“La politica è servizio. Ho servito il partito”. Lorenzo Guerini sposta il peso da un piede all’altro, mantiene un tono composto, come sempre. Ai tempi d’oro, Matteo Renzi lo chiamava “Arnaldo”, come Forlani, per sottolinearne diplomazia e pazienza. Sono le caratteristiche alle quali Guerini deve appellarsi: ieri è finito nel tritacarne delle guerre (anzi, ormai guerrette) del Pd per i capigruppo. E alla fine, per evitare una conta, ha fatto un passo indietro. A Montecitorio toccava a lui: tanto è vero che insieme al reggente, Maurizio Martina aveva condotto tutta la partita delle presidenze di Camera e Senato.
Ieri i Dem hanno eletto dunque capigruppo, per acclamazione, alla Camera Graziano Delrio e al Senato Andrea Marcucci. Scelte che rappresentano “parzialmente” una rottura rispetto al Pd renziano, per dirla con Andrea Orlando. In quel “parzialmente” c’è tutto: mentre Martina si affretta a dire che si tratta di “un ulteriore passo nel senso della squadra”, la realtà è che nessuno è soddisfatto. Renzi è furibondo, perché non è riuscito a imporre la sua soluzione (Guerini e Marcucci); le minoranze non sono riuscite a trovare figure davvero alternative (Delrio è percepito come un post-renziano). E via di questo passo.
Riavvolgendo il nastro, il film della giornata appare convulso e caotico. L’ex premier non vuole demordere, gli altri scalpitano. Il problema è Marcucci, un fedelissimo, piuttosto che Guerini, uno che parla con tutti. Dunque, le mediazioni si sprecano. In mattinata, Martina partorisce un’ipotesi: resta Guerini per la Camera, ma entra l’economista Tommaso Nannicini per il Senato. Fare il capogruppo non sarebbe esattamente il suo mestiere, ma lui dice di sì. Renzi si arrabbia, gli chiede di rinunciare. Lui lo fa. Al Nazareno è riunito il gabinetto di guerra: lo stesso ex segretario, Martina, Orfini, Guerini, Delrio. Una volta facevano i governi, ora i capigruppo. Cose che capitano. Tra i nomi messi sul tavolo tra partito e Senato c’è Teresa Bellanova. Alla minoranza non va bene neanche lei: troppo inesperta, troppo renziana. A quel punto, Guerini fa quello che andava meditando da una settimana: si fa indietro. Renzi e Lotti lo invitano a resistere. Ma alla fine è lo stesso “senatore di Scandicci” a chiedere la disponibilità a Delrio. Il quale, per inciso, non è neanche troppo entusiasta. Ma dice di sì. “È una grande responsabilità, ringrazio i deputati per la fiducia”, dice poi. Lui e Guerini sono vicinissimi, politicamente e umanamente. Le minoranze restano un po’ spiazzate: è una gara a dire che il problema non era la “persona” Guerini.
A volere l’acclamazione nei gruppi, per evitare il voto segreto, è Martina: chiede fiducia, stavolta gli viene data. Tra i big anti renziani, da Franceschini in giù, poi, è tutto un complimento ufficiale. I renziani però lo liquidano così: “Se voleva il mandato per fare il segretario dall’Assemblea, a questo punto se lo può scordare”.
Commenta Rosa Maria De Giorgi, ex senatrice, spedita da Renzi alla Camera: “Delrio ha partecipato ai caminetti contro cui l’ex segretario si è scagliato”. Quindi, sarebbe un’elezione contro l’ex segretario? “Diciamo che è la massima espressione del coraggio anti-renziano”.
Oggi si votano gli uffici di presidenza di Palazzo Madama, domani quelli di Montecitorio. Il Pd pretende 2 vice presidenze e 2 questori. Si potrebbe dover accontentare di 3 posti. Per il Senato, la candidatura è quella dell’orlandiana, Anna Rossomando. Per la Camera, dovrebbe farcela Ettore Rosato, anche se c’è un inedito attivismo di Luca Lotti per quel posto. Non dovrebbe spuntarla. Per lui e per Maria Elena Boschi, c’è uno sbarramento su tutto. E dunque, non dovrebbe farcela neanche per la presidenza del Copasir: ed è lì che potrebbe rientrare in campo Guerini. Una candidatura meno smaccatamente renziana e una compensazione per lui.
Si apre intanto anche un’altra questione: Delrio è ministro delle Infrastrutture. Si dimetterà come Martina, con Gentiloni pronto per gli interim? Il suo è un ministero pesante, non è detto. Ma tra le soluzioni in campo quella di dare le deleghe al viceministro, Riccardo Nencini.