Da mercoledì partono le consultazioni: si chiude con Di Maio

Ieri il Quirinale ha diffuso il calendario delle consultazioni per la formazione del prossimo governo. Il presidente Sergio Mattarella ha previsto degli incontro ravvicinati con i gruppi parlamentari e i referenti istituzionali e dunque si inizia mercoledì 4 aprile e si finisce il giorno dopo: un’ora ciascuno a tutti, tre quarti d’ora per il piccolo gruppo per le Autonomie e il Misto del Senato. Si parte mercoledì con i presidenti Maria Elisabetta Alberti Casellati (Senato) e Roberto Fico (Camera). Prima del pranzo, colloquio con Giorgio Napolitano, presidente emerito e senatore a vita. Nel pomeriggio, le consultazioni riprendono con i gruppi Misti di Camera e Senato e si chiudono con Fratelli d’Italia. L’indomani si parte alle 10 e si entra nel vivo: apre il Pd, dunque tocca al centrodestra con delegazioni separate, prima Forza Italia e poi Lega. Nel pomeriggio, alle 16:30, il “primo giro” finisce con il Movimento 5 Stelle. A quel punto, Mattarella avrà le canoniche (minimo) 24 ore di tempo per riflettere sui dialoghi avuti e poi dovrà decidere come proseguire: mandato esplorativo, incarico per formare il governo o altro giro, chissà.

Pd, inizia il rompete le righe: Franceschini e Orlando contro la linea dell’opposizione

L’occasione è il gruppo del Pd alla Camera. L’attacco è a freddo, pure se era nell’aria. E arriva da Dario Franceschini, che chiede di convocare i gruppi Pd di Camera e Senato prima delle consultazioni al Quirinale. “Il Pd è stato troppo silente: va bene richiamare la linea della Direzione sul partito all’opposizione ma intanto c’è stata un’evoluzione della situazione. È giusto tornare a discutere”.

Il ragionamento contiene in nuce svariate conseguenze possibili: da una conta nei gruppi alla possibilità di provare a entrare in una partita di governo. Magari coi 5 Stelle. Anche se non ci sono i numeri: “Ci vorrebbe il 93% dei gruppi e io almeno il 7% ce l’ho”, Renzi dixit. Come sa anche il ministro della Cultura la possibilità di un governo con Di Maio è possibile solo se lo appoggia l’intero partito. E dunque, la strategia è confusa, l’approdo incerto e possibile solo se il tempo produrrà equilibri diversi dagli attuali.

Al gruppo interviene Graziano Delrio, neo capo gruppo, che nota come da parte del centrodestra ci sia stata una chiusura totale nella partita degli uffici di presidenza, mentre i 5 Stelle hanno permesso al Pd di prendere almeno i vice presidenti. Interpretazione utile in prospettiva futura. Peraltro è lo stesso Delrio che blocca la candidatura di Luca Lotti (l’uomo della trattativa con il centrodestra) alla vice presidenza di Montecitorio. A dire che la linea resta quella della direzione è Lorenzo Guerini.

Andrea Orlando prova a metterla su un livello più alto: “Non può bastare l’hashtag di Renzi #tocca a loro. Va bene anche stare all’opposizione, ma bisogna capire che opposizione è: da destra o da sinistra?”. Finito il gruppo, Matteo Orfini sfonda: “Se Dario pensa che dobbiamo stare in maggioranza a puntello di un governo 5 Stelle lo dica: io sono contrarissimo”.

Mentre i big si attaccano e si contorcono, Renzi, si attacca al telefono: chiama Martina, chiama Delrio, chiarisce che per lui non esiste che ci siano i gruppi subito, prima delle consultazioni. I due, che per adesso rimangono figure di mediazione (o almeno ci provano), corrono a dichiarare allora che Direzione e assemblee dei gruppi ci saranno “dopo” le consultazioni. Probabilmente dopo il primo giro al Colle, ma per adesso nessuno lo sa e nessuno lo dice. Renzi, nella veste di segretario ombra, manda la sua e-news pasquale: “La situazione politica è chiara: il Pd starà all’opposizione”.

Quale Pd? Ieri in un’intervista al Corriere della Sera, Matteo Richetti annuncia la sua candidatura alle Primarie. Primarie che per adesso però non sono in calendario. Il giorno prima aveva pranzato con Renzi. “Sarà stato il brain storming tra due brain instabili”, ironizza un alto dirigente dem. I due, comunque, hanno parlato della corsa di Richetti. È il candidato di Renzi? No, ma l’ex premier non ne ha uno, quindi sta a guardare cosa fa il suo amico-nemico della prima ora. Richetti non è neanche candidato degli anti-renziani: il 7 aprile lancerà informalmente la sua campagna a Roma che mira anche a riportare tra i dem anche gli elettori finiti ai Cinque Stelle. Al Nazareno tutti ragionano già in termini di post-Pd: in molti si aspettano che Renzi si faccia un suo partito tra non molto, è dunque dalla crisi parlamentare che passa il futuro dem.

Da segnalare lo scambio frequente di messaggi tra l’ex premier e Matteo Salvini e una consuetudine dei suoi con il dominus della Lega, Giancarlo Giorgetti. Segnali che alimentano sospetti: Renzi sarebbepronto a staccarsi per dare i voti che mancano a un governo di centrodestra in cui proprio Giorgetti è il premier. Futuribile anche questo. Ma del resto, il presente è incerto.

“Il Pd è immaturo e non ascolta. Ma loro si sono presi tutto…”

L’esperienza in Parlamento si è chiusa, quella in magistratura pure e adesso, Gianrico Carofiglio, si dedica solo ai libri (ne ha appena pubblicato uno) e quando parla del Pd – il partito con cui è stato senatore – non sa che tempo verbale usare. Di certo, ne parla da fuori. E non è un caso che abbia idee diverse da quelle che sembrano prevalere tra i suoi ex compagni di avventura. “Francamente rimango colpito dallo schematismo di certe affermazioni: ‘Non andiamo a parlare perché ci hanno offeso’. Nessuno l’ha detta così, ovviamente, ma insomma, il senso è quello”.

Carofiglio, lei consiglierebbe un atteggiamento diverso?

Io dico che si va e si ascolta. Poi se la proposta si riduce a un “si fa come dico io”, è ovvio che finisce lì. Ci vorrebbe una dimostrazione di maturità collettiva: non la vedo tra chi ha perso e non mi pare la stia dimostrando nemmeno chi ha vinto.

Si riferisce alla partita degli uffici di presidenza di Camera e Senato?

Hanno vinto e prendono tutto: se avessero il 51 per cento sarebbe molto discutibile stilisticamente ma potrebbe avere un senso. Però hanno preso il 32 che non basta e dovrebbe suggerire un atteggiamento meno sprezzante.

Troppa arroganza?

È ovvio che un simile modo di procedere dà argomenti a chi è ostile al dialogo e mette in difficoltà chi, come me per esempio, sarebbe favorevole almeno a un tentativo.

Nel suo libro (Con i piedi nel fango, edizioni Gruppo Abele) lei rimette in discussione alcune categorie politiche e ne introduce di nuove. In questo caso potremmo scomodare quella del “fatto personale”?

La personalizzazione, il debordare degli ego è, per me, uno dei più gravi fattori di inquinamento della nostra vita politica.

Lei rivaluta anche il concetto di “compromesso”.

Certo. Il compromesso è categoria nobile. Essere disponibili al compromesso significa essere consapevoli della pluralità dei punti di vista e del fatto che nessuno di essi contiene da solo tutta la verità. La ricerca del buon compromesso significa la ricerca della soluzione migliore per il più alto numero di persone. Cioè, per non girarci troppo attorno, l’essenza della democrazia.

Finora il leader della Lega è sembrato il più abile, da questo punto di vista.

Io credo che Salvini sia stato solo il più bravo a fare tattica. Finora i risultati sembrano dargli ragione nella partita a scacchi delle nomine ma il compromesso nobile di cui parlo è una cosa diversa. Non vedo questa attitudine nel capo della Lega. Vedo invece una micidiale miscela di superficialità e tensione verso la conquista del potere.

Il Pd invece si sta tenendo fuori dai giochi. Possiamo spiegarlo con quello che lei nel libro chiama “rancore”?

Il problema è come tutti si prendano terribilmente sul serio: osservo questo spettacolo e mi pare vada peggio del passato. Ci vorrebbe un po’ di autoironia. Invece, da quello che mi raccontano, nei corridoi si respira tutt’altro clima.

Vale anche per M5S?

Il rancore è diventato purtroppo una categoria politica e la sua diffusione nella società italiana ha contribuito al successo del M5S. Io non credo però questo movimento sia solo una “agenzia del rancore”. Hanno per le mani un grande potenziale di democrazia e chi li guida ora ha una grande responsabilità: sperperarlo o metterlo in un circolo virtuoso.

Lei sostiene ci sia poca indignazione e troppo sdegno.

Lo sdegno è una reazione di risentimento e disprezzo. È materiale tossico, senza nessuna forza trasformativa. Indignazione invece è ribellione attiva alle ingiustizie, una delle forze che consentono di cambiare il mondo.

Pare la cifra dei rapporti tra Cinque Stelle e Pd.

Dell’atteggiamento inutilmente sprezzante del M5S ho già detto. Quanto ad alcuni dirigenti del Pd e ad alcune bizzarre affermazioni del tipo “i nostri elettori ci hanno votato per stare all’opposizione” è bene ricordare un paio di cose. Cinque anni fa, e giustamente, ci fu un tentativo di parlare, a parti invertite, con il M5S e tutti lo condividevano. Secondo: nella scorsa legislatura il Pd ha governato per un certo periodo anche con Forza Italia e quel governo è stato votato anche dai dirigenti che oggi mostrano tanta intransigenza.

Camera, va in scena l’intesa sulle poltrone M5S-destra

Quando nel tardo pomeriggio gli uffici di presidenza delle due Camere prendono forma il quadro si rivela meno casuale del previsto: l’accordo spartitorio tra Movimento 5 Stelle e centrodestra è granitico e fa strame delle poltrone istituzionali lasciandone al Pd, il secondo partito italiano, solo due su trentasei. Stefano Buffagni, neodeputato lombardo assai vicino a Luigi Di Maio, uscendo dall’Aula di Montecitorio non nasconde la concordanza d’amorosi sensi: “Aspettate l’esito del voto, vedrete dinamiche molto interessanti”. E si vedono infatti: non solo le poltrone vengono divise d’amore e d’accordo, ma Salvini e soci regalano una cinquantina di preferenze al grillino Riccardo Fraccaro, che diventa così il presidente del collegio dei (tre) questori come candidato più votato.

Il conteggio finale dice: in Senato, il M5S si prende sei posti, Lega e Forza Italia 4, Fratelli d’Italia e il Pd una vicepresidenza a testa; alla Camera il Movimento sale a 7, la Lega resta a 4, FI scende a tre, FdI prende un questore e il Pd solo una vicepresidenza. Da notare che le due poltrone lasciate ai democratici non sono (solo) una gentile concessione: per Regolamento ogni gruppo deve essere rappresentato nell’ufficio di presidenza delle Camere, anche se, certo, i nuovi occupanti del Palazzo avrebbero potuto lasciare agli sconfitti due “modesti” posti da segretario d’Aula anziché due vicepresidenti.

Detto questo, si potrebbe passare al folclore: Mara Carfagna vicepresidente della Camera che completa una squadra di Forza Italia tutta in rosa; il suo collega dem Ettore Rosato che scalza Luca Lotti pure aspirante alla poltrona; Edmondo Cirielli, noto per aver tolto il nome a una legge (la ex Cirielli appunto), che farà il questore come il grillino Riccardo Fraccaro, risarcito della mancata candidatura a presidente della Camera.

A guardare questi due giorni di votazioni in un’altra chiave, però, si potrebbe anche notare che gli organi di controllo di Montecitorio e Palazzo Madama potrebbero domani essere governati senza problemi da una maggioranza 5 Stelle-Lega pure contro il parere di tutti gli altri (10 posti contro 6 in Senato, addirittura 11 contro 5 alla Camera). La politica, d’altronde, è anche questione di rapporti di forza e ora i due partiti che hanno vinto le elezioni del 4 marzo hanno i numeri per tener fede alle loro recenti dichiarazioni: i tagli ai vitalizi e il resto dell’armamentario “anti-casta” saranno uno dei punti, se non il principale, dell’agenda interna di questo Parlamento e anche una non sgradita arma propagandistica all’esterno (si segnalano già scene di panico tra gli ex parlamentari terrorizzati dai tagli).

L’impeto politico dell’intesa M5S-centrodestra potrebbe estendersi persino alle Commissioni speciali, che dalla settimana prossima garantiranno il lavoro parlamentare finché non ci sarà una maggioranza e la cui guida è tradizionale appannaggio del presidente uscente della commissione Bilancio (tradizione, però, violata a Palazzo Madama allo scorso giro, quando il Pd impose Filippo Bubbico contro il forzista Antonio Azzollini). In Senato, comunque, il problema non si pone: il dem Giorgio Tonini non è stato ricandidato e l’unica sua vice tornata in Parlamento è Barbara Lezzi dei 5 Stelle.

Alla Camera la faccenda è più scivolosa: toccherebbe a Francesco Boccia (Pd), ma gira voce che il centrodestra rivendichi per sé la carica (si fa il nome di Giancarlo Giorgetti, che fu presidente della “Speciale” già nel 2013, pur essendo minoranza, ma ha l’inconveniente di essere capogruppo della Lega, carica in sostanziale incompatibilità con la guida di una commissione).

Sottolineiamo le convergenze tra 5 Stelle e centrodestra perché da oggi – e ancor più da mercoledì, quando inizierà la due giorni di consultazioni al Quirinale – a contare saranno le futuribili maggioranze di governo.

Un antico cliente del Transatlantico come Gianfranco Rotondi, per dire, scommette su una rapida soluzione della vicenda: “I ‘ragazzi’ l’accordo ce l’hanno già e comprende tutto, compresa la lite su chi guida un governo già deciso e destinato a vedere la luce prima di quanto tutti scommettano. I democristiani sanno sempre tutto, fidatevi”.

I “ragazzi”, come si sarà capito, sono Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Ed è curioso allora che le parole che Vincenzo Spadafora – neodeputato M5S, ma consigliere principe di Di Maio nella scorsa legislatura – di lì a poco affida ai cronisti parlamentari siano una smentita solo apparente: “Escludo l’alleanza con Forza Italia. Se FI e Lega dicessero al Colle che vogliono governare con noi? È possibile che lo facciano per metterci in difficoltà. Secondo me non dovremo cadere nella trappola.”

Il vaticinio (o l’auspicio) di Rotondi, in realtà, ha un problema: e sono proprio i “ragazzi”. Intanto Di Maio, che non ha alcuna intenzione di rinunciare a Palazzo Chigi, tanto da spingersi ieri ad ardite novelle costituzionali: “Parlano i numeri: basta coi premier non votati da nessuno o peggio che hanno perso. Il candidato premier del Movimento, cioè il sottoscritto, ha preso quasi 11 milioni di voti, cioè il doppio del secondo classificato. Ora il mio obiettivo è garantire che la volontà popolare venga rispettata”.

Anche Salvini potrebbe non accontentare l’interessata saggezza democristiana di Rotondi: il leader della Lega – che non pare davvero interessato alla premiership – ha infatti bisogno di tenere stretta a sé la coalizione, Silvio Berlusconi compreso, alleato troppo imbarazzante per i 5 Stelle. Forse le buone cose politiche di pessimo gusto dell’eterno potere italiano non riescono a prevedere tutto quando Roma finisce in mano ai barbari.

Le Br e la “strategia delle lettere” per beffare lo Stato

Come uno sparo nel buio: così risuonarono, dopo tredici interminabili giorni di silenzio, le prime tre lettere di Aldo Moro recapitate dalle Brigate rosse il 29 marzo 1978. La prima era indirizzata alla moglie Eleonora, la seconda al ministro degli Interni Francesco Cossiga e la terza a Nicola Rana, capo della segreteria politica di Moro.

Nella tarda serata, i brigatisti fecero ritrovare un comunicato, cui allegarono la fotocopia della lettera a Cossiga (solo quella) che pervenne contemporaneamente alle redazioni di alcuni giornali di Roma, Milano, Genova e Torino, dando così prova di un imponente coordinamento e dispiegamento di forze che rivelava una logistica e una organizzazione ramificate a livello nazionale.

Queste tre lettere sono importanti, anzi decisive, per diversi motivi in quanto costituirono il momento genetico della complessa “operazione Moro” e, come una prima cellula cancerogena, ne preannunciarono lo svolgimento futuro e l’esito finale.

Sul piano della “propaganda armata” e della battaglia comunicativa determinarono i successivi orientamenti dell’opinione pubblica italiana concorrendo a formare l’immagine del prigioniero che occupò lo spazio mediatico in quei 55 giorni. I sequestratori dispiegarono una micidiale strategia differenziata dei recapiti che divenne parte integrante della loro azione terroristica. In un primo momento inviarono le tre lettere in originale a Rana così da potere saggiare il comportamento dei destinatari, ma subito dopo stabilirono di divulgarne una sola (quella a Cossiga), decidendo così loro quanto doveva restare segreto e quanto essere offerto in pasto all’opinione pubblica. In questo modo, costrinsero da subito il governo all’inseguimento e i famigliari del rapito ad acconciarsi ai tempi e ai modi della loro strategia comunicativa.

In secondo luogo, sul piano della lotta politica visibile, le due lettere a Cossiga e a Rana (che vanno lette insieme come un’unica missiva) innescarono la dimensione spionistico-informativa del sequestro. Il prigioniero, infatti, spiegava che era in gioco la ragione di Stato, che si trovava “sotto un dominio pieno ed incontrollato”, che era sottoposto a un “processo popolare” e che poteva “essere chiamato o indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa in determinate situazioni”.

In terzo luogo, con queste due lettere i brigatisti lasciarono che Moro indossasse direttamente i panni del capo del fronte della trattativa così da potere loro conservare uno spazio di autonomia e di libertà di manovra e di smentita. L’ostaggio, infatti, propose un esplicito scambio di prigionieri a condizione però che la trattativa rimanesse segreta. Bisognava quindi limitarsi a informare il capo dello Stato Giovanni Leone, il presidente del consiglio Giulio Andreotti “e pochi qualificati capi politici” che è facile immaginare rispondessero alle figure di Enrico Berlinguer, Bettino Craxi, Ugo La Malfa e forse Amintore Fanfani. Inoltre Moro indicava con chiarezza a chi rivolgersi per favorire il negoziato, ossia alla Santa Sede, essendo ben consapevole di come quel sentiero extra-territoriale avesse per secoli svolto un delicato ruolo di intermediazione tra i governanti della penisola e di compensazione dei conflitti fazionari.

Infine, il comportamento adottato dai sequestratori con queste due missive mostra oggi come allora che i brigatisti in realtà erano ben interessati ad avviare una trattativa segreta che a parole negavano perché “nulla doveva essere nascosto al popolo”. Non si tratta di illazioni, ma di una semplice analisi delle loro effettive azioni, tutte efficaci e razionali. I brigatisti, infatti, dopo avere consegnato riservatamente le due lettere e avere garantito al prigioniero che il loro contenuto non sarebbe stato reso pubblico decisero di divulgare quella indirizzata a Cossiga. Oggi sappiamo che contemporaneamente fecero credere al prigioniero che non erano state loro a violare i patti, ma il ministro dell’Interno cui Moro rivolse una seconda lettera di rimprovero, scritta intorno al 4-5 aprile, che si guardarono bene dal recapitare, ritrovata soltanto nell’ottobre 1978 come dattiloscritto e in fotocopia autografa addirittura nell’ottobre 1990. In questo modo i brigatisti nel loro comunicato serale non persero l’occasione per farsi beffe di Moro, di Cossiga e della Dc e di conquistare punti davanti all’opinione pubblica italiana sostenendo che “le manovre occulte sono la normalità per la mafia democristiana”. Allo stesso tempo, però, vollero tutelare la riservatezza della seconda missiva, quella indirizzata a Rana, il cui contenuto rimase segreto per loro scelta.

Il contenuto di questa lettera era sostanzialmente identico a quello della missiva a Cossiga ma con una preziosa novità: Moro, infatti, individuava nella portineria dell’abitazione privata del suo collaboratore il luogo da utilizzare per far pervenire dei messaggi riservati dall’esterno all’interno della prigione e viceversa e invitava Cossiga a difendere la segretezza di questo canale di ritorno. Così facendo i brigatisti dimostravano all’antiterrorismo e agli uomini politici più avveduti che proprio quella era la preziosa informazione che essi volevano salvaguardare per futuri ed eventuali utilizzi. Che insomma, un conto erano le parole dette al popolo, un altro le loro effettive intenzioni che spietatamente avrebbero perseguito.

Non a caso, tre giorni dopo il recapito di questa missiva rimasta segreta iniziò la vera partita, giocata mediante una serie interminabile di finte e controfinte, che avrebbe previsto l’avvio di un doppio e intrecciato canale, riservato (primo livello, con l’“iniziativa” socialista/Franco Piperno) e segreto (secondo livello, con il “negoziato” Vaticano) e che avrebbe coinvolto proprio la Santa Sede nella persona di Paolo VI e la famiglia pontificia lungo l’esile ma tagliante filo della ragion di Stato. Una dottrina di matrice cattolica, realistica, serissima e feroce, che già Benedetto Croce aveva definito “un Dio ascoso”: dunque non stupisce che avrebbe coinvolto persino lo spirito di Giorgio La Pira, che sarebbe stato interrogato nel corso di una seduta spiritica il 2 aprile 1978 e di seguito certamente invocato da Moro in una lettera d’addio non recapitata con un enigmatico “spero mi aiuti in altro modo”, di cui però parleremo la prossima volta. E già, in altro modo.

3 – continua

“Genny”, il migliore dei permalosi

L’elaborazione renziana del lutto post-4 marzo è straordinaria. Primo passo: “È colpa degli elettori”. Secondo passo: il rosicamento, ovvero autoridursi alla marginalità e sperare che Movimento 5 Stelle e Lega sfascino il Paese. Terzo passo: “Il Pd perde voti per colpa del killeraggio del Fatto Quotidiano”.

Lo ha detto mercoledì a L’aria che tira su La7, Genny Migliore, il Capezzone di Renzi, guarda caso dopo un ritratto a lui dedicato uscito sul Fatto il giorno prima: forse la permalosite di Genny è direttamente proporzionale alla coerenza.

Non è la prima volta che i renziani danno la colpa (o il merito) al Fatto.

Ogni volta c’è qualcosa: uno scoop di Marco Lillo, una frase di Peter Gomez, uno spettacolo di Marco Travaglio (per il 4 dicembre) o mio (per il 4 marzo).

Che dire: grazie per ritenerci così potenti. Sarebbe forse più salutare un minimo di autocritica, ma non osiamo chieder tanto: se l’intento è sfasciare quel poco che resta del Partito democratico, la strada è quella giusta. Nel frattempo, noi del Fatto Quotidiano andiamo subito a invadere la Polonia. Fischiettando.

Dessì, il riabilitato: dalla scomunica al selfie con Taverna

“Se è vero quel che sta emergendo su Emanuele Dessì, allora non avremo nessun problema sul fatto che queste persone non possono stare nel Movimento, quindi dateci il tempo di fare gli accertamenti”. Era il 3 febbraio, quando il capo politico e candidato premier dei Cinque Stelle, Luigi Di Maio, calò una nota durissima sull’ex consigliere comunale del M5S a Frascati. Ma oggi Dessì, quello che ammise su Facebook di aver “menato un rumeno”, e che pagava 7 euro di affitto al mese per la casa popolare in cui vive (tutto legale), è un senatore dei 5Stelle, ammesso già giorni fa nel gruppo “perché non sono emerse irregolarità nel suo comportamento” come ha spiegato il capogruppo in Senato Danilo Toninelli. E così ecco che la neo-vicepresidente di Palazzo Madama, Paola Taverna, si è fatta un bel selfie per festeggiare con il collega che in un video ballava con il pugile Domenico Spada, membro dell’omonima famiglia che ha alcuni membri accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso. Già, perché Dessì è sempre stato molto vicino alla senatrice, uno del suo “giro”. E così, ecco un bello scatto assieme, per festeggiare.

Fontana presenta la sua giunta: solo 5 donne, alla Lega metà degli assessori

Il nuovo presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, ha presentato la sua giunta. Sedici assessori, tra cui poche donne (5) e una forte impronta leghista (8). Il Carroccio dunque domina al Pirellone, prendendosi – oltre al presidente – metà della giunta. Altri quattro assessori sono di Forza Italia, due di Fratelli d’Italia, uno di Noi con l’Italia e uno della lista civica di Fontana. È rimasta fuori a sorpresa la consigliera comunale di Milano Silvia Sardone, di Forza Italia, regina delle preferenze alle Regionali: anche il suo assessorato alla fine è stato assegnato a un esponente leghista. “Ma io non guardo a queste cose”, si è difeso Fontana, “non c’è stato mai un momento in cui ci fossero delle fibrillazioni. È andato tutto in maniera assolutamente tranquilla”.

Non hanno pesato, assicura, le tensioni romane per la formazione del governo: “Non c’è stato nessun tipo di pressione tantomeno di tentativi di condizionamento”.

Le prime larghe intese le fa Malagò: Giochi un po’ a Milano e un po’ a Torino

Milano sì, Torino pure, il Veneto no ma c’è sempre la possibilità di “allargare il progetto ad altri territori”. Il primo atto della candidatura italiana ai Giochi invernali del 2026 è una sorta di Manuale Cencelli delle Olimpiadi: il capoluogo lombardo per far contento il Pd di Beppe Sala e la Lega del governatore Fontana, quello piemontese per il Movimento 5 stelle di Chiara Appendino. Giovanni Malagò promette un pezzettino di Giochi ad ogni partito e spera che questo gli procuri il sostegno del prossimo governo, qualsiasi esso sia, imprescindibile per portare avanti il suo sogno.

Ieri è nato ufficialmente il progetto “Mi-To”. Il Coni ha inviato al Comitato olimpico internazionale una lettera per iscriversi alla corsa per l’edizione 2026 entro il 31 marzo. Dentro c’era il nome di entrambe le città che nelle ultime settimane hanno fatto sapere, in modo diverso, di essere interessate: Milano con cui esiste una corsia preferenziale, dopo il gran rifiuto della Raggi per Roma 2024; Torino con qualche fibrillazione in più all’interno dei 5 stelle locali, risolte dalla benedizione di Beppe Grillo e di Luigi Di Maio. Malagò si è mosso in maniera politicamente furba: tagliare fuori da subito Torino rischiava di provocare la reazione stizzita del M5s. Così, invece, ha raccolto il plauso di tutti, dal governatore Fontana (“La nostra Regione si merita questo evento”), alla sindaca Appendino che si dice “pronta ad elaborare le condizioni di fattibilità”.

Qualcuno ci è rimasto male in Veneto, dove sognavano le Olimpiadi delle Dolomiti (Luca Zaia è sul piede di guerra). Ma candidare tre città sarebbe stato davvero troppo: Cortina ha già avuto i Mondiali di sci del 2021 e la Lega è pienamente coinvolta in Lombardia. Nulla vieta, poi, di delocalizzare in futuro qualche sport minore. Tanto per non scontentare nessuno, anche le lettere venete sono state inoltrate al Cio. La proposta dell’Italia è forte, specie per mancanza di vere alternative: per ora a Losanna è arrivata la candidatura austriaca di Graz-Schladming (anche qui due località); ci sarà il Giappone con Sapporo (ma dopo due edizioni in Asia il Cio vuole tornare in Europa), mentre sulla favorita Sion (Svizzera) pende un pericoloso referendum. Al Foro Italico ci credono, ma serve l’appoggio (burocratico e economico: almeno un miliardo di investimenti) del governo, che ancora non c’è. Così il Coni fa melina: prende tempo spiegando al capo dello sport mondiale Thomas Bach la complicata situazione politica, e scarica la responsabilità sulla futura scelta della candidata. “Deciderà esclusivamente il Cio quale città invitare”.

In realtà con tutte le deroghe al protocollo (la stessa presenza dell’Italia lo è, visto che Milano ospita la sessione Cio 2019 e non potrebbe essere in gara), non si può neppure escludere del tutto l’ipotesi di una candidatura doppia. Non ci sono precedenti nella storia, però, quindi è probabile che delle due ne resti solo una. E Malagò non ha cambiato idea: nella sua testa la candidata rimane Milano (lo aveva già comunicato al Cio a gennaio in via preliminare), con Torino coinvolta solo come partner. Ma grazie alla lettera di ieri il progetto si potrà rimodellare a seconda di come più conviene. A Malagò in fondo va bene tutto, pur di avere finalmente i suoi Giochi.

“Piastra” di Expo: Sala prosciolto dall’accusa di abuso

Affidare senza gara la fornitura di 6 mila alberi di Expo e pagarli il triplo del loro valore, secondo il giudice dell’udienza preliminare Giovanna Campanile, non è reato. Così è stato prosciolto Giuseppe Sala, nel 2013 amministratore delegato e commissario straordinario di Expo 2015 spa e oggi sindaco di Milano, che non andrà a processo per abuso d’ufficio: “Il fatto non sussiste”. La gup Campanile ha respinto le richieste della Procura generale, che era intervenuta a fine 2016, dopo aver ritenuto “inerte” la Procura di Milano di Edmondo Bruti Liberati (nel 2014 in conflitto con il suo vice Alfredo Robledo) e aveva chiesto di mandare sotto processo l’allora numero uno di Expo.

La vicenda è quella del più ricco appalto dell’esposizione universale del 2015, quella della “piastra”, valore 272 milioni di euro. Aveva vinto la Mantovani spa, con un ribasso da brivido. L’allora presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni aveva chiesto che però almeno una parte dell’appalto – la fornitura di piante – fosse data a una azienda vicina alla Compagnia delle Opere, la Peverelli. Sala non rifiuta l’imposizione politica: “Senza un provvedimento formale”, scrive la Procura generale, “dispone lo stralcio dal bando” della fornitura di alberi, del valore di circa 5 milioni di euro. L’importo non viene scorporato dai 272 milioni della “piastra”, ma viene “artificiosamente spalmato sulle altre lavorazioni allo scopo di mantenere inalterato il valore della base d’asta”. Poi però la Peverelli si tira indietro, perché si ritira il suo sponsor, la Sesto Immobiliare di Davide Bizzi, che era in attesa dei permessi per realizzare il progetto “Città della salute” sull’area Falck di Sesto San Giovanni.

Sala cambia allora di nuovo rotta: nell’ottobre 2013 torna dalla Mantovani a chiedere la fornitura degli alberi. Anche qui, nessuna nuova gara: “concorda con la Mantovani l’affidamento diretto” della fornitura di alberi, per 4,3 milioni di euro (716 euro a pianta). La Mantovani li compra in un vivaio a 1,6 milioni (266 euro a pianta).

Così, secondo la Procura generale, Sala procura un “danno di rilevante gravità” allo Stato e un corrispondente “ingiusto vantaggio patrimoniale” alla Mantovani. Tanto che la Procura regionale lombarda presso la Corte dei conti nelle scorse settimane ha notificato a Sala un “invito a dedurre”, cioè a difendersi, dalla contestazione contabile di aver arrecato allo Stato un danno erariale di 2,2 milioni di euro.

Per gli alberi Expo, la Procura generale ha contestato a Sala dapprima il reato di turbativa d’asta, poi quello di abuso d’ufficio. Ma ora la gup Campanile ha deciso che tutto ciò – la gara europea non fatta, l’affidamento diretto alla Mantovani, il pagamento delle piante al triplo del loro valore – non merita neppure di essere vagliato da un processo in Tribunale. Proscioglimento secco per Sala e per il suo coimputato, l’allora direttore generale di Expo Angelo Paris.

Su Sala incombe ora un solo processo, per falso materiale e ideologico, anch’esso nato dalle indagini della Procura generale dopo l’avocazione dell’inchiesta della Procura. L’allora numero uno di Expo è a giudizio – ha scelto il rito immediato che partirà a maggio – per aver retrodatato il documento che il 30 maggio 2012 gli ha consentito di cambiare in corsa, senza rifare la procedura, due commissari della gara per la “piastra”, incompatibili. Il lavoro della Procura generale non è andato comunque a vuoto: la gup Campanile che ha prosciolto Sala ha infatti rinviato a giudizio per diverse ipotesi di reato altri imputati. Per corruzione, accesso abusivo a sistema informatico, ricettazione e omessa denuncia (processo a Como, a inizio ottobre) l’allora dipendente di Mm Dario Comini e gli imprenditori Piergiorgio Baita (Mantovani) e Franco Morbiolo (Consorzio Veneto Cooperativo) e le aziende Mm e Ilspa. Per turbativa d’asta e abuso d’ufficio (processo a Milano il 7 giugno) Baita, l’ex direttore generale di Expo Angelo Paris e l’ex direttore generale di Ilspa Antonio Rognoni.