Perché i dem non trattano? Un gruppo di personaggi senza alcuna direzione

Il Pd ribadisce con insistenza che il suo ruolo dopo la sconfitta è stare all’opposizione e che sarà molto vicino ai deboli. Praticamente la nuova versione del Pd chiude la stalla dopo che i buoi sono scappati. Non è passata la berlusconizzazione del partito di Renzi e quindi era facilmente prevedibile il tracollo di una forza politica che aveva perso la sua identità. Se realmente sarà così, perché non trattare con il M5S che sembra avere particolare attenzione verso chi ha più bisogno?

Pasquale Mirante 

 

Gentile Pasquale, ma davvero ha sentito il Pd dire con forza, senza divisioni e con una ragionevole assenza di ambiguità che sarà “molto vicino ai deboli”? Io no. Come si dice in questi casi, il problema è alla radice. Che partito è il Pd? Qual è la sua ragione sociale? Quale il suo elettorato? Quale il suo quadro di riferimento? Renzi o no, è difficile dirlo. Per inseguire tattiche di corto respiro più che una strategia, il gruppo dirigente dem in blocco appare in questo momento un’accolita di personaggi senza direzione. Di più: tante direzioni incerte per un partito lacerato, diviso e sulla strada dell’esplosione. Per adesso, l’ostacolo principale a un governo con i Cinque Stelle è Renzi. Ma nessuno scommetterebbe sul fatto che tra un anno l’ex premier sarà ancora nel Pd. E però per adesso c’è. In queste condizioni prendere un’iniziativa politica è complicato. Inserirsi nel dibattito, cercare di mettersi in mezzo a Lega e Cinque Stelle per giocare un ruolo sarebbe senz’altro un segno di vita. Farlo avvicinandosi alla forza che in questo momento rappresenta di più l’elettorato che fu di sinistra, ovvero il Movimento, sarebbe una decisa scelta di campo. Va anche detto che ci vuole coraggio: negli ultimi anni M5S e Pd se ne sono dette di tutti i colori, in tutte le sedi e su ogni argomento. Il voto fotografa una situazione nuova e potenzialmente investe il Movimento di responsabilità, possibilità e anche “aperture” che fino adesso non aveva. Il rischio per il Pd è di diventare una stampella senza identità e senza futuro. Ma va anche detto che se il futuro è alle spalle e l’identità incerta, il rischio è relativo.

Wanda Marra

Ciao “Mondo”, quella sedia vale un trofeo

A volte una sedia al cielo vale più di cento coppe. Tra quelli che la pensano così, Emiliano Mondonico si sentiva a casa sua. E infatti è stato benissimo al Torino e all’Atalanta, ma anche alla Fiorentina, che scelse di allenare in Serie B nel 2003. Sulla pelle gli è rimasto appiccicato soprattutto il granata. Orfeo Pianelli lo ingaggia poco più che ventenne dalla Cremonese, nella speranza di aver trovato in lui, in quel fisico agile e quella testa un po’ così, il sostituto di Meroni. Ma Gigi è insostituibile e le cose si risolvono in poche presenze e un paio di reti tra il 1968 e il 1970.

Sarebbe tornato vent’anni dopo – prima porta in Serie A la Cremonese e rende grande l’Atalanta – per sedersi in panchina e dipingere nella memoria dei tifosi l’ultimo affresco di vero Toro della storia. Prende una neopromossa da un’improvvisa stagione in B (allora per il Torino non era affatto consuetudine) e in due anni la porta sul tetto d’Europa. Anzi, sulla cima della grondaia, perché le favole granata hanno sempre un finale tutto loro.

Quella squadra ha in porta un tal Marchegiani, tre “delinquenti” come Policano, Bruno e Annoni (più l’eleganza di Mussi e Cravero) in difesa, gente come Martin Vasquez, Scifo, Venturin e Fusi a centrocampo, un gioiello di nome Lentini e un minotauro chiamato Casagrande in avanti. Pronti via, 1991: di nuovo in alto dopo il purgatorio, talmente su da guardare la Juventus dall’alto in basso. Non è mai più successo. Secondo round, 1991-92. In Italia c’è uno schiacciasassi chiamato Milan-di-Capello che non lascia scampo (la banda Mondonico è terza alle spalle della Juve seconda): l’Arena è l’Europa. E quel Toro se la gioca.

Il1° aprile al Bernabéu sono in 90 mila, non ancora tutti seduti come oggi. A rasserenare gli animi ci pensa ’o animale Pasquale Bruno, reduce dalla sassaiola contro il pullman del Toro appena fuori dallo stadio, salutando il pubblico con un paio di dita medie ben in evidenza. Ed è subito rissa con Michel, Hagi e Hierro. Negli spogliatoi Lentini si fa la piega con il phon, nel settore ospiti il barista, tifoso dell’Atletico, offre birra a fiumi a quelli del Toro. Al minuto 58 quel pazzo di Policano decide di tirare in porta dalla linea di fondo. Quasi gol, a completare l’opera ci pensa Casagrande che zittisce il Bernabéu. Poi il Real si scatena, finisce 2 a 1, ma i giochi sono aperti. Il 15 aprile sono in 60 mila a Torino. La banda Mondonico passeggia sul Real, 2-0. È successo davvero. In finale c’è l’Ajax di Van Gaal. Una città intera mormora a denti stretti “se succede…”. Non succederà, ovvio, ma a modo suo. All’andata il Delle Alpi registra il record assoluto di spettatori, oltre 65 mila. Finisce 2 a 2. Amsterdam, 13 maggio, finale di ritorno. Cravero affonda sulla destra, un difensore lo ostacola e il capitano cade in area ma l’arbitro non fischia. Ed è qui che Mondonico diventa un simbolo: afferra una sedia della panchina del decrepito stadio Olimpico e la brandisce in aria in segno di protesta. Poco dopo, palo di Casagrande, nel secondo tempo palo di Mussi e, a tempo scaduto, traversa interna di Sordo. Fischio finale: 0-0, la Coppa Uefa la vince l’Ajax anche se il Toro non perde.

Un trofeo Mondonico lo alzerà davvero, un anno più tardi. La Coppa Italia 1993 vinta contro la Roma dopo un’altra incredibile doppia finale, ma è già una società moribonda vittima di presidenti filibustieri. In quel Toro di Mondonico, va detto, lavorava Luciano Moggi: ottimi colpi di mercato e generose signorine mandate nelle camere d’albergo degli arbitri internazionali. Per il resto il suo tocco non ha funzionato. Scudetti e coppe sono poi arrivati nell’altra metà di Torino. In quella granata ci sarà sempre una sedia.

Era vittima dei bulli, ora Marco fa rap con J-Ax e vince trofei

Marco Baruffaldi è un ragazzo di Castelfranco Emilia, in provincia di Modena. Ha 22 anni, la sindrome di down e le cicatrici ancora ben visibili degli atti di bullismo di cui è stato vittima da bambino. Per chi non lo conosce, la sua può sembrare una storia triste. Ma basta parlargli al telefono pochi minuti per capire che la sua storia è un vero inno alla vita, un atto di coraggio quotidiano per sé e per gli altri, un impegno e un esempio per dire stop al bullismo. Marco lo ha fatto a suon di rap e batteria con il suo brano Siamo diversi tra noi che, il prossimo 9 giugno, lo porterà a Campolongo Maggiore (Venezia) a ritirare il premio speciale della giuria “Cristina Pavesi”.

Ora Marco è ancora a Milano con papà Arnaldo. Due giorni prima ha incontrato J-Ax e, anche se dice di non avere una canzone preferita, ammette che quella del rapper milanese Gente che spera è “una roba pazzesca”. In cuor suo però spera un giorno di poter suonare la batteria come Steven Adler dei Guns N’ Roses, perciò da un paio di anni frequenta la Drum School Academy di Castelfranco, e il suo maestro Danil Morini lo descrive come un ragazzo che ha voglia di imparare cose nuove e che ha bisogno di mettersi sempre alla prova. A tre anni cantava Vita spericolata di Vasco Rossi e batteva i cucchiai sulle pentole da cucina fino a quando un amico del suo papà non gli ha regalato delle vere bacchette. A casa filava tutto liscio, ma a scuola no. In un video postato un paio di settimane fa sul suo profilo Facebook racconta che alle elementari un bambino gli diede un calcio in fronte. Alle medie, un suo coetaneo gli rubò le scarpe ortopediche e ci fece pipì dentro.

E con l’insegnante di sostegno non è che andasse meglio: un martedì pomeriggio lo seguì in auto mentre era sul pulmino della scuola per minacciarlo di non dire ai suoi genitori delle sberle che gli dava e dei piedi che gli calpestava durante la lezione. “Non ho detto nulla, perché ero sottomesso e avevo paura. Oggi sono pentito di non averlo detto ai miei genitori – dice Marco – era quello che avrei dovuto fare e non ho fatto, perché la paura mi ha bloccato”. Ora invece “Baruffabomber”, come lo chiamano a scuola di batteria, di paura non ne ha più ed è per questo che canta, suona e scrive canzoni.

Come la sua “Siamo diversi da noi” che riceverà il premio dalla giuria presieduta da Alfonso Sabella, ex pm antimafia della Procura di Palermo e ora giudice al Tribunale di Napoli. Marco Baruffaldi non ha neanche partecipato al concorso, ma il video della sua canzone su YouTube è arrivato fino alle orecchie di Oriana Boldrin, ideatrice del concorso e presidente dell’associazione “Mondo di carta” che ogni anno, con il sindaco di Campolongo Maggiore, organizza la rassegna sulla legalità nella villa confiscata a Felice Maniero, la “faccia d’angelo” a capo della Mala del Brenta. “Per me è stata una sorpresa – racconta Marco –. Si tratta del premio della legalità e io non me lo aspettavo”.

Per Marco la sua canzone è semplicemente “un inno alla diversità e alla disabilità”, un modo come un altro per dire che siamo veramente tutti diversi e che, anche se il suo “corpo è un po’ storto”, lui “abita qua”. E dice no, Marco. Dice no a chi gli ha fatto “cose brutte”, perché “il mondo fa schifo” e non capisce che “la mia diversità è la mia qualità”. Dice no ai bulli, chiedendo loro di smetterla e incoraggia le vittime a “non scendere mai ai loro livelli” e a scrivergli al suo indirizzo email marcobaruffaldiofficial@gmail.com. Marco dice no alla violenza e all’ignoranza e dice sì alla vita e ai suoi sogni. Presto inciderà un cd e oggi sarà a Mestre per partecipare ai provini del programma tv Tu si que vales. Pronto per un altro giro di bacchette.

Clan Spada alla sbarra dal 6 giugno: sarà giudizio immediato

Inizierà il 6 giugnonell’aula bunker di Rebibbia il processo a una ventina di presunti affiliati al clan Spada di Ostia. Tra gli imputati davanti alla Terza Sezione della Corte d’Assise di Roma ci sono il boss Carmine Spada e suo fratello Roberto, per il quale oggi comincia un altro processo per l’aggressione all’inviato di Nemo, Daniele Piervincenzi, compiuta mentre il giornalista stava tentando di intervistarlo per il programma di Rai2. Con la fissazione dell’udienza è stata accolta la richiesta di giudizio immediato dei pm romani Mario Palazzi e Ilaria Calò. Gli imputati vanno alla sbarra dopo la retata del 26 gennaio scorso, quando furono arrestate 32 persone accusate a vario titolo di associazione a delinquere di stampo mafioso, omicidio, usura, estorsione, traffico di droga. Carmine detto Romoletto (in foto) e Roberto Spada, entrambi già in carcere, sono ritenuti dalla Procura capitolina i capi dell’associazione criminale imperante sul litorale ostiense. Chiesto il processo anche per Ottavio e Armando Spada. Saranno processati con rito immediato anche Mauro Carfagna e Ruben Alvez del Puerto.

Il legale di Riina: “Il papello lo ha scritto uno 007”

“Signori miei, il papello non esiste”. Così, l’avvocato Luca Cianferoni nell’arringa difensiva al processo sulla trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra. Il legale difende il boss Leoluca Bagarella (in foto), difendeva anche Totò Riina, morto a novembre, accusato di minaccia a corpo politico dello Stato. “Nell’ultima clausola – dice ancora Cianferoni – si chiede di togliere le tasse sulla benzina, come in Svizzera. Questa clausola l’ho sempre interpretata come la firma dell’agente segreto che ha scritto questo foglio”. E ancora: “È una boiata pazzesca dire che Riina ha fatto accordi con il generale Mori”, per poi concludere: “Cercate chi ha armato la mano di chi ha ucciso Borsellino piuttosto”. Il legale ha definito il processo “condizionato da scelte politiche e culturali” per poi chiedere l’assoluzione dei suoi assistiti “perché il fatto non sussiste”.

Catania, sirene all’alba: perquisiti i 12 indagati per voto di scambio

Cinquanta euro per singolo voto. È quanto sarebbe stato elargito nel corso della elezioni regionali di novembre in Sicilia, secondo l’indagine della Procura di Catania, guidata da Carmelo Zuccaro, e affiancata dalla Dia, diretta da Renato Panvino, sulla compravendita di voti che coinvolge dodici indagati.

Per raggiungere lo scranno a Palazzo dei Normanni di Palermo, il forzista Riccardo Pellegrino, già consigliere comunale e fondatore della lista civica “Un cuore per Catania”, con cui concorre alla carica di sindaco, avrebbe elargito somme di denaro per ottenere i consensi nei territori di Aci Catena, Acireale, Vizzini e Ramacca.

La compravendita sarebbe emersa nel corso dell’inchiesta sui rifiuti Gorgoni, condotta sempre dalla Dia, che ha portato all’arresto dell’ex sindaco di Aci Catena Ascensio Maisano, poi condannato a tre anni per corruzione. Nel corso delle intercettazioni, si evinceva il desiderio di Maisano di correre per le regionali, e il suo tentativo di tessere relazioni con figure di primo piano della politica isolana per poter ottenere i giusti consensi. Ma quando scattano le manette, l’ex sindaco è costretto a fare un passo indietro, decidendo insieme a Biagio Susinni, già deputato regionale ed ex sindaco di Mascali, di puntare sull’investitura del giovane Pellegrino.

Nell’avviso di conclusione indagini, i magistrati spiegano che Pellegrino, in alcune occasioni accompagnato dal padre Filippo, coinvolto nell’inchiesta, avrebbe consegnato “svariate somme di denaro” ai diversi indagati: “3 mila euro” a Giuseppe Panebianco e Andrea Ivan Guerrera, “1.000 euro” a Orazio Cutuli, promettendo inoltre il “pagamento della somma di 1.300 euro” a Antonino Castorina, per “l’organizzazione di un evento nel Comune di Acicatena”.

Il cognome di Pellegrino ha fatto molto discutere nel corso della passata campagna elettorale, identificato come uno degli “impresentabili” della coalizione del centrodestra, che ha visto trionfare Nello Musumeci nella corsa alla poltrona di governatore. Era stato proprio l’ex presidente della commissione antimafia regionale a iscrivere nella sua relazione il cognome di Pellegrino, in virtù di “rapporti di parentela con soggetti condannati per mafia”, indagato e poi archiviato per voto di scambio politico­mafioso. Gaetano, conosciuto con l’appellativo di u funciutu e fratello maggiore del politico, è stato già condannato per estorsione semplice e rischia dieci anni per associazione mafiosa nel processo Ippocampo.

Farebbe parte del clan dei Carcagnusi, che prende il nome dal patriarca e uomo d’onore Santo Mazzei, e padre di Sebastiano, detto Nuccio, entrambi al 41-bis.

Pellegrino è originario del quartiere di San Cristoforo, considerata la roccaforte del clan Mazzei, e qui che il politico forzista gestisce diversi patronati e centri di assistenza fiscale. Frequentando l’Istituto Salesiano di via Madonna delle Salette del quartiere, ha conosciuto Carmelo Mazzei, giovane seminarista e incensurato, ma dal cognome ingombrante, in quanto figlio di Nuccio. Un’amicizia presa di mira dagli avversari politici, ma che Pellegrino ha sempre difeso e vantato. Tanto da fare il suo nome nei diversi comizi elettorali, e presentarlo ai giornalisti della redazione catanese di LiveSicilia, per spiegare chi è il figlio del boss.

Carminati&Buzzi, in appello riappare lo “spettro” del 41-bis

Al processo Mafia Capitale le condanne inflitte dal Tribunale sono leggere e vanno aggravate con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso, caduta in primo grado. Lo sostiene il procuratore generale Antonio Sensale che ha chiesto pene per circa 430 anni rispetto ai 285 anni sentenziati dai magistrati del primo grado di giudizio.

“Chiediamo di ripristinare il 416 bis nelle forme pluriaggravate nelle quali viene contestato – ha affermato Sensale – e riteniamo sussistente l’articolo sette per le estorsioni e gli episodi corruttivi contestati”. Lo ha detto al termine della requisitoria del processo di appello in corso nell’aula bunker di Rebibbia davanti alla Terza Corte d’Appello in cui compaiono 43 imputati. Oltre a Massimo Carminati e Salvatore Buzzi, per cui sono stati chiesti rispettivamente 26 anni e mezzo e 25 anni e 9 mesi, la Procura generale ha chiesto: 24 anni per Riccardo Brugia, 18 anni per Matteo Calvio, 17 anni e mezzo per Paolo Di Ninno, 16 anni e 10 mesi per Agostino Gaglianone, 18 anni e mezzo per Luca Gramazio, 17 anni per Alessandra Garrone, 14 anni e mezzo per Franco Panzironi. “Massimo Carminati è un boss, così lo chiamano i criminali nelle intercettazioni, riconoscendolo come capo, obbediscono a lui perché riconoscono il suo potere criminale” ha ribadito la procura Generale rinforzando l’impianto accusatorio. “Non si tratta di stabilire se a Roma c’è la mafia ma se questa organizzazione criminale ha operato con il metodo mafioso” ha poi detto il procuratore aggiunto Cascini.

Chieste inoltre condanne di 13 anni e mezzo per Nadia Cerrito, 15 anni per Carlo Maria Guaranì, 16 per Cristiano Guarnera, 16,2 per Giuseppe Ietto, 19 per Roberto Lacopo, 14 anni e mezzo per Carlo Pucci, 21 anni e mezzo per Fabrizio Franco Testa, 16 anni per Rocco Ruotolo (assolto in primo grado) e Ruggiero Salvatore. Il pg ha anche sottoposto al vaglio della Corte le pene concordate con Odevaine (5,2 anni di reclusione) e con Claudio Turella (6 anni).

La sentenza di primo grado è stata emessa il 20 luglio 2017 dopo 230 udienze spalmate in 21 mesi di dibattimento, due anni e mezzo dopo i 37 arresti del Ros che misero a soqquadro i palazzi del potere. Le motivazioni hanno riconosciuto i reati di estorsione, corruzione e di criminalità comune commessi da un’organizzazione che fu capace di fare affari nei centri di accoglienza per gli immigrati, di finanziare campagne elettorali e di agganciare politici di schieramenti opposti; ma senza essere “mafia”.

Tragedie a Bologna e Firenze: muoiono due operai sul lavoro

Il giorno dopo la tragedia di Livorno, in cui hanno perso la vita due operai del porto, ieri altri due incidenti mortali sono costati al vita ad altrettanti lavoratori. Il primo caso è avvenuto nella notte tra mercoledì e giovedì a Bologna, dove Carmine Cerullo, di 56 anni, è rimasto folgorato mentre stava lavorando con la sua ditta nella manutenzione elettrica della stazione dei treni. L’uomo è venuto in contatto con i cavi dell’alta tensione mentre si trovava su un carrello elevatore per sistemare alcuni pannelli su un traliccio della linea alta velocità Bologna-Venezia, nei pressi del bivio Navile, alla periferia del capoluogo emiliano.

La Procura di Bologna ha aperto un fascicolo per omicidio colposo, per il momento contro ignoti, mentre sulla vicenda anche la Rete ferroviaria italiana ha aperto un’inchiesta interna. Il secondo incidente è successo invece a San Godenzo, in provincia di Firenze, dove intorno alle 11:30 di ieri un operaio napoletano di 52 anni è morto, cadendo da un’altezza di circa quattro metri mentre stava lavorando su un traliccio della società telefonica Vodafone. L’uomo, morto sul colpo, lavorava per una ditta esterna.

Magistrati, il Csm ha deciso: Saguto dice addio alla toga

Prima della giustizia penale è arrivata quella disciplinare. Ieri i giudici del Csm hanno rimosso dalla magistratura Silvana Saguto, ex presidente della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo, sotto processo a Caltanissetta per la gestione dei beni confiscati alla mafia e le nomine di amministratore giudiziario. Saguto può ricorrere alle sezioni unite civili della Cassazione. A fine 2015, il Csm l’aveva già sospesa da funzione e stipendio: la giudice, scriveva il ministro Orlando, decise nomine e compensi agli amministratori giudiziari “in cambio di incarichi o consulenze assegnate a componenti del nucleo familiare”.

Ieri sono stati condannati anche Fabio Licata, ex giudice a Palermo e oggi al tribunale di Patti (perdita di due mesi di anzianità) e Lorenzo Chiaramonte, ora giudice a Marsala (censura). Assolti, invece, Guglielmo Muntoni, che presiede la sezione Misure di prevenzione a Roma e il giudice del tribunale di Palermo Tommaso Virga, ex membro del Csm. Prevedibile l’assoluzione di Muntoni, la sua posizione era già stata archiviata dal plenum su proposta della prima commissione che aveva valutato irrilevante, ai fini di un trasferimento, le conversazioni del giudice con la Saguto su un lavoro da trovare al marito: erano “solo consigli”. Meno attesa la valutazione di “scarsa rilevanza” per la condotta di Virga. Il giudice, di Mi come Saguto, era finito nelle intercettazioni ambientali mentre raccontava all’allora collega, nel suo ufficio, ma potrebbe aver millantato, di aver parlato con il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri (magistrato leader di Mi e parlamentare del Pd) del procedimento disciplinare e di avergli detto che “era preoccupato per lei”. Inoltre, Virga, indagato a Caltanissetta, ha provato con il procuratore di Palermo Lo Voi, senza esito, ad avere informazioni sull’indagine a carico del figlio Walter, coimputato della Saguto.

Presi 5 pro-Isis. De Raho e Digos sgonfiano Minniti

“Infedeli e figli di puttana. Bisognerebbe mettere la loro testa sul tagliere e via e colpire (mozzare la testa) e avanti un altro”. E l’amico: “Tagliagli la testa e i genitali”. Dicono così le intercettazioni dell’inchiesta che ieri a Roma ha portato in carcere 5 persone: un palestinese e 4 tunisini residenti a Napoli, Caserta e Latina. È la terza operazione anti-terrorismo in pochi giorni: Foggia, Torino e ieri, appunto, la Capitale. L’inchiesta romana, come raccontano le carte del gip e dei pm, prende le mosse “in seguito all’attentato compiuto a Berlino da Anis Amri il 19 dicembre 2016 nel corso del quale il terrorista provocò la morte di molte persone lanciandosi contro un mercatino”. Proprio Amri che “era stato in un carcere italiano dal 2011 al 2015” e che era stato poi ospite di connazionali a Latina.

L’inchiesta si divide in due filoni: l’autoaddestramento degli estremisti e il traffico di immigrati. Così, dalle frequentazioni di Amri, i pm arrivano a Mounir Khazri (che parla nell’intercettazione), già detenuto, e a Montassar Yacouubi (pure lui già in prigione) che ospitò il terrorista. Sempre le intercettazioni di Khazri – non toccato dal provvedimento di ieri – mostrano un profondo odio per l’Europa: “Il nudo sta dappertutto”. E un amico gli risponde: “Girano con pantaloncini e costume. Meglio che vanno nude”. Ancora Khazri: “Queste cose mi fanno odiare di vivere in Europa… La Tunisia è strozzata dalla Banca Mondiale… meglio l’Afghanistan dove si rispetta la Shaaria e le donne girano con il niqab”.

Fino al protagonista dell’operazione di ieri: Abdel Salem Napulsi, accusato tra l’altro di addestramento e di condotte con finalità di terrorismo. Napulsi avrebbe “visionato video di propaganda” di gruppi vicini all’Isis. Poi “acquisito su Internet istruzioni per l’uso di armi – quali carabine e lanciarazzi del tipo Prg7 – e la modifica di armi di libera vendita”. Ma ancora, scrivono i pm, “avrebbe esaminato la possibilità di acquistare o affittare mezzi di trasporto pesanti come camion e pick up idonei a montare armi da guerra”. Ma c’era un rischio immediato? “Non c’è alcun elemento concreto per pensare alla preparazione di un attentato, ma ci sono elementi per pensare che si stessero preparando a questo. Si è evitato che dalla radicalizzazione si sfociasse in un’attività terroristica”, spiega il pm Sergio Colaiocco.

L’estremismo si intreccia con l’immigrazione clandestina e il traffico di migranti, soprattutto in zone di Camorra: gli altri quattro accusati avrebbero messo su “un’associazione transnazionale finalizzata all’ingresso illegale dei migranti prima in Italia e quindi in Francia, anche fornendo documenti falsi”. Delinquenza, mafie e terrorismo rischiano di toccarsi. Scrivono i pm: “I vertici dell’associazione dimostrano di essere pienamente informati dell’arrivo dei migranti dalla Tunisia. Emerge la loro sollecitudine per trovare posto a dei ragazzi appena arrivati a Lampedusa”. Ecco allora le telefonate tra le due sponde del Mediterraneo.

Cinque sprovveduti? No. Dalle intercettazioni emergono stratagemmi per evitare le indagini (“Con la polizia fingiti stupido”), ma cambi di cellulare, forme di contropedinamento, utilizzo di parole non indicizzate per non essere tracciati dai provider. Roma, quindi, dopo Foggia dove un egiziano è stato fermato perché in un centro islamico invitava i ragazzi “a combattere i miscredenti con le vostre spade tagliategli le teste”.

Poi Torino, dove ieri Elmahdi Halili, il 23enne arrestato mercoledì per istigazione a commettere attentati e omicidi e per associazione terroristica, non ha risposto al gip. Anche qui nessun piano esecutivo, ma per il gip la sua condotta non è “mera adesione psicologica”, ma “incitazione al terrorismo”. Il giovane si “fa portavoce” dell’Isis verso nuove possibili reclute “offrendo una spiegazione dei precetti del Corano con una lettura oltranzista ed estremista”, si legge nell’ordinanza. Un suo contatto gli ricorda che “una parte del Corano dice: ‘Chi ammazza una persona pulita…’”. Ma Halili lo interrompe: “È come se avesse ammazzato tutta l’umanità e chi salva una vita è come se avesse salvato l’umanità… Sì, questo è un versetto che viene usato per dire che il jihad è roba di 1400 anni fa e che non bisogna più farlo. Però… Maometto ha decapitato 650 ebrei solo in un giorno”.

Ma il pericolo è immediato? Dal ministro dell’Interno uscente, Marco Minniti, prima a La Stampa e poi a Repubblica, arrivano parole allarmanti: “La realtà scoperchiata a Foggia, e che sarà più chiara in queste prossime ore per ragioni di cui ora non posso discutere, dice che la minaccia del terrorismo islamico non solo è cogente e costante, ma ci accompagnerà per un periodo non breve. Il quadro è cambiato. Da almeno quattro, cinque mesi, in Rete, è ripresa con forza la propaganda dell’Isis che invita a guardare Roma come obiettivo simbolico del terrore”. Più cauto Federico Cafiero de Raho, procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo: “Da parte dello Stato c’è un’attenzione altissima. Il rischio c’è. Che sia aggravato per l’Italia è un discorso molto relativo. È previsto un rientro di foreign fighters che non dovrebbe superare le 50 unità. Altri Paesi hanno milioni di persone naturalizzate”.

E chissà se replicava a Minniti, Giampietro Lionetti, dirigente della Digos di Roma, quando ieri ha detto: “Non ci sono minacce concrete per la Pasqua a Roma”.