L’inedito dottor Jannacci mentre fulmina tutti i sani

Giocava a fare il matto, ma chi non avrebbe affidato il cuore al suo bisturi? Cinque anni senza Jannacci, il finto-laico smagato che da bambino, raccontò una volta, scoprì la possibilità di Dio su un tram, negli occhiali caduti a un uomo dimesso. Neanche il tempo di voltarsi, e Qualcuno li aveva ripiazzati sul naso di quel passeggero in difficoltà. E chi, se non il Godot beckettiano che a un certo punto della carriera Enzo andò a cercare su un palco insieme all’amico Gaber?

Era un geniaccio spiazzante, il medico-cantautore. Forse Il più grande di tutti, come sostengono i promotori (Archivio Nazionale Cinema d’Impresa di Ivrea, Centro Sperimentale di Cinematografia e Fondazione Cineteca Italiana) dell’evento di stasera al Museo Interattivo del Cinema di Milano e in contemporanea al Centrale di Torino, dove l’artista sarà ricordato con la proiezione di materiali preziosi, come Informazione Leitmotiv, un corto realizzato dalla Olivetti nel ’69, dove Enzo debutta da attore nel doppio ruolo di un provinciale sprovveduto e di una navigata rockstar; gli spot d’animazione (firmati De Mas) dei Caroselli del ’70 per la San Pellegrino, o ancora il cortometraggio Alfa e Omega, che nel ’61 segnò la prima collaborazione tra Jannacci e Bruno Bozzetto. Ma il gioiello è l’intervista inedita dell’87 Maestro, chi sono i diversi? che fu ideata da Ranuccio Sodi per il programma Rai L’importante è esagerare. Non andò mai in onda, perché il protagonista andò oltre rispetto alla missione: qui le sue lunari affabulazioni furono giudicate troppo criptiche e assurde per l’utilizzo sul piccolo schermo. Più di trent’anni dopo, il reperto in 16 mm è stato recuperato in un polveroso magazzino e restaurato in digitale.

In scena, a inseguire il “Maestro” nei panni di un reporter insistente ma sottomesso ai limiti del masochismo, c’è Riccardo Piferi, che dello stesso Jannacci fu stretto collaboratore. E quella dell’ansimante discepolo armato di microfono e registratore è una penitenziale discesa nell’abisso dialettico in cui Jannacci continua a spingerlo, tra un quesito e l’altro, mentre volteggia leggiadro sui pattini (una reminiscenza del video di Quelli che…, probabilmente), su un prato di periferia, nel reparto arredamento della Rinascente contrabbandato come casa propria, su un tapis roulant, dentro una sauna, sotto la doccia.

Quando Piferi domanda “chi sono i diversi?”, Enzo risponde: “Quelli per i quali NOI siamo un po’ diversi: sono gli omosessuali, handicappati, negri, inglesi, Romina e Albano. Sono i non udenti, e quando la tv fa uno spettacolo per loro, un’annunciatrice lo dice a voce: e come fanno a sentirla?”. Il povero Riccardo viene continuamente sollecitato a pensarla in modo alternativo: “Lei deve prevaricare, non seguire gli altri. Deve aiutare solo chi non ne ha bisogno, provocare sé stesso: mangi un pezzo di microfono”. E che ne pensa il Maestro di Battisti? “È sempre il primo, una pedalata che partiva e ti dava subito venti chilometri, non è che stava chino come Zandegù, stava più eretto.

Una volta facevo il dottore sportivo e lui mi ha detto: ‘devo arrivare al mio paese in Maglia Rosa, mi bombardi a tappeto’, e io gli ho dato benzedrina, amfetamine, polpette… perché lei mi sta parlando del ciclista, no? No? E allora che Battisti è?”. Una rasoiata. Alla Rinascente Jannacci si stende sul letto in esposizione: puro cabaret. “Come? Perché c’è tutta questa roba a casa mia?

Prendo a stock, e la gente mi fa regali ma lascia i prezzi, non sono molto educati. Se la musica qui mi disturba? Alle sette e mezzo di sera il mondo si placa un po’”. Sembra di essere al Derby, ti aspetti di veder spuntare da un angolo Cochi e Renato o Beppe Viola. La televisione, chiede Piferi? Enzo cita sé stesso: “L’ha g’ha una forsa de leun. E la t’endormenta come un cuiun. È un bell’oggetto, si accende, si spegne, gli manca solo la parola. La gente la guarda, tanti scemi, anch’io”. E poi la botta: “Sento che la mia intelligenza va scemando. Non ho perso né il pelo né il vizio né il ‘furbizio’, ma mi rifiuto anche di razzolare. Però intanto, cari ragazzi, le cose ve le dico!, Tié!”. Un gesto dell’ombrello e il Maestro fulmina tutti. Anzi, solo i sani.

“Quel Vangelo (con inganno) sul comodino di Pasolini”

Da domani in libreria “Hotel Pasolini”, l’autobiografia del produttore Alfredo Bini. Ne pubblichiamo uno stralcio.

Io e Pasolini subimmo una lunga sequenza di carognate. La reazione alle nostre opere fu durissima, e mi investì personalmente. Pasolini aveva in sé un valore artistico oggettivo: era l’uomo che più irritava il quieto stagno italiano nel pieno del boom economico. La sua opera era la spia e insieme l’analisi di un momento preciso che stava cambiando la nostra società, il momento in cui le generazioni che erano uscite dalla guerra si avviavano verso una società consumistica che confondeva sviluppo e progresso. A cambiare totalmente erano le nostre stesse radici: il fatto di mettere in modo inequivocabile la società italiana di fronte a questo cambiamento, e forse anche a un suo tradimento, non poteva essere accettato. Non era accettabile che un marxista, pederasta e dunque già esecrabile, facesse la morale a tutti. Non era accettabile e basta.

La reazione contro La ricotta fu volta chiaramente a scoraggiare la produzione di nuovi film, e fu violenta, perché c’era in Pasolini capacità di analisi e grande sensibilità. Con Pasolini andava fatto uno sforzo per alzarsi al di sopra delle polemiche. L’unica via era quella di recuperare il credito perduto e rispondere agli attacchi con un’opera d’arte incontestabile. Durante un viaggio in Africa, Pasolini mi accennò all’idea di realizzare un film dalla parabola di Lazzaro, in omaggio a suo fratello ucciso dai partigiani a Porzûs. A me il progetto non interessava, sarebbe durato mezz’ora, non avrebbe avuto senso. C’erano ormai dei contatti avviati con la Pro civitate christiana di don Giovanni Rossi ad Assisi, un’associazione di volontari cattolici. Nel corso dei primi anni Sessanta questa comunità, complice anche il Concilio vaticano II, aveva accentuato l’interesse verso la sinistra cattolica, allacciando contatti con il mondo laico. Pasolini accettò il loro invito a partecipare a un convegno, e d’accordo con alcuni frati lasciammo in camera sua una copia del Vangelo secondo Matteo. Lui lo lesse tutto d’un fiato, durante una notte insonne e ne fu entusiasta. Mi sembrava l’uovo di Colombo: avevamo individuato un testo particolarmente adatto alla sua personalità, alla sua poetica, una storia profondamente spirituale, come lo era lui. Pasolini era sempre stato netto, integro; e non c’era nulla come il Vangelo che fosse altrettanto privo di compromessi, di sfumature, di mezze misure. D’altra parte il progetto presentava delle evidenti criticità: era difficile immaginare un film sul Vangelo diretto da un autore condannato per vilipendio alla religione! Non molti sanno che tra me e Pasolini vigeva l’abitudine di scriverci lettere per riassumere i rispettivi punti di vista sulle opere da realizzare. E non si parlava di denaro, ma dell’impostazione generale del film. Al ritorno da alcuni sopralluoghi in Africa, Pasolini scrisse i suoi propositi per il Vangelo in una famosa lettera, un vero saggio di seduzione di un autore verso il proprio produttore.

“Caro Alfredo, mi chiedi di riassumerti per scritto, e per tua comodità, i criteri che presiederanno alla mia realizzazione del Vangelo secondo san Matteo. Dal punto di vista religioso, per me, che ho sempre tentato di recuperare al mio laicismo i caratteri della religiosità, valgono due dati ingenuamente ontologici: l’umanità di Cristo è spinta da una tale forza interiore, da una tale irriducibile sete di sapere e di verificare il sapere, senza timore per nessuno scandalo e nessuna contraddizione, che per essa la metafora ‘divina’ è ai limiti della metaforicità, fino a essere idealmente una realtà. Inoltre: per me la bellezza è sempre una ‘bellezza morale’: ma questa bellezza giunge sempre a noi mediata: attraverso la poesia, o la filosofia, o la pratica: il solo caso di ‘bellezza morale’ non mediata, ma immediata, allo stato puro, io l’ho sperimentata nel Vangelo. Quanto al mio rapporto ‘artistico’ col Vangelo, esso è abbastanza curioso: tu forse sai che, come scrittore nato idealmente dalla Resistenza, come marxista ecc., per tutti gli anni cinquanta il mio lavoro ideologico è stato verso la razionalità, in polemica coll’irrazionalismo della letteratura decadente (su cui mi ero fermato e che tanto amavo). L’idea di fare un film sul Vangelo, e la sua intuizione tecnica, è invece, devo confessarlo, frutto di una furiosa ondata irrazionalistica. Voglio fare pura opera di poesia, rischiando magari i pericoli dell’estetica (Bach e in parte Mozart, come commento musicale: Piero della Francesca e in parte Duccio per l’ispirazione figurativa; in realtà, in fondo preistorica ed esotica del mondo arabo, come fondo e ambiente). Tutto questo rimette pericolosamente in ballo tutta la mia carriera di scrittore, lo so. Ma sarebbe bello che, amando così visceralmente il Cristo di Matteo, temessi poi di rimettere in ballo qualcosa”.

“Dall’inciviltà quotidiana si arriva al delitto”

Il rastrellamento del Velodrome d’Hiver è il momento più simbolico della memoria della Shoah in Francia. Sia per l’arresto massiccio di ebrei, più di 16 mila (su 75 mila persone deportate dalla Francia). Ma purtroppo la memoria si perde, i giovani ne sanno sempre meno. E i fatti vengono travisati da dichiarazioni come quelle di Marine Le Pen che l’anno scorso minimizzò la responsabilità della Francia”. Yonathan Arsi è vice-presidente del Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche di Francia (Crif), all’origine della marcia silenziosa che partirà alle 18 e 30 di oggi dalla place de la Nation, a Parigi, e arriverà in avenue Philippe Auguste, davanti alla casa di Mireille Knoll. La donna che, bambina, sopravvisse al rastrellamento del ‘42, non è sfuggita all’odio antisemita alcuni giorni fa, a 85 anni. Il suo aguzzino, un musulmano di 29 anni vicino di casa, e il suo complice di 22, l’hanno accoltellata più volte prima di dare fuoco all’appartamento. Sono stati incriminati per omicidio a carattere antisemita. Alla marcia parteciperanno responsabili di tutti i partiti, tranne Marine Le Pen. Knoll abitava in un casa popolare, ma gli aggressori pensavano di trovarvi gioielli e soldi. “Il pregiudizio che lega ebrei e denaro persiste e si trasmette da una generazione all’altra. Altri omicidi antisemiti hanno avuto il movente del denaro, come quello di Ilan Halimi, il giovane sequestrato e torturato nel 2006 – ricorda Arsi -. Einstein diceva ‘è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio’. Servirebbe la mobilitazione di politici, famiglia, scuole. Ma non basterà un’intera generazione”.

Le statistiche mostrano che gli atti antisemiti sono in calo, ma crescono quelli più violenti. Come lo spiega?

Si sporgono sempre meno denunce per le piccole inciviltà quotidiane e questo falsa i dati. Le persone sanno che raramente si viene puniti per un graffito antisemita. E poi molto antisemitismo circola sul web. Ma questi gesti quotidiani non denunciati alimentano un clima diffuso che poi sfocia in atti più violenti, favoriti dai discorsi dell’islamismo radicale.

Il governo propone un sistema di pre-denuncia online. Le sembra utile?

Sì se motiva le persone a tornare a denunciare anche le piccole inciviltà. Si avrebbe un’immagine più realistica dell’antisemitismo.

Come vivono oggi gli ebrei in questo Paese?

In certi quartieri, soprattutto popolari, esser identificati come ebrei può rendere la vita difficile: portare la kippah o iscrivere i figli alla scuola pubblica. C’è chi preferisce andarsene. Altri scelgono l’esilio interno e si rassegnano all’idea di vivere nascosti.

C’è sempre la tentazione di partire per Israele?

Negli ultimi anni il numero delle partenze è in calo. Erano 8mila nel 2015, 5mila nel 2016, 3.700 nel 2017. Ma il numero resta alto, due-tre volte superiore a prima degli attentati. Nel 2015 gli ebrei avevano sentito l’urgenza di partire. Ma poi hanno sentito che la società francese è diventata più empatica, forse perché il terrorismo riguarda tutti. Gli ebrei si sentono meno soli.

Guerra di spie, la Nato nel giardino dell’orso russo

Quando la conta dei diplomatici russi espulsi per il caso Skripal sfiora ormai i 150, la Nato monta in cattedra: vanta una coesione senza pari in tempi recenti fra i suoi membri e dice d’avere ridotto l’arsenale di spie di Mosca nei suoi 25 Paesi. D’ora in poi, “la Russia avrà meno capacità di fare attività di intelligence nei Paesi della Nato”, afferma il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Jens Stoltenberg, un ex premier norvegese laburista, annunciando l’allontanamento di sette russi accreditati presso la Nato.

Si dà per scontato che tutti gli espulsi fossero spie. Stoltenberg aggiunge: “La Russia ha sottovalutato l’unità degli Alleati della Nato”, capaci di misure corali dopo l’attacco con un agente nervino all’ex spia russa Serghej Skripal e a sua figlia Yulia, avvenuto a Salisbury, nel Sud dell’Inghilterra.

Stoltenberg glissa sul fatto che un Paese come la Turchia, quello della Nato che ha la più lunga frontiera di terra con la Russia, non partecipa al domino delle espulsioni. E che Macron e la Merkel si limitano sul tema a frasi di circostanza un po’ frettolose: i loro provvedimenti mirano ad evitare tensioni con gli Usa più che ad acuire quelle con Mosca. Anche Paesi neutrali, come l’Irlanda, cedono alle pressioni di Stati Uniti e Gran Bretagna. E le espulsioni contagiano pure l’Australia, mentre la Nuova Zelanda risponde picche: “Non abbiamo spie da cacciare qui”.

In Italia, dove il governo ha fatto appena più del minimo sindacale, cacciando due diplomatici russi, contro l’uno di Dublino, l’attenzione della politica si distoglie subito dalla nuova Guerra Fredda e torna a concentrarsi sulle diatribe interne: c’è chi ricorda le stime di Coldiretti, secondo cui il danno dalle sanzioni alla Russia per l’export agro-alimentare italiano tocca i tre miliardi di euro. La Russia non mostra fretta di reagire e si lascia scivolare addosso accuse ed espulsioni.

Il ministro degli Esteri Serghej Lavrov assicura che Mosca risponderà all’offensiva diplomatica di Usa, Nato, Ue. “Risponderemo, statene certi: nessuno vuole tollerare un tale sgarbo e noi non lo faremo”, dice Lavrov da Tashkent, parlando di “pressioni” e “ricatti” da parte di Washington sugli alleati. Putin, invece, tace: è in Siberia, a Kemerovo, nel centro commerciale il cui rogo, domenica, ha fatto almeno 64 vittime, fra cui molti bambini e ragazzini.

Stoltenberg cerca di sfruttare quella che Washington e Londra considerano una provocazione russa per spingere gli alleati a spendere di più per la difesa comune e a confermare la presenza di presidi in funzione anti-russa nei Paesi baltici e anche in Polonia – vi partecipa pure l’Italia. “Non credo che Mosca si aspettasse l’unità che abbiamo mostrato nell’aumentare gli investimenti per la difesa e nel rinforzarci all’Est. E non penso si aspettasse l’unità nell’attuazione delle sanzioni economiche. È una risposta molto forte all’atteggiamento russo, dall’annessione illegale della Crimea in poi”.

Per il segretario generale, la Nato continua a cercare il dialogo con la Russia, pur avendo “sospeso qualsiasi cooperazione pratica” con Mosca. Che, però, continua a guadagnare influenza nel Mondo, specie in Medio Oriente – in Siria, l’Occidente le ha quasi lasciato campo libero –. Un altro aspetto polemico della decisione d’inasprire la nuova Guerra fredda lanciando il domino delle espulsioni riguarda l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (l’Opac, premio Nobel per la Pace nel 2013), che non era stata finora coinvolta nelle indagini britanniche. Molti ne sperano risposte certe sull’origine dell’avvelenamento di Skripal e della figlia.

“Opporsi ai militari porta alla sconfitta”

Dal 1952, anni dell’indipendenza dalla Gran Bretagna in poi, le elezioni in Egitto sono state sempre fasulle. Le uniche forse davvero libero sono state quelle del novembre 2005, quando, ancora al governo Hosni Mubarak, i Fratelli Musulmani conquistarono 88 seggi. Quello sembra essere l’unico caso in cui il voto popolare è sfuggito allo stretto controllo poliziesco. Tale controllo è certamente caratteristico dell’Egitto, ma a ben vedere presenta poche eccezioni in Medio oriente”.

Massimo Campanini è tra i maggiori studiosi italiani del mondo arabo. Islamologo, accademico della Biblioteca Ambrosiana di Milano e autore di numerosi saggi, tra cui L’Islam, religione dell’Occidente (2016) e Storia dell’Egitto dalla conquista araba a oggi (2017). “Il motivo è semplice – continua lo studioso – trattandosi di regimi o sistemi politici autoritari è chiaro che queste strutture non vogliono effettiva partecipazione popolare alle elezioni e fanno di tutto per neutralizzarla. Anche perché se si tenessero elezioni libere, i regimi al potere le perderebbero, come è accaduto nel 2011 quando è stato eletto presidente Mohamed Morsi”.

Campanini indica due ulteriori ragioni alla base del sistema che ha sempre prodotto figure autocratiche: da un lato, i partiti di opposizione non hanno mai avuto una base popolare tale da poter costruire una vera alternativa anche in caso di libere consultazioni. Ma soprattutto, già con Mubarak (al potere dal 1981 al 2011), il Partito Nazionale Democratico era un partito-Stato che controllava tutti i gangli vitali del potere. “Con al-Sisi si è ritornati ad una militarizzazione del sistema”, osserva Campanini.

“L’Egitto è un’autocrazia con forti poteri oligarchici – espressi da esercito, polizia, imprenditori – e al-Sisi non è che la faccia di queste forze: non a caso la sua leadership è considerata come neutrale nel Paese, non appartenente a nessun partito”, aggiunge Giuseppe Dentice, ricercatore dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi) di Milano e curatore di un dossier sul voto (Egypt Eleciton: no change, many challenges).

Dentice sottolinea la centralità dell’esercito in tutti i campi chiave. In economia, dove le imprese legate ai militari producono tra il 20 e il 40% del Pil nazionale. E poi nella società, poiché le forze armate danno lavoro a quasi il 65% della popolazione. “Tutto questo dimostra che l’esercito è parte integrante della vita del Paese. Farne a meno, come accadde con i Fratelli Musulmani all’epoca del presidente Morsi, significa quindi alienarsi un’enorme fetta di consenso popolare”.

Nulla al Cairo è destinato a cambiare dopo il voto. “Poiché la società egiziana è spaventata, cerca la tranquillità disperatamente e la trova nel confermare il presente assetto di potere”, osserva ancora Campanini. Lo studioso ricorda come quasi il 40% della popolazione egiziana viva sotto la soglia di povertà. “Noi occidentali indichiamo il nostro modello di democrazia come l’unico possibile, e su questa base critichiamo gli altri. Preferisco citare il filosofo al-Farabi, che riferendosi alla tradizione platonica, vede il rischio di confusione per una società dove tutti i soggetti godono di massima libertà”.

Presidenziali, il vero nemico di al-Sisi è l’elettore riluttante

Cosa dicono di noi? Come leoni sulla terra, dovete capirlo; come aquile in cielo, col becco tagliente e occhi che scrutano ovunque; come squali in mare, giocare con noi è pericoloso. Noi siamo i commandos egiziani, l’ispirazione di tutti gli eserciti. Cosa dicono di noi? Non siamo un Paese qualsiasi, ma uno Stato. Una leggenda dimenticata, da nord a sud, fino ad Assuan”.

Il coro canta il ritornello, in mezzo i solisti, tutti maschi. Ogni mattina, ogni classe di ogni scuola dell’obbligo in Egitto prima di apprendere le nozioni di giornata, si esprime in una sorta di canto liberatorio. Una novità introdotta dal ministro della pubblica istruzione egiziano, sul solco di un testo scritto dal Battaglione 103 Thunderbolt . Timore e rispetto, fino alla gloria. L’hanno cantata un gruppo di militari, ora tocca a tutti gli egiziani. Come una hit stagionale, ripetuta fino alla noia, mandata più e più volte, viene proposta tutti i giorni sulle radio nazionali.

Questa canzone è nata proprio alla vigilia delle elezioni presidenziali 2018 e rappresenta una sorta di canto patriottico voluto direttamente da Abdel Fattah al-Sisi. Segno dei tempi, di un momento storico a suo modo eccezionale, col Paese dei faraoni immerso in una crisi economica senza precedenti e coi diritti umani cancellati dall’ordinamento. In un simile scenario, con le elezioni che vedono al-Sisi come unico candidato, il regime si auto celebra cercando solidarietà nell’elettorato.

Sembrano passati decenni dalla sollevazione delle piazze. In pochi anni, invece, dal 2011, la protesta si è trasformata. Incapace di tornare in strada e combattere per un pezzo di libertà, la maggioranza degli egiziani si affida all’unico strumento disponibile, il dissenso silenzioso: “La parola boicottaggio non si può pronunciare pubblicamente, in Egitto, al Cairo specialmente, ci sono orecchie dappertutto, si respira un clima di caccia al traditore. A votare però non ci andrò, è l’unica arma che abbiamo per combattere”. Nagib ha 25 anni e vive nell’area di Nasr City, periferia est del Cairo. Come lui, di giovani riluttanti, ce ne sono tanti e molti di loro hanno partecipato alla storica rivoluzione anti-Mubarak del 2011.

C’è chi dissente: “I giovani egiziani sono pigri e senza testa – replica Fatima, studentessa universitaria – non hanno capito la vera natura del problema: combattere il fascismo religioso dei Fratelli Musulmani. In Egitto, oggi, non esiste alcun candidato possibile in alternativa al presidente al-Sisi per guidare il Paese”. Dai giovani che non vogliono appoggiare la rielezione del presidente arriva l’intenzione di boicottare quelle che vengono considerate elezioni poco democratiche: un candidato forte, al-Sisi appunto, ed uno in stile ‘decorazione’, Moussa Mustafa, grande amico e sostenitore del dittatore. Il pronostico non esiste, neppure gli allibratori britannici punterebbero un centesimo sulla vittoria dello sparring partner (alle elezioni del 2014, anche lì con un solo candidato opposto, al-Sisi ottenne il 97% dei consensi). L’unica sfida in gioco è l’affluenza al voto, il vero spauracchio del comandante. Qualora la percentuale dovesse scendere sotto quota 46, ossia sotto il risultato di quattro anni fa, per il presidente sarebbe già una sconfitta. In realtà il rischio vero per lui è il mancato raggiungimento addirittura del 25%. Non va dimenticato il dato delle Parlamentari del 2016, quando solo il 20% degli egiziani si recò alle urne. I seggi chiuderanno stasera alle 21.

Per i risultati bisognerà attendere qualche giorno, massimo il 2 aprile, ma i dati sull’affluenza potrebbero arrivare molto prima. Di sicuro tra i votanti ci saranno i dipendenti pubblici egiziani. Ieri hanno avuto un permesso per recarsi al seggio. La circolare è arrivata dal governo, diretta a tutti i responsabili degli uffici pubblici. E ieri l’agenzia Mena citando una non meglio precisata “fonte ufficiale giudiziaria” ha segnalato che chi non andrà a votare rischia una “ammenda di non meno di 500 sterline egiziane ai sensi di legge” (23 euro).

La fonte ha aggiunto che la disposizione riguarda qualsiasi elettore che non si rechi alle urne senza un buon motivo.

Come uccidere la moglie e diventare una celebrità

Ravenna si sta svolgendo un processo-show che, più che un processo, è un trattato psicologico sulla personalità di certi uomini e sui moventi futili, rabbiosi e narcisistici che ci sono dietro agli assassinii di tante donne. Il protagonista è Matteo Cagnoni, ex dermatologo noto per le sue apparizioni in tv e rampollo di una famiglia dell’alta borghesia, che il 16 settembre 2016, secondo l’accusa, ammazzò la moglie Giulia Ballestri a bastonate nella villa disabitata di famiglia. L’aveva convinta ad andare lì con lui per fotografare dei quadri di valore che avrebbero dovuto vendere. Un omicidio particolarmente efferato perché, dopo le bastonate, la testa della donna fu sbattuta  ripetutamente contro uno spigolo della casa.

Avevano tre figli, lei lo voleva lasciare. Grazie a un investigatore privato lui aveva scoperto che Giulia aveva un altro uomo. E non lo accettava. Giulia fu lasciata lì, ancora agonizzante e col solo reggiseno addosso. Si sarebbe potuta salvare, ha detto il pm in aula qualche giorno fa. Il marito, dopo il presunto omicidio, si recò a Firenze, a casa del padre, con i tre figli della coppia. Quando la polizia andò a prenderlo giorni dopo, scappò dalla finestra fuggendo verso il fiume, per poi essere catturato la notte stessa.

Di prove contro di lui ce ne sono un’infinità. I cuscini sporchi di sangue di Giulia che Cagnoni, il giorno dell’omicidio, portò da Ravenna a Firenze, per nasconderli in cantina. Il suo Dna è sul bastone. Le tracce delle sue mani insanguinate sui muri della villa. I filmati delle telecamere ricostruiscono i suoi spostamenti. Le bugie. Le contraddizioni. Il sangue di Giulia sui suoi jeans, sulla maniglia del portellone posteriore della sua auto e sul vetro di una torcia trovata in macchina.

Un delitto schifoso, ma tutto sommato sulla scia dei tanti che conosciamo, verrebbe da pensare. E invece questa storia si distingue per quello che sta accadendo in aula, udienza dopo udienza, con un imputato che sta trasformando in un evento mediatico, quasi teatrale, la morte di una donna che aveva la colpa di quasi tutte le donne che muoiono così: quella di voler provare a essere felice lontana dall’uomo che la considerava una proprietà. Cagnoni si presenta puntualmente in aula con le sue camicie stirate e inamidate, le cravatte eleganti, ben annodate, i completi principe di Galles e l’aria spavalda di chi sfiderà la corte fino all’ultimo, negando qualsiasi addebito. Cercando di conservare la sua reputazione, che pare la cosa che gli interessa di più. Del resto, Cagnoni era famoso, a Ravenna. Era stimato, era ricco, andava in tv, aveva una bella moglie, tre figli piccoli, una famiglia da esibire come la laurea e i quadri di valore nelle sue tante case.

Arriva in tribunale con fascicoli e appunti sotto l’ascella, in una delle ultime udienze leggeva Repubblica con fare strafottente, mentre sfilavano i testimoni. Ha creato attorno a sé un perverso alone di divismo: a ogni udienza i telefoni del tribunale impazziscono perché la gente vuole sapere se deve prenotarsi per entrare, come fosse il concerto di Vasco Rossi. Tutti vogliono vedere Cagnoni, assistere alle sue sfuriate, godersi lo show che regala ai curiosi, certo, ma anche alla famiglia di Giulia, costretta a subire non solo ricostruzioni dolorose di un omicidio, ma pure l’insolenza dell’ex marito di lei nonchè unico imputato. Si creano file fuori dal tribunale, l’aula è popolata da un curioso e disarmante esercito di signore che lo fotografano e lo riprendono per portare a casa il feticcio, ovvero un ritratto dell’affascinante dermatologo così distinto pure dietro alle sbarre.

E allora parliamo di quest’uomo distinto, della sua linea difensiva, di come ha ricordato la povera moglie e dell’atteggiamento in aula. Cagnoni era un marito padrone. Narcisista fino al midollo. Vendicativo. Lo dicono i numerosi testimoni sfilati in aula, che Giulia aveva paura di lui. Dopo 12 anni di matrimonio lei non ce la faceva più, aveva una storia con un altro, voleva il divorzio. Lui non lo accettava, pretendeva rapporti sessuali a cui lei acconsentiva “fingendosi morta”. Le aveva messo un investigatore privato alle calcagna. Aveva in mano foto e registrazioni. Una di quelle registrazioni, a dieci giorni dall’omicidio, la fece ascoltare ai suoi amici per far sapere loro, evidentemente, che donnaccia fosse la moglie: in quegli audio diceva all’amante che ormai, del marito, le dava fastidio perfino l’odore.

Cagnoni andò dalla suocera a spifferarle che Giulia stava con un poveraccio, un ignorantone. Nel frattempo, per assicurarsi di non lasciarle nulla in fase di separazione, si era disfatto di tutti i suoi beni (case e conti), passando praticamente tutto al fratello. In aula, quando il pm gli ha chiesto come mai avesse portato via dei cuscini sporchi di sangue di Giulia dalla scena del delitto, ha riposto strafottente che molto probabilmente la moglie su quei cuscini aveva avuto dei rapporti sessuali. E neppure con l’amante ufficiale, ma con un altro ancora. Perché pur di difendere la sua reputazione, passa sopra quella della moglie più e più volte. Mentendo spudoratamente.

Nell’udienza del 15 dicembre Cagnoni, mentre torna nella sua cella, incrocia lo sguardo della ex suocera e madre di Giulia e le urla “vacca del Polesine!”. Il fratello della ex moglie gli risponde “ti aspetto fuori!” e a quel punto Cagnoni si improvvisa vittima, frignando col giudice: “Sono stato minacciato!”. Momenti da prima serata tv.

Alle accuse, poi, risponde con tesi surreali e l’aria beffarda di chi non arretrerà mai di un passo. Dice che Giulia non l’ha uccisa lui, ma “i ladri acrobati strafatti di cocaina che vanno nelle case e ammazzano i vecchi”. Quando gli chiedono come mai ci sia sangue di Giulia sulla maniglia della sua auto, sulla torcia nell’auto e sui suoi jeans, dice (udite udite) che Giulia, aprendo l’auto, si era tagliata con un triangolo di vetro nascosto sotto la maniglia da un suo presunto nemico. Per fermare il sangue avevano cercato dei fazzoletti nel cruscotto dove c’era la torcia, che quindi si era sporcata col sangue. Infine erano entrati in casa e lui le aveva suturato la ferita in cucina. Qualche macchia di sangue era finita sui jeans.

Il pubblico borbotta, sospira, rumoreggia. Se lo immagina già fresco di dopobarba e con la cravatta a righe ospite di Franca Leosini. O forse fuori dal carcere, chissà, perché magari a uccidere Giulia sono stati davvero gli uomini ragno, gli acrobati, gli stranieri. Intanto, a febbraio, Cagnoni ha chiesto ai giudici di compiere un atto di clemenza. “Datemi i domiciliari. Mi sento abbattuto, ai piedi di Cristo. Non sto bene e ho paura che mi venga un tumore come già in altre repubbliche successe per questioni di sistema immunitario”. Si sente Enzo Tortora. Una vittima. Nel frattempo però, pur di salvare la pelle (deformazione professionale da dermatologo, verrebbe da ironizzare) continua a infangare la reputazione della moglie. Una donna che stava provando a essere felice lontano da lui, dalla sua vanità, dalla sua prepotenza e morì, in maniera terribilmente simbolica, ai piedi di un quadro su cui finirono numerosi schizzi di sangue. Il nome di quel quadro era “Narciso”.

Tecnologia e Big Data, la fine dell’età dello stupore muto

C’è un’inquietante dose di stupore nelle reazioni allo scandalo Facebook – Cambridge Analytica: molti utenti, giornalisti e politici sembrano indignati non tanto dal fatto che la società inglese potrebbe aver usato informazioni ottenute in modo illegale da Facebook per fare propaganda elettorale, quanto dal fatto che una tale mole di dati fosse posseduta dal social network. C’è un’improvvisa presa di coscienza che non tutto ciò che è digitale è progresso e che dietro servizi gratuiti c’è di solito la cessione, più o meno volontaria, di informazioni. Il giornalista del “Corriere della Sera” Massimo Gaggi, che da vent’anni racconta le evoluzioni della tecnologia soprattutto dagli Stati Uniti, ha scritto un utile libro per raccontare la nascita dell’ “Homo premium”, potenziato dalla tecnologia, ma anche i prezzi che, come individui e come società, stiamo pagando da oltre un quindicennio senza essere pienamente consapevoli. In un’editoria che si divide tra tecno-entusiasti e tecno-catastrofisti, il libro di Gaggi si distingue per l’equilibrio dell’analisi: è assurdo discutere di come fermare l’innovazione. La vera sfida è ottenere una società di Homo premium invece che di schiavi degli algoritmi. Mark Zuckerberg con Facebook, ma ancor di più il trumpiano Peter Thiel di Paypal o Sergey Brin di Google hanno smesso da tempo di essere ribelli creativi che rompono le gerarchie. Sono diventati dei “robber baron” – in Italia diremmo padroni delle ferriere – con la faccia da ragazzini. Come un secolo fa, la soluzione non fu rinunciare all’acciaio o alle ferrovie, anche oggi non dobbiamo privarci dell’intelligenza artificiale e dei big data, ma governarli e assicurare diritti nell’era digitale. La fase del muto stupore di fronte a una tecnologia quasi magica è finita.

 

Manpower: “Licenziamento per chi non raggiunge gli obiettivi”

Il Gruppo Manpower, colosso delle agenzie per il lavoro, vuole liberarsi di 30 suoi dipendenti italiani. In questi giorni, raccontano i sindacati, l’ufficio del personale sta convocando una per una le persone da mandare a casa e durante questi colloqui individuali sta spiegando le ragioni del licenziamento: la “redditività individuale e il mancato raggiungimento degli obiettivi economici”. In pratica, questi impiegati non hanno ottenuto i risultati richiesti dall’azienda e per questo perderanno il posto e saranno sostituti da nuovi assunti più specializzati di loro.

Questa motivazione ha colto alla sprovvista la Filcams Cgil, la Fisascat Cisl e la Uiltucs, che rappresentano i lavoratori del settore dei servizi. I tre sindacati pensano che un simile argomento non possa mai essere alla base di un allontanamento. “Un conto è prevedere premi di produttività per i dipendenti più bravi – afferma Sandro Pagaria della Filcams – un altro è licenziare chi non raggiunge determinate performance che tra l’altro sono decise unilateralmente dall’azienda”. La Manpower è una multinazionale che si occupa proprio di intermediazione tra domanda e offerta di lavoro e agisce anche come agenzia interinale: segue i disoccupati nella ricerca di impiego, aiuta le aziende nella selezione del personale, pubblica annunci di ricerca e somministra manodopera alle imprese. È uno di quei soggetti privati che erogano servizi nel mercato del lavoro, insomma, anche considerando le difficoltà affrontate dai centri per l’impiego pubblici. Il mondo della agenzie di somministrazione sta vivendo un momento di espansione, soprattutto da quando – esattamente un anno fa – il governo ha abolito, su spinta del referendum richiesto dalla Cgil, i voucher (dei quali pure la Manpower aveva tra l’altro fatto paradossalmente un largo uso). Le assunzioni di interinali restano una nicchia ma, nel corso del 2017, sono aumentate del 21,5%. “Manpower è in linea con questa crescita – aggiunge Pagaria – ma ciononostante vuole licenziare un gruppo di dipendenti diretti. Sono persone che si occupano di ricerca e selezione di personale e di gestione delle filiali sparse nel territorio nazionale”. Le contestazioni dei sindacati riguardano anche il metodo: “Se vogliono disfarsi di 30 lavoratori – denuncia il delegato Filcams – devono aprire una procedura per licenziamento collettivo che scatta quando il numero è superiore a cinque. Solo che a quel punto dovrebbero motivarla e la vedo difficile dal momento che non stanno riducendo personale ma lo stanno semplicemente sostituendo. Noi siamo disponibili a valutare un percorso di riqualificazione professionale per far sì che queste persone mantengano il posto”.

Reddito di cittadinanza: così cadono le obiezioni liberiste

Oscar Giannino, in un articolo sul Messaggero, ha criticato le proposte del Movimento 5 Stelle sul reddito di cittadinanza. Poiché le tesi di Giannino sono emblematiche dell’armamentario polemico della maggior parte degli alfieri delle politiche neoliberiste, è interessante analizzare i tre elementi principali della sua critica. L’insostenibilità finanziaria è suggerita mediante il ricorso a stime di costo effettuate da Roberto Perotti nel contesto di uno scenario “massimo”. Ma la proposta di “reddito di cittadinanza” non solo non è espressamente contenuta nei 20 punti del programma di governo del Movimento 5 Stelle, ma le formulazioni possibili non sono ancora specificate in modo definitivo in nessun documento ufficiale. Perotti seleziona però tutte le possibili condizioni ipotetiche più onerose per la finanza pubblica e giunge a fornire stime di costo di 45 miliardi di euro.

Le possibili distorsioni sul mercato del lavoro sono comuni a tutte le forme di intervento pubblico che negli altri Paesi dell’Ue cercano di contrastare gli effetti sociali negativi e pericolosi per la coesione, dovuti ai “fallimenti del mercato”. Ma forse gli alfieri del libero mercato pensano che se i salari di equilibrio del mercato sono al di sotto dei minimi vitali, basta aspettare che muoia di fame un numero sufficiente di lavoratori per riportare la realtà a coincidere con i loro modelli teorici.

Il terzo elemento è costituito di critica riguarda i vincoli posti dagli accordi europei alla creazione di disavanzi di bilanci. La tesi di Giannino è che il complicato quadro europeo, dovuto alla Brexit e all’opposizione di nove Paesi membri alla linea dell’asse franco-tedesco, riduce i margini di disponibilità europea nei confronti dell’Italia. Ma proprio le difficoltà della linea di politica economica europea e i problemi crescenti di consenso e di tenuta interna possono aprire, se ben gestiti, nuovi scenari d’azione. L’Italia non è la Grecia, per quanto concerne i rapporti di forza.

Gli alfieri delle politiche neoliberiste hanno utilizzato fino a oggi il vincolo esterno europeo come uno strumento di pressione interno per compensare la loro scarsa capacità di conquistare consenso nell’elettorato italiano. Ma ciò che ci chiedono l’Europa e i cosiddetti “mercati” è esattamente ciò che alcuni gruppi d’interesse nazionali vogliono nel proprio interesse particolare.

Il loro risultato empirico di queste politiche neoliberiste è la più grande crisi finanziaria del dopoguerra, la tendenza alla stagnazione dei Paesi di antica industrializzazione, l’aumento della disoccupazione, l’impoverimento dei ceti medi e una netta redistribuzione del reddito e della ricchezza a favore di gruppi d’interesse minoritari. È quindi ovvio che questi gruppi siano interessati al mantenimento delle linee di politica neoliberiste, ma è altrettanto evidente che trovano sempre meno consenso e quindi devono appoggiarsi a fattori di pressione esterni.

Premi Nobel non sospetti di tendenze populiste, come Jean Tirole, sono pienamente consapevoli che le ricette neoliberiste si basano su modelli economici in gran parte fondati su ipotesi che poco rispecchiano le caratteristiche dei sistemi economici reali, quali il comportamento ottimizzante di agenti razionali, la concorrenza perfetta, la completezza dei mercati e l’assenza di problemi di agenzia o di asimmetria informativa. E la proposta del reddito di cittadinanza è equivalente alla “imposta negativa” caldeggiata dai padri del pensiero liberista Friedrich von Hayek e Milton Friedman.

Ma la proposta di reddito di cittadinanza nel programma del Movimento 5 Stelle non è un vero reddito di cittadinanza. Si tratta piuttosto di un “reddito minimo garantito condizionato”: un istituto presente, con modalità e importi differenti, in tutti i paesi dell’Ue, con l’eccezione della Grecia (dove è applicato solo in via sperimentale), e che in Italia ha cominciato a essere accennato con il reddito d’inclusione.

Il clamore mediatico dopo le elezioni sul tema del reddito di cittadinanza è quindi spiegabile solo con il tentativo di screditare il voto meridionale pentastellato, qualificandolo come richiesta di assistenzialismo retrò, e di insinuare una scarsa credibilità di governo del Movimento 5 Stelle, legata all’insostenibilità finanziaria del programma.

Una discussione seria sul reddito minimo garantito in Italia sarebbe inoltre un’ottima occasione per ristrutturare e semplificare tutto il sistema assistenziale nazionale, che presenta già oggi notevoli flussi di trasferimenti, pari, in percentuale del Pil, a quelli dei Paesi in cui esiste un reddito minimo garantito. Il problema italiano è che questi trasferimenti avvengono attraverso canali opachi e discrezionali, alimentando comportamenti e clientele care al sistema politico nazionale.

* docente di Politica economica all’Università Roma Tre