“I partiti devono rendere trasparenti le fondazioni”

In campagna elettorale Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità anticorruzione, ha chiesto a tutti i partiti di impegnarsi sulla trasparenza dei finanziamenti. Nessuno ha raccolto l’appello.

Dottor Cantone, che idea si è fatto del caso Lega? I pm di Genova cercano 48 milioni di euro di finanziamenti che paiono spariti dai conti e L’Espresso scopre che c’è una Onlus misteriosa, parallela al partito, che raccoglie finanziamenti da costruttori e imprenditori.

È un tema delicato e della vicenda conosco solo quello che ho letto quindi non mi esprimo. Ma c’è una novità rilevante, l’utilizzo di una Onlus, che ha regimi di pubblicità analoghi a quelli delle fondazioni, molto semplificati.

Pare che quei soldi siano stati investiti anche in azioni e derivati.

Il comma 22 dell’articolo 9 della legge Monti vieta ai partiti di svolgere attività speculative con i propri fondi. Come spesso accade, però, c’è il divieto ma non la sanzione per chi trasgredisce.

Prima delle elezioni lei aveva parlato di una campagna “particolarmente delicata” dal punto di vista della trasparenza e dei rischi corruzione: la prima senza finanziamento pubblico. Ha notato qualcosa di poco chiaro?

Gli impegni economici dei partiti sono stati ridotti, pochissime attività, ancor meno manifesti. Ma è comunque importante sapere chi ha pagato chi e perché, in parte lo sapremo grazie ai bilanci dei partiti ma non basta. Avevo auspicato sia che ci fosse trasparenza volontaria sia che venissero messi nei programmi dei partiti due interventi a costo zero: interventi sulle lobby e riforma della disciplina delle fondazioni. Due riforme che nel contrasto alla corruzione sarebbero cento volte più utile che introdurre l’agente provocatore. Ho constatato qualche apertura, ma poi non c’è stato nulla di concreto. Spero il nuovo Parlamento se ne occuperà.

Cosa c’è di così critico nelle fondazioni?

Da tempo l’attività dei partiti si è spostata verso queste formazioni che ricordano le vecchie correnti. Ma sono regolate dal codice civile che però è stato scritto nel 1942 per associazioni come biblioteche o circoli ricreativi che dovevano gestire poche lire di fondi, non milioni di euro come le fondazioni attuali.

Quindi senza trasparenza.

Secondo un dossier di Openpolis, su 108 fondazioni, solo 15 a titolo volontario fanno una certa trasparenza sulle entrate. Ci vorrebbe invece una trasparenza totale sia sulle entrate, ma anche su come vengono impiegati i fondi raccolti. I bilanci devono essere certificati, come per i partiti, che hanno l’obbligo anche se non rischiano sanzioni in caso di violazione.

Chi deve vigilare?

Questo è il punto più delicato. La commissione che vigila sui partiti ha soltanto cinque membri, organico insufficiente e potere sanzionatorio non idoneo.

Se ne può occupare l’Anac?

Premetto a scanso di equivoci: non rivendichiamo alcun ruolo. Ma bisogna che ci sia qualcuno che può intervenire e applicare sanzioni anche interdittive, pecuniarie, fino alla liquidazione della fondazione.

La Fondazione Open di Renzi è riuscita a incassare 1,9 milioni in un anno. Il presidente, Alberto Bianchi, è stato messo da Renzi nel cda dell’Enel. Altri donatori hanno ricevuto nomine governative o leggi su misura.

Al di là dei casi specifici, la funzione della trasparenza è proprio far emergere gli eventuali conflitti di interessi e poter comprendere eventuali provvedimenti sospetti che poi saranno oggetto di valutazione della politica. Per questo oltre alla riforma dei requisiti di trasparenza per partiti e fondazioni serve anche una legge sulle lobby.

Ne servirebbe però anche una sul conflitti d’interessi.

Abbiamo introdotto regole abbastanza rigorose con la legge Severino sui conflitti d’interessi della burocrazia. Ma la legge Frattini sulla politica va modificata, finora non ha fatto emergere alcun conflitto d’interessi. Un esempio di situazione critica: il passaggio da ruoli di governo a funzioni dirigenziali in un’impresa che opera in un settore regolato dallo Stato.

I Cinque Stelle hanno creato un’associazione, Rousseau, che raccoglie piccoli finanziamenti individuali. Vede profili critici in questo?

La necessità di trasparenza vale per tutti i tipi di contributi. La pluralità di micro-contributi può talvolta essere usata per nascondere un’unica donazione frammentata. A maggior ragione diventa necessaria la trasparenza sulle uscite, così si capisce come e nell’interesse di chi vengono impiegate le risorse.

Calabria, “i vitalizi sono un diritto non modificabile”

I vitalizi sono un diritto non modificabile: ad affrontare la questione è il Consiglio regionale della Calabria (nella foto, il presidente, Nicola Irto). Che in un comunicato precisa: “A partire dalla presente legislatura, i consiglieri regionali non percepiscono alcun vitalizio”. E dunque, “nessun provvedimento discrezionale viene assunto in occasione della rivalutazione degli assegni, che avviene per effetto della vigente normativa”.

“Quanto alla questione dei vitalizi degli ex consiglieri regionali, già affrontata sul piano giuridico, si aggiunge nella nota, “si evidenzia che essa attiene alla materia dei diritti quesiti, principio di diritto non modificabile dal legislatore regionale”. Infine, il comunicato affronta l’obbligo di timbratura dei dipendenti pubblici in servizio presso le strutture speciali: “Si rileva che tale decisione, che armonizza la gestione del personale pubblico nel rispetto della legge, è divenuta efficace per effetto di una deliberazione dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale, assunta nell’ambito delle politiche di razionalizzazione e riqualificazione della spesa pubblica adottate in questa legislatura”.

Focus: lotta agli sprechi e ai voltagabbana

In un’intervista pubblicata ieri dal Fatto il presidente della Camera Roberto Fico ha tenuto a sottolineare che la sua elezione non è frutto di un intesa con altri partiti che guarda alla formazione del futuro governo. L’accordo con Forza Italia che lo ha portato insieme alla berlusconiana di ferro Casellati al vertice delle assemblee parlamentari non gli pesa “perché si è agito in democrazia, bisogna tenere conto di tutte le sensibilità nell’elezione delle presidenze”. Fico ha ribadito la sua intenzione di razionalizzare i costi di Montecitorio, a cominciare dal taglio della sua indennità di funzione e dei vitalizi e di svincolare il ruolo del Parlamento dai condizionamenti del governo: “Non concederò scorciatoie a nessuno”. Quanto al regolamento, secondo il neo-presidente della Camera va cambiato adeguandolo alle modifiche apportate dal Senato: “Vanno scoraggiati i cambi di casacca, per dire se un presidente di commissione cambia partito è opportuno che si dimetta”.

Dalle bollette del gas ai vitalizi: la fantasia “anticasta” al potere

Stipendi degli onorevoli e dei dipendenti, vitalizi, indennità di funzione: di quanto può essere tagliato il costo annuale del Parlamento? Nel suo discorso di insediamento da presidente della Camera, Roberto Fico ha indicato nel taglio dei costi della politica una priorità della prossima legislatura. Volontà ribadita nell’intervista al Fatto di ieri e confermata dalla scelta del Movimento 5 Stelle di puntare forte sulla nomina dei suoi uomini negli uffici di presidenza di Camera e Senato. E con la sponda della Lega, che continua a caldeggiare pubblicamente la lotta agli sprechi, la strada potrebbe essere in discesa.

I vitalizi. Passati sostanzialmente al contributivo quelli futuri durante l’epoca Monti, la grande incompiuta della scorsa legislatura è la legge Richetti, quella che proponeva di ricalcolare col metodo contributivo i vitalizi in essere (il risparmio stimato era di circa 75 milioni all’anno). Ma per riformare il sistema degli assegni agli ex parlamentari non è necessario approvare una legge, come si tentò di fare col “ddl Richetti”, poi affossato in Senato: basterebbe una delibera dell’ufficio di presidenza.

Nei bilanci di Camera e Senato, su uscite totali pari a 1,6 miliardi, si stima per il 2017 una spesa di 216 milioni di euro – comprensiva degli assegni di reversibilità – per pensioni e vitalizi degli ex parlamentari. I beneficiari sono poco meno di 3.000: si può sfoltire, anche se la Corte costituzionale – che ha comunque maggiori difficoltà a intervenire nelle norme delle Camere, dove vige l’autodichìa – potrebbe bocciare ogni intervento che leda diritti già acquisiti.

A voler intervenire sui vitalizi non sembra essere soltanto Fico: “Se si va verso un sistema pensionistico contributivo – ha detto Matteo Salvini a Porta a Porta qualche giorno fa – deve valere anche retroattivamente per la politica. Non è possibile che ci siano deputati o senatori che sono stati in Parlamento un anno e prendono 2-3mila euro di pensione, è immorale”.

Ma oltre agli assegni per gli ex onorevoli, parte cospicua dei bilanci di Camera e Senato la occupano i fondi per i dipendenti delle Camere adesso in pensione: 418,6 milioni totali nei due bilanci di previsione 2017. Tra ex onorevoli ed ex funzionari, quindi, quest’anno il conto presentato al Parlamento – e quindi ai cittadini – sarà di quasi 635 milioni.

Il personale. Gli stipendi nel Palazzo sono altissimi. Durante la scorsa legislatura ci aveva già provato il Pd a metterci una pezza: nel 2014 gli uffici di presidenza di Camera e Senato imposero un articolato sistema di tetti alla retribuzione per i 1.700 dipendenti del Parlamento, sistemava che culminava al massimo di 240mila euro previsto per la P.A. “Oggi abbiamo preso una decisione senza precedenti”, esultò l’allora presidente della Camera Laura Boldrini, ancora ignara che una valanga di ricorsi (più di 1.000 soltanto a Montecitorio) avrebbe affossato la delibera, che restò valida come un calmiere temporaneo fino al 2017. Da quest’anno gli stipendi possono tornare a crescere senza più fastidiosi limiti.

Oggi al Senato si prevedono 98,9 milioni per gli stipendi dei dipendenti assunti, più altri 21 per i lavoratori non di ruolo. Alla Camera le spese per il personale, di ruolo e non, schizzano a 190 milioni in un anno. Totale: 310 milioni, esborso ancora più alto di quello previsto per i parlamentari, che tra indennità e rimborsi pesano sulle casse dello Stato per 223 milioni.

Le indennità di funzione. In aggiunta allo stipendio da parlamentare, i regolamenti delle Camere prevedono indennità extra per i presidenti delle Aule, i loro vice, i questori, i segretari e i presidenti delle commissioni. Cifre che possono superare i 4.000 euro mensili e a cui alcuni neo-eletti hanno già detto di voler rinunciare. Roberto Fico, che durante la scorsa legislatura aveva rifiutato l’indennità da presidente della Vigilanza Rai, rinuncerà ai circa 4.200 euro aggiuntivi destinati al presidente della Camera. Paola Taverna, Riccardo Fraccaro e gli altri membri degli uffici di presidenza in quota M5S restituiranno 3.112 euro di indennità di carica, stessa cifra che Mara Carfagna (FI) ha dichiarato di voler devolvere in beneficenza.

Le commissioni parlamentari permanenti sono 28, a cui se ne aggiungono altre, diverse in ogni legislatura, con la stessa struttura: chi le presiede ha diritto a circa 26.000 euro lordi aggiuntivi ogni anno, oltre a una serie di benefit (rimborsi, auto blu, staff di consulenza). Su queste spese, ha confermato Fico al Fatto si può intervenire da subito: “Parleremo con i rappresentanti di ogni forza politica per chiedere che tutti rinuncino alle indennità che prendono per i vari ruoli. Lo stipendio da parlamentare può bastare”.

Auto blu e non solo. L’ultimo censimento del ministero della Pubblica amministrazione ha contato 29.195 auto a disposizione del settore pubblico. In Parlamento ce ne sono un paio di decine, ma può usufruirne solo chi ha una qualche carica (presidente, vice, segretari, presidenti di commissione, etc).

Nel comparto di revisione della spesa potrebbero poi finire altri sprechi “di palazzo”. Lo scorso ottobre Riccardo Fraccaro, allora segretario d’Aula alla Camera, dichiarò a Presadiretta di voler intervenire sui costi delle bollette di acqua, gas e luce di Montecitorio e Palazzo Madama. Un totale di 6 milioni di euro: “Si può risparmiare almeno mezzo milione di euro l’anno – aveva spiegato Fraccaro – se c’è la volontà di farlo lo si fa velocemente, altrimenti potrebbero passare anche dieci legislature”. Stando alle promesse bipartisan di questi giorni, i tempi dovrebbero essere brevissimi.

Camere con vista

L’ha scritto Antonio Padellaro, l’ha detto Roberto Fico al Fatto: il Parlamento può fare subito leggi importanti anche senza nuovo governo. Intanto si fanno le consultazioni e si vede se nascerà un governo, e quale, o si tornerà a votare, e quando. Per tre mesi al massimo (lo fa intendere Mattarella), l’ordinaria amministrazione la gestisce il dimissionario Gentiloni, ben conscio che la maggioranza che l’ha eletto non c’è più (era già minoranza nella scorsa legislatura, drogata dal premio incostituzionale del Porcellum, figuriamoci oggi che rappresenta il 20% dei votanti). Infatti, per le scelte di peso (tipo l’espulsione di diplomatici russi), consulta gli altri partiti. Che può fare il Parlamento in questo limbo? Non misure costose senza copertura, tipo quelle promesse dai vincitori: reddito di cittadinanza, riforma della Fornero, flat tax ecc. Queste richiedono un nuovo governo legittimato dal voto che sposti le risorse esistenti da un capitolo di spesa all’altro e ne recuperi – se ci riesce – di nuove. Ma norme a costo zero, o addirittura a saldo attivo, perché no? Fico, nell’intervista al nostro giornale, ne ha indicate alcune che non necessitano neppure di leggi vere e proprie, ma semplici riforme regolamentari.

Una è quella, già avviata al Senato da Grasso, contro i voltagabbana. Un’altra è l’abolizione dell’indennità aggiuntiva ai presidenti di commissione (che arrivano a guadagnare 18 mila euro e rotti al mese). Una terza è la norma sui vitalizi: per ricondurre le pensioni dei parlamentari (in carica o ex) al trattamento dei cittadini comuni basta una delibera degli uffici di presidenza, che potrebbe ricalcare la legge Richetti (Pd) appoggiata alla fine della scorsa legislatura da M5S, FdI e Lega e sabotata proprio dal partito proponente, che fece dire a Richetti ai suoi compagni: “Mi vergogno di voi”. Se i partiti cosiddetti “antisistema” – M5S, Lega e FdI – propongono subito queste tre cose, gli altri gruppi – Pd, FI e LeU – dovranno prendere posizione e votare sì o no. E, quando si andrà a votare, gli elettori se ne ricorderanno. Cioè premieranno chi ha detto sì e puniranno chi ha votato no a misure non certo risolutive, ma indicative dell’inversione radicale di rotta invocata dagli italiani nelle urne. A questi antipasti, ci permettiamo di aggiungere nel menu due primi più sostanziosi: sulla Rai e sui finanziamenti della politica. La Rai ha il Cda e il Dg in scadenza, da rinnovare a maggio: salvo miracoli, se ne occuperà il governo dimissionario, che la schiforma Renzi, tracopiata dalla Gasparri, rende padrone assoluto del “servizio pubblico”.

Il governo, s’intende, in combutta con la sua defunta maggioranza. M5S e Lega – gli unici partiti dotati di gambe e braccia per muoversi in scioltezza – dicano subito che intendono fare: vogliono partecipare all’ennesima abbuffata, lottizzando qualche consigliere e qualche direttore di rete e tg, o riformare subito il sistema? Nel primo caso, dimostreranno agli elettori di essere come gli altri. Nel secondo, potrebbero dire al governo di prorogare l’attuale vertice per qualche mese, in attesa di votare al più presto una proposta di legge sul “modello Bbc” (basta copiare quella di Valentini, Giulietti, De Zulueta e Sabina Guzzanti, con le firme di decine di artisti, giornalisti e operatori) per affidare la Rai in una fondazione guidata da chi ci lavora o ci dovrebbe lavorare, al riparo dalle grinfie dei politici. Sui fondi ai partiti, leggetevi l’intervista a Raffaele Cantone e le cronache sulla strana onlus sospettata di nascondere all’estero il tesoretto della Lega sottratto ai giudici. Invece di minacciare querele ai giornali che ne parlano, Salvini farebbe bene a presentarsi alla stampa con gli amministratori della società (pare siano uomini suoi) e spiegare la provenienza dei fondi, gli investimenti border line, i veri rapporti col suo partito e i responsabili delle decisioni (risalgono alla gestione Maroni o alla sua?). Dopodiché, siccome molti partiti e singoli politici controllano fondazioni, onlus & affini per rastrellare fondi senza pubblicarne i donatori con la scusa della privacy, il sospetto è che incassino legalmente tangenti mascherate da donazioni da aziende beneficate dai loro governi locali o nazionali.

Altrimenti dichiarerebbero i nomi dei benefattori, senz’aspettare che emergano da questa o quella indagine giudiziaria (le coop di Buzzi & Carminati al Pd, il costruttore Parnasi alla Lega, e così via). Quindi è urgentissimo che tutte queste sigle mascherate da fondazioni o da altro vengano assoggettate alle regole di trasparenza imposte ai partiti e ai singoli politici (con l’aggiunta si sanzioni severe): possono ricevere finanziamenti privati da chiunque (ergo, non da società pubbliche), purché donatori e beneficiari li dichiarino nella massima trasparenza. I 5Stelle, che fanno della trasparenza una bandiera e finora non sono finiti in scandali del genere, presentino subito una proposta di legge. E se Salvini, come dice, non ha nulla da nascondere, la faccia votare dai suoi: la maggioranza per approvarla ce l’hanno da soli. Se invece Salvini non ci starà, potrebbero votarla il Pd e LeU, se davvero vogliono superare il renzusconismo, fondato proprio sulla negazione della trasparenza. Leggi così attese e popolari possono creare in Parlamento un terreno comune per intese di governo. A proposito: il Corriere della Sera intervista un leader Pd (il capogruppo alla Camera Graziano Delrio) che vaneggia di “distanze sostanziali fra M5S e Pd”; peccato che il sondaggio di Pagnoncelli confermi l’opzione preferita dagli elettori del Pd, diametralmente opposta a quella dei vertici: un governo con i 5Stelle. Intanto la Lega ha superato il Pd che, come sempre, crede di capire tutto e non capisce nulla.

Juve-Milan, tutto in mano ai bianconeri

Ammainata la Nazionale, il (ri)sentimento popolare può dedicarsi in santa guerra alle volate di primavera. Scudetto, zona Champions, fronte Europa League, bolgia salvezza: non c’è capitolo che non sia rimasto clamorosamente aperto; e su venti, sono almeno sedici le squadre coinvolte. Il sabato di Pasqua gira attorno a Juventus-Milan. Allo Stadium, in campionato, il Diavolo ha sempre perso. Allegri, alla terza panchina d’oro, deve registrare le rotelle dopo lo 0-0 sordo e grigio di Ferrara. Le soste, inoltre, lasciano spesso tracce ambigue. Gattuso, lui, ha rianimato il Milan che però, prima della pausa, ne aveva presi cinque dall’Arsenal e due dal Chievo, sconfitto a fatica. Torna Bonucci, a Torino. Squalificato, all’andata non c’era. In un Paese normale verrebbe applaudito, nel nostro non so. Il risultato dipende da Higuain e Dybala: dunque, dalla Juventus. Se gioca come con la Spal, perde; se gioca come sa, vince. E attenzione agli ingorghi: già martedì, il Real per la Juventus in Champions; mercoledì, il derby di recupero per il Milan. Come si fa a non pensarci? Sarà contento Sarri. Ha ridotto a due punti il distacco e giocherà prima della Juventus, non dopo. A Reggio Emilia, contro il Sassuolo. Spazio ai titolarissimi, naturalmente. Il pronostico e, più in generale, il calendario baciano il Napoli. La Roma è di scena a Bologna e non sarà facile, con il Barcellona in corpo, uscirne senza danni. All’ennesima resurrezione, l’Inter ospita il Verona: per non batterlo dovrà impazzire un’altra volta. Il Toro di Mazzarri esporta la sua crisi a Cagliari, isola di pirati non sempre mansueti. Pericolo arrembaggi. La Lazio riceve il Benevento: a naso, non dovrebbe esserci bisogno del Var.

Barcellona, niente vela: c’è tempesta politica al governo

Barcellona. La formula strombazzata ai quattro venti, è proprio il caso letterale di questa vicenda, può sembrare tanto semplice quanto letale: “Inestabilidad política”, cioè “instabilità politica”. A causa della quale la Barcelona World Race, famosa competizione di vela, è stata sospesa. Che c’entra la vela con l’indipendentismo catalano? Gli ineffabili organizzatori della regata del giro del mondo che prevede imbarcazioni con due membri d’equipaggio, partenza (il prossimo 12 gennaio 2019) e arrivo a Barcellona, hanno cercato di spiegarla, sebbene in modo goffo: “Il clima di indefinitezza istituzionale e la mancanza di stabilità politica che ha vissuto la comunità catalana nell’ultimo anno” è stata decisiva per sospendere la regata. Gli sponsor, o meglio, “i potenziali patrocinatori” avrebbero manifestato infatti “la propria sfiducia”.

Un evento sportivo di questa portata – si legge nel loro comunicato diffuso giovedì 29 marzo – necessita di sponsorship private significative, le quali rappresentano l’unica fonte di finanziamento”: gli eventi di questi ultimi mesi, aggiungono “hanno impedito al Fnob di garantire la sponsorizzazione”. In ogni caso, gli organizzatori non intendono mettere a rischio il corretto svolgimento della competizione nell’interesse “sia delle squadre che del pubblico”.

Se questa è la situazione, allora perché non sospendere le partite di calcio, a cominciare da quelle del Barcellona che sta vincendo il titolo spagnolo… E perché non viene cambiato il tracciato della Vuelta ciclistica? In realtà, le motivazioni della Fundación Navegación Oceánica de Barcelona (Fnob) che organizza la regata assomigliano tanto a quelle del governo di Madrid. Ossia il conto salato del separatismo: che avrebbe indotto alla fuga 3 mila aziende e il 15 per cento dei turisti. Quanto al Barcellona, il presidente Josep Maria Bartomeu ha schierato la squadra a favore del referendum – in testa l’allenatore Guardiola, fermato una volta perché sospettato d’aver fatto viaggiare nel suo jet personale Puigdemont – e ha rivendicato il diritto a decidere sull’indipendenza da parte dei catalani, ma ha anche ribadito che vuole continuare a giocare nella Liga. Colpire il Barcellona sarebbe troppo oltraggioso e pericoloso. Causerebbe una rivolta davvero incontrollabile. Meglio prendersela con chi è più fragile: come la vela delle regate attorno al mondo. E poi c’è il fatto che la Fnob ha tra i soci varie istituzioni, tra le quali il municipio. Che non è un accenno casuale. Infatti chi lo guida?

L’alcalde di sinistra Ada Colau, che in questi giorni ha difeso con tutto il suo peso politico l’organizzazione catalana Pro Activa Open Arms, la cui nave sequestrata nel porto di Pozzallo dalla magistratura italiana che accusa armatori e capitano di aver salvato dei migranti in modo illecito. La Colau è convinta che il sequestro abbia come obiettivo eliminare dal Mediterraneo tutte le ong che cercano di salvare i migranti. Inoltre, per la prima volta, l’organizzazione catalana è stata costretta a chiedere aiuto al governo spagnolo per poter attraccare in un porto europeo: “Se fossimo uno Stato, la città di Barcellona farebbe di tutto per accogliere le navi di Open Arms e salvare esseri umani”.

Il problema è che il partito indipendentista Esquerra Republicana de Catalunya accusa l’alcaldesa di essere “riluttante” nel realizzare la regata e di voler porre fine ai progetti che “proiettano la Catalogna nel mondo, senza menzionare l’instabilità che ha generato il processo di secessione”. Una strambata che aggiunge veleni alla già tossica situazione.

Boom di indicazioni per lo Strega e record alla Fiera dei ragazzi

In vistadella 72esima edizione del Premio Strega sono state 40 le opere presentate dagli Amici della domenica. Un vero e proprio record, visto che la media in questi ultimi anni era stata di 25-26 segnalazioni, con picchi di 27 come nel 2017 e nel 2016. A far notare la loro presenza anche le case editrici: sono tante quelle che hanno tre o più opere segnalate. Al top Bompiani con 4 indicazioni. Tre i titoli Mondadori e altrettanti quelli Einaudi e Neri Pozza. Questo boom è l’effetto delle nuove regole del Premio che stabiliscono, tra le altre cose, che ogni Amico della domenica possa segnalare un’opera senza associarsi a un altro giurato. La prima dozzina di libri selezionati sarà annunciata il 19 aprile nella Sala del Tempio di Adriano, a Roma. Il 13 giugno sarà votata a Casa Bellonci la cinquina e il 5 luglio sarà proclamato il vincitore, al Ninfeo di Villa Giulia.

Intanto si è chiusa ieri a Bologna la Feria del Libro per Ragazzi che alla sua 55esima edizione ha visto 27 mila presenze: un +3% rispetto al 2017.

“Frida Kahlo non era colorata come pensate”

“Gli animali e la natura che ci appaiono feroci e mostruosi in realtà sono esattamente come noi”. Va dritta all’epigrafe del suo libro – Bestiario sentimentale nelle librerie italiane in questi giorni per La nuova frontiera – la scrittrice messicana Guadalupe Nettel. Dritta e secca, come la sua scrittura. Come il Messico inaridito dai narcos, isolato da Trump, ma “pieno di creatività, di stimoli e di fermento intellettuale”, come lei stessa ci racconta qualche giorno prima di intraprendere un nuovo viaggio per l’Europa, dove ha vissuto a lungo, tra Parigi e Barcellona. “Sarò in Italia a maggio al Salone del Libro di Torino. Non è stato facile tornare a vivere a Città del Messico, a volte è sconfortante la realtà del mio Paese”, racconta l’autrice in una risata amara.

“Ma lo dovevo al Messico, non ai messicani, ma a questo luogo che mi ha dato tanto. Sentivo di dover tornare a dare il mio contributo per cambiare le cose. E mentre Guadalupe Nettel, classe 1973, prova a spiegare il Messico dalla sua peculiare lente senza filtri, uno non può fare a meno di pensarla com’era. Come deve essere stato non vedere da un occhio e dover sopportare che per “aiutarla” le tappassero anche quello buono. Si diventa così una specie di animale? Con i sensi più aguzzi? Forse sì. Sarà per questo che, mentre ripassa con noi le metafore del mondo delle bestie che popolano la sua raccolta di racconti, accogliamo come ineluttabile il patto con la scrittrice che ci legge dentro. “Ogni animale da cui prendo spunto per i racconti ha un carattere subdolo quasi, un intento sotterraneo, qualcosa di mai evidente. Questo perché per me ciò che è importante è ciò che di noi non vediamo: la nostra ferocia e le altre emozioni sconosciute a noi stessi”. Ma anche la coscienza ha un ruolo fondante.

“Non credo troppo nel potere della ragione, anche se ovviamente è ciò che ci distingue dagli animali. D’altra parte credo che ragionare troppo ci renda immobili, come il millepiedi che tenta di capire come riesca a muovere le zampe per camminare e alla fine per troppo pensarci, non lo sa più fare”. E a svolgere il ruolo del protagonista nei racconti di Nettel in effetti non è certo la ragione: “più la coscienza, ma soprattutto la coscienza del dolore. Per il dolore bisogna passare per comprenderlo e per comprenderci. È l’unico sentimento che ci permette di guardarci davvero dentro”.

E i suoi racconti ce lo svelano il dolore, in tutta la sua crudezza: “Questo perché è anche il miglior viatico per l’empatia. Quando il protagonista soffre, a tutti viene voglia di abbracciarlo. Così lo scrittore può stabilire un patto con il lettore: generando empatia, appunto, e questo permette a chi legge di aprire gli occhi e di prendere coscienza della propria sofferenza”.

Ma non per questo i libri di Nettel sono senza scampo. “C’è una buona notizia: a salvarci può arrivare l’ironia”. Un altro sentimento molto diffuso nel Bestiario, un’ironia agrodolce, come quando una delle protagoniste si cura da un fungo sull’unghia con una medicina cinese – ah, grande invenzione! – sarà proprio con una cinese che si curerà dal mal di vivere suo marito.

Ma la donna è forte, almeno nella penna della scrittrice messicana, che si dice “felice del movimento femminile mondiale, pur nella sua durezza. “Per le nuove semine c’è sempre bisogno di smuovere in profondità il terreno, ma è così che nasceranno nuovi frutti. Siamo di fronte ad un nuovo ‘68 e ci portiamo dietro quelle conquiste per lasciarne delle nuove alle nostre figlie. In Messico una famiglia su tre subisce violenza domestica, e non bastano gli appelli alla sicurezza, così come con i narcos. La violenza è dentro di noi, bisogna imparare a riconoscerla e combatterla da dentro perché le cose possano cambiare davvero”.

Come le ha cambiate la sua “vicina di casa”, l’artista Frida Kahlo rivalutata ora in Europa. “Sono contenta che stia vivendo una nuova vita, lo merita. Restò sempre all’ombra di suo marito (Diego Rivera, ndr), pur essendo una maestra nel trasformare in arte il dolore. Ma attenti a come la rappresentate: non era così gioviale ed estroversa come la dipingete”.

Majorana, ci vuole un fisico alla Buffa per dirlo così

C’è qualcosa di nuovo, anzi di antico in Federico Buffa. Di attuale c’è la tendenza dello storytelling, il culto della narrazione sconfinante nella supercazzola. In politica abbiamo continui esempi con scappellamento a destra, a sinistra e al centro. Buffa è tutt’altro: in lui brucia il fuoco antico della telecronaca, della radiocronaca omerica, quando i match si raccontavano da soli, senza siparietti alla Gianni e Pinotto, senza inviati a bordo campo per sapere se Allegri si è soffiato il naso. Buffa è un narratore che viene dallo sport, ultimo olimpo superstite, ma sa far rivivere anche altri eroi, come è accaduto nel documentario Ettore Majorana – L’uomo del futuro trasmesso su SkyArte a ottant’anni dalla scomparsa del fisico siciliano (ancora una volta il servizio pubblico arriva dalla pay-tv).

La vicenda di Majorana è un giallo al quadrato; quello delle ipotesi fatte per spiegarne la sparizione, il suicidio, il ritiro in convento, il cambio d’identità e la nuova vita alla maniera del fu Mattia Pascal. Ma c’è anche il mistero che avvolge le teorie su cui lavorava nel ’38, quando l’Europa era sull’orlo del baratro e la fisica sperimentava le conseguenze devastanti della fusione termonucleare. Chissà, suggerisce Buffa, forse Majorana volle chiamarsi fuori da un futuro che intuì per primo. Come Kurtz, aveva visto l’orrore. Il teorizzatore dell’antimateria si smaterializzò: non si poteva trovare un modo più efficace per ricordare la sua presenza, e la sua grandezza.