dalla giunta di una donna in particolare: l’azzurra Silvia Sardone, super votata alle elezioni ma con una recente contestazione della Corte dei Conti su un presunto danno erariale da oltre 240mila euro per quando guidava l’agenzia provinciale Afol. E poi il ricorso per quell’11 a 5 che le due associazioni non giudicano per nulla equilibrato.

Se tra uomini e donne nemmeno questa volta ci sia “uguaglianza o sostanziale approssimazione a essa”, lo decideranno i giudici.

Ora Anzaldi ce l’ha col direttore di La7: “Tifa per l’intesa col M5s”

“Il direttore di La7 scrive pubblicamente su Twitter che il Pd deve sostenere il governo M5S. È normale? È accettabile un’intromissione del genere? L’editore Cairo condivide un atteggiamento del genere?”. Lo scrive su Facebook il deputato del Partito democratico Michele Anzaldi.

Il riferimento è al tweet in cui Andrea Salerno ha scritto: “La follia politica del secondo partito italiano che si consegna all’opposizione di un governo che ancora non esiste. Mi ricordo Spadolini con il 3 per cento fare il presidente del Senato e partiti più piccoli esprimere il presidente del Consiglio. Si chiama sistema proporzionale”.

Anzaldi su Fb prosegue: “Da settimane, le trasmissioni di La7 si contraddistinguono proprio per lo spazio dato a chi sostiene l’inciucio M5S-Pd, basta vedere quante volte è stato invitato in prima serata Emiliano, unico nel Pd ad appoggiare pubblicamente un’ipotesi del genere. Ora scopriamo che a pensarla così è proprio il direttore di rete. E questa sarebbe l’imparzialità dell’informazione?”.

Centri commerciali aperti: scioperano i sindacati e il Prc invita al boicottaggio

I centri commerciali aperti a Pasqua nel mirino dei sindacati e del segretario nazionale di Rifondazione comunista, Maurizio Acerbo. “Anche a Pasqua e Pasquetta ci saranno in tutta Italia centri commerciali aperti e lavoratrici e lavoratori sfruttati che non possono trascorrere festività con i propri familiari e amici; grazie alla totale deregulation approvata durante il governo Monti nel 2012 con il voto di centrodestra e centrosinistra la grande distribuzione può aprire 365 giorni l’anno” attacca Acerbo, che invita i consumatori al boicottaggio per solidarietà con le lavoratrici e i lavoratori. In cinque regioni italiane (Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Puglia e Sicilia), si svolgerà invece lo sciopero contro le aperture dei negozi nei giorni festivi proclamato dai sindacati di categoria di Cgil, Cisl e Uil. “È una questione di dignità della persona, del lavoro e nel lavoro”, spiega il segretario generale della Uil Carmelo Barbagallo, che chiede quindi di “mettere mano a quella parte della legislazione che non consente una gestione flessibile e che, invece, la contrattazione potrebbe aiutare a governare”.

I giornaloni han deciso: “Opposizione”. Gli ultimi a credere al Verbo di Rignano

Scendi dal carro, sali sul carro, spingi il carro: le tre nuove specialità delle Olimpiadi politiche italiane. Nel dopo 4 marzo c’è gran fermento: di sinapsi (per chi ha in dotazione più di due neuroni), di favella e di gamba, per correre via dal ronzino renziano e salire sul destriero grillino-leghista, gridando ai quattro venti “Sono con voi, a disposizione” e confidando nella mancata commercializzazione della pillola del ricordo.

A chi, come me, non è mai stata indulgente con Renzi, il boy scout fa quasi tenerezza nella sua discesa agli inferi: chi fino a ieri lo incensava e molto ha ottenuto da lui, invece di accendergli un cero, gli dà fuoco. Ma, si sa, i “poteri forti” hanno “pensieri deboli” e il “vento inarrestabile del cambiamento” (cit. Davide Casaleggio) ha travolto pure loro, conducendoli ai piedi del giovane steward del San Paolo a chiedere popcorn. Già, perché l’istituzionale Luigi, giacca, cravatta e fresco di barbiere, incontra più dell’infelpato e barbuto Matteo: grande intelligenza politica, per carità, ma, mentre l’altro ha archiviato il vaffa, lui non ha ancora parcheggiato la ruspa. E poi contano i numeri, 32 a 17, l’Italia contro il profondo Nord, la leadership autonoma contro le bizze berlusconiane, il tenero Hansel napoletano da avvolgere sotto l’ala protettrice – come già il giovin toscano, che poi però si è rivelato il bullo Franti – di contro al coriaceo milanese, che la fase puberale della politica l’ha superata da un pezzo e dopo aver elaborato l’Edipo-Bossi ormai non teme nulla, men che meno le sirene del salotto buono (nel caso, indossa tappi di ghisa).

Eccoli dunque i nuovi Figli delle Stelle: giornalisti, pensatori (categorie rigorosamente separate), imprenditori, mega-manager… che fanno rivivere il monologo di Rutger Hauer in Blade Runner: “Ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, il vicepresidente Tim Franco Bernabè dire in tv che Il governo potrebbe essere espressione dei 5 Stelle, che mi sembra abbiano assunto posizioni moderate su tutta una serie di temi”, facendo saltare sulla sedia l’amica Lilli.

Chi scende, chi sale e chi spinge ostinatamente 5S-Lega verso un carrozzone di governo: la gran parte di stampa e tv, renziani fino a ieri. O tuttora, visto che vogliono Di Maio tra le braccia di Salvini? Fossi in loro rifletterei su questo Cupido, che già stappava champagne sui preliminari – un Fico alla Camera val bene una Casellati al Senato, i complimenti “com’è di parola Salvini”, “com’è di parola Di Maio”, l’apertura su temi cari a entrambi (taglio delle tasse, superamento della Fornero, reddito di cittadinanza) – e ora temono di rimanere col moccolo in mano per le scintille tra i due (“Io premier o nessun governo”, “Non puoi fare così, allora al voto!”).

Che i due possano fare gli occhi dolci anche al Pd, e che il Pd non renziano possa ricambiare Di Maio e quello renziano Berlusconi (a costo di digerire Salvini ministro), i preclari commentatori non lo vedono proprio, le urla strozzate di Franceschini, Orlando, Emiliano, pure Veltroni, non le sentono. O non vogliono vedere e sentire, perché conta solo – ancora – il Verbo di Rignano: “opposizione”, e che l’abbraccio sia il vostro Titanic…

Pd, tutti i personaggi in via di scongelamento

Non vuole dare un appoggio esterno a un governo coi Cinque Stelle, sia a guida Luigi Di Maio o di chicchessia. Non vuole dare un appoggio esterno al centrodestra (almeno per ora). Non vorrebbe avallare un governo di scopo, anche se potrebbe essere costretto a farlo da eventuale richiesta esplicita di Mattarella. Non vuole tornare a votare prima che Lega e 5 Stelle abbiano governato abbastanza da diventare meno credibili.

Tra Settimana Santa e Pasqua di Resurrezione, nel Pd quello che ha le idee più chiare è Matteo Renzi. Pure se queste idee si declinano tutte dopo la parola “non”. Non vuole “mollare” il controllo del Pd, ma non può neanche ricandidarsi a segretario. Non vuole che Maurizio Martina continui a fare il reggente, ma non ha neanche un suo candidato da presentare all’Assemblea che dovrebbe nominare un segretario o un traghettatore (che infatti sta cercando di far slittare a data da destinarsi). Non vorrebbe appoggiare la corsa alle primarie dell’amico odiatissimo Matteo Richetti, ma potrebbe essere indotto a farlo (in assenza di altri candidati). Nel dubbio, non vuole che le primarie siano convocate.

Per lui è fondamentale il fattore tempo: per inventarsi un ruolo europeo, magari accanto a Macron; per spaccare i gruppi parlamentari e dare vita a un partito suo, ove fosse chiaro che non detta più legge. Con quale base elettorale? Con quali soldi? Tutto da costruire. E allora, Renzi ha blindato la linea del Pd e lo ha messo in freezer. Attraverso il controllo su una metà dei gruppi parlamentari, sufficiente a fermare qualsiasi operazione che lui non approvi.

La delegazione che andrà al Colle per le consultazioni è composta da diverse sfumature di Pd: il pasdaran renziano, Andrea Marcucci, capogruppo in Senato, dovrà garantire la linea dell’opposizione senza se e senza ma. Gli darà man forte Matteo Orfini, presidente dem. Poi ci sono Maurizio Martina e Graziano Delrio. Posizioni in via di definizione. Il reggente si è scelto il ruolo di mediatore a oltranza: è riuscito a rimandare la ri-discussione della linea a “dopo le consultazioni”. Dopo quale giro (tutti danno per scontato che il primo sarà a vuoto) si vedrà. Il capogruppo alla Camera, Graziano Delrio, gioca il ruolo del post-renziano. Equilibrismo complicato: a scanso di cadute rovinose, ha dato la sua indisponibilità a fare il traghettatore o il segretario. Giovedì al Colle, i quattro diranno che non sono disponibili a entrare in un governo. I nodi verranno al pettine dopo, se davanti a un pre-incarico Matteo Salvini non proverà a fare il governo col M5S. Delrio, in un’intervista al Corriere ha detto: “Mattarella troverà ascolto” (si parlava di un eventuale “governo di scopo”).

I big del Pd assomigliano a personaggi in cerca di scongelamento graduale. Dario Franceschini ha chiesto di rimettere in discussione la linea dell’opposizione giovedì. Pensa a un governo istituzionale, magari presieduto da un giudice della Consulta. Accusato da sempre di trame a 360 gradi, anche l’intervento al gruppo di giovedì da qualcuno è stato letto come un avvertimento: non gli è piaciuta l’elezione a vicepresidente della Camera di Ettore Rosato al posto del suo favorito Piero Fassino.

Andrea Orlando parla di dialogo coi 5 stelle, ma neanche lui “vede” un governo con loro. Casomai l’approdo è lo stesso del ministro della Cultura. Per dirla con Veltroni (al Corriere), “dialogo con il M5S sotto la regia di Mattarella”. Michele Emiliano e Francesco Boccia hanno cominciato a darla il 5 marzo la loro linea: appoggio esterno al M5S.

In un freezer particolare ci sta Paolo Gentiloni: premier per gli affari correnti, governerà non si sa fino a quando, con la metà dei suoi ministri in altre faccende affaccendati, “sepolto” dalle deleghe che furono di Martina e terrorizzato che gli piombino sulla scrivania pure quelle di Delrio (che dalle Infrastrutture ancora non si è dimesso). Qualcuno lo tira in ballo come reggente post-Martina, ma lui non ha molta voglia di trovarsi ancora una volta con un Renzi fuori dal campo, ma anche no. Carlo Calenda ha preso la tessera Pd, si è fatto qualche giro nei circoli nelle vesti di leader futuribile, ma un suo tweet ieri ha lasciato perplessi pure i suoi fan: “Ridiscutere la linea dell’opposizione è autolesionismo”.

Gli stessi renziani, infine, sono sospettati di essere pronti a scongelarsi di fronte a un governo di centrodestra a guida Giorgetti. Tutto riaggiornato a dopo il primo giro al Colle. Se il Pd rientra in gioco, scatterà la richiesta di fare subito l’Assemblea. Esplosione garantita.

Il Furbo Salvini e la seconda Lega

Come gli eterni adolescenti padani, Matteo Salvini è ancora convinto che il mondo sia iniziato con lui. E quando i giudici o i cronisti gli chiedono dove diavolo siano spariti i 48 milioni di euro imboscati durante la prima rivoluzione padana lui fa il furbo e dice che si occupa solo della seconda, quella in corso, che vuole ributtare in mare gli immigrati negri e tenersi i napoletani bianchi, sotto ai cieli del santo tricolore che un tempo il vecchio Bossi voleva usare (e ha usato) come carta igienica.

Qualcuno ricorderà del primissimo inciampo giudiziario della Lega, quei 200 milioni di lire che proprio Bossi incassò dall’Eni e che il suo tesoriere, un tale Alessandro Patelli – detto “il pirla” – confessò nella vasta aula di Mani Pulite. Era l’anno 1993. E quelli erano gli spiccioli che Gardini e Sama – titolari della maxi-tangente Enimont da 150 miliardi di lire – avevano versato agli ultimi arrivati in politica, i lumbard, che nelle piazze strillavano “onestà, onestà”. Ma erano anche le marce radici sulle quali la Lega disseccò i suoi frutti.

Il che non è di buon auspicio per il giovane Salvini che pretende di intestarsi la Lega di domani infischiandosene del ricco veleno di ieri.

La legge ha abolito i rimborsi. Ma ha ridotto la trasparenza su tutte le donazioni private

Tutti sanno che i finanziamenti pubblici ai partiti non esistono più, nessuno si preoccupa che anche la trasparenza sia scomparsa. Colpa di una legge, la n. 13 del 2014, impastata di fretta nel dicembre del 2013 dal governo di Enrico Letta e approvata in Parlamento con Matteo Renzi appena sbarcato a Palazzo Chigi.

Per un incrocio di norme, il testo consente di schermare l’identità del donatore fino a un massimo di 100.000 euro, che sale a 200.000 per le società. Il problema è la privacy. Funziona così: il tesoriere del partito, che riceve il contributo, invia alla Camera dei deputati la notifica comunicando la cifra, ma non il nominativo del sostenitore. Con la stessa formula, poi, riporta la cifra e non il nominativo nei bilanci pubblici del partito. Questa si chiama “dichiarazione unilaterale”, per l’appunto, un tempo a Montecitorio – secondo la legge dell’81 – si registravano soltanto le “dichiarazioni congiunte” per elezioni nazionali, regionali.

Nel bilancio del Pd, infatti, leggiamo: “Si segnala che, ai sensi della legge, sono stati inseriti nell’elenco che segue soltanto i nominativi dei soggetti eroganti che, ad oggi, hanno rilasciato il facoltativo consenso previsto dal codice in materia di protezione dei dati personali”. Sul Fatto a lungo abbiamo denunciato la stortura della riforma. L’Autorità della Privacy, un paio di anni fa, ci rispose negando responsabilità dirette e indicando i ministeri (cioè il governo) quali responsabili della mancata sicurezza anche sui passaggi di denaro: la legge, ci segnalarono dall’Autorità, richiedeva alcuni decreti attuativi per essere applicata appieno. Questi decreti ministeriali, però, non sono mai arrivati e non sono marginali, ma fra i più delicati: riguardano l’effettivo limite a 100.000 euro dei contribuiti privati e il controllo sui mezzi di pagamento diversi dal contante.

La vecchia legge, poi, obbligava alla trasparenza per le donazioni superiori ai 5.000 euro (e non la vietava, di certo, per quelle inferiori). Con il finanziamento pubblico, però, il denaro privato o arrivava col nero – cioè tramite tangenti – o si palesava con grossi contribuiti di aziende storicamente vicine ai partiti. Chi ha scritto la riforma non ha pensato che l’utilizzo massiccio delle donazioni private avrebbe creato un problema di trasparenza. Oppure, se ci ha pensato, l’ha sottovaluto. I partiti tradizionali – cioè quelli con alte spese per sedi, iniziative, manifestazioni, dipendenti – hanno tentato di allestire forme alternative di finanziamento.

In due di circostanze, per esempio, il Pd di Renzi ha organizzato delle cene a pagamento con posti al tavolo concessi per 1.000 euro, abbondantemente sotto la soglia. In una delle cene, spendendone 5.000 (poi restituiti dal Nazareno) s’attovagliò pure una delegazione della cooperativa 29 Giugno di Salvatore Buzzi, poi arrestato nell’inchiesta Mafia Capitale. Nel Regno Unito, invece, sul sito della “Electoral Commission”, si riferiscono di tutti i donatori sopra le 1.000 sterline l’anno. L’abolizione del finanziamento pubblico, già ribattezzato “rimborso” dopo il referendum del ’93 sorto dagli scandali di Mani Pulite, è stata graduale ed è effettiva dal 2017. Nel frattempo, i partiti hanno delegato la raccolta del denaro alle fondazioni (dove i controlli praticamente non esistono).