Mosca, due funzionari italiani fanno le valigie

L’ambasciatore Pasquale Terracciano, uno dei diplomatici italiani più esperti e abili, che ha preso da appena due mesi la guida dell’ambasciata a Mosca, era assente. Ed è così toccato all’incaricato d’affari, il ministro plenipotenziario Michele Tommasi, ricevere, ieri, dal direttore del Primo Dipartimento Europeo del ministero degli Esteri russo, competente per l’Italia, la nota verbale che notifica la decisione della Russia di espellere due funzionari dell’Ambasciata italiana. Sull’identità degli espulsi, c’è riserbo.

Proprio il ministro Tommasi, il 21 marzo, quando la guerra delle spie doveva ancora esplodere in tutta la sua virulenza, garantiva a un gruppo di imprenditori italiani che “i rapporti bilaterali tra Italia e Russia” avrebbero continuato a essere “eccezionali”, malgrado le nubi che l’avvelenamento dell’ex spia russa Serghei Skripal – al servizio di Londra – e della figlia Yulia già provocava sulle relazioni tra Mosca e l’Occidente.

Ieri è stato un via vai di diplomatici al ministero degli Esteri russo, ospitato in uno dei grattacieli moscoviti – 27 piani per 172 metri – progettati nel primo dopoguerra, in periodo stalinista, e noti come le Sette Sorelle. Al ministero, sono stati convocati molti degli ambasciatori dei Paesi che hanno testimoniato solidarietà alla Gran Bretagna per il caso Skripal, espellendo diplomatici russi: che lo avessero fatto di buon grado, come l’Ucraina o i Baltici, oppure ‘obtorto collo’, come si premura di fare sapere l’Italia, non fa differenza. Così, oltre ai rappresentanti di Londra, Parigi, Berlino e Roma, al ministero si sono visti diplomatici di Olanda, Polonia, Rep. Ceca, Romania, Lettonia, Lituania, Albania, Macedonia, Ucraina. Alla fine gli espulsi dalla Russia saranno pari agli espulsi russi dalla varie capitali: a oggi almeno 150. Le ritorsioni sono già state annunciate a 25 Paesi: Usa, Gran Bretagna e, in ordine alfabetico, Albania, Australia, Canada, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Macedonia, Moldavia, Norvegia, Olanda, Polonia, Rep. Ceca, Romania, Spagna, Svezia, Ucraina. Nei confronti di Belgio, Georgia, Montenegro e Ungheria, Mosca deve ancora formalizzare le decisioni.

Per la Gran Bretagna, dove la guerra delle spie è cominciata e da dove sono partite le prime bordate anti-russe, il Cremlino fa, però, un’eccezione e altera l’equilibrio degli espulsi: il governo della May dovrà ridurre la propria delegazione a Mosca allo stesso livello di quella russa a Londra. Il che vuol dire che i 13 diplomatici già espulsi non basteranno: altri dovranno andarsene, entro la fine di aprile.

La raffica di ritorsioni, scontata e preventivata, non suscita rilanci polemici. Anzi, la Germania pare avere fretta di lasciarsi alle spalle questa diatriba: “Siamo pronti al dialogo”, dicono a Berlino.

Polemiche ci sono in Italia, ma nei confronti del Governo Gentiloni, che ha deciso le due espulsioni, adeguandosi alle pressioni statunitensi e britanniche e ai comportamenti francese e tedesco. La Lega insorge, mentre il M5S tace.

“Una reazione di guerra, sproporzionata e illegale”

Da un anno a questa parte le organizzazioni non governative indipendenti, che informano sulle violazioni dei diritti umani da parte dell’esercito e delle autorità nei Territori palestinesi occupati, sono demonizzate e bollate come “traditrici”. Con il pretesto dei finanziamenti stranieri, gli ex soldati e i riservisti israeliani di Breaking the silence e gli attivisti ebrei contro l’occupazione di B’Tselem sono stati messi nel mirino del governo di destra-religioso guidato da Benjamin Netanyahu.

Secondo il portavoce di B’Tselem, fondata nel 1989 da Zehava Gal-On e dallo scrittore David Grossman, il comportamento dell’esercito israeliano nei confronti dei dimostranti di Gaza è stato “del tutto illegale”. Uno dei tanti problemi irrisolti da parte della comunità internazionale e lasciato sulle spalle stanche dei gazawi, quasi tutti profughi della prima ora. Entrambe le organizzazioni hanno sottolineato che: “Sparare a dimostranti disarmati è illegale e qualsiasi alto ufficiale che consenta un’azione del genere sta agendo al di fuori della legge”.

Già alla vigilia del sit-in a ridosso della zona di sicurezza – creata da Israele sul territorio riconosciuto dalle stesse autorità israeliane come appartenente a Gaza e quindi erodendo altro spazio alla già esigua Striscia – B’Tselem aveva pubblicato sul suo sito un comunicato in cui sottolineava che “le zone in cui si tengono manifestazioni pacifiche o disarmate non possono essere considerate zone di combattimento o guerra”. Un attivista dell’Ong che preferisce rimanere anonimo per evitare ritorsioni, ha spiegato al Fatto che “va anche messo l’accento sulla sproporzione della reazione israeliana contro civili disarmati”.

Ma non tutti erano disarmati, come è emerso da filmati e fotografie. “Pietre e molotov non possono essere considerate alla stregua dei carriarmati e dell’artiglieria pesante che l’esercito israeliano ha utilizzato per sparare ad altezza uomo sulla folla”. Le delucidazioni pubblicate dall’Ong israeliana spiegano che: I funzionari israeliani il giorno precedente la manifestazione hanno ripetutamente minacciato di rispondere con munizioni vere, ignorando completamente il disastro umanitario a Gaza e la responsabilità di Israele, inquadrando indistintamente tutti gli eventuali manifestanti come terroristi e riferendosi a tutta Gaza come a una zona di combattimento”. Tradotto: i vertici delle forze armate israeliane e il ministero della Difesa hanno a priori deciso che i palestinesi che avrebbero partecipato al sit-in sul confine sarebbero stati presi di mira, ancora una volta, con pallottole vere, indipendentemente da cosa avessero in mente di gridare e usare per chiedere il riconoscimento di un diritto decretato dalle Nazioni Unite.

Il ritorno dei massacri 15 morti e 1400 feriti

La “Grande Marcia del Ritorno” orchestrata da Hamas con migliaia e migliaia di manifestanti portati fino a ridosso del confine fra la Striscia di Gaza e Israele è diventata rapidamente un bagno di sangue. I palestinesi uccisi sono almeno 15 e i feriti abbondantemente sopra il migliaio. In centinaia hanno invaso le malconce strutture ospedaliere della Striscia portandole al collasso. È stata una giornata di guerra. In oltre 1400 hanno affollato ogni pronto soccorso, ogni ospedale di Gaza. In serata è finito il filo di sutura, niente più lastre, niente analgesici, bende ricavate stracciando le consunte lenzuola delle corsie. L’ospedale “Al Shifa” di Gaza City dopo le 20 – quando partono i vecchi generatori elettrici a gasolio per superare l’ennesimo blackout – alza bandiera bianca. Non è più in grado né di assistere né di soccorrere alcuno.

La giornata che si annunciava drammatica è diventata tragica fin da metà mattinata quando – portati dai pullman organizzati da Hamas, in circa trentamila – secondo le stime dell’esercito israeliano – migliaia di manifestanti in 6 punti distinti lungo il confine con Israele hanno cercato di avvicinarsi alla barriera protettiva lanciando copertoni incendiati e sassi, provocando la reazione delle truppe israeliane schierate in forze lungo tutta la frontiera. L’Idf nel tentativo di evitare sfondamenti della barriera ha usato droni lanciagranate stordenti e fumogene, pallottole di gomma e pallottole vere. Anche i tank hanno aperto il fuoco, nonostante il portavoce del comando israeliano per il sud, il generale Ronen Manelis, avesse promesso moderazione nel tentativo di tenere lontani i palestinesi dalla barriera.

L’Anp ha chiesto “un intervento internazionale immediato e urgente per fermare il bagno di sangue”. L’esercito israeliano dice di aver preso di mira con i suoi cecchini “i principali istigatori” delle proteste violente. La leadership di Hamas si è dispersa fra i vari gruppi della marcia. Il capo politico di Hamas, Ismail Haniyeh, a est di Gaza City; Yahya Sinwar nel sud e il potente “ministro degli Interni” Fathi Hamad nel nord. Ci sono le loro immagini tra la folla, mentre incoraggiano la gente mostrando il loro sostegno al tributo di sangue che i disperati di Gaza hanno offerto ai padroni del loro destino da più di dieci anni. “Le minacce di Israele non ci spaventano – le roboanti parole di Haniyeh – non ci sono alternative alla Palestina e al diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi”.

La protesta da Gaza si è allargata anche ai Territori occupati: scontri sono scoppiati in Cisgiordania – all’ingresso di Ramallah e nel quartiere di Bab a-Zawiya a Hebron – tra forze di sicurezza israeliane e decine di manifestanti che hanno dato fuoco a pneumatici e lanciato pietre. Le forze dell’ordine hanno risposto, cercando di disperderli.

Hamas a Gaza conta di ripetere ogni venerdì nelle prossime settimane queste marce di protesta, fino al 15 maggio – il giorno della Nakba (catastrofe) per i palestinesi – che ha segnato lo spostamento di migliaia di persone nel conflitto che scoppiò nel 1948 dopo la nascita di Israele.

Da settimane Hamas ha intensificato la sua attività perché vede l’opportunità di uscire da un pantano da cui non riesce a districarsi. Dalle guerra del 2014 le condizioni interne alla Striscia sono andate via via degradando; acqua imbevibile, elettricità solo per 4 ore al giorno, aumento della disoccupazione. Il tentativo di Hamas di gestire la vita civile è fallito. Per questo il nuovo leader della Striscia, Yahia Sinwar ha compiuto un passo audace nel tentativo di riconciliarsi con di Abu Mazen nella speranza di consegnare le redini dell’amministrazione all’Anp. Ma la “riconciliazione” è morta lo scorso mese con il fallito attentato al premier Rami Hamdallah mentre entrava a Gaza.

Adesso per Hamas restano due scelte. La guerra con Israele, ma le sue conseguenze intimoriscono gli islamisti. Oppure le manifestazioni di massa come quella di ieri che spingeranno Israele a rispondere e nel caso di numerose uccisioni riporteranno la questione palestinese sulla scena internazionale. Un disegno folle e pericoloso, che sfrutta ancora una volta la disperazione della popolazione civile.

La scorsa settimana nel kibbutz di Nahal Oz, che si trova a meno di un chilometro dalla barriera con Gaza, è stato commemorato un membro della comunità ucciso nel 1956 da una banda di infiltrati palestinesi dalla Striscia. Fu Moshe Dayan a pronunciare l’elogio funebre, che allora sembrò una previsione pessimistica: “Come possiamo lamentarci del loro intenso odio nei nostri confronti? Da otto anni stanno seduti nei campi profughi di Gaza mentre davanti ai loro occhi stiamo espropriando le loro terre e villaggi, dove prima di loro abitavano i loro antenati”.

Anche Fossano aveva il suo jihadista: arrestato un 19 enne

Foggia, Torino, Roma e Latina, e ora anche la (apparentemente) tranquilla provincia di Cuneo. Si stringe la morsa delle forze dell’ordine contro militanti e sostenitori dell’Isis. I carabinieri del Ros e del comando provinciale di Cuneo, su richiesta della Procura distrettuale di Roma-Gruppo antiterrorismo, hanno fermato a Fossano, comune di neanche 25mila abitanti a una trentina di chilometri dal capoluogo piemontese, un 19enne marocchino. Si chiama Ilyass Hadouz, ma si era ribattezzato Ilyass El Magrebi, ed è accusato di istigazione a delinquere aggravata dalle finalità del terrorismo e partecipazione ad associazione con finalità di terrorismo internazionale. Attraverso i suoi numerosi account social, da Facebook a Instagram e Twitter, faceva e rilanciava un’intensa propaganda jihadista inneggiante al martirio, alla ricompensa che Dio concederà alla comunità dei musulmani impegnati nella “guerra santa” e alla punizione per i miscredenti, esaltando le gesta, il valore e il coraggio dei combattenti in nome di allah. “È deprimente morire di vecchiaia – scriveva su Facebook – ai miscredenti saranno destinati giorni neri che faranno imbiancare i capelli ai bambini”.

Ilaria Alpi, 3 milioni all’innocente Hashi. “Verrò in Italia, anch’io voglio la verità”

Tutto fuorché dimenticare. Hashi Omar Hassan, il somalo detenuto – da innocente – per diciassette anni con una condanna sulle spalle per l’omicidio Alpi-Hrovatin non ha nessuna voglia di cambiare semplicemente vita. È stato scarcerato definitivamente il 19 ottobre del 2016, dopo che la Corte d’Appello di Perugia lo ha assolto nel processo di revisione. Era stato affidato ai servizi sociali un anno prima, tre mesi dopo la messa in onda dell’intervista dell’inviata di Chi l’ha visto?, Chiara Cazzaniga, al testimone falso del caso, Gelle. Giovedì scorso la stessa Corte di Appello di Perugia ha stabilito il risarcimento del danno per Hashi per 3,18 milioni di euro, riconoscendo l’errore giudiziario e l’ingiusta detenzione. “Non posso dimenticare quei diciassette anni in carcere – commenta Hashi Omar Hassan al Fatto quotidiano – e il 17 aprile sarò a Roma, davanti al Tribunale, quando i giudici dovranno decidere sulla richiesta di archiviazione del fascicolo sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Anch’io voglio la verità come la madre di Ilaria”. Il caso non si chiude con la sua assoluzione. Anzi. La sua innocenza è la prova evidente di depistaggi, prove sparite, testimoni falsi che scompaiono al momento opportuno. È il volto simbolo della giustizia negata per il duplice omicidio del 20 marzo 1994.

Questo ragazzone sempre sorridente, non si è mai arreso. Ha sempre sostenuto la sua innocenza, presentandosi regolarmente in tribunale al momento della lettura della sentenza di appello del 2002, che lo avrebbe poi condannato dopo un primo proscioglimento. “Finalmente, dopo vent’anni, ho potuto incontrare mia madre, che ora vive in Svezia”, commenta felice. L’ultima volta l’aveva vista a Mogadiscio il 10 gennaio 1998, prima di essere portato in Italia.

Roma, il tir turco arriva in via del Corso “bucando” la blindatura pasquale

Un tir di 12 metri con targa turca nel cuore dello shopping capitolino, di venerdì santo, nonostante la task force antiterrorismo disposta dalla Questura di Roma per le festività pasquali. Nessun malintenzionato alla guida, solo un autista spaesato cui il datore di lavoro aveva erroneamente ordinato di scaricare quintali di biancheria intima in un negozio nella strettissima via dei Prefetti, proprio dietro la sede del Parlamento. Il Tridente Mediceo è parte di una temporanea ‘Green zone’, area di massima sicurezza e a elevata presenza delle forze dell’ordine. Nonostante questo, ieri intorno alle 11 il camion ha prima superato i varchi della ztl centro storico svoltando dal Lungotevere in direzione via Tomacelli – manovra vietata già nei giorni normali per quel tipo di veicoli, se non fra le 20:00 e le 7:00 e per massimo mezzora – ha percorso tutta la strada ed è arrivato fino a largo Goldoni, proprio di fronte al palazzo Fendi. Qui il veicolo è stato bloccato una prima volta dalla pattuglia fissa della polizia, che ha rilevato la buona fede dell’autista turco e gli ha ordinato di girare a destra per via del Corso fino a raggiungere piazza Venezia e uscire dal Tridente. Il tir è quindi ripartito e, seppur a passo d’uomo, ha proseguito nella strada dello shopping per altri 200 metri, fino a essere bloccato una seconda volta fra San Lorenzo in Lucina e via del Parlamento, stavolta dai carabinieri. Gli uomini dell’Arma hanno fermato il camionista turco, controllato i documenti, contattato l’amministratore del negozio di via dei Prefetti – in realtà il carico era destinato a un magazzino di Monterotondo –, verbalizzato la multa per l’evidente violazione e scortato il veicolo in una “area sicura”. Resta il fatto che quel camion, di quelle dimensioni, fino a lì non ci sarebbe dovuto proprio arrivare.

“L’allarme attentati c’è sempre ma la minaccia non è più alta”

“Èchiaro che nell’ambito della rete ci sono sollecitazioni a commettere attentati anche in Italia. Non c’è dubbio e d’altro canto segnali di questo tipo sono stati colti in numerose indagini. Ma proprio il fatto che sono stati colti significa che ci sono organismi di polizia giudiziaria specializzati che monitorano quelle situazioni”. In altre parole, non c’è nessun allarme su possibili e imminenti atti terroristici nel nostro Paese. Ciò non vuol dire che non possano verificarsi. Per il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho non si possono fare previsioni ma è ottimista e, allo stesso tempo, consapevole che non bisogna mai abbassare la guardia. “Soprattutto in questo momento storico”.

Procuratore, qual è il rischio reale di attentati in Italia?

Il rischio certamente è alto. Ci tengo però a esprimere la mia valutazione ottimistica perché vedo quanto impegno, quanta specializzazione e quanta attività preventiva, investigativa e informativa c’è sul territorio.

Dalle inchieste di questi giorni è emerso che uno degli arrestati stava reclutando “lupi solitari”. Un altro tunisino a Latina visionava video sull’uso delle armi da guerra e su come noleggiare un camion da lanciare sulla folla. Il primo terreno di battaglia sembra essere la Rete e poi tutto il resto. Cosa si sta facendo in termini di prevenzione?

C’è un monitoraggio altissimo. C’è un’attività significativa che consente di avere un quadro molto diffuso. Ma quel che è rilevante è che gli elementi acquisiti in ciascuna indagine (ma anche dagli stessi servizi) sono elementi che vengono condivisi in tutto il territorio nazionale ed europeo. Notizie che hanno una rapidità nel diffondersi in modo da poter ampliare la stessa indagine in altri territori. Vi è la piena consapevolezza di quanto sia alto il rischio e proprio per questo c’è un impegno straordinario.

Lei ha più volte detto che dagli imam vi aspettate aiuto e prevenzione sociale. Questo solitamente avviene o ci sono casi, seppur isolati, in cui la radicalizzazione di potenziali terroristi avviene all’interno delle moschee italiane?

Dall’inchiesta della Direzione distrettuale di Bari, è emerso che l’imam di Foggia indottrinava ai sentimenti del martirio, di lotta e di attentati da portare a termine addirittura con ragazzini di giovanissima età. È l’esempio di imam che non vogliono l’inserimento e l’inclusione. Invece, noi contiamo sugli imam che mirano all’osservanza delle regole compatibili con il rispetto della persona. Ce ne sono tanti. Anzi direi che quasi tutti gli imam la pensano così. L’Italia deve immaginare un programma di deradicalizzazione che veda impegnati imam, psicologi, formatori, uomini di cultura che abbracciano lo stesso credo islamico e che riescono a dialogare in modo da portare quei soggetti a rischio verso la distensione.

Nei giorni scorsi il ministro Minniti ha affermato che, sul web, è ripresa la propaganda dell’Isis che invita a guardare Roma come un obiettivo terroristico. È così?

Vuol dire che su Internet si rilevano segnali come quelli di cui ha parlato il ministro. È anche vero che situazioni analoghe si colgono da tempo. Le numerose indagini che vengono sviluppate nel territorio sono tali da evidenziarlo.

Ma in sostanza c’è un rischio più alto rispetto a sei mesi fa?

Il rischio lo collegherei esattamente al momento di Pasqua.

Solo a questo?

No. Avendo lo Stato islamico perso il conflitto armato, il rischio di attentati nasce dalla possibilità che vi sia un maggiore desiderio di immolarsi per il martirio religioso pur di controbilanciare quella sconfitta militare. Anche dagli atti delle indagini, credo che un maggior pericolo non risulta rispetto a qualche mese fa. Se in Italia non ci sono stati attentati fino a oggi non è un caso. È perché siamo stati addosso a moltissimi e anche perché il minimo elemento ha determinato l’espulsione dei soggetti. Questo è un aspetto da considerare. Le indagini e le informazioni dei Servizi messe insieme hanno dato un quadro conoscitivo di altissimo spessore.

Sui migranti decide tutto l’Italia: la Libia non esiste

È ora di fare chiarezza sulla politica italiana e dell’Unione europea concernente i rifugiati provenienti dalla Libia. I fatti, innanzitutto.

La zona libica di ricerca e soccorsi in mare (zona Sar) è un’invenzione di comodo: dal dicembre scorso non esiste più. Lo ha confermato l’Organizzazione Marittima Internazionale (Omi), e lo ha ammesso tra le righe il direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri, rispondendo il 26 marzo a una mia domanda nella Commissione libertà pubbliche del Parlamento europeo: “Non considero come acquisita la zona Sar della Libia. Ci fu una dichiarazione unilaterale nell’estate 2017 che creò una certa situazione che non riesco per la verità a qualificare”. La risposta è volutamente evasiva e il motivo delle ambiguità europee è evidente: la zona Sar lungo le coste libiche fu proclamata per ridurre drasticamente le attività delle navi Ong e per scaricare sulla Libia (governo provvisorio e milizie) la responsabilità giuridica connessa al rimpatrio e alla detenzione sempre più cruenta dei migranti in fuga verso l’Europa. Sotto forma di finzione tale responsabilità libica deve continuare a esistere, e infatti la Commissione si è guardata dal far proprie le ammissioni del direttore di Frontex.

Quel che invece appare sicuro è il ruolo italiano – e dell’Unione – nella gestione dell’area chiamata tuttora, abusivamente, zona Sar della Libia. Se ne è avuta certezza definitiva in occasione del sequestro della nave dell’Ong spagnola ProActiva Open Arms. Nel decreto di convalida della confisca, il giudice per le indagini preliminari di Catania ha detto come stanno le cose in maniera difficilmente equivocabile: “La circostanza che la Libia non abbia definitivamente dichiarato la sua zona Sar non implica automaticamente che le loro navi non possano partecipare ai soccorsi, soprattutto nel momento in cui il coordinamento è sostanzialmente affidato alle forze della Marina militare italiana, con propri mezzi navali e con quelli forniti ai libici” (il corsivo è mio). L’affermazione è cruciale, perché per la prima volta si dice che è l’Italia a coordinare le cosiddette guardie costiere libiche (il più delle volte miliziani ed ex trafficanti non controllabili). Le indagini giudiziarie sulle attività di ProActiva OpenArms diventano a questo punto non tanto secondarie quanto pretestuose. La vera questione riguarda l’attività del governo italiano e le intese tra quest’ultimo e il governo di Accordo Nazionale nonché le milizie libiche, intese appoggiate dall’Unione europea.

Ne consegue che l’Italia ha una responsabilità diretta nella decisione di respingere migranti e richiedenti asilo verso la Libia o altri paesi africani, e di esporli a grave rischio umanitario. Come sostiene Gianfranco Schiavone, vicepresidente dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi): “Sembra fuori discussione il fatto che le azioni poste in atto dall’Italia, intervenendo con propri mezzi, uomini e risorse, anche se al di fuori del territorio nazionale, costituiscano esercizio della propria giurisdizione con tutte le conseguenze che ne conseguono, in primis il fatto che l’Italia risponde alla Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo”. Si ripetono così i respingimenti che già una volta, nel caso Hirsi del 2012, spinsero la Corte europea per i diritti umani a condannare l’Italia di Berlusconi: per i respingimenti collettivi operati nel 2009 e per aver esposto i rimpatriati forzati al “rischio serio di trattamenti inumani e degradanti”. Vero è che le autorità italiane si limitano oggi a “gestire” le guardie costiere libiche anziché intervenire di persona, ma il coordinamento fa capo a loro.

La via scelta dalle autorità italiane e da quelle dell’Unione è quella di perseguire gli operatori umanitari che si assumono l’onere di portare le persone soccorse in mare non nei luoghi “più vicini” bensì in luoghi sicuri (place of safety), come prescritto dalla Convenzione Sar del 1979. È una scelta – quella italiana – fatta in violazione del diritto internazionale, come affermato da 29 accademici europei in un appello che chiede al Consiglio di sicurezza dell’Onu di occuparsi del caso Italia-Libia.

Una denuncia simile era già venuta il 1 marzo dal relatore speciale Onu sulla tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, Nils Melzer: “Gli Stati devono smettere di fondare le proprie politiche migratorie sulla deterrenza, la criminalizzazione e la discriminazione. Devono consentire ai migranti di chiedere protezione internazionale e di presentare appello giudiziario o amministrativo contro ogni decisione concernente la loro detenzione o deportazione”.

Il ruolo dell’Italia sta divenendo sempre più oscuro, anche alla luce del caso, denunciato lo scorso 27 marzo dal Libya Observer, secondo cui le autorità libiche avrebbero delegato un cittadino italiano appartenente alla Missione di assistenza alla gestione integrata delle frontiere in Libia (Eubam Libia) a rappresentare ufficialmente la Libia in una conferenza internazionale. Questo in violazione della sovranità e dell’indipendenza della Libia, secondo la denuncia presentata dal delegato libico presso l’Organizzazione mondiale delle dogane Yousef Ibrahim al ministero degli Esteri di Tripoli, al direttore generale delle dogane e all’incaricato d’affari libico a Bruxelles.

Il governo italiano si sta comportando come se la Libia fosse un suo governatorato (la storia si ripete, e non è una farsa), ma senza assumersi responsabilità rispetto alla legge internazionale e allo specifico divieto del refoulement e dei trattamenti inumani.

La mattanza da lavoro: nel 2017 ben 1.115 morti nelle fabbriche

Nel 2017 sono morte 1.115 persone in cantiere, in fabbrica o in viaggio e negli ultimi dieci anni il conto è di 13.100 decessi, “una mattanza”. Sono i numeri della relazione dell’Anmil, anticipati sull’Espresso in edicola domani. Nell’articolo si ricorda che negli anni della crisi più nera, “quando l’industria aveva avviato la cassa integrazione, il numero di incidenti era crollato, ma dal 2015 si è verificata un’inversione di tendenza, finché nel 2017 è cominciata una crescita molto consistente che, nel primo trimestre dello scorso anno, era arrivata fino a toccare un +8%”. I settori che, con la ripresa economica, fanno registrare i maggiori aumenti di infortuni, si spiega, sono quelli legati all’industria in cui si riscontrano più marcati segnali di ripresa produttiva, vale a dire l’industria metallurgica (+ 6,1%), la metalmeccanica (+ 4,2%), i trasporti (+ 3,9%). A livello territoriale c’è un netto contrasto tra le regioni produttive del Nord e quelle del Centro-Sud. Infatti nel Nord Ovest, cioè nell’area motore della crescita economica, gli incidenti sono cresciuti del 20,6%. Il fenomeno ha cause precise, secondo Franco Bettoni, presidente di Anmil: “La manodopera è più precaria e meno formata. Manca la cultura della sicurezza”.

Ma la sua riabilitazione non è affatto rapida e neppure automatica

L’obiettivo: essere candidabile alle prossime elezioni, le Europee della primavera 2019 o le Politiche che (chissà) potrebbero arrivare presto. Silvio Berlusconi punta a tornare in lista. Cancellando la sua incandidabilità grazie alla riabilitazione. Lo ha annunciato Vittorio Sgarbi a Circo Massimo, su Radio Capital: “Berlusconi ritorna. Nell’arco di un mese potrà candidarsi”. È davvero così? I suoi avvocati, Franco Coppi e Niccolò Ghedini, hanno presentato istanza di riabilitazione al Tribunale di Milano lunedì 12 marzo. Ma i tempi per decidere sono di solito ben più lunghi del mese ipotizzato da Sgarbi. Potrebbero essere almeno da tre a sei mesi.

Ora Berlusconi è incandidabile per la legge Severino, che proibisce l’ingresso in Parlamento per 6 anni a chi ha avuto una condanna definitiva, come quella per frode fiscale (4 anni ridotti a 1 dal condono) per aver nascosto al fisco italiano milioni di euro attraverso un sistema di società estere che compravano i diritti tv negli Usa per poi rivenderli, a prezzi maggiorati, alle reti Mediaset.

La condanna riguarda “solo” i 7,3 milioni occultati nei bilanci 2002 e 2003 e sopravvissuti alla prescrizione, ma in totale, scrivono i giudici, “le maggiorazioni di costo realizzate negli anni” sono state di ben “368 milioni di dollari”. La condanna definitiva è arrivata dalla Cassazione il 1 agosto 2013. I 6 anni di incandidabilità finirebbero dunque il 1 agosto 2019. Troppo tardi per le Europee e forse (chissà) anche per le politiche. Ecco allora la richiesta di riabilitazione, prevista all’articolo 15 comma 3 della Severino: “La sentenza di riabilitazione (…) è l’unica causa di estinzione anticipata dell’incandidabilità e ne comporta la cessazione”. A decidere è il Tribunale di sorveglianza che concede la riabilitazione “quando siano decorsi almeno 3 anni dal giorno in cui la pena principale sia stata eseguita”. Berlusconi ha finito di scontare la sua pena, in affido ai servizi sociali presso i vecchietti dell’istituto Sacra Famiglia di Cesano Boscone, l’8 marzo 2015. Dall’8 marzo 2018 può quindi chiederla, la riabilitazione, che a Milano viene concessa quasi sempre, otto casi su dieci: “La richiesta non la rigettiamo quasi mai”, spiega un giudice milanese che per anni ha fatto parte del Tribunale di sorveglianza. Sono però necessarie due condizioni: che il condannato abbia risarcito il danno (e Berlusconi l’ha fatto) e che abbia, nei tre anni dopo l’espiazione della pena, “dato prova effettiva e costante di buona condotta”, come pretende l’articolo 179 del codice penale. E qui cominciano i problemi: lunedì 26 marzo, due settimane dopo la richiesta di riabilitazione, Silvio è stato rinviato a giudizio per corruzione in atti giudiziari, con l’accusa di aver pagato testimoni (quattro ragazze del bunga bunga) per farle mentire davanti ai giudici del processo Ruby sostenendo che quelle di Arcore erano “cene eleganti”. I pagamenti, oltre 400 mila euro, sarebbero continuati fino all’autunno 2016, dunque dentro i tre anni in cui il condannato deve dimostrare buona condotta. Sarà sufficiente per non concedere la riabilitazione? Lo deciderà il Tribunale di sorveglianza, composto da due giudici e da due esperti (scelti da un elenco di psicologi, assistenti sociali, criminologi, medici). Spetterà a loro valutare se quei pagamenti, ancora non accertati come reato, configurino una incrinatura nella buona condotta. “Ai miei assistiti per cui ho chiesto la riabilitazione”, racconta l’avvocato Giovanni Beretta, “è sempre stata concessa. Ma stavo ben attento a non chiederla per chi avesse commesso altri reati: se dopo l’espiazione sei rinviato a giudizio per rapina, anche se non sei stato ancora condannato, è difficile che ti venga riconosciuta la buona condotta”.

Per Berlusconi un altro elemento potrebbe pesare negativamente sulla decisione dei giudici di sorveglianza: il richiamo ricevuto mentre scontava la pena. Il giudice di sorveglianza Beatrice Crosti il 1° luglio 2014 lo ha ufficialmente richiamato per le parole dette come testimone a Napoli al processo Lavitola, il 19 giugno 2014: “La magistratura è irresponsabile, incontrollabile, incontrollata e gode di impunità”. Dopo un incontro di un’ora con la giudice, Berlusconi aveva dovuto scusarsi: “Era solo una battuta. Non si ripeterà più”.