Morto Ratzinger: la bufala e i messaggi nascosti

Ieri pomeriggio in Vaticano s’è diffuso il panico per una bufala pubblicata dal sito Il Quotidiano del Lazio che annunciava la morte a novant’anni di Joseph Ratzinger, il pontefice emerito.

Il breve testo, nel giro di un paio di ore, è stato cancellato. Quello che ha colpito, però, essendo infondata la notizia, era il significato nascosto, troppo raffinato per essere soltanto un grave errore giornalistico (poi sono arrivate le scuse). In sintesi: muore Benedetto XVI, di recente aveva difeso il successore Francesco.

Il riferimento è alla famosa lettera di Ratzinger – in risposta a una richiesta di recensione di una serie di volumi sulla teologia di Bergoglio – inviata a monsignor Dario Viganò e resa pubblica con una serie di omissioni. Benedetto ha “difeso” Bergoglio spazzando via gli “stolti pregiudizi” sul valore teologico dell’argentino, ma s’era anche rifiutato di leggere e commentare volumi firmati da autori ostili.

Questa lettera, diffusa alla vigilia del quinto anniversario del pontificato di Jorge Mario Bergoglio, è costata il posto a Viganò, che la scorsa settimana si è dimesso dalla carica di prefetto della Segreteria della comunicazioni, proprio durante la riforma ispirata da Francesco. E dunque la bufala, agli occhi esperti di chi frequenta il Vaticano, è parsa subito un tentativo di creare confusione oltre le mura leonine e di lanciare segnali a chi da tempo conduce una battaglia sottotraccia al pontificato di Bergoglio. Come fu per il messaggio nascosto in un’altra e ancora più clamorosa bufala, quella del falso tumore di Francesco: squallido tentativo per mettere in discussione le sue capacità di agire, di scegliere, di guidare la Santa Sede.

Pur con gli acciacchi dovuti all’età (il 16 aprile compie 91 anni), Ratzinger sta molto bene: legge, a volte suona il piano, si muove a fatica però cammina, incontra i prelati amici e sta aspettando il fratello dalla Germania per trascorrere la Pasqua assieme. E proprio per fare gli auguri alla vigilia della resurrezione di Cristo, ieri pomeriggio, come accade ogni anno, papa Francesco è andato a salutare il papa emerito. La notizia, stavolta vera della visita, è stata diramata dalla sala stampa del Vaticano dopo le venti, proprio mentre stava per sfumare l’attenzione sulla bufala del Quotidiano del Lazio.

Ong indagata per i migranti: cade un reato, sì al sequestro

Il presidente dell’ufficio Gip di Catania, Nunzio Sarpietro, ha convalidato ieri mattina il sequestro preventivo della nave Open Arms, fermata lo scorso 18 marzo a Pozzallo (Ragusa). Nello stesso provvedimento – che accoglie l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina – il giudice ha però escluso l’ipotesi di associazione per delinquere, che era stata contestata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catania, guidata dal procuratore Carmelo Zuccaro. Cade così anche la competenza distrettuale e gli atti dovranno essere trasmessi alla Procura di Ragusa.

La linea della Procura etnea – che fin dalle dichiarazioni del procuratore Zuccaro davanti alle commissioni di Camera e Senato dello scorso anni ha sostenuto l’esistenza di una organizzazione strutturata da parte delle Ong per favorire la migrazione irregolare – non ha dunque convinto il giudice, almeno nel caso di Proactiva che è anche l’unico fin qui portato alla sua attenzione. Il presidente Sarpietro ha ritenuto insussistente l’ipotesi associativa “sotto il profilo della serietà degli indizi”.

Per quanto riguarda l’accusa di favoreggiamento – il cui accoglimento ha portato alla convalida del sequestro della nave, ora ferma a Pozzallo – gli elementi di prova principali nei confronti della Ong spagnola riguardano soprattutto il mancato sbarco dei profughi salvati nel porto di Malta. Secondo la ricostruzione basata sulle informative della polizia giudiziaria, il comandante della Open Arms si sarebbe rifiutato di chiedere al centro di coordinamento Mrcc maltese l’autorizzazione per raggiungere un porto dell’isola. Secondo il giudice ha rifiutato così di attenersi alle indicazioni della Guardia costiera, l’equipaggio della nave spagnola avrebbe violato il Testo unico sull’immigrazione, nonché il codice di condotta firmato lo scorso anno con il Ministero dell’Interno.

I volontari, nella loro difesa, hanno sostenuto di aver in ogni caso rispettato i trattati internazionali sui salvataggi e di aver agito con l’unico fine di soccorrere naufraghi in difficoltà. Una motivazione in parte riconosciuta dal giudice, ma non ritenuta sufficiente per escludere l’ipotesi di violazione del Testo unico sulla immigrazione.

Gli elementi di indagine arrivati a discovery aprono, però, anche altri scenari. La Guardia costiera ha fornito una ricostruzione dettagliata della gestione delle operazioni di salvataggio del 15 marzo scorso, che hanno portato la Open Arms prima a ricevere minacce (“anche con armi”, scrive il giudice) da parte delle navi libiche che chiedevano la consegna dei migranti salvati, per poi dirigersi verso le coste siciliane. Il centro di coordinamento di Roma aveva ricevuto la segnalazione della presenza di un gommone con diverse persone a bordo a 40 miglia dalla costa libica alle 4.21. Quindici minuti dopo il Mrcc contatta la Open Arms, chiedendo di dirigersi sul posto per valutare la situazione. Nel contempo lo stesso centro di coordinamento avvisa la Guardia costiera libica. Quello che sembrava uno dei tanti salvataggi, a questo punto, cambia volto.

Alle 5.37 il personale della nave militare italiana Capri, di stanza a Tripoli, comunica a Roma che sarebbe intervenuta una motovedetta libica. Alle 6.44 la stessa nave della Marina Militare italiana chiede al Mrcc di Roma “di far allontanare l’unità della ONG per evitare criticità durante il soccorso”. E ancora, alle 8.56 l’addetto per la Difesa Italia a Tripoli contatta la Centrale Operativa di Roma, “lamentando il comportamento della Open Arms, in quanto lo riteneva contrario al Codice di Condotta sottoscritto con il Ministero dell’Interno Italiano”.

C’è stato dunque un intervento diretto della Marina Militare nella gestione dei salvataggi e soprattutto nell’organizzazione delle azioni della Guardia costiera libica. Lo stesso giudice ammette nel decreto di convalida del sequestro che “il coordinamento (delle motovedette libiche, ndr) è sostanzialmente affidato alle forze della Marina Militare Italiana”. La Guardia costiera libica è stata accusata di violazione dei diritti umani dei migranti in un rapporto dello scorso mese firmato dal segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres.

Giunta Zingaretti, Leu pasticcia sui nomi per la delega al lavoro

“Non ci sono le condizioni politiche per Liberi e uguali per entrare nella giunta regionale del Lazio”. Con una nota, diffusa ieri dai coordinatori regionali Angelo Fredda e Piero Latino, ieri Leu ha confermato che la poltrona, quella dell’assessorato al Lavoro garantito dal governatore Nicola Zingaretti al partito di Grasso – alleato alle elezioni e caratteristico della coalizione allargata zingarettiana – rimarrà vuota ancora per un po’. Ragioni politiche, spiegano i due dirigenti: ieri mattina era stata consegnata al governatore una coppia di nomi (Piero Latino e Paolo Cento, espressione di Mdp e Si) tra i quali scegliere. Nel frattempo era intervenuto nel dibattito l’unico consigliere regionale eletto da Leu, Daniele Ognibene, proponendo un terzo nome, l’ex leader della Cgil Roma e Lazio Claudio Di Berardino. Ma da Zingaretti, affermano, “nessuna risposta”, sebbene “il patto che gli ha consentito di essere riconfermato presidente lo ha firmato con le forze che oggi costituiscono LeU. A queste doveva una risposta”. “La mia appartenenza all’alleanza e il mio sostegno alla giunta non sono in discussione”, taglia corto però Ognibene, prefigurando una sorta di appoggio esterno.

Totò e Peppino alla siciliana vendono la Valle dei Templi

La burocrazia siciliana si ispira a Totò e Peppino nella celebre scena della Fontana di Trevi venduta ad un turista americano e cede in vendita un pezzo della Valle dei Templi, patrimonio dell’Unesco, all’imprenditore Vincenzo Sinatra, suocero del deputato alfaniano Riccardo Gallo (Forza Italia): un terreno di grande pregio di 4.000 metri quadri, nella zona archeologica che il mondo ci invidia, per la modicissima cifra di 10 mila euro. E questa volta Totò e Peppino in salsa pirandelliana hanno nomi e cognomi, sono la funzionaria Dania Ciaceri, 62 anni, dirigente dell’assessorato ai Beni Culturali, e Pietro Meli, sovrintendente di Agrigento, entrambi architetti, protagonisti della versione siciliana di “Selling England by the pound’’: la prima è indagata e Sinatra è finito agli arresti domiciliari su ordine del gip Francesco Provenzano che ha definito la vicenda una “trasformazione kafkiana di un bene pubblico, inalienabile patrimonio dell’umanità, in proprietà esclusiva di un privato’’.

Protagonista di una serie di presunti abusi denunciati dall’avvocato ambientalista Giuseppe Arnone, Sinatra cerca di accaparrarsi l’area sin dal 2002, ma le sovrintendenti del tempo vietano ogni concessione del terreno, che l’imprenditore vuole utilizzare come parcheggio a servizio del suo hotel. La svolta arriva nel 2010, ricostruisce il giudice, quando al vertice della Sovrintendenza arriva Pietro Meli, che all’ennesima richiesta accende il semaforo verde. Da quel momento, per la Procura, è una valanga di abusi e carte false: all’inizio la richiesta è solo di affitto, e la Ciaceri si rivolge al Genio Civile per conoscere il canone da applicare. Ma non le risponde nessuno e così arriva il “colpo d’ingegno’’: la locazione si trasforma in vendita, che neanche Sinatra aveva chiesto, con un parere che l’architetto Meli, novello Totò, esita favorevolmente “dimenticandosi – scrive il giudice – dell’inalienabilità di un bene simile, e del fatto che la competenza sulla decisione spettasse all’assessorato ai Beni culturali’’.

“È conforme allo svolgersi dei fatti – scrive il giudice – che Meli sia stato compulsato da Sinatra e che di ciò fosse stata messa a conoscenza la dirigente Ciaceri”. E siccome l’appetito vien mangiando, i falsi continuano sull’estensione del terreno venduto: Sinatra ne acquista solo una parte, mille metri quadri, impegnandosi a piantumare alberi sulla fetta restante, ottenuta in concessione. Negli uffici della Regione la Ciaceri somma miracolosamente (e illecitamente) le due aeree in un unico atto di vendita, che da mille passa a 3.400 metri quadri. Per aumentare ancora davanti al notaio Salvatore Di Liberto: nell’atto vengono aggiunti altri 400 metri quadri in un gioco di prestigio con i beni della regione protetti dall’Unesco. Con un costo, definito “vile’’ dal gip, di 10 mila 608 euro, Sinatra si impadronisce così di un’area di 3.809 metri quadrati.

Le “attenzioni’’ dell’albergatore sulla Valle dei Templi vengono denunciate da anni dall’avvocato ambientalista Giuseppe Arnone che oggi definisce il suo arresto “il crollo di uno degli storici padroni della Valle dei templi, che con l’aiuto dell’avvocato Gaetano Armao, oggi vicepresidente della Regione, è riuscito anche a sottrarre alla Soprintendenza che l’aveva espropriata una costruzione nel cuore della Valle destinata ad uffici turistici e incredibilmente sottratta dal Tar e dal Cga alla destinazione pubblica’’.

Sicilia, bocciata la manovra Musumeci invoca già le urne

Palermo

La maggioranza di centrodestra in Sicilia sfuma nella dissolvenza del voto della legge di bilancio, trentadue deputati siciliani (dem e grillini) su 64 votano contro, costringendo il vice-presidente vicario dell’assemblea regionale siciliana Roberto Di Mauro a sospendere la seduta e ad annunciare il rinvio del Documento economico e finanziario alla Commissione Bilancio.

La Sicilia indebitata per miliardi di euro ricorre ancora una volta all’esercizio provvisorio e il governatore Nello Musumeci, a quattro mesi dalle elezioni, avverte i primi scricchiolii della sua giunta, appesa com’è a uno, due voti, che ieri sono mancati. L’ipotesi proposta dal centro destra prevedeva i 5stelle fuori dall’aula, il Pd astenuto e il governo avrebbe avuto i numeri per approvare le norme. Ma i grillini hanno risposto picche e con Forza Italia spaccata il centro destra è affondato. La bocciatura adesso rinvia di un mese l’approvazione della legge di spesa aprendo un nuovo periodo di paralisi per il governo e di lucrose contrattazioni per i parlamentari respinte da Musumeci che usa toni insolitamente duri: “Non sarò mai ostaggio di nessuno – dice – né io né il mio governo. Se ci vogliamo confrontare, facciamolo qui con la telecamera sul volto e alla luce del sole. Se pensate che per ottenere il voto io debba confrontarmi con qualcuno dietro le quinte, potete scordarvelo’’. Musumeci teme un mese di cottura a fuoco lento per il suo governo, un periodo di stasi amministrativa con i parlamentari impegnati nel consueto suk di fine stagione, la gara a tirare la tovaglia della spesa pubblica dalla propria parte e lancia una sorta di penultimatum: “Se il Parlamento non mi consentirà di lavorare, non ho alcuna difficoltà a riconsegnare la Sicilia al voto dei cittadini. Ognuno ne prenda atto: non possiamo giocare al tanto peggio, tanto meglio”. Gli replica il capogruppo del Pd Giuseppe Lupo, che intervenendo a Sala d’Ercole ha annunciato il voto contrario al Defr poi bocciato dall’Aula: “Voglio dire con chiarezza al presidente Musumeci: se crede di non essere in grado di governare questa Regione, si dimetta. Anche alla luce della bocciatura del Defr, il presidente valuti serenamente la situazione: non fa bene alla Sicilia avere un governatore che un giorno sì e uno no, ripete di non avere una maggioranza”. E a Musumeci che si lamenta che le difficoltà della sua giunta nascono dalla legge elettorale che “non ha previsto un premio di maggioranza che sia stabilità al governo”, Lupo replica sostenendo che “quando il presidente Musumeci è stato eletto, aveva una maggioranza: non è certo colpa della legge elettorale se l’ha persa per strada”.

Come s’è perso anche Sgarbi, eletto alla Camera, che ieri si è dimesso accusando Musumeci di essere “maleducato”, per non avere difeso il suo ruolo di assessore: “È lui che ha rotto il patto, non io”. Seduti a poca distanza l’uno dall’altro i due non si sono rivolti la parola.

Verdini dispensa consigli: “Lega e M5S trovino un’intesa”

Tutti a lezione di Patto del Nazareno. Il docente è Denis Verdini, uno degli artefici dell’accordo del 2014 tra Pd e Forza Italia. Intervistato a Circo Massimo su Radio Capital, Verdini ha fatto la sua previsione: “Teoricamente tutti possono rientrare in gioco, ma quello che è accaduto sulla nomina dei presidenti di Camera e Senato mi pare abbia avviato un ragionamento tra il centrodestra, guidato da Salvini, e il M5S. Io penso che saranno loro a fare il governo”. Come? “Per governare – ha detto ancora Verdini – occorre trovare dei punti d’incontro, fare un compromesso, non mi pare difficile se si leggono le dichiarazioni”. Un po’ di buon senso, quindi, potrebbe suggerire ai leader di Lega e 5 Stelle di trovare un accordo: “Occorre superare quell’atteggiamento che si ha quando si sta all’opposizione, quando si dice ‘no’ e basta. Stare al governo è un’altra cosa”. A patto che si trovi un nome terzo disposto a fare il premier: “Di Maio e Salvini dovranno fare un passo indietro. Troveranno un terzo e loro possono fare i ministri o i vicepresidenti del Consiglio, non è la prima volta che succederebbe”.

“Qui da voi non si tocca mai il fondo: io vedo sempre le stesse facce”

È il 2003 quando nelle librerie esce per Rizzoli Il cuore oscuro dell’Italia. A scriverlo è un giovane giornalista inglese, Tobias Jones, corrispondente in Italia per il Guardian. Berlusconi è Presidente del Consiglio, al massimo del suo potere. Il libro è un’analisi antropologica del nostro Paese. Tobias “osa” scrivere dell’anomalia italiana, ossia che di qualsiasi cosa si voglia parlare – dalla politica, al calcio, all’informazione – Berlusconi ne è in qualche modo coinvolto. Apriti cielo, contro di lui si scatena il fuoco di fila del Cavaliere: telegiornali, giornali, opinionisti, tutti contro il “pinocchio inglese”. “In realtà non avevano neanche letto il libro, però la forza mediatica di Berlusconi si scatenò contro di me solo perché mi ero permesso di sollevare alcune contraddizioni riguardo alla sua figura, che non aveva eguali nel mondo”. Il libro diventa un caso, oltre centomila copie oltremanica, tante anche in Italia. In quell’anno Jones torna a vivere in Inghilterra, mette su famiglia e per quindici anni segue le vicende italiane da lassù. Oggi scrive ancora per il Guardian ed è tornato a vivere qui, a Parma, con moglie e figli al seguito.

Cosa è cambiato?

Direi poco: ieri Berlusconi era al centro della scena politica, oggi ancora. Lo squallore del personaggio fa capire che qui in Italia non si tocca mai il fondo. Ha avuto più potere di tutti, maggioranze bulgare in Parlamento, le televisioni, i giornali: poteva fare tutto, non ha fatto niente.

Un caso solo italiano?

Per certi versi sì, poi però vedo che in qualche modo è stato un’avanguardia: dopo di lui sono arrivati i Bloomberg e i Trump. Una politica fatta con lo stesso stampo, figlia di un impero economico e finanziario alle spalle.

In Inghilterra com’è visto?

Una figura piuttosto ridicola e sinistra. Per me è anche un uomo abbastanza pericoloso.

Come spiega la sua longevità politica?

Berlusconi è quello che è, ma l’elettore di Forza Italia non lo vede. Nei suoi confronti c’è una sorte di fede, credono in lui. E la televisione lo ha aiutato molto negli anni.

In Italia la politica ha le mani sulla televisione pubblica…

Mi limito a dire che gli inglesi sono orgogliosi della Bbc, si fidano, perché è autorevole. Qui non mi sembra così.

Che differenza c’è tra la Bbc e la Rai?

Le cito un esempio: anni fa quando Jeremy Paxman della Bbc intervistò il conservatore Michael Howard gli fece 12 volte la stessa domanda. E sa perché? Perché Howard non rispondeva mai nel merito. Per noi un politico è una preda, io voglio fargli la pelle se ha sbagliato. Anche Bruno Vespa fa così? No, lui al massimo fa il cameriere.

Andiamo avanti con l’analisi politica.

Mi fa impressione vedere che in Italia i partiti sono sempre nuovi, hanno nomi diversi, ma le facce sono quasi tutte le stesse. E poi qui i politici cambiano casacca con grande facilità, centinaia nella stessa legislatura, in Inghilterra al massimo uno o due, e sono sempre mele marce, non la consuetudine.

Cosa pensa di Matteo Renzi?

Un uomo senza umiltà, che non ascolta nessuno e che ha una grande smania di potere. Lo si è visto quando ha preso il posto di Enrico Letta: cosa aveva che non andava Letta, era del suo partito? Semplicemente era un ostacolo alla sua voglia di potere. Poi a Renzi piaceva molto andare a stringere la mano di Obama, non gliene fregava niente dei quartieri popolari. D’altronde si è bruciato in due anni.

Ora si è dimesso.

Guardi, uno che rassegna le dimissioni però continua a dare indicazioni – penso al fatto che il Pd debba rimanere all’opposizione – dà l’idea di che tipo di dimissioni siano. È un prepotente, è fuori dal mondo: che vada a mangiarsi, come dice il vecchio adagio, una fetta di torta dell’umiltà. Ci sono politici che dopo aver dato il loro contributo si sono fatti da parte e hanno fatto altre cose, a volte meravigliose, come il volontariato, cose così. Lui non mi sembra questo tipo di persona. Ma oggi è ormai marginale, la scena è tutta di Salvini e Di Maio.

Il M5S è il primo partito d’Italia…

Un partito che ha tutto dentro, destra, sinistra, centro, vedremo cosa succederà. Io sono molto agnostico su di loro perché non sono mai stati al potere, non riesco a esprimere un giudizio. Nel 2013 mi sarebbe piaciuto vederli al Governo con Bersani, avrebbero fatto cose egregie, ma non si è fatto.

Chi governerà l’Italia?

Difficile dirlo, però credo tocchi ai Cinquestelle, lo hanno guadagnato sul campo. Se poi riuscissero a portare al Governo i loro princìpi di onestà e giustizia – già dire no a Romani Presidente del Senato è stata una cosa giustissima – sarebbero tutti contenti, credo. L’Italia avrebbe bisogno di una rivoluzione politica. E visto che amo l’Italia auguro loro di riuscirci.

Passano Gelmini e Bernini tris di donne per Berlusconi

Mariastella Gelmini alla Camera e Anna Maria Bernini al Senato. In Forza Italia nessuna sorpresa: sono loro i nuovi capigruppo nel partito di Berlusconi in sostituzione di Renato Brunetta e Paolo Romani. L’elezione, ieri, all’unanimità e per alzata di mano, è filata via senza scossoni. “Rinnovamento nella continuità” è l’espressione che si usa in questi casi. I veleni dei giorni scorsi, però, non sono evaporati. Romani e Brunetta lasciano a malincuore le poltrone, soprattutto perché del futuro non v’è certezza. Non si sa, infatti, se nascerà un governo centrodestra-M5S e, anche se fosse, non è detto che Forza Italia ne faccia parte. Quindi poltrone ministeriali cui ambire al momento non ce ne sono. Anche per questo l’amarezza dei due resta alta. Soprattutto da parte di Romani, che ha dovuto ingoiare due rospi in poche ore: la mancata elezione alla presidenza del Senato e l’abbandono della presidenza del gruppo. Brunetta, invece, aveva i deputati contro e, se si fosse andati alla conta, avrebbe rischiato la sfiducia. Capita l’antifona, ha preferito farsi da parte, sabato scorso, con un tweet intinto nel curaro. Non sarà lui a salire al Quirinale per le consultazioni e ciò gli dispiace assai. Anche per un futuro impiego nel partito, è buio fitto. Non è detto, infatti, che Berlusconi decida di nominare un coordinatore unico. Ma in tal caso si parla di Tajani o Gasparri. Sorridono Bernini e Gelmini che, con Elisabetta Alberti Casellati, vanno a comporre un tris azzurro di donne nel risiko del potere che diventerà un poker se, come sembra, Mara Carfagna diventerà vicepresidente della Camera. Il quadro dei capigruppo di centrodestra si completa con i leghisti Giancarlo Giorgetti (Camera) e Gianmarco Centinaio (confermato al Senato), mentre FdI ha eletto pro tempore Fabio Rampelli (Camera) e Stefano Bertacco (Senato). Domani, invece, si procederà all’elezione di vicepresidenti, segretari d’aula e questori, dove però l’intesa ancora non c’è. “Svolta rosa? Remiamo tutti dalla stessa parte, non ne farei una questione di genere”, dice Bernini. “Si apre una fase di cambiamento, che non vuol dire per forza rottamazione o giovanilismo”, sottolinea Gelmini.

La prima è un’avvocatessa bolognese proveniente da una famiglia di noti giuristi. I primi passi in politica li muove in An, ma è nel Pdl che si avvicina a Berlusconi, di cui diventa ministro per le Politiche europee nel 2011. Gelmini, invece, è una forzista di lungo corso: dopo una gavetta sul territorio, nel 2005 diventa consigliera regionale e coordinatrice Fi in Lombardia. Nel 2006 viene eletta deputata, mentre dal 2008 al 2011 è ministro della Pubblica istruzione, molto contestata per la sua riforma e i continui tagli a scuola e università. Di lei si ricorda, da ministro, la gaffe sul “tunnel tra il Gran Sasso e Ginevra dove viaggiano i neutrini”, per cui fu costretto alle dimissioni il suo portavoce. Ma lui non c’entrava nulla.

Anzaldi e il mondo alla rovescia

Michele Anzaldi osserva con inconsolabile malinconia il mondo alla rovescia. È l’uomo a cui Matteo Renzi, all’apice del potere, aveva affidato il presidio militare della Rai. Lui eseguiva con zelo commovente: a ogni timido vagito critico che si sollevasse in una trasmissione del servizio pubblico, corrispondeva (in tempo reale) una dichiarazione di censura di Anzaldi, subito rimbalzata dalle agenzie di stampa. Ora si gira intorno e non riconosce più nulla dell’orto annaffiato per anni. Dopo il 4 marzo il Tg1, fiore all’occhiello dell’informazione filogovernativa, si è riciclato con rapidità sconvolgente. Sabato sera intervista sbracata a Luigi Di Maio, lunedì sera intervista sbracata a Roberto Fico. Scalette capovolte, ritratti entusiastici del nuovo presidente della Camera, spazi ridotti all’osso per le nuove opposizioni. Il povero Anzaldi è sbottato in un’intervista ad Affaritaliani.it: “Stiamo assistendo a un imbarazzante appiattimento dell’informazione Rai sul Movimento 5 Stelle”.

Per certi versi è difficile dargli torto. Ma è una questione di metodo, lo stesso presidiato da Anzaldi fino all’altroieri. Immutabile nei decenni: lo spazio che i telegiornali del servizio pubblico dedicano ai partiti è direttamente proporzionale al loro potere. Per una lunga legislatura – soprattutto sul Tg1, in misura appena minore sul Tg2 e decisamente minore sul Tg3 – dei Cinque Stelle si è parlato solo in funzione dei problemi interni o dei guai della giunta Raggi: assessori dimissionari, emergenze rifiuti, un’incredibile crisi diplomatica col Vaticano (mai avvenuta), Olimpiadi saltate, Stadio della Roma in bilico, lo scandalo Spelacchio. Ora i grillini – e la Lega – aprono tutti i notiziari. Il cambiamento del linguaggio è impressionante: Roberto Fico all’indomani dell’elezione a Montecitorio è stato raccontato come una sorta di santo laico. E la mutazione dei Cinque Stelle è speculare. Di Maio e Fico si prendono le copertine del Tg1 che prima spettavano a Renzi, Gentiloni e Boschi. Senza un fiato, senza polemiche. Le interviste spot dell’informazione “prona ai partiti” sono sempre le stesse, cambiano giusto gli intervistati. Ieri nel Tg1 delle 13 (ovviamente con una lunga pagina dedicata a Fabrizio Frizzi), il servizio sui capigruppo del Pd è arrivato mestamente al minuto 11 e 50 secondi. Prima, nella ben più ampia pagina dedicata ai vincitori, anche un cameo della capogruppo M5S Giulia Grillo. Una dichiarazione a mezzo busto, senza alcuna domanda, senza mediazione giornalistica. Un grande classico, ma con la bandiera dei 5Stelle alle spalle del dichiarante. È il mondo alla rovescia.

I conflitti d’interessi del senatore (dimenticati)

L’ultimo reddito dichiarato dal senatore Andrea Marcucci, neo-eletto capogruppo del Pd al Senato, è di 356.000 euro. Perché Marcucci non è un politico di professione, anche nell’ultima legislatura ha continuato a fare il manager nel gruppo di famiglia, la multinazionale farmaceutica Kedrion, 600 milioni di fatturato, specializzata in emoderivati. Ruoli e attività, quelli di Marcucci, che nel 2013 secondo molti dei senatori Pd che ieri lo hanno scelto come presidente, lo avrebbero addirittura costretto a scegliere tra la carriera politica e il business.

Torniamo all’inizio della XVII legislatura. Il 20 giugno 2013 un gruppo di importanti senatori del Partito democratico di allora presenta un disegno di legge “in materia di incompatibilità parlamentare”. È una norma che vuole aggiornare le varie disposizioni sul conflitto di interessi in modo da farci rientrare anche la posizione di Silvio Berlusconi, all’epoca senatore non ancora decaduto (la sentenza definitiva per frode fiscale arriverà solo in agosto).

Una vecchia legge del 1957, ormai superata, disciplina i casi in cui un parlamentare si trova in conflitto d’interessi quando intrattiene “in proprio” o “quale esponente di imprese private a scopo di lucro, rapporti contrattuali di notevole entità economica con le pubbliche amministrazioni”. Berlusconi è titolare di concessioni televisive, ma non a livello personale, bensì tramite Fininvest e Mediaset, dunque riesce ad aggirare la norma. Il disegno di legge del Pd voleva evitare che deputati e senatori potessero avere “nelle imprese che siano in rapporti con amministrazioni pubbliche, interessi rilevanti determinati”. Tra i casi in cui questi interessi vengono riscontrati, il disegno di legge indica “la qualità di rappresentante legale, amministratore o dirigente di imprese costituite in qualsiasi forma, anche a partecipazione pubblica quando si tratta di imprese che hanno rapporti contrattuali o negoziali di qualsiasi natura con una pubblica amministrazione, il rapporto comporta l’obbligo di adempimenti specifici o l’osservanza di prescrizioni normative a tutela di un interesse pubblico”.

Quel disegno di legge aveva come primo firmatario Massimo Mucchetti (che non si è ricandidato) ma poi c’era il capogruppo di allora, Luigi Zanda, Valeria Fedeli, il super renziano Mauro Del Barba, Franco Mirabelli, Stefano Collina, Mauro Maria Marino e altri. Tutta gente che ieri ha votato Marcucci capogruppo.

Marcucci, invece, all’epoca evitò di firmare quel disegno di legge che, per sua fortuna, non è mai stato approvato. Perché lui rientrava e rientra tra i casi di conflitto d’interessi che il Pd considerava nel 2013 censurabili: l’azienda della sua famiglia, la Kedrion, è partecipata dal 2012 dalla Cassa Depositi e Prestiti che ci ha investito 100 milioni di euro. E lui stesso è consigliere d’amministrazione della Kedrion oltreché, si legge, anche nella sua dichiarazione patrimoniale depositata al Senato, presidente della controllata americana Kedplasma Llc.

“Avanza un gigantesco conflitto di interessi”, scriveva su Facebook Marcucci il 2 gennaio 2018. Ma non era una auto-denuncia, bensì una polemica contro la Casaleggio Associati, “una azienda che si alimenta con i soldi pubblici del M5S” e i cui “vertici non eletti ne determinano la linea politica”. Zanda e gli altri senatori che hanno votato Marcucci hanno scelto di dimenticarsi la Kedrion e pure la legge che avevano firmato nel 2013.