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Le minoranze sono premiate e la chiamano democrazia

L’Italia è una Repubblica democratica che è diretta da partiti che democratici non sono. Infatti hanno fatto una legge elettorale che dimostra pienamente il paradosso di Condorcet. Cioè: M5S+Pd, partiti affini, non si mettono d’accordo e vince la destra che è minoranza nel Paese. Se questa è democrazia!

Benedetto Altieri

 

Sulle vicende del G8 di Genova Zucca ha detto cose giuste

L’intrigante frase di Kahlil Gibran: “Non dite ‘ho trovato la verità, ma una verità’” sembra descrivere lo scambio dialettico di questi giorni, dopo le frasi con riferimenti al G8 di Genova pronunciate durante un convegno sul caso Regeni da Enrico Zucca, allora pm in quella città, e quelle del dg della Polizia Franco Gabrielli, del vicepresidente del Csm Giovanni Legnini, di Raffaele Cantone, di altri esponenti istituzionali, giuristi, commentatori. Sulle vicende di quel G8, scrissi quel che – se credete – leggerete nelle pagine 338-345 del mio Un Commissario (Castelvecchi, 2014). É vero o no che a Genova, nelle caserme Diaz e Bolzaneto, furono commesse violenze indegne da parte di “tutori dell’ordine”, taluni identificati e altri no? É vero o no che alcuni responsabili sono stati condannati con sentenze definitive? É vero o no che la Corte europea dei diritti dell’uomo ha espresso condanne e giudizi severi verso l’Italia per quei comportamenti? É vero o no che la pianificazione della sicurezza pubblica a Genova è stata mal gestita? É vero o no che interrogazioni, per altro interpartitiche, denunciavano che si stava creando in Polizia un sistema premiale di discutibile discrezionalità che imbrigliava il sistema selettivo? É vero o no che alcuni funzionari condannati per quei fatti sono tornati a occupare posizioni verticistiche nell’amministrazione? Si direbbe con Kahlil Gibran: “Se la verità giuridica è stata evidenziata, quella deontologica no”. Chissà che il nuovo Parlamento non riprenda il discorso interrotto della riforma e democratizzazione delle forza di Polizia.

Ennio Di Francesco

 

Lega e M5S possono trovare valori condivisi per un’intesa

Si legge da più parti che al di là di qualche punto in comune, le proposte programmatiche di Lega e 5 Stelle sono inconciliabili perché l’una rappresenterebbe un elettorato di destra e l’altro un elettorato di centrosinistra. Io vorrei invece proporre un’altra prospettiva, una “Weltanschauung”, ovvero una visione politica di un governo in grado di valorizzare la vita e la serenità dei cittadini, in grado di garantire loro non solo il pluralismo culturale, ideologico e religioso, ma anche una vita economicamente dignitosa. In altre parole, di garantire “il bene comune” che vada oltre le categorie egoistiche di destra e sinistra. John Rawls nel suo celebre libro “Una teoria della giustizia” introduce il “consenso per intersezione”: “quando deve essere oggetto di condivisione stabile, non è l’insieme dei valori che ci identificano entro dottrine o visioni comprensive, alternative o confliggenti tra loro. É piuttosto il sottoinsieme di intersezione non vuoto che include i valori politici fondamentali”. Quali sono questi valori? Quelli in genere sanciti dalla Costituzione. In essi sono compresi anche i cosiddetti diritti politici, rivendicati dalla tradizione democratica – cioè il diritto alla partecipazione di tutti i cittadini al governo, mediante libere elezioni, forme adeguate di rappresentanza e di controllo del governo – e i diritti sociali, rivendicati dalla tradizione socialista – cioè salute, educazione, lavoro, cultura.

Pier Luigi Curreli

 

Grazie a Napolitano ora il Pd va verso la sparizione

Oggi il Pd rischia effettivamente una vera apoptosi, ovvero una morte programmata. Il nucleo direttivo ha innescato quella produzione che trasforma in distruzione la comunità e l’innesco primario si deve al merito di Giorgio Napolitano, che con quella “autoesaltazione dei meriti economici” si è diretto in maniera esplicita al senatore Matteo Renzi. Nessuna influenza esterna potrà cambiare le cose.

Giuseppe Marcuzzi

 

L’elezione di Fico fa capire che la politica è di tutti

Sono cresciuta prima con gli spettacoli di Beppe Grillo e poi con il suo blog. Al netto delle non sempre comuni visioni politiche, oggi, nel vedere l’elezione di un cittadino comune a presidente della Camera, non posso che essergli grata per averci dimostrato che anche in un paese come il nostro, si può arrivare a rompere gli schemi senza l’appoggio di politici, media, lobby e/o conoscenze. Con l’elezione di Fico ho capito che la politica è di tutti e che la di può esercitare con semplicità. E la semplicità di un ragazzo comune, che parla in modo comprensibile, che viaggia in bus e rinuncia ai privilegi non lascia alibi. E questo a Grillo non lo perdoneranno mai.

Valentina Felici

Istituto per sordi. Per risparmiare venti stipendi smontano un servizio d’eccellenza

 

L’Istituto Statale dei Sordi di Roma è arrivato alla sua ultima fermata e noi lavoratori siamo stati invitati a scendere. Il lavoro, la dedizione, la professionalità e il lungo precariato di 20 lavoratori co.co.co., sordi e udenti, non sono infatti stati presi in alcun modo in considerazione dal Regolamento di riordino dell’Ente, di cui eravamo in attesa da 17 anni e che è ormai giunto alla sua fase conclusiva. Il Miur, non contento di aver affidato per ben 10 anni l’Issr a un commissariamento straordinario, ha pensato bene di ridimensionare significativamente il ruolo e le funzioni di un Istituto che costituisce un unicum a livello nazionale e di tagliare fuori i suoi lavoratori, ossia proprio coloro che, nella vergognosa latitanza istituzionale di quasi due decenni, hanno portato avanti e perfino implementato le attività e i servizi offerti alla collettività, alle persone sorde, alle loro famiglie e agli operatori del settore socio-educativo. Così, dopo che i lavoratori dell’Issr, di cui quasi la metà sordi, hanno dimostrato che è possibile occuparsi di sordità, servizi, educazione e cultura secondo i dettami della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, dopo che hanno resistito a una difficile crisi economica che li ha lasciati per mesi senza retribuzione… la beffa! L’Ente sopravviverà – anche se di molto ridimensionato – e proprio coloro che hanno contribuito a renderlo un centro di eccellenza non ne faranno più parte.

I lavoratori precari dell’Istituto Statale Sordi di Roma

 

Evidentemente non sono bastati gli articoli di giornale e le denunce di un anno fa a salvare quello che in Italia non solo è un punto di riferimento dell’intera comunità sorda, ma costituisce un centro di eccellenza per la ricerca, i servizi e le attività offerte. Adesso un regolamento approvato in fretta e furia dal governo uscente (dopo 17 anni di silenzio!) farà dipendere l’Issr dalla scuola Magarotto, presente all’interno dell’istituto stesso ma che poco ha a che vedere con tutto ciò che negli altri piani del palazzo si faceva. L’idea di una razionalizzazione della spesa, che pare evidente dietro questa scelta frettolosa, va a sbattere drammaticamente contro il lavoro di venti persone – che in questi anni hanno reso l’istituto il centro di eccellenza di cui parlavo – ma anche contro i bisogni e le necessità di tutta la comunità sorda italiana. Ho conosciuto personalmente i servizi e le attività svolte, ho verificato l’importanza di ciò che viene fatto in quei corridoi (corsi di Lingua dei segni, corsi per interpreti, sportelli di ascolto per i genitori di bambini sordi, produzione di materiale audiovisivo, ecc). L’Italia è già un Paese che non assicura alle persone sorde parità di diritti rispetto agli udenti – basti pensare a quanti pochi insegnanti di sostegno conoscono la Lis. Siamo sicuri di voler togliere loro anche il minimo sindacale, soltanto per risparmiare venti stipendi?

Silvia D’Onghia

Votiamo Ivano Marescotti for President

Ho il nome giusto come presidente del Consiglio: Ivano Marescotti. Non so se l’avete visto ultimamente in tivù: ha una grinta e un piglio che, se solo Prodi o Bersani ne avessero avuta un decimo quando contava, a quest’ora sarebbero Che Guevara e il Subcomandante Marcos. È da un po’ che Marescotti staziona in tivù, soprattutto al mattino. Non fa l’opinionista o il politologo: fa l’incazzato. E gli riesce benissimo. Grande attore, comunista storico, candidato con la lista Tsipras nel 2014.

Marescotti bighellona in tivù con l’unico intento di prendere per il culo tutti quelli che hanno sfasciato la sinistra. Avendo lui vinto (ha votato M5S “per rovesciare il tavolo”) e i serial killer della sinistra perso (cioè il Pd renziano), Marescotti è quindi deliberatamente sadico. Un approccio encomiabile, perché chi in queste ore coltiva la perversione malsana di provare pietà per Renzi non ha capito nulla: in primo luogo perché Renzi non è finito (anche se è sulla strada giusta, e almeno per questo va ringraziato), in secondo perché la pietà la merita chi dopo aver creato disastri chiede quantomeno scusa. E non mi pare il caso. Ecco allora che la figura di Marescotti assume le sembianze del Giustiziere illuminato e inflessibile. Se fosse un film, e Marescotti ne ha fatti tanti di notevoli, sarebbe un western in cui lui arriva in un paese vessato da una banda di criminali e vendica la povera gente con la sua Colt. Un po’ alla Clint Eastwood e più ancora alla Lee Van Cleef. Solo che la Colt di Marescotti è una capacità dialettica vivida, che scudiscia facilmente i cortigiani renziani, unita a una voce grave e indelebile. Ivano passa di studio in studio con l’aria del sicario buono che deve cancellare tutti i nomi dei cattivi nella lista: “Migliore? Fatto. Romano? Cancellato. Marcucci? Mi manca”. E via così. Nei suoi gesti non v’è timore, nei suoi occhi non v’è paura.

In un film di Benigni, Marescotti interpretava un funzionario che si divertiva a stanare i finti invalidi per poi infierire su di essi: ora fa lo stesso, solo che i furbetti sono le Rotta & Ascani. In uno dei tanti tentativi frustrati di dire qualcosa di sensato, Andrea Romano gli ha detto due giorni fa a L’aria che tira: “Lei vorrebbe che ci cospargessimo di benzina e che poi bruciassimo vivi”.

Una frase senza senso, perfetta dunque per il soggetto che l’ha pronunciata e per tutti coloro che in questi anni tremendi hanno contribuito a sgonfiare Renzi (che peraltro è bravissimo a far tutto da solo). Marescotti, con l’aria di chi ti indica il patibolo e ci gode pure, ha sorriso come a dire: “In effetti non sarebbe una brutta idea”.

Due giorni prima si era messo in tasca Genny Migliore, facendone letteralmente scempio. Dove Ivano passa, non cresce più nulla. Egli non è più uomo: egli è assurto a sentenza, a condanna. Egli è lo Sterminatore della malapolitica.

Se Di Maio va con Salvini, lui lo insegue col forcone. Se Cuperlo non si dà una svegliata, lui va sotto casa sua e lo sveglia tipo Sergente Hartman in Full Metal Jacket. Se Marescotti incontrasse Orfini gli direbbe “suca” con le braccia unite ad altezza pelvica, se trovasse Nardella gli direbbe che ce l’ha piccolo, se trovasse la Boschi non le direbbe nulla perché ci ha già pensato la realtà a dirglielo. Ivano è dentro il set di Una 44 Magnum per l’Ispettore Mareskotty e colpisce che è una bellezza.

Non placate la sua furia iconoclasta. Offritegli nuove vittime. E dite a Mattarella di dare a lui il mandato esplorativo: con Marescotti presidente del Consiglio, spezzeremmo le reni a chiunque. Agili.

La Repubblica delle buone maniere eversive

Eugenio Scalfari, fondatore e da qualche mese anche carattere tipografico della nuova Repubblica, s’è parecchio affezionato al governo in carica. E in ogni dove (su Rep, sull’Espresso, a Dimartedì) si preoccupa di farci sapere che non vuol vedere altri inquilini a Palazzo Chigi. Si sa mai che arrivi gente che non sa usare le posate a tavola e sporca. “L’ipotesi di un governo provvisorio non mi piace”, scrive nel consueto editoriale domenicale. Il lettore, ancora intorpidito dal sonno, prosegue sperando di non essersi perso nell’arco di una notte qualche evento traumatico o qualche guerra (i governi provvisori di solito sono quelli di transizione tra regimi). Ma le spiegazioni non arrivano mai. Ci si limita a constatazioni e affermazioni, ancorché perentorie: “Un governo esiste già ed è il governo Gentiloni, che proprio in questi giorni si sta occupando di problemi di notevole livello… Può durare anche più di un semestre, addetto ad affari ordinari, i quali però vengono superati ogni volta che si presenta un’urgenza, nel qual caso il governo incaricato dell’ordinaria amministrazione si fa carico delle urgenze in corso, a cui sono addetti i ministri più importanti”. Ebbene, questo governo può lavorare e tra un anno il presidente della Repubblica potrebbe indire nuove elezioni. Che problema c’è? “Al Paese serve un esecutivo che compia necessarie riforme e segua alcuni problemi che il tempo d’oggi ci ripresenta: la riforma elettorale, la politica delle immigrazioni, le misure antisismiche, la nostra presenza in Europa in un’epoca di società globale con l’Unione guidata dalla coppia Merkel-Macron, un’alleanza che avrebbe tuttavia un gran bisogno anche dell’apporto italiano”. La nuova legge elettorale il governo provvisorio non la può fare, ma quello vecchio sì. E in conclusione: “Mattarella guidi la nave con Gentiloni sul ponte di comando: credo che non si potrebbe avere di meglio”. Parafrasando il neo onorevole De Falco, “resti a bordo, cazzo”. Il 4 marzo facciamo che non è successo niente.

Ora, noi siamo sempre stati favorevoli alla libertà d’opinione, ma Scalfari fa vacillare anche i nostri principi più saldi. A Repubblica preferiscono il nobile esecutivo del governo Gentilioni: quelli erano tanto a modo e questi sono dei barbari puzzoni, gente che lavorava per vivere, sbaglia il congiuntivo, al posto delle camicie cifrate indossa le felpe. Un sentimento ben spiegato da Maria Elena Boschi che nella notte della sconfitta, secondo un reportage di Repubblica, si sarebbe sciolta in amare lacrime. Non per la fine del sogno della sinistra dei quarantenni, ma – attenzione – perché finiva “un mondo che è fatto di letture e buone maniere, educazione e civiltà”. Questo popolo bue che se ne frega delle buone letture e fa piangere le fanciulle è intollerabile quasi quanto un governo espresso da un Parlamento votato dal popolo medesimo. La nostra storia istituzionale recente è costellata di strappi. E quando si dice “governi non eletti” non ci si riferisce, per ignoranza, a una Repubblica presidenziale che sappiamo benissimo non essere. Ci si riferisce agli escamotage per mantenere il potere senza interpellare i cittadini, che hanno aggirato più volte lo spirito della Costituzione e umiliato il Parlamento, ridotto al ruolo di maggiordomo dei vari governi. Un’abitudine che ha lasciato strascichi pericolosi. Tanto che sul principale quotidiano della sinistra, Scalfari consiglia senza troppi giri di parole al capo dello Stato una soluzione sostanzialmente eversiva.

L’Ue contagiata dalla russofobia

Con l’appoggio dato alla Gran Bretagna da parte dei principali Paesi europei (Italia inclusa) concretizzatosi nella espulsione di più di cento diplomatici della Federazione Russa da parte dei Paesi occidentali, Canada e Australia compresi, e l’espulsione di 16 diplomatici dall’Ucraina, l’Unione europea ha dimostrato la propria debolezza politica e istituzionale. Ancora una volta l’Europa ha rifiutato di avere una posizione autonoma su uno scontro fra la storica posizione russofobica della Gran Bretagna, ormai peraltro in uscita dall’Unione causa Brexit, e la Federazione Russa.

L’affaire del tentato omicidio della spia russo-britannica in pensione Sergej Skripal e di sua figlia a mezzo gas nervino è stata accolta dal Consiglio europeo senza pretendere alcuna prova sostanziale della colpevolezza russa. Il vertice dei capi di Stato e di governo a Bruxelles ha preso per buona la dichiarazione della premier inglese Theresa May, anche se lei parlava soltanto di “molto probabile” responsabilità russa. Ed essendo probabile per il governo inglese, per la regina e tutta la giovane famiglia regnante, che molto probabilmente non andrà ai campionati del mondo di calcio in Russia, il “probabile” si trasforma in “certamente vero” e non rimane alcun dubbio che la Russia sia colpevole.

Sicuramente non saranno fornite altre prove, ma Boris Johnson, il folcloristico ministro degli Esteri inglese, ha già dichiarato che il presidente russo Vladimir Putin appena rieletto per la quarta volta ha direttamente ordinato il duplice tentato omicidio. Per la stampa inglese Putin è una combinazione fra Ivan il Terribile, Josif Stalin, Gengis Khan e pure Adolf Hitler. È già stata dimenticata la stagione della (falsa) smoking gun americana ai tempi della guerra in Iraq, delle fake news di Tony Blair, della “liberazione” anglo-francese-americana della Libia con le valigie di dollari del defunto colonnello Gheddafi a favore della campagna elettorale di Nicolas Sarkozy.

La russofobia inglese ha origini lontane, a partire dall’inizio del Diciannovesimo secolo, quando la Russia sconfisse Napoleone e divenne una potenza europea.

Questa fobia è stata costruita con una sapiente opera di disprezzo del popolo russo, di cui si sottolineano continuamente le caratteristiche più negative. Il grande economista John Maynard Keynes, che pure aveva sposato una ballerina russa, parlava addirittura di “bestialià russa” come di una caratteristica essenziale di quel popolo. Questo giudizio negativo viene meno soltanto se la Russia in forma zarista o sovietica risulta utile, come quando era alleata prima contro il Reich guglielmino poi contro la Germania nazista.

È stupefacente come l’Europa abbia accettato passivamente la sua scomparsa politica, sostituita dalla Nato che, a guida angloamericana, determina la politica estere di tutta l’Unione nei confronti della Federazione Russa.

Mosca non è più l’impero del male di reaganiana memoria, ma un Paese capitalistico con un capitalismo “alla russa” molto fragile e che dipende in modo sostanziale per il suo sviluppo dal prezzo del gas e del petrolio e dai mercati finanziari.

È vero che la Russia capitalistica di Putin è molto più potente della Unione Sovietica di Stalin, Suslov e Breznev, che pure avevano migliaia di carri armati schierati ai confini della Europa dell’Ovest. Ma è paradossale che questo Paese, grande sì territorialmente ma in crisi demografica e con un’economia precaria, sia considerato capace di influenzare e per molti decidere le elezioni che si tengono nei Paesi occidentali, controllare la griglia elettrica statunitense e altre infrastrutture fondamentali e, dulcis in fundo, far eleggere presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Certo che per la nazione che ha inventato la e-economy, che domina la Rete e che ha le agguerritissime Fbi, Cia, Nsa e che tranquillamente ascoltava il telefono della cancelliera Angela Merkel, non riuscire a contrastare questa povera Russia è uno smacco umiliante.

Camorra, cold case risolto: Rega ucciso al posto di un altro

L’unica colpa di Vittorio Rega fu quella di viaggiare su una Honda Civic celeste, un’auto identica a quella del vero obiettivo dei killer, un affiliato al clan Piccolo. Rega fu ucciso a Maddaloni (Caserta) il 30 luglio 1996 e ieri la Dda di Napoli e la Squadra Mobile di Caserta hanno risolto il ‘cold case’ della camorra, notificando due ordinanze di arresto per Antonio Bruno e Pasquale Cirillo. I due sicari sono elementi di spicco del clan Belforte e sono in carcere da tempo. L’ordinanza del Gip ricostruisce le responsabilità dell’omicidio attraverso le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia del clan. Furono i poliziotti del Commissariato di Maddaloni a intervenire per primi sul luogo del delitto, in località “Fontana Olmo Cupo”. Furono allertati dalla segnalazione di un uomo ferito. Rega era ancora cosciente, steso affianco all’auto ferma. Era ferito alla schiena, al torace e alle gambe. Riuscì a dire cosa era successo, riferì che i sicari lo avevano inseguito, gli spararono e quando lo videro a terra gli chiesero “cosa ci facesse in quel luogo”. Lo avevano scambiato per un altro.

La centrale di biomasse che spaventa il Pollino

Il Parco nazionale del Pollino è un immenso polmone verde al confine tra la Basilicata e la Calabria. Una distesa sconfinata di faggi, abeti bianchi, querce, antichi pini, fiori e piante officinali. E in mezzo, sulle rive del fiume Mercure, un camino rosso e bianco che svetta. Quello della centrale a biomasse di Enel. Un mega impianto da 41 megawatt che da due anni brucia ogni giorno oltre 900 tonnellate di materiale legnoso.

Prima di essere riconvertita a biomasse era una centrale a olio combustibile, dismessa definitivamente nel ’97. Anche per non mandare all’aria oltre duecento posti di lavoro in un contesto socio-economico difficile, è stata riaperta. Ma nel frattempo il Pollino è diventato la più grande area protetta d’Italia con un patrimonio di biodiversità da salvaguardare. A decidere se la centrale di Enel dovrà chiudere o continuare a emettere fumi e vapori sarà il Consiglio di Stato il prossimo 31 maggio. A impugnare l’autorizzazione della Regione Calabria alla riattivazione della struttura sono i comuni di Viggianello e Rotonda, provincia di Potenza, e l’associazione Forum ambientalista.

Già nel 2010 gli uffici regionali avevano dato l’ok all’Enel. Ma due anni più tardi una sentenza del Consiglio di Stato aveva annullato l’autorizzazione. Un secondo nullaosta è stato bocciato dal Tar di Catanzaro nel 2013. Dopo aver chiamato in causa il Consiglio dei ministri, che con una delibera del 2015 diede parere favorevole alla centrale, la Regione Calabria ha firmato il terzo decreto autorizzativo. Nonostante la deroga al piano del Parco, richiesta dal governo, che prevede per le centrali a biomassa potenze massime quasi venti volte inferiori a quelle della centrale del Mercure. Il punto è che l’iter di approvazione del piano è ancora in corso e finora non sono state fatte modifiche. L’impianto Enel è potuto entrare in funzione lo stesso, ha sentenziato il Tar, aggiungendo che per ora non ci sono pericoli per l’ecosistema, poiché le Regioni interessate hanno sottoposto l’intervento alla valutazione di incidenza ambientale (vinca), uno strumento di prevenzione degli effetti della centrale nel contesto ecologico.

“La valutazione scadeva dopo cinque anni e non è mai stata rinnovata – sottolinea Ferdinando Laghi, vicepresidente dei Medici per l’ambiente (Isde) e membro del Consiglio direttivo del Parco –. E le altre due autorizzazioni ambientali, Aia e Via, non sono mai state pubblicate sul Bollettino ufficiale della Regione Calabria”. Nel 2016 la centrale ha ricevuto 39 milioni di euro di incentivi pubblici, ha dichiarato lo stesso ad Starace, a fronte di appena dieci incassati dalle vendite di energia.

Nel ricorso al Tar si sottolinea che la legge 394/91 sulle aree protette vieta nuove costruzioni o trasformazioni di quelle esistenti che impattano sugli equilibri ecologici, idraulici e idrogeotermici. Che nelle norme di salvaguardia del Parco, tra le opere che potrebbero essere autorizzare, non si fa cenno a centrali elettriche. E che la centrale Enel si inserisce all’interno di una zona di protezione speciale (zps), quella del “Pollio Orsomarso”, e di un sito di interesse comunitario (sic), la “Valle del fiume Lao”. Due realtà che fanno parte di una rete ecologica europea, istituita dalla direttiva Habitat. E il Parco del Pollino è l’habitat di specie vegetali e animali protette, di cui due minacciate dall’estinzione: il picchio nero e la lontra. “Non sottovalutiamo i rischi per la salute – avverte Laghi –. Quando il legno viene bruciato si disperdono polveri sottili e ultrasottili, cancerogeni per l’uomo, diossine e metalli pesanti: cromo, arsenico, piombo”.

Poi c’è il viavai dei tir che trasportano le biomasse. “Almeno 120 volte al giorno i camion attraversano il sito aumentando le emissioni di anidride carbonica nell’aria”, spiega il medico, che specifica un elemento chiave del contenzioso: “Enel quando ha richiesto la valutazione di impatto sul territorio ha utilizzato i dati microclimatici di una valle diversa, quella di Latronico, distante undici chilometri dalla valle del Mercure dove esiste un’inversione termica che a livello verticale non favorisce il ricambio di aria esponendo maggiormente le persone agli agenti inquinanti. Quindi le centraline di rilevamento della qualità dell’aria sono state installate ignorando i punti più critici dell’area”.

Uno dei fornitori di biomasse è finito in manette nell’operazione Stige condotta dalla Dda di Catanzaro. Enel ha fatto sapere al giornale locale La Siritide di aver sospeso il contratto con la ditta. “Avrebbero dovuto darci l’elenco completo delle ditte – spiega Laghi –, con la provenienza e il quantitativo consegnato. È successo solo una volta sotto mia insistenza, perché tutta questa segretezza?”, chiede il medico.

Rifiuti, i pm: “Archiviate Muraro”

Volge verso la fine la vicenda giudiziaria in cui, oltre due anni fa, fu coinvolta Paola Muraro, ex assessore all’Ambiente del Comune di Roma. Indagata per reati ambientali, la Procura capitolina ha chiesto di archiviare la sua posizione, stralciandola da quella di alcuni altri dirigenti finiti nell’inchiesta del pm Roberto Galanti. Bisognerà capire se il gip deciderà di condividere l’impostazione del magistrato oppure vorrà mandare l’ex assessore a processo. Intanto, a distanza di tempo e dopo che l’indagine costò alla Muraro la delega in Campidoglio, è stato fatto un passo indietro. Mentre è stata già archiviata dal giudice l’altra ipotesi di reato contestata, l’abuso d’ufficio.

Ma torniamo ai reati ambientali. Inizialmente si indagò sul ruolo della professionista in Ama, la municipalizzata romana dei rifiuti, dove la Muraro è stata consulente per circa 12 anni, quando era responsabile tecnico e referente Ippc, un protocollo internazionale sulla qualità dei rifiuti. In sostanza, aveva il compito di controllare che i rifiuti in entrata fossero conformi all’Aia (Autorizzazione integrata ambientale). Nel 2016, l’ipotesi meno grave dell’articolo 256 del Testo unico sull’ambiente (decreto legislativo 152/2006) – un reato contravvenzionale, punito con l’arresto fino a 6 mesi e un’ammenda fino a 13 mila euro – fu contestato oltre che alla Muraro, anche a due ex responsabili Tmb (Trattamento meccanico biologico) degli impianti di Rocca Cencia e via Salaria a Roma; all’ex responsabile del servizio impianti e logistica dei flussi di Ama Spa e all’ex responsabile della direzione industriale. Anche per quest’ultimo c’è stata la richiesta di archiviazione mentre per gli altri tre dirigenti il pm Galanti ha chiesto il rinvio a giudizio (anche in questi casi tutto dipende da cosa deciderà il gip).

Nel caso dell’ex assessore, invece, l’accusa ha riscontrato che, a differenza del periodo precedente, quando sono state rilevate le violazioni (ossia dal 2015 ai primi di gennaio 2016), la Muraro non aveva mansioni direttive, quindi non rispondeva della gestione dell’impianto di Ama in quanto semplice consulente. La Procura, all’inizio, sospettava che fosse più di questo. Tanto che in un interrogatorio del 21 dicembre 2016, le sottoposero, tra le altre cose, le dichiarazioni di alcuni dirigenti della municipalizzata, come chi parlava di una “presenza particolarmente strutturata, ben più pregnante del mero ruolo di consulente”. Dopo aver letto anche alcune telefonate intercettate, l’ex assessore durante quell’interrogatorio spiegò che in qualità di “referente Ippc era suo dovere rappresentare alla dirigenza la presenza di irregolarità”.

Anche dopo la chiusura indagine, che risale al maggio 2017, la Muraro ha spiegato il suo ruolo, convincendo il pm. Tanto che è stata chiesta l’archiviazione. A scanso di colpi di scena da parte del gip, si chiude così una vicenda che a dicembre 2016, a soli sei mesi dalle elezioni, fece saltare un assessore in Campidoglio.

Omniroma, niente stipendi: “Pronti 7 giorni di sciopero”

Da novembre 2016 ai giornalisti dipendenti di Omniroma e Omnimilano, testate facenti capo a Ediroma Srl, sono applicati i contratti di solidarietà con una pesante decurtazione delle retribuzioni, misura chiesta dall’azienda per far fronte a una grave crisi debitoria maturata negli anni. Adesso un nuovo capitolo. “All’esito dell’assemblea sindacale – spiegano i giornalisti – le redazioni hanno dato mandato, a maggioranza, ai fiduciari di dichiarare lo stato di agitazione mettendo a disposizione un pacchetto di sette giorni di sciopero da proclamarsi in assenza di risposte puntuali da parte dell’azienda”. Queste decisioni “arrivano dopo mesi di continue incertezze e accumulo di arretrati nei pagamenti degli stipendi, mesi durante i quali i dipendenti e i collaboratori hanno responsabilmente proseguito con impegno il proprio lavoro, consapevoli delle difficoltà generali del settore e con la volontà di salvaguardare un’esperienza editoriale che hanno contribuito a creare con molti sacrifici nel corso degli anni”. I dipendenti chiedono infine garanzie sul regolare pagamento dei prossimi stipendi e compensi dei collaboratori esterni.

Perquisita la cronista che scrive di ville e pm

Cosa stava cercando la Procura di Tempio nel pc e nel telefonino sequestrati alla cronista de La Nuova Sardegna con un blitz dei carabinieri nella redazione olbiese del quotidiano? Qual era il “corpo del reato” oggetto del mandato che autorizzava insieme alla perquisizione dell’abitazione della giornalista anche quella personale sua e dei giornalisti e dei poligrafici presenti in redazione? E come mai è stata iscritta nel registro degli indagati per presunta “rivelazione di segreti d’ufficio” non essendo certamente lei un pubblico ufficiale soggetto alle violazioni dell’articolo 326 del Codice penale, bensì una giornalista intenta nell’esercizio del diritto di cronaca? La vicenda, definita un vero e proprio “attacco alla libertà di stampa” da parte dell’Fnsi e dell’Ordine dei Giornalisti italiani, ora approda, sotto forma di documento di protesta, sul tavolo del presidente della Repubblica Mattarella e del ministro della Giustizia Orlando: “La libertà di stampa non si perquisisce”, titola il documento, condiviso da tutti gli organi di categoria. Il testo della lettera di protesta – “approvata per acclamazione e poi all’unanimità”, come ha sottolineato il presidente del Cnog, Carlo Verna – è stato letto nel corso di una conferenza stampa congiunta di Ordine e Federazione nazionale della Stampa italiana convocata per ribadire la posizione unitaria dei giornalisti italiani su temi quali la tutela delle fonti e del segreto professionale e il contrasto alle querele bavaglio e alla precarietà nel settore del giornalismo.

Da mesi Tiziana Simula seguiva le vicende di un’inchiesta partita in sordina dall’isola e poi passata alla Procura di Roma, i cui sviluppi stanno scoperchiando un vero e proprio verminaio fra i corridoi del Palazzo di Giustizia di Tempio. Dall’inchiesta, riguardante la vendita di una villa in Gallura a prezzo ribassato, emergerebbero infatti interessi illeciti e responsabilità incrociate a carico di diversi magistrati, culminate nella presentazione di un esposto da parte di uno degli indagati, l’ex presidente del Tribunale di Tempio Francesco Mazzaroppi, che a sua volta getterebbe pesanti sospetti sull’operato dell’ex procuratore della Repubblica a Tempio Domenico Fiordalisi e dello stesso pm romano titolare dell indagine, Stefano Rocco Fava, ora divenuto oggetto di un contro-esposto da parte del procuratore di Tempio, Andrea Garau, ai magistrati della Procura di Perugia. Nel suo articolo, datato 24 marzo, la Simula rivelava i dettagli della denuncia in cui Mazzaroppi, indicato come presunto regista dell’asta pilotata che vide andare l’aggiudicazione dell’immobile a sua figlia Chiara e al marito Andrea Schirra (entrambi magistrati a Cagliari e su cui però il gip romano non ha inteso procedere in sede di sospensiva) chiama in causa Fiordalisi, il maresciallo della Guardia di Finanza Marcello Gaviano e Patricia Alejandra Gomez, proprietaria e titolare della “Cavallino Bianco srl” società detentrice dell’area su cui sorge la villa. Nell’esposto sarebbero citate in particolare sei email da cui emergerebbe “un rapporto confidenziale” tra Fiordalisi, Gaviano e la stessa Gomez, che in quello stesso periodo però avrebbe dovuto già assumere la veste di indagata nel reato di bancarotta nel fallimento della Cavallino Bianco. Dal che emergerebbero fatti di rilevanza penale per l’ex procuratore generale di Tempio e per lo stesso pm Rocco Fava, che avrebbe sul punto tenuto una condotta omissiva.