L’italiano scomparso è morto a Istanbul Dubbi sul “suicidio”

Lavorava come manager per una multinazionale che si occupa di ambiente, specialmente di depurazione delle acque, Alessandro Fiori. Il suo cadavere è stato trovato gonfio dell’acqua non più blu del Bosforo e con il cranio fracassato a due settimane dalla denuncia della scomparsa avvenuta dopo solo 48 ore trascorse a Istanbul come turista. Già due giorni dopo l’arrivo si erano si erano perse le tracce del manager 33enne, originario di Soncino (Cremona), fino alla scoperta avvenuta l’altra notte sulla riva europea di Istanbul dove è stato ritrovato il cadavere. In città, la settimana scorsa erano comparsi manifesti con volto e dati per identificare l’italiano. Decisione presa dalle autorità turche solo in seguito al ricorso del padre Eligio, volato a Istanbul per far pressione su forze dell’ordine e magistratura affinché cambiassero atteggiamento nei confronti della scomparsa di Alessandro.

I responsabili delle ricerche avevano usato toni quasi indifferenti, sostenendo si trattasse molto probabilmente di una fuga e, in seguito, di possibile suicidio, nonostante nulla indicasse che il manager fosse depresso o preoccupato. Secondo il quotidiano Hurriyet la testa di Alessandro presenta ferite che potrebbero esser state causate da un corpo contundente, e dunque che possa essersi trattato di un omicidio. La polizia propende ancora per il suicidio sostenendo che l’italiano si fosse gettato in mare per annegarsi e che la risacca lo avesse sbattuto sugli scogli, trascinato poi dalla corrente fin dove è stato ritrovato. Ricostruzione che non spiega però perché uno dei suoi due cellulari e il portafogli coi documenti siano stati trovati in un cestino dei rifiuti. E dal suo conto, che risulta azzerato, sono stati fatti tre prelievi. La Procura di Roma ha aperto un’indagine per omicidio.

Russia, rappresaglia a specchio: cacciati 60 diplomatici Usa

Nella guerra delle spie, la risposta russa alla raffica di espulsioni decretata lunedì dal presidente Usa Donald Trump arriva 72 ore dopo ed è, come prevedibile, una misura uguale e contraria: Mosca annuncia l’espulsione di 60 diplomatici statunitensi – devono partire entro il 5 aprile – e la chiusura, già da domani, del consolato di San Pietroburgo. Washington aveva espulso altrettanti diplomatici e aveva chiuso il consolato di Seattle.

L’onda lunga del caso Skripal – la spia russa al servizio del regno Unito avvelenata con la figlia Yulia nel Sud dell’Inghilterra – continua a turbare la scena internazionale. E mentre la causa della pace avanza, con la regia della Cina, in Corea, l’Occidente e la Russia s’avviluppano in una nuova, e pretestuosa, Guerra fredda.

Nelle prossime ore, la Russia potrebbe colpire con analoghe ritorsioni la trentina di Paesi, fra cui l’Italia, che, nella scia di Londra e Washington, hanno espulso diplomatici russi. Prevedibili commenti irritati nelle varie cancellerie, ma è un copione scontato.

La notizia della replica russa è stata data dal ministro degli Esteri Serghei Lavrov: “In questi minuti – ha detto a tarda sera – l’ambasciatore Usa John Huntsman è stato invitato al nostro Ministero, dove il mio vice Serghei Riabkov gli sta esponendo il contenuto delle misure di risposta verso gli Usa”.

Lavrov ha aggiunto: “Non vogliamo solo reagire alle misure degli Usa e della Gran Bretagna, ma anche stabilire la verità sulla vicenda degli Skripal”. Mosca, infatti, respinge le accuse britanniche, avallate dagli Usa, di essere responsabile dell’avvelenamento e denuncia una macchinazione ordita ai suoi danni.

Complessivamente, sono almeno 150 i diplomatici russi espulsi dalle loro sedi: 23 dal Regno Unito, 60 degli Stati Uniti, 13 dall’Ucraina, quattro da Francia e Germania, numeri inferiori da altri Paesi. L’ultima ad aggiungersi alla lista dei Paesi coinvolti nella guerra delle spie è stata la Georgia: un’espulsione, ieri, “in segno di solidarietà con Londra”.

Dopo il conflitto del 2008, Mosca e Tbilisi non hanno ambasciatori: loro diplomatici sono ospiti delle ambasciate di Svizzera nei due Paesi.

“Anche nei riguardi degli altri Paesi – avverte Lavrov – tutto sarà speculare”. La decisione dell’Italia appare “un gesto d’inimicizia e un elemento di sfiducia che indebolisce la cooperazione”.

Mentre alcuni Paesi neutrali, come l’Irlanda e la Finlandia, si sono associati alle espulsioni, l’Austria s’è offerta di mediare e la Russia ne ha accolto con favore la proposta. “Qualsiasi ruolo e ogni voce saranno i benvenuti – ha detto il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov –, purché inducano i nostri partner britannici a muoversi verso la ragionevolezza”.

Molto meno condiscendente la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, secondo cui le accuse di Londra alla Russia per il caso Skripal sono simili a quelle di detenere armi di distruzione di massa fatte dagli Stati Uniti all’Iraq di Saddam Hussein. Accuse che valsero l’inizio dell’invasione nel 2003. “È una fake globale. Ed è già successo, quando i nostri partner occidentali Londra e Washington fecero vedere a tutto il mondo una provetta, e tutti ci credettero perché l’avevano mostrata al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Dieci anni dopo, e qui cito un esperto della Carnegie, tutti sono risultati idioti e hanno dovuto scusarsi a lungo”. Sedici anni dopo, ne stiamo ancora pagando le conseguenze.

Bibi e la carriera spianata dal fratello martire

Il film ha già fatto notizia prima ancora di essere proiettato nei cinema israeliani. Si tratta di 7 Days in Entebbe del regista brasiliano José Padilha che ripercorre quella terribile settimana dell’estate 1976 che si concluse con un raid israeliano all’aeroporto di Entebbe, in Uganda, per liberare 104 ostaggi ancora nelle mani di un commando tedesco-palestinese. Vennero salvati con un’operazione spettacolare. Morirono tre ostaggi durante il raid e un ufficiale israeliano delle Forze speciali. Si chiamava Yoni Netanyahu, ed era il fratello maggiore dell’attuale premier Benjamin.

Hollywood si è già occupata della vicenda, ma questa quarta pellicola che si basa sulla ricostruzione di uno storico inglese della Buckingham University è destinata a suscitare polemiche. Perché ridimensiona il ruolo di un celebrato eroe di Israele – cosa che contribuì non poco all’ascesa nella politica di Benjamin Netanyahu come ha ammesso lo stesso premier – e svela che in realtà commise un errore che avrebbe potuto far fallire la missione.

Il racconto si concentra su tre elementi chiave: la storia di un soldato delle special-ops, i due terroristi tedeschi e lo scontro dentro il governo dell’epoca fra due giganti della politica israeliana, il ministro della Difesa Shimon Peres e il primo ministro Yitzhak Rabin che discutono se rompere o meno la pratica di vecchia data di non negoziare mai con i terroristi. La storia riapre un capitolo di un’epoca che sembrava chiuso e la cosa non farà certo piacere al premier Netanyahu e ai suoi sostenitori.

Il 27 giugno 1976 il volo 139 dell’Air France proveniente da Tel Aviv decollò da Atene diretto a Parigi con a bordo 248 passeggeri (c’erano anche 9 italiani) e 12 membri dell’equipaggio. Poco dopo la partenza venne dirottato da quattro terroristi – due tedeschi e due palestinesi – prima verso Bengasi in Libia per un rifornimento e poi a Entebbe, in Uganda. Il commando godeva delle simpatie del dittatore Idi Amin. Ai dirottatori si unirono a Entebbe altri quattro terroristi. Mentre si tentava una strada negoziale, i militari israeliani misero rapidamente a punto un piano, “Mivtsa’ Kadur Ha-ra’am” , l’Operazione Fulmine. Grazie anche al fatto che gli impianti aeroportuali di Entebbe erano stati costruiti anni prima da una ditta israeliana.

Cento uomini delle Forze speciali Sayeret Matkal, e diversi agenti del Mossad, sbarcarono da un aereo senza insegne fingendo una visita improvvisa del dittatore Amin all’aeroporto. L’ordine dato dal comandante dell’operazione Moshe “Muki” Betzer era – una volta scesi dall’aereo – di non sparare fin dentro l’aerostazione. Invece – basandosi sulla ricostruzione dello storico inglese Saul David nel suo libro uscito nel 2015 – Yoni Netanyahu ad un certo punto sparò a un soldato ugandese allertando i terroristi. “Non sappiamo e non sapremo mai cosa spinse Yoni Netanyahu a prendere quella decisione”, spiega oggi David – non voglio dire che Yoni non sia stato un eroe, era un bravo combattente, ma rischiò il fallimento dell’operazione”. Nel raid fu ucciso un ostaggio dai commando dello Stato ebraico, altri due dal fuoco dei militari ugandesi e anche Yoni Netanyahu fu colpito dal fuoco nemico.

L’Operazione Fulmine e i suoi echi spianarono la strada di Benjamin Netanyahu verso la politica e la premiership. Nella sua nuova biografia sull’attuale premier, Ben Caspit, uno degli editorialisti più noti in Israele, scrive: “Andò al funerale come Ben Nitai e ritornò come Benjamin Netanyahu.. Era l’uomo sulle cui spalle pesava tutta la storia degli ebrei, intesa come la sua famiglia”. Anche lo storico Saul David è d’accordo: “Lo stesso Netanyahu lo ha detto, la morte di Yoni è stato un fattore chiave nella sua decisione di entrare in politica. Non bisogna essere ingenui, con un fratello martire è tutto più facile”.

Voto, la “macchina” di al-Sisi più forte del boicottaggio

Sulla linea B della metropolitana del Cairo, venditori ambulanti riescono a piazzare di tutto dopo aver descritto la merce: penne, caramelle, fazzoletti di carta, medicinali. Abili commercianti, capaci di convincere tanti passeggeri-clienti. Sembra il riassunto dell’attualità egiziana: un grande venditore, il presidente Abdel Fattah al-Sisi, e un Paese ai suoi piedi pronto ad accettare l’ennesima beffa.

La chiusura dei seggi elettorali, mercoledì sera, è stata anticipata da una tormenta di sabbia che ha avvolto la capitale. Seggi vuoti, così come lo erano stati, più o meno, per i tre giorni precedenti. Il risultato ufficiale sarà validato nei prossimi giorni: fonti di governo indicano in 25 milioni gli egiziani che sono andati a votare.

Le previsioni dei gruppi di opposizione presentano una cifra molto più modesta, di poco superiore ai 10 milioni di voti: sotto il 20%. Difficile capire dove stia la verità. I precedenti parlano del 46% di affluenza alle presidenziali del 2014 e del 20% alle Parlamentari di due anni fa. Nulla in confronto al risultato delle prime elezioni post-Mubarak e piazza Tahrir, nel 2012, quando il leader dei Fratelli Musulmani, Mohamed Morsi superò lo sfidante Ahmed Shafiq sulla base di un’affluenza superiore al 50%. Se sul numero di votanti c’è disparità di cifre, nessun dubbio sul vincitore. Al-Sisi avrebbe tra il 90 e il 93% dei suffragi, briciole all’unico sfidante, Moussa Mustafa Moussa, superato addirittura dalle schede nulle.

Per convincere la gente a votare il regime ha fatto di tutto, così come ha fatto il possibile per stroncare iniziative di boicottaggio. Lunedì scorso a el-Sembellawein, 150 chilometri a nord del Cairo, un uomo è stato arrestato perché scattava foto dei seggi vuoti in una scuola. Il giorno dopo a Tanta, città vittima degli attacchi alle chiese copte, una coppia è finita in prigione: bussavano porta a porta per convincere la gente a non votare.

A tradirli un vicino di casa. Il procuratore generale Nabil Sadek, ha trasmesso all’Alta procura per la sicurezza dello Stato una denuncia contro il quotidiano indipendente Al Masry Al Youm perché aveva due giorni fa aveva denunciato presunti pagamenti in denaro da parte di funzionari pubblici per spingere gli elettori alle urne. La denuncia contro il direttore del quotidiano, presentata da un avvocato, Samir Sabry, ipotizza “un’offesa al popolo egiziano e alle sue istituzioni”. Il giornale, in un sottotitolo di apertura, aveva scritto: “Responsabili promettono remunerazioni finanziarie e regali davanti ai seggi”.

Il silenzio come forma di boicottaggio si è rivelato troppo debole contro la macchina dello Stato, in grado di modificare qualsiasi andamento. Il vuoto delle piazze, un tempo ribollenti di ideali e di speranza, fa spavento. A Nasr City, la moschea di Rabaa non ha mai più riaperto i battenti dopo la mattanza del 14 agosto 2013: 800 morti e altre 700 persone che oggi rischiano condanne a morte ed ergastoli nel maxi-processo contro i Fratelli Musulmani. Di quella strage, andata in scena proprio all’esterno del luogo di culto, non restano simboli o testimonianze.

Piazza Tahrir è sempre piena, ma di quel caos quotidiano tipico del cuore di una grande capitale come il Cairo. Si va ancora più indietro, al gennaio del 2011, quando la piazza venne occupata per settimane dai manifestanti che dicevano basta a trent’anni di Mubarak. Non immaginavano, sette anni dopo, di trovarsi in queste condizioni. Al posto di tende e striscioni e del grido ‘libertà’ oggi in piazza Tahrir comandano il traffico e le gigantografie di al-Sisi, appese ovunque.

Cyrano Gramellini, l’amore in tv non è Cechov

Cyrano, il nuovo programma di Massimo Gramellini si chiede di cosa parliamo, quando parliamo d’amore. Mentre venerdì sera se ne parlava tra interviste, musica, letteratura, tornava in mente La televisione col cagnolino, magistrale pamphlet di Beniamino Placido. “Bisogna parlare male della televisione, almeno una volta alla settimana” dice Placido. Ma la Tv è davvero così cattiva? Ma no: se le si chiede di illuminare l’attualità, può essere un mezzo di insuperabile, assertiva immediatezza, come dimostra proprio Gramellini con Le parole del sabato. Ma se le si chiede di indagare le misteriose ragioni del cuore, le cose cambiano “perché la televisione ha il torto di credere – e di farci credere – di aver mostrato tutto: quando ha mostrato soltanto una faccia, una facciata”. È la sua forza ma anche il suo limite; ci sono cose che è meglio lasciar fare a Cechov. I sentimenti sono sabbie mobili, in Tv più provi ad affrontarli con garbo (problema che non hanno né Barbara né Maria), più affondi nelle migliori intenzioni, come è accaduto in Cyrano. A far coppia con Gramellini c’è Ambra Angiolini, e anche questo come mistero non è male. Forse la si è voluta perché ha un passato che riecheggia la commedia di Rostand: il suo Cyrano era Boncompagni, il suo apostrofo era l’auricolare. A noi è parsa una scelta incomprensibile, ma l’Italia è il paese delle metamorfosi. Se sua Emittenza si presentò come nuovo De Gasperi anche l’icona della Tv del nulla può candidarsi a dea dell’amore.

I borghi più belli serrati e vuoti

Le porte di Zungoli sono quasi tutte chiuse. Lucchetti, corde, ragnatele, vetri rotti: ogni porta sembra un viso, ti racconta la storia di una famiglia che non c’è più, di un paese che si è svuotato. Non sono andati tutti lontano, molti si sono accampati sull’orlo del paese, dove c’è spazio per le case isolate, per la smania di farsi la villetta, di tenere la macchina sotto il salotto. È una forma di tanti paesi italiani ormai: la parte bella è vuota. Zungoli da poco fa parte anche dei borghi più belli d’Italia, ma questo non sembra aver prodotti grandi cambiamenti nel paese. E in un mattino di marzo tutto è chiarissimo: la lontananza della politica da questi luoghi, ma anche degli stessi abitanti. Oggi sono lontano pure io, è come se la desolazione avesse già parlato e io sto qui appeso al telefonino. Su un muro del paese c’è la celebre frase di Pavese: un paese ci vuole… Oggi non sappiamo che ci vuole, forse ci vuole una nuova religione dei luoghi, qualcosa che ci tenga dentro lo spazio in cui siamo. E invece stiamo sempre sospesi, siamo tutti creature di confine. Con questo spirito non troveremo mai un centro, né a Zungoli, né a Milano. Ci vorrebbe una politica che guardi i luoghi, la forma che hanno preso in questi anni. E invece la politica non riesce a mettere gli occhi da nessuna parte. Si procede per grandi astrazioni: bocca aperta e occhi chiusi.

Milano, i grattacieli sulle spalle degli operai morti

Quando guardiamo con orgoglio i nuovi grattacieli che crescono e cambiano ogni giorno lo skyline di Milano, dimentichiamo i costi più drammatici di questa crescita: i morti e i feriti nei cantieri della nuova città che si sviluppa. L’ultima vittima (per ora) è caduta venerdì 23 marzo in via Gioia 22, dove la Coima di Manfredi Catella sta costruendo una nuova torre direzionale che sostituirà il palazzo dell’Inps. Qui, proprio di fronte al grattacielo della nuova sede della Regione Lombardia e a un passo dai grattacieli di Porta Nuova – il Diamante, la Solaria, il Bosco verticale, il “pennacchione” Unicredit di piazza Gae Aulenti… Il ferito di Gioia 22 è un muratore di 46 anni, precipitato per quattro metri dopo il cedimento di una grata. Nello stesso giorno, a poche ore di distanza, è caduto e si è ferito un altro operaio in un altro cantiere cittadino. È andata peggio ai quattro operai della Lamina di Greco, morti il 26 gennaio 2018, e a un altro lavoratore edile ucciso nelle prime settimane dell’anno. Per ora sono cinque le vittime sul lavoro a Milano, nei primi tre mesi del 2018. Sono stati 29 i morti sul lavoro nel 2017 in città, 94 in Lombardia. Gli infortuni lo scorso anno sono stati 30 mila in città, 90 mila in regione. È una strage silenziosa e invisibile, 13 mila morti sul lavoro in Italia negli ultimi 10 anni, circa 1.300 all’anno, quasi tre al giorno. Milano, la Milano che cresce e produce sviluppo, non fa eccezione. La città fa notizia ormai soltanto nei casi positivi, incrementando uno storytelling di successi e conquiste. Ma dietro questa narrazione trionfale, occultate e nascoste, ci sono le fragilità, le debolezze, le povertà, le vittime, i morti e i feriti. Anche nei cantieri, anche sul lavoro.

Milano sa reagire, cercando almeno di istituire qualche contromisura. La Procura di Milano ha così dato vita a una squadretta di polizia giudiziaria pronta a intervenire in caso di incidenti sul lavoro, ma anche di emergenze ambientali, fughe di gas, sversamenti di sostanze tossiche, fino ai disastri ferroviari. A volerla e a coordinarla è il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano. È una task force composta da 17 specialisti delle indagini sugli incidenti nei luoghi di lavoro. Dopo la strage della Lamina, i sindacati avevano chiesto al prefetto un intervento sulla prevenzione degli incidenti, con controlli nelle aziende e nei cantieri per cercare di impedire, o almeno ridurre, le vittime. In attesa di misure prima, è partita almeno la squadra che può intervenire dopo, ma con immediatezza e professionalità specifiche. Non potrà prevenire gli incidenti, ma potrà almeno individuare con rapidità e competenza le responsabilità, potrà facilitare le indagini e cercare i colpevoli.

Siciliano ha spiegato che così la Procura potrà “contare su specialisti, con competenze specifiche in questi scenari, in grado di dare subito un indirizzo alle indagini, di lavorare insieme con i vigili del fuoco e con gli uomini dell’Ats (le Agenzie di tutela della salute) per decidere che cosa fare, se per esempio compiere atti d’indagine non rinviabili e non ripetibili, o se provvedere al sequestro di un ambiente di lavoro”. Molti degli agenti confluiti in questa squadra hanno fatto esperienza nella “Freccia 5”, il gruppo della polizia locale del Comune di Milano dedicato ai controlli nei luoghi di lavoro. Le competenze sono importanti per intervenire correttamente sul luogo dove si è appena consumata una tragedia e dove è necessario capire subito le responsabilità e le eventuali norme di sicurezza non rispettate. Ma, certo, gli interventi decisivi sarebbero quelli da fare prima, per evitare gli incidenti. Dopo, sia almeno bucato il muro di silenzio che avvolge le vittime incolpevoli della crescita della città, accompagnata dal frastuono delle fanfare che celebrano le sue magnifiche sorti e progressive.

Gli italiani divisi fra vaffa e funerali

Rabbiosi, la libbra di carne da addentare, il sangue come soddisfazione personale, i forconi al posto delle forchette, il vaffa come stella polare di un sogno di vendetta; oppure paciosi, il sorriso e la tranquillità come unico (vero) parametro di un’esistenza soddisfacente, le lacrime diventano la cifra del Paese, la voglia di abbracciarsi e condividere come desiderio imprescindibile di una comunità.

Ma noi, chi siamo? Dal 4 marzo in poi la narrazione italiana sembra aver intrapreso due strade, in apparenza neanche troppo parallele: da una parte il popolo del voto, quello che ha vinto le elezioni, quel cinquanta e oltre per cento rappresentato da M5S e Lega, radiografato come sanguinario e populista, dedito alla vendetta, pronto a sciabolare via qualunque accenno di compromesso umano, attuale e pregresso; dall’altra gli italiani in fila per piangere la morte di Davide Astori prima, Fabrizio Frizzi poi: code interminabili per omaggiarli, programmi televisivi a loro dedicati con picchi di audience perfetti per regalare un sorriso ai piani alti delle televisioni e far naufragare qualche pentimento per come li si è trattati (Frizzi in particolare). E ancora commenti, ricordi, gigantografie esposte, nessuna polemica sulla copertura mediatica (di solito c’è sempre chi è pronto a sparare un “chissene” rispetto a qualunque argomento), visi stravolti dei tifosi e del pubblico tv pronti a giurare “erano dei nostri, Davide e Fabrizio erano persone semplici”, un sentimento ovviamente basato sulla fiducia, sull’apparenza che nel dolore diventa sostanza indiscutibile. Uno di noi. Persone semplici. Ed è qui che le due strade, politica e sociale, possono convergere, proprio in quell’uno di noi, lo stesso che i militanti di M5s e Lega cercano di incarnare, o quantomeno ritengono di incarnare, come il neo presidente della Camera, Roberto Fico che punta sul quel “noi” esattamente nel momento in cui gli scattano la foto in autobus per il suo approccio a Montecitorio, o quando Matteo Salvini indossa la felpa di regione, città, paesello per dire “eccomi, sono qua, sono uno di voi”. Quel voi che, pare chiaro, si è perso; quel nazional-popolare accantonato per tanti anni a colpi di radical-chic o mignottocrazia (Paolo Guzzanti docet); a colpi di manovre lacrime e sangue o voti negati; programmi televisivi infiniti, lunghi ore, dove spesso si parla a un nucleo ristretto di persone, si utilizzano forme gergali e dialettali, e si schifano le altre. E ancora like a pioggia, social network da “mai più senza”.

Qualche giorno fa il Corriere della Sera raccontava dell’assenza di luoghi comuni, gli stessi luoghi in grado di creare un ponte tra le persone-cittadini e chi li governa: quei luoghi erano le sezioni di partito o le riunioni nei circoli cattolici annessi alle parrocchie, luoghi fumosi, carichi di ansia, dove ci si ritrovava per discussioni infinite, a volte laceranti; si staccava dal lavoro e quel poco tempo a disposizione lo si dedicava al bene collettivo. Il bene collettivo era individuale.

Oggi non ci sono più quei contenitori, e all’improvviso quel luogo c’è per chi lo va (ancora o di nuovo) a cercare dentro l’urna elettorale, e con la speranza di mandare a qual paese chi ci ha condotto fino a oggi; oppure è proprio in chi si ritrova in fila alla camera ardente e al funerale di Astori e Frizzi, personaggi non conosciuti di persona, ma in grado di regalare quell’ossigeno umano e di vicinanza che evidentemente manca a un Paese frantumato da mille microscopici specchi che riflettono solo una porzione di noi stessi.

 

Pd, o fuffa-truffa o reale democrazia

Stuoli (sic) di giornalisti equamente divisi fra filo-Pd e filo-Forza Italia che si preparavano a suonare la grancassa per la Grande Coalizione Arcore-style mi hanno accusato di essere filo-5 Stelle poiché ho sostenuto che le “carte“ di Di Maio, nonostante gli sgarbi quotidiani, il Pd doveva (deve) chiedere di vederle. Soprattutto, ho twittato che l’imposizione preventiva del rifugio nell’opposizione da parte del due volte ex segretario Renzi è assimilabile all’eversione delle regole, delle procedure, del funzionamento della democrazia parlamentare. I sostenitori di Renzi, parlamentari e giornaliste amiche, sostengono che sono gli elettori ad averli mandati all’opposizione. Nel frattempo, però, qualcuno nel Pd sta ridefinendo la posizione, troppo poco, troppo lentamente.

Naturalmente, è del tutto sbagliato sostenere che gli elettori hanno mandato il Pd all’opposizione. Gli elettori italiani non votavano sul quesito Pd al governo/Pd all’opposizione. Nessun elettore in nessuna democrazia parlamentare ha un voto di governo e/o un voto di opposizione. Comunque, gli elettori che hanno votato Pd volevano conservarlo al governo del Paese. Che adesso l’ex segretario del Pd interpreti il voto al suo partito come rigetto della sua azione di governo è confortante, ma troppo poco troppo tardi. Ed è sbagliato pensare che quegli elettori non desidererebbero, a determinate condizioni, che possono essere costruite, vedere il loro partito in posizioni di governo a temperare il programma degli alleati e a tentare di attuare parti del suo programma.

Quando ascolto molti parlamentari del Pd ripetere senza originalità quello che ha detto Renzi, mi infastidisco. Subito dopo mi interrogo e capisco. Siamo di fronte a un’altra conseguenza nefasta della legge Rosato. Non fatta per garantire qualsivoglia variante di governabilità, la legge Rosato non è stata, ma era prevedibile, neppure in grado di dare rappresentanza all’elettorato. I parlamentari eletti non hanno dovuto andarsi a cercare i voti. La loro elezione dipendeva dal collegio uninominale nel quale erano collocati/e e dalla eventuale frequente candidatura in più circoscrizioni proporzionali. Come facciano questi/e parlamentari a interpretare le preferenze e le aspettative di elettori che non hanno mai visto, con i quali non hanno mai parlato, ai quali non torneranno a chiedere il voto, potrebbe essere uno dei classici, deprecabili misteri ingloriosi della politica italiana e di leggi elettorali, come la Rosato. Formulata e redatta con precisi intenti particolaristici: rendere la vita difficile al Movimento 5 Stelle, creare le condizioni per un’alleanza Pd-Forza Italia, soprattutto consentire a Renzi e Berlusconi di fare eleggere esclusivamente parlamentari fedeli, ossequienti, totalmente dipendenti, per questi obiettivi, ma solo per questi, la Rosato ha funzionato. Adesso sì che i conti tornano. Il Pd va all’opposizione, almeno per il momento, perché lo dice, lo intima il capo che ha fatto eleggere la grande maggioranza dei deputati e dei senatori.

Costoro, da lui nominati, dovrebbero dichiarare candidamente che seguono le indicazioni-direttive, non degli elettori, ma di Renzi. Naturalmente, nonostante tutta la mia scienza (politica), neppure io sono in grado di dire che cosa preferiscono gli elettori del Pd.

Sono i dirigenti del Pd, meglio se nell’Assemblea del Partito, quindi non precocemente, che debbono decidere, ma dirigenti non sono coloro che si accodano alle preferenze inespresse e che seguono opinioni e sondaggi scarsamente credibili poiché fondati su ipotesi. Dirigenti/leader sono coloro che precisano le alternative, le dibattono, le scelgono, le confrontano con le proposte degli altri. Poi, se il Pd è un partito (e non un grande gazebo come vorrebbero coloro che stanno chiedendo già adesso fantomatiche primarie che servono a scegliere le candidature, per il parlamento non le ho viste, non i programmi) sottoporrà ai suoi iscritti, come hanno fatto i socialdemocratici tedeschi, un eventuale programma di governo concordato con altre formazioni politiche. Questa è la procedura democratica attraverso la quale si giunge al governo o si va all’opposizione. Il resto è fuffa/truffa.

Mail box

 

Il clima degli ultimi giorni ha devastato l’agricoltura

Conto salato per l’ortofrutta italiana. Il clima pazzo di queste ultime settimane ha letteralmente fatto schizzare al rialzo la stima dei danni, con un conto stimato di milioni di euro di mancato fatturato per un comparto che adesso rischia di arrivare alla Pasqua senza produzione di fragole e asparagi. Un vero e proprio terremoto meteorologico che mette ancor più a rischio la frutta primaverile come ciliegie e mandorle e che ha già danneggiato la produzione orticola (verza, cavoli, broccoli, carciofi, finocchi eccetera).

Quello che si era salvato dalle prime ondate di gelo di Burian è stato definitivamente rovinato dalle abbondanti piogge e dalla nuova ondata di freddo che ha flagellato ora anche gli oliveti. Apprensione per pescheti e vigneti che continuano a essere stressati oltremodo dopo un’estate torrida e gli ultimi due mesi di gelo e neve. Pesante è stato anche il contraccolpo anche per il settore florovivaistico con il crollo di molte serre e i continui sbalzi del clima che ha molto danneggiato l’intera produzione agricola nazionale.

Mario Pulimanti

 

Famiglia e scuola sono le armi per combattere il bullismo

Approfonditi studi, credibili ricerche sociologiche e soprattutto sempre più numerose denunce alla magistratura, ci dicono, senza tema di smentita, che il bullismo e il cyberbullismo sono fenomeni da non sottovalutare. Fenomeni molto pericolosi e, a quanto pare, addirittura in crescita. Che fare per contrastarli? Bisognerebbe prestare molta più attenzione, a mio avviso, all’educazione.

In famiglia, con l’esempio, la presenza, il dialogo tra genitori e figli, l’ascolto reciproco. E a scuola, con docenti preparati, adeguatamente formati, capaci, anche loro, di ascoltare i propri ragazzi. La scuola intesa come vera comunità educante si realizza anche attraverso l’educazione alla cittadinanza, il rispetto, l’osservanza dei doveri, l’accoglienza, l’inclusione. Famiglia e scuola, unite, possono farcela contro il bullismo e per creare una società migliore in cui vivere.

Luigi Roselli

 

Il governo Monti viene ingiustamente ringraziato

Se tutti gli indici economici e sociali sono peggiorati rispetto al 2011, perché si continua a benedire il governo Monti, come se lui e la Fornero fossero dei salvatori della Patria? Monti avrebbe dovuto abbassare drasticamente le tasse, attuare una totale semplificazione burocratica e fiscale, eliminare i regimi speciali, abbattere gli sprechi della spesa pubblica gli enti inutili, le partecipate, le malversazioni, i contributi a fondo perduto. La Fornero, invece, avrebbe dovuto separare l’assistenza dalla previdenza nella gestione Inps, razionalizzare e semplificare gli ammortizzatori sociali, eliminare gli inutili centri per l’impiego privatizzare l’Inail, eliminare l’interposizione di manodopera di coop e interinali, applicare a tutti i pensionati le stesse regole del regime contributivo, salvaguardando chi ha una pensione lorda inferiore a 2 mila euro e introducendo una graduale liberalizzazione del sistema previdenziale.

Invece hanno fatto le due cose più facili e sbagliate che potessero fare, ovvero aumentare le tasse e l’età pensionabile, lasciando inalterate tutte le magagne e i problemi della gente comune. Ma essi sono illustri professori del mondo accademico, tant’è che al prof. Monti si è regalato la “medaglia” di Senatore a vita della Repubblica Italiana per i suoi meriti.

Ma in molti si chiedono per quale motivo i politici responsabili di queste “macerie del debito pubblico” non sono punibili per legge. Ma i danni economici/finanziari e occupazionali non sono mica generati dai cittadini. Semmai, da chi guida il Paese avendo potere legislativo e amministrativo. Sarebbe necessaria quanto prima un’azione collettiva per chiedere il risarcimento danni a questa classe politica incapace e incompetente, visti i danni cagionati all’intero Paese.

Gianluca Bragatto

 

Di Maio e Salvini hanno vinto contro i tatticismi di Renzi e B.

Finalmente! In politica ci sono voluti cinquant’anni perché i fatti fossero più forti di qualsiasi tatticismo. Silvio Berlusconi l’aveva pensata bene la sua tattica: varare una legge elettorale con le coalizioni per legare Salvini, con l’aiuto di Matteo Renzi che intanto legava i suoi nei collegi uninominali. Dopo il voto, nei loro piani, avrebbero fatto una maggioranza mettendo insieme i loro gruppi.

Era una tattica ben studiata, ma gli italiani non ci sono cascati per niente. Hanno votato in massa Movimento 5 Stelle e Lega, questa volta hanno privilegiato i fatti, e i fatti dicono “Basta parassitismo’’. Le tattiche di Berlusconi e Renzi per apparire innovatori, rimanendo in sostanza paladini di conservazione parassitaria, non funzionano più. Oggi trionfano i fatti come nel Risorgimento e nella Resistenza. I tatticismi di Renzi e Berlusconi sono antidiluviani rispetto a questi giovani politici antiparassitari né di destra né di sinistra, ma pronti a rivoltare il Paese come un calzino per ridare nuova fiducia al popolo.

Adesso Salvini e Di Maio, per usare uno slogan mirato del Pd, non gettino al vento “la possibilità di riforme’’ che nascerebbe dall’eventuale accordo tra Lega e Movimento 5 Stelle, partiti a cui milioni di elettori hanno creduto.

Francesco Degni