Livorno, il boato e la cisterna crolla: morti due operai

“Giù, si è piegata come fosse di carta velina. Una cisterna alta quindici metri. E il boato si è sentito in tutta Livorno”. Benedetta ascolta le parole dell’operaio appena uscito dal porto con il volto ancora nero di fuliggine. Ascolta Benedetta e chiude gli occhi per non vedere i propri pensieri: la cisterna si è piegata, è implosa. E Lorenzo, il suo ragazzo, era lì: il volto aguzzo, i capelli neri e forti dei vent’anni, le spalle coperte di tatuaggi.

“Lorenzo, Lorenzo, Lorenzo”, ripete Benedetta come si sfrega una pietra focaia. Dieci ore fa era con lei e adesso…

Sono finite così, in una vampata terribile, le vite di due operai: Lorenzo Mazzoni, livornese di 25 anni, e Nunzio Viola, 52, napoletano. Alle 14 precise di ieri. La cisterna 62, che avevano appena svuotato, è esplosa: un’onda d’urto li ha travolti, peggio di una bomba. Poi una seconda onda, ma di calore, roba da centinaia di gradi. E loro schiacciati tra serbatoio e muro di contenimento. Nessuna speranza. Nunzio è morto sul colpo. Forse non si è accorto di nulla. Lorenzo invece sì: “Quando siamo arrivati abbiamo sentito che si lamentava – racconta uno dei soccorritori – Non mi ci faccia pensare, mi sembra ancora di sentirlo. Di vederlo… erano come… bolliti. Ustionati ovunque. Ma quel ragazzo… si lamentava. Allora hanno tentato di rianimarlo, anche se erano certi che sarebbe morto. Ci hanno provato per lui, perché non si sentisse solo mentre…”. Ma Lorenzo non è arrivato nemmeno all’ambulanza.

Siamo nel porto industriale di Livorno: distese di serbatoi e silos, montagne di container, ciminiere, gru alte come grattacieli. Un mondo per giganti dove gli uomini quasi scompaiono. Lorenzo e Nunzio sono all’interno della Neri spa – la famiglia Neri è tra le più note di Livorno, si è occupata anche del recupero della Costa Concordia – un gigantesco deposito di merci sfuse, anche gas. Lavorano per la Labromare, società che da quarant’anni si occupa di bonifiche ambientali nei porti. Hanno un contratto a tempo determinato, ma sono esperti: “Nunzio lo fa da vent’anni e più. Lorenzo anche se è giovane se ne occupava da sette anni. Suo padre ha fatto lo stesso lavoro per trentacinque anni e alla fine gli ha passato il testimone”, raccontano i colleghi mischiando senza accorgersene presente e passato.

Già, due lavoratori esperti. E un’operazione di routine: “La facciamo sette volte al mese, anche due alla settimana. Avevano appena terminato quella che viene chiamata la pulizia della cisterna, cioè lo svuotamento completo della cisterna dove era stato stivato dell’acetato di etile (che si usa nella lavorazione delle vernici)”. Un’operazione che richiede quattro persone: i due tecnici, poi un ispettore della sicurezza e l’autista del camion che imbarca il liquido. Ma tutto era finito: l’ispettore e l’autista si erano allontanati un attimo, questo li ha salvati. Lorenzo e Nunzio invece stavano lì accanto in attesa del via libera: “Abbiamo sentito una svalvolata, poi un’esplosione pazzesca. Quindi un vento fortissimo e rovente. E infine le fiamme”, racconta l’autista di un camion che aspettava di essere caricato.

Subito sono suonate le sirene. L’area è stata evacuata. Da Livorno sono arrivati i vigili del fuoco e sono riusciti a spegnere l’incendio. Ma due persone mancavano all’appello: i loro corpi erano lì. Lorenzo respirava ancora.

Cos’è successo? “Non abbiamo mai avuto incidenti”, racconta un collega che era entrato in Labromare con Lorenzo: “Abbiamo tutti gli strumenti possibili per misurare la presenza di gas, per evitare rischi. Anche i tubi sono costruiti con materiali anti-scintilla”. Ma basterebbe un attrezzo caduto oppure una telefonata sul cellulare… “I telefonini, però, non te li porti dietro. E poi, diamine!, era un’operazione semplice e loro erano esperti. Non riesco a capire”.

Intanto davanti ai cancelli della Neri arrivano colleghi, amici e parenti. Ma intorno il porto non si ferma. Sta tutto insieme: frastuono di camion, sirene di ambulanze, singhiozzi, sussurri. Il sindaco di Livorno, Filippo Nogarin, e il governatore della Toscana, Enrico Rossi, che accorrono ed escono con il volto terreo: “È impossibile. Non si può morire ancora per lavorare. Povera gente, che morte terribile”, sussurra Nogarin.

Intanto amici e parenti si cercano, si scambiano i frammenti del ricordo per cercare di mettere insieme un’unica immagine: “Lorenzo era figlio unico, suo padre e sua madre lo adoravano”, racconta la cugina. Arriva Paolo, un amico: “Amava tantissimo la Juventus”. E poi c’erano i tatuaggi, i viaggi. C’è chi tira fuori il cellulare e mostra una foto di Lorenzo che si tuffa: ecco la vita.

Nunzio faceva questo lavoro da decenni. Aveva svuotato centinaia di serbatoi. Lavorava alla Labromare da undici anni. “Quando c’era lui eravamo tutti tranquilli”, raccontano i colleghi. E invece ieri pomeriggio il telefono ha suonato in casa Viola dove c’erano la moglie e i quattro figli: “Venite, venite subito alla Neri. È successa una cosa terribile”.

Le elezioni ciniche e bare e i nuovi mostri da talk show

Bei tempi, quando l’intellettuale era gramscianamente la cerniera tra il popolo e la politica. Con una classe dirigente coi fiocchi come quella che abbiamo avuto negli ultimi anni e un popolo che non veniva mandato alle urne per paura di fare un dispiacere alle élite, era tutto più semplice: in Tv si accomodava l’intellettuale organico a spiegarci come tutto in realtà andasse bene e chi dissentiva era gufo, rosicone, frenatore, ignorante, cafone, pro-Brexit, pro-Trump, pro-Putin, pro-fake news, anti-vaccinista, pagato dai russi, grillino, razzista; e noi si sapeva da che parte stare. Adesso che il popolo ha voltato la faccia agli intellettuali facendo l’esatto contrario di quanto questi da anni gli raccomandavano a reti unificate a tutte le ore del giorno e della notte, non ci capiamo più niente, e i talk show, lenti d’ingrandimento dell’attuale, soffrono di afasia e sono precipitati nel lutto.

Dove siete finiti, cantori del renzismo di sfondamento, esegeti dello storytelling dell’Italia-che-riparte, lungodegenti televisivi del Pd, giornalisti da compagnia e da riporto, terroristi del “non c’è alternativa a Renzi”? Come comprendere questo tenebroso momento senza le vostre ficcanti analisi? Per fortuna, se il Tg1 è già pronto a tributare umidi onori ai vincitori (Roberto Fico, fino a ieri avanguardia dei populisti antisistema, oggi è un incrocio tra Pepe Mujica e Amadeus), altrove possiamo contare su una girandola quotidiana di figuranti a cottimo e in duplex, spesso ibridi tra filosofia, politica e impresa, a volte totali psicolabili che gli autori dei talk chiamano sperando sbrocchino in diretta per poi fingersi indignati quando quelli come previsto sbroccano. Eccone alcuni.

Becchi Paolo Già autonominatosi intellettuale organico del M5S, che fece l’errore di chiedergli un parere senza immaginarne le conseguenze, oggi compare su tutte le Tv in qualità di poeta laureato del leghismo sovranista. Fumantino, bizzoso, turpiloquente e tutto sommato naïf, Becchi è l’Abate Faria nella galera di bizzarri personaggi che la Tv tira fuori dalle segrete per divertire la gente. Genovese come il personaggio di Dumas, il filosofo del Diritto illumina le masse col suo motto neorisorgimentale: “Affanculo l’Europa!”, che diventa “Affanculo le coperture!” se l’interlocutore è pro-austerity. L’altra sera a #Cartabianca ha urlato: “Coglione, stai zitto!”: sul web stava per partire la rivolta poi non si è capito se ce l’aveva con Friedman o con Gasparri e non è successo niente.

Calenda Carlo Uno che annuncia solennemente di aver preso la tessera del Pd al suo minimo storico salvo postare la foto della tessera priva della firma del segretario perché il circolo del Pd in cui è andato a farla era chiuso, merita giustamente di essere nominato Ammiraglio d’Italia. Duce. Faro alle genti. Da molti indicato come il nuovo Renzi, a differenza di quello non crea un subitaneo moto di repulsione fisica. Ma che adesso vogliano vendercelo come il nuovo Messia che tutto aveva previsto ed è stato sempre vicino ai deboli, ci pare francamente troppo pure in questa fase di commozione cerebrale della sinistra.

Caprarica Antonio Disturbato nell’ora del tè, il giornalista anglofilo spiega come sarebbe esiziale per l’economia uscire dall’Europa essendo appena tornato da un Paese che ne è uscito e sta benissimo.

Cottarelli Carlo 63 anni, piacente, vagamente naftalinico, una specie di Mario Draghi che non rimorchia, l’ex commissario alla (fallita) spending review è tutti i giorni in Tv a spiegare con competenza la rava e la fava, tanto che verrebbe da pensare che sia candidato a qualcosa. Il prossimo docente bocconiano (categoria simpaticissima, quando si dice lo Spirito del Tempo), che sospettiamo voli a Washington solo per collegarsi da Washington e dopo la puntata torni in Patria, è un disco rotto: e i conti da tenere d’occhio, e il deficit, e il debito pubblico… I conti lo fanno apparire molto tecnico, molto indipendente. Il suo ruolo è quello di sabotare qualsiasi ipotesi di governo M5S-Lega, quindi di essere l’unico possibile solvente in grado di renderla potabile a Mattarella. Per molti è il futuro ministro dell’Economia. Sul tema ha detto tutto Brunetta: “Cottarelli? Meglio io”.

Fornero Elsa Nel programma del bravo Floris ha più spazio lei che l’Escherichia Coli dei tempi igienistico-fobici. Non proprio popolarissima, frutta al programma un’impennata di share. Forse bisogna chiamare in causa la semiotica delle passioni; forse, più semplicemente, questo meccanismo: Salvini, bullizzandola, scrive su Twitter che c’è la Fornero in Tv; la gente si sintonizza per insultarla con cognizione di causa.

Friedman Alan Anche se pare Alberto Sordi che doppia Oliver Hardy (“Oua dicou una cose di economia”), parla di cose da grandi come la Bce, i mercati, la finanza. Inascoltato in patria, ci spiega come avremmo dovuto votare e, giacché il danno è fatto, quale governo sia da evitare a ogni costo (quello 5Stelle-Lega). È chiaro che ci compatisce. Resta un mistero il perché stia sempre qua.

Monti Mario Dà un particolare brivido farsi spiegare da Monti come, in sostanza, a rovinare tutto siano stati i governi Letta, Renzi e Gentiloni, altrimenti con le sue misure saremmo leader mondiali senza nemmeno il seccante e primitivo rito della democrazia.

Rampini Federico Già infastidito dall’aria condizionata che lo coglie all’entrata della sede Rai dopo aver fatto yoga a Central Park, inizia il collegamento (mal)celando il disprezzo per gli italiani che proprio non ne vogliono sapere dei suoi consigli su quale sciagura sarebbe se gli americani cominciassero a vederci come noi vediamo loro: come dei poveri idioti. Tutti i suoi interventi sono riconducibili a un unico schema: sguardo critico sulla globalizzazione; certo che poi vince gente come Trump e Salvini; guai a mettere in discussione i cardini della globalizzazione euro-atlantica su cui quelli come lui campano materialmente e simbolicamente da decenni.

Zucconi Vittorio Va detto che è uno dei pochi simpatizzanti del renzismo a non essersi ritirato sui monti a fare il miele di lavanda fingendo di non aver mai appoggiato Renzi. Anzi, tra social e tv, è attivissimo, e non riesce a nascondere il disprezzo dei giusti per chi ha reso possibile il risultato insultante di queste elezioni. Cioè, a leggere il suo Twitter, la Raggi; i “grillini” come categoria kantiana di infame imbecillità; chi ha votato No al referendum (che niente c’entrava con la legge elettorale). Per nessuno come per lui vale l’antica esortazione: se la sinistra non rappresenta più gli elettori, cambiamoli, questi benedetti elettori.

Facebook rifà il look alla privacy: arrivano tre nuove funzioni

Datagate, Facebook rifà il look alla privacy con nuovi strumenti per il controllo delle proprie informazioni. “I fatti recenti hanno dimostrato quanto lavoro dobbiamo fare per rafforzare le nostre policy”, spiega la società, che annuncia per le prossime settimane ulteriori aggiornamenti sul fronte del controllo dei dati. Un intervento che in parte ha frenato l’emorragia del titolo in Borsa. L’aggiornamento più importante è lo strumento nuovo chiamato ‘Access Your Information’: permette di accedere e gestire le proprie informazioni (post, reazioni, commenti e ricerche) e cancellarle definitivamente dai server di Facebook. ‘Privacy shortcut’, invece, è una scorciatoia che consente agli utenti di visualizzare in un solo click tutte le impostazioni sulla privacy attualmente “distribuite su 20 schermate diverse”. L’altro aggiornamento riguarda la semplificazione del download di tutto ciò che è stato condiviso su Facebook dal primo giorno di iscrizione. “Nelle prossime settimane proporremo novità sui termini di servizio e aggiorneremo la nostra politica sui dati per meglio precisare quali vengono raccolti e come li utilizziamo”, spiega il social network.

“Niente primarie e dividiamo gli appalti”

Lo schema di gioco nel campo del Pd doveva essere questo: “Dividiamoci gli appalti ed evitiamo le primarie”. A Ercolano (Napoli), nel 2015. Si va verso il voto e il gotha locale dei democratici è intercettato dalla Procura di Napoli che indaga su accuse di corruzione e turbativa d’asta intorno ad alcuni appalti pubblici. Gli inquirenti ascoltano decine di telefonate tra politici e amministratori dem che discutono su un accordo che scongiuri le primarie. È in carica il sindaco Pd Vincenzo Strazzullo che ambisce a succedere a se stesso. Vorrebbe candidarsi anche il vicesindaco Antonello Cozzolino. Sul tavolo della trattativa ‘primarie sì o no’ finisce la proposta di creare una cabina di regia “finalizzata all’assunzione delle decisioni fondamentali in materia di assegnazione di gare e appalti”. Lo annota la Guardia di Finanza della Compagnia di Portici in un’informativa del 10 maggio 2016. Il Gip Francesca Ferri, nel rigettare alcune richieste di arresto, ha riassunto così il significato delle telefonate: “Mentre si parla di accordi politici per le primarie, si inseriscono scottanti argomenti in ordine ad affidamenti (illegittimi) di appalti”. Perché?

La vicenda spunta dal deposito degli atti dell’inchiesta conclusa un paio di settimane fa dai pm Celestina Carrano e Valter Brunetti. Ci sono 27 indagati. Tra i quali Strazzullo, Cozzolino e l’ex assessore Pd ai Lavori Pubblici Salvatore Solaro, corrotto, secondo gli inquirenti, con l’installazione di una caldaia. Sull’avviso di garanzia non compare il nome di Rory Oliviero, l’ex presidente del consiglio comunale di Ercolano diventato famoso grazie alla videoinchiesta di Fanpage che lo filma mentre crede di ricevere una mazzetta di 50.000 euro in una valigetta piena di cartacce. All’epoca Oliviero era indagato, viene intercettato nel corso di una telefonata ritenuta tra le più significative. È il 27 febbraio 2015. Parlano Oliviero e Cozzolino. Per 35 minuti. Eccone alcuni estratti.

Rory: …ha detto che sarebbe opportuno se riusciamo a fare un accordo per evitare di fare casini con queste primarie (…) vorremmo fare una cosa quieta…

(…)

Rory: …ha detto i lavori di Pugliano abbiamo fatto la figura di merda e quindi dobbiamo recuperare…

Antonello: …che te la sei venduta per zeppole e panzarotti.

(…)

Rory: ho detto io adesso ci sta via Cortile e via Mare … ha detto se la vuoi …. se la volete è vostra. La scuola è vostra, se la volete la scuola Giampaglia… mmh. .. Ha detto lui (…) poi si fa pure sui dirigenti quelli che si devono fare i professionali … uno, due e tre Antonello quattro e un’altra persona che lui vuole cinque… una cabina di regia, e ogni volta (…) si decide (…)

Antonello: cioè allora ha parlato di cabina di regia Vincenzo (forse Strazzullo, ndr)?

Rory: no, ha detto facciamo… un gruppo nel quale però le persone che stanno con me non compaiono. Tu e Nicola, tu e Antonello, Nicola per te e altre persone con Antonello (…) dentro…

Quando alcune perquisizioni rivelano l’inchiesta, Renzi commissaria il Pd e cancella le primarie. Verrà eletto sindaco l’amico della Boschi, Ciro Buonajuto.

Anche la Rai nel risiko politico: da aprile il valzer dei vertici

Chi l’ha detto che la Rai non innova? Pure stavolta Viale Mazzini è il laboratorio per sperimentare alleanze e accordi parlamentari, indicare maggioranze e opposizioni politiche, quasi in contemporanea con la formazione del prossimo governo. Anzi, in anticipo: le procedure per la nomina del Cda – inclusi amministratore delegato e presidente di garanzia – vanno avviate entro la fine di aprile e richiedono ai partiti spartizioni scientifiche. Perché lo impone la legge di matrice renziana numero 220 del 2015, poco conosciuta, ancora mai applicata e piena di falle (chi non ricorda il pastrocchio sul tetto agli stipendi?).

Il Cda Rai, in carica dal 2015, da Statuto decade quando l’assemblea degli azionisti (99,56 per cento il Tesoro, 0,44 per la Siae) approva il bilancio d’esercizio, dunque non oltre il 29 giugno 2018 e non al compimento del terzo anno solare di mandato di Monica Maggioni, Guelfo Guelfi e colleghi, che scadrebbe il 5 agosto. Perché aprile? Semplice, lo prescrive la legge: due mesi prima dall’assemblea degli azionisti, la stessa Rai, il ministero del Tesoro, la Camera e il Senato aprono le iscrizioni per selezionare il nuovo Cda.

Siccome le leggi si studiano quando servono e non quando si presentano, in Viale Mazzini sono precipitati nel più profondo dei letarghi, il ministro Pier Carlo Padoan prega che tocchi al successore e la vecchia dirigenza prepara rassegnata il trasloco. Così le decisioni irrevocabili sono revocate e la delicata poltrona di guida di Rai Pubblicità, promessa mesi fa al renziano Mauro Gaia, è affidata da dicembre ad interim al leghista antico (cioè di rito maroniano) Antonio Marano.

 

Come funziona il testo renziano

Il pauperismo di propaganda ha travolto anche il Cda Rai: i componenti passano da 9 a 7, anche se la legge – nei suoi tipici passaggi criptici – non chiarisce se l’amministratore delegato debba far parte del Cda o meno. Anche perché le caratteristiche richieste per i due ruoli sono diverse: esperienza di tre anni in una società del settore in un caso; prestigio, competenza e onorabilità nell’altro. Neppure al Tesoro l’hanno capito. In sintesi, il Cda sarà da 7 barra 8 membri. Novità: i dipendenti di Viale Mazzini eleggono un rappresentante. Quattro spettano al Parlamento, due (o tre con l’ad) al ministero.

 

Pericolo agguati in Parlamento

Questa riforma fu plasmata durante la sbornia del 40% alle Europee del Pd renziano e nel contesto di un presunto solido bipolarismo, sorretto dalla legge elettorale a doppio turno di nome Italicum. Con l’avvento del tripolarismo è di fatto impossibile distribuire equamente i quattro posti intestati al Parlamento. Camera e Senato, senza quorum, eleggono due consiglieri a testa: chi prende più voti va a Viale Mazzini. Coi numeri attuali, il centrodestra compatto può sbancare. Poiché il presidente deve ricevere l’investitura dai due/terzi dell’ormai inutile commissione di Vigilanza, però, occorre un patto con il M5S o con i Dem. Il precedente di Roberto Fico a Montecitorio ed Elisabetta Alberti Casellati a Palazzo Madama suggerisce un’intesa fra Matteo Salvini e Luigi Di Maio con Silvio Berlusconi in regia e il Pd rischia di scomparire da Viale Mazzini. Il patto va siglato presto, perché gli aspiranti consiglieri, individuati dai partiti, devono rispondere al bando pubblico di Camera e Senato due mesi prima della nomina e quindi, ripetiamo, fra aprile e maggio. Allora di giorno avremo i capi di partito al Quirinale per le consultazioni con Mattarella e di notte, chissà dove, a interagire per il servizio pubblico tv.

 

Il ministero prende tempo, ma c’è il limite

Il Tesoro (il governo) gioca un ruolo determinante: spedisce in azienda un consigliere (due?) e l’amministratore delegato. Renzi studiò l’evoluzione dal fragile direttore generale al più potente amministratore delegato per aiutare Antonio Campo Dall’Orto. In politica, le intenzioni si trasformano in fatti sempre troppo tardi. Campo Dall’Orto ha provato l’ebbrezza di comandare soltanto un paio di volte, poi è stato costretto a dimettersi proprio da Renzi e adesso un leghista, un grillino o persino un berlusconiano potranno beneficiare della legge: direttori di testata e di canale cambiati con un colpo di mano, procura per firmare contratti sino a 10 milioni di euro. Il voto del 4 marzo ha delegittimato la coalizione – in parte estinta (vedi Alfano) – riunita nel governo Gentiloni. Padoan ne è consapevole. Non può aspettare all’infinito. Se da qui a giugno non giura un altro esecutivo, sarà lui a decidere i vertici Rai per i prossimi tre anni. Palazzo Chigi può attendere finché non si concludono le trattative fra i partiti, Viale Mazzini no. Forse non avremo un governo, di sicuro avremo una televisione.

Irpef dichiarata al palo: recupero evasione sotto zero

Diciamo subito che nei dati diffusi ieri dal ministero dell’Economia sull’Irpef versata nel 2016 non vi è traccia del fenomenale recupero di evasione (oltre 20 miliardi) proclamato dal governo Renzi pro tempore e che sarebbe stato replicato con un congruo sovrapprezzo l’anno dopo da quello Gentiloni. Il reddito complessivo totale dichiarato dalle persone fisiche nel 2017, comunica il Tesoro, ammonta a circa 843 miliardi di euro. Sono solo 10 miliardi in più rispetto all’anno precedente, una percentuale d’aumento dell’1,2% che al netto dell’incremento del Pil e dell’inflazione registrati nel periodo, è perfino negativo. Niente di nuovo anche nella composizione della base dei contribuenti. Oltre 10 milioni (uno su quattro) hanno avuto un’imposta netta da pagare pari a zero. I redditi da lavoro dipendente e da pensione rappresentano circa l’82% del reddito complessivo dichiarato. I pensionati contribuiscono con il 30% del totale. Da quanto emerge dalle dichiarazioni Irpef, i dipendenti hanno guadagnato in media 20.680 euro e i pensionati 17.170 euro, contro i 41.740 euro dei lavoratori autonomi. Il reddito medio dichiarato dagli imprenditori (titolari di ditte individuali anche senza dipendenti) è pari a 21.080 euro. Infine, il reddito medio da partecipazione in società di persone e assimilate risulta di 17.990 euro. Sfugge alla statistica diffusa dal Tesoro la quasi totalità dei redditi da capitale, che sono soggetti a tassazione sostitutiva e non rientrano pertanto nell’imposta delle persone fisiche. Infine, oltre 1,7 milioni di soggetti hanno dovuto restituire integralmente o parzialmente il bonus degli 80 euro ricevuto (411 mila persone perché scivolate nell’indigenza), per un importo di circa 480 milioni di euro. Di questi il 52%, pari a 902 mila soggetti, li ha dovuti restituire integralmente, per un ammontare di 370 milioni di euro. Nel 2016 gli 80 euro mensili sono stati distribuiti a 11,5 milioni di contribuenti, per un ammontare di 9,4 miliardi di euro. A livello territoriale si riscontra che il 50,2% dell’ammontare del bonus spettante ha interessato i dipendenti delle regioni settentrionali.

Il reddito di cittadinanza possibile

Come prevedibile si è riaccesa la polemica su quanto costa il reddito di cittadinanza proposto dai Cinque Stelle (integrazione fino a 780 euro al mese per una platea di beneficiari potenziali di 10 milioni di persone). Soltanto 15-17 miliardi come sostiene il neo eletto M5S Lorenzo Fioramonti? O 35-38 miliardi, secondo gli ultimi calcoli del presidente dell’Inps, Tito Boeri, resi noti ieri?

È un dibattito assurdo per una ragione semplice: che costi 15 o 38 miliardi, è impossibile costruire in pochi mesi un sussidio che raggiunga milioni di persone e, al contempo, riformare i centri per l’impiego così da renderli simili a quelli tedeschi, ripensare tutto il welfare italiano in modo da finanziare i nuovi sussidi tagliando quelli superati. I Cinque Stelle sono riusciti a imporre la lotta alla povertà in cima all’agenda della politica, missione compiuta, ora serve pragmatismo di governo.

Il reddito di cittadinanza non è altro che un potenziamento del Rei, il Reddito di inclusione costruito nei governi Letta-Renzi-Gentiloni e partito a dicembre 2017. La macchina si è messa in moto, secondo i dati diffusi ieri dall’Inps, i beneficiari di Rei e Sia (la versione precedente) sono 110.138 famiglie, 316.693 persone. Ognuna di queste famiglie dovrebbe essere seguita da assistenti sociali, servizi del Comune, se serve da medici, così da costruire percorsi personalizzati da abbinare al sostegno monetario (in media 297 euro al mese a persona).

La sfida ora è far funzionare questa misura (nessuno sa ancora, per esempio, se chi beneficia dell’aiuto riesce poi a uscire dalla povertà o si tratta solo di palliativi). In campagna elettorale i Cinque Stelle proponevano una cosa assurda: prendere i soldi del Rei e usarli per dare aiuti fiscali alle famiglie e poi ricostruire da zero il reddito di cittadinanza, buttando quattro anni di lavoro ed esperienze. Sembra che siano rinsaviti, per fortuna. Un governo che abbia come primo punto la lotta alla povertà ha davanti una traiettoria chiara e obbligata: aumentare le risorse per il Rei, assicurarsi che i controlli funzionino e che i soldi siano ben spesi e non buttati, potenziare tutti i servizi collaterali all’assegno (che è la parte facile), soprattutto quelli che riguardano la ricerca di un posto di lavoro.

Ci vorrà tempo, certo, ma chi ha contestato gli slogan vuoti di Renzi e Berlusconi non può replicarne gli errori. Bisogna individuare un percorso di rafforzamento del Rei che si basi su coperture credibili (strutturali, vere, non in deficit) e crescenti nel tempo che permettano assunzioni di personale e nuove prestazioni. Sono interventi che richiedono un paio di miliardi aggiuntivi ogni anno. Che poi ci si fermi a 15, 17 o 38 è secondario.

Rei, primo bilancio: una goccia nel mare della lotta alla povertà

Ha solo tre mesi di vita il reddito di inclusione, meglio noto come Rei, ma ieri il governo uscente e l’Inps, insieme al presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, hanno già voluto fare un primo bilancio sui risultati. Sono 317 mila le persone che hanno iniziato a ricevere questo nuovo sostengo economico per il contrasto alla povertà. Il numero totale di cittadini coinvolti da aiuti di questo tipo arriva a 870 mila se aggiungiamo quelli che beneficiano del sostegno di inclusione attiva – il Sia, una misura nata nel 2012 e sviluppata negli scorsi anni – e quelle che godono di simili iniziative adottate a livello locale dalle Regioni Emilia Romagna, Friuli-Venezia Giulia e Puglia. Significa, insomma, che l’insieme di questi strumenti copre ancora una piccola parte di chi oggi in Italia fa i conti con la povertà assoluta, parliamo di 4,7 milioni di persone secondo le rilevazioni dell’Istat.

Per il ministro del Lavoro Giuliano Poletti e soprattutto per il presidente dell’Inps Tito Boeri, però, la presentazione del primo monitoraggio è stata l’occasione per rivendicare politicamente il Rei e sfidare su questo campo il Movimento 5 Stelle, che con il reddito di cittadinanza propone un intervento simile nell’impostazione ma ben più generoso (e costoso in termini di coperture). Tornando ai dati diffusi ieri, i quasi 900 mila cittadini che stanno usufruendo dei vari strumenti di contrasto alla povertà compongono circa 250 mila famiglie. Si tratta di quelli che potremmo definire i più poveri tra i poveri, visto che la platea complessiva potenziale è molto più alta: arriviamo – sempre stando ai dati Istat – a 1,6 milioni di famiglie. Per tutelare tutti i “poveri assoluti”, l’Alleanza contro la povertà sostiene da tempo che servirebbero sette miliardi di euro, ma per il momento la dotazione del Rei è ferma a circa due (arriverà a tre nel 2020). L’obiettivo del governo e dell’Inps è arrivare a quota 2,5 milioni di persone, 700 mila famiglie, da luglio. Considerando la platea potenziale totale, è evidente che al momento c’è stata una “selezione all’entrata” molto severa, un paradosso se consideriamo che si tratta di misure a favore di chi è ai margini della società. Non a caso Inps e ministero non hanno reso noto il numero di domande arrivate (e quindi anche quelle respinte).

I parametri per ottenere il Rei sono molto stretti: bisogna avere un Isee (l’indicatore della soglia economica equivalente) sotto i 6 mila euro, un patrimonio immobiliare sotto i 20 mila euro e non bisogna superare i 10 mila euro tra depositi e conti correnti bancari. A questo si aggiunge un indicatore chiamato Isre, che nel calcolo dà molta importanza al reddito familiare, e il valore deve essere inferiore a 3 mila euro. Naturalmente, quelli che già prendono il sussidio di disoccupazione sono esclusi dal Rei.

Gli attuali beneficiari abitano in Regioni del Sud in sette casi su dieci; in particolare, in Calabria, Campania e Sicilia, cioè i territori con i più alti tassi di disoccupazione. Quanto agli importi, quello medio del Rei è di 297 euro al mese, mentre per il Sia si ferma a 245 euro. Entrambi crescono a seconda di quanto è numerosa la famiglia: il Rei oscilla tra 187 e 490 euro, il Sia tra 80 e 400. Questa quindi è la dote che dovrebbe dare un minimo di ossigeno ai beneficiari. In ogni caso è molto meno di quanto sarebbe previsto dal reddito di cittadinanza, che agendo sulla povertà relativa (e non su quella assoluta) partirebbe da 780 euro mensili.

Insomma, oggi il Rei rappresenta un’evoluzione del Sia (che verrà inglobato nella nuova misura), la cui sperimentazione era partita nel 2012 con un fondo di soli 50 milioni di euro e ora si avvia a un naturale esaurimento. Come per il suo predecessore, il Rei prevede che all’erogazione della somma di denaro si accompagni un progetto per aiutare la persona a trovare un lavoro – è infatti previsto che chi rifiuta un’offerta perde il sussidio – o comunque a superare la situazione di disagio. Per questo devono intervenire i Comuni, i servizi sociali, il terzo settore e soprattutto i centri per l’impiego, che dovrebbero assistere i beneficiari nella ricerca di un posto. Gli ex uffici di collocamento, però, da noi sono molto deboli, hanno poche risorse e poco personale. “Li potenzieremo”, ha assicurato Poletti, ma per farli funzionare davvero bisognerebbe investire diversi miliardi. Solo quando tutto questo sistema sarà partito si potrà valutare davvero l’impatto del reddito di inclusione, nel senso che potremo capire quante persone saranno davvero entrate nel mercato del lavoro e uscite dalla povertà assoluta. Per il momento, il fatto che ci sia un’alta adesione al Rei dipende da una semplice ovvietà: in Italia ci sono tanti poveri. E le risorse del Rei, tra Sia e altre misure inglobate, non sono salite di molto.

“Giù le mani da Cdp e dalle altre leve del potere”

Le voci nei palazzi del potere girano vorticosamente. Le paure, anche quelle immotivate, pure. E allora si è arrivati al “governo dimissionario avvisato, mezzo salvato” di questi giorni. I vincitori delle elezioni hanno fatto capire in ogni modo all’esecutivo di Gentiloni che non potrà usare in maniera troppa allegra la definizione “affari correnti”.

C’è il Documento di economia e finanza che traccia la parabola dei conti pubblici, certo, ma lì si possono fare pochi danni: la procedura standard in caso di stallo politico è varare un Def “a legislazione vigente” che potrà poi essere modificato a giugno o a settembre con la tradizionale Nota di aggiornamento: “Vogliamo controllare tutti i numeri”, ha comunque messo le mani avanti la Lega.

Dove Gentiloni può davvero “avvelenare i pozzi”, invece, è sulle nomine nelle partecipate statali: a breve scadono in particolare Cassa depositi e prestiti, ultimo vero strumento di politica economica rimasta ai governi, e Saipem (infrastrutture energetiche), senza dimenticare il Gestore dei servizi elettrici (Gse), che ha in mano la partita miliardaria degli incentivi alle rinnovabili, e l’altrettanto rilevante Autorità per l’energia (che è già in prorogatio).

Le voci, si diceva, e le voci dicono che – dopo l’allungamento di un anno dell’incarico ai vertici militari e dei servizi segreti – l’esecutivo avesse in animo di blindare anche le partecipate dello Stato e, in particolare, Cdp, sottraendo di fatto al futuro governo la possibilità di incidere davvero sulla politica economica.

Queste le voci e proprio per zittirle ieri sul blog dei 5 Stelle è apparso un intervento del ministro dell’Economia in pectore Andrea Roventini: “Un governo dimissionario, la cui maggioranza politica è stata così pesantemente ridimensionata, non può decidere da solo”. Segue una sorta di preavviso di sfratto ai vertici “renziani” di Cassa depositi (il presidente Costamagna e l’ad Gallia): chi sostituire e chi confermare, scrive l’economista, sarà deciso in base “ai risultati ottenuti” e Cdp “è stata male utilizzata dai governi e dagli organi dirigenti”.

Per chi pensasse sia solo l’uscita di un tecnico senza peso politico, basti citare il post di Stefano Buffagni, neodeputato M5S assai vicino a Di Maio, per il quale sta seguendo proprio la vicenda delle partecipate: “Il Movimento è la prima forza politica del Paese: nessuno sogni di non tenerne conto, a partire da Saipem e Cdp, perché lo sviluppo del Paese passa da questi nodi fondamentali”.

Icastico il leader della Lega Matteo Salvini: “Gentiloni non può decidere sulle nomine pubbliche. Mi appello a Mattarella”. Uomo avvisato…

Tim, ribaltone in cda: a Elliott la sponda dei sindaci

Elliott punta a chiudere il match con Vivendi al primo tentativo. Il fondo statunitense, azionista al 5,7% di Tim, che si sta battendo contro i francesi di Vivendi per rendere il colosso delle tlc italiano indipendente, spera di arrivare al ribaltone in cda già all’assemblea dei soci di Telecom Italia del 24 aprile. Il fondo scrive in una nota che “se gli azionisti” di Tim “appoggiassero la proposta di reintegrare un cda indipendente con pieni poteri alla prossima assemblea generale”, il fondo “non crede che dovrebbe tenersi un’altra assemblea degli azionisti il 4 maggio.” Ad aprire lo spiraglio per una vittoria rapida di Elliott è stata ieri la decisione unanime del collegio sindacale di Tim di richiedere di integrare l’ordine del giorno dell’assise di aprile con la nomina dei nuovi consiglieri. Il fondo punta a far eleggere la propria lista di 6 consiglieri, che vede in testa Fulvio Conti, poi Massimo Ferrari, Paola Giannotti De Ponti, Luigi Gubitosi, Dante Roscini e Rocco Sabelli. Intanto ieri Tim ha annunciato di aver notificato all’Agcom l’avvio della procedura dello scorporo della rete. Il presidente di Cdp, Claudio Costamagna ha ammesso “i contatti” con il fondo Usa sulla partita della rete.