Il Def a 5Stelle: Iva ferma, crescita e un pezzo di Rdc

Primo punto comune: fermare l’aumento dell’Iva da 12,5 miliardi da gennaio 2019. Movimento 5 Stelle e Lega stanno studiando il modo di usare la presentazione del Documento di economia e finanza per indicare le proprie idee di politica economica, quasi una prova generale di governo che servirà anche a segnalare convergenze o distanze, così da capire se ci sono basi comuni per governare insieme.

Il Documento di economia e finanza indica i saldi di bilancio da raggiungere con la legge di Stabilità, che viene scritta e approvata in autunno, e traccia i binari della politica di bilancio. Il governo Gentiloni dovrebbe approvarlo e mandarlo alla Commissione europea entro il 30 aprile, ma il termine è flessibile e, comunque, potrebbe anche lasciare il compito al prossimo governo. In attesa che il Parlamento sia pienamente funzionante, si insedierà una commissione provvisoria in ciascuna Camera, 40 deputati e 27 senatori, per esaminare i provvedimenti urgenti. In quella sede già si potranno mandare segnali politici, votando delle “risoluzioni” sul Def.

Il viceministro Enrico Morando (Pd) ha già detto all’Huffington Post che il governo non potrà tenerne conto: “Sarebbe un vulnus all’equilibrio costituzionale che un governo senza fiducia dica ‘accetto o non accetto’ una risoluzione, determinando una preclusione nei confronti delle altre risoluzioni”. Ma lo scopo è politico: indicare una linea, un programma minimo di governo.

La Lega per ora è su posizioni di attesa. Claudio Borghi Aquilini, neo eletto deputato, osserva che “sull’evitare l’aumento dell’Iva” sono tutti d’accordo. C’è da disinnescare una cosiddetta “clausola di salvaguardia”, cioè un aumento di tasse automatico ma differito per coprire spese già deliberate dai governi Renzi-Gentiloni. Bisogna trovare coperture alternative che non siano soltanto in deficit perché la Commissione europea è già pronta a contestare la mancata riduzione del disavanzo strutturale promessa ma non mantenuta dalla gestione Padoan: 2-3 miliardi, che probabilmente verranno tollerati, ma non se a quelli si aggiungono i 12,5 che costa fermare l’aumento dell’Iva. Per il resto, Borghi segue una linea pragmatica: “Se presenteranno un Def inaccettabile voteremo una risoluzione per dire che appena al governo lo riscriveremo da capo”.

I Cinque Stelle hanno messo invece al lavoro i loro ministri economici in pectore – Andrea Roventini, Pasquale Tridico e Lorenzo Fioramenti – con la deputata più esperta di dossier economici, Laura Castelli. Hanno progetti più ambiziosi di quelli leghisti. La loro risoluzione conterrà impegni sui temi centrali del loro programma: un aumento di risorse per il Rei, il reddito di inclusione, oggi ci sono 2 miliardi, ne servirebbero almeno altrettanti, poi ci sono i 2 miliardi per riformare i centri per l’impiego. È una piccola svolta, perché significa che i Cinque Stelle vogliono costruire il reddito di cittadinanza espandendo già nel 2018 il Rei avviato dai governi Renzi-Gentiloni, invece di azzerarlo come era scritto nel programma elettorale (per dare aiuti alle famiglie e poi ricominciare da zero).

Poi ci sarà la richiesta di mettere risorse per gli investimenti al Sud (la richiesta di Tridico è di rispettare la proporzionalità alla popolazione e portarli dal 19,6 al 34 per cento del totale nazionale, al netto dei fondi europei). I Cinque Stelle stanno cercando coperture per l’Iva, ma per il resto ci sarà la proposta di fare un po’ di deficit, anche per dare un segnale a Bruxelles che un eventuale governo Di Maio sarebbe determinato a prendersi qualche margine di manovra, ma senza sfasciare i conti.

Nel frattempo Padoan osserva: se il primo giro di consultazioni al Quirinale lascerà intravedere una maggioranza possibile, il ministro del Tesoro presenterà un Def con soltanto i conti tendenziali, cioè a legislazione vigente, lasciando quelli “programmatici” al prossimo governo. Se le cose dovessero complicarsi, invece, la linea è di trovare dei saldi programmatici minimi condivisi da tutti per risolvere la questione dell’Iva e poi rimandare il resto a fine maggio quando, si spera, ci sarà un nuovo governo insediato.

Statuti M5S, pronti a prendersi iscritti dagli altri gruppi

Li hanno approvati martedì notte, in assemblee partecipate e con alcune contestazioni. I nuovi statuti dei gruppi del M5S alla Camera e al Senato segnano un altro passo verso la gerarchizzazione dei poteri nel Movimento, con il capo politico Luigi Di Maio che deciderà quasi tutto. “L’assemblea ratifica a maggioranza assoluta dei propri componenti la nomina del Presidente del Gruppo proposta dal capo” si legge per esempio. E Di Maio potrà comunque revocare i capigruppo. Ma nel testo appare anche una norma che apre ai transfughi: “Eventuali richieste di adesione provenienti da deputati precedentemente iscritti ad altri gruppi potranno essere valutate, purché siano incensurati, non siano iscritti ad altro partito, non abbiano già svolto più di un mandato elettivo oltre quello in corso, ed abbiano sottoscritto il Codice etico”. Dal M5S lo descrivono come un articolo per aprire anche agli ex iscritti al Misto, sottoposti a procedure disciplinari. “Non prenderemo voltagabbana” giurano. Ma la possibilità c’è. Mentre compare anche una multa di 100mila euro per gli eletti espulsi o che si dimettessero dal gruppo.

Renzi: “Per l’inciucio serve il 93% del Pd e io ho più del 7%…”

“Il governo si fa? E quale governo?”. In versione “senatore di Scandicci”, Matteo Renzi rovescia i piani e la domanda sullo stato dell’arte della formazione del governo la fa lui ai giornalisti.

“Con i Cinque Stelle il Pd non può farlo, perché c’è lei”, è uno dei commenti. A quel punto, lui sposta immediatamente il piano del ragionamento e dice: “Non ci sono i numeri. Servirebbe il 93% del gruppo. E io almeno il 7% ce l’ho”. Come dire, ammette che l’ostacolo a un governo con Luigi Di Maio è lui. Perché servirebbe un Pd totalmente compatto.

Già che c’è, dice pure la sua sui numeri dei gruppi parlamentari. Di fronte all’osservazione: “Possiamo dire che ha intorno al 40%”, lui replica: “Se fosse stato così, gli altri si sarebbero contati nell’elezione dei capigruppo”. Il siparietto non è ancora finito. Domanda: “Si può dire che ha tra il 45% e il 55% e nessuno ha voluto rischiare di capire davvero quali sono i pesi?”. Risposta in battuta: “Metterla così è troppo facile. È come dire che al referendum potevo prendere il 40% o il 60%”.

Il Colle partirà dal centrodestra: un esploratore per trattare con i 5S

Tra una settimana, mercoledì 4 aprile, al Quirinale ci sarà la sfilata dei capi di partito per ragionare sul prossimo governo. Sergio Mattarella aspetta le consultazioni ufficiali, ma osserva il dibattito politico che registra bruschi cambi di posizione. Per esempio, rispetto all’accordo centrodestra più Cinque Stelle sui presidenti di Camera e Senato, il veto di Luigi Di Maio a Forza Italia di Silvio Berlusconi influisce negativamente sul rapporto diretto con Matteo Salvini, riconosciuto e apprezzato portavoce della coalizione. Al momento, non è più valido lo schema che ha portato all’elezione di Elisabetta Alberti Casellati e Roberto Fico ai vertici del Parlamento. Il punto fermo, che equivale a un punto di partenza per tentare di plasmare un esecutivo, è la compattezza del centrodestra: leghisti e forzisti andranno al Colle con delegazioni separate, però con una linea in comune e una disponibilità a cercare un “terzo uomo” per convincere Di Maio a sostenere un governo assieme a Salvini e Berlusconi. Di Maio non muta atteggiamento e insiste rivendicando per sé l’incarico per Palazzo Chigi e il no a Berlusconi.

Con il Pd che ha (ri)deciso di non decidere e guarda dagli spalti, il Quirinale è costretto a partire dal centrodestra e a individuare, per un mandato esplorativo, una figura che possa trattare con i Cinque Stelle proprio per non cadere in un deleterio interventismo né per passare subito alla soluzione finale, quella meno preferita, di un governo del presidente dall’incerta durata e dall’assenza di carattere politico. L’esploratore non dovrebbe mediare per se stesso, ma per avvicinare gli attori distanti. I Cinque Stelle da una parte ridimensionano tatticamente il dialogo con Salvini, dall’altra vellicano la parte più disponibile a un patto dei Dem. Ieri i capigruppo Giulia Grillo e Danilo Toninelli hanno invitato chi si è “collocato all’opposizione” – cioè il Pd – a non porsi come “freno al cambiamento richiesto dagli italiani”. L’appello non è sfuggito al Quirinale. L’ex segretario Matteo Renzi, però, non per caso, ha rintuzzato le timide aperture ai Cinque Stelle del reggente Maurizio Martina, già incolpato per l’eccessiva autonomia e quindi destinato a un breve mandato al Nazareno. Chiacchierando con i cronisti a Palazzo Madama, Renzi ha ricordato che per far nascere un governo Pd-M5S occorre il 93 per cento dei gruppi dem: “Volete che il senatore di Scandicci non abbia più del 7?”, ha scherzato Renzi, per confermare che il Pd non si muove dall’isolazionismo parlamentare.

Il linguaggio del nuovo Salvini (senza ruspe). Ora Matteo fa lo statista: “Porto buonsenso”

Com’è cambiato Matteo Salvini. Sceso dalla ruspa, ha scoperto i palazzi. Dal 5 marzo rassicura e include: ha maniere da aspirante statista. Martedì era ospite di Porta a Porta, ieri una sua intervista ha occupato una paginata del Corriere della Sera.

Sono scomparsi gli slogan antisistema che hanno portato la Lega dal 4,1% del 2013 al 17,3% del 2018. Salvini è istituzionale nel linguaggio e informale nell’abbigliamento (dal polsino della camicia spuntano un braccialetto verde e uno rossonero con la scritta “We are Ac Milan”). Da Vespa, ad esempio, Salvini sorride sempre. Messaggi inoffensivi, non chiude la porta a nessuno. La trattativa con Luigi Di Maio ora è in salita, ma per i Cinque Stelle ha parole flautate: “Non li conoscevo, ho trovato persone ragionevoli, costruttive e propositive”. Rassicura Berlusconi: “Rappresento una squadra, non solo me stesso o la Lega. Il centrodestra è unito, da soli non si va lontano”. Parla poco di immigrazione, non è tra i tre punti cruciali del programma (“Lavoro, tasse, economia”). Mette in fila pensieri affabili: “Cercherò di esercitare buonsenso”, “Farò di tutto perché gli italiani abbiano un governo serio in tempi brevi”, “Se per portare avanti questa idea d’Italia bisogna coinvolgere altri, per carità di Dio, non c’è problema”, “Rispetto il ruolo del presidente Mattarella”.

La capacità mimetica mostrata in queste settimane è notevole: ha impiegato 5 anni per trasformare la Lega da piccolo partito federalista a grande partito nazionalista e pochi giorni per cambiare radicalmente il suo linguaggio politico.

Il Salvini di prima aveva costruito la sua fortuna su frasi così: “L’euro è una moneta farlocca come quelle del Monopoli” (22 dicembre 2013); “Raderei al suolo i campi rom” (8 aprile 2015); “Se un bambino cresce con un genitore gay parte con un handicap” (14 marzo 2015); “Quando saremo al governo polizia e carabinieri avranno mano libera per ripulire le città. La nostra sarà una pulizia etnica controllata” (16 agosto 2016); “Ciampi è stato uno dei traditori dell’Italia e degli italiani” (16 settembre 2016); “Napolitano non dovrebbe essere intervistato, pagato e scortato, dovrebbe essere processato” (3 agosto 2017); “Mattarella ha detto al Vinitaly che il destino dell’Italia è legato al superamento delle frontiere e non al loro ripristino. Se lo ha detto da sobrio, un solo commento: complice e VENDUTO” (10 aprile 2016). Tra pochi giorni si incontreranno al Quirinale, ma sarà un Salvini tutto nuovo.

Tutti contro Di Maio. Dalla Lega a Renzi muro sulle alleanze

Il giorno della guerra totale, al Di Maio che aveva fatto la mossa. Perché martedì il candidato premier a 5Stelle aveva scritto sul blog che vuole dare le carte, trattare con (almeno) due forni e andare a Palazzo Chigi: e si scordassero altri nomi. E ieri dai due forni gli hanno presentato il conto. Così ecco che il fornaio in camicia verde Matteo Salvini gli tira frecciate in serie, e alla fine sono tweet incrociati da lite condominiale. Mentre il titolare dell’altro forno, Matteo Renzi, sbarra la saracinesca, per chiudere dentro anche quei dem che vogliono trattare.

E allora in Senato il Pd invoca posti e grida al Movimento che “non dà accesso all’opposizione”. Mentre il reggente Maurizio Martina, che pure aveva cercato più volte il M5S, fa sapere che i dem non andranno al tavolo con i capigruppo dei 5 Stelle prima delle consultazioni al Colle. “Non farete mai un governo con i nostri voti”, monita Matteo Orfini. Ed è il rintocco di un giorno da trincea, per Di Maio. Perché il suo post di due giorni fa, scritto per non rimanere schiacciato su una trattativa con la Lega, ha fatto arrabbiare più o meno tutti. Dal possibile alleato Salvini, che si è visto relegato a un interlocutore come un altro, al sicuro nemico Renzi, che ha visto e letto dei segnali incrociati tra Movimento e minoranze varie.

E quindi muove la contraerea, perché il suo obiettivo è sempre quello, costringere il M5S ad abbracciare il Carroccio. Lineare, come la voglia di Di Maio di guidare il gioco. E di non abbandonare la pista che porta a sinistra. Tanto che il Movimento bolla solo ufficiosamente come “ripicca” il no del Pd agli incontri. Mentre i due capigruppo, la deputata Giulia Grillo e il senatore Danilo Toninelli, convocano ugualmente una riunione per questa mattina alla Camera, con tutti i capigruppo. E nel comunicato si rivolgono ai dem: “Invitiamo anche chi ha già deciso di autocollocarsi all’opposizione: per ora hanno rifiutato l’invito anteponendo l’interesse per le poltrone al trovare soluzioni”.

Uno schiaffetto per non rompere. Però la certezza è che il pallino al M5S non vuole lasciarlo nessuno.

A partire da Salvini, che pure con Di Maio aveva chiuso l’intesa sulle presidenze delle Camere, in un diluvio di telefonate ed elogi reciproci. Ma ora il leghista pretende di trattare da pari grado. Lo aveva fatto capire qualche giorno fa, con la sua prima, vera proposta per il governo a Di Maio. Non sui nomi per le varie poltrone, di cui non hanno mai parlato. Ma sul metodo. Tradotto, la Lega ha proposto al Movimento di dividersi i ministeri del futuro esecutivo per blocchi. Ossia con un settore che si potrebbe definire della sicurezza (Interno e Difesa) al Carroccio con due ministri della Lega e sotto, a controllare, i sottosegretari del M5S. E così via invertendo: Economia ai grillini coi vice leghisti ecc.

Una via per creare delle mini-filiere, più veloci sul piano operativo, e diminuire il rischio di veti incrociati. E proprio ieri Salvini ha elencato i ministeri “indispensabili” per il Carroccio: “Il ministero dell’Interno, il Bilancio per la riduzione delle tasse, l’Agricoltura e la Pesca e il ministero per la disabilità”. Di certo la proposta non era dispiaciuta al Movimento. Da dove però non hanno preso impegni. Ma Salvini non gradisce, e sul Corriere della Sera lo dice dritto: “Se Di Maio vuole allearsi con il Pd auguri, e mi sono stupito dell’atteggiamento ‘o comandiamo noi o niente”. E poi, “io non parto senza Forza Italia”. Ovvero, senza quel Berlusconi con cui il M5S non può fare accordi di governo: e dunque “ si torna al voto al 50%”. Però Toninelli prova ugualmente a lanciargli un segno di pace: “Bene l’apertura di Salvini sul reddito di cittadinanza”. Invece il leghista cala una nota bellica: “Stop a tutti gli sbarchi”.

Poi entra proprio a gamba tesa: “Ma da solo Di Maio dove va? Voglio vederlo trovare 90 voti in giro, che dalla sera alla mattina si convincono. E poi 50 voti sono molti meno di 90”. Il capo dei 5Stelle replica su Twitter: “Salvini dice che gli bastano 50 voti. Vuole fare il governo coi 50 voti del Pd di Renzi in accordo con Berlusconi? Auguri!”. Ma proprio Forza Italia in serata fa sapere che andrà al tavolo coi capigruppo del M5S. Ben sapendo di essere il più scomodo dei commensali. E Salvini piazza l’ultimo fendente: “Non mi vedo a fare il ministro in un governo Di Maio”. Amen.

I 5 Stelle prendono tutto: al Pd solo un vicepresidente

Guerra di tutti contro tutti, con il Pd che ne esce sconfitto. Il secondo atto delle nuove Camere, ovvero l’elezione dell’ufficio di presidenza di Palazzo Madama, è una giornata piena di tensione, con l’accordo tra Cinque Stelle, centrodestra e dem che si rompe, rivendicazioni incrociate tra Forza Italia e Fratelli d’Italia, con la Lega in mezzo e uno scontro frontale tra Pd e Movimento.

Alla fine, in Senato, il Pd prende solo una vicepresidenza, quella dell’orlandiana, Anna Rossomando (con 63 voti). Le altre vanno al leghista Roberto Calderoli (164), a Ignazio La Russa di Fli (119), a Paola Taverna di M5S (105). I tre Questori, che amministreranno il Senato, saranno Antonio De Poli (FI con 165 voti), Paolo Arrigoni (Lega, 130) e la grillina Laura Bottici (115). Gianni Pittella, candidato del Pd, resta fuori con 59 voti. Cinque Stelle e centrodestra, infine, si dividono gli 8 segretari d’aula: 4 vanno al Movimento, 2 alla Lega, 2 a FI.

“I Cinque Stelle puntano i piedi? Noi andiamo avanti per la nostra strada per far partire il Parlamento”. Matteo Salvini, fiocco catalano sulla giacca, spende qualche minuto in Senato per dare la sua versione sulla partita delle vicepresidenze: “Il Pd? Cinque anni fa si presero le due presidenze, noi non stiamo facendo lo stesso. Ora non si possono imporre”. Così il leader del Carroccio si tira fuori, non senza aver prima fatto una serie di riunioni con i vertici di tutto il centrodestra.

Cosa è successo? Per arrivare alla quadra, con la presidenza del Senato a Forza Italia (Elisabetta Alberti Casellati) e quella della Camera al M5S (Roberto Fico), i Cinque Stelle si erano detti disponibili a rinunciare alla vice presidenza a Montecitorio. Il Pd, però, ha chiesto pure il questore: a quel punto tutta lo schema è tornato a ballare, anche perché il M5S dai vertici delle Camere vuol fare la sua campagna sui tagli dei costi della politica e per farlo ha bisogno di tutte le poltrone possibili.

Tra le variabili, però, va conteggiato anche quel che spetta al centrodestra: la Lega non ha presidenze e dunque rivendica due vicepresidenti, come Fratelli d’Italia, mentre a Forza Italia ne va uno (alla Camera). E poi ci sono i questori (6 in tutto): i Cinque Stelle ne vogliono due e due pure la Lega. Per forza numerica anche gli altri due spetterebbero al centrodestra (al Senato è andato a FI), ma il Pd ne rivendicava uno per ramo del Parlamento: alla fine probabilmente non ne avrà nessuno.

Torniamo a ieri in Senato. Si inizia a votare al buio (2 preferenze per “poltrona”) e il centrodestra si vota i suoi: Calderoli, La Russa, De Poli. A quel punto, la battaglia è tutta tra Pd e Cinque Stelle. I capigruppo M5S di Camera e Senato, Giulia Grillo e Danilo Toninelli, incontrano gli omologhi Pd, Graziano Delrio e Andrea Marcucci. Offrono due vicepresidenze. Il Pd vuole anche i questori e offre in dote 54 voti che avrebbero permesso alla candidata di M5S, Laura Bottici, di essere la più votata, divenendo il presidente del Collegio dei questori. Il tutto in cambio di un congruo numero di voti per il dem Gianni Pittella a scapito di uno dei due candidati del centrodestra. Niente da fare.

Marcucci convoca i senatori Pd, che alla fine votano solo i loro: Rossomando, Pittella e Margiotta come segretario d’Aula. Anche i Cinque Stelle votano solo i loro, lasciando uno spazio bianco nella casella della vicepresidenza: questo permette alla Rossomando di essere eletta, non a Pittella e Margiotta. Nel Pd è tutta una denuncia. Pittella fa notare: “Non avere il questore significa non aver accesso ai conti del Senato”. Marcucci: “Per la prima volta nella storia repubblicana l’opposizione parlamentare non avrà accesso al funzionamento della macchina del Senato. Un fatto senza precedenti”. E il reggente Martina: “La presenza del Pd nelle presidenze è una questione democratica”. I Cinque Stelle contestano l’assunto: non c’è il governo, quindi non c’è l’opposizione. Renzi, tra una battuta e l’altra, conia lo slogan: “Quando c’era il Pd tutti parlavano di poltronismo, ora che c’è il M5S si dice ‘espressione della volontà popolare’. Ecco, l’espressione della volontà popolare is the new spartizione di poltrone”.

In questo clima, il Pd si rifiuta di andare alle pre-consultazioni con Di Maio. Va ricordato che nel 2013 al M5S fu dato un questore al Senato e alla Camera un vicepresidente e due segretari d’aula. Più o meno quello che stavolta dovrebbe toccare ai dem (che hanno preso pure meno voti): a Montecitorio si vota oggi e la trattativa è ancora in corso. Non è detto che vada a finire bene.

Alta pressione

Ricordate il complotto del capitano del Noe Gianpaolo Scafarto per colpire il governo Renzi fabbricando prove false contro babbo Tiziano&C.? Tutte balle: l’ha scritto l’altroieri il Tribunale del Riesame di Roma, reintegrando l’ufficiale del Noe sospeso per un anno e facendo a pezzi le cinque gravissime accuse mossegli dalla Procura. Ricordate le soffiate al Fatto del pm Henry John Woodcock e della sua amica Federica Sciarelli, interrogati e perquisiti come banditi? Tutte balle: l’ha detto la stessa Procura di Roma e poi il gip che ha archiviato il fascicolo. Ricordate gli abusi sistematici di Woodcock, pm falsario, complottista, spregiudicato e chiacchierone, smascherati dal Pg della cassazione e dal Csm, con una raffica di procedimenti disciplinari e pratiche per trasferirlo d’ufficio? Tutte balle: l’ha detto il Pg della Cassazione che ha archiviato 6 accuse disciplinari e la giornalista Liana Milella, che ha confermato al Csm di aver pubblicato come intervista un colloquio privato che doveva restare riservato. Ricordate le perquisizioni a tappeto da parte di 12 finanzieri nella sede del Fatto e nelle case di Marco Lillo, dell’ex moglie, dell’anziano padre a caccia delle fonti del nostro vicedirettore, ovviamente complice della congiura? Erano illegittime: l’ha detto la Cassazione, che ha annullato tutti i provvedimenti di perquisizione e sequestro.

Ricordate i crimini di Paola Muraro, per anni consulente dell’Ama, scoperti improvvisamente al momento della sua nomina ad assessore all’Ambiente della neonata giunta Raggi e martellati da tg e giornaloni per sei mesi, con accuse di complicità con Mafia Capitale e spiattellamento di presunti amanti, fino all’agognato avviso di garanzia e alle sue dimissioni? Tutte balle: l’ha detto la stessa Procura di Roma, che ora chiede di archiviare anche la minuscola contravvenzione ambientale sopravvissuta a un’indagine già finita nel nulla su tutto il resto. Ricordate i terribili delitti di Virginia Raggi, fra nomine illegittime (Marra sr., Marra jr., Romeo ecc.), tangenti e compravendite di voti camuffate da polizze-vita, collusioni con la destraccia romana e naturalmente sesso sfrenato con chiunque le capitasse a tiro? Tutte balle: l’ha detto la stessa Procura, chiedendo di archiviare tutto perché tutte le nomine erano legittime e delle polizze la sindaca non sapeva nulla, salvo una sua dichiarazione all’Anticorruzione sul ruolo di Marra nella nomina del fratello. Ricordate la soffiata di Renzi a De Benedetti sul decreto banche, che fruttò all’Ingegnere 600 mila euro di plusvalenze in Borsa?

Tutto vero: lo dicono le telefonate fra il finanziere e il suo broker, scoperte dalla Consob e a dir poco trascurate dalla Procura, che s’è appena vista respingere dal gip la richiesta di archiviazione e ordinare altre indagini.

Questa serie ravvicinata e impressionante di fiaschi collezionata dalla Procura capitolina si può leggere in due modi: una sequela di disavventure investigative slegate fra loro, frutto di sciatteria, incapacità, pressappochismo, complice la formidabile pressione politico-mediatica che accompagnava ogni indagine; o una certa condiscendenza, magari addirittura inconsapevole ma irresistibile, alle aspettative dei palazzi del potere che, a Roma, sono tutti concentrati in un fazzoletto di terra e molto aperti ai reciproci spifferi. Nel marzo del 1996, quando il pool di Milano scese nella Capitale per arrestare il giudice Squillante e gli avvocati del giro Previti-B. che lo tenevano a libro paga, scoprirono che nell’ambiente tutti sapevano quel che facevano “Renatino”&C., ma anche magistrati illibati come il procuratore Coiro, leader storico di Md chiudevano gli occhi per quieto vivere. Perché “a Roma si fa così”. Francesco Saverio Borrelli, con la sua prosa tagliente ed efficace, osservò allibito: “Mi rendo conto come a Roma, per un magistrato, sia assai più difficile lavorare in totale indipendenza, per la concentrazione di poteri politico-istituzionali che c’è, e che si traduce in una sorta di… pressione atmosferica. Che talvolta può essere sentita inconsapevolmente e talvolta può portare a connivenze o complicità”.

Noi non possiamo sapere se anche negli ultimi anni quella “pressione atmosferica” si sia fatta sentire anche in un ambiente molto diverso dal vecchio “porto delle nebbie”. Ci limitiamo a segnalare tutte queste coincidenze a chi volesse studiare come sono cambiate negli ultimi anni la magistratura e la stampa. È un fatto però che, finché Renzi è rimasto al potere, tutto è andato secondo i suoi piani: per lui, nemmeno un avviso di garanzia per insider trading; per chi entrava nel suo mirino, guai a non finire. Renzi voleva distruggere la giunta Raggi politicamente, ma anche moralmente e penalmente, per fare di Roma la Caporetto dei 5Stelle in chiave nazionale. Ed è stato accontentato: per due anni s’è parlato quasi soltanto dei guai giudiziari della sindaca e della sua giunta, e pazienza se non c’era neppure l’ombra di fatti che facessero sospettare tangenti o collusioni criminali. Infatti il bilancio finale è la sindaca imputata per una frase e un dirigente suo collaboratore a giudizio per una casa regalata da un palazzinaro ai tempi di Alemanno. Renzi aveva accusato la Muraro di essere tutt’uno con Mafia Capitale, annunciando mirabolanti sviluppi. E fu accontentato con indagini che non si capiva cosa riguardassero, ma si gonfiavano come panna montata, inversamente proporzionali ai fatti che (non) emergevano. Infatti il bilancio finale è una richiesta di archiviazione pure per l’infrazione ambientale superstite sui quantitativi di rifiuti smaltiti in due impianti Ama. Una caccola.

Renzi aveva preannunciato, nel suo libro e in vari comizi, novità sconvolgenti sul complotto ordito a colpi di prove false ai danni suoi e dei suoi cari da Scafarto, Woodcock e Fatto. E fu accontentato, con indagini sulle indagini ben più penetranti e clamorose dell’inchiesta sul vero scandalo scoperto dai pm di Napoli (che infatti ne fu completamente oscurata, anche se si reggeva su fatti inoppugnabili): i traffici dell’imprenditore Romeo per truccare la gara Consip del più grande appalto d’Europa con l’aiuto di babbo Renzi e del suo galoppino Carlo Russo, che l’imprenditore intendeva ricompensare con 30 mila e 2.500 euro al mese; e le fughe di notizie che salvarono il padre del premier e gli altri da guai peggiori (fino alla rimozione delle cimici dalla sede Consip). Infatti il bilancio provvisorio del Riesame (in attesa della Cassazione) è questo: i falsi attribuiti a Scafarto erano in parte errori in buona fede, piuttosto frequenti in indagini così complesse e mai perseguiti dai pm, e in parte ipotesi investigative tutt’altro che infondate; le rivelazioni di segreto, normali passaggi di carte già note ai destinatari e agli indagati; il depistaggio, una bufala; Scafarto “perseguì l’accertamento della verità” anche quando era scomoda per l’accusa (“salvò” persino Marco Carrai, che il Noe sospettava aver incontrato l’ad di Consip Marroni, scoprendo che si trattava in realtà del quasi omonimo Marco Canale, presidente di Manutencoop); e gli unici fatti certi sono i “consistenti elementi indiziari sul coinvolgimento di Tiziano Renzi nella vicenda Consip”, come la “discussione registrata fra Romeo e Bocchino” sui “compensi da attribuire (anche) a Tiziano Renzi, determinati, nelle intenzioni, in 30.000 euro al mese” e “annotati in appunti con indicazione di cifre significativamente corrispondenti”.

Non ci voleva un genio, per capire come stavano le cose e come sarebbero andate a finire. Bastava leggere gli atti, ancorarsi ai fatti, mantenere buona memoria e non lasciarsi trasportare dalle campagne depistanti del renzismo arrembante. Infatti, come qualche lettore attento ricorderà, il Fatto tenne sempre la barra dritta, resistendo a ogni “pressione atmosferica”. Anche quando tutti dicevano il contrario, atteggiandosi a cacciatori di fake news (proprio mentre ne fabbricavano e spacciavano a piene mani) e facendoci apparire come difensori d’ufficio di Tizio o nemici preconcetti di Caio. Ora che il vento è cambiato, è facile dire certe verità. Prima del 4 marzo, un po’ meno.

Erano Molly, Affleck e DiCaprio: non sul set, ma dentro una bisca

Il nome Molly Bloom vi dice qualcosa? No, non stiamo parlando del personaggio ideato da James Joyce per il suo Ulisse ma della regina del poker delle star. Nei primi anni del 2000, organizzava gestiva un giro di partite nelle suite degli alberghi più lussuosi di New York e Los Angeles cui partecipavano Ben Affleck, Tobey Maguire, il premio Oscar, Leonardo Di Caprio e molti altri ancora.

Si davano battaglia in agguerrite partite di Texas Hold ’Em fra mazzieri professionisti e bariste pin-up. La posta iniziale era di 250 mila dollari e si andava avanti per giorni fra champagne e lusso, sinché c’erano fiches e girava la fortuna. Immaginate la scena: chi non sognerebbe di sedersi al tavolo contro un super vip o un collezionista milionario e sconfiggerlo all’ultima carta, magari bluffando, vincendo un piatto da un paio da milioni di dollari? Era una tentazione irresistibile e Molly lo sapeva.

Dopo un grave infortunio sciistico che ha chiuso prematuramente la sua carriera, si è rimboccata le maniche e nel giro di un paio di anni, non ancora trentenne, ha creato un giro di partite di poker professionistiche da milioni di dollari. Una storia di successo in puro stile americano. Almeno finché la mafia russa non è entrata a far parte del gioco e Molly è stata arrestata da venti agenti dell’Fbi nell’aprile del 2013. Ma questo è solo una parte della sua storia che ha raccontato in Molly’s Game, appena pubblicato da Rizzoli (pp.328 euro 19 tr. Roberta Zuppet).

Da regina a (quasi) galeotta, non sorprende che la sua vita sia già diventata un film ad alto budget con Jessica Chastain protagonista e Idris Elba ad interpretare il suo agguerrito avvocato, diretti da Aaron Sorkin, esordiente speciale dietro la macchina da presa. Molly ha sempre avuto la stoffa: sognava di diventare campionessa olimpica spronata sia da Larry, il padre terapeuta (sullo schermo è Kevin Costner) che dai propri fratelli, Jeremy e Jordan, un campione sportivo e un chirurgo di fama internazionale. Così, dopo l’infortunio ha aguzzato l’ingegno. A trent’anni aveva un conto in banca milionario, poi l’Fbi le sequestrò tutto. In cambio della libertà esigevano che consegnasse messaggi e mail di celebrità e politici a dir poco compromettenti. Sarebbe stato un caso mediatico mondiale. Ma disse no. Di colpo senza un soldo, aveva solo il proprio nome da difendere (le celebrità emerse provengono da una deposizione di un altro testimone). Anziché patteggiare si è dichiarata colpevole di aver gestito un giro di scommesse illegali e nel maggio 2014 è stata condannata a 12 mesi di libertà vigilata con 200 ore di servizio civile e multe da centinaia di migliaia di dollari. La Madame del Poker catalizza l’attenzione del lettore raccontando la propria folle storia vera: viveva in un attico su Central Park con chef privati e una Bentley ad attenderla. Ma doveva fare i conti con una feroce dipendenza dalle droghe e ha subito un pestaggio a sangue da parte di un sicario mafioso.

Sapeva oppure no che i russi riciclavano milioni di dollari con le partite? Chissà. Molly – oggi 39enne – ha carattere da vendere. A dodici anni, per curare una gravissima scoliosi, le fusero undici vertebre, rinforzandole con barre di metallo. Eppure riuscì a gareggiare ancora: “Mi hanno chiesto molte volte: se potessi tornare indietro, rifaresti le stesse cose? La risposta è sì, mille volte sì. Ma sono stata costretta a guardarmi dentro, a perdere ogni cosa, a cadere a faccia in giù davanti al mondo, e le lezioni che ho imparato risalendo la china si sono rivelate preziose quanto quelle che ho imparato scendendola”.