Un modello di stile per garantire il servizio pubblico

“Credo che per fare del buon giornalismo si debba innanzitutto essere degli uomini buoni”

(da “Autoritratto di un reporter” di Ryszard Kapuciski – Feltrinelli, 2006 – pag. 19)

Sono stati già versati abbondantemente i canonici fiumi d’inchiostro, annacquato da lacrime altrettanto copiose e più o meno sincere, per aggiungere qui – su un giornale d’opinione, poco incline per sua natura agli elogi e agli encomi – un’altra commemorazione di Fabrizio Frizzi. Lui, certamente, non avrebbe gradito. Ma le testimonianze di riconoscenza e di attaccamento che hanno accompagnato le esequie, con quelle diecimila persone in fila davanti ai cancelli della Rai per rendergli omaggio e la partecipazione popolare ai funerali, inducono in sua memoria a qualche ulteriore riflessione sul servizio pubblico radiotelevisivo. E in particolare, su due punti: il patrimonio umano e professionale di quest’azienda e il modello di stile e di comportamento che deve contraddistinguere la sua programmazione.

Frizzi, com’è noto, faceva intrattenimento. Lo faceva con garbo, compostezza, leggerezza. Come si conviene, appunto, a una televisione pubblica che trae la sua ragion d’essere da un contratto di servizio con lo Stato e la sua principale fonte di finanziamento dal canone d’abbonamento. Una tv per tutti, ricchi e poveri, colti e meno colti, destri e sinistri.

Ma il servizio pubblico non è evidentemente solo questo. Sir John Reith, il mitico fondatore della mitica Bbc inglese, elencava nell’ordine i suoi compiti istituzionali: informare, intrattenere, educare. E non c’è dubbio che il core business sia proprio l’informazione e non solo quella circoscritta ai notiziari dei telegiornali. Un’informazione pluralista, come mission della tv pubblica, senza dimenticare la radio pubblica che spesso supera in qualità la sorella maggiore.

C’è poi l’aspetto educativo, diciamolo pure senza ipocrisie, che riguarda entrambe le funzioni principali del servizio pubblico. Vale a dire un ruolo pedagogico, nel senso laico e civile del termine. Un compito che va dall’educazione civica a quella culturale, da quella ambientale a quella stradale, da quella sanitaria a quella alimentare.

Nel genere televisivo dell’intrattenimento, Frizzi rappresentava un esempio di compostezza e di misura che resterà nella memoria della Rai e nel ricordo dei telespettatori. Non era certamente un modello esclusivo: appartiene a tanti altri professionisti dell’azienda e non esaurisce l’indispensabile varietà della sua comunicazione. Ma costituisce un punto di riferimento che resta valido anche per il futuro.

A maggior ragione questa regola si deve applicare a un’informazione necessariamente rigorosa, corretta e imparziale. E anche qui i buoni esempi non mancano: da Sergio Zavoli a Enzo Biagi, da Andrea Barbato a Giovanni Minoli e Piero Angela, da Angelo Guglielmi a Milena Gabanelli, quest’ultima bistrattata da una gestione miope e bigotta dell’azienda. Ma tanti altri, anche fra i giornalisti della radio pubblica, meriterebbero qui di essere citati.

Non si onorerebbe tuttavia la figura di Frizzi, se non ricordassimo – insieme alle sue doti e alle sue qualità – che la Rai vanta un patrimonio di professionalità, competenze ed esperienze che va riconosciuto e valorizzato. E se non individuassimo in quello stile di comportamento un codice replicabile, pur con tutte le articolazioni e le variazioni del caso, sia all’intrattenimento sia all’informazione. Ecco perché vale la pena salvaguardare il servizio pubblico, magari emendando i suoi limiti e i suoi difetti, come presidio inalienabile di pluralismo e democrazia.

Il caso Priolo e gli irreali salotti della tv

Serena Bortone ad Agorà sembra eccitata. La sua inviata a Priolo – piccolo centro siciliano a qualche chilometro da Siracusa – ha fatto un ottimo lavoro. Bisogna indagare quella notizia, da saltare sulla sedia. È la notizia del secolo: l’inviata da Priolo ha scoperto che in paese hanno votato il Movimento 5 Stelle. Ma come è possibile? L’inviata poteva dare un’occhiatina a Google, in cima all’elenco dei siti e dei vari feedback trionfa la chiave di ricerca: sindaco di Priolo arrestato. Antonello Rizza, Forza Italia, ha 4 processi in corso e 22 contestazioni di reato. Uomo di Nello Musumeci, pare, che tuttavia oggi avrebbe rinnegato prudentemente. Come mai in paese hanno votato il movimento? Guardiamoci intorno, signora, c’è una piazza all’incirca vuota, due vecchi seduti a un bar, uomini di mezza età che brancolano da un canto all’altro. Ignoranti e inutili. Le fontane di Priolo potrebbero zampillare mercurio, il petrolchimico sbracato di fronte esala gas dentro cui la gente creperà, come succede da sessant’anni a questa parte. A Priolo quasi non si nasce più, se non malformati (sapete anche il pescato è originale, ci sono esemplari alieni con le gobbe o con due lische). Ci sono feti malformati. O vecchi. Serena Bortone ha un solo pensiero in testa tuttavia: come mai hanno votato cinquestelle? Lo scollamento dal paese reale sconfina nel delirio. Qualcuno in studio – il sociologo Domenico De Masi – osserva: forse perché vogliono provare a cambiare le cose. Ma chi lo ascolta? Myrta Merlino raggiunge vette invece che nemmeno la Bortone con tutta la buona volontà. Tira in ballo i filosofi. Per parlare di noi, gente comune? Macché. “Salvini o Di Maio”, è in un cul de sac, ogni puntata è un cul de sac. Il filosofo Marco Guzzi giustamente parla di momento storico difficile, della crisi delle democrazie occidentali e soprattutto della sfiducia della popolazione più giovane nei confronti della politica, l’84% nel nostro Paese. L’onorevole David Ermini borbotta ridacchiando che Guzzi deve rispondere alla domanda della Merlino, ovvero: con il 33% di voti il movimento non può governare da solo, che fa che fa signor Guzzi? Guzzi replica che insomma non è interessante per gli elettori, per la gente comune tutto questo, che in definitiva i problemi sono altri per la gente comune, per il paese. La Merlino raggiunge le vette proprio adesso: suvvia Guzzi torniamo alla dura realtà. Lasci perdere queste astrazioni, Guzzi. ASTRAZIONI. La dura realtà. Salvini o Di Maio? Ecco. Stiamo calmi, in generale. E anche quando sentiamo un renziano, l’ex ministro all’agricoltura, Martina, rispondere ad alcune domande con promesse molto simili al reddito di inclusione. Che gli vogliamo dire? Hanno coniato inglesismi da fare pietà, assolvendosi (inter malo facta) nei loro salotti politici in tv dove niente è reale, sicché l’idea rimediata è un’idea speculare. Il paese non esiste. Si consolano a vicenda perciò. Esiste il vociare insulso dei talk, l’ottusità, l’egoismo di chi ne concepisce persino i contenuti. Non c’è un programma in tv che parlando di politica racconti il paese. Parlano di affari loro, privilegi e tecnicismi, tra un sorriso e una previsione che sa sempre di pettegolezzo. Conduttrici petulanti, anchormen compiaciuti ìche si sfregano le mani e i nei e fa un po’ senso forse, immaginiamo. Parlano di sbarramenti, leggi elettorali, alleanze. Nel frattempo il paese muore. La Bortone proprio non poteva credere. Il che fa pensare a una congerie di paraculaggine e cecità. Qui al sud si è neet per un fatto endemico, per dire. Lo si traducesse a quei vecchi seduti, un destino antico a cui oggi hanno messo il nome del futuro. Neet. Capito, adesso, Bortone?

L’incastro possibile sui programmi

Poiché il gioco delle poltrone è sospeso per una settimana, causa Pasqua e attesa delle consultazioni, è cominciato quello dei programmi: esiste un modo di incastrare le mirabolanti promesse da campagna elettorale in modo da definire un’agenda minima per un possibile esecutivo? La risposta sembra essere sì, se i possibili contraenti del patto scelgono la via del pragmatismo e puntano ad avere risultati concreti nel giro di 2-3 anni. Diventa invece un secco “No” se il retropensiero dei leader è incassare qualche effimero successo da spendere in una imminente nuova campagna elettorale o in quella – sicura – delle Europee 2019.

Il primo punto da affrontare è quello delle clausole di salvaguardia: un aumento dell’Iva automatico deciso dal governo Renzi con la legge di Stabilità 2015 (su questo in tv i dirigenti Pd mentono sapendo di mentire) che vale 12,5 miliardi da gennaio 2019. Per evitarlo servono altre coperture o un pesante aumento di deficit che porterebbe dritti a una procedura d’infrazione europea. Cinque Stelle e Lega hanno promesso di voler evitare l’aumento, ma non hanno mai detto come, con quali tagli o aumenti di altre imposte. Nel Pd è da sempre minoritaria la linea del ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan: meglio lasciar salire un po’ di Iva che legarsi le mani su tutto il resto impegnando risorse preziose per evitare che salgano i prezzi al consumo (con l’inflazione così bassa, dicono i sostenitori di questa linea, sarebbe un danno contenuto). Finché Luigi Di Maio e Matteo Salvini non chiariscono la loro proposta sull’Iva, nessun’altra promessa è credibile.

Nell’attesa che ci illuminino, comunque, vediamo il resto. I Cinque Stelle hanno promesso il reddito di cittadinanza: fino a 780 euro a persona per chi è disoccupato e povero, in cambio dell’impegno a lavori gratuiti per la comunità e di una ricerca attiva di un posto, anche con corsi di formazione. Di Maio dice che costa 17 miliardi, l’Inps 38. Nell’immediato poco importa, bisognerebbe comunque partire con interventi molto graduali mentre si riformano i centri per l’impiego e si mettono in Rete tutte le amministrazioni pubbliche coinvolte. Il reddito di cittadinanza sarebbe una base di dialogo ottima per il Pd, che vanta i successi del Reddito di inclusione, attivo da gennaio, che è una versione più sofisticata del Reddito di cittadinanza, universale nell’impianto ma limitata nelle risorse (297 euro medi al mese, 2 miliardi di budget). Sia Pd che M5S vorrebbero espanderlo, i democratici rivendicherebbero la primogenitura, i pentastellati l’incremento di risorse.

Anche Salvini si dice pronto a sostenere il reddito di cittadinanza, purché limitato nel tempo e orientato al lavoro. La proposta M5S non ha mai fissato limiti temporali (la scommessa è che il disoccupato riceva entro pochi mesi le tre offerte che non può rifiutare), il Rei invece non dura più di 18 mesi perché deve servire a uscire dalla povertà, non a eliminare ogni incentivo a uscirne. Di Maio non avrebbe problemi, è lecito supporre, a mettere un tetto alla durata della prestazione. E in campagna elettorale è stato il primo a sottolineare la condizionalità del sussidio alla ricerca di lavoro, per evitare le critiche di chi attribuiva ai 5Stelle l’intenzione di sussidiare parassiti da divano. Nessun ostacolo al compromesso, quindi. Anche se questo approccio “laburista” rischia di produrre pochi risultati concreti: se un sussidio monetario universale può essere molto efficace a contrastare la povertà, in un contesto economico stagnante difficilmente produrrà miracoli dal lato dell’occupazione. Conciliare la flat tax con qualunque altra proposta economica è invece complesso: l’idea della Lega di un’aliquota unica Irpef al 15 per cento produrrebbe un calo di gettito di 54 miliardi all’anno, oltre a distribuire molti più benefici ai ricchi che ai poveri. Per avere un bilancio sostenibile, l’aliquota flat dovrebbe essere così alta da renderla molto poco allettante per gli elettori. Sia Pd che M5S propongono ritocchi all’Irpef a beneficio dei redditi bassi, ma niente che possa diventare un surrogato della flat tax.

Un’area d’incontro possibile tra M5S e Lega – ma non Pd – è la riforma della legge Fornero sulle pensioni, a cominciare dal blocco degli innalzamenti automatici dell’età di pensionamento. I Cinque Stelle vogliono finanziare questi interventi tagliando detrazioni fiscali, la Lega riducendo la spesa per i migranti e la cooperazione internazionale attingendo da altri fondi nel bilancio dello Stato (nella proposta di legge a firma Fedriga del 2017). Trovare un compromesso su un intervento sostenibile e simbolico è possibile, azzerare la riforma no.

Sacrificando la flat tax, vari incastri sui programmi sono possibili. Ma solo dopo aver chiarito cosa fare dell’aumento dell’Iva da 12,5 miliardi.

Mail box

 

Tagliare i costi della politica deve essere la priorità

Roberto Fico, dopo aver rinunciato a 4.000 euro al mese di indennità, ha dettato il programma della legislatura: il superamento definitivo dei privilegi deve essere priorità. Su questo punto Di Maio deve sondare chi è disposto a collaborare con serietà e determinazione. I vitalizi, le indennità dei parlamentari sono soltanto la punta dello iceberg del privilegio diffuso in tutti gli organi dello Stato e delle partecipate. La politica deve scardinare questo modo di essere. Per realizzare questo scopo non ci devono essere nel governo né ministri di Forza Italia né ministri del Pd, altrimenti a quel punto è meglio andare di nuovo alle urne con questa legge elettorale onde non perdere più tempo e chiedere agli italiani la forza per realizzare il superamento dei privilegi, come detto da Fico.

Francesco Degni

 

I troppi morti sul lavoro sono effetto della precarietà

Continua, imperterrita, la strage di chi per vivere è costretto a morire. Lo stillicidio, agghiacciante, dei cosiddetti “incidenti sul lavoro”, continua come e più di prima, se si tirano le somme ci si rende conto che la cifra è pazzesca, inaccettabile, eppure se ne parla poco, solo quando succede qualche caso clamoroso, e poi tutto tace, fino a quello successivo. Nell’ultima campagna elettorale il tema della sicurezza sul lavoro non è stato minimamente sfiorato, la parola “sicurezza” viene declinata solo quando si parla di immigrazione o di furti nelle abitazioni o nei negozi. Eppure questa strage continua, non è dovuta al caso o al destino “cinico e baro”, ma è figlia di sfruttamento e precarizzazione, per le aziende la sicurezza rappresenta un costo che aumenta le spese di produzione e ne rallenta i ritmi, i lavoratori vengono sacrificati sull’altare del profitto, unica vera ideologia rimasta in questo mondo di niente.

Mauro Chiostri

 

I dem hanno perso l’identità e ora rischiano di sparire

Il Pd potrebbe estinguersi come tanti altri partiti in passato. Diventare uno zero virgola qualcosa o perire per sempre. Una bella notizia per la nostra democrazia. Una comunità nazionale è in continua evoluzione e con essa i suoi problemi e le sue paure, i partiti che non reggono il passo coi tempi, è giusto che vengano cestinati a favore di movimenti capaci di comprendere la realtà e proporre risposte credibili.

Il cuore di una democrazia è il popolo e le sue idee, non presunti contenitori e tanto meno i loro capi. Un partito sordo e cieco non serve a nulla. Diventa solo un cartello di persone che vogliono comandare. Proprio come il Pd che prima ha tradito quello che restava del centrosinistra inciuciando con Berlusconi, poi si è messo a difendere un malconcio establishment. Un doppio tradimento. Prima virando a destra e poi arroccandosi nei palazzi. Prima tradendo i suoi contenuti politici tradizionali, poi tradendo il suo popolo che si è giustamente vendicato nelle urne.

Una tragicommedia condita da una arroganza inaudita frutto di un leaderismo cinico mentre fuori dalla finestra il paese annaspava in una crisi devastante.

Una crisi sì materiale ma anche di credibilità verso la vecchia politica stessa di cui il Pd di Renzi ne è divenuto pilastro. Più che insensibilità politica, si è trattato di perdita di senso della realtà.

Dissociazione storica come dimostrano i voti che il Pd ha raccattato nei quartieri bene delle grandi città. Oasi di radical-chic spaventati dal perdere status, roba e ormai grottesche mire di superiorità intellettuali.

Quello che resta del mondo di centrosinistra e di certe sensibilità politiche, troveranno altre case, altre facce, altri progetti come successo il 4 marzo e sempre nella storia.

La politica vera ha vita propria e una prospettiva di più lungo periodo rispetto ai partiti e ai loro baroni.

Altra bella conferma. La partitocrazia e le sue élite scadute possono rallentare la storia di un Paese, ma non fermarla.

Renzi può blindarsi nel bunker e giocare sporco fin che vuole, l’establishment burocratico e giornalistico può tentare di boicottare il cambiamento fin che vuole, ma ben presto – a prescindere dalle strategie contingenti – arriverà il giorno in cui verrà sancita la fine del Pd e con esso un modo superato di intendere la politica e la democrazia.

Tommaso Merlo

 

Il Pd continua a prendere per fessi gli elettori

A cosa si puo opporre un partito che ne ha combinate quanto Bertoldo senza vergognarsi? Facendo le peggiori leggi da quando è nata la Repubblica italiana, tra le quali la “furba” legge elettorale che doveva impedire il governo al M5S e invece ha inchiodato la democrazia all’inciucio.

Stare all’opposizione di un governo democratico non ancora formato voluto dal popolo, partendo dall’irrazionale gestione Renzi con Renzi compreso, cercando ora ideali che avevano dimenticato, non è il percorso di un partito che ha perso le elezioni ma la demenziale risposta di chi continua a prenderci per fessi. Meglio cancellarli con una nuova elezione e non solo loro.

Omero Muzzu

Bonus mamma. Altro che umanitarismo, i giudici tutelano la legge e i diritti sociali

È notizia di ieri che la Corte d’appello di Milano ha approvato il bonus mamma di 800 euro anche per le madri straniere con permesso di soggiorno anche solo temporaneo. Se fossimo il Bahrein, il sultanato dell’Oman, o il Lussemburgo, che galleggiano notoriamente sui soldi per motivi petroliferi e fiscali, non ci troverei nulla di negativo, anche perché in certi sultanati non si pagano neppure le tasse in quanto il sultano non ne ha neppure bisogno. Ma sinceramente con la situazione italiana attuale, con esodati senza salvaguardia, pensionati senza pensione, disoccupati senza lavoro, terremotati senza casa, studenti senza scuole, malati senza ospedali, una notizia del genere non solo non fa bene all’economia e alla politica italiane, ma fa pure supporre di notevoli problemi neurologici dei preclari giureconsulti che hanno fatto questa straordinaria pensata. Non bastavano la corruzione e le tangenti, come diceva una volta la pubblicità: “Cirio regala”. Se queste persone decidono dei nostri soldi in questo modo, al di là di ogni umanitarismo di facciata, credo che Lega e M5S alle prossime elezioni non faticheranno ad avere il 100% e magari riformeranno anche i preclari giudici, mandandoli ai giardinetti

Enrico Costantini

 

Gentile Costantini, prima che nel merito, la sua argomentazione è viziata all’origine. La Corte d’appello ha confermato la sentenza di primo grado del tribunale che impedisce all’Inps di negare il bonus mamma alle straniere presenti in Italia senza permesso di soggiorno di lunga durata. La sentenza dice una cosa semplice: la legge non conferiva all’Inps alcun potere di restringere con una circolare il numero di beneficiari, che sono tutte le mamme regolarmente residenti in Italia, indipendentemente dal titolo di soggiorno. I giudici non c’entrano, se la prenda con la legge (o la nostra Costituzione). E lasci perdere i sultanati. L’Inps ha commesso una “discriminazione collettiva fondata sulla nazionalità” ponendosi al di sopra della legge. Quanto al “regalo” di cui lei parla, sappia che è a monte, perché la legge del governo Renzi non pone un tetto di reddito per beneficiare della misura, che così va a tutte le neo mamme, povere o ricche che siano. Altro che umanitarismo di facciata. Il costo per adeguarsi alla sentenza, stimato dall’Inps, è di 18 milioni, una cifra irrisoria a fronte delle problematiche che lei cita, dagli esodati ai terremotati. Discutere del tema immigrazione anche sul piano della capacità dello Stato di fronteggiarne i costi non giustifica la violazione dei diritti sociali. Sicuro che sia questo il programma di 5Stelle e Lega?

Carlo Di Foggia

Il giudice boccia Ryanair per i rapporti con il sindacato

“Un’altra importante vittoria della nostra organizzazione nella battaglia per il riconoscimento dei diritti dei lavoratori di Ryanair”, afferma la Filt-Cgil dando notizia del pronunciamento del Tribunale di Bergamo contro la compagnia irlandese, spiegando che “il giudice del lavoro ha dichiarato il carattere discriminatorio del comportamento tenuto da Ryanair in relazione alla cosiddetta ‘clausola di estinzione’ che prevedeva la cessazione del rapporto di lavoro degli assistenti di volo nel caso in cui il lavoratore effettuasse interruzioni di lavoro (work stoppages) o intraprendesse qualunque altra azione di natura sindacale, impedendo di fatto ai dipendenti di stabilire contatti con il sindacato”. “Il giudice – spiega il sindacato dei trasporti della Cgil – ha condannato Ryanair a risarcire la Filt Cgil per 50 mila euro”. “Siamo soddisfatti per la sentenza del Tribunale di Bergamo – scrive la Cgil – che su nostro ricorso ha condannato il comportamento discriminatorio posto in atto da Ryanair. È una sentenza innovativa ed esemplare – aggiunge il sindacato –. Sarà un punto di riferimento nella battaglia che conduciamo per i diritti dei lavoratori della compagnia irlandese”.

“Ci può scappare il morto, l’importante è connettere”

L’ultimo colpo all’ammaccatissima immagine di Facebook arriva da Facebook. Da Menlo Park qualcuno ha fatto avere a Buzzfeed US un memo interno del 18 giugno 2016, in cui uno dei vicepresidenti del social, Andrew “Boz” Bosworth, difendeva i metodi con cui Facebook si procura contatti e dati in nome di una unica missione: connettere persone, qualunque siano le conseguenze. “Magari qualcuno trova l’amore […]. O, al negativo, qualcuno muore in un attacco terroristico coordinato grazie ai nostri strumenti. Ma noi continuiamo. La cruda verità è che crediamo così ciecamente nel connettere persone che qualsiasi cosa ci permetta di farlo è spesso “buona” in sé. […] Questo giustifica tutto quello che facciamo per crescere. Tutte le discutibili pratiche che usiamo per importare contatti”, scriveva il vicepresidente, al social dal 2006, sempre in ruoli di vertice.

Problema: dalla lettera appare chiaro che, già nel 2016, Bosworth era consapevole dei problemi etici alla base del modello di Facebook e del possibile impatto indiretto della piattaforma. Come nota Buzzfeed, solo il giorno prima su Facebook live era andato in onda l’omicidio di un uomo a Chicago: un evento che aveva sollevato un dibattito fra i dipendenti del social. Bosworth era intervenuto immediatamente ribadendo non solo la missione dell’azienda, ma anche i suoi valori fondanti e la sua ideologia. “Lo stato naturale del mondo è di essere frammentato da confini, linguaggi, e sempre più da diversi prodotti. Non sono i prodotti migliori a vincere. Sono quelli più usati. Non vi illudete, siamo dove siamo grazie alle nostre tattiche di espansione”. In sintesi: pur di crescere, vale tutto.

“Era chiaramente un messaggio mirato a ricompattare le truppe”, ha commentato una fonte interna sentita da Buzzfeed. Malgrado l’intervento diretto, il dissenso non si era spento. La lettera è ricomparsa fra i dipendenti del social qualche giorno fa, dopo l’esplosione dello scandalo Cambridge Analytica, ed è poi stata fatta uscire: un leak rarissimo nel mondo chiuso e auto-difensivo delle Big Five tecnologiche.

Non è noto se, nel giugno del 2016, Mark Zuckerberg avesse fatto commenti al memo. È però intervenuto una volta pubblicato, prendendo le distanze da uno dei suoi più stretti collaboratori: “Boz è un leader di talento che dice spesso cose provocatorie – dice il fondatore –. Io e molti altri in Facebook non siamo d’accordo. Non abbiamo mai pensato che il fine giustifichi i mezzi. Siamo consapevoli che connettere le persone non sia di per sé sufficiente. Per questo l’anno scorso abbiamo cambiato la nostra missione e il nostro focus aziendale”. Lo stesso Bosworth ha fatto una acrobatica marcia indietro con un tweet giovedì: “Non sono d’accordo con quella lettera oggi e non lo ero quando l’ho scritta. Lo scopo era portare in superficie questioni su cui sentivo la necessità di un dibattito. Estrapolarla da quel contesto è scorretto”.

Dipendente pubblica scrive tweet contro i no-vax: M5s attacca

“Aspetto di vedere tuo figlio in ospedale per farmi quelle grasse risate che divertono voi bulletti da social. Non vedo l’ora di vederlo moribondo per sfotterlo sui social”. Complice questo tweet in Emilia Romagna si riapre la faida tra i pro vax e i no vax. A scatenare la rissa virtuale, con eventuali conseguenze reali, è stata Alice Pignatti, mamma e art director cesenate, vincitrice nel 2017 di un bando dell’Ausl di Bologna (al quale partecipò solo lei) volto ad “azioni innovative di comunicazione per aumentare l’adesione alle vaccinazioni pediatriche”. A segnalare il tweet, e chiedere la revoca dell’incarico pubblico, è la consigliera regionale del M5S Raffaella Sensoli che attacca: “Si tratta di un linguaggio inappropriato, un’espressione inaccettabile. La Regione ha da poco approvato una risoluzione che riguarda proprio il linguaggio dei social network e dell’odio che viene generato da esso”. Pignatti replica: “Non rappresenta in alcun modo il mio pensiero, non spero di vedere morire di morbillo il figlio di un profilo fake, ho sbroccato perché la figlia moribonda l’ho avuta e non mi piace sentirle augurare morte, a lei o ad altri bambini malati”.

L’indagato Ingroia ha ridotto i costi da 55 a 5,5 milioni

C’è un avvocato catanese, Andrea Musumeci, che per una consulenza semestrale ha chiesto 3.456.000 euro, nello stesso periodo in cui per consulenze e contratti a progetto venivano spesi 851.804 euro.

E c’è il ragioniere generale della Regione Siciliana, Vincenzo Emanuele, collezionista di incarichi in perenne conflitto di interessi: era, contemporaneamente, capo dell’ufficio che affidava i lavori, presidente della commissione che ne controllava la congruità tecnico-economica, doveva organizzare le direzioni lavori e vigilare sul piano di informatizzazione, cosa mai avvenuta, secondo l’esposto presentato in Procura da uno dei sindaci di Siese (Sicilia e servizi) che per questo non ha potuto esprimere un parere sui bilanci 2010 e 2011. Risultato: un “conto” di 88 milioni di euro che il socio privato, la società Engineering, ha presentato alla Regione (e il giudice ha finora respinto) sulla base di una transazione sottoscritta dal capo della Ragioneria siciliana Biagio Bossone il 9 ottobre 2012 e autorizzata il giorno prima dal governatore dimissionario Raffaele Lombardo, “pur essendo dimissionario e a soli 19 giorni dall’elezione del suo successore”, come ha denunciato Antonio Ingroia.

Due esposti alla Procura di Palermo, uno presentato da Ingroia, l’altro da uno dei sindaci della società, raccontano una gestione spericolata, che ha prodotto “truffe e arricchimenti illeciti”, in assenza totale di controlli, della società che doveva informatizzare la Sicilia connettendo in rete cittadini e uffici a cui oggi Ingroia, autore delle prime denunce, attribuisce le ritorsioni giudiziarie nei suoi confronti: “Quest’indagine contro di me è figlia di una gravissima attività di dossieraggio che coinvolge anche i servizi segreti – ha detto in un video caricato ieri su YouTube – emersa nel processo per l’intercettazione bufala contro Crocetta. Viene fuori che ero io il vero obiettivo perché avevo messo alla porta un gruppo di criminali, politici e affaristi che agivano con la sponda di giornalisti”. E infine l’affondo contro gli ex colleghi, già accusati di “non aver mai aperto un’indagine sulle mie denunce”: “A Crocetta è stato detto di non rivelare la notizia del dossieraggio, nota dal giugno scorso, neanche a me. Perché non si voleva che io ne venissi a conoscenza?”. Gli esposti fissano al 2008 l’inizio del tracollo quando, “con un clamoroso passo indietro – scrive Ingroia – Lombardo (allora governatore poi condannato in Appello per corruzione elettorale aggravata dal metodo mafioso, ndr) riporta la società al socio di minoranza nominando amministratore delegato l’ing. Giuseppe Sajeva della società Engineering”.

In quel periodo i dipendenti costano da 470 a 1.030 euro al giorno, pur continuando a percepire stipendi normali (da 1.200 a 1.700 euro), e nel solo mese di dicembre 2009 Siese vanta crediti dalla Regione per 78 milioni di euro. È lo stesso mese in cui, scrive Ingroia, “va in liquidazione Sicilia e-Innovazione, unico soggetto preposto al controllo e alla direzione lavori, cosicché il valore reale delle prestazioni resta indeterminato, aprendo il varco ai ripetuti tentativi di avere riconosciuto senza contraddittorio le pretese economiche”. È il periodo dei progetti fantasma, come e-Procurement, che doveva servire, attraverso una piattaforma telematica, a garantire l’acquisto in Rete di beni e servizi per gli uffici regionali, ma nel sito c’era una sola gara telematica, celebrata nel dicembre 2010: “Quella per l’acquisto di duecento toner per stampanti – ha scritto il sindaco nell’esposto – salvo apprendere che è la Toscana che ‘presta’ alla Sicilia la piattaforma di e-Procurement”.

Nell’esposto il sindaco segnala un altro affidamento sospetto, “poi censurato e bloccato a una società chiamata Quei srl”, compiuto “dall’amministratore delegato del tempo Dario Colombo, in autonomia rispetto al cda che aveva generato un ingente contenzioso”, sottolineando che “spesso dietro questo tipo di affidamenti si nascondono meccanismi elusivi delle regole di evidenza che spesso sfociano in contenziosi che con la successiva transazione generano comunque un vantaggio rispetto a un affidamento di dubbia legittimità”. Contenzioso levitato fino all’arrivo di Ingroia, nel settembre del 2013, a 88 milioni di euro, rivendicato alla Regione con una richiesta di sequestro delle somme dal socio privato, e bocciato dal giudice civile che ha considerato insufficiente la transazione autorizzata da Lombardo, rilevando la totale “assenza di adeguato procedimento di verifica e assenso” della scrittura privata sottoscritta in data 9 ottobre 2012 e prodotta dalla ricorrente in giudizio “non suffragata – si legge nel provvedimento – da idonei elementi di prova”.

Oggi Siese connette in un’unica rete 603 sedi della Regione, gestisce l’intero ciclo di vita di oltre 450 mila beni mobili regionali e gestisce un’unica banca dati che raccoglie più di 5.200.000 assistiti e circa 5.400 medici di base grazie a 116 dipendenti regolarmente assunti, come ha attestato il gip archiviando nell’agosto del 2016 le accuse contro l’ex pm. E nel 2017 è costata, come ha sottolineato Ingroia nella relazione inviata il 31 gennaio scorso al governatore Nello Musumeci, 5.586.145,47 euro, cifra assai lontana dal “costo annuale che ha toccato punte estreme di svariate decine di milioni di euro, anche oltre 55 milioni, comunque con un minimo mai sotto i 25 milioni di euro annui”.

La fabbrica green nel “cratere nucleare”

In una città che sembra il set naturale per l’ennesima serie sui morti viventi sopravvissuti a un disastro nucleare, 4R Energy Corp, joint venture tra Nissan e Sumitomo Corp, ha pensato di aprire una fabbrica per rivitalizzare batterie per auto elettriche. Un progetto descritto come unico al mondo.
Namie si trova a pochi chilometri da Fukushima, la stessa località che l’11 marzo 2011, a causa di un terremoto di magnitudo 9 al largo di Sendai, vide la sua centrale nucleare talmente danneggiata dallo tsunami da causare il disastro peggiore dopo quello di Chernobyl (il 26 aprile 1986 in Ucraina, 5 milioni e mezzo di persone contaminate da sostanze come uranio, plutonio e cesio-137).

Il governo del premier Shinzo Abe vuole riportare la vita a Namie che fino a poco tempo fa era dichiarata “zona proibita” perchè contaminata e l’apertura della fabbrica che tratterà le batterie esauste è un primo passo. Per alcuni, avventato.

Greenpeace sostiene che vi siano “livelli di radiazione troppo alti per consentire un ritorno sicuro” degli abitanti, ma Eiji Makino, capo della corporation ribatte: “A Parigi l’Avenue des Champs-Elysees mostra livelli due volte più alti”. Gli ambientalisti sono poco convinti e con loro gli ex residenti: Namie aveva 22 mila abitanti, ora solo 500 ed una concentrazione di strade vuote, carcasse di vetture, abitazioni-fantasma e cumuli di detriti. Chi ha trovato una alternativa non è più tornato. Ora arriva la Nissan con una idea per risolvere una esigenza commerciale: dare alle costose batterie per veicoli elettrici (EV) una nuova prospettiva di utilizzo anche dopo che abbiano superato il massimo delle prestazioni; perchè se il futuro della mobilità apparterrà ai veicoli elettrici, è pur vero che le case automobilistiche devono trovare un modo per rendere più economiche le loro auto; uno dei modi è proprio abbattere i costi delle batterie che possono rappresentare fino a un quinto del costo di un’auto perchè realizzate con materiali molto costosi tra cui cobalto e nichel.

La 4R Energy Corp intende ottenere nuove batterie analizzando in quelle usate ciascuno dei 48 moduli; i meno degradati saranno riassemblati per fornire batterie sostitutive per la prima generazione del modello Leaf (2010); prezzo di mercato delle nuove batterie 2.290 dollari, la metà di quelle attuali.

Quale sarà il prezzo per la salute degli operai, è tutto da vedere; il governo alla riapertura di Namie ci crede tanto da aver concesso alla corporation un cospicuo finanziamento – più della metà del costo del progetto – e il ministro Masayoshi Hoshino si è mostrato entusiasta: “Dopo sette anni, l’ordine di evacuazione è stato revocato nel marzo 2017”. La fabbrica che ha aperto all’inizio di questa settimana è ancora semivuota e vi lavorano solo una decina di operai; quello che rischia di essere un buco nell’acqua è il piano del ministro Hoshino e del sindaco Tamotsu Baba, di riportare gli abitanti di Namie nelle loro case. Hoshino la vede così: “Abbiamo bisogno di infrastrutture, posti di lavoro, scuole” e la struttura “all’avanguardia” per riciclare le batterie elettriche è un passo importante. La produzione dovrebbe iniziare a maggio; la Nissan – che spera di attirare l’attenzione di altri investitori – vuole moltiplicare per sei le vendite annuali di auto elettriche, entro il 2023. La corporation sogna già uno stabilimento con mille dipendenti. Vivi o zombie?