Soffiate in Consip, ancora guai per Lotti: confermate le accuse

Tranquillo e documentato, il grande accusatore conferma ma precisa le sue accuse contro Luca Lotti. L’ex amministratore di Consip, Luigi Marroni, si è presentato alle 17 alla caserma dei Carabinieri del Reparto Operativo in via Inselci a Roma con un taxi. Con sé aveva una cartellina piena di documenti e mail. Riguardavano anche un incontro che interessava ai pm romani, quello in cui Lotti gli avrebbe svelato le indagini su Consip. Ieri c’era la Procura al gran completo a sentire i due protagonisti del caso, uno di fronte all’altro. Davanti al procuratore Giuseppe Pignatone, al sostituto Mario Palazzi e all’aggiunto Paolo Ielo, nel confronto teso con l’accusato, Marroni ha ricostruito l’incontro nel quale Luca Lotti – a suo dire – gli avrebbe rivelato l’esistenza delle indagini e delle intercettazioni.

Marroni era pronto a tirare fuori le mail tra le rispettive segreterie per fissare l’appuntamento ma non è stato necessario depositarle perché l’appuntamento non è stato negato nemmeno da Lotti. L’incontro c’è stato dunque ed è avvenuto a Largo Chigi, negli uffici della presidenza del consiglio. Durante l’incontro però, secondo Lotti, non si parlò dell’inchiesta napoletana su Consip.

La prima volta che Marroni fa il nome dell’ex ministro è il 20 dicembre 2016: quel giorno gli investigatori partenopei entrano negli uffici Consip perché Marroni sta facendo togliere le microspie piazzate su ordine dei pm napoletani Henry John Woodcock e Celeste Carrano. Marroni viene interrogato prima dai carabinieri del Noe e poi dai pm napoletani. Ai carabinieri dice: “Ho appreso in quattro differenti occasioni da Filippo Vannoni (presidente della fiorentina Publiacqua, ndr), dal generale Emanuele Saltalamacchia, dal presidente di Consip Luigi Ferrara e da Luca Lotti di essere intercettato”. Ferrara a detta di Marroni, gli disse di averlo saputo dall’ex Comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette. Versione che Ferrara, sentito dai pm romani, non conferma e verrà indagato per false informazioni ai pm. Marroni poi disse ancora ai carabinieri del Noe: “A luglio 2016 durante un incontro Luca Lotti mi informò che si trattava di un’indagine che era nata sul mio predecessore Domenico Casalino e che riguardava anche l’imprenditore campano Romeo. Delle intercettazioni ambientali nel mio ufficio l’ho saputo non ricordo se da Lotti o da un suo stretto collaboratore”.

Ai pm Woodcock e Carrano, nella sera del 20 dicembre 2016, aggiunge ancora: “Confermo che nel luglio 2016 l’onorevole Luca Lotti, che io conosco, mi ha detto di stare attento perché aveva appreso che vi era una indagine della Autorità Giudiziaria sull’imprenditore Romeo di Napoli e sul mio predecessore Casalino, dicendomi espressamente che erano state espletate operazioni di intercettazioni telefoniche e anche ambientali, mettendomi in guardia”.

Quel verbale di Marroni è stato precisato poi nei successivi due esami come persona informata dei fatti, davanti ai pm di Roma, a giugno 2017 e a gennaio 2018. Marroni ha confermato di essere stato avvertito da Lotti e ha tenuto fermo che Lotti gli parlò delle intercettazioni. Però non ha confermato che Lotti gli parlò precisamente di intercettazioni ambientali. Ecco spiegata la nota diffusa in serata da ambienti vicini a Lotti: “Il ministro Lotti ha ribadito la sua totale estraneità. Inoltre Marroni non ha fatto riferimento a cimici”. Anche il tempo della soffiata è stato precisato. Marroni aveva sostenuto che fosse avvenuta a luglio e aveva escluso il mese di agosto perché ricordava di essere in ferie. Però già nei due precedenti interrogatori, aiutandosi con le mail, ha datato la soffiata ai primi giorni di agosto, probabilmente il 3 agosto 2016, prima di partire per le vacanze.

Lotti ieri ha confermato l’incontro, ma ha negato di aver mai rivelato a Marroni alcunchè. La versione del ministro è la stessa del 27 dicembre 2016, quando si precipitò in Procura a Roma dopo che Il Fatto rivelò la sua inscrizione nel registro degli indagati per rivelazione di segreto e favoreggiamento: nulla sapeva Lotti e nulla poteva dire a Marroni. Versione ribadita ieri guardando in faccia il suo accusatore.

Adesso sarà la Procura di Roma a decidere chi mente, con evidenti conseguenze penali. Lotti rischia un processo per favoreggiamento e rivelazione di segreto d’ufficio. Il manager rischierebbe l’accusa di calunnia.

L’ex senatore dell’Italia dei Valori Luigi Li Gotti è il legale che gli è stato vicino in questi momenti difficili. Marroni dopo le sue dichiarazioni è rimasto testimone ma ha perso il suo posto in Consip per mano del Pd. Li Gotti commenta: “Il tentativo di farlo passare come una persona mendace è radicalmente fallito. Marroni ha confermato quanto detto all’autorità giudiziaria ed è rimasto testimone”. E questa non è una buona notizia per l’indagato Luca Lotti.

Gné-gné

Quando parliamo di spread, pensiamo sempre al differenziale fra il rendimento dei titoli di Stato tedeschi e di quelli italiani. E trascuriamo tutto il resto. Per esempio che in Germania si lavora di meno e si guadagna di più, chi cerca lavoro ha un reddito minimo garantito, chi evade le tasse finisce in galera, i politici coinvolti in scandali lasciano subito tutti gli incarichi (anche se non sono neppure indagati). Non solo: il 24 settembre, alle elezioni, la Cdu di Angela Merkel è arrivata prima per la quarta volta consecutiva, ma per la terza non ha avuto la maggioranza assoluta. Così ha iniziato a lavorare per un governo di coalizione. Con chi? Con i partiti che riteneva meno incompatibili col suo programma: i Liberali e i Verdi, che però, dopo lunghe consultazioni, si sono rivelati incompatibili. Allora, prima di arrendersi, si è rivolta all’Spd guidata da Martin Schulz, il quale aveva giurato agli elettori di non ripetere la Grosse Koalition dell’ultima legislatura. A furia di appelli del capo dello Stato e della cancelliera incaricata, i socialdemocratici hanno accettato di trattare con lei su programmi e ministeri. E alla fine hanno trovato un’intesa, scritta nero su bianco, anche se Schulz, sconfitto e poi sconfessato, ha perso il posto in favore del quasi omonimo Olaf Scholz. Il 4 marzo gli iscritti dell’Spd, consultati in un referendum, hanno approvato la svolta governista al 66%. Ed è nato il nuovo governo, con un’agenda di leggi da approvare, concordate nei minimi dettagli fra i partner.

In Italia, in campagna elettorale, i tre blocchi negavano qualunque ipotesi di collaborare con altri dopo il voto. Solo i 5Stelle aggiungevano che, se non avessero ottenuto il 51% dei seggi, avrebbero proposto il loro programma e i loro ministri (“tecnici” esterni al M5S, perlopiù di area centrosinistra, a parte il candidato premier Di Maio) alle altre forze politiche per cercare intese “sui temi”. Invece Pd, Lega e FI ripetevano che, senza la maggioranza a uno dei tre blocchi, l’unico sbocco sarebbe stato il ritorno alle urne. Il 4 marzo nessuno ha avuto la maggioranza assoluta. I 5Stelle insistono a cercare convergenze sul loro candidato premier, sui loro ministri (divenuti trattabili) e sul loro programma. B. non parla più di elezioni, da cui uscirebbe più asfaltato di quanto già non sia, ed è pronto a entrare in qualunque governo: sia col Pd, sia financo con M5S. Il Pd invece non vuole nuove elezioni (cioè un’altra batosta), ma nemmeno governare. Almeno così dice il leader sconfitto Renzi, che non ha più la forza di imporre la sua linea, ma ha ancora quella di impedire agli altri di averne una.

Gli altri, la cosiddetta opposizione interna degli Orlando, dei Franceschini, di quel che resta dei lettiani e dei prodiani, sono un’accolita di smidollati che vorrebbero archiviare il renzismo ma aspettano che un meteorite se lo porti via: non sia mai che debbano fare un gesto, dire una parola, prendere un’iniziativa che li spettini un po’. Imitare l’Spd, manco a parlarne. Ieri Franceschini e Orlando hanno battuto un colpo: vedremo. Finora, a ogni occasione di liberarsi di Renzi, scappavano tremebondi o perdono la favella, come Fantozzi col megadirettore galattico. L’altro giorno potevano provarci alla Camera, dove Renzi non controlla più il gruppo, ma si sono rifugiati nella furbata di eleggere capogruppo Delrio, che forse non è più tanto renziano come prima, ma è corresponsabile del disastro elettorale e dovrebbe sparire. Così il secondo partito d’Italia, col 18%, se ne sta appollaiato su un farsesco Aventino: non perché abbia scelto di stare all’opposizione, ma perché non sa che dire né che fare. La sua linea politica è il rosicamento, riassumibile in due puerili monosillabi: “gné-gné”. Prima i pidini scappano via col pallone nella speranza che non giochino neanche gli altri. Gli altri intanto ne comprano un altro e giocano la partita, nominando presidenti, vicepresidenti e questori delle Camere. E i dem non toccano palla, salvo poi piagnucolare perché gli altri non gliela passano. Poi si autoconsolano con sondaggi farlocchi ed editoriali dei giornali che li hanno sempre leccati e mal consigliati, nella beata (e beota) illusione che gli elettori superstiti li vogliano all’opposizione (ma a cosa, visto che non si sa chi andrà al governo?).

Si cullano in una presunta, ritrovata purezza che non esiste, perché poteva valere per i 5Stelle al primo giro di giostra, non certo per un partito che negli ultimi sette anni è andato a letto con tutti per puro potere. E diventano ridicoli quando rinfacciano ai 5Stelle il voto alla Casellati che era loro alleata nei governi Monti e Letta e che proprio loro elessero al Csm per mettere in riga i pm scomodi (anche e soprattutto per loro). Quando, dopo cinque anni passati a deplorare l’autoisolamento del M5S dopo lo streaming con Bersani, fanno addirittura di peggio, rifiutando financo di parlare con loro. O quando, come ieri, attaccano il mitissimo Massimo Franco del Corriere perché descrive gli effetti politici della loro nullaggine. Ovviamente la scelta aventinista è legittima, ci mancherebbe: ma se Di Maio facesse finalmente loro una proposta su pochi punti, a partire da un inizio di reddito di cittadinanza, bandiera di tutte la sinistre europee, che figura farebbero con i loro elettori a non starlo nemmeno a sentire? E sono proprio sicuri che, quando Mattarella chiederà a loro, come a tutti, di entrare in partita, risponderanno ancora di no, rendendo inevitabile il governo 5Stelle-Lega o il ritorno alle urne? A quel punto non sappiamo come la penserebbe la maggioranza degli italiani. Ma crediamo di sapere come reagirebbero i loro elettori.

Proprio Fabrizio m’accese l’affetto per le vittime: la sua autoironia lo meritava tutto

Uno m’ha inseguito torvo per i corridoi della Rai, mi ha chiuso all’angolo e ha abbassato la testa sibilando “Guarda, non sono 16 come hai scritto!”, sottoponendomi una superficie cranica dove affioravano mazzetti di capelli trapiantati, effetto bambola Sebino. Ma certo! La strip! Non faccio in tempo a dire “ma dai” che se ne va ringhiandomi contro qualcosa che fa rima con “mulo”. Un altro s’è incazzato al posto della moglie per un disegnino sulla sua signora, non proprio all’altezza del programma affidatole per meriti familiari (coniuge famoso comico); lui soffiando come un toro ferito venne a fare giustizia, il sangue non scorse perché io litigo solo con Equitalia, il resto non vale la pena.

Un famoso regista de sinistra, noto anche per il sottile umorismo dei suoi film, tempestò di telefonate il Direttore del movie magazine per cui disegnavo, ululando agli dei perché il suo film era stato ferocemente, ingiustamente satireggiato. Il Direttore, le palle usurate dalle chiamate del famoso regista a sua volta tempestò di telefonate me (però rideva). Altra gente offesissima m’ha lasciato messaggi che hanno fuso la segreteria.

Fabrizio Frizzi scoppiò in una gran risata e da allora continuammo a ridere a ogni incontro. E sì che gli avevo fatto una strip così feroce che mi sarei querelato da solo per carognismo aggravato (lui presentava Miss Italia, io detesto Miss Italia). La risatona mi rivelò uno dotato di empatia, gentilezza, modestia, disponibilità verso il prossimo e, come s’è visto, rara capacità di autoironia. Tutte le saggezze, cioè, che sono alla base di una umana e civile convivenza. Per colpa di Fabrizio Frizzi si accese, confesso, qualcosa che noi satiri perfidi di default non possiamo permetterci: l’affetto per le nostre vittime. Ma quando se lo meritano, se lo meritano.

Dal “Girotondo” a Gershwin, ritorno alla (vera) vita d’attrice

Si intitola Girotondo, ma non è un gioco per bambini. Qui a girare sono solo gli ormoni, di amplesso in amplesso, di coppia in coppia: dieci, come i personaggi della pièce di Arthur Schnitzler, che si infrattano a due a due in una danza circolare. La prostituta va con il soldato; il soldato va con la cameriera; la cameriera va con il giovane signore e così via, fino all’abbraccio finale tra il conte e la prostituta, che chiude e riapre il cerchio.

Scritto alla fine dell’800, Girotondo andò in scena solo nel 1920, “finita la Grande guerra e soppressa la censura, in quel felice contesto di libertà, anche sessuale, che fu la Repubblica di Weimar coi suoi cabaret. Proprio in uno di essi è ambientato l’originale adattamento Girotondo Kabarett”, spiega Fiorella Ceccacci Rubino, che in scena è la chanteuse, la sciantosa del salotto in cui si incrociano i destini dei personaggi, affiancati da cantanti e musicisti, per un totale di oltre venti artisti.

Diretto da Walter Le Moli e prodotto dal Teatro Due di Parma, dove è in replica fino a oggi, lo spettacolo ricrea, anche spazialmente, un cabaret degli anni 20-30: “Non ci sono palco e platea, ma un’unica grande sala, con una passerella per gli attori e tavolini per gli spettatori, che possono bere, mangiare, alzarsi e perfino indossare una maschera. Il pubblico è parte integrante della recita”.

Anche la cantante è “un ruolo inventato. Non è stato facile trovare la chiave: più che alla Dietrich mi sono ispirata ad Anita Berber, la diva dell’epoca, ironica e divertente, non solo algida e sensuale. Le musiche, scelte dal Maestro Alessandro Nidi, sono straordinarie”, dal valzer Liebelei composto dallo stesso Schnitzler alla Sonata erotica di Schulhoff, pezzo dadaista “per soli uomini” nelle maliziose intenzioni del compositore.

Filo rosso sono le dieci canzoni alla fine di ogni scena: “Faccio da collante: in un certo senso, rappresento tutto il girotondo”, che tornerà a Parma a dicembre. Nel frattempo, “sempre con il Teatro Due e la regia di Le Moli, faremo Jedermann di Hofmannsthal in estate, mentre con la fondazione Toscanini lavorerò al repertorio di Gershwin a fine ottobre. A novembre, infine, sarò Peggy Guggenheim, nell’omonimo monologo di Lanie Robertson: donna eccezionale, grandissima mecenate, di cui nel 2019 ricorrerà il quarantennale della morte. Su consiglio di Beckett, investì l’eredità del padre, morto sul Titanic, in opere contemporanee; salvò molti artisti ebrei dalle persecuzioni razziali e altrettanti ne scoprì: Pollock, ad esempio, che ai tempi era usciere nel museo dello zio Solomon”.

Lontanissima sembra invece l’esperienza politica di Ceccacci Rubino, entrata in parlamento nel 2006 (con Forza Italia e poi con il Pdl): “Per serietà professionale ho smesso di fare teatro per sette anni. Solo nel 2013, a mandato finito e mancata rielezione, ho ripreso la mia attività di attrice, che mi mancava tanto, devo dire. Tornare sul palco dopo anni di politica mi ha reso più consapevole: ora sono interessata a fare un teatro che abbia davvero qualcosa da dire, che non sia puro intrattenimento o narcisismo”.

Quanto le è stata utile la sua formazione per calcare le scene del “teatrino” politico? “Paradossalmente ho avuto più difficoltà io rispetto a tanti politici-attori. Il vero attore non finge, è se stesso quando recita; sul palco della politica, invece, spesso si rappresenta ciò che fa comodo dire, non quello che davvero si ha da dire: questo è il ‘teatrino’. Il teatro, però, resta un’altra cosa”.

Vietato l’ingresso ai ragazzi. È la Fiera dei libri per loro

“I bambini non possono entrare!”. Bologna, children’s Books Fair, la fiera del libro per ragazzi. Ma loro non sono ammessi. “Avevamo richiesto un ingresso, questa è una delle nostre giovani autrici di recensioni”. La signora alla biglietteria non accetta deroghe. “Faccia una cosa: la lasci fuori, lei va su all’ufficio stampa e chieda a loro”. L’appuntamento di Bologna, alla 55esima edizione, è fondamentale per l’editoria specializzata: 1390 espositori da cento paesi del mondo, decine di migliaia di titoli proposti, sei mostre di libri e illustrazioni, oltre 27 mila visitatori nel 2017, la possibilità di cedere e acquistare diritti, stand colorati con cartonati altezza massima 100 centimetri. Tutto ruota intorno a loro, i bambini, che partecipano agli appuntamenti in città, ma qui non ci sono. “Una volta, qualche anno fa, avevo la necessità di allattare mio figlio appena nato – ci racconta un’espositrice – mi concessero di portarlo dentro ‘a patto che non scenda dal passeggino’”.

 

In fondo però basta pagare: se si è adulti

Editori, librai, illustratori, insegnanti, bibliotecari, giornalisti. Le professioni che ruotano attorno questa fiera sono tante e hanno l’accesso gratuito. Per tutti gli altri – adulti, s’intende – basta mettere mano al portafogli: 36 euro e passa la paura. Che però si dimezzano se all’ingresso, sotto l’occhio vigile dei carabinieri, ci si affida ai bagarini.

E se qualcuno ha la malaugurata idea di prendere la macchina, potrà lasciarla nel parcheggio di fronte. A “soli” venti euro.

 

Solo regali nascosti: nulla da comprare

“Vorrei portare questo albo illustrato al mio nipotino. Quanto viene?”. “Mi spiace, non possiamo vendere”. Deve essere una fiera pensata per i poveri risparmiatori. “Io invece se qualcuno me li chiede, i libri glieli vendo – si lascia sfuggire la responsabile di uno stand -. Almeno per non doverli rimettere tutti negli scatoloni”. Siamo come la Buchmesse di Francoforte, ma all’italiana.

 

Pensieri divini: business sul pontefice

Girovagando tra i padiglioni, tra cui i pochi cartelli aiutano a orientarsi, si scoprono volumi splendidi per tutte le età… Alcune figure la fanno da padrone: gli eroi DC, Harry Potter, le Winx, la Schiappa e Papa Francesco. Sì, Bergoglio fa business. E così tra i libri che “declinano” (sic) le sue parole, si trovano anche titoli leggeri: “Mangiando con Papà Francesco”, come un Cracco qualsiasi.

 

Addetti ai lavori: la Cina è vicina

È bello sentire parlare le lingue del mondo – tantissimi gli orientali, l’ospite d’onore è la Cina – ma è rassicurante ascoltare gli esperti del mercato italiano. Al bar quattro distinti signori: “Stai leggendo qualcosa?”. “Ho appena finito L’arminuta”. “Ah, e di chi è?”. “Non mi ricordo come si chiama, mi pare sia abruzzese”. Lei è Donatella Di Pietrantonio, Campiello 2017. E loro sono esperti del settore. Forse.

 

MeToo, fin da piccole grandi lettrici

Le bambine leggono più dei loro compagni maschi, come in generale tutto il mondo femminile. E l’editoria si adegua. Accanto alle varie ragazze ribelli, avventure per ragazze e supereroine americane, tornano di moda – se mai sono passate – regine e principesse, accanto a chi ha provato a cambiare la storia. Che emozione vedere Biancaneve e Frida Kahlo nello stesso scaffale… Per la cronaca, ieri è stato assegnato qui il Premio Strega ragazzi a Paola Zannoner, autrice de L’ultimo faro e collaboratrice del Fatto. E almeno qualche ragazzo in platea ad applaudire c’era davvero.

Nellie Bly si finse pazza per andare in guerra

Più che #MeToo, #SoloIo. Nellie Bly, al secolo Elizabeth Jane Cochran (1864-1922), prima giornalista statunitense non addetta alla posta del cuore, stipendiata da Pulitzer, reporter della Grande Guerra, autrice di cronache dal “Giro del mondo in 72 giorni”. Critica convinta delle new women: “Più lavoro, meno parole” era il suo motto, viene ora riscoperta in diverse pubblicazioni, tra cui Dove nasce il vento di Nicola Attadio (Bompiani), che racconta la vicenda straordinaria di “Pink”, detta così per il rosa con cui era solita vestirla sua madre e La vuelta al mundo en 72 días y otros escritos (Capitán Swing), raccolta dei suoi reportage uscita in Spagna.

E se l’è cercata. In tempo di Time’s Up e stravolgimenti del punto di vista maschile, chi più di “Lizzy”, venuta da Pittsburgh a New York nel quasi 1900 può raccontarci com’era e com’è assistere alla disfatta di una madre per mano di un alcolista violento, ripromettersi che “Mai più barattare la propria dignità in cambio di un po’ di sicurezza. Mai più nella propria vita dovrà dipendere da un uomo. Mai più”, come ricorda Attadio nel libro, cosa significava voler svolgere il proprio lavoro sopra ogni cosa e “piangere e scrivere, senza fermarsi” una lettera al quotidiano della sua città contro La sfera delle donne, il pezzo con cui il giornalista Wilson tentava di rimettere ordine nel crescente malcontento femminile dell’epoca. La firma è “Lonely Orphan Girl” (Orfana solitaria). Ma è “Pink” Nellie a scriverla. E – invitata da Wilson – si presenta in redazione: “Ha un vestito di seta nero e una specie di turbante. Ha ancora il fiatone per l’emozione e per i quattro piani di scale”, narra Attadio. Il giornalista, colpito dalla sua missiva la invita a riscriverla sotto forma di articolo “pagato”. Nellie non ci crede. Ma quello sarà solo la prima di una lunga serie di fatiche ben ripagate. Certo non è la prima, né l’ultima donna a fare la giornalista, a quel tempo in giro per il mondo ne nascono e combattono altre: da Sofia Casanova (1851-1968), l’intervistatrice di Trotsky, che inviava le sue cronache dal fronte della Prima guerra mondiale, a Carmen de Burgos (1867-1932) che un giorno fece la valigia e se ne andò a coprire quella di Melilla, oppure – di lì a poco – la sua collega Clare Hollyngworth (1911-2017), prima a dare l’esclusiva dell’invasione tedesca della Polonia che diede inizio alla Seconda Guerra mondiale. O la fotoreporter di guerra Gerda Taro, di cui da poco è stata ritrovata l’ultima foto: la protagonista per una volta è lei. In fin di vita, colpita in Spagna durante la Guerra civile, raccontata fin dal principio con il suo compagno Robert Capa.

Ma a Nellie Bly senz’altro va il primato del giornalismo in prima persona, quello che nel 1970 renderà famoso Hunter S. Thompson. Sotto questo segno distintivo pubblicherà per il New York World di Pulizter, meglio, per il decennale della sua direzione, “l’inchiesta sul manicomio femminile di Blackwell’s; l’indagine undercovered sul lobbista Phelps e il giro del mondo in meno di ottanta giorni”. Ma dopo un matrimonio sbagliato e un fallimentare tentativo di scrivere fantasy, il meglio dei suoi reportage verrà dal fronte austro-ungarico. Ieri, giovedì 29 ottobre, sono partita per il fronte. Mi hanno chiamata alle cinque di mattina. Lavarsi al buio è stato poco piacevole. La mia lampada elettrica era esaurita e la luce del giorno non si era ancora levata. “Inizia così la cronaca del viaggio verso Przemysl, la roccaforte in Galizia (nell’attuale Polonia) al confine orientale dell’impero”, come ricostruisce Nicola Attadio in Dove nasce il vento. Chi uccidono, cosa uccidono, non lo sanno. Arriva l’ordine di sparare in una certa direzione e a una determinata distanza. “Trecentoquaranta metri” li ho sentiti dire. “Di nuovo duecentocinquanta.” Così gli uomini uccidono senza emozione. Non assistono ai risultati e dunque uccidere risulta meno arduo, racconta Nellie Bly. Sempre in prima persona, sempre senza filtri, per spiegare “che la guerra sceglie le vittime a caso”. Una lezione da tenere bene a mente come la sua cifra giornalistica. “Per lei la stampa serve solo se rompe il muro dell’indifferenza, se ci fa conoscere ciò che non vogliamo guardare. Nellie cammina, osserva, registra. Capita che, soffermandosi su un dettaglio utile per un articolo, perda di vista il gruppo. Spesso recupera, seppur con fatica, e raggiunge gli altri. Arriva con il fiatone”, come ai vecchi tempi. Come al principio della sua carriera a Pittsburgh. Ma più nulla è come allora. Quando Pink torna a New York nel 1919 l’aspetta un’altra guerra, quella legale con sua madre e suo fratello, e come lei anche la Grande Mela non è più la stessa “Il progresso, lo splendore, la fiducia del ventennio a cavallo tra i due secoli si sono infranti contro l’orrore della guerra”. Dopo anni di lotta, al principio del 1922 Pink muore incredibilmente di broncopolmonite. Il suo amico e collega storico, Arthur Brisbane scrive sul Journal: “Non ho mai scritto una parola che non provenisse dal mio cuore. E mai lo farò”. Firmato, Nellie Bly.

“La nomina Selmayr è un colpo di Stato”. Il tedesco spacca-Ue

Il caso Selmayr è come una pièce teatrale attentamente scritta da Jean-Claude Juncker e dallo stesso Martin Selmayr, un colpo di stato politico-amministrativo”. L’accusa arriva da una nota del gruppo liberal-democratico (Alde), quello guidato dall’euro-entusiasta Guy Verhofstadt, che si era già espresso in modo netto nella scorsa plenaria del Parlamento a Strasburgo contro la nomina a segretario generale della Commissione Ue da parte del 47enne tedesco, protetto del presidente Juncker.

In quell’occasione erano volate parole di critica feroce non solo da parte di sinistra e Verdi, partiti di opposizione, ma anche di molti socialisti, che insieme i popolari di cui Selmayr è espressione e ai liberali reggono le sorti politiche del governo dell’Unione. Il secondo tempo di quell’atto d’accusa è andato in scena a Bruxelles, davanti alla Commissione parlamentare sul controllo di bilancio, dove martedì si è recato in audizione il commissario alle Risorse umane Günther Oettinger – anche lui tedesco e popolare. Di fronte alla difesa a spada tratta del commissario, che ha argomentato come la fulminea promozione dell’ex capo di gabinetto di Juncker è andata a una persona con “tutte le competenze”, “la procedura giuridica è stata seguita alla lettera” e approvata all’unanimità da tutti i componenti della Commissione, gli europarlamentari non si sono mostrati convinti.

Alla difesa d’ufficio hanno risposto con una bozza di risoluzione da votare in aula nella prossima plenaria (14-19 aprile) con cui ci si “rammarica che la procedura per la nomina sia stata condotta in modo tale da suscitare irritazione e disapprovazione”, sottolineando come “il risultato di questa procedura costituisce un rischio non solo per la Commissione europea ma per tutte le istituzioni dell’Unione”.

L’invito finale “a rivedere la procedura per la nomina di alti funzionari, al fine di garantire che i migliori candidati siano selezionati in un quadro di massima trasparenza”, è quanto di più forte potessero esprimere in termini politici. A quanto riporta l’agenzia Agi, nella bozza sarebbe anche scritto che la promozione rappresenta “un’azione stile colpo di Stato, al limite e forse perfino oltre i limiti di legge”.

Il rumore è tanto. E inusuale, se si pensa che stiamo parlando di meccanismi di promozione di un burocrate, per quanto di altissimo livello. Ci sono però alcuni elementi che rendono il caso Selmayr un’occasione perfetta, da parte degli eurodeputati e di altri pezzi delle istituzioni europee, per dare in pasto al pubblico quanto di solito rimane nei corridoi del Berleymont, sede della Commissione europea. Il primo è che Semayr è un duro, che negli anni si è fatto molti nemici. Il secondo è che è l’ennesimo tedesco nelle posizioni chiave dell’euroburocrazia. Il terzo è che il Parlamento solleva un problema politico (la trasparenza del potere, quindi in sostanza la democrazia), sapendo che quella procedura è quasi certamente irreversibile. Il rumore è tanto, ma non è per nulla.

Mélenchon e Le Pen cacciati dal corteo per l’ebrea uccisa

La leader del Front National, Marine Le Pen, e quello della France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, sono stati fischiati alla “marcia bianca” a Parigi in memoria di Mireille Knoll, 85enne ebrea uccisa dal giovane vicino di casa musulmano in un omicidio a sfondo antisemita. In Place de la Nation si sono radunate circa 10 mila persone, tra cui molti politici e ministri, nello stesso giorno in cui il paese rendeva omaggio all’ufficiale della gendarmeria Arnaud Beltrame ucciso dal terrorista Radouane Lakdim dopo aver preso il posto di un ostaggio. I leader del Front National e della France insoumise erano stati definiti “indesiderati” dal Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche di Francia (Crif) perché considerati “istigatori d’odio”. Entrambi avevano tuttavia reso noto di intendere partecipare. Bordate di fischi e “buuuu” hanno accolto prima il leader della sinistra radicale, poi la presidente del partito nazionalista e xenofobo. Mélenchon e Le Pen sono stati evacuati dal servizio d’ordine.

Zabbalin, il “regno” dei cristiani copti che guadagnano riciclando spazzatura

La notte è ancora lunga, ma per Touma, 46 anni, è ora di svegliarsi. Prima delle quattro sta già guidando in direzione sud. Sintonizza l’autoradio e dice: “Andiamo veloce, non c’è traffico a quest’ora”. Il buio nasconde i palazzi alti dieci piani. Touma scende per le scale e riempie l’ascensore con sacchetti d’immondizia. “Veniamo a raccoglierla fino sulla porta, perché questa roba vale, tanto”.

Quando la città si sveglia, Touma è di ritorno a casa con il furgone pieno di spazzatura. Si lava e si mette a sonnecchiare sul divano. Vive in un palazzo di mattoni rossi, non c’è intonaco sui muri esterni. Di tutto l’edificio solo il balcone di casa sua è pitturato, bianco e blu. Accanto alla porta finestra, c’è il dipinto a grandezza naturale di un santo. Come il 90% degli abitanti di Manshiyat Naser, Touma è cristiano copto. In Egitto sono circa 12 milioni, oltre il 10% della popolazione. Una cospicua minoranza schierata compatta a favore della rielezione del presidente Abdel Fattah Al Sisi.

Per i residenti del Cairo questo quartiere si chiama Zabbalin, mondezzai in arabo. “Ogni mattina raccogliamo il 60/70 % di tutti i rifiuti della città” racconta Ezzat Naeim, imprenditore e volto storico della comunità. Suo nonno fu tra i primi, che a metà del secolo scorso, lasciò l’Alto Egitto per venire nella capitale. “Era un agricoltore, ha visto subito la potenzialità del pattume e lo ha trasformato in un lavoro, in un motivo di migrazione”. Dagli anni 50, i copti si sono spostati tre volte all’interno dell’area urbana. Nel 1970 si stabilirono ai piedi di Muqatam, una montagna brulla accerchiata dalla sabbia del deserto. “Siamo cresciuti, molto – continua Ezzat – ogni famiglia è diventata una piccola azienda. Gli uomini portano a casa la spazzatura e ogni mattina il piano terra delle case viene riempito di sacchi. Per tutto il giorno le mogli e i bambini dividono, selezionano i rifiuti”. Di quanto entra in questi palazzi solo una decima parte va in discarica. Circa il 60% è organico, immediatamente diventa cibo per le bestie che ogni famiglia alleva.

“Per i musulmani il maiale è un animale haram (proibito) – sorride Ezzat – per noi invece è fonte di reddito, ci aiuta nel lavoro”.

Plastica, vetro, ferro, alluminio, legno: tutto viene accatastato in attesa di essere venduto. Il guadagno è significativo. Si arriva a 200 euro al mese per famiglia, mentre lo stipendio medio egiziano è ben sotto gli 80. “La catena di produzione è semplice: prima eravamo solo raccoglitori, poi con l’acquisto di macchine per lavare i materiali riciclati i guadagni sono raddoppiati”. Ma c’è un prezzo da pagare. “Circa il 40% delle donne e bambini – conferma l’imprenditore – hanno l’epatite B o C. Aprono i sacchetti, si tagliano, si infettano, però è il loro lavoro”. Nelle numerose famiglie degli zabbalin, almeno 6 figli per coppia, vengono scelti un bambino e una bambina, solo loro avranno il diritto di studiare. Gli altri sono impegnati a tempo pieno nell’attività di riciclo.

Le borse piene di plastica e lattine si ammassano fino davanti alla porta del seggio, dove si è votato fino a ieri sera. I politici locali hanno tappezzato la strada con manifesti: ci sono i loro volti sorridenti vicini a quello di al-Sisi. Questa è una roccaforte del regime. Su un tuc tuc, taxi a tre ruote che scorrazzano per il quartiere, ci sono diversi santini e una grande foto del presidente. “I Fratelli Musulmani hanno tentato di cacciarci dall’Egitto, volevano che ci convertissimo all’islam. Sisi ci ha salvato e ci protegge”. Mousa Subassi guida mentre mostra un Gesù crocifisso tatuato all’interno dell’avambraccio. Nel solo 2017, in Egitto, sono stati oltre cento i cristiani uccisi per mano di terroristi islamici.

Tra i più accesi sostenitori di al-Sisi c’è Koka, una piccola celebrità a Manshiyat Naser. Lavora in un laboratorio per il riciclo della plastica e nel tempo libero addestra piccioni. “Ci sfidiamo con altri allevatori – racconta scalando i dieci metri di travi di legno con cui ha costruito la piccionaia sul tetto di casa – si lasciano liberi gli uccelli e vince chi cattura più piccioni dell’avversario”. Su lui e sulla sua passione l’emittente Al Jazeera ha recentemente realizzato un documentario. Ma nessuno dei suoi vicini ha potuto guardare il film. A oggi sono oltre 500 i siti di media nazionali e internazionali che non sono accessibili dall’Egitto. Al-Sisi ha usato gli attacchi alla comunità copta per mettere in vigore lo stato di emergenza e cancellare ciò che non è in linea con le sue richieste. “Il sito è oscurato – si scusa Koka – ma per chi vuole io ho una copia”.

Al Cairo seggi senza ressa. Ma al-Sisi canta già vittoria

Al seggio di Nasr City, popoloso quartiere alla periferia orientale del Cairo lungo la strada verso l’aeroporto, l’aria di festa sembra artefatta, quasi da montatura scenica. Un dj diffonde musica ad alto volume, un gruppo di donne sventola bandierine dell’Egitto e alcuni simpatizzanti del presidente Abdel Fattah al-Sisi mostrano, sorridenti, il segno della ‘V’ di vittoria.

Non c’è ressa, nella scuola allestita come seggio entrano ed escono pochissime persone. I dati sull’affluenza al voto, ieri alle 12 non promettevano nulla di buono per il governo, stando almeno a osservatori indipendenti. I più negativi davano una cifra di poco superiore al 10%, tanto per confermare come gli elettori – sia a favore di al-Sisi che dello sconosciuto sfidante, Moussa Mustafa Moussa – siano una rarità.

Diverse le stime pro-regime, tendenti a un risultato più vicino alla soglia delle presidenziali 2014, il 46%. Ai seggi, di votanti se ne vedono pochi: “Il presidente al-Sisi è come un padre per noi, noi ci fidiamo di lui. Io l’ho votato perché credo, anzi sono certa, che sia l’unica persona in grado di rendere grande l’Egitto. Finalmente, dopo decenni, queste elezioni sono incerte, fino alla fine non si sa chi vincerà. Ah, sia chiaro, io sono venuta a votare liberamente, nessuno mi ha forzato o minacciato. Lo scriva in modo chiaro”.

Abeer Sabry non ha ancora compiuto 40 anni ed è una commerciante. Ieri, ultimo di 3 giorni dedicati al voto, ha trascinato al seggio anche l’anziana madre. Ci mostra il mignolo con la porporina rosa, vidimazione ufficiale del voto: “La mia famiglia non ha votato per trent’anni ai tempi di Mubarak tanto sarebbe servito a poco. Quel regime era un blocco granitico, non succedeva nulla, non cambiava nulla. I miei genitori sono abbastanza vecchi per aver vissuto nel periodo di Anwar Sadat, amato da tutti. Finito lui è finito l’Egitto. Il nipote di Sadat si era presentato a queste elezioni e poi si è ritirato? Mi pare di aver sentito qualcosa. Poi nel 2011 c’è stata la rivoluzione, il Paese è andato peggiorando e ora c’è bisogno di un uomo forte per far riprendere le cose, lentamente. Non si può voler tutto e subito, bisogna aver pazienza”.

Se con Mubarak la dittatura era solida e monolitica, con al-Sisi siamo all’opposto. Abeer se la prende con i suoi connazionali. “Se l’Egitto è in crisi profonda, specie in economia, la colpa è solo nostra. Molti di noi aspettano che un mago arrivi e doni soldi, lavoro e fortuna. Purtroppo non funziona così, le cose bisogna meritarsele, sgobbare. Io vendo pentole 12 ore al giorno, mi spezzo la schiena, lavoro sodo per aiutare la famiglia e il mio Paese. Il vero problema è che in Egitto la gente non ha voglia di fare niente, solo oziare. Ecco perché sono venuta a votare e supportare il presidente”.

Sabry preferisce non parlare di Mohammed Morsi e dei Fratelli Musulmani: “Ci siamo liberati di una grande minaccia, se il governo ha deciso di arrestare tutte queste persone, ci devono essere delle ragioni ben precise. Il terrorismo è dappertutto, dobbiamo proteggerci e il presidente al-Sisi è l’unico che lo può fare. Giulio Regeni? Non conoscevo la sua storia prima che me la raccontasse. Mi dispiace per la sua famiglia e per voi italiani, gente amica”.