I “sotto-reporter” da poltrona: zero verifiche e pochi soldi

Che i tempi non siano più quelli eroici in cui le rotative di un quotidiano animato da decine di reporter fissavano con inchiostro su carta rivelazioni da far tremare la Casa Bianca, come ci ha ricordato The Post di Spielberg, lo sappiamo bene. Il giornalismo tradizionale certamente è cambiato, probabilmente per sempre, con l’avvento del web e poi dei social – come anche Julian Assange con Wikileaks ed Edward Snowden con il Datagate hanno dimostrato negli ultimi anni.

Il punto è che dietro la notizia c’erano ieri e ci sono oggi, persone in carne e ossa. Le quali però, a causa dell’evoluzione tecnologica, rischiano di trovarsi in condizioni sempre più precarie e per questo sotto ricatto.

A questa straordinaria concentrazione di problemi, conseguente alla svolta epocale del giornalismo pre e post internet, è dedicato il rapporto The Status of Journalism in Europe, firmato a fine febbraio dalla socialdemocratica tedesca Elvira Drobinski-Weiss, membro dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa – organizzazione internazionale con sede a Strasburgo, e di cui fanno parte 47 nazioni tra cui Turchia e Russia.

In una ventina di pagine, il testo cita un ampio repertorio di casi diffusi in diversi Paesi europei per mettere in luce come l’evoluzione tecnologica rappresentata dai media online presenti anche un lato oscuro. Non si tratta soltanto del peggioramento delle condizioni di lavoro dei giornalisti, tra cui cresce il numero dei freelance e, anche in realtà nordeuropee dove il loro lavoro viene relativamente ben retribuito, il salario non sembra paragonabile a quello di professionisti con contratti regolari. Da noi, ad esempio, secondo dati forniti dalla Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi) e relativi al 2015, il 65% dei giornalisti lavora come libero professionista: su circa 50.000 iscritti all’ordine, i dipendenti sono poco più di 17.000 (il 35%), un numero in calo costante dal 2009. Inoltre, 8 freelance su 10 dichiarano di guadagnare meno di 10.000 euro l’anno.

Il vero problema messo in luce dal rapporto Drobinski-Weiss è rappresentato però dalle ricadute di questa diffusa situazione di precarietà, che mette a rischio la qualità stessa di una professione vitale per la democrazia. Che ne è ad esempio, della verifica delle fonti e della possibilità di condurre inchieste in modo indipendente, tipica del giornalismo investigativo, se vengono a mancare le risorse? “Cercare informazioni dalla propria poltrona, basandosi su comunicati stampa non verificati o attraverso social network – si legge nel rapporto – ha preso il sopravvento sull’inchiesta a discapito della pluralità delle fonti”. Reportage e inchieste considerati purtroppo sempre più rischiosi (e dunque anche costosi), come dimostrano i recenti casi di Daphne Caruana Galizia – la giornalista maltese che seguiva la pista locale dei Panama Papers –, uccisa lo scorso ottobre e il giornalista slovacco Jan Kuciak, trucidato a fine febbraio per aver indagato sui rapporti tra mafia italiana e politica a Bratislava.

“È la prima volta che un organismo politico internazionale produce un documento sulla crisi del settore, che assiste al venire meno del modello tradizionale di finanziamento”, commenta da Bruxelles il segretario generale della European Federation of Journalists (Efj) Ricardo Gutierrez. Poiché i colossi del web, da Google a Facebook, hanno drenato i profitti pubblicitari della carta stampata, il rapporto del Consiglio d’Europa mette nero su bianco l’idea di redistribuirli, eventualmente attraverso una tassazione (l’Ue la propone al 3%) con i cui ricavati si potrebbe poi finanziare e sostenere il giornalismo di qualità, “vero antidoto alla disinformazione”

Il rapporto raccomanda anche agli Stati di proteggere l’incolumità fisica dei giornalisti, ma in questo caso le buone intenzioni si scontrano con la realtà. “Tutti gli Stati, tranne la Russia, avevano già firmato la raccomandazione del 2016”, osserva Gutierrez.

Saltalamacchia un’ora di faccia-a-faccia con l’ex ad Marroni

È durato circa un’ora il confronto tra l’ex amministratore di Consip, Luigi Marroni, e l’ex comandante della Legione Toscana dell’Arma, Emanuele Saltalamacchia. Un faccia a faccia necessario per la Procura di Roma per fare chiarezza in uno dei filoni dell’inchiesta Consip, quello che riguarda le soffiate sull’indagine, allora in corso a Napoli, arrivate ai vertici della stazione appaltante. La vicenda risale a dicembre 2016 quando i pm partenopei chiedono a Marroni perché abbia fatto bonificare dalle cimici il proprio ufficio. Marroni dice di aver saputo di essere intercettato dal presidente della fiorentina Publiacqua Filippo Vannoni, dal generale Saltalamacchia, dall’ex presidente Consip Ferrara (che a sua detta l’avrebbe saputo dal generale Del Sette) e dal ministro Luca Lotti. Del Sette, Saltalamacchia e Lotti vengono indagati per favoreggiamento e rivelazione di segreto. Accuse che tutti hanno respinto. Per capire chi dice la verità i pm di Roma hanno fissato alcuni confronti. Dopo Saltalamacchia, toccherà a Lotti. Intanto torna libero Alfredo Romeo, accusato a Napoli di corruzione su appalti locali. A Roma l’imprenditore campano è a processo per corruzione di un dirigente Consip.

Le indagini: gli appalti e la soffiata

L’imprenditore napoletano Alfredo Romeo è a giudizio per corruzione di un ex dirigente Consip che ha già patteggiato. Titolari dell’inchiesta, iniziata a Napoli dal pm Henry John Woodcock, sono il procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo e il pm Mario Palazzi.

Tiziano Renzi e il suo amico Carlo Russo sono indagati per traffico d’influenze. Russo avrebbe promesso l’aiuto di Renzi sr. a Romeo che, essendo aggiudicatario di parte dell’appalto Consip Fm4 da 2,7 miliardi di euro, temeva di essere penalizzato dalla centrale acquisti pubblica.

Il ministro Lotti, l’ex comandante dei carabinieri Del Sette e il generale dell’Arma Saltalamacchia sono indagati per favoreggiamento e rivelazione di segreto in favore dei vertici Consip che nel dicembre 2016 ripulirono gli uffici dalle microspie.

Il maggiore dei carabinieri Scafarto, che indagò con Woodcock, è indagato per falso, rivelazione di segreto e depistaggio. Sospeso dal giudice di Roma, ha lasciato il Noe ed è stato reintegrato nell’Arma dal Tribunale del Riesame

Ora è più difficile archiviare le accuse a Tiziano Renzi

Già all’alba di ieri i magistrati della Procura di Roma si sono messi al computer per scrivere il ricorso in Cassazione contro l’ordinanza del Tribunale del Riesame che il 21 marzo scorso ha letteralmente raso al suolo la loro indagine sul maggiore Gianpaolo Scafarto. Il Tribunale non ha solo annullato l’interdizione di Scafarto restituendolo al servizio e alla sua divisa. Non ha solo dato ragione su tutto agli avvocati Giovanni Annunziata e e Attilio Soriano, che difendono il carabiniere del Noe. Non ha solo dato un giudizio positivo sull’inchiesta del Noe su Tiziano Renzi. Ha azzerato l’“indagine sull’indagine” portata avanti con grandi energie dalla Procura di Roma e usata come una clava da Matteo Renzi per la sua campagna a difesa del padre e del ‘Giglio magico’.

La Procura vuole impugnare subito l’ordinanza firmata dal presidente estensore Bruno Azzolini e da Maddalena Cipriani e Imma Imperato. La Procura deve ottenere l’annullamento dalla Cassazione prima di giugno quando l’inchiesta Consip deve essere chiusa.

Le accuse contestate a Scafarto erano quattro: due di falso, una di depistaggio e una di rivelazione di segreto. Per i pm, Scafarto avrebbe ‘taroccato’ un’intercettazione tra Italo Bocchino e Alfredo Romeo per far dire all’imprenditore che aveva incontrato Tiziano Renzi.

Il secondo falso sarebbe stato compiuto in danno dei servizi segreti. Scafarto avrebbe nascosto volutamente un accertamento negativo già fatto su un’automobile da lui qualificata come sospetta precedentemente.

Poi c’è il depistaggio, consistito nell’avere cambiato le impostazioni del telefonino del superiore di Scafarto, il colonnello Alessandro Sessa, per impedire ai pm romani – secondo la loro tesi – di leggere le chat whatsapp.

Infine Scafarto sarebbe stato colpevole di rivelazione di segreto quando spedì via email atti segreti dell’indagine a un maresciallo in passato suo collega al Noe ma ormai passato ai Servizi segreti.

Tutte le accuse sono state smontate dal Tribunale con giudizi duri sulle tesi dei pm. Il depistaggio non sta in piedi per una ragione di buon senso. Scafarto ha fatto la modifica delle impostazioni del telefonino di Sessa davanti ai colleghi mentre aspettavano il comandante del Noe, Sergio Pascali. Per il Tribunale è “altamente improbabile che due ufficiali dei carabinieri in accordo tra loro abbiano deciso di commettere un delitto grave e proprio del pubblico ufficiale alla presenza di altri colleghi ufficiali dei carabinieri nella sala d’aspetto del generale comandante”. Difficile dar torto ai giudici.

Sul falso in danno dei servizi, il Tribunale ribalta la tesi dei pm. Per il tribunale proprio il fatto che Scafarto avesse dichiarato nell’informativa “la propria convinzione secondo la quale Matteo Renzi ‘abbia messo in campo tutte le risorse disponibili per tutelare la sua famiglia e quindi anche il padre…’”, è la prova che non ha fatto apposta a taroccare l’informativa per sostenere la tesi. Scrive il Tribunale: “È di immediata evidenza come sia singolare che un pubblico ufficiale dichiari in un atto ufficiale quella che sarebbe la finalità perseguita attraverso la commissione di falsi ideologici”.

Il punto dell’ordinanza più imbarazzante per i pm è però quello che smonta il falso in danno di Tiziano Renzi. L’ordinanza del Riesame conclude per l’assenza di dolo sulla base di un ragionamento semplice: il falso per incastrare Tiziano Renzi sarebbe stato inutile e stupido. Nelle carte l’intercettazione corretta era depositata ed era troppo facile scoprire il ‘tarocco’. Inoltre il ‘falso’ nella conversazione era tutt’altro che decisivo. Ed è in questo passaggio della motivazione che il Tribunale sorpassa a destra la Procura.

Per capire che i giudici credono all’accusa contro Tiziano Renzi più dei pm basta leggere questo passo dell’ordinanza: “La discussione registrata tra Romeo e Bocchino ha riguardato anche i compensi da attribuire (anche) a Tiziano Renzi, determinati, nelle intenzioni, in 30 mila euro al mese. È stata altresì intercettata la conversazione avvenuta in occasione dell’incontro tra Russo in ottimi rapporti di amicizia con Tiziano Renzi, e Romeo nel corso della quale furono quantificate le offerte di compenso”. Per avere detto cose simili chi scrive è stato citato in giudizio da Tiziano Renzi. I giudici dopo avere espresso questi giudizi sulla forza indiziante delle intercettazioni dei colloqui Russo-Romeo, proseguono sul foglietto definito dalla stampa ‘pizzino’ nel quale c’era la famosa scritta ‘30.000 per T.’: “L’acquisizione, da parte della polizia giudiziaria presso la discarica, dei fogli di carta strappati sui quali, come d’abitudine, Romeo annotava parte della conversazione in ragione della natura riservata della stessa, ha consentito di verificare l’esistenza di appunti con indicazione di cifre significativamente corrispondenti a quelle ipotizzate precedentemente come compenso per la mediazione”.

Alla fine per i giudici, con tutti questi elementi ‘veri’ già raccolti ‘il tarocco’ di Scafarto era quasi inutile. “Nel contesto indiziario delineato la frase “incriminata” (‘Renzi l’ultima volta che l’ho incontrato, ndr) se effettivamente pronunciata da Romeo, avrebbe costituito un ulteriore elemento e neanche del tutto decisivo (al di là della convinzione personale di Scafarto) per affermare il coinvolgimento di Tiziano Renzi”. Questo passaggio ha una fondamentale conseguenza politica: Matteo Renzi non può più sostenere che il padre è vittima di un complotto. Scafarto ha fatto un errore che confeziona un indizio meno gravi di quelli già a carico del padre dell’ex premier. Quali saranno le conseguenze dell’ordinanza sull’indagine? Se la Cassazione dovesse annullarla saranno scarse o nulle. Se fosse confermata sarebbe difficile per la Procura chiedere il rinvio a giudizio per Scafarto ma sarebbe difficile anche chiedere l’archiviazione per Tiziano Renzi.

Minorenne talebano al Tg1: il Tar cancella la multa alla Rai

È stata annullata la multa da 100 mila euro con la quale nel 2008 l’Agcom sanzionò la Rai, accusata di aver diffuso durante il Tg1 un servizio che mostrava il volto di un minore che decapitava un prigioniero. L’ha deciso il Tar del Lazio accogliendo il ricorso dell’emittente pubblica. I fatti contestati risalivano al 21 aprile 2007. Nell’edizione serale del Tg1 fu trasmesso un servizio giornalistico che riproponeva una parte di un video già diffuso ore prima in tutto il mondo dall’emittente Al-Arabyia. Registrato dai talebani dell’Afghanistan e fatto recapitare ad Al-Arabyia, veniva ritratto un bambino a viso scoperto che, tra talebani di età adulta, incitava Allah ed eseguiva la decapitazione di un prigioniero pachistano accusato di essere spia degli Stati Uniti. Su segnalazione del Comitato di applicazione del Codice di autoregolamentazione Tv e minori, l’Agcom avviò un procedimento e comminò alla Rai una sanzione pecuniaria di 100 mila euro. Il Tar non ha ravvisato alcuna violazione del Codice deontologico , in quanto “l’anonimato” del minore afghano sarebbe stato “di fatto garantito, trattandosi di bambino non identificato né identificabile nel territorio italiano” e “il servizio era stato già diffuso in tutto il mondo”.

‘Le Monde’ contro Manenti (Aise): “La visita degli 007 di Assad viola le regole dell’Ue”

Una visita “coperta” come sempre accade nei servizi segreti: il capo dell’intelligence siriana Ali Mamlouk ha incontrato lo scorso gennaio a Roma il direttore dell’Aise (ex Sismi), Alberto Manenti. Sul viaggio del generale di Assad – già oggetto di un’interrogazione al Parlamento Europeo – è tornato ieri Le Monde che definisce l’iniziativa “una violazione degli atti legislativi dell’Ue contro il regime” di Damasco. La notizia era stata rivelata a febbraio dal quotidiano libanese Al-Akhbar. Mamlouk sarebbe arrivato a Roma “con un jet privato messo a disposizione dalle autorità italiane”. “L’obiettivo di queste missioni – prosegue il giornale – è chiaramente politico: rompere l’isolamento del regime, avviare la normalizzazione, con lo scopo di trasformare le sue vittorie militari in vittoria diplomatica”. Nell’intelligence tutti incontrano tutti, i francesi sono maestri e quello di Le Monde sembra un attacco da leggere nel quadro delle tensioni Parigi-Roma che sono manifestati sulle vicende Vivendi-Telecom, Fincantieri-Stx e, da ultimo, sulla missione militare italiana in Niger.

“Traduceva l’Isis in italiano”. In cella 23enne: “È un onore”

Poco più di due anni fa sosteneva di aver tradotto materiale dell’Isis per dar voce “all’accusato” e non “all’accusatore”, come sostenuto in un hadith, un racconto su Maometto. Per i magistrati era un’apologia dello Stato islamico e lui aveva patteggiato due anni di carcere per istigazione a delinquere con finalità terroristiche. Ieri mattina a Lanzo, in provincia di Torino, Elmahdi Halili, 23enne nato in Italia da genitori arrivati dal Marocco nel 1989 e quindi non suscettibile di espulsione, è stato arrestato come partecipe di un’associazione a delinquere finalizzata al terrorismo. “Ci avevi giurato che non l’avresti più fatto”, gli ha detto la sorella minore mentre gli agenti della Digos lo portavano alla questura di Torino: “Tiranni! – diceva lui ai poliziotti -. Vado in prigione a testa alta. Sono fiero di andarci per Allah”.

Oggi la situazione è più grave di due anni fa: “Ci siamo resi conto che da una prima fase di auto-radicalizzazione è passato a una fase di proselitismo avanzata”, ha spiegato ieri mattina il questore di Torino Francesco Messina. L’inchiesta – condotta dalla Digos di Torino, diretta da Carlo Ambra con il supporto dell’Ucigos – si chiama “Amore e odio” perché “l’Islam è equilibrio tra amore ed odio – sosteneva il 23enne –. Bisogna amare i credenti e odiare i miscredenti”.

Da quando il 26 novembre 2015 aveva patteggiato la sua pena ed era tornato libero, Elmahdi aveva cominciato a contattare persone che, come lui, avevano una simpatia per l’Isis. Come era emerso nella prima inchiesta che lo ha coinvolto, quella bresciana, il giovane di origine marocchina aveva rapporti con personaggi partiti verso la Siria o espulsi dal territorio dello Stato, nonché con italiani convertiti all’islam radicale.

Ieri mattina ne sono stati perquisiti quattro in provincia di Torino, due a Milano, tre a Modena, uno a Reggio Emilia, Bergamo e Napoli. In particolare Elmahdi, con i suoi testi tradotti in Italia come “Lo Stato islamico, una realtà che ti vorrebbe comunicare”, voleva raggiungere i convertiti e i giovani immigrati di seconda generazione. Tra i suoi contatti c’era Luca Aleotti, reggiano nato 34 anni fa da madre marocchina, indagato per istigazione al terrorismo ma prosciolto a Bologna nel luglio 2016 e poi sorvegliato speciale. È fra i perquisiti.

La polizia ritiene poi “particolarmente qualificanti sotto il profilo investigativo” i rapporti con Abderrahim Moutaharrik e Abderrahmane Khachia, due aspiranti foreign fighters arrestati il 26 aprile 2016 per associazione con finalità di terrorismo poi condannati rispettivamente a 6 anni e a 5 anni e 4 mesi, ragione per cui si trovano in carcere. Dopo aver instaurato un contatto con la persona, “se capiva che c’era terreno fertile continuava, senno troncava i rapporti”, ha spiegato Giovanni Di Gregoli, della sezione antiterrorismo della Digos di Torino. In certi casi, dai rapporti virtuali passava a quelli ravvicinati, con incontri in “luoghi riservati” a Torino e altrove.

A insospettire gli investigatori e la Procura di Torino c’è anche la circostanza che negli ultimi tempi Halili aveva cominciato a studiare informazioni sugli attacchi dei lupi solitari con furgoni e camion, tecniche note dall’attentato a Nizza, quello ai mercatini di Natale di Berlino e quello sul London Bridge a Londra, ma anche con i coltelli. Aveva trovato queste informazioni su Rumiyah, il magazine dello Stato islamico che era arrivato a “consultare in maniera quasi ossessiva”, spiega il questore.

Dopo questo arresto e quello di martedì a Foggia del maestro accusato di insegnare ai bambini di un centro islamico la lotta agli “infedeli” , il ministro dell’Interno Marco Minniti ieri pomeriggio ha presieduto una riunione straordinaria del Comitato di analisi strategica antiterrorismo (Casa) chiedendo un “ulteriore rafforzamento dei controlli” nelle aree di maggiore afflusso di persone, “nonché verso i luoghi che registrano particolare affluenza di visitatori anche in vista delle festività pasquali”. L’allerta resta alta soprattutto in questi giorni perché “l’Isis mantiene intatta la capacità di mobilitare piccoli gruppi o lupi solitari”, ha detto il titolare del Viminale.

A Napoli 75 anni prima le seicento vittime della Caterina Costa

28 marzo 1943, porto di Napoli. La Caterina Costa, la più bella nave mercantile a scopo bellico della flotta italiana, va in fiamme ed esplode con tutto il suo carico di munizioni, ben duemila tonnellate, dirette in Africa. I rottami della nave, varata solo tre mesi prima, volano e raggiungono zone opposte della città, da piazza Municipio a piazza Carlo III. La gente guarda all’incendio come a uno spettacolo cui assistere in prima fila, non capendo il pericolo. E la nave non viene colpevolmente portata al largo. Il bilancio di vite umane è drammatico: i morti sono 600, i feriti tremila. L’esplosione, causata da un incendio le cui cause non sono mai state chiarite del tutto, fa a brandelli i corpi delle persone. Tanti altri muoiono di paura. Settantacinque anni dopo – e per una tragica coincidenza nel giorno in cui l’Italia piange due vittime nell’esplosione del porto di Livorno – l’Autorità portuale di Napoli ha ricordato con un convegno, e la successiva scopertura di una lapide a Calata Marinella, quella che il sindaco Luigi de Magistris ha definito “una tragedia dimenticata”. Dimenticata perché il regime fascista all’epoca cercò di insabbiare la notizia, e perché la Napoli del dopoguerra è stata raccontata con un occhio di particolare attenzione per i vincitori più che per gli sconfitti. “Napoli – ha ricordato de Magistris – è stata la prima città a liberarsi dall’oppressione nazifascista e a settembre, quando celebreremo le quattro giornate di Napoli, sarà l’occasione per ricordare anche questo episodio riconducibile a quel periodo”. Di quella tragedia – ha ricordato il presidente dell’Autorità portuale Pietro Spirito – fu testimone lo storico Giuseppe Galasso: “Oggi sarebbe stato con noi per darci la sua testimonianza. Quel giorno era al cinema quando l’urto dell’esplosione lo scaraventò contro il muro”. “All’epoca si disse che la colpa fu dei tedeschi”, ha ricordato Antonio Amoretti dell’Anpi. Ma quell’episodio – ha detto Silio Violante, testimone oculare – non fu fine a se stesso: “Fu decisivo per imbracciare le armi in occasione delle quattro giornate di Napoli e vendicare quelle morti ignobili”.

Tre feriti alla Sanac-Ilva di Massa: grave un uomo, ustioni di 3° grado

Giornata nera quella di ieri in Toscana per gli incidenti sul lavoro. Sono tre gli operai rimasti feriti dall’esplosione avvenuta a Massa alla Sanac del Gruppo Ilva. Oltre all’operaio trasportato con ustioni di terzo grado agli arti superiori all’ospedale Cisanello di Pisa, un altro dipendente è stato trasportato al pronto soccorso di Massa e poi dimesso con una prognosi di 12 giorni. Un terzo operaio, che aveva avuto un leggero malore durante le operazioni di soccorso ai colleghi, è stato dimesso dai sanitari con una prognosi di due giorni. Secondo quanto spiegato dall’Ilva, l’incidente sarebbe avvenuto durante l’operazione di controllo perché il materiale che doveva poi essere mescolato non scendesse sulla bilancia. L’impianto è stato sequestrato dai vigili del fuoco, la procura che ha aperto un fascicolo.

La maledizione del porto: troppi incidenti e il Moby

Sette morti negli ultimi otto anni. Tutti nella stessa area, quella del porto di Livorno, che tra errori umani e tragiche fatalità sembra destinata agli eventi più drammatici. Una sorta di maledizione che ha radici lontane, in quel 10 aprile 1991 che ha cambiato la storia del porto e della città. Quella notte il traghetto Moby Prince e la petroliera Agip Abruzzo entrarono in collisione nella rada del porto: morirono 140 persone, quasi tutte divorate dalle fiamme scaturite dallo scontro.

I processi non hanno mai chiarito a fondo le dinamiche dell’incidente, tanto che a 27 anni dalla tragedia la commissione parlamentare di inchiesta istituita nella scorsa legislatura ha definito “carente e condizionata da diversi fattori esterni” l’indagine aperta all’epoca della procura di Livorno. Tra assoluzioni e archiviazioni passò la linea dell’errore umano dell’equipaggio del Moby Prince e delle difficoltà di manovra dovute alla nebbia. Troppo poco, secondo la commissione, che ha invece evidenziato le strumentazioni inadeguate, la scarsa formazione dell’equipaggio, e gli errori della Capitaneria nel coordinare i soccorsi, del tutto inadeguati. Ma mentre Livorno attendeva giustizia per il Moby Prince, faceva i conti con altri casi drammatici. L’incidente di ieri riporta alla mente il 21 luglio del 2016, l’ultimo lutto al porto. A perdere la vita fu Mauro Filippi, un camionista di 60 anni, investito da un muletto mentre scaricava della cellulosa.

Circostanze simili a quelle che erano costate la vita, poco più di un anno prima, al marittimo filippino Priscillano Inoc, di 63 anni.

Nel 2011 gli incidenti mortali erano stati due in due giorni: il 5 novembre Angelo Bernardini, un camionista di Foligno, era rimasto schiacciato tra un tir e un muletto; il giorno dopo Elson Abang, un lavoratore filippino di 43 anni, era morto cadendo dalla stiva di una nave ormeggiata in porto.

E ancora: il 17 giugno del 2010 Francesco Ratti, autista di tir, era morto sul colpo dopo essere stato travolto da alcuni tubi di acciaio, caduti da almeno 15 metri di altezza mentre un carrello li stava trasbordando nel suo camion.

Dinamiche simili che si sono ripetute nel tempo, graziando i più fortunati. Nel dicembre scorso, per esempio, un membro dell’equipaggio della nave Lia Ievoli, ferma al porto, era svenuto, sbattendo la testa e procurandosi un trauma cranico. Nove mesi prima ancora una tragedia sfiorata per colpa delle manovre dei tir sulle banchine, con un operaio schiacciato da due camion e salvo per miracolo.

Ma la lista degli incidenti, come riporta il sito de Il Tirreno, è lunga: c’è Marcelino Talo, un marittimo filippino – anche lui – colpito da un pistone idraulico in sala macchine nel febbraio 2017, ci sono i due operai gravemente ustionati nel 2014, o, ancora, il lavoratore precipitato per oltre tre metri dopo aver sbattuto contro un pesante tubo di ferro.