“Giù, si è piegata come fosse di carta velina. Una cisterna alta quindici metri. E il boato si è sentito in tutta Livorno”. Benedetta ascolta le parole dell’operaio appena uscito dal porto con il volto ancora nero di fuliggine. Ascolta Benedetta e chiude gli occhi per non vedere i propri pensieri: la cisterna si è piegata, è implosa. E Lorenzo, il suo ragazzo, era lì: il volto aguzzo, i capelli neri e forti dei vent’anni, le spalle coperte di tatuaggi.
“Lorenzo, Lorenzo, Lorenzo”, ripete Benedetta come si sfrega una pietra focaia. Dieci ore fa era con lei e adesso…
Sono finite così, in una vampata terribile, le vite di due operai: Lorenzo Mazzoni, livornese di 25 anni, e Nunzio Viola, 52, napoletano. Alle 14 precise di ieri. La cisterna 62, che avevano appena svuotato, è esplosa: un’onda d’urto li ha travolti, peggio di una bomba. Poi una seconda onda, ma di calore, roba da centinaia di gradi. E loro schiacciati tra serbatoio e muro di contenimento. Nessuna speranza. Nunzio è morto sul colpo. Forse non si è accorto di nulla. Lorenzo invece sì: “Quando siamo arrivati abbiamo sentito che si lamentava – racconta uno dei soccorritori – Non mi ci faccia pensare, mi sembra ancora di sentirlo. Di vederlo… erano come… bolliti. Ustionati ovunque. Ma quel ragazzo… si lamentava. Allora hanno tentato di rianimarlo, anche se erano certi che sarebbe morto. Ci hanno provato per lui, perché non si sentisse solo mentre…”. Ma Lorenzo non è arrivato nemmeno all’ambulanza.
Siamo nel porto industriale di Livorno: distese di serbatoi e silos, montagne di container, ciminiere, gru alte come grattacieli. Un mondo per giganti dove gli uomini quasi scompaiono. Lorenzo e Nunzio sono all’interno della Neri spa – la famiglia Neri è tra le più note di Livorno, si è occupata anche del recupero della Costa Concordia – un gigantesco deposito di merci sfuse, anche gas. Lavorano per la Labromare, società che da quarant’anni si occupa di bonifiche ambientali nei porti. Hanno un contratto a tempo determinato, ma sono esperti: “Nunzio lo fa da vent’anni e più. Lorenzo anche se è giovane se ne occupava da sette anni. Suo padre ha fatto lo stesso lavoro per trentacinque anni e alla fine gli ha passato il testimone”, raccontano i colleghi mischiando senza accorgersene presente e passato.
Già, due lavoratori esperti. E un’operazione di routine: “La facciamo sette volte al mese, anche due alla settimana. Avevano appena terminato quella che viene chiamata la pulizia della cisterna, cioè lo svuotamento completo della cisterna dove era stato stivato dell’acetato di etile (che si usa nella lavorazione delle vernici)”. Un’operazione che richiede quattro persone: i due tecnici, poi un ispettore della sicurezza e l’autista del camion che imbarca il liquido. Ma tutto era finito: l’ispettore e l’autista si erano allontanati un attimo, questo li ha salvati. Lorenzo e Nunzio invece stavano lì accanto in attesa del via libera: “Abbiamo sentito una svalvolata, poi un’esplosione pazzesca. Quindi un vento fortissimo e rovente. E infine le fiamme”, racconta l’autista di un camion che aspettava di essere caricato.
Subito sono suonate le sirene. L’area è stata evacuata. Da Livorno sono arrivati i vigili del fuoco e sono riusciti a spegnere l’incendio. Ma due persone mancavano all’appello: i loro corpi erano lì. Lorenzo respirava ancora.
Cos’è successo? “Non abbiamo mai avuto incidenti”, racconta un collega che era entrato in Labromare con Lorenzo: “Abbiamo tutti gli strumenti possibili per misurare la presenza di gas, per evitare rischi. Anche i tubi sono costruiti con materiali anti-scintilla”. Ma basterebbe un attrezzo caduto oppure una telefonata sul cellulare… “I telefonini, però, non te li porti dietro. E poi, diamine!, era un’operazione semplice e loro erano esperti. Non riesco a capire”.
Intanto davanti ai cancelli della Neri arrivano colleghi, amici e parenti. Ma intorno il porto non si ferma. Sta tutto insieme: frastuono di camion, sirene di ambulanze, singhiozzi, sussurri. Il sindaco di Livorno, Filippo Nogarin, e il governatore della Toscana, Enrico Rossi, che accorrono ed escono con il volto terreo: “È impossibile. Non si può morire ancora per lavorare. Povera gente, che morte terribile”, sussurra Nogarin.
Intanto amici e parenti si cercano, si scambiano i frammenti del ricordo per cercare di mettere insieme un’unica immagine: “Lorenzo era figlio unico, suo padre e sua madre lo adoravano”, racconta la cugina. Arriva Paolo, un amico: “Amava tantissimo la Juventus”. E poi c’erano i tatuaggi, i viaggi. C’è chi tira fuori il cellulare e mostra una foto di Lorenzo che si tuffa: ecco la vita.
Nunzio faceva questo lavoro da decenni. Aveva svuotato centinaia di serbatoi. Lavorava alla Labromare da undici anni. “Quando c’era lui eravamo tutti tranquilli”, raccontano i colleghi. E invece ieri pomeriggio il telefono ha suonato in casa Viola dove c’erano la moglie e i quattro figli: “Venite, venite subito alla Neri. È successa una cosa terribile”.