Promotori finanziari, caccia al cliente da spolpare

Una settimana fa un promotore finanziario ha denunciato che la rete Sanpaolo Invest sta dando il benservito a quelli con meno di cinque milioni di euro di portafoglio se non riescono a vendere altra roba ai propri clienti. La cosa ha suscitato parecchie reazioni, in genere di solidarietà, soprattutto sul sito di Bluerating, molto frequentato dagli operatori del settore che hanno esteso il discorso anche ad altre reti porta a porta.

Esso interessa però pure i risparmiatori, perché i commenti pubblicati forniscono uno spaccato delle pressioni subite dagli agenti a danno dei clienti. Si legge di un “servizio di consulenza evoluta che dà solo un macigno di costi al cliente”, di spinte per “riempire i clienti di contenitori assicurativi o finanziari con costi triplicati”, dell’alternativa tra “fare la fame dando un servizio al cliente o dargli lo stesso servizio ma con costi molto maggiori per sbarcare il lunario”. Si legge anche di strani prodotti wrapper, ovvero involucro, termine oscuro che fa pensare molto male.

Al che verrebbe da credere che i venditori porta a porta siano più pericolosi per gli investitori rispetto a quelli allo sportello, visto che i secondi sono ricattabili con la minaccia della revoca del mandato. In effetti anche nelle banche non mancano dipendenti che, pur senza correre rischi per il proprio posto di lavoro, hanno abbastanza pelo sullo stomaco da far trangugiare agli ignari clienti qualunque intruglio.

Lo confermano gli istituti di credito falliti negli ultimi anni e in particolare Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, che hanno rovesciato sui risparmiatori valanghe di azioni spazzatura. Per giunta, se i clienti bidonati hanno subito un danno, i bancari bidonisti hanno ricevuto un premio. Sono stati salvati dal fallimento e presi in carico da Banca Intesa esattamente come i loro colleghi onesti. “Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto…, chi ha dato, ha dato, ha dato…”, è una canzone che vale anche a nord di Napoli.

30 cent a clic e 20 dollari a utente: così diventiamo ricavi per il social – Vite su Facebook

Facebook ha un problema: si parla di privacy violata, di dati rubati, di targetizzazione, di uso strumentale a fini politici. Il concetto che il prodotto dei social network sono gli utenti ora è chiaro anche a loro. Gusti e abitudini sono a disposizione degli inserzionisti per permettere alla piattaforma di monetizzare, prassi autorizzata dagli stessi utenti quando accettano le condizioni d’uso. Ma quanto vale per Facebook un suo utente? I numeri ci sono. Precisamente, per Facebook un utente europeo nel quarto trimestre del 2017 valeva 8,86 dollari. Molto meno rispetto a uno degli Stati Uniti e del Canada, dove di dollari ne vale 26,76. Nella regione dell’Asia e del Pacifico, si scende a 2,54 dollari fino a 1,86 nel resto del mondo. In media, quindi, un utente del social network fondato da Mark Zuckerberg vale globalmente 6,18 dollari a trimestre, circa 20 all’anno.

La quasi totalità della cifra deriva dalla pubblicità. Il calcolo viene fuori dalle cosiddette revenue – generating activities, le attivitià che generano ricavi. Per la definizione, bisogna spulciare il rapporto annuale che Facebook invia alla Sec, l’ente federale statunitense che vigila sulla Borsa. “Generiamo sostanzialmente tutte le nostre entrate dalla pubblicità – si legge – . I nostri introiti pubblicitari vengono generati visualizzando i prodotti pubblicitari su Facebook, Instagram, Messenger, siti web affiliati di terze parti o applicazioni mobili”. Gli inserzionisti pagano per i prodotti pubblicitari direttamente o attraverso le loro relazioni con le agenzie pubblicitarie, in base al numero di impressioni pubblicate o al numero di azioni, come i clic, prese dagli utenti: “Riconosciamo le entrate derivanti dalla visualizzazione di annunci basati sulle impressioni nel periodo contrattuale in cui vengono pubblicate. Le impressioni sono considerate consegnate quando un annuncio è visualizzato da un utente. Riconosciamo le entrate derivanti dalla pubblicazione degli annunci nel periodo in cui un utente intraprende un’azione per la quale l’inserzionista ha stipulato un contratto”. A seconda del dettaglio e della tipologia dell’inserzione varia il prezzo per l’inserzionista. Le scarsissime altre entrate della piattaforma derivano dalle commissioni che ricevono dagli sviluppatori che utilizzano l’infrastruttura di pagamento e dalle commissioni (“che non sono state significative negli ultimi periodi”, specifica Facebook) derivanti dalla fornitura di dispositivi con piattaforma di realtà virtuale.

Non esistono numeri ufficiali su quanti annunci pubblicitari circolino sul social network. A metà del 2017 Facebook aveva annunciato di aver raggiunto quota 5 milioni di inserzionisti ogni mese (erano 3 milioni a marzo del 2016, 4 milioni a settembre dello stesso anno). Questo significa che, sempre in media, ogni inserzionista ha investito in pubblicità su Facebook circa 667 dollari al mese, 8 mila circa all’anno. Tra il 2016 e il 2017 la percentuale di crescita tra ricavi e utenti non è stata armonica: i ricavi sono saliti di circa il 48 per cento mentre la popolazione online è lievitata del 16 per cento. Se infatti una buona parte dell’efficacia di una pubblicità su Facebook (e quindi del suo costo) dipende dal numero di persone che raggiunge, un’altra buona parte dipende dal livello di personalizzazione di quella pubblicità: più è targettizzata, più costa, più è richiesta, più costa, più è specifica, più costa. Gli utili, invece, seppur in positivo sono cresciuti molto meno rispetto al 2016, anno in cui sono aumentati del 180 per cento. Facebook lo aveva ammesso: era stato raggiunto il numero massimo di inserzioni possibili per non danneggiare l’esperienza degli utenti. E quest’anno lo ha ribadito: le modifiche all’algoritmo che permettono agli utenti di vedere prima di tutto quanto condiviso da amici e familiari produrrà una minor crescita dei ricavi. È inevitabile.

Se si guarda poi agli utenti attivi mensili – pur tenendo conto della possibilità di account fasulli – ci si accorge che nell’ultimo trimestre del 2017 sono meno là dove i ricavi sono maggiori, cioè Usa e Canada (239 milioni, mentre sono 828 in Asia). A influire sul costo delle inserzioni quindi è la loro provenienza, i destinatari e il livello di personalizzazione applicato. Le opzioni di pagamento a Facebook sono comunque diverse: c’è il costo per click, ovvero il pagamento solo se qualcuno interagisce con l’inserzione; il costo per mille, ovvero il pagamento ogni volta che Facebook avrà mostrato la pubblicità a 1000 persone (il più economico); il costo per azione, che dipende da cosa si vuole che gli utenti facciano e il costo per i “mi piace”, che si paga solo quando qualcuno mette un “mi piace” sulla pagina. AdEspresso, una società che si occupa di ottimizzare la pubblicità online, ha effettuato dei calcoli basandosi sui suoi dati del 2015 e del 2016. In media, il costo per clic a marzo 2016 era di circa 28 centesimi, poco più di 30 quella per i “mi piace”, 1,75 dollari per azioni personalizzate, come ad esempio una app installata. Una piattaforma al confine tra il social network e l’agenzia pubblicitaria. D’altronde è la stessa Facebook ad ammetterlo nei suoi rapporti: tra i suoi competitor annovera, infatti, “le aziende che vendono pubblicità”.

Tanto lavoro, poco personale Centri per l’impiego in stallo

È lunedì mattina e al centro per l’impiego di Roma Cinecittà, uno dei più grandi d’Italia, decine di persone fanno la fila con il numeretto in mano in attesa del turno. No, non si tratta dei protagonisti della fake news sui moduli del reddito di cittadinanza, ma dei veri disoccupati che frequentano gli ex uffici di collocamento già da tempo per altri motivi: famiglie di stranieri che chiedono il rinnovo del permesso di soggiorno, ragazzi speranzosi che un tirocinio di Garanzia Giovani apra finalmente qualche porta, ex lavoratori in cerca di ricollocazione, gente in gravi difficoltà economiche intenta a compilare la domanda per il reddito d’inclusione (ReI).

I centri per l’impiego italiani oggi sono depotenziati rispetto al recente passato e fanno fatica a garantire tutti questi servizi. Figuriamoci se venisse approvato il Reddito di cittadinanza che comporterebbe un enorme aumento dei compiti. Nei 23 dislocati in tutta l’area metropolitana di Roma (5 proprio nella Capitale), per esempio, in due anni gli addetti sono passati da 412 a 336. Quello di Cinecittà è al servizio di un territorio che comprende sette quartieri romani, ma oggi può contare solo su 47 impiegati. “Una decina di anni fa – spiega il responsabile Antonio Capitani – avevamo più del doppio delle risorse attuali”. Buona parte delle attività svolte oggi nei centri per l’impiego è ancora strettamente burocratica: “Qui ci occupiamo di certificare lo stato di disoccupazione – dice il dirigente – e a questo dobbiamo aggiungere i patti di servizio, l’orientamento, la riqualificazione professionale, l’incrocio di domanda e offerta di lavoro, il collocamento mirato dei disabili”. La carenza di organico è solo in parte compensata dai dipendenti di una società in house, la Capitale Lavoro, e dai rinforzi inviati da Anpal Servizi, la spa dell’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro (una creatura del Jobs Act). La figura che più di tutte servirebbe nei centri per l’impiego della Capitale è quella dell’orientatore, ma – fa notare ancora Capitani – “il paradosso è che questa figura non è nemmeno prevista dai nostri contratti”. Insomma, il genere di professionalità che più sarebbe necessaria non è neanche riconosciuta.

La gestione politica dei servizi per l’impiego è stata, negli ultimi anni, contraddittoria: da un lato sono stati gravati di nuovi impegni (Garanzia Giovani, assegno di ricollocazione, reddito d’inclusione), dall’altro sono stati smembrati. Complice la riforma delle Province – da esse ancora dipendono i centri – la quale ha favorito un esodo di personale. A complicare le cose, la decaduta riforma costituzionale che avrebbe accentrato le competenze in materia di politiche attive del lavoro. Il referendum l’ha bocciata e per questo il 30 giugno i centri passeranno in mano alle Regioni. Nel frattempo, bisogna andare avanti come si può, con pochi soldi e tanti precari arruolati. I disagi riguardano anche le sedi periferiche nei territori storicamente riconosciuti per l’efficienza in questo genere di servizi. A Città di Castello, in Umbria, gli addetti negli ultimi anni sono passati da 16 a 12, con un bacino di utenza da 80 mila abitanti. Cristian Biagini è uno dei due orientatori in servizio nel centro, poi ci sono due mediatori e gli altri fanno front-office. In una delle sedi di Firenze, dieci dipendenti (otto precari) devono gestire un flusso di utenti che in alcuni mesi arriva a mille persone. “A ottobre – spiegano gli addetti Romina e Alfonso – c’è un’enorme affluenza perché finisce la stagione estiva”. Anche il Molise, nel suo piccolo, affronta difficoltà: ventisette precari a fine 2016 non sono stati riconfermati – dopo aver lavorato mesi senza contratto – e ora, rivendicando il diritto alla stabilizzazione, hanno fatto causa contro un concorso per 52 nuove assunzioni. Anche questo rallenta il servizio.

Con questi presupposti, è complicato mettere in piedi un sistema funzionante di politiche attive, ovvero quei servizi pubblici che aiutano i disoccupati a trovare un posto di lavoro. Chi è riuscito a farli funzionare – la Lombardia che con il progetto “Dote unica lavoro” ha avuto riconoscimenti europei – si serve del contributo dei privati (come per esempio le agenzie), che nella Regione rappresentano il 70 per cento degli operatori accreditati per i servizi del lavoro.

Le statistiche confermano le testimonianze raccolte. Nel 2015 – ha fatto notare l’Ordine dei consulenti del lavoro – l’Italia ha speso 28,9 miliardi in politiche del lavoro, ma ben 21,3 sono sussidi ai disoccupati. Dei restanti 6,9 miliardi destinati alle politiche attive, il 55% è formato da incentivi alle imprese che assumono, cosa che spesso non crea nuova occupazione ma si limita a far emergere il nero o a favorire la stabilizzazione di precari. L’investimento della Germania arriva a 45,9 miliardi; di questi, 8,2 sono politiche attive (gli sgravi alle imprese si fermano al 7,6% di quella cifra), il resto è quasi tutta formazione. La Francia, invece, prevede una dotazione totale di 65 miliardi, ma gli sconti alle aziende sono solo il 6,4% dei 16,5 miliardi che rappresentano la quota destinata alle politiche attive. Ai centri per l’impiego noi destiniamo solo 750 milioni di euro, la Francia 5,5 miliardi e la Germania 11 miliardi.

Nei nostri uffici lavorano 9 mila addetti, contro i 50 mila dei pole emploi francesi e i 110 mila degli omologhi tedeschi. Non è un caso che nel nostro Paese solo il 25% di chi cerca lavoro si rivolga ai centri. Insomma, noi sosteniamo i datori di lavoro, gli altri aiutano le persone attraverso servizi e formazione.

Il risultato è che in Italia i disoccupati da più di un anno sono il 58% del totale, in Francia il 46,6% e in Germania il 41,5%. Peggio di noi, solo Grecia, Bulgaria e Slovacchia.

Trump non può fermare il commercio

Qualcuno potrebbe aver avuto l’impressione che i dazi decisi da Donald Trump su 60 miliardi di dollari di importazioni cinesi segnino l’inizio della fine di una lunga fase di globalizzazione. Le Borse si sono spaventate, l’Unione europea chiede una deroga permanente per l’acciaio e l’alluminio alle barriere che gli Stati Uniti vogliono alzare, la Cina minaccia ritorsioni. Ma le voci sulla morte della globalizzazione sono esagerate. Per varie ragioni.

Primo: gli Stati Uniti hanno un deficit commerciale verso la Cina di 375 miliardi di dollari all’anno, questa la differenza tra valore delle importazioni cinesi e quello delle esportazioni americane. Questo squilibrio determina che la Cina continui a essere di gran lunga il primo investitore nel debito pubblico americano. Non sarà qualche dazio a spezzare questo legame.

Secondo: dopo le crisi spesso ci sono spinte protezioniste. A congelare il trattato Ttip con gli Usa è stata la prospera Germania di Angela Merkel, non certo i voti degli operai di Detroit o degli agricoltori dell’Iowa.

Terzo: il numero di accordi regionali – come ricorda un’analisi di Richard Flax per Moneyfarm – è esploso negli ultimi anni. Anche se ora ci sarà una frenata, gli effetti di quei progetti di integrazione si faranno sentire per anni.

Quarto: Trump applica al commercio internazionale lo stesso atteggiamento che Theresa May segue nei negoziati per la Brexit. Non vuole costruire un’economia chiusa, ma ridurre i costi della cooperazione senza limitare i benefici dell’integrazione. Per queste tattiche gli economisti usano una espressione che in italiano suona come “fotti il tuo vicino”.

Forse si sta andando nella direzione auspicata dall’economista di Harvard Dani Rodrik, “costruire una globalizzazione che riconosca la molteplicità dei modelli capitalistici e permetta a ogni Paese di definire il proprio destino”. Se poi questo possa funzionare e se sia meglio della globalizzazione uniformante che abbiamo conosciuto in questi decenni è tutto da vedere.

L’Abete sempre verde innaffiato dallo Stato. I flop a spese nostre

L’ultimo fastidio per Luigi Abete, presidente di Bnl, ex presidente di Confindustria e uomo plurinavigato da decenni nell’agone economico-finanziario, è scoppiato nei giorni scorsi. Le intercettazioni della Guardia di Finanza avrebbero rivelato come un dirigente della banca presieduta da Abete, Giuseppe Pignataro, si sarebbe prodigato per far ottenere dall’istituto un finanziamento-lampo (15 milioni in sole 7 ore) nell’ambito di un’operazione su Cinecittà Studios, di cui lo stesso Abete è stato azionista.

Abete non è indagato, ma certo la vicenda è imbarazzante. Cinecittà Studios è stata per anni, fino all’estate scorsa quando è tornata pubblica, una dei molteplici affari dell’ex presidente di Confindustria. Affari non certo andati bene. I blasonati studi cinematografici della Roma felliniana, su cui si sarebbe prodigato il dirigente di Bnl, erano parte integrante di un colossale progetto di investimento nel business dell’intrattenimento sotto l’egida di Italian Entertainment Group che ha visto Abete protagonista come socio insieme a Diego Della Valle, Aurelio De Laurentis e la famiglia Haggiag. Un sogno diventato incubo. Il colosso dei parchi a tema ha infatti cumulato perdite per oltre 100 milioni in soli 5 anni. Ha visto evaporare tutto il patrimonio e accumulare una mole di debiti di quasi 300 milioni a fronte di ricavi per soli 30 milioni. Ce n’è a sufficienza per gettare la spugna. Ma il colpo d’ala, e qui entra in scena il presunto prestito facile di Bnl, è stato da maestri: rivendere allo Stato (cioè ai contribuenti) gli studi di Cinecittà dopo averli gestiti per anni, ripristinando così il capitale del gruppo e salvando la baracca. Quando le cose mettono male anche un fervido sostenitore del liberismo e dell’imprenditoria di mercato si rivolge alla mano pubblica.

Il passaggio di consegne all’Istituto Luce è dell’estate scorsa con Cinecittà in utile nel 2016 dopo due stagioni ininterrotte di rosso. Ma l’affare vero lo hanno fatto i vari Abete, Della valle e De Laurentis. La prova è nell’ultimo bilancio del loro gruppo, la Ieg, che spiega che la cessione di Cinecittà Studios avrà “un impatto positivo sul patrimonio netto del gruppo tale da riportarlo in positivo”. La rivendita allo Stato ha tamponato la crisi pesantissima di tutta la holding dell’intrattenimento che dal 2011 al 2016 ha incamerato oltre 100 milioni di perdite. Chissà che il 2017 non abbia segnato il primo punto di svolta. Il bilancio riporta che i ricavi dei primi mesi del 2017 di Cinecittà World sono cresciuti dell’80 per cento sui primi mesi del 2016. Si vedrà. Resta che a fine 2016 la Ieg aveva bruciato del tutto anche il patrimonio, andato in negativo per quasi 11 milioni. E quando il capitale svanisce si è a un bivio: occorre mettere denaro nuovo e/o fare cassa con le cessioni (Cinecittà studios docet) non potendo contare troppo sulle banche. Le pressioni fatta dal dirigente di Bnl intercettato per erogare nuovo denaro, direbbero il contrario.

Su Ieg ci sono garanzie e pegni sulle azioni da parte delle banche che hanno finanziato il sogno del business del divertimento. Ma il vizietto di fare affari con la sponda del contributo pubblico caratterizza l’altra attività di Abete, quella editoriale. La sua Askanews ha rischiato fino all’ultimo di esser tagliata fuori dalla gara pubblica delle agenzie di stampa. Ora forse c’è uno spiraglio con l’aggiudicazione dell’ultimo lotto rimasto. Come tutte le agenzie di stampa anche Askanews sta in piedi grazie al denaro pubblico. Metà del fatturato di 11 milioni viene dalla convenzione con la presidenza del Consiglio. Persa quella, Askanews andrebbe in perdita secca per alcuni milioni mangiandosi il capitale. Un guaio per Abete. Che nelle more della (per ora) non aggiudicazione ha proposto un piano draconiano: cassa integrazione al 75 per cento per i 130 dipendenti tra giornalisti e poligrafici. Piano rivisto nei giorni scorsi con una Cigs “solo” al 50 per cento.

Negli ultimi 5 anni, ha ricordato il Cdr dell’agenzia (la rappresentanza sindacale), si sono rincorsi stati di crisi con solidarietà che hanno comportato tagli di stipendi e un risparmio di almeno 4 milioni in 5 anni. Ma c’è di più: sfogliando l’ultimo bilancio si scopre che Askanews vanta crediti verso la controllante (cioè Abete) per circa 3 milioni. Bastava liquidarli per dare fiato all’agenzia, invece è arrivata la richiesta di cassa integrazione. Quando le cose sul mercato buttano male, Abete tende la mano a Mamma Stato.

Non è una sua attività, ma anche il Sole 24 Ore annovera Abete tra i protagonisti. È solo un consigliere, ma era ed è l’uomo forte di Confindustria nel giornale. L’aver visto colare quasi a picco sotto 340 milioni di perdite il più autorevole giornale economico del Paese non depone certo a suo favore. Le azioni quotate erano solo le speciali (caso mai visto in Italia) mentre tutto il pacchetto delle ordinarie era ed è saldamente in mano a Confindustria. Un arrocco che con il mercato c’entra poco. Con la quotazione del 2007, il Sole incassò dai poveri azionisti speciali oltre 180 milioni. Ne ha persi il doppio in pochi anni. E quando, ai tempi della direzione di Roberto Napoletano, si inventarono le copie digitali fittizie da Abete non uscì un fiato. Furono solo alcuni consiglieri indipendenti a porre il problema.

Calenda e il suono muto che fa il potere quando se ne va

Erano giorni che convivevamo con un senso di vuoto, una strana nostalgia sotto lo scorrere delle ore. Solo ieri, leggendo il Corriere, ne abbiamo compreso il motivo: ci mancava Calenda. Il ministro ha voluto però confortarci con un’intervista che è la summa dello stato intellettualmente comatoso della soi-disant classe dirigente italiana: il vincolo esterno come religione (“dobbiamo fare una manovra che porta il deficit allo 0,9% nel 2019”) e manganello (“chi non sta alle regole, si mette fuori dalla costruzione europea”); una passione eccessiva per il project fear (“se l’Europa entra in tensione, un attacco sull’Italia può partire rapidamente”); una sostanziale rimozione della realtà (“i governi del Pd hanno affrontato bene i problemi e la difesa dei deboli… ma hanno dato poca legittimità alle paure”). Il vero tesoro di quel testo è, però, il lato umano. Dice Calenda della sua vita nel Pd: “Mi sono iscritto, ho fatto due riunioni in sezione e presenziato alla direzione. Fine”. E il reggente Martina non chiama? “Non ultimamente”. Questo ci ricorda un vecchio aneddoto. Un romanissimo cronista in pensione va a trovare l’altrettanto pensionato altissimo dirigente d’azienda, che ha aperto una sua piccola società. Il manager parla con entusiasmo del nuovo lavoro finché la conversazione si spegne. Il cronista guarda l’imprenditore, poi il telefono sul tavolo: “Non te sòna più, eh?”. E s’intende che il telefono muto è il suono che fa il potere quando se n’è andato. Questo di norma, quando non chiama nemmeno Martina è peggio.

Questione morale. La rimozione del Pd fa perdere consensi

Visto che Dio rende ciechi coloro i quali vuole perdere, non solo il Pd, ma quasi tutta la stampa italiana, evita accuratamente di annoverare la questione morale tra le cause del tracollo elettorale dei Dem.

La rimozione del problema, evidente per chiunque abbia osservato la storia recente del partito, ha toccato livelli quasi comici il 23 marzo, giorno di avvio dei lavori delle Camere. Dalla maggior parte dei resoconti giornalistici sul discorso inaugurale a Palazzo Madama dell’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, è stata espunta o nascosta la parte in cui l’ex capo dello Stato ricordava come nel Sud Italia gli elettori avessero “condannato in blocco – anche per i troppi esempi da essi dati di clientelismo e corruzione – i circoli dirigenti e i gruppi da tempo stancamente governanti in quelle regioni”. Il Corriere della Sera, dopo aver per anni considerato Napolitano una sorta di semi Dio a cui si doveva la salvezza del Paese, non dedica nemmeno una riga alle sue parole su clientelismo e corruzione. Stessa linea viene seguita da La Stampa, mentre un po’ meglio fa Repubblica che riporta per intero la frase, pur non segnalandola né nel titolo, né nel sommario dell’articolo.

Ora, se è comprensibile che un partito reduce da una scoppola elettorale senza precedenti, ci metta un po’ ad analizzare le ragioni della sconfitta (anche perché farlo significa discutere i propri quadri e i propri vertici), appare sorprendente che nessuno tra gli osservatori della politica voglia ragionare sul perché tanti cittadini siano disgustati dai comportamenti dei loro rappresentanti. Così, quando prima dell’elezione dei presidenti di Camera e Senato, Forza Italia aveva candidato per Palazzo Madama il pregiudicato per peculato Paolo Romani, sulla stampa italiana era quasi impossibile trovare commentatori che affermassero un principio ovvio: la seconda carica dello Stato non può avere una condanna sulle spalle perché farà perdere ogni autorevolezza all’istituzione che rappresenta. E anzi finirà con la sua sola presenza per buttare benzina sul fuoco (questo sì populista) acceso da chi ripete: intanto sono tutti dei ladri. Un’affermazione falsa, perché in ogni forza politica le persone oneste sono molte, ma che può essere efficacemente contrastata solo se si riscopre il valore dell’esempio. Se, cioè, chi ha l’onore e l’onere di rappresentare gli italiani applica nei confronti di se stesso criteri di selezione più rigidi di quelli richiesti ai semplici cittadini.

Ecco allora perché, a parere di chi scrive, il Partito democratico non può eludere il problema se davvero vuole risalire la china. Nei dem militano migliaia di amministratori perbene che hanno il diritto e il dovere di far sentire la loro voce. In un momento storico in cui la sinistra in Italia non è stata in grado di garantire, per scelta, ma anche per oggettive condizioni economiche avverse, i diritti sociali è un po’ folle (come hanno dimostrato i risultati elettorali) pensare che per avere consenso sia sufficiente battersi per quelli individuali. Il Pd deve invece recuperare una serie di parole d’ordine che un tempo gli appartenevano: antimafia, anticorruzione, legalità e appunto questione morale. Certo, conosciamo l’obiezione: la sinistra anche quando predicava bene, spesso razzolava male. È vero. Ma quei messaggi avevano però la forza di dare un’identità a un popolo. Erano motivo di orgoglio e di vanto per milioni di elettori. Anche per questo, oggi, chi all’interno del Pd ha i requisiti etici per farlo, deve prendere coraggio e parlare.

L’autobus di Fico e l’incredibile mondo dei pusher da corsivo

Ieri tutti i giornali del regno, e segnatamente i grandi giornali, hanno dedicato molte righe (anche due articoli) a un fatto straordinario: il presidente della Camera, nuovo di zecca, appena uscito dalla confezione e pronto per l’uso, ha preso l’autobus. Una notizia che incomprensibilmente non è comparsa sulla prima pagina del New York Times o di Le Monde, segno di stupido disinteresse internazionale per le cose italiane. Dunque ecco Roberto Fico sul bus, con tanto di ovvia fotografia (messaggio: “Io prendo l’autobus”) e inusitato clamore. I pusher di moralette da corsivo in prima pagina hanno subito tuonato: demagogia!

Poi hanno notato che secondo certi dati Fico non prende spesso l’autobus, ma più sovente il taxi, avendo speso l’anno scorso circa 2.800 euro in vetture pubbliche (che, diciamolo, in un anno non è una fortuna, ma ok, complimenti ai segugi della stampa, finalmente tornati cani da guardia del potere). Insomma, la questione si fa spinosa e potremmo chiamarlo “il giallo dell’autobus 85”. Perché a Fico, nei pensosi commenti, non si rimprovera – e ci sta – soltanto un tocco un po’ naïf di demagogia, ma anche una cosa più grave. Egli ha messo a repentaglio la sicurezza dei cittadini, perché se un malintenzionato salisse sullo stesso autobus con una scimitarra, una bomba a mano o una mitraglietta Uzi per attentare alla vita del presidente della Camera, il suo comportamento (suo di Fico, non del coglione con la mitraglietta) metterebbe a rischio cittadini onesti che hanno preso – come Fico – l’autobus 85.

Ora diciamolo: la mossa di prendere l’autobus per andare a lavorare il primo giorno da presidente della Camera è certamente un filino demagogica e non vogliamo qui difendere o attaccare alcuno, né il presidente Fico, né i suoi accusatori, né i passeggeri dell’85 che hanno corso il mortale rischio di saltare in aria per colpa del presidente della Camera. Alla fine è un enorme “chissenefrega” e così andrebbe archiviato. Eppure tocca ricordare alcuni precedenti. Quando, chiamato da Napolitano, Mario Monti corse a Roma per prendere l’incarico di presidente del Consiglio e affrontare lo Spread a mani nude, il peana che i giornali gli riservarono derivava in gran parte di una straordinaria rivoluzione culturale: il Genio aveva preso il treno e – meraviglia e sgomento – lungo la banchina della stazione aveva addirittura trascinato da sé il trolley.

I lettori di interiora di pollo e fondi di caffè avevano allora preconizzato una nuova era. Si è visto. Altri divertenti saltimbanchi hanno imitato poi il gesto: foto su foto di Matteo Renzi in treno, in Smart (guidava Carbone, quello del “ciaone”, povera stella), in bicicletta, monopattino, parapendio, bob a due, bob a quattro e catamarano, per dire, mentre lui celiava “la mia scorta è la gente”. E si è visto anche lì.

Insomma, da anni abbonda la retorica del “lui non è come gli altri” legata ai mezzi di trasporto, e fa piacere che nel caso di Fico, finalmente, alla buon’ora, i pasdaran del commentino arguto, per una volta, non si siano fatti infinocchiare. Eh, no, a quelli lì non gliela si fa. Con la faccenda che “Uh, che bravo sa anche andare a piedi” ci sono cascati con tutte le scarpe con Monti, con Renzi, con Rutelli quando andava in motorino, ma con Fico dicono: basta, questa volta non ci fregate.

Non possiamo che rallegrarci per il repentino risveglio e la ritrovata verve “gentista”. Ma sì, proprio quella rimproverata per anni ai plebei grillini e ora in voga presso le élite. Insomma, Fico, faccia il piacere, non lo faccia più. Mette in allarme il Paese, a rischio i poveri utenti dell’autobus 85 e soprattutto svela un meccanismo complesso della politica italiana: a fare i talebani si fa un po’ a turno, e ora tocca ai grandi giornali autorevoli e responsabili. Mah, sarà la famosa alternanza.

La lingua morta degli slogan

Nel declino del renzismo non è male ricordare quale sia stata la sua cifra culturale, fatta di slogan “pop” giovanilisti e di stucchevoli citazioni orecchiate da Wikipedia. Soccorre all’uopo il nuovo libro di Andrea Marcolongo, La misura eroica (Mondadori 2018), implicitamente connesso alla passata attività dell’autrice come ghost writer dell’ex segretario Pd, ma dedicato nuovamente – come il precedente La lingua geniale, volumetto fortunato quanto pieno di superficialità – a un tema arduo e affascinante: il mondo greco.

Il libro è costruito come una successione di omelie: ogni capitolo parte da un episodio delle Argonautiche di Apollonio Rodio, poema epico del III secolo avanti Cristo che racconta il mitico viaggio di Giasone e compagni in Colchide (l’odierna Georgia) alla conquista del vello d’oro: come gli esegeti medievali di Omero o di Ovidio, dopo un breve riassunto del passo con qualche citazione l’autrice procede a trarne una morale relativa al mondo di oggi, quasi sempre lontana dal testo e legata a proprie esperienze biografiche (tatuaggi, disagi adolescenziali, velleità artistiche, lutti privati, viaggi, amori ecc.). L’aspetto esortatorio riguarda anzitutto la ricerca della felicità, che consiste via via nell’“essere se stessi” (anziché nascondersi), nel “superare se stessi” (anziché crogiolarsi), nella “voglia di cambiare” (anziché tirare avanti), nel “saper nuotare” (anziché stare a galla), nell’“inciampare e rialzarsi”, e così via. Fioccano gli slogan lapidari del tipo “il futuro è alle nostre spalle”, “il miglior modo per essere pronto alla realtà è usare la fantasia”, “la libertà è un viaggio che dobbiamo compiere“, “misurare se stessi per diventare grandi”, “in questo viaggio sei semplicemente tu”, “lo spettacolo che ognuno di noi è”, “eroe è chi decide la sua vita”, che – talora abbinati a perle da Saint-Exupéry, Wittgenstein, Proust – sembrano tratti da un tema di quinta ginnasio, da una canzone di Jovanotti o dai muri di una Leopolda. Obiettivi polemici delle omelie sono la superficialità dei social, i reality show, la politica senza visione, la paura di lanciarsi nel futuro, i limiti e i confini, l’assenza di limiti e valori, i maestri che castrano, i genitori che opprimono, l’ansia da prestazione, i misoneisti che odiano la tecnologia…

In questo imbarazzante precipitato di luoghi comuni in stile Che tempo che fa, privo dell’ombra di un’analisi o di una riflessione critica, la Marcolongo usa il mito antico come un pretesto, creando una triplice confusione: da una parte, dà a intendere che il viaggio degli Argonauti sia mosso anzitutto dall’eros, che l’“eroismo” di Giasone – già di suo così poco rappresentativo dell’epica greca anteriore – abbia a che fare con l’amore privato e con la realizzazione del sé – una forzatura che nemmeno Sainte-Beuve osò avanzare; d’altro canto, tratta “i Greci” come un mondo indistinto e sublime in cui tutti predicano e praticano la misura, l’equilibrio e la saggezza, una visione marmorea e semplificatoria dell’antico che si sperava sepolta per sempre; infine, l’autrice corrobora i propri voli pindarici tramite varie etimologie, talora fraintese, talaltra erronee: i ragazzi che leggeranno il libro apprenderanno che “metafora” significa “passare attraverso” (semmai “trasferire”), che “eroe” deriva da “eros” (lo diceva per gioco Platone nel Cratilo, ma non è assolutamente così), che metron “misura” ha a che fare con “metodo” e con mèdomai “riflettere” (e dunque anche da “Medea”: per carità), che “armonia” ha a che fare con arithmòs “numero” (è solo un’ipotesi); apprenderanno poi che Granico è una città (anziché un fiume), che l’Eros di Apollonio Rodio è lo stesso di Esiodo, che i Greci sono un popolo germanico, e altre amenità.

Apoteosi di una retorica tardoadolescenziale che – come hanno mostrato le urne – non ha incantato nemmeno la generazione cui era primariamente diretta, il libro della Marcolongo esorta a “osare” senza mai scendere nel concreto: schiacciato dall’ego di un’autrice prigioniera dei propri viaggi e delle proprie ambizioni, esso sconta una scrittura sciatta e un’incuria imbarazzante per il maggiore editore italiano.

Da un altro punto di vista, fa torto a un poema ricco e sottile come le Argonautiche, dove il viaggio ha senso non come esperienza solipsistica ma come confronto con lo straniero e il diverso, e dove Giasone è in realtà un eroe inetto e controverso, imbevuto di confronti con i precedenti omerici, e la cui storia d’amore con Medea, lungi dall’essere “eroica”, viene presentata nell’ominosa filigrana del suo sanguinoso esito finale. Chi voglia capire cosa significa rileggere oggi l’antico (con mille, legittime, forzature e pensieri veri e non convenzionali sull’amore, il sapere, la famiglia e la morte), potrà rivolgersi al fresco romanzo Un’Odissea di Daniel Mendelsohn (Einaudi 2018).

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Zingaretti non ha condiviso le scelte sulla giunta

Caro Roberto Speranza, ho appreso dai giornali che Nicola Zingaretti ha deciso non solo la composizione della Giunta ma ha già distribuito le deleghe.

Il decimo assessorato riservato a LeU, in attesa che gli venga fornito il nominativo, è quello con delega al Lavoro. Quando si forma una maggioranza politica si dovrebbe, in primis, discutere delle scelte politiche che riguarderanno la legislatura su materie importanti come: Sanità, Trasporti, Rifiuti e così via. Successivamente la discussione dovrebbe, poi, riguardare la composizione della Giunta e quindi della squadra di governo e delle deleghe da assegnare ad ogni singolo Assessore. Ma forse mi sbaglio.

Vengo a sapere, rimanendo esterrefatto, che neanche tu sei stato informato delle decisioni prese.

Se ci fosse stata data l’opportunità di poter dire la nostra e di poter fare delle proposte, personalmente avrei proposto un/a sindacalista come Assessore al Lavoro; una persona capace di affrontare le tantissime vertenze aperte ed esistenti all’interno del perimetro regionale. Penso che sarebbe stato utile e giusto se le forze politiche – tutte – di maggioranza fossero state messe in condizione di poter decidere insieme Assessori e competenze! Così non è stato, e trovo tutto ciò veramente irriguardoso verso il nostro Movimento.

È vero, non abbiamo raccolto i consensi che pensavamo di raccogliere ma anche se pochi, e senza quel quattro per cento che abbiamo messo a disposizione e nelle mani di Zingaretti, ora si parlerebbe di Giunta Parisi! Ti comunico quindi la mia indisponibilità ad essere indicato in una discussione ormai lunga, sterile e ingiusta, nel merito e nel metodo, per i numerosi militanti ed elettori che in questi mesi hanno seguito, sostenuto e supportato il nostro programma al fine di ricoprire quell’Assessorato.

Se fossi in te lascerei anche questo Assessorato, per il mancato rispetto e considerazione di un’alleanza messa a disposizione e a sostegno di un progetto e frutto, come tu ben sai, di una contrapposizione burrascosa tra le forze della sinistra; forze contenute in un ormai movimento elettorale scaduto per merito e per metodo.

Se fossi in te lascerei quella delega cercando, appunto, di salvare la nostra identità politica e dimostrando così una dignità che, forse, pochi hanno. Quanto a me che per occupare quel posto avrei dovuto tra l’altro dimettermi da Sindaco, scelgo di continuare ad interessarmi, finché mi sarà possibile farlo, dei problemi dei cittadini Fianesi che hanno saputo apprezzarmi, sostenendomi con il 71% dei consensi mentre il centrosinistra perdeva, nel 2016, in quasi tutti i Comuni.

Ottorino Ferilli, sindaco di Fiano Romano

 

Se Lega e 5Stelle non sono autolesionisti, si accorderanno

Da ogni dove si sente dire che Lega e M5S non faranno mai un esecutivo insieme, anche se avrebbero i numeri e diverse cose nel programma li accomunano, dal no alla Fornero, al Tav e ai vitalizi, al sì al reddito di cittadinanza, al riposizionamento in chiave europea. Io credo invece che se non sono fessi lo faranno, visto che per percentuali di aumento e numeri di voti sono loro i soli veri vincitori. I ruoli importanti nel governo sono ben noti: premier, vicepremier, ministri dell’estero, interno, finanze, lavoro, economia, sanità, istruzione. Usando una logica tipo “il premierato vale 3 o 4 ministeri importanti”, si accorderanno sulle relative attribuzioni, e il governo lo faranno loro alla faccia di Renzi, dell’ircocervo di Berlusconi, e di quanti dicono che si rovinerebbero in questa alleanza.

Se non sono autolesionisti lo faranno, è la loro occasione irripetibile, e forse anche l’ultima di una politica differente per il paese, prima del nulla.

Enrico Costantini

 

Il Pd può superare Renzi e uscire dall’immobilismo

Al netto del rinvio a dopo Pasqua per l’inizio delle consultazioni da parte di Mattarella (che certamente ha un suo progetto), se il Pd residuale vuole ritornare in campo e in lizza per un governo con i 5 Stelle, dovrebbe rimuovere la scelta aventiniana, voluta dall’ex segretario Renzi, oggi eletto senatore della Repubblica, e fatta propria da renziani, che hanno la maggioranza all’interno dello stesso Pd.

Ed, invero, la scelta di stare all’opposizione da parte di un Renzi più arrabbiato per la sconfitta che consapevole dei danni che arrecherà, preclude per esempio una eventuale alleanza tra Pd e 5S, senz’altro più omogenea rispetto ai programmi dei 5S e del centrodestra.

Insomma, se il Partito democratico residuale o orfano dell’ala sinistra, e in mano ai renziani, continuerà con la scelta aventiniana finirà con l’indebolire sempre più lo stesso partito, sino a portarlo alla scomparsa (o quasi) alle prossime elezioni. Senza dimenticare che, se non si riuscisse a formare un governo durante le consultazioni, come ha già detto il presidente Mattarella, potremmo anche andare a elezioni anticipate e queste potrebbero essere molto prima del previsto.

Luigi Ferlazzo Natoli