“I soldi della Lega nei paradisi fiscali”. La Procura li cerca

Investimenti finanziari in paradisi fiscali europei dopo l’inizio dell’inchiesta sulla Lega (2013-2015, periodo in cui erano segretari Roberto Maroni e Matteo Salvini). È l’oggetto di un fascicolo aperto dalla Procura di Genova: l’ipotesi di reato è riciclaggio. Non ci sono indagati. Ma i pm hanno fatto richiesta di acquisizione della documentazione presso le banche straniere, non occorrendo la rogatoria perché si tratta di Paesi europei. Appena esaminate le carte, dovrebbero essere sentiti i responsabili della Lega di quegli anni, quindi gli stessi Maroni e Salvini (non indagati).

La saga dei conti leghisti, iniziata con l’inchiesta sulla gestione di Francesco Belsito che chiamò in causa il cerchio magico di Umberto Bossi, non è finita. Perché cercando di rintracciare il denaro del Carroccio che doveva essere sequestrato dopo i processi, i pm genovesi e la Finanza si sono imbattuti in conti “prosciugati” e in operazioni finanziarie che “meritano di essere approfondite”. Operazioni compiute, appunto, dopo l’inizio dell’inchiesta e quindi non più riferibili al periodo di Bossi.

Tutto comincia quando il 26 luglio scorso il tribunale di Genova condanna – in primo grado – Stefano Aldovisi, uno dei revisori contabili della Lega di Bossi. Cercando di recuperare 56 milioni che dovrebbero tornare nelle casse dello Stato, i giudici chiedono ad Aldovisi ben 40 milioni. Ma il commercialista, assistito dal legale milanese Stefano Goldstein, non ci sta: giura di aver lavorato gratuitamente e di non aver mai toccato quel denaro. E presenta un esposto cercando di indicare ai magistrati dove rintracciare i soldi. I pm genovesi Paola Calleri e Francesco Pinto si imbattono in diversi conti correnti dove sarebbero stati depositati 19,8 milioni. Parliamo della filiale vicentina di Unicredit e della sede milanese di Banca Aletti. Da qui, nel 2013, i denari sarebbero andati su due nuovi conti aperti presso la filiale milanese della bolzanina Sparkasse. A consigliare l’istituto altoatesino sarebbero stati Domenico Aiello, avvocato di fiducia di Maroni e allora presidente dell’Organismo di Vigilanza della banca, e il suo collega Gerhard Brandstatter, allora presidente della Fondazione Sparkasse, oggi presidente della banca (nessuno dei due è indagato).

Qui si verificano gli episodi su cui la Procura ha acceso un faro: il conto, tanto per cominciare, ha una vita brevissima. Aperto nel gennaio 2013 – disse all’epoca Brandstatter – avrebbe cessato la sua operatività nel luglio successivo. Sette mesi. Aiello disse: “Con Maroni segretario, il partito ha aperto un conto in Sparkasse che poi Salvini ha chiuso trasferendo il residuo in Banca Intesa nel 2014”. Ma perché tenere aperto un conto per così poco tempo? “Erano in realtà due conti: un normale easy-business e un altro per deposito titoli. Gli interessi offerti dalla banca erano del 2,5, poi calati all’1,9. Alla Lega non bastava”, hanno raccontato al cronista fonti della banca. Ma il punto per i pm e gli investigatori è anche un altro: emerge adesso che da questi conti nel periodo delle indagini sono usciti soldi per compiere operazioni finanziarie in un paradiso fiscale europeo. Niente di illegale, sempre che dalle carte in corso di acquisizione dai pm non venga fuori che il denaro è quello del tesoretto oggetto dell’inchiesta sul sistema Belsito. E che nella Lega qualcuno non l’abbia sottratto alla giustizia. Di qui l’ipotesi di reato di riciclaggio (finora non è dimostrata e non ci sono indagati). C’è poi da capire di quale natura siano gli investimenti finanziari compiuti dalla Lega, visto che una legge del 2012 prevede che i partiti possano investire le proprie risorse soltanto in titoli di Stato dei paesi Ue.

Finora, ricordano le cronache, sui conti della Lega i magistrati hanno trovato appena 2 milioni. Nel gennaio scorso Salvini parlò di appena 13mila euro. Cifre lontanissime da quelle contenute nell’esposto presentato in procura dove per il 2011 si parlava di 47 milioni. Anche se risulta che ultimamente dall’estero stia rientrando del denaro.

Ma la questione si arricchisce di un ulteriore elemento di cui parlerà L’Espresso di domani: è la storia dell’associazione Più Voci. Una onlus considerata di area leghista. Secondo l’inchiesta del settimanale, è stata creata da tre commercialisti vicini a Salvini. Più voci nasce nell’ottobre 2015, periodo nel quale stanno scavando i pm genovesi perché siamo nel pieno dell’inchiesta sulle finanze leghiste. Secondo L’Espresso, l’associazione – che non ha sito web – sarebbe stata usata dalla Lega anche per ricevere finanziamenti dalle aziende, denari girati subito dopo dal partito a società vicine. Le indagini dei pm genovesi finora non hanno preso in considerazione Più voci, nè i suoi responsabili. Ma ora i magistrati potrebbero verificare se l’onlus compaia nei movimenti di denaro sui conti correnti oggetto dell’attività investigativa. Così come verificheranno un altro elemento sostenuto dall’Espresso, cioè che nel maggio 2014 sarebbero stati investiti milioni in titoli forse anche Arcelor-Mittal (quelli dell’Ilva). Per questo sarà utile sentire i vertici della Lega.

Ora i 5 Stelle potrebbero governare dalle Camere

Anche a me (così come ha detto al Fatto Gianrico Carofiglio) infastidisce l’atteggiamento spesso sprezzante dei Cinque Stelle. Il socchiudere la porta del dialogo con il Pd, per poi emarginarlo dagli uffici di presidenza del Parlamento. Pretendere la guida di un ipotetico governo per Luigi Di Maio vantando il quasi 33% dei voti: ottimo risultato ma che non risulta configurare ancora la maggioranza assoluta. E poi il soffocante regolamento interno che concentra ogni potere sulla figura del capo politico (guai a chi sgarra). Forme di verticismo così assoluto che forse neppure Lenin ai suoi tempi.

Senza contare la santissima trinità che governa come una chiesa pentecostale un movimento non di pochi adepti ma con undici milioni di elettori. Grillo, Casaleggio, Di Maio: padre, figlio e spirito santo, dove non si capisce chi comanda chi, e che cosa. Ai tempi dell’Ottobre rosso avrebbero bollato queste critiche come espressione di decadente individualismo borghese. Bisogna però ammettere che nella (fortunatamente) incruenta rivoluzione italiana, oltre a esprimere giudizi su ciò che non ci piace sarebbe più utile cercare di comprenderne il perché. Qualcosa credo di aver capito, non sulla base di ghiotti retroscena di cui non sono in possesso, ma attraverso la semplice osservazione della realtà.

Quel che ha detto Fico

Un amico (informato sui fatti) mi dice: riascolta il discorso d’insediamento del nuovo presidente della Camera e troverai una traccia utile. Ho eseguito: quindici minuti intorno a un solo concetto, la centralità del Parlamento. Sento già l’obiezione: cose già sentite mille volte, insomma pura ritualità. Non è così. Nel manifesto di Fico c’è un completo rovesciamento nel rapporto di forza con il governo. Basta “abusi e pressioni inaccettabili”, basta “scorciatoie e forzature”. Tradotto: il Parlamento non più mero esecutore delle decisioni governative espresse a colpi di fiducia, canguri, tagliole e altre forme di sottomissione istituzionale. D’ora in avanti, invece, le Camere saranno “il luogo della sovranità popolare dove il futuro può prendere forma”. Appuntatevi questa frase. Non fu forse Beppe Grillo a dire che “il Parlamento può funzionare anche senza un governo”? È vero, accadeva cinque anni fa, dopo il primo exploit dei cinquestelle, ma è rimasto un principio fondante del cosiddetto populismo grillino: dare voce al popolo, non deluderne le attese. Ovvero: “I cittadini possono fidarsi”(Fico).

E dove può avvenire ciò se non nel luogo deputato della rappresentanza popolare? Occhio perciò alle leggi d’iniziativa parlamentare che i “populisti” di M5S e Lega potrebbero far passare alle Camere, anche con un voto autosufficiente. Quelle sul taglio dei costi della politica (espressamente richiamate da Fico e da Matteo Salvini), ma non soltanto. Il mantra del Movimento durante tutta la campagna elettorale non è stato forse: presenteremo le nostre proposte a tutti e accetteremo i voti di chi le condivide?

Il governo delle Camere

Quindi, se le trattative per la formazione del governo andassero per le lunghe, è così assurdo immaginare che il partito di maggioranza relativa possa decidere di “governare” direttamente, attraverso il Parlamento, su alcuni punti sostanziali? Per esempio: un reddito di cittadinanza in forme più limitate (e meno costose); una prima revisione degli aspetti più ingiusti (per i pensionati) contenuti nella legge Fornero. Ed è impensabile che nelle aule di Montecitorio e di Palazzo Madama possa avvenire uno “scambio” con punti altrettanto qualificanti del programma leghista? Per esempio: l’abbassamento della pressione fiscale (una mini flat tax, meno piatta per non incorrere nei fulmini della Consulta) oltre a norme più stringenti contro l’immigrazione irregolare? Perché infine non ipotizzare, strada facendo, una qualche convergenza su progetti condivisi anche col Pd (non renziano), e in coabitazione con il governo per gli affari correnti di Gentiloni? Per esempio, le battaglie per la legalità e contro le mafie (ma forse mi sto allargando troppo).

Lenin a 5 Stelle

Se così fosse, ecco che a noi inguaribili individualisti borghesi appare più comprensibile la necessità di un movimento-partito di stampo leninista. Provvisto di un centralismo democratico 4.0, amministrato dagli iscritti alla piattaforma Rousseau, ma sottoposto alle inappellabili decisioni finali del vertice. Con l’occupazione di più poltrone possibili, per blindarsi nel Palazzo. Con l’obiettivo della conquista definitiva del potere. Magari grazie a una nuova legge elettorale anche questa concordata con Salvini. In fondo, non occorre molto al M5S per raggiungere la maggioranza assoluta del 40%. Come disse Grillo sulla spiaggia di Bibbona: “Arrendetevi!”. Mamma mia.

Salvini apre al reddito di cittadinanza: “Ma solo se è a tempo”

Matteo Salvini apre al reddito di cittadinanza, ma alle sue condizioni, e cioè soltanto se fosse un aiuto “a termine”. Ieri il leader della Lega ha parlato a Ischia, dove si trovava in vacanza, e ha specificato il suo punto di vista riguardo al sussidio: “Se il reddito di cittadinanza fosse un investimento illimitato per chi sta a casa, aperto a tutti, mi vedrebbe fortemente contrario perché sarebbe la fine del merito e dell’incentivo a fare impresa e cercare un lavoro”. In altre circostanze, le cose potrebbero cambiare: “Se invece fosse un investimento temporaneo per chi ha perso il lavoro ed è in attesa di trovarne uno nuovo, allora ne possiamo parlare”. Una dichiarazione che, a pochi giorni dall’inizio delle consultazioni al Colle, potrebbe essere un messaggio al Movimento 5 Stelle. Ma è lo stesso Salvini a precisare: “Non è un’apertura a loro, ma al Paese. Se c’è qualcuno che è a casa, disperato, che per colpa della Legge Fornero non ha né pensione né lavoro e io gli posso dare una mano son contento, non ho pregiudiziali di nessun tipo”.

De Gregorio e gli altri: quando è dura mollare le commissioni

Quando il neo presidente della Camera Roberto Fico chiede una stretta sui cambi di casacca, si riferisce in particolare ai presidenti di commissione voltagabbana. Un fenomeno frequente nella storia politica recente. Nel 2013, per esempio, diverse presidenze spettarono al Pdl. Quando il partito si divise, gli alfaniani – come Roberto Formigoni e Maurizio Sacconi – rimasero in sella, ma anche molti di Forza Italia, pur all’opposizione, non si dimisero. Daniele Capezzone (commissione Finanze), Giancarlo Galan (Cultura), Francesco Paolo Sisto (Affari costituzionali), Elio Vito (Difesa) durarono due anni, più della metà passati in FI. Nel 2006 fece scuola Sergio De Gregorio: eletto con l’Idv, rimase alla Difesa anche quando passò al centrodestra. Nel 2008, Riccardo Villari (Pd) fu eletto coi voti di FI alla Vigilanza Rai, ma il Pd preferiva Sergio Zavoli e chiese (invano) a Villari un passo indietro. Lui restò due mesi, poi la Vigilanza fu sciolta.

I renziani contro i “governisti”, LeU s’offre per un esecutivo

Impedire qualunque forma di apertura per “costringere” i 5Stelle a fare un governo con la destra. La strategia di Matteo Renzi è semplice e insieme pericolosa: se si andasse al voto presto, infatti, lui non avrebbe più il controllo con le liste e il Pd probabilmente scenderebbe sotto il pur pessimo 18,7% a cui l’ha portato l’ex premier.

Eppure Renzi e la sua pattuglia non deflettono, anzi lavorano per fermare le timide aperture a un governo “istituzionale” arrivate da altre correnti dem (franceschiniani e orlandiani). La batteria di dichiarazioni di sbarramento – tecnica che il renzismo ha mutuato dal suo inventore, Silvio Berlusconi – è stata aperta dal capogruppo in Senato Andrea Marcucci, talmente nuovo e di sinistra da essere stato deputato del Partito liberale nel 1992 passando poi per Rinnovamento Italiano di Lamberto Dini: “La linea che porteremo la prossima settimana al Colle è quella votata praticamente all’unanimità in direzione: il Pd in questa legislatura starà all’opposizione. Se qualche dirigente vuol cambiare posizione, lo dica chiaramente”.

Nessuno lo dirà chiaramente, giusta la tradizione del Pd, e dunque il Pd si dichiarerà con Sergio Mattarella indisponibile a qualunque governo. Basti citare l’ondivago post su Facebook del reggente Maurizio Martina: “Stiamo attenti a un dibattito sterile tra isolamento e apertura. La Direzione ha stabilito unitariamente come dobbiamo muoverci. La sfida è sulle idee”.

Quelli di LeU, ovviamente, guardano speranzosi ai “trattativisti” per non morire di irrilevanza: “Auspico che il Pd non si chiuda a riccio. Da Franceschini e Orlando mi pare arrivino parole di buon senso. Credo sia intelligente lavorare per evitare l’abbraccio tra lepenisti e grillini”, dice Roberto Speranza. Una neanche troppo velata disponibilità a un accordo di governo.

“Fermiamo i cambi di casacca e via l’indennità ai presidenti”

Camicia bianca, senza giacca. La bottiglia d’acqua sul tavolo e il telefonino che squilla senza suoneria, di continuo. Nel suo ufficio a Montecitorio, tappezzato di arte e broccati, ecco il neo presidente della Camera Roberto Fico. Il grillino della prima ora, quello che nel 2005 si fece fotografare accanto a un cartello: “L’acqua in questa fontana deve restare pubblica”. Sono passati 13 anni, e nel venerdì pre-pasquale Fico racconta quanto gli sia cambiato il mondo attorno, in poche ore: “Ora ci sono la scorta, i funzionari, il cerimoniale. Mi dicono ‘si sieda a sinistra, meglio mettersi a destra’. Mille riti, mi dovrò abituare”. E negli occhi si legge lo stupore. Poi arrivano gli aneddoti. “Mi hanno scritto molte delle persone con cui avevo lavorato in un call center, erano contentissime per me. Qualcuno mi ha deriso per questa esperienza, ma io sono contento di aver fatto bene quel lavoro”.

Come si sente Fico? Disorientato?

Questa nomina mi tocca nel profondo. Mi sono commosso per giorni, leggendo ogni messaggio ricevuto. Mi è arrivato tantissimo affetto dalla gente: su Facebook, su Whatsapp, in ogni forma. Sento la responsabilità di rappresentare la Camera e un pezzo dello Stato.

E magari anche l’ebbrezza. Si potrebbe montare la testa in fretta, non crede?

La cosa fondamentale è rimanere se stessi e fedeli a quello in cui si crede, e sento di averlo sempre fatto. So farlo.

Il movimentista dei cortei e dei meet up è salito al Quirinale. Un salto triplo.

Quando sono entrato e il Corpo di guardia mi ha fatto il saluto militare mi è sembrato di vivere in una bolla, un momento particolarmente emozionante. Ma devo dire che il presidente della Repubblica è stato davvero gentile. Abbiamo parlato in modo molto diretto, “normale”.

Beppe Grillo invece cosa le ha detto, le ha dato consigli?

Ci conosciamo bene, non ce n’era bisogno. Abbiamo rievocato i vecchi tempi, da dove siamo partiti.

E i funzionari della Camera, il personale, come l’hanno accolta? Appena arrivati in Parlamento voi 5Stelle li chiamavate “casta”…

Nel mio discorso di insediamento ho elogiato la grande professionalità delle persone che lavorano alla Camera. E l’atteggiamento che sto vedendo in questi primi giorni è di reciproca collaborazione. Detto questo, ci sono dei costi da razionalizzare. E ho dato l’esempio, tagliando la mia indennità da presidente.

Ci torneremo. Ma come e quando nasce la sua candidatura alla presidenza?

(Sorride, ndr) È nata nelle cose. Il 4 marzo il Movimento ha ottenuto nelle urne un risultato straordinario, e sembrava giusto che ottenesse la presidenza della Camera, la più rappresentativa. Poi io sono stato scelto come volto storico del M5S e perché da tutti i partiti mi è stato riconosciuto il mio ruolo istituzionale come presidente della Vigilanza Rai. Molte delle decisioni prese in commissione sono state prese all’unanimità, con il dialogo.

Sarà. Ma la sua candidatura è parsa un segnale politico alla sinistra, viste le sue idee.

No. Il M5S ha subito detto, molto prima delle elezioni, che le presidenze andavano slegate dalle dinamiche per il governo. Una posizione giusta, anche per far iniziare a lavorare subito le Camere. La mia candidatura non doveva parlare a qualcuno in particolare.

Però a Luigi Di Maio è servita anche per accontentare la minoranza interna, quella degli ortodossi, di cui lei è il punto di riferimento. E per tacitare un rivale.

Io di correnti non ho mai voluto sentir parlare. Anche in un periodo difficile non ne ho mai volute creare, proprio come Luigi. Non sono arrivato qui certo per questo. Si tende a ragionare così, ma bisogna pensare in un altro modo. Se c’è il dialogo, non servono correnti.

Però lei è seduto su quella poltrona anche grazie ai voti della Lega, con cui diceva di non volersi “mai” alleare, e di Forza Italia. E in cambio il M5S ha fatto eleggere in Senato una berlusconiana di ferro come Casellati. Bel sacrificio, non crede?

Bisogna rispettare i voti di tutti gli italiani. E se si deve farlo, bisogna tenere conto di tutte le sensibilità nell’elezione delle presidenze, svincolandole anche dalla formazione del governo.

Quindi l’accordo con Forza Italia non le pesa?

No, assolutamente, perché si è agito nella democrazia. Quando rispetti la democrazia non sbagli mai.

Però nell’elezione degli altri ruoli degli uffici di presidenza M5S e centrodestra si sono spartiti quasi tutto. Non sembrano aver tenuto conto dei voti di tutti.

Io ho riunito i capigruppo, raccomandando di dare la massima rappresentanza a tutti i partiti. Quello che è seguito riguarda l’interlocuzione tra le varie forze politiche. Io ho il compito di promuovere le intese, ma sono le forze politiche nella loro autonomia a decidere.

Il suo discorso di insediamento è parso molto di sinistra.

Io ho ribadito la centralità del Parlamento per la nostra democrazia e l’importanza dei beni comuni, cose che dico da sempre. Poi era il giorno delle Fosse Ardeatine: era doveroso citarle, perché la lotta contro il nazifascismo deve accomunare tutti.

Lei ha dichiarato guerra alla ghigliottina, lo stratagemma per contingentare i tempi di discussione delle leggi. E ha promesso una riforma del regolamento. Cosa vuol fare nel dettaglio?

Se il Parlamento è centrale deve essere anche utile, e non può essere succube del governo. Per questo ho detto che non consentirò scorciatoie, a nessuno. Quanto al regolamento, va cambiato in modo importante, anche alla luce della riforma fatta in Senato.

Per esempio?

Vanno scoraggiati i cambi di casacca. Per dire, se sei un presidente di una commissione e cambi partito, sarebbe opportuno dimettersi. Questo è solo un esempio. Ma lavoreremo anche su altri aspetti.

Altro tema rilevante, i “tagli ai costi della politica”. I vitalizi?

Quello sarà un punto su cui interverremo.

Che altro si può fare?

Appena eletto ho rinunciato all’indennità aggiuntiva da presidente. Parleremo con i rappresentanti di ogni forza politica, per chiedere che tutti rinuncino alle indennità che prendono per i vari ruoli. Per farlo basta una delibera dell’ufficio di presidenza.

Chi fa il presidente di commissione ha lavoro e responsabilità in più.

È vero, ma lo stipendio da parlamentare può bastare.

Ma non è demagogico? In fondo sarebbero solo spiccioli per il bilancio dello Stato.

Non è solo questione di conti economici, ma di un conto culturale da saldare con i cittadini. La gente deve essere riavvicinata alle istituzioni e alla politica. E servono gesti concreti. Questa lampada, come tutti i mobili che vedete in questa stanza, sono di tutti, sono dei cittadini. I Palazzi sono anche casa loro.

Va bene. Ma quelle foto che si è fatto scattare su un autobus si potevano evitare, no?

Quel giorno ero tornato a Roma da Napoli in treno, ed ero arrivato alla stazione Termini, dove ad attendermi c’erano, inaspettatamente, una telecamera e un fotografo. Di solito alla Camera vado a piedi, oppure prendo un taxi. Ma la fila per i taxi era lunghissima. Allora sono andato verso l’altra fermata in piazza della Repubblica, lì vicino. Nel frattempo però stava partendo un bus, l’85, e allora ci sono salito al volo.

Anche il fotografo…

E che potevo fare? Mi sono anche seduto in fondo. Quando sono sceso ho augurato buon lavoro al fotografo.

E il reddito di cittadinanza quando partirà? Dicono che il M5S stia smussando la sua proposta per costruire un governo.

La lotta alla povertà non può essere mai abbandonata. Va costruita da tutte le forze politiche. Lo Stato che non combatte ogni giorno la povertà va in una direzione che non mi piace.

Sareste disposti a modificare la proposta del M5S per trovare un’intesa?

Io favorirò la massima discussione sull’argomento, come su ogni altro tema, da garante di tutti. Ma credo che lo Stato debba trovare strumenti per aiutare le persone in difficoltà.

Per cominciare davvero ci vorrebbe un governo. Se lo facessero assieme il Movimento e la Lega lei come la prenderebbe?

Questo è un argomento di competenza solo del presidente della Repubblica. Mercoledì io sarò al Colle per le consultazioni. E Mattarella cercherà di fare la sintesi.

Lei è stato presidente della Vigilanza Rai. E tra poco verrà nominato un nuovo Cda. Il Movimento come gestirà questa partita?

Non so cosa farà il Movimento. Ma auspico che tutte le forze politiche ragionino non per appartenenza ma solo per merito. Per la prima volta verrà eletto un Cda con la nuova legge. Due consiglieri li eleggerà il governo, mentre ogni Camera ne sceglierà due e un altro verrà eletto dai dipendenti della Rai.

Prima si parlava dell’importanza di non montarsi la testa. Ma il M5S che ha preso quasi 11 milioni di voti quanto rischia di perdere l’anima?

Il rischio c’è sempre stato.

Ma lei ha sempre parlato di rivoluzione come missione per il M5S. Sedersi nei Palazzi fa parte di questa rivoluzione?

Noi abbiamo fatto un grande percorso, quello di cittadini che diventano Stato. Nella vita si cammina. E oggi rivoluzione significa cambiamento, costruzione, dialogo, pazienza. Quindi questa è la nostra rivoluzione.

Bistecche di tigre

Nel 1997 Romano Prodi aveva vinto le elezioni da appena un anno e già gli “alleati” Bertinotti & C. cannoneggiavano il suo primo governo. Indro Montanelli, sul Corriere, raccontò di aver sognato il Professore che li strapazzava con un piglio tanto risoluto quanto insospettato: “Via via che il presidente parlava, un’espressione di incredulità si soffondeva sul volto degli astanti. ‘Ma da dove esce, questo Prodi?’, si udiva sussurrare. E già cominciava a circolare la voce – poi attribuita naturalmente al Cavaliere – ch’era stata sua moglie, la brava e previdente signora Flavia, a spedire pochi giorni prima un fiduciario da alcuni suoi amici in Bengala per procurarle un filetto di tigre – ma di tigre da giungla, non da circo equestre – che poi aveva somministrato al marito come castrato della Padania. Sciocchezze naturalmente, ma che servono a rendere il clima creato nell’aula dal discorso del presidente. L’unico che riuscì a raggiungerlo e ad aggrapparglisi alle falde della giacca non fu… né un cronista né un fotografo, ma un ansimante Bertinotti che Prodi, con quella bistecca di tigre in corpo, si trascinò dietro per un buon tratto. E a questo punto mi svegliai, perché, come avrete capito, si trattava soltanto di un sogno”. Voi non ci crederete, ma anch’io nel mio piccolo ho fatto un sogno sulla bistecca di tigre. Ero nascosto dietro una porta del Nazareno e origliavo una riunione fra Matteo Renzi, Maurizio Martina, Dario Franceschini, Andrea Orlando e Luigi Zanda.

Renzi: “Che volete, ragazzi? Io ’un ci ho tempo da perdere, tanto s’è già deciso tutto collegialmente quel che volevo io, no? Riassumo: ’un si parla con nessuno, men che meno coi populisti scrocconi ignoranti della Casaleggio&Associati. Manco se li si incontra per strada. Metti che uno ci dice a tradimento: ‘Facciamo insieme qualcosa per i poveri’. E noi ’un si sa che rispondere: manca solo che ci costringano a fare una cosa di sinistra, così poi i nostri ci chiedono perché noi ’un ci si era mai pensato da soli. Che poi i grillini son di destra: ora li si manda al governo con Salvini e poi si ride di gusto”.

Orlando: “Ridi, ridi. Che avrai tu sempre da ridere non si sa. Ma perché dovremmo dire no a chi ci chiede aiuto per fare qualcosa di sinistra? E in che senso loro sarebbero di destra e noi di sinistra?”.

Renzi: “Sta forse parlando quell’Orlando che Napolitano mi implorò di promuovere ministro della Giustizia e io magnanimo accondiscesi? Quello che mi fece la riforma delle intercettazioni per imboscare quelle ancora segrete fra me e il mi’ babbo?”.

Orlando: “Pardòn, Matteo, come non detto”.

Franceschini: “L’Aventino è assurdo: siamo il secondo partito, possiamo evitare un governo Di Maio-Salvini, perché mai stare all’opposizione prima di sapere chi va al governo? E che facciamo se Mattarella ci chiede di entrare in partita? Diamo del populista pure a lui?”.

Renzi: “Franceschini… Franceschini… questo nome non mi è nuovo… Ah sì, quello che mi appoggiò alle primarie fin dal 2013, poi tradì Letta per far fuori quel governo di pippe e metterci il mio, poi ’un disse bah sulle mie grandi riforme finché non perdemmo il referendum, e anche all’ultimo congresso si schierò con me per garantire ai suoi un bel po’ di posti sicuri in lista?”.

Franceschini: “Ma no, Matteo, che hai capito, mi sarà scappato un contro, ma io sono sempre pro. Volevo dire che nemmeno Mattarella ci schioderà dall’opposizione a prescindere, senza se e senza ma! E poi l’Aventino è un bellissimo posto, ci sto da Dio”.

Renzi: “Bravo, a cuccia. Altri interventi?”.

Zanda: “Io penso che stiamo sbagliando tutto: se Mattarella ce lo chiede, noi dovremmo…”.

Renzi: “Alt! Se non sbaglio sei il nostro ex-capogruppo al Senato che mi dava sempre ragione anche quando avevo torto? E avallava fiducie, canguri e tagliole quando riducevamo il Parlamento a un’aula sorda e grigia? E ripeteva a pappagallo le puttanate che m’inventavo per coprire i miei su Consip, tipo ‘attacco eversivo alle istituzioni’ che a ripensarci divento rosso?”.

Zanda: “Ma no,Matteo, c’è un equivoco. Io dicevo che, se Mattarella chiama, non dobbiamo parlare neanche con lui”.

Renzi: “Ecco, meglio così. Allora tutti d’accordo?”.

Martina: “Ehm, con rispetto parlando, se posso permettermi e se non è troppo disturbo, in qualità di reggente, io penso…”.

Renzi: “Scusa, Mauri, ma veramente hai creduto alla storia del reggente? Ma guardati: manco ti reggi in piedi e vuoi fare il reggente? Sii buono. Fai come si è sempre fatto: io la mattina ti mando un whatsapp con una cosetta da dire, tu la dici e poi vai al bar a giocare a biliardo. E soprattutto non pensi”.

Martina: “Ah, ok, come dici tu. È che stamane non mi era arrivato niente e allora pensavo di avere il giorno libero”.

Renzi: “Vabbè, mi pare che si è chiarito tutto. Ricapitolando: noi ’un ci siamo per nessuno. Se chiama Mattarella, facciamo l’accento svedese. Così il Pd rinascerà più bello e forte che pria. E ora scusate, ma ci ho il mi’ babbo e il Lotti che rompono perché i pm li chiamano e non sanno più che cazzo inventarsi”.
L’ex (?) segretario uscì spingendo un carrello con quattro dossier. E gli altri, finalmente soli, confabularono ancora un po’. “È ufficiale: quello è fuori come un balcone”. “No, come un geranio”. “Eppure non so che mi succede, ma quando c’è lui a me si bloccano gli arti”. “A me si paralizza la bocca”. “A me si secca la lingua”. “A me spariscono le palle: non che le abbia tanto sviluppate, ma quando lo vedo, puf: non me le sento più”. “Pensate che io continuo a trovarlo molto sexy…”. “E farci una bella scorpacciata di bistecche di tigre? Ho letto da qualche parte che Prodi, una volta, se le faceva arrivare direttamente dal Bengala”. “Chiamiamolo: chi ha il numero?”.

“I miei primi personaggi sono stati i compagni di scuola”

Pierdomenico Baccalario si presenta alla Fiera del libro di Bologna con una giacca a quadretti arancione. “Se sei in imbarazzo mi tolgo la cravatta”.

Come le vengono in mente le storie?

Ho cominciato a scrivere racconti al liceo, avevano come protagonisti i compagni. A 22 anni ho pensato di partecipare a un concorso, ma l’ho fatto a 17 giorni dalla scadenza delle domande. Ho scritto un romanzo in 15 giorni: mio padre ha detto che era uno schifo, mia madre me l’ha corretto. L’ho presentato con il nome del mio vicino, il Signor Gigi. Ha vinto proprio lui.

Quanto ci mette a scrivere?

Scrivo tutto a penna, ho la casa disseminata di taccuini. Poi riporto sul computer, ma dopo una prima stesura senza interruzioni, correggo una volta sola. Poi mando all’editore e non ne voglio più sapere.

A quale personaggio è più affezionato?

Ulysses Moore, quello che ha avuto più successo e quindi che porta qualche soldo nelle casse di famiglia.

Prima di scrivere, sa già come vanno a finire le storie?

Quasi sempre. L’avventura ha senso solo se si torna a casa.

Se non avesse fatto lo scrittore cosa avrebbe fatto?

L’esploratore, due mestieri simili: si studiano le persone.

 

Le 500 e una notte di David B., narratore arrivato da un altro millennio

Pierre-François Beauchard, che firma i suoi lavori come David B., è diventato celebre con un lungo e complesso graphic novel dedicato alla malattia del fratello epilettico, Il grande male un’opera capace di rivaleggiare con Maus di Art Spiegelman per la capacità di usare il linguaggio del fumetto per esplorare il dolore e l’angoscia. Hasib e la Regina dei serpenti, che esce ora per Bao Publishing, è completamente diverso dal Grande male ma è un’esibizione altrettanto notevole di talento. David B. diventa la Sherazade de Le Mille e una notte, si parte dalla notte numero 482 quando Sherazade raccontò: “Si dice che una volta ci fosse un saggio, chiamato Daniel, che aveva numerosi discepoli”. Inizia così, con una tavola avvolgente, con Sherazade che si affaccia discinta sulla pagina mentre il principe persiano Shahriyar la ascolta rapito, un racconto a spirale. Ogni storia ne racchiude un’altra, ogni protagonista ha un racconto da fare a un pubblico attento, ogni tanto Sharazade riappare per riprendere il filo della trama principale al cui centro c’è Hasib, un giovane che avrà una serie di disavventure dalle quali riuscirà a salvarsi soltanto grazie alla regina dei serpenti, conosciuta nel fondo di una grotta dove era stato abbandonato. David B. avvolge il lettore nelle spire della sua narrazione, che è scritta in parole e immagini ma pare sussurrata all’orecchio, il tratto innovativo e antichissimo, che attinge alla calligrafia araba come all’iconografia bizantina, riesce a stupire pagina dopo pagina, anche gli orrori più macabri diventano – come in ogni fiaba che si rispetti – spunti per un continuo stupore che si rinnova fino all’ultima tavola. Quando il lettore è pronto a ricominciare per riavvolgere il gomitolo narrativo dipanato da David B.-Sherazade.

 

È la casa dei miracoli di Lucio Dalla

“Un po’ buia, con un grande pianoforte che abbiamo più volte suonato assieme. Lui ha voluto bene a Trastevere e a questa abitazione”. Da questo ricordo del cantante romano Antonello Venditti, si dipanano le note che tutti i fan di Lucio Dalla conoscono a memoria: quelle di La notte dei miracoli. Ora tra i vicoli di Roma, precisamente Vicolo del Buco numero 7, dove il cantautore bolognese visse dal 1980 al 1986 c’è una targa che ricorda quegli anni.

Anni d’oro per la musica italiana, che proprio in quel periodo ha regalato al mondo le migliori canzoni mai ascoltate prima. Come La notte dei miracoli, appunto, composta da Dalla nel 1980 al pianoforte che troneggiava nel salone di questa casa di Trastevere. Accanto a lui, in un continuo via vai di scambi e intensi incontri, amici e discografici. Alcuni di questi presenti sabato scorso all’inaugurazione di Casa Dalla, in quello stesso vicolo. Tra loro Antonello Venditti, che ha fortemente voluto la targa in memoria dell’autore di Caruso.

Presenti anche, Piera Degli Esposti compagna di scuola di Dalla, Maurizio Meli, Presidente Premio Lucio che porta il nome dell’artista. Gaetano Curreri (leader degli Stadio), Mario Sesti, regista del film Senza Lucio dedicato a Dalla e proiettato durante l’evento, accanto a personalità dello spettacolo che hanno vissuto nella Capitale in quegli anni e che ha conosciuto le stanze romane del cantautore scomparso nel 2012.

A proposito di Caruso, proprio nel 1986, l’anno in cui scrisse il suo capolavoro noto in tutto il mondo, Lucio Dalla abbandonò Roma e la casa di Trastevere e tornò definitivamente a Bologna. Ma qui a Trastevere sono in molti a ricordarlo bene: dai giovanissimi, che si fermano davanti alla casetta a due piani di Vicolo del Buco per farsi un selfie, o lasciare un fiore in ricordo di un artista che ha lasciato un vuoto nella musica italiana molto difficile da colmare.

Molti lo ricordano: giovani e giovanissimi si fermano davanti alla casetta di Vicolo del Buco per farsi una foto o lasciare un fiore in ricordo di un uomo che ha lasciato un vuoto incolmabile nella musica italiana di tutti i tempi.

Ma ora almeno “Casa Dalla”, torna a rivivere nella memoria di tutti e non soltanto per il tempo dell’inaugurazione o di una foto, ma nel ricordo imperituro delle sue parole in musica: “È la notte dei miracoli, fai attenzione, qualcuno nei vicoli di Roma ha scritto una canzone”