Era ancora piena di turisti la Chiesa di San Pietro quando ieri pomeriggio alcuni calcinacci sono caduti da un pilastro della navata di sinistra, a pochi passi dalla cappella che ospita la Pietà di Michelangelo. Nessun ferito tra i visitatori e nessuna complicazione particolare nella gestione della basilica, che ha continuato a restare aperta fino a sera, mentre una squadra di operai metteva in sicurezza l’area interessata dal danno. A cadere, ha spiegato poi con più precisione il direttore della sala stampa vaticana Greg Burke, è stata una parte del rivestimento angolare di un pilastro, un danno che non impedirà oggi la regolare apertura della Chiesa ai turisti. Nelle stesse ore, Papa Francesco si è recato in visita al carcere romano di Regina Coeli, dove ha incontrato i detenuti in occasione del Giovedì Santo. Proprio nel corso del colloquio, mentre il Pontefice esortava “a tenere lo sguardo aperto alla speranza”, il Papa ha confidato di doversi sottoporre presto a un’operazione chirurgica: “Alla mia età vengono le cataratte e non si vede bene la realtà. L’anno prossimo dovrò fare l’intervento”.
Il Comune di Genova nega il patrocinio alle iniziative per i diritti omosex
Nessun patrocinio del Comune alle manifestazioni per l’orgoglio Lgbt. Succede a Genova, dove le iniziative del coordinamento Liguria Rainbow – la ColorataCena del 17 maggio e il Liguria Pride del 16 giugno – per la prima volta si svolgeranno senza il sostegno del Comune, guidato dal sindaco di centrodestra Marco Bucci.
“Abbiamo ricevuto un ‘no’ senza motivazioni – denuncia in un comunicato Liguria Rainbow – d’altronde meglio non esprimere nero su bianco la propria insensibilità e intolleranza. Per il Comune l’omofobia non è un tema di cui occuparsi”.
Sul tema, come ricorda Il Secolo XIX, il sindaco Bucci ha mantenuto fede a quanto promesso appena dopo l’elezione dello scorso anno, quando dichiarò che non avrebbe concesso “il patrocinio a manifestazioni che possono essere divisive”.
“La commemorazione dei caduti della Repubblica di Salò – si chiedono oggi i promotori degli eventi per i diritti omosex – non è divisiva? A novembre il Comune era presente con un consigliere e una corona di fiori”.
Già lo scorso anno Liguria Rainbow aveva dovuto rinunciare al patrocinio della Regione, guidata dal forzista Giovani Toti, ma aveva potuto ancora contare sul sostegno del Comune, deciso dalla giunta precedente.
Scalfari scatena l’Inferno sulla visita a papa Francesco
Quando il diavolo ci mette lo zampino… Martedì scorso, Eugenio Scalfari va a trovare Papa Francesco: per scambiarsi gli auguri di Pasqua, nella cruciale Settimana santa. Sono amici. Si telefonano spesso. È la quinta volta che il 94enne fondatore di Repubblica, nonché autore de L’uomo che non credeva in Dio (Einaudi, 2008) si reca in Vaticano per incontrare il pontefice. Una visita l’ha fatta con tutta la famiglia. Le altre quattro, da solo: per poi raccontare i colloqui col Santo Padre sul giornale romano. Come ieri. Prima pagina, colonna di spalla. E un titolo da saggio di Stephen Hawking: “Francesco: ‘Il segreto della Creazione è l’energia’”. Il Big Bang di Dio. In un passaggio del lungo testo, Scalfari chiede al Papa delle anime cattive che sono morte nel peccato e vanno all’inferno per scontarlo in eterno: “Dove vengono punite?”.
Non vengono punite – risponde papa Francesco – quelle che si pentono ottengono il perdono di Dio e vanno tra le fila delle anime che lo contemplano, ma quelle che non si pentono e non possono quindi essere perdonate scompaiono. Non esiste un inferno, esiste la scomparsa delle anime peccatrici”. Il Papa, cioè, nega l’esistenza di una delle verità rivelate da Gesù.
Apriti cielo! Si scatena… l’inferno. Nel senso che la Sala Stampa della Santa Sede rilascia ieri mattina un comunicato in cui si conferma l’incontro “privato” tra Scalfari e Bergoglio, “senza però rilasciargli alcuna intervista”, ma si precisa che quanto riferito dall’autore nell’articolo odierno è frutto della sua ricostruzione, in cui non vengono citate le parole testuali pronunciate dal Papa”.
E incalza: “Nessun virgolettato del succitato articolo deve essere considerato quindi come una fedele trascrizione delle parole del Santo Padre”, la conclusione del comunicato. Dal quale traspare imbarazzo e fretta di ridimensionare la portata delle frasi che Scalfari attribuisce al pontefice. Possibile che ci sia stato un fraintendimento di tale portata?
Due anni fa, per esempio, Bergoglio aveva detto: “All’Inferno non ti mandano: ci vai tu, perché tu scegli di essere lì. L’Inferno è volere allontanarsi da Dio perché io non voglio l’amore di Dio. Questo è l’Inferno. Va all’Inferno soltanto colui che dice a Dio: ‘Non ho bisogno di Te, mi arrangio da solo’, come ha fatto il diavolo che è l’unico che noi siamo sicuri che sia all’Inferno”.
Nella dottrina cattolica, l’inferno esiste, ma come uno stato eterno (non un luogo) di chi lascia questa vita in peccato mortale. Lo ricorda il sacerdote nell’atto del battesimo, quando invoca i Novissimi: le ultime cose, cioè gli ultimi destini irrevocabili dell’uomo e dell’universo, ossia morte, giudizio, inferno e paradiso.
Il teologo gesuita Hans Urs von Balthasar fece scalpore con il concetto di “inferno vuoto”, salvo poi puntualizzare che le sue parole erano state travisate: “Chi spera la salvezza per tutti i suoi fratelli e tutte le sue sorelle, spera l’inferno vuoto”.
Le parole di Bergoglio riferite da Scalfari possono essere il corollario dell’intuizione di von Balthasar. Il quale, tuttavia, si difese dalle polemiche dei tradizionalisti rifugiandosi nell’allegoria della speranza.
Inferno e diavolo restano radicati nel profondo dell’animo, come ci hanno ricordato i romanzi di Dan Brown e soprattutto i film tratti dai suoi best seller. Per decenni il clero si ispirò alla provocazione di Pio XI che nell’udienza del 15 maggio 1929 disse: “Quando si trattasse di salvare qualche anima, di impedire maggiori danni di anime, ci sentiremmo il coraggio di trattare col diavolo in persona”.
Forse, però, lo scopo del comunicato – in un momento di crisi mediatica in Vaticano, dopo lo scandalo della lettera di papa Ratzinger tagliata e taroccata che sono costate le dimissioni a monsignor Dario Viganò, prefetto pontificio della segreteria per la comunicazione – è quello di inficiare altre frasi di Bergoglio, come quella sulle specie che durano migliaia di anni ma poi scompaiono poiché Dio ne regola l’alternanza.
O la Chiesa che si “estende a una santità civile e cristiana nel senso più ampio”, con l’amore verso il prossimo. O l’indiretta critica nei confronti di chi pratica “una religione ma soltanto nei suoi rituali”. O quando constata che è più forte la religiosità in Sudamerica, nelle pianure dell’America del Nord, in Oceania, nella fascia dell’Africa da est a ovest. L’Europa? “Deve rafforzarsi politicamente e moralmente. Ci sono anche qui molti poveri e molti immigrati. Abbiamo detto di voler conoscere la modernità pure nelle sue cadute. L’Europa è un continente che per molti secoli ha combattuto guerre, rivoluzioni, rivalità e odio, perfino nella Chiesa”.
Amazon giù in Borsa per il tweet di Trump: “Paga poche tasse”
È arrivatoviaTwitter, con Wall Street ancora chiusa, la bordata di Donald Trump rivolta ad Amazon. “A differenza di altri, pagano poche o nessuna tassa alle amministrazioni statali e locali, usano il nostro sistema postale come se fosse il loro ragazzo delle consegne (causando tremende perdite agli Usa), e stanno spingendo fuori dal mercato molte migliaia di venditori al dettaglio!”. Ad anticiparla era stato il sito Axios, specializzato in retroscena, che aveva riportato le parole di una fonte (“il presidente si sta chiedendo se c’è un modo di perseguire Amazon attraverso l’antitrust o la normativa sulla concorrenza”). Non è la prima volta che Trump si scaglia contro l’azienda di Jeff Bezos, proprietario anche del Washington Post. L’effetto è stato il rosso con cui il titolo Amazon ha aperto gli scambi in Borsa. Un calo del 3% in contrasto con il moderato progresso del Nyse Fang – l’indice che monitora l’andamento dei principali titoli del digitale –, che aveva invece iniziato la seduta in positivo dopo giornate difficili. Uno choc solo in parte assorbito col passare delle ore, visto che nel corso della giornata il titolo ha perso circa un punto percentuale.
Almaviva, nuova sentenza di reintegro
Ancora una pronuncia del Tribunale di Roma e ancora un colpo all’azienda dei call center Almaviva: ieri la vicenda si è arricchita di un nuovo capitolo. Cinque ex dipendenti della capitale, tutte donne, hanno vinto il ricorso contro l’azienda che ora sarà obbligata a reintegrarle nel vecchio posto di lavoro.
Il licenziamento, per il magistrato Dario Conte, è stato illegittimo perché ha colpito solo i lavoratori in servizio a Roma – e che avevano rifiutato di ridursi lo stipendio – nonostante la stessa Almaviva avesse manifestato la volontà di chiudere anche a Napoli. Si tratta di un nuovo tassello nel puzzle di ordinanze giudiziali, non sempre coerenti tra loro, emesse negli ultimi mesi dai giudici dopo il maxi-licenziamento del Natale 2016.
Vale la pena fare un passo indietro: a ottobre 2016 Almaviva ha dichiarato di voler smantellare, causa crisi, le sedi di Roma e Napoli e voler mandare a casa tutti i lavoratori coinvolti: 1.666 in Lazio e 845 in Campania. Durante le trattative al ministero dello Sviluppo economico, l’azienda ha messo sul tavolo un accordo per salvare i posti: gli addetti avrebbero dovuto accettare un salario minore. Una proposta che il 22 dicembre è stata avallata dai segretari nazionali di Cgil, Cisl e Uil e dal ministero. Durante l’ultimo l’incontro, però, solo i rappresentanti sindacali aziendali di Napoli hanno firmato, quelli di Roma si sono opposti. Si è quindi deciso di spacchettare le due procedure, decretando il salvataggio degli 845 napoletani e il licenziamento dei 1.666 romani.
Secondo il giudice, non si poteva fare. “Se il datore di lavoro, nella comunicazione di apertura, ha fatto riferimento ad esigenze relative a più di una unità produttiva – si legge nell’ordinanza – la scelta non può poi essere unilateralmente ristretta ai lavoratori appartenenti ad una di esse”. Insomma, il rifiuto di firmare l’accordo opposto dai sindacalisti romani, per il magistrato, non è sufficiente a giustificare il licenziamento solo nella Capitale. Almaviva, in questi mesi, si è sempre difesa spiegando che sono stati i rappresentanti sindacali ad accettare il licenziamento, decidendo di non piegarsi alle richieste. Proprio con questa argomentazione, a gennaio un’altra sezione del Tribunale di Roma ha dato ragione ad Almaviva su un ricorso di altri 500 ex dipendenti.
Questa volta, però, non ha retto e la pronuncia sorride agli avvocati della Slc Cgil (Matilde Bidetti, Filippo Aiello, Carlo De Marchis, Andrea Circi e Giacomo Summa): non ci fu alcun accordo tra impresa e sindacalisti per il via libera ai licenziamenti. Casomai, un non accordo, perché i rappresentanti dei lavoratori non avevano firmato quanto proposto. Queste cinque donne riavranno il proprio posto. Proprio come è successo a novembre 2017, grazie a una pronuncia simile a quella di ieri, ad altri 153 colleghi che, però – una volta reintegrati – sono stati subito trasferiti da Almaviva nella sede di Catania; trasferimenti contro i quali pende un nuovo ricorso, perciò anche su questi si aspetta una nuova decisione del Tribunale (per il momento, sono sospesi).
Bankitalia, il regalo annuale alle solite banche azioniste
Anche quest’anno la Bankitalia ha deciso di dare ai suoi azionisti , tra cui molte banche (che sono dunque anche vigilate da Palazzo Koch) un generoso dividendo: 218 milioni, su un utile netto di 3,9 miliardi. Allo Stato, che pur non essendo proprietario gode dei profitti della banca centrale, vanno 3,3 miliardi, che diventano 4,9 miliardi considerando anche le imposte versate.
Come ha spiegato ieri nella relazione all’assemblea annuale il governatore Ignazio Visco (il cui compenso resta stabile a 450 mila euro, tetto deciso nel 2014 e più alto dei 240 mila che valgono per la Pubblica amministrazione) si tratta del maggior risultato mai conseguito dall’istituto centrale. Un effetto ottenuto soprattutto grazie all’acquisto massiccio di debito pubblico attraverso il Quantitative easing della Bce (è via Nazionale ad acquistare i titoli) che ha gonfiato il bilancio, triplicato negli ultimi dieci anni.
A gennaio 2014 una riforma voluta dal governo Letta – inserita in un provvedimento che bloccava l’Imu sulla prima casa – ha imposto la rivalutazione delle quote del capitale di Via Nazionale, passato da 156 mila a 7,5 miliardi di euro. La riforma tassava un po’ Bankitalia (garantendo un’entrata immediata allo Stato) e si accompagnava anche a una rivisitazione del meccanismo di calcolo dei dividendi. Secondo diversi osservatori si trattava di un enorme favore alle banche azioniste titolari delle quote e bisognose di risorse per puntellare i bilanci dopo la lunga recessione. “Nessun regalo”, tuonò Visco.
E invece lo era. Prima del 2014 le banche ricevevano da Palazzo Koch dividendi tra i 50 e i 70 milioni l’anno, dopo la rivalutazione delle quote hanno incassato 380 milioni nel 2014, 340 nel 2015 e la stessa cifra nel 2016. Anche quest’anno il dividendo era di 340 milioni, ma solo 218 sono stati distribuiti perché ora sopra il 3% del capitale non si ha più diritto al dividendo. La norma era stata inserita nella riforma per far aumentare il numero di azionisti: entro il 2016 le banche socie dovevano cedere le quote superiori al 3%, pena la perdita del diritto di voto e all’utile per la parte eccedente: in questo modo si voleva creare un mercato delle partecipazioni. Effettivamente in tre anni è passato di mano il 30,65 per cento del capitale, ma a oggi Intesa Sanpaolo, Unicredit, Generali e Carige hanno ancora quote in eccesso per un valore nominale di 2,6 miliardi di euro (un tesoretto da liquidare in caso di necessità).
Dal 2014 i primi tre azionisti hanno ceduto il 27% del capitale di Bankitalia con un guadagno che supera i 2 miliardi di euro. Un bel regalo. D’altronde, per dare un’idea, già nel primo bilancio utile di Intesa la rivalutazione era valsa un beneficio patrimoniale di 2,5 miliardi; 1,4 per Unicredit. La prima ha incassato in dividendi 161 milioni nel 2014, 144 milioni nel 2015 e 119 nel 2016, mentre la seconda se l’è cavata con quasi 200 milioni nel triennio. Insomma, per le banche azioniste il beneficio – calcolato in quasi 4 miliardi – è passato, in parte, dal patrimonio al conto economico dopo la cessione delle azioni. Ad aumentare la loro quota sono state soprattutto fondazioni, casse di previdenza e Inps. Oggi la compagine conta 124 soggetti, dei quali 85 arrivati dopo la riforma: 6 assicurazioni, 8 fondi pensione, 9 enti di previdenza, 20 fondazioni e 42 banche.
Al di là del regalo agli istituti di credito, la riforma Letta sembra aver fallito l’obiettivo. A oggi i primi quattro istituti azionisti hanno in mano ancora il 41% del capitale. Col tetto del 3% si assottiglia il beneficio dei dividendi, ma questo rende complesso liberarsi delle azioni. Insomma, il capitale di Bankitalia continua a essere controllato dagli istituti di credito di maggior dimensione. Che poi sono i principali beneficiari della riforma.
Robot, import cinese e giovani inattivi dietro il voto Lega-M5S
Le elezioni italiane del 4 marzo scorso hanno prodotto due vincitori chiari: la Lega e il Movimento 5 Stelle. Questo risultato è stato letto da molti osservatori come un trionfo dei populisti, legato a un diffuso disagio sociale ed economico. Secondo un nostro studio, però, un’interpretazione del voto basata esclusivamente sul concetto di populismo, di per sé inevitabilmente generico, non basta a comprendere le dinamiche alla base dei risultati.
Lega e Cinque Stelle si presentano, e sono percepite, come forze anti-elitarie alternative all’attuale sistema di potere. Le proposte economiche dei due partiti sono però diverse, e rispondono alle esigenze di elettorati distanti quanto a composizione sociale e geografica. Quali sono, allora, i fattori alla base del loro successo?
Nel dibattito sul populismo ci si è concentrati molto sul ruolo della globalizzazione e dei cambiamenti tecnologici: due fenomeni che producono vincitori e perdenti, generando diseguaglianze e malcontento. Per studiare il ruolo di questi due fattori nel contesto italiano, abbiamo calcolato indicatori che catturano l’esposizione di ogni regione alle importazioni di beni dalla Cina e all’introduzione dei robot nei processi produttivi. Lo stesso fenomeno ha, infatti, un impatto di intensità diversa tra regioni a seconda della struttura produttiva pre-esistente sul territorio. Ciò che conta è la percentuale dei lavoratori impiegati nel manifatturiero, e la loro distribuzione tra i vari settori.
Le importazioni cinesi sono cresciute esponenzialmente dall’inizio degli anni 90 fino alla crisi finanziaria del 2008: il periodo dello “choc cinese”. Questo fenomeno non ha avuto la stessa rilevanza in tutti i settori. Per esempio, le importazioni dalla Cina sono cresciute di più nel settore tessile che nel chimico. Di conseguenza l’impatto dello choc è stato più forte nelle regioni dove storicamente una percentuale maggiore di lavoratori era occupata nel tessile e negli altri settori di forza della Cina, come elettronica e arredamenti. Il nostro indicatore combina i dati settoriali sulla crescita delle importazioni con i dati sulla composizione occupazionale di ogni regione nel 1988, prima dello choc. Tra le regioni più esposte alle importazioni cinesi troviamo il Piemonte, la Lombardia, e il Veneto, quelle meno esposte sono Calabria e Molise.
Lo stesso approccio è stato seguito per calcolare l’impatto dell’adozione dei robot negli ultimi anni, che ha interessato più le aziende alimentari e della ceramica rispetto a quelle del mobile o dell’elettronica. Anche in questo caso troviamo la Lombardia tra le regioni più esposte, insieme all’Emilia Romagna, mentre Calabria e Campania sono all’estremo opposto.
Studi recenti negli Stati Uniti hanno mostrato come sia le importazioni dalla Cina che l’automazione dei processi produttivi generino perdite di posti di lavoro localizzate nelle aree più esposte. In linea con questi risultati, la nostra analisi ha rivelato un nesso causale forte tra l’esposizione regionale all’import cinese, e all’adozione dei robot, e il supporto elettorale per la Lega. Allo stesso tempo, questi due fattori non spiegano il successo dei Cinque Stelle.
Questo dato non sorprende: il movimento guidato da Luigi Di Maio ha infatti ottenuto i risultati migliori al Sud e nelle isole. Sono le zone d’Italia con meno industria, dove l’impatto di globalizzazione e automazione è strutturalmente meno rilevante. Alla base del supporto per i 5 Stelle sembra esserci un disagio economico di tipo diverso, legato al divario crescente tra il Nord e il Sud, che si è acuito negli anni della crisi e dell’austerity. La nostra analisi mostra una relazione significativa tra la percentuale di occupati nel settore pubblico, calcolata in ogni regione prima della crisi, e il voto per i Cinque Stelle. Questo risultato è in linea con l’idea che l’austerity abbia avuto un impatto maggiore nelle regioni dove più forte era il peso del settore pubblico nell’economia. E il Movimento 5 Stelle raccoglie più consensi nelle zone con maggiore disoccupazione e nelle aree dove più alta è la percentuale di giovani inattivi tra i 18 e i 29 anni. Questo indicatore include i cosiddetti “lavoratori scoraggiati”, che hanno perso anche la speranza di trovare un impiego, ed è particolarmente alto in tutte le regioni del Sud e nelle Isole.
Se il disagio economico è alla base del successo delle opzioni populiste, questo disagio ha radici e caratteristiche diverse, che hanno incontrato le proposte economiche divergenti dei due partiti vincitori. Nel caso dei 5 Stelle, la proposta di maggior rilievo è stata quella del reddito di cittadinanza, molto attrattiva per i disoccupati delle aree meno ricche. La Lega ha invece insistito su misure protezioniste contro la Cina e su una tassa per i robot, in combinazione con la “flat-tax” sui redditi. Sono misure rivolte soprattutto a chi un reddito lo ha già e lo vede messo in pericolo dalle trasformazioni globali in atto.
L’unico tratto in comune tra le proposte di Lega e 5 Stelle sembra essere l’insostenibilità dal punto di vista del bilancio pubblico. Non sarà facile trovare una sintesi che possa portare alla creazione di un governo Lega-5 Stelle.
Arriva “È la stampa, bellezza”, il nuovo numero di MicroMega
MicroMega dedica il terzo numero dell’anno al giornalismo per discutere del ruolo e dell’etica di quello che è a tutti gli effetti il quarto potere delle democrazie contemporanee. Nell’epoca delle fake news e della post-verità, una riflessione sullo stato di salute dell’informazione e sulla sua capacità di svolgere ancora oggi il compito di critica radicale del potere.
Il tema dell’indipendenza e della sovranità dei fatti rappresenta il filo conduttore del volume: Luciana Castellina e Ferruccio de Bortoli, seguiti da Maurizio Molinari e Marco Travaglio, mettono a fuoco il rapporto fra militanza e imparzialità domandandosi come sottrarsi al controllo di interessi economici o partitici ed evitare forme di propaganda, mentre Enrico Mentana e Marco Damilano discutono dell’uso politico del giornalismo. Marco Lillo e Carlo Bonini presentano le sfide del giornalismo giudiziario e denunciano le difficoltà in cui versa negli ultimi tempi; con Stefano Cingolani e Giorgio Meletti è il giornalismo economico a esser tema di dibattito, mentre Selvaggia Lucarelli si concentra sulla rubrica della posta del cuore.
Redditi bassi, pensioni minime, poveri: ecco l’Italia senza ripresa
Ma quanti sono gli italiani in difficoltà, quelli per cui la ripresa non è mai arrivata? Al centro del dibattito sul reddito di cittadinanza ci sono i 4,7 milioni di persone in povertà, assoluta, che non riescono a permettersi uno stile di vita accettabile misurato su un paniere di consumi elaborato dall’Istat. Ma se questi italiani in difficoltà hanno conquistato almeno la cima dell’agenda della politica, i dati pubblicati in questi giorni sulle dichiarazioni sui redditi Irpef e sulle pensioni indicano che l’area del disagio è molto più ampia e non migliora molto.
Secondo i dati del ministero del Tesoro, nel 2016 il reddito medio dichiarato dai lavoratori dipendenti è stato pari a 20.680 euro, quello dei pensionati a 17.170 euro, due categorie che sicuramente non possono evadere. Va meglio ai titolari di ditte individuali, 21.080, i lavoratori autonomi dichiarano invece 41.070 euro. Ma quello che conta è la tendenza: rispetto al 2015 salgono parecchio i redditi medi d’impresa (+5,3 per cento), quelli del lavoro autonomo anche di più (+9), segno che hanno intercettato la ripresa, mentre quelli dei lavoratori dipendenti restano piatti (+0,1).
Anche nelle parti più basse della scala sociale le forbici si sono allargate. I poveri sono diventati più poveri. Secondo l’Istat, nel 2016 l’indicatore che misura l’intensità della povertà (quanto la spesa mensile delle famiglie povere è mediamente sotto la linea di povertà) è salito rispetto al 2015 dal 18,7 per cento al 20,7. Due punti in un anno solo non è poco. E che la situazione sia critica, nonostante la ripresa dell’economia, lo dimostrano i primi dati dell’Inps sul Rei, il reddito di inclusione che è stato introdotto dal governo Gentiloni e si può richiedere da dicembre 2017, in media vale 297 euro a persona al mese: lo hanno ottenuto 316.000 persone, non sappiamo quante lo hanno richiesto, però, visto che l’Inps non divulga questo dato (che è complicato da aggregare perché le domande sono nei Comuni e c’è una scrematura per escludere chi non ha diritto). Quel sussidio è pensato per la platea dei 4,7 milioni di italiani in povertà assoluta di cui fanno parte anche 50.000 persone senza fissa dimora che non si sa neppure se sono davvero conteggiati nelle statistiche dal momento che sono molto difficili da raggiungere con qualunque indagine sociologica (c’è un esperimento in corso a Milano, si chiama “Ulisse” e verrà poi esteso a Roma e Napoli).
I pensionati non sono le prime vittime della crisi, perché non potevano restare disoccupati, e infatti il rischio povertà è aumentato per i giovani, non per gli anziani. Ma se si guarda il valore degli assegni pagati dall’Inps si capisce quanto esile sia la tenuta di quel blocco sociale: su 17,8 milioni di pensioni pagate, ben 4,6 milioni sono sotto i 500 euro e altri 6,5 milioni tra i 500 e i 750 euro. È vero che magari per molte di queste persone non è l’unico reddito e che in molte zone d’Italia se si dispone di una casa di proprietà si può sopravvivere anche con 700 euro, ma stiamo comunque parlando di 11 milioni di italiani che ogni mese ricevono sul conto meno di quanto vale il famoso reddito di cittadinanza dei Cinque Stelle (780 euro). La pensione media è di soli 866,72 euro mensili.
Per queste vaste masse di italiani cambia poco se la crescita del Pil si attesta sull’1,5 per cento o sull’1,8. Molto potrebbe cambiare invece con una riforma di come vengono spese le ingenti risorse stanziate per il welfare. L’Inps ci ricorda con i dati di ieri che le pensioni assistenziali, quelle pagate senza essere coperte da alcun contributo, valgono 16 miliardi ogni anno. Ma un dossier della rivista Prospettive sociali e sanitarie diretta da Emanuele Ranci Ortigosa, stimava una cifra assai più sorprendente: per colpa di criteri di selezione congegnati male, dei 56 miliardi di euro di trasferimenti monetari erogati dallo Stato per il welfare, ben 13 miliardi vanno al 40 per cento degli italiani più benestanti, in base all’indicatore Isee che considera redditi e patrimonio. Gente che ha un reddito disponibile medio equivalente tra i 23.621 e i 43.389 euro annui. Non saranno tutti ricchi, certo, ma di sicuro non sono i più poveri e bisognosi. Per potenziare misure davvero contro la povertà bisognerebbe cominciare da lì, dal togliere sussidi a chi non ne ha davvero bisogno e secondo il dossier di Prospettive sociali e sanitarie si possono recuperare almeno 4,6 miliardi.
Come si è visto il 4 marzo, il futuro della politica si decide anche, e forse ormai, soprattutto su questi temi.
Scontro social sul reddito: la Lega cita Anzaldi, M5S replica
Accuse incrociate tra Lega, Pd e 5Stelle. Il tema è il reddito di cittadinanza, il terreno dello scontro, almeno in partenza, è tutto social: ieri la Lega ha postato sui suoi profili Twitter e Facebook un articolo de Il Populista – il blog del Carroccio – che riprendeva un tweet di Michele Anzaldi, deputato del Pd. “Dopo 5 anni di propaganda – ha scritto Anzaldi, citato dalla Lega – ora i 5 Stelle scoprono che si sono sbagliati. Non è uno scherzo, è quello che ha dichiarato senza vergogna Alfonso Bonafede, il braccio destro di Di Maio, a Radio 24. I conti non potevano farli prima delle elezioni?”. Poco dopo, la replica di Bonafede: “Nell’intervista in questione non era equivocabile che il reddito di cittadinanza fosse una priorità del M5S senza se e senza ma. Dopo, nella stessa intervista, mi veniva chiesto del reddito universale che, come sapete tutti tranne evidentemente Anzaldi, è un’altra cosa”. Poi una sferzata ai salviniani: “Lo ha rilanciato la Lega? Ha rilanciato un tweet sbagliato, perché basato su un errore di fondo”