Nella “Superba” Genova del Seicento una detective di nome Pietra

Pietra è un nome impegnativo per una donna. Soprattutto per una rabdomante scambiata per strega o figlia del demonio nella “Superba” Genova del Seicento. E così Pietra si fa chiamare Petra, “perché crede che il suo vero nome, Pietra, appaia troppo forte, una provocazione, se non una sfida”. Ma nell’aspra società di allora, dove la violenza delle parole eguaglia o supera quella fisica, Petra è appellata con spregio come “La tunisina”. Orfana abbandonata in un convento di suore, Petra fu poi adottata da una famiglia di corallari emigrata in quel Paese. I suoi genitori furono uccisi e lei è tornata nella città natìa con la nonna adottiva.

In realtà, la donna fa finta di essere una rabdomante. A guidarla sono la sua intelligenza e soprattutto uno spirito di osservazione degno di Sherlock Holmes. Doti queste però pericolose per una donna di un secolo maschilista, così meglio passare per una rabdomante che indovina il destino grazie a un ramo di legno biforcuto. Siamo nell’estate del 1606. Genova è una Repubblica marinara, in cui il potere è incarnato dal Doge. Petra è “ingaggiata” dalla potente famiglia degli Spinola Doria. È sparito un pittore fiammingo loro ospite, Pietro Paolo Rubens. L’artista aveva appena consegnato il ritratto della bellissima Brigida Doria Spinola (oggi alla National Gallery of Art di Washington). Ma a Genova c’è anche un serial killer con una maschera da poiana che ammazza con un doppio cappio serrato al collo delle vittime. Stavolta, a ricorrere a Petra è il Doge in persona, che non si fida del Bargello, il capo della polizia del tempo. Su tutto, il ritratto cupo e maestoso della Genova secentesca: Lorenzo Beccati è tra migliori autori del giallo storico italiani.

 

 

Tolleranza 1686: era meglio alla lettera

Per via di quelle distrazioni che possono condannare l’esistenza, dopo la lezione di barbarie egoistica fornita al mondo dal nazismo nel secolo passato, il nuovo millennio ha portato con sé della tolleranza un’interpretazione erronea: la convinzione che invece di unire la tolleranza sia uno strumento che divide – i ricchi dai poveri, gli ctoni dagli immigrati, i credenti dai non credenti – si è insediata nelle nostre vite e nel nostro linguaggio.

Bisogna pertanto tornare a una comprensione letterale e leggere con estremo fervore il Commentario filosofico sulla tolleranza di Pierre Bayle (I Millenni-Einaudi, a cura di Stefano Brogi, pp. LXXXVI, 849, euro 90), opera cardine sul tema insieme al Trattato teologico politico di Spinoza o alla Lettera sulla tolleranza di Locke, per la prima volta in traduzione italiana.

Scritto in risposta all’abrogazione di Luigi XIV dell’editto di Nantes (che nel 1598 aveva posto fine alle guerre religiose e consentito ai protestanti la libertà di culto), il Commentario è un esempio di lotta culturale. Bayle crede fermamente nel rispetto della coscienza del singolo come principio morale necessario della società affinché possa definirsi una società “moderna”, cioè “tollerante”, ovvero “plurima”, in cui possa brulicare l’infinita forma della vita.

Con l’allarme tipico dei visionari e di coloro che, prima di altri, intuiscono il senso del futuro, Bayle fonde la tolleranza con l’esercizio della cittadinanza, e la definisce come elemento primo di ogni popolo che deve “tenere in equilibrio con la sua equità” tutte le diversità che si presentano; prosegue Bayle che “la tolleranza appare, fra tutte le cose del mondo, la più adatta a riportarci all’età dell’oro, a creare un concerto e un’armonia di più voci e strumenti di diversi toni e note”.

Quasi acceca lo splendore di queste parole datate 1686 (le prime due parti vennero pubblicate nell’ottobre del 1686; la terza il 10 giugno 1687 e nel seguente 1688 il Supplemento) se confrontate con l’oscurantismo dei tempi d’oggi in cui – accecati da quella che Roberto Calasso definisce “l’arma invincibile”, cioè la tecnologia – ci siamo ridotti a odiare il diverso, l’altro da noi. Gli anni duemila stanno passando alla Storia come gli anni delle varie declinazioni dell’odio: il femminicidio (verso le donne), la chiusura delle frontiere (verso i migranti), l’omofobia (verso gli omosessuali), e ancora l’odio religioso (verso i non-credenti o chi professa altre religioni).

Possiamo forse collegare la misinterpretazione della tolleranza e il cedimento della coscienza civica con l’abbrutimento culturale degli ultimi decenni? Con gli sconfortanti dati della lettura o dell’accesso alle arti? Semplicistico rispondere “sì”. Tuttavia resta il dubbio che una mancata consapevolezza culturale impedisca il flusso del pluralismo, come pure gridava Hugo nel discorso di apertura al Congresso Internazionale per la Pace di Parigi del 1847: “Il livello di odio si abbassa tanto più si eleva quello della conoscenza”.

Commentario filosofico sulla tolleranza

 

Contromano, Antonio Albanese

“Raccontare questioni complesse in modo paradossale”. Intento nobile, intendo d’artista. Albanese ne sa più di quanto spesso non riesca a (di)mostrare come in questo caso, infelice. Serve un purtroppo, giacché talento e acume del regista, attore, mattatore, anche comico comasco sono fuori discussione. Ma quel “paradossale” che inneggia al leghismo dell’immigrazione al contrario non è originale, né fa ridere. Invitiamolo a ripartire dall’indimenticabile Qualunquemente

 

Una canaglia, 3 donne e quattro (vere) risate

Finale del Roland Garros del 1999. Da una parte la trentenne Steffi Graf, alta, bionda, teutonica, il rapporto con André Agassi agli albori; dall’altra la 19enne Martina Hingis, considerata un fenomeno, poco simpatica, poco ammaliante, favorita per la vittoria, il futuro del tennis sembrava arrivato. Sbagliato. Quel giorno la Graff sbaragliò nonostante un primo set perso; la classe non è sempre una carta da giocare con l’istinto e l’esperienza non è una dote indotta. Testa e bagaglio; testa e sipario. Così al teatro Manzoni di Roma, dove un quartetto inedito porta in scena Quattro donne e una canaglia, tratto da Un beau Salaud di Pierre Chesnot, con protagonisti Gianfranco D’Angelo, Corinne Clery Barbara Bouchet e soprattutto Marisa Laurito, per una commedia leggera, piacevole, senza picchi eccessivi, né in basso né in alto, via gli strappi e le buche, ma una costante quarta marcia d’andatura, inserita in un motore ancora non perfettamente rodato, ma calibrato sulle corde di chi la scena la conosce da molti anni. Marisa Laurito detta i tempi, spinge sul diaframma per dare alla voce la giusta potenza, con la fisicità abbraccia i soci di palco, collega spazi e battute, si appoggia alle inflessioni dialettali napoletane solo quando è necessario e per alternare il registro, ma senza esagerare; strappa applausi fragorosi (e a volte stupiti). E la stessa Laurito trova un’ottima sponda in Gianfranco D’Angelo, nella pièce suo marito pluri-fedifrago, il quale gigioneggia con il mestiere per sopperire alle inevitabili incongruenze con il suo personaggio (Walter in teoria è un 68enne seduttore con appeal da 58enne); D’Angelo si aggrappa alla decennale esperienza da cabarettista anche per colloquiare con il pubblico, lo porta in scena. A completare il quartetto ecco Corinne Clery e Barbara Bouchet, garbate nel ruolo, alcuna evoluzione impropria, ma il giusto equilibrio tra un piano di recitazione attiva e quello di sponda rispetto agli altri due protagonisti. Set, partita e incontro.

Quattro donne e una canaglia, Teatro Manzoni di Roma fino al 22 aprile

Tom Hardy, per gli ultimi giorni di Al Capone

Tom Hardy recita da qualche giorno a New Orleans il ruolo di Al Capone in “Fonzo”, il nuovo film di Josh Trank (“I fantastici 4”) interpretato anche da Linda Cardellini, Matt Dillon e Kyle MacLachlan e incentrato sugli ultimi giorni del boss che dopo 10 anni trascorsi nella prigione di Alcatraz e ormai preda di demenza senile, ripercorre tra follia e sensi di colpa la sua carriera di gangster prima di morire nel 1947 a 48 anni. L’attore inglese quarantenne ha girato nei mesi scorsi a San Francisco “Venom”, il nuovo cinecomic Marvel diretto da Ruben Fleischer dove sarà Eddie Brock, l’uomo infettato dal simbionte alieno che si tramuta in uno degli acerrimi antagonisti dell’Uomo Ragno.

A fine aprile Beppe Fiorello tornerà sul set a Torino per interpretare “Il mondo sulle spalle”, un tv movie diretto dall’esordiente Nicola Campiotti, già apprezzato documentarista, e prodotto da Roberto Sessa per Picomedia e da Ibla Film con Raifiction. Il film è liberamente ispirato alla vera storia di Enzo Muscia ex direttore commerciale della filiale di Saronno di una multinazionale di elettronica che dopo la chiusura dell’azienda nella sua città e il licenziamento di 320 persone ha ipotecato la casa e investito la sua liquidazione per riacquistarne i macchinari e l’ha riportata a nuova vita riassumendo accanto a lui decine di ex colleghi.

“Saluta Andonio”, il tormentone da milioni di visualizzazioni web con l’adolescente Marco Morrone che racconta in video le sue giornate a Cosenza mentre gira in auto con suo padre, ha ispirato una commedia sul riscatto dal bullismo con lo stesso titolo che sarà diretta a Torino da Francesco Mandelli e avrà come protagonista il simpatico e paffuto sedicenne calabrese accanto a Paolo Sassanelli ed Euridice Axen. La sceneggiatura è firmata da Fabio Troiano e Vincenzo Terracciano, anche coproduttori con Pier Paolo Piastra e la sua Viva Productions.

Le lame di Tonya, eccessiva persino per gli Stati Uniti

Portland, primi anni Settanta: Tonya Harding nasce e cresce nel più puro white trash. Vale a dire, povera, incolta e cafona: pagherà tutto, pagherà caro. Arriva finalmente in sala – Lucky Red avrebbe dovuto pensarci prima – Tonya, ovvero I, Tonya, diretto dal non illustre australiano Craig Gillespie (Lars e una ragazza tutta sua), interpretato da Margot Robbie, desunto “da interviste assolutamente vere, totalmente contraddittorie e prive di qualsiasi ironia con Tonya Harding e Jeff Gillooly”. Lei, Tonya, è forse ancora oggi la pattinatrice più famosa: fu la prima a eseguire un pressoché impossibile triplo axel ai Mondiali nel 1991, soprattutto, fu coinvolta in uno scandalo inaudito, giacché nel 1994 la sua collega e nemica storica Nancy Kerrigan venne colpita con una sbarra da due balordi, e cui prodest?

Questo Tonya fotografa divertito, accosta sagace verità e menzogne, ricostruisce, depista e rileva: un po’ ci fa, un po’ ci è, comunque è un buon film, forse addirittura qualcosa di più. Seguiamo dal principio, gli esordi in pista sotto lo sguardo impietoso della madre Lavona (Allison Janney, ci ritorniamo) e le pelliccette di coniglio abbattuto e scuoiato in casa dal padre che presto leva le tende, fino all’ascesa di quel talento non allineato che la Harding è: tosta e smodata, audace e stolida, sulle lame ha pochi eguali, e purtroppo anche nel portarsi male, dalla musica sbagliata (ZZ Top) alle tutine smargiasse e il turpiloquio affilato. Non l’aiuta il marito Jeff (Sebastian Stan), mal servito da un amico mitomane, sopra tutto, balordo e manesco: il tira e molla tra i due incorpora squallore, nonsense e spreco oltre i livelli di guardia, e la radiografia è a immagine e somiglianza degli States. Povera, e colpevole, Tonya, vittima e carnefice di un’ineducazione molto americana: gli Usa la producono ma poi non vogliono esibirla, troppo sbagliata, troppo sconveniente, malgrado l’indiscutibile perizia. Qui si insinua, schiacciata e fessa, la tragedia di una donna non ridicola ma risibile, condannata a se stessa, a essere la persona sbagliata alla pista giusta, la storia sbagliata al momento giusto.

Gillespie e lo sceneggiatore Steven Rogers lo sanno, empatizzano e non affondano il colpo, ma finiscono per rimanere a metà strada: chi è Tonya, un mostro particolarissimo o il danno collaterale di un Paese tutto, dove vogliamo andare a parare? È così, in questa sospensione ideologica che diviene irresolutezza drammaturgica, che si consuma il sorpasso: malgrado la bravura e la devozione della Robbie, la scena, e l’osceno, la ruba mamma Lavona, con la formidabile Janney che ha messo in bacheca Oscar, Golden Globe, Bafta, i tre indizi di una prova maiuscola e comunque ben apparecchiata. Nel finale, poi, arriva il repertorio, e capiamo: la bella Margot ha fatto il massimo, ma la disperazione vivida e no future di Tonya Harding era altra cosa.

 

Laurent Binet “Voglio diventare il Re assoluto della parola”

Laurent Binet è un giovane accademico francese ed è uno scrittore geniale. Il suo ultimo libro s’intitola La settima funzione del linguaggio e con la cifra del thriller rinnova i fasti dell’introvabile manoscritto aristotelico del Nome della Rosa. E in Italia non poteva che pubblicarlo La nave di Teseo, tra i cui fondatori c’è Umberto Eco.

Binet ed Eco: si parla molto del grande saggista italiano a proposito del suo nuovo libro. Ma lei ha scritto un thriller caratterizzato da un’ironia sontuosa, irresistibile. Il Nome della rosa era più ortodosso. O no?

Infatti quello che mi ha ispirato di più di Eco, oltre alla trama del Nome della rosa, è il suo lavoro teoretico. I ragionamenti che mi interessano di più sono quando si domanda, ad esempio, se sia importante considerare falsa la frase “La moglie di Sherlock Holmes è malata” dal momento che Sherlock Holmes non è sposato, ma comunque Sherlock Holmes è un personaggio di fantasia che quindi non esiste.

Il suo romanzo parte da Parigi. Ci sono tutti i mostri sacri della French Theory. Il giallo comincia con Barthes: il suo investimento automobilistico, dopo un pranzo con Mitterrand, nasconde un complotto tutto da scoprire per un manoscritto cercato da tutti: La settima funzione del linguaggio di Roman Jakobson. La sua è un’opera sul controllo del linguaggio, il vero potere.

Sì, in effetti tutto il libro è una sorta di favola filosofica sul potere del linguaggio. L’assunto è che il linguaggio sia l’arma più potente del mondo. Non ho dubbi al riguardo.

Il suo talento per il sarcasmo tratteggia scene magnifiche e grottesche di sesso. Con un continuo ricorso alla fellatio. Dal linguaggio al piacere, tutto presuppone la bocca.

Ah ah ah ah! Vero, la bocca è sempre molto importante, soprattutto quando i miei personaggi hanno diversi tipi di mutilazioni.

È una trama francese ma ci sono le trasferte dei due protagonisti detective, Simon e Bayard, a Bologna, Venezia e Napoli. Siamo nel 1980. A Bologna lei fa dire a una simpatizzante brigatista che Moro è stato lasciato morire da “quel porco di Andreotti”. Sono quarant’anni da quella tragedia.

Ho voluto che la storia fosse ambientata anche a Bologna sia per il ruolo di Umberto Eco nell’omicidio Barthes sia perché amo quella città. Ho dovuto quindi documentarmi sugli anni di piombo, sull’attentato alla stazione ferroviaria e, ovviamente, su quello che accadde nel 1977.

Stragi, strategia della tensione, terrorismo. Nel suo libro si legge che all’epoca il fascismo non era più Mussolini ma la loggia P2. E oggi?

Credo che oggi sia come ieri: quando il capitalismo delude le aspettative della gente il fascismo torna a mostrarsi e cresce. Quello che è successo negli Stati Uniti mi pare molto chiaro: la Clinton ha perso perché è stata identificata come il candidato di Wall Street. Di conseguenza ciò ha reso credibile per moltissime persone un miliardario come Trump, che ha vinto con una campagna nazionalista e reazionaria basata sul motto “Make America great again”. Se ci pensa è un programma assolutamente fascista. Ma io non mi preoccupo troppo per l’America: è un paese con istituzioni forti e un grande rispetto per la loro costituzione, cosa che rende minimo il rischio di un vero colpo di stato. Mi preoccupano maggiormente le democrazie più giovani.

Sempre a Bologna. In un’osteria c’è un signore che piscia addosso a un professore. Quel professore è Eco, colpevole di non occuparsi di politica.

Questo è un aneddoto reale, riportato da un cameriere che fu testimone oculare del fatto.

Lei maneggia con maestria la “contaminazione” tra alto e basso tipica di Eco. Come Foucault che discute degli Abba. È il “reale”?

Mi piace quell’idea. Credo infatti che sia la cultura pop sia l’educazione classica debbano alimentare la nostra creatività in egual modo.

Tra agenti segreti e false piste, c’è l’invenzione del Logos Club: grandi gare dialettiche in cui chi perde subisce una menomazione fisica, il taglio di un dito. La parola fa danni sempre.

Il Logos club è un misto tra il Fight club di Palahniuk e le battaglie tra i grandi sofisti e Socrate ai tempi dell’antica Grecia. È stato davvero divertente, ma anche molto impegnativo. Non c’è nulla di più avvincente di una battaglia dialettica.

A proposito di gare: il povero Sollers ci rimette gli attributi. Lui e la Kristeva come hanno accolto il libro?

Mi hanno detto che è impazzito. Di lei non so nulla, ma ho saputo che al momento ha altri problemi.

Althusser è un impostore, ma a BHL, cioè Bernard-Henri Lévy, va anche peggio: lei lo cita solo per le note camicie. Sono due facce dell’apparenza.

Althusser ha confessato i suoi imbrogli in un bellissimo libro, L’Avenir dure longtemps. BHL non l’ha ancora fatto.

Lo scritto è morte e l’orale è vita. Lei tifa per lo scritto, ovviamente.

Io sono un uomo di scrittura ma mi dispiace non essere stato un killer del Logos club. Credo che il mio più grande desiderio sia dominare la settima funzione ed essere l’assoluto re della parola.

Indagato per corruzione

I guai non finiscono mai per Nicolas Sarkozy: l’ex presidente della Repubblica, già in stato di fermo la settimana scorsa per l’inchiesta sul denaro libico che avrebbe finanziato la sua campagna elettorale, è stato rinviato a giudizio per la vicenda delle intercettazioni telefoniche.

Sarkozy era indagato insieme con il suo avvocato Thierry Herzog e l’ex magistrato Gilbert Azibert. Secondo quanto riferito da Le Monde, tutti e tre sono stati rinviati a giudizio per corruzione e traffico di influenze. Sarkozy è accusato di aver tentato di ottenere nel 2014, attraverso il suo legale, informazioni segrete da Azibert, all’epoca alto magistrato alla Corte di Cassazione, in merito a una procedura in cui si chiedeva la restituzione delle sue agende sequestrate nel corso dell’inchiesta sulle presunte tangenti ricevute dall’erede L’Oreal, Liliane Bettencourt. Il leader gaullista era sospettato d’aver accettato pagamenti illeciti dall’ereditiera per la campagna presidenziale del 2007, che lo portò all’Eliseo. Nel 2013 fu scagionato dall’accusa d’aver approfittato dell’anziana donna, ma intercettazioni delle telefonate hanno suggerito che abbia discusso con Herzog di dare ad Azibert un lavoro a Monaco, in cambio di informazioni sul caso Bettencourt. Sarkozy ha affermato che quel lavoro non si è mai concretizzato, a prova della non colpevolezza. Ma gli investigatori ritengono che l’accordo non sia stato concluso perché l’ex presidente e il suo legale vennero a conoscenza del fatto che i loro telefoni erano intercettati.

La grandeur ridicola di Sarkozy, carnefice dell’“amico” Gheddafi

Mi spiace per Carla Bruni, una delle donne più affascinanti d’Europa, ma il suo attuale consorte Nicolas Sarkozy fa veramente ribrezzo. Non solo e, addirittura, non tanto perché è stato il capofila dell’aggressione, del tutto illegittima sotto il profilo del diritto internazionale (ma esiste ancora un diritto internazionale?) alla Libia di Muammar Gheddafi, Stato accreditato all’Onu. Dato che sullo stesso piano possiamo mettere Barack Obama, questo mezzo nero e mezzo democratico cui fu conferito il Nobel per la Pace, all’impronta, sulla fiducia, quando quasi non aveva ancora messo piede alla Casa Bianca (mentre a Donald Trump non viene risparmiato nulla, benché in realtà, nonostante qualche ‘trumpata’ verbale, si stia dimostrando molto meno bellicoso, come dimostra la sua sostanziale ‘non belligeranza’ con la Corea del Nord). E sullo stesso piano, anzi in un piano più sotto, che è quello che gli spetta, come rango e come caimano, va messo Silvio Berlusconi che dopo essersi professato amico quasi fraterno di Muammar Gheddafi, tanto da permettergli di far evoluire i suoi cavalli berberi nella caserma intitolata a Salvo d’Acquisto, un vero eroe italiano, quando il Colonnello fu fatto fuori, grazie anche alla partecipazione italiana alla sciagurata impresa libica, le cui conseguenze si sono riversate soprattutto sulle nostre coste, se la cavò, col cinismo che gli è consustanziale, con la formula “Sic transit gloria mundi”. Quindi Berlusconi è doppiamente responsabile, politicamente, perché a quell’aggressione era contrario ma vi partecipò lo stesso, per viltà, per seguire, da cane fedele e nello stesso tempo sleale, gli americani.

“Sic transit gloria mundi”. Ci piacerebbe ripagarlo della stessa moneta quando verrà il suo momento, ma temiamo di non esser presenti perché i cinici, come dimostra la statistica, vivono molto più degli altri.

Nicolas Sarkozy fa ribrezzo, anzi moralmente schifo, al di là delle sue responsabilità politiche, per il modo in cui è stato ammazzato Muammar Gheddafi. Linciato, umiliato, sodomizzato. Una cosa che nemmeno i ‘tagliagole’ dell’Isis hanno mai fatto. Fausto Biloslavo, un inviato che merita credito perché è sempre molto vicino ai fronti di battaglia, scrive sul Giornale (23.3) che furono i Servizi segreti francesi ad armare quello scempio. Probabilmente non ne furono gli esecutori materiali ma hanno la gravissima responsabilità di non aver fatto nulla per impedirlo. Non si lincia, non si umilia, non si sodomizza il nemico, anzi l’ex amico diventato improvvisamente nemico, lo si passa per le armi, punto e basta.

E poco importa qui, se parliamo dal punto di vista etico e non politico o giudiziario, che Sarkozy avesse o non avesse interesse a chiudere per sempre la bocca a Gheddafi perché non saltassero fuori gli ingenti finanziamenti con cui il Colonnello aveva foraggiato la campagna elettorale dell’allora aspirante all’Eliseo. E chissà che Sarkozy – se dovesse finire in gattabuia, come merita ma come sicuramente non sarà perché i Vip, in Francia come ovunque, godono sempre di uno statuto speciale, in barba alle sacre e sommamente ipocrite parole della Rivoluzione – non rischi un trattamento simile a quello che toccò a Gheddafi prima di essere ucciso, a opera della teppaglia delle carceri che è comunque meglio di lui.

Da un altro punto di vista Sarkozy rappresenta la commedia di “un uomo ridicolo”. Come ridicoli, in linea di massima, sono i francesi. Con la loro mania di ‘grandeur’. La linea Maginot: e Hitler, aggirandola passando per il Belgio, dopo due mesi passeggiava sugli Champs Elysées. Le hanno prese anche a Dien Bien Phu. Certo sono molto abili, molto più di noi italiani che pur siamo degli specialisti in materia, a trasformare le sconfitte in vittorie. Furono collaborazionisti dei nazisti, molto più di noi che pur ne eravamo alleati. La loro tanto conclamata Resistenza fu, come la nostra, un fatto del tutto marginale in quella grandiosa e tragica epopea che è stata la Seconda guerra mondiale. Ma grazie alla favola convenuta del ‘governo in esilio’ di quell’altro pallone gonfiato, tipicamente francese, che risponde al nome di Charles de Gaulle, hanno potuto sedersi da vincitori al Tavolo della Pace, insieme agli inglesi, agli americani e ai russi che i nazisti li avevano combattuti sul serio.

Io sono nato intellettualmente all’‘Età della ragione’, per usare il titolo del miglior romanzo di Sartre, in piena epoca esistenzialista. L’epoca di Montmartre, di Montparnasse, della ‘rive gauche’, del Dome, della Coupole, delle ‘caves’, di Juliette Greco e, naturalmente, dello stesso Sartre, di Albert Camus (Lo straniero e La Chute), di Maurice Merleau-Ponty. Da loro ho respirato il problema della scelta e della assunzione della sua responsabilità, la rivolta, l’individualismo, l’agnosticismo, tutti concetti che sono ancora ben presenti in me. Ma se riguardo a quei tempi con gli occhi un po’ più maturi di quelli che potevo avere da ragazzo, mi rendo conto che quella cultura era subalterna a quella tedesca e che ci è servita, utilmente servita, per portarci a livelli di conoscenza più alti, a Nietzsche, a Schopenhauer, ad Heidegger.

Certo ci sono state anche altre stagioni straordinarie della cultura francese, quella dei Baudelaire (“L’unica scusante di Dio è di non esistere”), del poeta della rivolta par excellence Arthur Rimbaud, di Verlaine, di Lautréamont (Les chants di Maldoror). Ma erano altri tempi. Adesso dobbiamo confrontarci con altri palloni gonfiati della cultura e della politica francese, a cominciare da Macron il quale potrà esistere e avere un senso finché rimarrà attaccato alla gonna del tailleur, oltre che agli ordini, di Angela Merkel. Heil Angela! E qui mi fermo perché non vorrei essere accusato, e quindi liberalmente messo al gabbio, di criptonazismo. Di questi tempi democratici, molto democratici, democraticissimi, tutto è possibile.

Skripal, il sicario bussa sempre due volte

“Sono lieta di poter riferire di un miglioramento nelle condizioni di Yulia Skripal. Ha risposto bene alle cure ma continua a ricevere trattamenti specialistici 24 ore al giorno”.

A confermare, ieri pomeriggio, che la figlia di 33 anni dell’ex spia russa Sergei Skripal è uscita dalla fase critica è Christine Blanshard, direttrice dell’ospedale distrettuale di Salisbury; lì entrambi sono stati ricoverati dal 4 marzo, quando furono trovati riversi, con convulsioni e schiuma alla bocca, su una panchina del Maltings shopping centre. Lui, Sergei, è ancora in condizioni critiche, Nick Bailey, il poliziotto che li aveva soccorsi per primo, è stato dimesso il 22 marzo.

La notizia di un miglioramento nelle condizioni di Yulia era stata anticipata dalla cugina Viktoria, che in una intervista alla BBC, mercoledì, aveva dichiarato: “Ho una piccola speranza, intorno all’1%. Qualunque cosa sia quello che gli hanno dato, le possibilità di sopravvivenza sono limitate. Resteranno comunque invalidi per sempre”. Ma la notizia apre a nuovi scenari. Se Yulia dovesse essere in grado di sostenere un’interrogatorio potrebbe rivelare particolari utili sulle ore precedenti all’avvelenamento. E parlare, come prevede il diritto internazionale, con gli investigatori russi che hanno avviato un’indagine sull’accaduto, visto che le vittime sono cittadini della Federazione. Intanto, i detective inglesi avrebbero individuato la modalità dell’avvelenamento. A lavorare su 5.000 ore di filmati, 1.350 reperti e 500 testimonianze sono 250 agenti dell’antiterrorismo e una serie di esperti. Dopo tre settimane di analisi hanno concluso che l’agente nervino responsabile sarebbe stato “spalmato” sulla porta d’ingresso dell’abitazione di Sergei, dove ne è stata trovata la concentrazione più alta.

È l’ultima di una serie di versioni. Subito dopo il ritrovamento, le autorità avevano parlato di una “sostanza sconosciuta” e letale, che aveva fatto pensare al sushi al polonio 210 che aveva ucciso, dopo un’atroce agonia, l’ex agente FSB Aleksandr Litvinenko nel 2006. La prima ipotesi: una contaminazione tramite cibo, al ristorante o al pub frequentati da padre e figlia prima di sentirsi male. Le indagini ne escludono la presenza al Maltings centre. In ogni caso, le centinaia di persone presenti nel centro commerciale erano stata invitate a lavare vestiti e scarpe per il timore di possibile contagio da inalazione o contatto. Il 13 marzo, in Parlamento, Theresa May annuncia le conclusioni delle analisi nel centro militare di Porton Down: si tratta “un agente nervino ad uso militare sviluppato dalla Russia”, poi identificato come il composto binario Novichok. Identificazione cruciale per puntare il dito contro Mosca che da subito nega ogni coinvolgimento. Se davvero il veleno è partito dalla Russia, come è arrivato a Salisbury? Fra le ipotesi, anche quella che fosse stata proprio Yulia a fare da corriere inconsapevole del Novichok, nascosto nel bagaglio, in un regalo per il padre o nella sua boccetta di profumo. L’ultima notizia cambia le cose: se il Novichok era sulla porta di casa qualcuno l’ha messo poche ore prima dell’avvelenamento.