Teramo, tagliato collegio elettorale. Il sindaco protesta

Il governo vuole cancellare il collegio elettorale di Teramo e il sindaco della città abruzzese non ci sta. “Tutti i livelli istituzionali devono ora mettersi insieme, trasversalmente: dall’assemblea dei sindaci, che ho chiesto al presidente della Provincia di convocare entro 10 giorni, ai parlamentari. Dobbiamo avere una reazione decisa a uno dei più gravi schiaffi che il nostro territorio abbia ricevuto” ha detto Gianguido D’Alberto. I margini per intervenire tecnicamente ancora esistono, ha spiegato D’Alberto, perché dalle amministrative è avviata la discussione parlamentare per la revisione della legge elettorale e, di conseguenza, per la modifica del decreto che stabilisce l’abolizione del collegio. “Bisogna superare l’attuale legge elettorale e applicare il sistema proporzionale con soglia di sbarramento, sul modello tedesco – ha rimarcato il primo cittadino – questa è la soluzione più coerente e adeguata per razionalizzare il nostro sistema parlamentare. Una soluzione che consentirebbe tra l’altro, nel nostro specifico caso, di recuperare il collegio”.

Maltempo, Gallura in ginocchio: case allagate e sfollati

Le forti piogge che negli ultimi giorni si sono abbattute sulla Sardegna non accennano a diminuire. Ieri in Gallura, nel nord della Regione, sei persone sono state salvate dai Vigili del fuoco dopo essere rimaste bloccate in casa e nelle proprie automobili a causa degli allagamenti. Messi in salvo anche una coppia di anziani in una villetta a Porto Rotondo, nelle vicinanze di Olbia: l’abitazione era stata invasa dall’acqua a causa di un fiume esondato nelle vicinanze. Particolarmente colpita la Costa Smeralda, con i comuni di Arzachena, Cannigione e Abbiadori invasi dall’acqua, oltre un metro e mezzo dentro le case.

Centinaia le richieste di aiuto ricevute dal 115 per allagamenti di negozi e abitazioni, mentre lungo le strade frane e piccoli smottamenti hanno reso difficile la circolazione delle auto. Nella Sardegna orientale l’allerta meteo durerà per tutta la giornata di oggi. A una settimana dall’uragano Apollo, che ha causato danni e feriti in Sicilia in particolare a Messina e Catania, il maltempo si è spostato sul mar Tirreno.

I giovani fanno i cortei, la finanza greenwashing

Ieri i media di tutto il mondo facevano a gara per contare il numero dei manifestanti che sfilavano per le strade di Glasgow, protestando per il clima a una settimana dall’apertura della Cop26, la conferenza sul clima dell’Onu. Centomila secondo alcuni, decine di migliaia secondo altri. “Un milione in tutto il mondo” si è spinto a ipotizzare una emittente. Qual che sia il numero, oltre che per la massiccia partecipazione, ciò per cui rischia di passare davvero alla storia questa Cop è il greenwashing.

L’ultima frontiera dell’ambientalismo di facciata è un gruppo di organizzazioni che radunano 450 imprese finanziarie globali con un patrimonio di circa 90mila miliardi di dollari. È l’Alleanza finanziaria di Glasgow per emissioni nette zero (Gfanz), una confederazione globale del denaro “soi-disant green” alla quale hanno aderito le associazioni per le emissioni nette zero di banche (Nzba), assicurazioni (Nzia), proprietari (Nzaoa), asset manager (Nzami), consulenti (Nzici) e fornitori di servizi finanziari (Nzfspa). A gestirla c’è Mark Carney, ex governatore della Banca d’Inghilterra e consigliere capo della Cop26 sulla finanza. A livello formale, Gfanz impegna i suoi membri a seguire i principi climatici delle Nazioni Unite, ma nessuna delle sei alleanze “net zero” che la compongono impone esplicitamente lo stop agli investimenti nelle fonti fossili per contenere l’aumento delle temperature sotto gli 1,5°C. Mercoledì 3 novembre, Gfanz ha annunciato di aver impegnato tutti gli associati, che gestiscono investimenti per 130mila miliardi di dollari, a raggiungere l’obiettivo delle emissioni nette zero nei prossimi tre decenni. Nel dettaglio, 29 società di gestione del risparmio si sono impegnate a ridurre le emissioni dei loro portafogli del 25-30% entro il 2025, 43 gestori patrimoniali per il 2030 o prima e le banche “net zero”, tra le quali le 12 maggiori degli Usa e Canada, hanno pubblicato “i primi obiettivi”. Ma negli ultimi tre anni le compagnie petrolifere e del gas hanno speso 168 miliardi di dollari nell’esplorazione di nuove risorse fossili. Più della metà della somma è stata investita da sole 16 società. Nel 2020 ben 39 delle 60 banche aderenti all’Alleanza delle banche per le emissioni nette zero (Nzba) hanno fornito 575 miliardi di dollari all’industria delle fonti fossili: all’Alleanza partecipano 21 delle 23 banche maggiori finanziatrici del fossile che rappresentano l’82% dei fondi globali per il carbonio. Cambieranno davvero strada?

Tra chi non si fida ci sono le organizzazioni non governative climatiche e ambientali, stanche di aspettare e verificare anno dopo anno i mancati rispetti degli impegni. Giovedì 4 novembre, a margine di Cop26, Urgewald e altre 20 Ong ambientali tra le quali Reclaim Finance, Rainforest Action Network, Sierra Club, Amici della Terra e Stop the Money Pipeline sono così passate al contrattacco e hanno pubblicato online Gogel, Global Oil & Gas Exit List, il primo database mondiale che raduna i dati finanziari, economici, ambientali e reputazionali di 966 compagnie petrolifere e del gas che rappresentano quasi il 95% della produzione globale di petrolio. Gogel fornisce informazioni dettagliate che consentono agli utenti di identificare prontamente i più grandi player del petrolio e del gas, nonché le società responsabili delle forme più inquinanti e controverse di produzione di petrolio e gas. Oltre l’80% dei produttori upstream di petrolio e gas elencati su Gogel, 506 imprese, stanno ancora sviluppando nuove riserve di petrolio e gas per aggiungere una produzione di 190 miliardi di barili di petrolio equivalente entro sette anni. Il database copre fonti di petrolio e gas non convenzionali e particolarmente inquinanti come fracking, sabbie bituminose, petrolio extra-pesante, metano da carbone, petrolio e gas dell’Artico e perforazione in acque ultra profonde (1.500 metri o più sotto il livello del mare). Gogel comprende anche i dati su 274 società midstream pari a quasi il 75% degli oleodotti e gasdotti in fase di sviluppo per un totale di 211.849 chilometri, oltre quattro volte il giro del mondo, e il 91% del comparto mondiale dei terminali di gas naturale liquefatto (Lng). Gogel è aperto a cittadini, politici, associazioni e istituzioni: sarà aggiornato costantemente per consentirà di controllare le aziende e spingerle a smettere di investire nel fossile per uscire da petrolio e gas. Perché in fatto di greenwashing fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio.

 

S.o.s. Acqua pubblica: l’ultimo tradimento. A dieci anni dal referendum partita chiusa

Non c’è pace per l’acqua pubblica e neanche per il tradimento, ciclicamente riproposto, del referendum che dieci anni fa di fatto negò allo Stato il potere di affidare la captazione e la distribuzione dell’acqua a società private e che cercò di porre un limite ai profitti possibili. Eppure la delega al governo per riformare i servizi pubblici locali, approvata due giorni fa dal Consiglio dei ministri nel ddl Concorrenza, fa proprio questo: consegna, di fatto, i servizi degli enti locali – quindi trasporti, energia, rifiuti ma anche, appunto, la gestione dell’acqua pubblica – ai privati.

I Comuni dovranno motivare all’Antitrust, con tanto di analisi sui costi e i servizi agli utenti, l’eventuale scelta di non ricorrere al mercato. Questo, ovviamente, lascia ampia facoltà di ricorso in tribunale alle imprese, esponendo per di più Comuni e amministratori al rischio di essere chiamati a rispondere per danni. Non bastasse, la delega impone anche una serie di paletti e monitoraggi per disincentivare l’affidamento in house e concede incentivi alle aggregazioni, di fatto favorendo le grandi multiutility. Un tradimento in piena regola di quanto stabilito dieci anni fa dai cittadini su un tema che fece molta presa sull’opinione pubblica: la gestione del servizio idrico affidata ai privati.

Dal 2008 al 2012: tutto quello che è successo

A spiegarci come si è arrivati a oggi e come si possa (forse) ancora intervenire è Enzo Di Salvatore, docente di Diritto costituzionale all’Università di Teramo ed estensore nel 2016 del referendum sulle trivelle. “Con questo ddl sulla Concorrenza – racconta – si torna alla situazione pre-2011. Il Testo Unico degli enti locali, fino al 2008, lasciava infatti liberi i Comuni di decidere il modello da adottare per tutti i servizi pubblici: titolarità pubblica ma gestione del privato, gestione completamente pubblica oppure mista. Poi, nel 2008, si decise che la gestione dei servizi pubblici locali da parte dei privati dovesse costituire la regola e quella degli enti locali l’eccezione. Ovviamente questo avrebbe riguardato anche il servizio idrico, nonostante l’Unione europea lasciasse libero lo Stato di decidere a quale modello ricorrere. E anche in quel caso fu introdotto l’onere della prova sul perché si fosse deciso di non ricorrere al libero mercato, la dimostrazione inequivocabile dell’eccezionalità”.

L’acqua in realtà era già un bene comune non alienabile, non vendibile, né privatizzabile: lo era prima del referendum e lo è rimasto anche dopo. Lo stesso vale per gli acquedotti, che erano e restano pubblici. Il punto “conteso” era ed è la gestione delle reti. Fu in quegli anni che maturò il referendum del giugno 2011: andò al voto il 5 per cento degli italiani, il 95 per cento dei quali fu favorevole all’abrogazione della norma. Il referendum fu identificato come “sull’acqua pubblica”, ma di fatto col primo quesito ci si esprimeva sull’affidamento di tutti i servizi degli enti locali, nel secondo sui margini di profitto dei gestori e la remunerazione fissa del capitale. Al vuoto normativo che si era creato con l’esito del referendum, spiega Di Salvatore, il governo riparò però con un decreto che, pur escludendo dal campo di applicazione il settore idrico, reintrodusse per gli altri servizi una regola analoga a quella abrogata

Ancora una volta si provò a dare precedenza al mercato e poi, ed eventualmente e solo come eccezione, alla gestione pubblica. Praticamente anche allora si chiedeva agli enti locali interessati di motivare con un’analisi di mercato perché la “libera iniziativa economica” non fosse idonea “a garantire un servizio rispondente ai bisogni della comunità”. Un raggiro, come poi certificato da una sentenza della Corte Costituzionale, che ha annullato la norma nel 2012.

.La recidiva di Draghi: come 2 governi di Silvio

Con un impressionante parallelismo, il ddl Concorrenza di Draghi stabilisce ora che la gestione dei servizi pubblici locali (tutti, acqua compresa) debba essere affidata nuovamente ai privati e che quella dei Comuni debba costituire solo l’eccezione motivata. Un eterno ritorno, una recidiva che oggi riporta in vita le decisioni di due governi Berlusconi bocciate dalla volontà popolare prima e dalla Corte costituzionale poi. E visto che per legge non esiste una durata massima delle decisioni di un referendum, né si è mai arrivati a una opinione unanime su di essa, può ben essere considerato un tradimento.

La delega al governo: ”Si può intervenire”

Resta in verità uno spazio di manovra. Il testo approvato in Consiglio dei ministri è un ddl di iniziativa governativa che assegna una delega a se stesso e chiede al Parlamento di identificare i criteri sulla base dei quali dovrà poi produrre i decreti legislativi per attuare quella delega. “C’è spazio per un intervento dei parlamentari – dice Di Salvatore – e anche nel rispetto della stabilità del governo, quanto meno le forze che si impegnarono dieci anni fa dovrebbero recuperare quell’impegno. Si possono proporre degli emendamenti”.

Anche perché, a oggi, la gestione dell’acqua pubblica in Italia vede già nella gran parte dei casi la presenza dei privati (da soli o in commistione pubblico-privata) e ciononostante, come testimoniano i continui aumenti delle bollette dovuti alla debolezza delle reti, l’efficienza non è una sicura conseguenza. “La principale obiezione che viene mossa dai neoliberisti è che il mercato garantisca efficienza e che opporvisi sia solo una presa di posizione ideologica – conclude Di Salvatore – Ma la politica è per definizione ‘ideologica’ e se ci si dovesse basare solo sull’efficienza e la migliore amministrazione, non ci sarebbe bisogno di un Parlamento o di una legge. Si spaccia per tecnica una volontà politica: la modalità di gestione dei beni comuni. La vera sfida sarebbe garantire l’efficienza della loro amministrazione pubblica”.

Morra rivuole l’indennità. E gli arretrati

Eora il divorzio può dirsi definitivo. Sicché prima c’era stata l’espulsione dal Movimento 5 Stelle, ma in fondo in fondo si sentiva forse ancora a casa. Ma adesso Nicola Morra ha invece rotto idealmente gli ormeggi: ha chiesto alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, di vedersi ripristinata l’indennità per la poltrona che occupa al vertice della Commissione Antimafia. A cui aveva rinunciato nel nome della sobrietà istituzionale come i suoi ormai ex compagni di partito, titolari come lui di una carica aggiuntiva. Ma tant’è: il passato è passato. E sì che Morra era tra i più intransigenti del verbo anti-casta. “Ettore Rosato annuncia, ora, di voler rinunciare all’indennità da vicepresidente della Camera. Mara Carfagna ha già annunciato che devolverà la sua ad associazioni non profit. Ora a sinistra e a destra emulano il M5S, ma quando nel 2013 l’abbiamo iniziato a fare ci sfottevano come pezzenti!” aveva scritto su twitter rivendicando la primazia pentastellata e quell’idea che fosse necessario mandare un messaggio al Paese contenendo i costi della politica. Ma era il 2018 e da allora sembra passato un secolo.

Fatto sta che da quando è stato espulso, perché si è rifiutato di votare la fiducia al governo di Mario Draghi, su Morra si sono rincorse le voci più disparate: che fosse possibile il suo rientro grazie a un provvedimento di “grazia” da parte del nuovo leader Giuseppe Conte. Ma anche dell’intenzione di Morra di farsi un partito suo con i pasdaran del grillismo della prima ora, ormai a disagio nel nuovo M5S. Adesso poco importano i disegni futuri: quel che è certo è che il 22 ottobre Morra ha preso carta e penna per scrivere alla Casellati che rivuole di qui, fino alla fine della legislatura, l’indennità di carica che vale circa 1.300 euro netti in più al mese a cui non vuol più rinunciare per la causa. Anzi, già che c’è, alla presidente del Senato ha chiesto pure se sia possibile riavere indietro gli arretrati, con la corresponsione di tutte le indennità di carica non percepite da quando siede alla presidenza dell’Antimafia: la sua elezione c’è stata a novembre 2018 e, stando al conto della serva, fanno circa 50mila euro. Ora al Senato la richiesta ha lasciato tutti di stucco. A Palazzo qualcuno se la ride, altri ancora si fregano le mani ché la notizia è una bomba: l’ora di restituir pan per focaccia è infine giunta.

Anche perché il presidente dell’Antimafia si è fatto un sacco di nemici, pure tra gli amici di un tempo, figurarsi gli altri: un anno fa, le sue parole su Jole Santelli, la governatrice calabrese morta di cancro e che gli elettori, come aveva detto Morra, avevano votato pur conoscendone la malattia, gli era quasi costata la poltrona all’Antimafia. All’epoca il Movimento 5 Stelle aveva preso le distanze e lui (che ancora vestiva la casacca pentastellata) c’era rimasto male, peggio di quando era stato accusato di morosità per via delle famigerate restituzioni. Ora il tempo delle restituzioni al partito è finito. E a quanto pare anche quello della rinuncia all’indennità di carica, anche se Palazzo Madama ancora non ha sciolto la riserva: va accertato se sia possibile il ripristino e se la revoca della iniziale rinuncia possa eventualmente aver anche effetto retroattivo. Mancano precedenti.

Graviano, ultimo obiettivo: uscire in permesso premio

C’è un permesso premio nell’orizzonte immediato di Giuseppe Graviano: il boss di Brancaccio, pluricondannato per strage, sta valutando la possibilità di presentare istanza per uscire temporaneamente dal carcere in cui rinchiuso dal 27 gennaio 1994, giorno in cui venne arrestato a Milano con il fratello Filippo nel ristorante “Gigi il cacciatore”. Lo rivela il suo avvocato Giuseppe Aloisio, intervistato nella puntata dello Speciale Tg1 curato dall’inviata Maria Grazia Mazzola in onda questa sera sul tema dell’ergastolo ostativo, che due recenti sentenze della Corte europea dei Diritti dell’uomo e della Consulta hanno di fatto “ammorbidito” per gli ergastolani stragisti, svincolando la possibilità di uscire dal carcere dall’obbligo di collaborare con la giustizia.

Mentre a Palermo la Dia è impegnata a valutare i risultati della maxi-perquisizione, disposta dalla Procura di Firenze nelle abitazioni di familiari e amici di Graviano, a caccia di riscontri alle sue dichiarazioni rese in due verbali, ancora segreti, del marzo scorso, ai magistrati della Dda fiorentina, che indagano sui mandanti occulti delle stragi del ’93, nello Speciale Tg1, il legale del boss disegna del suo assistito un profilo inedito e parecchio ambiguo, per il carico di potenziali messaggi lanciati all’esterno: corleonese stragista e detentore di segreti nella fase cruciale del passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica a suon di bombe, Giuseppe Graviano, a differenza del fratello Filippo, che ha ammesso la sua appartenenza alla famiglia mafiosa di Brancaccio, pur senza accusare nessuno dei complici, oggi, come dice l’avvocato Aloisio, “segue un corso universitario, ormai agli sgoccioli, una branca della biologia, e ciò è sintomatico di un’attività di risocializzazione”. A dispetto della lama rudimentale di 12 centimetri trovata nel letto della sua cella di Ascoli Piceno nel 2017: “Era una lama non sua – dice il legale – il processo è ancora in corso. Il mio assistito era stato trasferito proprio in quel momento”. E quando la Mazzola gli chiede se il boss gli ha mai manifestato l’intenzione di collaborare con i magistrati, l’avvocato si trincera dietro il segreto professionale: “A questa domanda non posso rispondere, rispetto ad argomentazioni che mi sono state rappresentate nel corso del colloquio difensivo. Non posso’’.

Quel che è certo,oggi, è che Graviano, come aveva fatto intendere in aula nel processo “’ndrangheta stragista”, sta valutando un’istanza di revisione per la sua condanna per la strage di via D’Amelio: “Lui fa una ricostruzione completamente diversa – rivela il legale – le sentenze vanno rispettate, noi stiamo valutando una revisione”. E che la strage di via D’Amelio, e soprattutto il suo esito processuale, sia un passaggio assai sensibile del nuovo percorso del boss di Brancaccio, è confermato dalla risposta che il legale ha fornito alla domanda diretta dell’inviata del Tg1: “Per quanto riguarda via D’Amelio, per caso Graviano ha indicato mandanti esterni a Cosa Nostra?”, chiede la Mazzola. “Dovrebbe essere il pubblico ministero a fare questa domanda al signor Graviano”, è la risposta del legale.

Intervistati dallo Speciale Tg1 (nel servizio montato da Valentina Favrili), infine, anche l’ex presidente della Corte costituzionale, Ugo De Siervo, secondo cui, se il Parlamento non legifererà sull’ergastolo ostativo, come indicato dalla sentenza della Consulta, che al Parlamento ha dato un anno di tempo, fino al maggio 2022, il rigetto alle istanze di libertà dei detenuti mafiosi “ricadrà sulle spalle dei giudici”, il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho (“lo Stato chiede alle vittime di collaborare e al mafioso garantisce il diritto al silenzio”), il pm Nino Di Matteo (“le decisioni di abolire l’ergastolo ostativo operate dalla Cedu e dalla Consulta oggettivamente, non sotto il profilo della volontà, vanno nella direzione auspicata dai mafiosi”) e Salvatore Borsellino, fratello del giudice ucciso in via D’Amelio: “Accettare che Graviano esca dal carcere attraverso una dissociazione, di fatto, è assurdo. Per riottenere la libertà un mafioso deve collaborare con la giustizia rivelando i suoi delitti e quelli dei suoi accoliti”.

E a Trieste in ottomila sfilano ancora contro il Pass. Disagi a Milano

Proteste in tutta Europa contro le misure di contenimento della pandemia. In Italia l’epicentro del movimento no Green pass, ancora una volta, è a Trieste. Ottomila manifestanti hanno sfidato i divieti della prefettura, che ha vietato presidi in piazza Unità d’Italia fino al 31 dicembre, e l’ordinanza del sindaco Roberto Dipiazza. L’ordinanza approvata alcuni giorni fa – mascherina obbligatoria in corteo e steward per assicurare il rispetto delle regole – è stata ampiamente disattesa. E non è mancato qualche momento di tensione. Un corteo di quattromila persone ha sfilato anche per il centro di Milano. Iniziative simili, sebbene meno partecipate, anche in altre città italiane, fra cui Torino, Roma, Genova e Padova. Un copione si è ripetuto anche in altre città d’Europa. Mentre oggi è stata convocata una marcia no vax anche ad Assisi, su cui la sindaca Stefania Proietti ha espresso “forte preoccupazione per il rischio di aumento dei contagi”.

Non è bastata, dunque, la linea dura annunciata dalle istituzioni triestine per disinnescare la rivolta e, soprattutto, per contenere i focolai di coronavirus che hanno riportato la città quasi in zona gialla. Ancora una volta le strade sono state prese d’assalto da gruppi provenienti anche da altre regioni, soprattutto dal Veneto, che non hanno rinunciato a scendere in piazza nonostante i divieti. La folla ha spesso inneggiato a Stefano Puzzer, il portuale diventato il volto del movimento, che da qualche giorno sta animando iniziative in altre città italiane e ieri era in Liguria. La settimana scorsa Puzzer aveva ricevuto un foglio di via dalla questura di Roma, dopo un presidio in piazza del Popolo in cui aveva posizionato accanto a sé alcune sedie vuote, riservate simbolicamente ai leader di governo impegnati in quel momento nel G20. Il corteo si è svolto sostanzialmente in modo pacifico. La tensione è salita quando alcuni manifestanti si sono avvicinati al cordone di polizia che proteggeva piazza Unità d’Italia: “Con questi cortei e assembramenti-focolaio Trieste ha dato e può bastare – ha dichiarato ieri l’ex presidente del Friuli-Venezia Giulia, Debora Serracchiani –. Il tentativo di entrare con la forza in piazza Unità è un pessimo episodio, uno scontro cercato da un gruppo di manifestanti e una deliberata violazione della legge, che si aggiunge alla pratica del disprezzo della salute e del mancato rispetto delle regole indicate. I triestini sono ormai stufi di vedersi sequestrata la città una volta alla settimana e di subire danni economici in nome di estremismi antiscientifici o di costituzionalisti improvvisati su internet”. A Milano i manifestanti si sono dati appuntamento per il sedicesimo sabato consecutivo. La protesta ha unito ancora una volta poli estremi, da destra a sinistra. In piazza c’era anche l’ex brigatista Paolo Maurizio Ferrari, già denunciato due settimane fa per corteo non autorizzato.

Preoccupa le istituzioni locali la marcia no vax convocata stamattina alle 10.30 ad Assisi, che si prevede radunerà partecipanti da tutta l’Umbria e da altre regioni italiane. I manifestanti hanno intitolato l’iniziativa “Marcia della dignità”, richiamando il tradizionale raduno per la pace. “Fatto salvo il rispetto del diritto a manifestare il proprio dissenso – ha commentato la sindaca – l’amministrazione comunale esprime forte apprensione perché, con l’incremento dei casi Covid negli ultimi tempi, l’eventuale formarsi di assembramenti può aumentare i rischi di contagio. Di fronte al diritto a scendere in piazza per esprimere le proprie idee, non ci si può dimenticare del diritto alla salute, che viene prima di ogni altro diritto. I contestatori sono liberi di manifestare il dissenso e questo è garantito dalla Costituzione, rivendicando la libertà di non vaccinarsi, ma tutti gli altri cittadini sono altrettanto liberi di scegliere di vaccinarsi e riprendersi la propria normalità”.

Scuola, domani nuove norme. I presidi: “Situazione grave”

Da domani scatteranno le nuove regole nella scuola per la gestione dei positivi, con l’obiettivo di mantenere il più possibile le lezioni in presenza: il ministero dell’Istruzione ha, infatti, inviato alle scuole il protocollo con le nuove indicazioni – in base alle quali la quarantena scatta in automatico solo con un piccolo focolaio di tre casi in una classe – corredato da una circolare con le spiegazioni tecniche per i presidi. Linee guida che non soddisfano il presidente dell’Associazione presidi, Antonello Giannelli: “Prendiamo atto del supporto operativo fornito oggi dal ministero, ma lo stesso ministero, tuttavia, non può limitarsi a fornire indicazioni e continuare a non avere consapevolezza della gravità della situazione”. I presidi hanno chiesto azioni concrete da parte del governo, altrimenti sarà mobilitazione: “I dirigenti scolastici continuano a garantire l’esercizio del diritto allo studio nonostante dispongano di risorse umane inadeguate nel numero e, spesso, nella preparazione professionale”, ha spiegato Giannelli ribadendo che “molte sono le segreterie con assistenti amministrativi non effettivamente qualificati e mai come in questi momenti risalta la necessità di figure che possano supportare il dirigente scolastico nell’organizzazione delle attività”.

Resta stabile il numero dei contagi da Covid nelle ultime 24 ore in Italia, Paese in cui resta “elevata” l’efficacia vaccinale. Secondo il bollettino quotidiano del ministero della Salute, sono 6.764 i nuovi casi di coronavirus (esattamente come venerdì). Il tasso di positività, con 491.962 tamponi molecolari e antigenici effettuati, è all’1,37%, in leggero aumento rispetto all’1,2% di ieri. Il Covid fa comunque ancora paura nonostante l’Italia, forte della robusta campagna vaccinale, sia in una situazione migliore della maggior parte dei Paesi europei. “La campagna vaccinale è andata bene”, ha spiegato Giovanni Rezza, direttore generale Prevenzione al ministero della Salute: “È andata meglio della Germania”, in termini di inoculazioni di dosi e ha specificato che “l’efficacia si è dimostrata piuttosto elevata”. Dato confermato dal report dell’Istituto superiore di sanità, soprattutto per quanto riguarda la prevenzione dei ricoveri (91%), la terapia intensiva (95%), i decessi (91%) con variante delta prevalente. “I vaccini ci consentono di guardare in maniera positiva quello che sta accadendo”, ha assicurato Silvio Brusaferro, presidente dell’Iss, guardando al boom di contagi in alcuni paesi europei come Germania e Regno Unito. Sembra infatti che l’Italia stia evitando “la grande ondata”, quella che “avrebbe saturato gli ospedali, li avrebbe congestionati e avrebbe fatto casi e molti morti, non solo a causa del Covid direttamente”, come confermato da Rezza: il merito va a vaccini, ovviamente, e alle misure di prevenzione. “L’introduzione del Green pass – ha ribadito Brusaferro – non ha annullato il rischio di trasmissione, ma lo ha ridotto e ha l’obiettivo di cercare di riaprire le attività e diminuire il rischio che si manifestino i focolai all’interno di queste strutture”.

Di Lorenzo, l’sms a Grillo per il progetto della tv

L’imprenditore Piero Di Lorenzo è presenza fissa nelle cronache (in positivo) dopo lo scoppio della pandemia. La sua Irbm, di cui è presidente, società operante nel settore farmaceutico, partecipa alla filiera della produzione del vaccino AstraZeneca. Ma Di Lorenzo ha qualche grana da risolvere a Firenze: è tra gli indagati nell’inchiesta sulla Fondazione Open, accusato di traffico di influenze illecite con l’ex presidente della Fondazione, Alberto Bianchi. Secondo l’accusa, “Bianchi, sfruttando relazioni esistenti con Lotti (…), indebitamente si faceva dare da Di Lorenzo” 130mila euro, contributi versati alla Open. Per i pm, era questo il “prezzo” della mediazione illecita di Bianchi in relazione “all’erogazione di finanziamenti pubblici per la realizzazione di una tv scientifica su piattaforma digitale e satellitare in favore del consorzio Cnccs, partecipato da Irbm, dal Consiglio Nazionale delle Ricerche e dall’Istituto Superiore di Sanità”.

Nel marzo 2019 il progetto High Science Tv è stato oggetto di un’interrogazione parlamentare firmata anche da Nicola Morra, presidente della commissione Antimafia. Morra chiedeva al governo di “attivare le procedure ispettive (…) al fine di accertare ogni eventuale violazione (…) sia per il tentativo di affidamento diretto del progetto di 9,7 milioni di euro alla Cnccs, sia per la costituzione della stessa società il cui socio privato non sia stato individuato con procedura di evidenza pubblica (…)”. La circostanza sembra aver fatto irritare Di Lorenzo che ne parla con Beppe Grillo (completamente estraneo all’inchiesta). Secondo quanto riporta un’informativa della Finanza del 7 luglio 2021, il 24 marzo 2019 l’imprenditore scrive a Beppe Grillo. “Ciao Beppe – si legge nell’sms agli atti – il progetto della Tv scientifica che tra mille difficoltà, stiamo concretizzando, la settimana scorsa è stato approvato in via definitiva dal Cnr (…) ieri è arrivato un attacco assurdo e strumentale da Morra (…) Sono basito perché è un progetto sul quale, come ti ho detto, non guadagniamo un solo euro (…) C’è modo di spiegare a Morra che gli hanno fatto fare una cosa senza senso? (…)”. Grillo risponde pochi minuti dopo: “Ho sentito Morra, il problema è nel Cnr non nel tuo progetto, mi manderà relazione…”.

Il 26 ottobre 2019 poi Di Lorenzo scrive al ministro Luigi Di Maio (estraneo alle indagini) dopo un articolo pubblicato dal Giornale dal titolo “Nei guai il ‘moralista’ Cnr: “Restituisca 36mila euro”. “Caro Luigi – si legge nell’sms a Di Maio riportato dalla Gdf – mesi fa ti avevo disturbato a proposito del coinvolgimento strumentale di Morra in una operazione messa in moto dal consigliere d’amministrazione Cnr (…) ti allego un articolo (…) che informa sugli sviluppi dell’inchiesta della Procura attivata dalla mia denuncia (…)”. Agli atti non risultano risposte di Di Maio. Di Lorenzo era stato accostato altre volte al mondo M5S. Nel 2020 alcuni quotidiani scrissero del contributo di 5 mila euro da parte della moglie di Di Lorenzo, Carmela Vitter, alla campagna di Dino Giarrusso per le elezioni europee. “Il finanziamento è regolare – aveva scritto l’ex iena su Facebook – L’ho accettato solo dopo aver saputo che nel 2018 la stessa persona aveva finanziato la campagna elettorale di tutto il M5S”.

Intanto il progetto High Science Tv per ora è fermo. Il 3 giugno 2021, il Cnr ha revocato la convenzione del 2019 con il Cnccs e, il 9 luglio, ha comunicato la restituzione dell’anticipo di 4,3 milioni di euro. L’ente, in delibera, ha motivato la decisione affermando che “a sei mesi dalla scadenza della Convenzione, non sono stati forniti elementi concreti che dimostrino la regolare esecuzione del progetto”. Il 20 maggio 2020, Cnccs aveva chiesto una “rimodulazione del piano finanziario”, definita “incongrua” dal Mur. Il Fatto ha provato a contattare Di Lorenzo, senza ricevere risposta.

“Diffusione illegale” Ma il conto è agli atti e non è più segreto

“Hanno messo online il mio conto corrente, violando Costituzione e leggi. (…) Hanno captato comunicazioni e intercettazioni con un metodo che è stato contestato persino dalla Cassazione” e ora “mi aspetta una lunga battaglia in sede civile e penale per ottenere il risarcimento che merito. (…) Non ho nulla da temere e anzi la pubblicazione incivile di questi documenti non fa che confermare la mia trasparenza e correttezza”. La “pubblicazione incivile”, a detta di Matteo Renzi, sarebbe quella di ieri del Fatto Quotidiano. In esclusiva abbiamo rivelato i dettagli degli introiti del leader di Italia Viva nel periodo che va dal giugno 2018 al marzo 2020. L’estratto del conto corrente dell’ex premier non è un documento che Il Fatto ha trafugato chissà dove. Bensì è oggetto di un’informativa della Guardia di Finanza depositata dalla Procura di Firenze nell’ambito dell’inchiesta sulla Fondazione Open e che vede Renzi indagato per altri fatti per concorso in finanziamento illecito. Qualche settimana fa, la Procura ha chiuso l’indagine, di conseguenza sono stati depositati tutti gli atti, che a questo punto non sono più riservati e possono essere utilizzati nell’ambito della cronaca giudiziaria. L’informativa della Gdf del 10 giugno 2020 contiene anche l’estratto del conto intestato a Renzi. Gli incassi dell’ex premier non sono oggetto di indagine. Dall’informativa però si scoprono i dettagli (alcuni finora inediti) dell’attività di speaker del senatore, attività che Renzi ha ribadito più volte essere legittima. Scrivono le Fiamme Gialle: “Tra gli allegati alla segnalazione per operazioni sospette, risulta accluso l’estratto, dal 14 giugno 2018 al 13 marzo 2020, del conto corrente (…) Bnl – filiale Senato Roma, intestato a Matteo Renzi”. E aggiungono: “Dalla disamina dell’estratto conto si rilevano: in avere per complessivi 2.644.142,48 euro”. Degli incassi complessivi nel periodo 2018-2020 vengono fuori pagamenti per gli speech come i 43.807 euro versati dal ministero delle Finanze dell’Arabia Saudita o i 19.032 euro pagati dalla 21 Investmenti Sgr “private equity di Alessandro Benetton”.

Ieri l’ufficio stampa di Renzi ha fatto anche sapere che il senatore “ha dato mandato ai propri legali di agire in tutte le sedi istituzionali per verificare la correttezza delle acquisizioni e delle pubblicazioni”. Sulla questione delle comunicazioni di Renzi, la Giunta per le immunità parlamentari è stata già incaricata di esprimere un parere. A investire il Senato sull’utilizzazione da parte dei pm di email e messaggi è stato lo stesso Renzi, il quale ha scritto per due volte alla Presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati, che il 12 ottobre ha deferito alla Giunta la questione. In sostanza per l’ex premier da parte della Procura di Firenze vi è stata una violazione dell’articolo 68 della Costituzione che prevede che per le captazioni e tutte le altre operazioni di indagine che riguardano i parlamentari sarebbe stato necessario chiedere, in via preventiva, l’autorizzazione alle Camere di appartenenza. In realtà le comunicazioni di Renzi depositate agli atti non sono dirette: si tratta di conversazioni con altri indagati, non soggetti alle guarentigie parlamentari.

Mentre l’ex premier annuncia battaglia, su Twitter Teresa Bellanova addirittura teme per la democrazia: “Pubblicare l’estratto del conto di un senatore e farlo avendo nelle mani intercettazioni non penalmente rilevanti uscite da palazzi della Procura, è un fatto che democraticamente dovrebbe allarmare tutti”. Mentre per Marco Di Maio, vicepresidente del gruppo di Iv alla Camera, “è contro la Costituzione che un quotidiano pubblichi l’estratto conto privato di un cittadino”. Ieri abbiamo sfogliato a lungo la Costituzione e il codice penale: non abbiamo ancora trovato l’articolo che avremmo violato pubblicando atti depositati.