B. l’incandidabile va al Colle. Ma prima esulta per Skyset

Sarà il condannato per frode fiscale Silvio Berlusconi a guidare la delegazione di Forza Italia al Quirinale per le consultazioni. Una decisione presa ieri, a sorpresa, dopo che nei giorni scorsi si pensava fossero i capigruppo appena eletti, Mariastella Gelmini alla Camera e Anna Maria Bernini in Senato, a salire al Colle. Una riaffermazione di leadership, ma non solo: è la conferma che Berlusconi è in cerca di una riabilitazione politica che va di pari passo con quella giudiziaria.

Poi c’è l’istanza di riabilitazione presentata da Coppi e Ghedini al Tribunale di Milano che, se verrà accolta, renderà l’ex Cavaliere di nuovo candidabile nel giro di un paio di mesi, lasciandosi alle spalle gli effetti della legge Severino. E dato che lo stallo istituzionale potrebbe portare a nuove elezioni nel giro di pochi mesi, per B. è un’occasione unica.

Anche perché restare in primo piano sulla scena politica è importante soprattutto per le sue aziende. Che ieri hanno segnato un punto importante: l’annuncio dell’accordo che riporta la pace televisiva tra Sky e Mediaset. Dopo due anni di battaglia legale, infatti, Murdoch e Berlusconi hanno finalmente trovato l’intesa, con Sky che sbarcherà sul digitale terrestre su bande detenute dal Biscione, mentre Premium sarà presente nel pacchetto Sky con l’offerta su cinema e serie tv, in attesa che si definiscano i diritti sulla Serie A. Una notizia che mette fine alla guerra tra i due giganti della tv e inciderà anche sulla guerra legale in corso tra Mediaset e Vivendi per il mancato acquisto di Premium da parte francese. Tornando alla politica, salire al Quirinale per le consultazioni con il capo dello Stato suona come il secondo tempo di una strategia che punta a una riabilitazione totale.

“Il leader di Forza Italia sono io e con me si deve parlare”, sembra dire Berlusconi a Sergio Mattarella, ma pure, di rimando, a Luigi Di Maio, il leader pentastellato che finora si è rifiutato di accettare B. come interlocutore politico, rifiutandosi di incontrarlo. Da giorni l’ex Cavaliere è in cerca di quel riconoscimento politico che il M5S non sembra disposto a concedere, anche perché il rischio è di andare contro a una larga fetta del suo elettorato. Un riconoscimento che invece l’ex premier pretende, con Salvini nel mezzo, costretto a mediare per tenere unito il centrodestra. “I tempi della Corte europea dei diritti dell’Uomo di Strasburgo sono lenti, la strada dell’istanza al Tribunale di Milano è assai più breve. Qui si rischia di dover tornare alle urne tempo 6-12 mesi e Berlusconi vuole esserci”, racconta una fonte di Forza Italia. Se così fosse non sarebbe una buona notizia per Salvini, che dovrebbe far fronte al ritorno di B. come competitor.

Ieri intanto Sua Emittenza ha parlato dal sito di Forza Italia: un governo Lega-M5S “sarebbe un ircocervo, perché vi convivrebbero caratteri opposti e inconciliabili. Perché Salvini dovrebbe fare il socio di minoranza?”.

Salvini in vacanza, i buonisti no

Come passareda momenti di profonda asetticità all’enfasi, in pochi minuti di telegiornale. Cambia la fase politica e in attesa delle consultazioni la cosa migliore sembra essere: fare i bonari, essere acritici con tutti, in modo indistinto. Dopo i primi minuti di cronaca su Berlusconi che presenta istanza ai giudici per essere ricandidato e con breve incursione del neo presidente del Senato, Elisabetta Casellati in difesa del Cavaliere che, incupita, fa notare come “i veti in politica sono sempre un errore”, protagonista indiscusso dell’informazione del servizio pubblico è lui, Matteo Salvini. Ritratto come il factotum – soprattutto per il Tg2 – del centrodestra, risponde alle non-domande “da Casamicciola, Ischia”, dove è in vacanza ma “si informa sulla ricostruzione post terremoto, accusa il governo nazionale e regionale dei mancati aiuti, descrive l’Italia che vorrebbe, parla da premier”. Secondaria, ma non meno importante, la presenza dei 5Stelle “pronti a costituire un governo, aperti a tutti”, con un Toninelli addirittura “favorevole alla flat tax purché includa i poveri e sia costituzionale”. I bonaccioni, insomma. Ultimo in scaletta il Pd, il partito “che dice no alle trattative, rifiuta ogni accordo con Lega e M5S, e resta all’opposizione”. Stoicismo da vendere, per adesso.

Meloni: “Le date scelte da Gentiloni per scoraggiare il voto”

La data delle prossime elezioni amministrative entra nella polemica politica tra il centrodestra e l’attuale esecutivo a trazione Pd. “Il governo scaduto di Gentiloni e Minniti dà una nuova prova di arroganza e fissa le elezioni amministrative in date che sembrano fatte apposta per sfavorire la partecipazione degli elettori, il primo turno il 10 giugno che vuol dire in quasi tutta Italia il primo weekend dopo la chiusura delle scuole e il ballottaggio il 24 giugno in pieno clima balneare”, attacca il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni. “La morale è sempre la stessa: se il popolo non vota più per la sinistra meglio fare di tutto per non farlo votare. Purtroppo per il Pd però questo calcolo cinico ha già fallito nel 2017, quando nel ballottaggio del 25 giugno il centrodestra registrò una sonora vittoria espugnando storiche roccaforti rosse, da Genova a L’Aquila, da Sesto San Giovanni a Pistoia a La Spezia”, prosegue Meloni che approfitta per lanciare un appello elettorale: “Chiamiamo fin d’ora i nostri elettori alla mobilitazione perché con il loro voto di giugno scelgano ancora il buongoverno, unica alternativa all’arroganza del Pd e all’inconcludenza grillina”.

Messina, Accorinti cerca il bis contro l’uomo di Genovese. E torna anche Cateno

A Messina l’unica certezza è il caos. In vista del 10 giugno, si sa una sola cosa: i candidati saranno una moltitudine. Ci sarà il sindaco “scalzo” Renato Accorinti, l’artefice del miracolo del 2013. Malgrado le difficoltà è arrivato in fondo alla prima consiliatura e sogna la riconferma. Sarà sostenuto da tre liste civiche. Il centrosinistra non ha un candidato sindaco né un programma comune, ma si avvia a tenere insieme una coalizione accozzaglia che va dal Pd a Civica e Popolare e Sicilia Futura (il partito del trasformista Totò Cardinale) e forse, a sinistra, fino a Mdp-Articolo 1. Il centrodestra non se la passa meglio. Il candidato c’è, si chiama Dino Bramanti, l’avrebbe scelto il governatore Nello Musumeci. Ma non tutti sono d’accordo e Forza Italia si dilania. Ieri il capogruppo azzurro in consiglio comunale, Giuseppe Trischitta, ha lasciato il partito: “Bramanti rappresenta una compagnia che vuole mettere le mani sulla città”. In particolare – secondo Trischitta – rappresenta Francantonio Genovese. Sempre lui: l’eterno ras di Messina, condannato in primo grado a 11 per associazione a delinquere, passato dal Pd a Forza Italia (nelle liste della quale ha fatto eleggere il figlio Luigi, appena proclamato deputato, e già indagato per riciclaggio). Dulcis in fundo, andrà da solo Cateno De Luca, altro record man della politica siciliana: è stato arrestato un solo giorno dopo l’elezione all’Assemblea regionale per associazione a delinquere. Poi il Riesame l’ha scarcerato. E lui corre per diventare primo cittadino.

Il commercialista a processo per peculato che vuole prendersi Catania nel nome di B.

Il suo faccione tracimante da quei manifesti 6×3 te lo ritrovi in ogni strada di Catania. Salvo Pogliese, 46 anni, europarlamentare di Forza Italia, vuole diventare sindaco di Catania. Dalla sua ha una certa popolarità conquistata negli anni grazie al tipico cursus honorum del giovane di destra: militante del Fronte della Gioventù da ragazzino, consigliere comunale a 25 anni (primo degli eletti con An), due legislature come deputato regionale Pdl e infine l’approdo a Strasburgo nel 2014.

Sebbene abbia virato su posizione moderate, non ha mai dimenticato la lezione del maestro Giorgio Almirante, che ricordava, nel 2015, in modo forse eccessivamente oleografico: “Almirante è stato uno dei protagonisti di quel processo di pacificazione nazionale teso a superare le divisioni post-belliche, lavorando con uomini di destra, centro e sinistra, affinché l’Italia potesse riunificare la sua anima di popolo e costruire un futuro di pace senza conflitti ideologici”. Forte di quella lezione, Pogliese oggi prova a pescare un po’ ovunque, con un occhio particolare al mondo delle professioni e al volontariato: così, partendo dal 32% che il centrodestra ha raggiunto a Catania il 4 marzo, mira al 40 che gli darebbe la vittoria al primo turno.

Rampollo di una famiglia catanese di peso – il padre commercialista e consulente economico finanziario del gruppo Abate (centri commerciali), lo zio avvocato penalista – Pogliese, commercialista come il padre, è assai amato nei molti Caf della città e considerato uno dei consiglieri più ascoltati da Silvio Berlusconi, che quando si attovaglia in quel di Catania lo vuole sempre al suo fianco.

C’è qualcosa però che turba i sonni dell’ex ragazzo prodigio nella corsa alla conquista di Palazzo degli Elefanti, che i sondaggi danno per sicura, complice anche l’impopolarità maturata dalla giunta della fu primavera di Enzo Bianco. E non è certo la candidatura di disturbo che si è andato a inventare Angelo Attaguile, leghista siciliano in salsa democristiana, che vorrebbe sfruttare l’onda del successo di Salvini, propagatasi finanche in terra siciliana: chi è vicino a Pogliese non se ne preoccupa più di tanto e ritiene che finirà come alle Regionali, quando lo stesso Attaguile prima si mise di traverso alla candidatura Musumeci e poi dovette ritirarsi in buon ordine, previo richiamo ufficiale del leghista Giorgetti.

Quel che non fa stare tranquillo l’ex attivista del Fronte della Gioventù è un processo palermitano per peculato che ci riporta agli anni in cui Pogliese era deputato regionale. Una cosa che sembrava robetta, ma che pare nascondere qualche insidia. L’inchiesta della Procura di Palermo, nota come “spese pazze”, si sviluppa nel 2012 e riguarda i fondi erogati ai gruppi parlamentari regionali, utilizzati secondo l’accusa per fini non istituzionali. In questa inchiesta sono coinvolti ex capigruppo e deputati accusati di peculato e il Gup di Palermo nel 2016 ha già condannato a due anni per peculato l’ex capogruppo Pdl Innocenzo Leontini, che aveva scelto il rito abbreviato, mentre per altri ha disposto l’archiviazione. Per chi, come Pogliese, ha scelto il rito ordinario, il processo scorre lento e la sentenza e di là da venire.

Più che il rischio decadenza previsto dalla Severino in caso di condanna, Pogliese teme che diventi l’argomento principe della campagna degli avversari e, cioè, dei 5 Stelle, forti del 47,5% incassato alle Politiche: “Se non fossi sicuro della mia integrità morale – dice al Fatto – non avrei rinunciato a un seggio da europarlamentare e all’immunità. Sarà la magistratura a fare le proprie valutazioni, ma ci tengo a dire che il sottoscritto, fatto credo mai successo, ha anticipato decine di migliaia di euro per fronteggiare spese del gruppo del Pdl, che viveva una particolare periodo di difficoltà per spese superiori alla disponibilità finanziaria. Quei soldi li ho recuperati solo in parte”.

E Siena “rischia” di trovarsi la sinistra all’opposizione

Questo gruppo dirigente “è come l’orchestrina del Titanic”. Giovanni Mezzedimi è l’ultima vittima dello psicodramma post elettorale del Pd. E il suo, più che uno sfogo, appare una facile previsione: per la prima volta dalla nascita della Repubblica la sinistra rischia di perdere il Comune di Siena che guida in assoluta egemonia da 72 anni filati. Alle amministrative del prossimo 10 giugno può seriamente di schiantarsi. E Mezzedimi è finito nello stato confusionale del Pd. I vertici fino a inizio marzo hanno chiaramente detto di non aver alcuna intenzione di ricandidare Bruno Valentini, il sindaco uscente sostenuto nel 2013. Anzi: contro di lui avrebbero schierato un loro uomo. E l’hanno pure individuato in Fulvio Bruni, noto e stimato primario del pronto soccorso nonché dirigente della contrada dell’Oca. Bruni aveva accettato, considerata anche la scelta del partito di non fare le primarie.

Poi è arrivato il 4 marzo. E seppure qui le Politiche non siano andate malissimo come nel resto d’Italia – il ministro Pier Carlo Padoan l’ha spuntata di misura sul leghista Claudio Borghi con 36,2% a 32,5% – i timori di una prossima sconfitta locale hanno svegliato i dem. Così, dopo due settimane di discussioni interne, lunedì scorso hanno deciso di indire le primarie per individuare il candidato sindaco. E le hanno fissate per il 13 aprile. Valentini si è candidato – ricordando che da statuto Pd un sindaco al primo mandato deve essere sostenuto per la rielezione – mentre Bruni ha ringraziato e salutato. Così i dem si son ritrovati con le primarie indette e un uomo che nessuno voleva per stessa ammissione del segretario cittadino Simone Vigni e senza nessuno a sfidarlo.

Mercoledì alle 13 scadevano i termini per candidarsi. Poi prorogati fino alle 17. E alla fine l’avversario è stato trovato in Mezzedimi che ha poi ammesso di aver accettato dietro pesantissime pressioni. Ma nessuno si era ricordato che servivano 36 firme a suo sostegno e così Mezzedimi si è ritrovato escluso. Per carità: i vertici locali fino a giovedì sera hanno tentato di piegare lo statuto e il regolamento alla situazione, cedendo all’evidenza dell’impossibilità. L’architetto Mezzemini se n’è andato augurando al Pd l’imminente schianto in stile Titanic, mentre Valentini s’è fatto beffa di tutti e commentato su Facebook: “Io avrei firmato, ci abbiamo messo un po’ troppo ma il Pd di Siena alla fine ha deciso e sarò il candidato sindaco”.

Quella alle non primarie sembra però l’unica vittoria alla quale poteva e può aspirare. Nel 2013 vinse con 6 mila voti del Pd, che era ancora un partito e faceva parte di un’alleanza. Ora non è rimasto granché. Basti guardare la lista dei candidati. Buona parte del centrosinistra che cinque anni fa ha sostenuto Valentini ora è schierata al fianco di Massimo Sportelli, un imprenditore senese al midollo, contradaiolo e soprattutto in campagna elettorale ormai da dicembre. Su di lui hanno trovato convergenza tre liste civiche già esistenti da tempo: Sena Civitas, Nero su Bianco, Siena Aperta, più altre. Al fianco di Sportelli anche molti ex renziani. LeU non ha sciolto le riserve, mentre il Partito comunista – che in Toscana ancora sopravvive con falce e martello – sta valutando se presentare un proprio nome.

Infine la parte moderata e governativa è rivolta a Pierluigi Piccini, ex sindaco degli anni in cui Siena era una delle città più ricche d’Italia. Valentini, in pratica, avrà appena due liste di cui una sua e una del Pd. Pochino. Ma anche nel centrodestra i voti hanno rischiato di disperdersi. La coalizione Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia dovrebbe sostenere compatta la candidatura civica dell’avvocato Luigi de Mossi, fortemente sostenuta da molte realtà cittadine critiche nei confronti di quanti sono stati conniventi col Monte dei Paschi e il suo disastro. La Lega però, presa dell’euforia del successo del 4 marzo, mercoledì ha annunciato un proprio candidato, Alberto Guasconi, per poi dire che non è ancora certo. Anche perché c’è pure l’aspirante sindaco del Movimento 5 Stelle, Luca Furiotti, che nessuno ha intenzione di sottovalutare. A parte Valentini che apprezza l’orchestrina del Titanic.

Comunali, Salvini vuole mangiarsi Forza Italia

In attesa di sapere se e quando l’Italia avrà un governo, c’è la data del prossimo appuntamento elettorale. L’ha ufficializzata il ministero dell’Interno ancora guidato da Marco Minniti: si vota il 10 giugno in 594 Comuni (i ballottaggi si terranno due settimane dopo), 21 dei quali capoluoghi di provincia e 7 sopra i 100 mila abitanti (Ancona, Brescia, Catania, Messina, Siracusa, Terni e Vicenza). Le città alle urne in primavera sono in tutto 797: in 203 Comuni di Regioni a statuto speciale infatti si vota in giorni diversi (il 29 aprile in Friuli-Venezia Giulia, il 20 maggio in Valle d’Aosta e il 27 maggio in Trentino Alto Adige). A completare il quadro, si eleggono anche i governatori di Molise, Friuli e Val d’Aosta: alle urne andranno 7 milioni di italiani.

Il primo tagliando dopo il 4 marzo

La data è simbolica: sono i primi 100 giorni del nuovo scenario politico (per la precisione, ne saranno passati 98 dal 4 marzo). Sarà quindi una prima risposta concreta su eventuali smottamenti del consenso, sebbene filtrati dalle caratteristiche proprie del voto locale. Per il Pd è il primo appuntamento senza Matteo Renzi segretario (anche se poco è cambiato: l’ex premier controlla un bel pezzo delle truppe parlamentari e della strategia del Nazareno). Per il Movimento 5 Stelle sarà una risposta sulla leadership di Luigi Di Maio e la sua gestione della vittoria elettorale, ma soprattutto una prova d’appello sulle capacità di consolidarsi anche come realtà amministrativa. Ambito in cui storicamente fa molta fatica. Quello grillino – la definizione è dell’Istituto Cattaneo, dopo le amministrative di giugno 2017 – è un elettorato “a fisarmonica“: si allarga quando la competizione elettorale ha dimensione nazionale, si restringe invece quando il voto è locale (nei comuni che hanno votato la scorsa primavera, rispetto alle Politiche del 2013, il Movimento aveva perso il 18%).

Poi c’è la partita interna al centrodestra: negli ultimi voti – Amministrative 2017 e Politiche 2018 – la Lega ha divorato l’elettorato di Forza Italia. Matteo Salvini spera di confermare questa tendenza. Intanto l’ha fatta pesare nella scelta dei candidati. La casella più contesa era in Friuli-Venezia Giulia. L’ha ottenuta il leghista Massimo Fedriga a spese del preferito di Berlusconi, Renzo Tondo. Nell’accordo il Carroccio ha concesso all’alleato la presidenza del Senato, finita alla forzista Casellati. Ma la scelta di Fedriga è dettata anche, e soprattutto, dai numeri: in cinque anni la Lega ha quadruplicato i suoi consensi in Regione (dal 6,7 del 2013 al 25,8 del 2018).

Le sfide nelle Regioni per influenzare il Colle

Che non sia solo un voto locale – come amava ripetere Renzi prima e dopo ogni sconfitta – l’ha detto Salvini molto chiaramente: “Una bella vittoria del centrodestra in Molise e Friuli-Venezia Giulia lancerebbe un bel segnale al Quirinale perché vorrebbe dire che in Italia c’è voglia di un cambio”. Il capo del Carroccio dà per scontato che le consultazioni andranno per le lunghe e il voto (a fine aprile) le possa in qualche modo orientare.

In Friuli il suo Fedriga è favoritissimo nei sondaggi contro il candidato del Pd Sergio Bolzonello, vice della governatrice uscente Debora Serracchiani. I Cinque Stelle sperano di confermare, perlomeno, l’incoraggiante risultato friulano delle Politiche: 24,5%.

In Molise, secondo Euromedia Research, sarà ballottaggio tra centrodestra e M5S, quasi appaiati attorno al 35%. I numeri però sono vecchiotti, raccolti prima del 4 marzo e prima anche che fossero ufficializzati i candidati. Le Politiche hanno confermato la crisi nera del centrosinistra. Il governatore uscente Paolo di Laura Frattura si è ritirato, lasciando il campo al suo ex assessore Carlo Veneziale (sostenuto anche da LeU). Per il centrodestra corre il forzista Donato Toma.

La Lega va in Toscana, M5S punta la Sicilia

In Sicilia si vota in ben 138 Comuni (in queste due pagine gli approfondimenti sui principali: Catania e Messina). I Cinque Stelle vengono dal “cappotto” delle Politiche (ha vinto 28 collegi su 28) e dalla delusione delle Regionali (a novembre Nello Musumeci ha sconfitto il grillino Giancarlo Cancelleri): queste Amministrative sono il banco di prova per consolidare la dimensione del Movimento sull’isola.

Pure ad Ancona M5S cerca conferme: il 4 marzo ha vinto nei collegi uninominali di Camera e Senato. La città è storicamente amministrata dal centrosinistra, che ricandida la sindaca uscente Valeria Mancinelli. Ma la sensazione è che parta favorito il centrodestra a trazione leghista (alle Politiche qui il Carroccio ha fatto segnare numeri mai visti), che schiera il candidato civico Stefano Tombolini.

Anche Terni è una città rossa che ha cambiato colore il 4 marzo: il Pd è arrivato addirittura terzo. E anche qui la Lega prova a confermare l’esplosione delle Politiche. Tutti e tre gli schieramenti devono ancora decidere i propri candidati.

A proposito di Carroccio rampante: in Toscana i Comuni al voto sono 28. Ci sono tra gli altri la Siena di Mps e la Laterina di Maria Elena Boschi (accorpata a Pergine Valdarno). C’è anche Pisa. Dal 1994 a oggi ha governato sempre la sinistra, ma anche qui la Lega ha messo la freccia (20,2% il 4 marzo).

Il sindaco De Magistris “Vogliono 100 milioni: è usura di Stato”

La definisce “usura di Stato”: “meteoriti istituzionali con il chiaro obiettivo di fermare la rinascita di Napoli”. Così il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, attacca sulla sanzione della Corte dei conti legata al commissariamento Cr8 post terremoto del 1980 e dell’emergenza rifiuti di 10 anni fa. “Su una città già martoriata in questi anni da tagli, sforbiciate, discriminazioni e gabbie normative, si sono abbattuti due meteoriti, due debiti dello Stato. La città subisce le nefandezze di quel periodo. Lo Stato non paga il debito, ci dicono che dobbiamo pagarlo noi, che dobbiamo pagare una sanzione per equivalente di 100 milioni per non averlo pagato, ci hanno pignorato la cassa. Sull’emergenza rifiuti: la città rompe le cricche e il sistema camorra-politica e affari, paghiamo le tasse più alte per colpa di quel periodo e dobbiamo anche pagare la multa perché lo Stato non paga. È usura di Stato, è attacco alla città”. De Magistris spiega che “da sindaco e da ex magistrato faccio fatica a mantenere quel senso delle istituzioni che dobbiamo sempre mantenere. Stiamo provando a non far pesare sulla città la certezza che questi macigni possono provocare una macelleria sociale senza precedenti. Vinceremo ancora noi”.

Lombardi (M5S) apre a Zingaretti: “Ok a un periodo di prova”

Un periodo di tregua, per poter avviare i lavori della giunta su temi concreti. Mentre Nicola Zingaretti, appena confermato alla guida della Regione Lazio, cerca ancora i numeri per avere la maggioranza, dal Movimento 5 Stelle arriva un’apertura che potrebbe sbloccare la situazione. Un patto fino all’estate basato su pochi punti programmatici. Lo ha spiegato Roberta Lombardi, reduce da un faccia a faccia con Zingaretti: “Abbiamo proposto al presidente Zingaretti un periodo di prova che arriverà per noi alla pausa estiva o al massimo all’approvazione dell’eventuale collegato al bilancio”. Tre i punti al centro di un eventuale accordo. Il primo: “Riportare al Consiglio regionale la funzione legislativa, a partire dal piano sul turismo, quello sul commercio, il piano sociale e la legge sugli asili nido”. Poi la sanità, per “gestire la fase della transizione dalla presunta uscita del commissariamento con un’intesa sui provvedimenti”, e infine alcune battaglie storiche dei 5 Stelle: “Il terzo punto riguarda la riduzione dei costi della politica, con l’abolizione dei vitalizi per i consiglieri cessati e con il divieto di cumulo”.

“Chi ha ucciso la sinistra? Renzi le ha dato il colpo di grazia: un delitto premeditato”

Il creatore dei Bastardi di Pizzofalcone, lo scrittore Maurizio de Giovanni, indaga per noi sul delitto del momento: chi ha lasciato a terra agonizzante la sinistra, dopo il fallimento elettorale che ha investito quel che ne rimaneva, riducendola a mal partito? Dal confronto con lo smaliziato “papà” dell’ispettore Giuseppe Lojacono emergono indizi inquietanti e i nomi dei primi responsabili: “È un delitto maturato diversi anni fa in ambienti insospettabili, ma è stato portato sicuramente a compimento dall’ultimo segretario del Pd, Matteo Renzi e dalla vecchia guardia dei Ds”.

Andiamo con ordine: questa spietata guerra tra elettorati ha registrato diversi vincitori, ma ha lasciato sul campo qualche sopravvissuto dei vecchi equilibri e una vittima accertata ben nota alle cronache: chi ha ammazzato la sinistra?

Temo che, purtroppo per lei, la sinistra sia ancora viva ma con un’identità frammentata, le manca un partito di riferimento e le sue idee si sono ormai disperse tra le formazioni populiste e il sostanziale fallimento di LeU e di Potere al Popolo, che dimostra come le giuste istanze siano state mal rappresentate; prendiamo ad esempio il gruppo dirigente di Liberi e Uguali: è apparso vecchio, troppe facce che rievocano la prima Repubblica hanno coperto il volto dei giovani come Speranza, Fratoianni e Civati e in politica l’immagine è importante

A quanto le risulta è un delitto recente o smuovendo il fondo è soltanto venuto a galla il corpo?

Il tentativo di soppressione parte da lontano, si tratta evidentemente di un delitto premeditato da tempo; il Partito democratico prova da molti anni ad accedere all’elettorato moderato rinunciando alla rappresentanza dei giovani, degli operai, delle famiglie più disagiate e cercando il consenso tra la borghesia e le lobby finanziarie, sono interessi che con la situazione delle casse dello Stato sono difficilmente conciliabili

I maggiori indiziati sono Salvini e Di Maio o sotto c’è qualcosa di più?

I Cinque Stelle e la Lega difendono il territorio, ma hanno un atteggiamento negativo verso gli immigrati, non tengono conto della Ue e avanzano proposte economicamente insostenibili: non credo possano essere considerati una vera calamita per l’elettorato di sinistra anche se gran parte dei voti al M5S viene da lì, penso invece che hanno saputo riempire un vuoto e cavalcare il dissenso con proposte che hanno dato una speranza, soprattutto ai giovani alla ricerca di una diversità rispetto alle politiche seguite finora.

Si indaga soprattutto nel Mezzogiorno: perché i killer hanno potuto godere di tanto appoggio tra la popolazione locale?

Il Sud voleva cambiare e la proposta del reddito di cittadinanza a quattro milioni di disoccupati ha fatto sicuramente breccia anche se non è stato solo questo il motivo: il Meridione è stanco di vedere investimenti e infrastrutture tutti concentrati al nord del Paese.

Il Pd si è dato alla latitanza e i tanti capi si dividono tra coloro che cercano un accordo con il gruppo dei Pentastellati e chi vuole rimanere fuori dal giro in attesa che si calmino le acque, come finirà?

Non si può aprire una trattativa con l’M5S e tantomeno con quelli del centrodestra, qualsiasi cosa si facesse adesso stando al potere non sarebbe sufficiente per sostenere una diversità alle prossime elezioni e sarebbe una macchia sulla fedina che gli elettori non capirebbero, non ci si può assoggettare agli altri e fare da stampella a coloro che ti hanno coperto d’insulti fino a ieri; l’opposizione di tutte le forze che si vogliono rifare alla sinistra è l’unico modo per ridarsi una dignità, aspiro al nascere di una formazione realmente di sinistra e non “smussata”.

Dopo la pesante sconfitta il capo Matteo Renzi potrebbe passare definitivamente la mano?

Qualsiasi leader in qualsiasi parte del mondo, dopo aver fallito così clamorosamente e aver perso tanto credito, dovrebbe farsi da parte ma sappiamo che il Pd è capace di grandi autolesionismi.