Delrio e Marcucci capigruppo: mezza sconfitta per Renzi

“La politica è servizio. Ho servito il partito”. Lorenzo Guerini sposta il peso da un piede all’altro, mantiene un tono composto, come sempre. Ai tempi d’oro, Matteo Renzi lo chiamava “Arnaldo”, come Forlani, per sottolinearne diplomazia e pazienza. Sono le caratteristiche alle quali Guerini deve appellarsi: ieri è finito nel tritacarne delle guerre (anzi, ormai guerrette) del Pd per i capigruppo. E alla fine, per evitare una conta, ha fatto un passo indietro. A Montecitorio toccava a lui: tanto è vero che insieme al reggente, Maurizio Martina aveva condotto tutta la partita delle presidenze di Camera e Senato.

Ieri i Dem hanno eletto dunque capigruppo, per acclamazione, alla Camera Graziano Delrio e al Senato Andrea Marcucci. Scelte che rappresentano “parzialmente” una rottura rispetto al Pd renziano, per dirla con Andrea Orlando. In quel “parzialmente” c’è tutto: mentre Martina si affretta a dire che si tratta di “un ulteriore passo nel senso della squadra”, la realtà è che nessuno è soddisfatto. Renzi è furibondo, perché non è riuscito a imporre la sua soluzione (Guerini e Marcucci); le minoranze non sono riuscite a trovare figure davvero alternative (Delrio è percepito come un post-renziano). E via di questo passo.

Riavvolgendo il nastro, il film della giornata appare convulso e caotico. L’ex premier non vuole demordere, gli altri scalpitano. Il problema è Marcucci, un fedelissimo, piuttosto che Guerini, uno che parla con tutti. Dunque, le mediazioni si sprecano. In mattinata, Martina partorisce un’ipotesi: resta Guerini per la Camera, ma entra l’economista Tommaso Nannicini per il Senato. Fare il capogruppo non sarebbe esattamente il suo mestiere, ma lui dice di sì. Renzi si arrabbia, gli chiede di rinunciare. Lui lo fa. Al Nazareno è riunito il gabinetto di guerra: lo stesso ex segretario, Martina, Orfini, Guerini, Delrio. Una volta facevano i governi, ora i capigruppo. Cose che capitano. Tra i nomi messi sul tavolo tra partito e Senato c’è Teresa Bellanova. Alla minoranza non va bene neanche lei: troppo inesperta, troppo renziana. A quel punto, Guerini fa quello che andava meditando da una settimana: si fa indietro. Renzi e Lotti lo invitano a resistere. Ma alla fine è lo stesso “senatore di Scandicci” a chiedere la disponibilità a Delrio. Il quale, per inciso, non è neanche troppo entusiasta. Ma dice di sì. “È una grande responsabilità, ringrazio i deputati per la fiducia”, dice poi. Lui e Guerini sono vicinissimi, politicamente e umanamente. Le minoranze restano un po’ spiazzate: è una gara a dire che il problema non era la “persona” Guerini.

A volere l’acclamazione nei gruppi, per evitare il voto segreto, è Martina: chiede fiducia, stavolta gli viene data. Tra i big anti renziani, da Franceschini in giù, poi, è tutto un complimento ufficiale. I renziani però lo liquidano così: “Se voleva il mandato per fare il segretario dall’Assemblea, a questo punto se lo può scordare”.

Commenta Rosa Maria De Giorgi, ex senatrice, spedita da Renzi alla Camera: “Delrio ha partecipato ai caminetti contro cui l’ex segretario si è scagliato”. Quindi, sarebbe un’elezione contro l’ex segretario? “Diciamo che è la massima espressione del coraggio anti-renziano”.

Oggi si votano gli uffici di presidenza di Palazzo Madama, domani quelli di Montecitorio. Il Pd pretende 2 vice presidenze e 2 questori. Si potrebbe dover accontentare di 3 posti. Per il Senato, la candidatura è quella dell’orlandiana, Anna Rossomando. Per la Camera, dovrebbe farcela Ettore Rosato, anche se c’è un inedito attivismo di Luca Lotti per quel posto. Non dovrebbe spuntarla. Per lui e per Maria Elena Boschi, c’è uno sbarramento su tutto. E dunque, non dovrebbe farcela neanche per la presidenza del Copasir: ed è lì che potrebbe rientrare in campo Guerini. Una candidatura meno smaccatamente renziana e una compensazione per lui.

Si apre intanto anche un’altra questione: Delrio è ministro delle Infrastrutture. Si dimetterà come Martina, con Gentiloni pronto per gli interim? Il suo è un ministero pesante, non è detto. Ma tra le soluzioni in campo quella di dare le deleghe al viceministro, Riccardo Nencini.

L’altro Casellati, una “talpa” nella sanità del Pd

“Elisabetta è una persona preparata, seria e coerente”. Così, poche ore dopo l’elezione di Elisabetta Alberti Casellati alla presidenza del Senato, suo fratello Valerio Fabio Alberti, direttore dell’Asl unica di Torino, dettava all’Ansa un elogio della sorella maggiore. Di politica, però, i due non parlano molto, spiegava: “Andiamo d’accordo come fratelli”, rispondeva svicolandosi da una domanda che poteva essere pericolosa. Già, perché Alberti è uno dei dirigenti sanitari nominati dalla giunta Pd di Sergio Chiamparino ed è uno dei più ascoltati dell’assessore alla Sanità Antonio Saitta.

Anzi, Fabio Alberti costituirebbe un asse lombardo-veneto insieme al direttore generale dell’assessorato, Renato Botti, ex dg della Regione Lombardia dal 1997 al 2002 (sotto la guida di Roberto Formigoni) e poi chiamato al ministero della Salute guidato da Beatrice Lorenzin.

Insomma, nonostante l’amministrazione piemontese sia di centrosinistra, le istituzioni sanitarie sono nelle mani di dirigenti pubblici vicini al centrodestra.

Laureato in Medicina nel 1980, specializzato in igiene e medicina preventiva nel 1984, dal 1987 fino alla fine del 1992 Alberti è vicedirettore sanitario all’ospedale civile di Padova e dal 1993 direttore sanitario dell’ospedale geriatrico della stessa città. In quel periodo, mentre lui comincia il suo percorso ai vertici di aziende sanitarie e ospedaliere, la sorella aderisce a Forza Italia e, eletta al senato nel 1994, va a presiedere la commissione sanità. Negli anni successivi da Padova si sposta all’ospedale “Santa Maria degli Angeli” di Pordenone e poi all’Azienda ospedaliera di Verona, struttura di cui diventa direttore generale tra il 2003 e il 2007. Nel frattempo la sorella aveva avuto una breve esperienza da sottosegretaria alla Salute dal 30 dicembre 2004 al 16 maggio 2006 durante i governi Berlusconi II e Berlusconi III.

Finita l’esperienza a Verona, Alberti viene dato dalle cronache venete come uno dei candidati più quotati per la direzione generale della sanità veneta con la giunta di Giancarlo Galan, con cui era in buoni rapporti, ma nel 2008 si deve accontentare della Ussl di Bassano del Grappa, lasciata nel 2012 per diventare presidente della Federazione italiana delle aziende sanitarie e ospedaliere (Fiaso) a Roma. Da qui viene chiamato a Torino dall’assessore Pd Saitta nell’aprile 2015 per guidare l’Asl Torino 2, quella della zona sud del capoluogo in cui ci sono due ospedali, il “San Giovanni Bosco” e il “Maria Vittoria”. Da allora Alberti si è fatto spazio, ha conquistato la fiducia del centrosinistra e nel settembre 2016 ha ottenuto un altro compito (sempre con un solo stipendio): quello di commissario dell’Asl Torino 1, assegnatogli dopo le dimissioni di Giovanni Maria Soro, manager bocconiano ed ex direttore al Pio Albergo Trivulzio di Milano che, chiamato sotto la Mole da Chiamparino, è rientrato in fretta in Lombardia.

A quel punto Saitta ha colto al volo l’occasione per anticipare la fusione delle due aziende in un’Asl unica “Città di Torino”, guidata proprio da Alberti a partire dal gennaio 2017. Una fusione che, affermano alcuni sindacati dei medici, è stata compiuta troppo in fretta: tra le due strutture ci sono ancora dei problemi di comunicazione, anche informatica, mentre le indennità del personale medico non sono state equiparate.

Attenti: cercasi Terzo Uomo per unire il duo Di Maio-Salvini

Oggi parliamo del Terzo Uomo. Non del film con Orson Welles e neppure del terzo incomodo negli intrighi sentimentali. Ma di colui/colei che potrebbe togliere le castagne dal fuoco alla strana coppia Luigi Di Maio-Matteo Salvini, nel caso si arrivasse a un governo tra il M5S e il centrodestra (meglio senza Silvio Berlusconi). Vero è che il capo dei Cinque Stelle ha già proclamato: “Io a Palazzo Chigi o non se ne fa nulla”.

Tuttavia il leader leghista avrebbe confidato ad alcuni parlamentari: “Il governo non sarà guidato né da me né da Di Maio. Fidatevi, finirà così” (La Stampa). Noi che ormai ci fidiamo ciecamente dell’uomo che ha messo nel sacco l’ex Caimano, subito abbiamo avidamente compulsato le gazzette alla ricerca di un’impronta, di una traccia, di un segno che lasciasse intravedere il profilo adatto. Tana! Pagina 6 del Corriere della Sera: “Spunta la carta Frattini per un governo di ‘tregua’”. Segue densa biografia del due volte ministro degli Esteri di Berlusconi “vicino al Cavaliere ma che ha tenuto buoni rapporti con la Lega”, eccetera. Mah. Noi lo ricordavamo soprattutto per la serena vacanza alle Maldive mentre la guerra civile in Georgia metteva sottosopra la Farnesina. E per aver firmato una geniale legge sul conflitto d’interessi, studiata per risultare inapplicabile a uno solo: il suo datore di lavoro. Per carità Frattini si presenta bene (sugli sci) ma non sarà per caso un cicinino berlusconiano? Lui comunque rinfresca l’abbronzatura e virilmente veglia: “Chi serve le istituzioni viene chiamato, non si propone”. Parole sante. Ed ecco il Giornale: “Un premier Mister X tra Salvini e Di Maio. E si fa largo Cottarelli”. Purtroppo qualche riga sotto leggiamo che l’inascoltato (da Matteo Renzi) Carlo, commissario alla spending review considera l’ipotesi di “farsi largo” come premier “mister x” abbastanza “campata in aria” (per non dire una cagata pazzesca). Anche se non disdegna una poltrona “da ministro economico” (quando sentono parlare di tagli alla spesa pubblica Di Maio e soci godono come ricci). Tra i bene (o i male) informati girano altri nomi pesanti. Quello di Elisabetta Belloni, segretario generale degli Esteri (grande visibilità nei convegni Cinque Stelle, stimata dalla Lega, donna il che non guasta). Potrebbe fare da garante in Europa ai due vincitori populisti che l’Europa osserva con giustificata prevenzione.

Salgono le quotazioni di Enrico Giovannini, ex presidente dell’Istat, assai apprezzato nel MoVimento perché fautore del reddito d’inclusione (parente povero del reddito di cittadinanza, ma sempre meglio di niente). E soprattutto per gli studi sul Bes (benessere ecosostenibile), sorta di crescita felice molto popolare tra i populisti (da non equivocare con apro un bar sulla spiaggia ai Caraibi e vi saluto). Detto che un altro illustre premier “di tregua” potrebbe essere Giovanni Maria Flick, già Guardasigilli con Prodi e presidente della Consulta (nome fatto dal Foglio e ciò non aiuta). E che la mia personale scelta cadrebbe su Milena Gabanelli (nel 2013 candidata alle Quirinarie pentastellate, sull’immigrazione autrice di proposte di buon senso che Salvini dovrebbe apprezzare), vengo in ultimo al vero scopo di questo scritto. Un breve prontuario per candidarsi a Terzo Uomo tra Di Maio e Salvini. Max cinquantenni (visto il nuovo format generazionale), aspetto ben conservato, capelli tinti non sconsigliati, gradito abbigliamento stile cresima a Pomigliano d’Arco. Bene accette le interviste nelle quali si teorizza che flat tax e reddito di cittadinanza sono compatibili, anzi di più. Hobby e Passioni: running, sport populista trasversale (non sbilanciarsi sui troppo divisivi caccia e cucina carnivora). Progetti per il futuro: evitare di girare con la scorta inseguito da folle di grillini ululanti (copyright Travaglio).

Marescotti: “Governo coi leghisti? Verranno inseguiti coi forconi”

“Adessose il M5s, in nome della governabilità, dice di andare al governo con chiunque ci sta, è finita; noi, che siamo milioni della sinistra ad aver votato i 5 Stelle, se fanno un’alleanza con la Lega, verranno inseguiti coi forconi, perché in questo modo tradirebbero ciò che hanno promesso in campagna elettorale”. Così a L’Aria che Tira(La7) l’attore Ivano Marescotti commenta l’andamento delle trattative per la formazione del nuovo governo. Poi sottolinea: “Non ci sarà un governo Lega-M5s secondo me, da ora in poi continueremo a stare in campagna elettorale, perché c’è la possibilità che da qui a qualche mese, se non al massimo tra un anno, si andrà nuovamente al voto e quale dei tre partiti in lizza ha il coraggio di mettersi in crisi ora, facendo delle scelte sbagliate e perdendo il proprio elettorato? L’elettorato, invece, va conquistato, perché siamo ancora in campagna elettorale”. L’attore, infine, si pronuncia sulla nuova presidente del Senato,Maria Elisabetta Alberti Casellati: “Non parlo sul piano personale, ma di ciò che rappresenta la figura politica di questa Casellati Serbelloni Vien dal Mare: una cosa orrenda e schifosa, perché è il berlusconismo puro”.

Moscovici ci riprova: “Il nuovo esecutivo sia responsabile ”

La Commissione Ue non intende “immischiarsi” nelle trattative per la formazione del governo italiano, ma il nuovo esecutivo dovrà portare avanti politiche di bilancio “responsabili”. Parola del commissario agli Affari economici Pierre Moscovici, che già durante la campagna elettorale si era appellato alla responsabilità italiana. Ora, mentre si avvicina la consegna a Bruxelles del Documento di economia e finanza da parte del Tesoro italiano, Moscovici è tornato a dire la sua: “Sappiamo che il debito pubblico è elevatissimo e per ridurlo sarà necessario sostenere la crescita in modo forte, ma anche mantenere delle politiche di bilancio responsabili”. “L’intenzione dei commissari – ha detto ancora – non è assolutamente quella di immischiarsi nel processo democratico che è in corso in Italia o di chiedere delle riforme che per definizione siano impopolari”. Resta però “una questione palese che è quella della debolezza della produttività in Italia che deve essere risolta, una questione che è la sfida numero uno, e questo richiede delle riforme”.

Un like è per sempre: i grillini si imbavagliano anche da soli

C’era una volta il libero commento in libero blog. Ogni giorno gli attivisti dicevano la loro sulla pagina web di riferimento del Movimento 5 Stelle. C’erano la critica e l’incoraggiamento, il consiglio e la lamentela: il confronto tra militanti, in assenza di spazi fisici per l’incontro collettivo, accadeva lì. E poi Facebook, le chat: da sempre, tutto il dibattito interno al M5S si è in gran parte consumato dietro una tastiera.

Invece, anche qui, tutto è cambiato: nessuno scrive più. Basta vedere le reazioni “social” al post scritto da Luigi Di Maio ieri sera: in mezz’ora – tra le 19.37 e le 20 – il testo scritto dal capo politico ha ricevuto più di un milione e duecentomila like e sei (sei) commenti. Più o meno lo stesso vale per la pagina Facebook privata del candidato premier: in 90 minuti, 3500 “mi piace” e 301 commenti (qui può scrivere anche chi non è iscritto a M5S). Una sproporzione che è segno dei tempi: gli attivisti non si fidano, quindi hanno deciso di mettersi il bavaglio da soli.

Il fenomeno dell’autocensura è cominciato da un po’, ma si è fatto strada soprattutto in occasione delle ultime parlamentarie. Nel lungo lasso di tempo che si è speso tra la chiusura delle urne virtuali (il 17 gennaio) e la pubblicazione dei risultati (il 3 febbraio), lo staff M5S ha dedicato molta attenzione alla reputazione digitale degli aspiranti candidati, ripercorrendo a ritroso tutto ciò che avevano scritto, condiviso e commentato. Lo stesso vale per le segnalazioni sulle chat: a livello locale, ogni gruppo ha indicato i potenziali dissidenti che si erano esposti via whatsapp. D’ora in poi meglio non lasciare traccia: al prossimo giro c’è chi se ne ricorderà.

Una lunga gestazione come fu nel 1978, i nodi politici che separano Luigi & Matteo

Le aperture reciproche di lunedì, i blocchi in difesa di ieri per usare il moderno linguaggio calcistico. E cioè: Di Maio che ribadisce la sua eventuale premiership, Salvini che reagisce con l’intoccabilità di Forza Italia. Segnali tattici che indicano come il dialogo tra Lega e M5s avrà un gestazione lunga, fatta di stop and go e riposizionamenti quotidiani. Al Quirinale, già alla vigilia delle elezioni, nel dossier sulla prassi delle consultazioni in questi decenni sono stati evidenziati i due mesi che furono necessari per l’Andreotti IV, quando la mattina della strage di via Fani, il 16 marzo 1978, il Pci votò una storica fiducia a un esecutivo della Dc. Moro e Berlinguer. Il compromesso storico. È un precedente che ricorre spesso in questi giorni, evocato anche da Paolo Mieli l’altra sera su L7.

In effetti, fatte le dovute differenze di epoca e di rango politico, quello tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini sarebbe un patto altrettanto storico. E solo il tempo può favorire un accordo sui principali nodi politici, quasi dei macigni. Il più importante riguarda il candidato premier pentastellato.

Una parte maggioritaria dell’elettorato di Di Maio preferisce l’alleanza con il Pd, che pur a fatica sta provando a liberarsi di Matteo Renzi. Digerire quindi la Lega salviniana quale partner di governo presuppone un sentiero irto di insidie, come dimostrano tanti e autorevoli interventi contrari ospitati dal nostro quotidiano. Un governo Di Maio-Salvini provocherebbe reazioni forti di dissenso, spalancando inedite praterie a sinistra. Del resto, sono i rischi che si corrono quando si opta per un contenitore post-ideologico modello Dc che vuole includere destra, sinistra e centro.

Non solo. Se già l’accordo con la Lega è un masso da metabolizzare con lentezza, figuriamoci Forza Italia di Silvio Berlusconi. Queste sono le colonne d’Ercole di Di Maio: sì a Salvini ma no a Berlusconi. Anche perché in questo caso il leader leghista ritornebbe capo-partito: il 17 per cento del Carroccio contro il 32 del M5s. Di qui il “cappello” di Di Maio sulla poltrona di premier a Palazzo Chigi.

La partita per dividere il centrodestra porta allora ai nodi politici che investono Salvini, che aspira comunque a un pre-incarico da leader della sua coalizione (è una delle condizioni per aver ceduto Palazzo Madama a B.). Sinora il capo della Lega ha privilegiato la tattica sulla strategia. Esemplare la mano di poker con cui ha smascherato il bluff berlusconiano sulla candidatura di Paolo Romani al Senato. Stavolta però il nodo è strutturale ed è impossibile che Salvini faccia sedere insieme grillini e azzurri per un governo. Non resta che staccarsi da Forza Italia valutando almeno due vantaggi. Il primo: la cannibalizzazione di FI è già in atto nelle urne (la Lega è oltre il venti per cento nei sondaggi) e le giunte regionali di centrodestra non correrebbero alcun pericolo, pena un altro smottamento forzista verso le pianure verdi salviniane.

Semmai, il problema è che Berlusconi non vorrà staccarsi da Salvini, nonostante l’ircocervo grilloleghista. Il senso politico dell’ex Cavaliere non è mai andato oltre il suo conflitto d’interessi e non saprebbe che farsene di un’opposizione solitaria con la prospettiva per nulla esaltante di fondersi in un partito macroniano dal 10-12 per cento insieme con Renzi e i renziani. Berlusconi è un governista per natura, mai dimenticarlo.

Ed è per separare Salvini da Berlusconi che appunto ci vuole un accordo forte, di portata storica. Cioè, un patto di legislatura che include anche l’elezione del successore di Sergio Mattarella al Quirinale nel 2022. Un patto Lega-Cinquestelle fino al 2023 significa infine il tramonto definitivo di B., che tra un lustro avrà 87 anni. Alternativo, o persino complementare, a questo schema c’è solo una riapertura dei giochi nel Pd (dipende dai numeri) oppure, extrema ratio, una formula d’emergenza tutta da costruire. In ogni caso non sarà un percorso breve.

“M5S-Lega, prima si tratta e poi si governa assieme”

“Ci vorrà tempo”. Ma il tempo, in questi casi, aiuta. Cambia gli umori di eletti e elettori, fino a rendere possibili scenari che sembravano irrealizzabili. Ne è sicuro Gianfranco Pasquino, politologo e Professore Emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna. Chiuso l’accordo sulle presidenze delle Camere, c’è chi adesso dà per certo un’intesa tra Lega e Movimento 5 Stelle anche per la formazione di un governo.

Professor Pasquino, secondo lei si arriverà a un’intesa?

Le presidenze delle Camere e il governo sono due partite separate, ma il risultato della prima mi fa pensare che Lega e 5 Stelle arrivino alla seconda con qualche vantaggio in più. In questo momento però credo che i giochi non siano fatti. Dovessi dire una percentuale, sarebbe un 50 e 50.


Ma a Salvini e Di Maio converrebbe? Non perderebbero parte del proprio elettorato?

I passaggi di questa trattativa non sono banali, servirà un po’ di tempo. Ma più tempo passa e più sarà facile accettare un accordo. E non dimentichiamo che le basi condividono una forte critica alla politica tradizionale, quella che ha dimenticato parti del Paese che Lega e 5 Stelle hanno saputo intercettare.

In ogni caso Salvini dovrebbe rinunciare a Berlusconi.

Non credo che i 5 Stelle accetterebbero mai di stare con Berlusconi. Se facessero un governo con Forza Italia, gli elettori grillini sarebbero sconvolti, oltre che molto preoccupati. Dopo tutto quello che gli hanno detto in questi anni – spesso a ragione – non se lo possono permettere. Anche perché sono stati determinati per la sua ultima sconfitta politica, con il veto su Paolo Romani alla presidenza del Senato.

Nei programmi di Lega e 5Stelle però ci sono parti poco conciliabili.

Mi sembra che i 5 Stelle abbiano un po’ alzato il piede dall’acceleratore sul tema del reddito di cittadinanza, così come la Lega potrebbe rinunciare alla flat tax. Una discriminante sarebbe il tema dell’Europa: se il Movimento accettasse una linea più sovranista, dovremmo aspettarci una reazione da parte degli organismi internazionali. A questo si collega la gestione dell’immigrazione, su cui comunque i 5 stelle mi sembrano più malleabili rispetto a Salvini. Detto questo, è evidente che un programma comune nasca dai negoziati: sforbiciate, copia incolla, compromessi.

Entrambi i leader dovrebbero rinunciare a fare il premier?

Salvini credo abbia meno problemi. Di Maio alla fine potrebbe anche farsi da parte, condividendo la scelta di una terza persona con il leghista.

Ci sono alternative, se non il ritorno al voto?

No, se il Partito democratico rimarrà ancora seduto sulla riva del fiume ad aspettare. I cadaveri dei nemici non stanno passando: passano soltanto gli elettori che chiedono conto di questo immobilismo.

I dem sperano che Lega e M5S vadano a sbattere.

Mi pare difficile che si schiantino, perché l’intesa potrebbe anche non valere per tutta la legislatura e non è detto che gli elettori valutino in maniera negativa quanto faranno Lega e 5 Stelle. Il Pd fa opposizione a un governo che non esiste. Forse sperano che durante le consultazioni possano tornare in gioco, sempre che allora siano ancora vivi. Non è vero, come continuano a ripetere i dem, che gli elettori li hanno mandati all’ opposizione: gli elettori hanno bocciato gli ultimi governi.

Occorre superare Renzi?

Anche in questo caso serve tempo, anche perché gran parte del partito è lì grazie a Renzi e ancora non se la sente di mollarlo. Non credo manchino le persone capaci di prendere in mano il cambiamento, manca solo un po’ di coraggio.

Di Maio dà lo stop a Salvini “Io premier, parlo con tutti”

Matteo Salvini chiede, esorta, quasi minaccia, perché ora è forte e ha fretta. Invece Luigi Di Maio non ne ha, o non vuole averne. Quindi niente trattative su ministri e rotta politica, almeno per ora. Anzi uno stop, al Carroccio. E via dritto, con il metodo a 5Stelle: prima i punti di programma, con proposte per tutti i gusti, di cui il capo del M5S comincerà a discutere in questi giorni con i partiti con le “sue” consultazioni, in vista di quelle vere al Quirinale, con inizio il 3 aprile. Quindi i passaggi ufficiali con il Colle e la ricerca di una quadra definitiva. Con l’obiettivo di ottenere un appoggio esterno più largo possibile, per partire con il governo Di Maio, assieme a chi ci sta. La Lega, probabilmente. Ma non necessariamente. Perché il Movimento riteneva e ritiene un accordo con LeU e Pd più sostenibile, dentro e fuori il M5S.

Eccola, la linea del M5S per cercare un equilibrio sopra la follia, cioè nel caos del post voto. Nel quale il Carroccio appare come l’unico alleato a portata di accordo, con Salvini che però già alza la voce: “Se Di Maio dice o io premier o niente, non è il modo giusto per partire. E se vuole Berlusconi fuori, arrivederci”. Però Di Maio tiene il punto.

Anche se Beppe Grillo nei colloqui romani di questi giorni è stato chiaro: “Luigi è bravissimo, se riterrà di doversi alleare con la Lega per me va bene”. Ma per il capo politico non può essere così semplice. E allora, zero concessioni e basta a corsie privilegiate per la Lega. Perché certo, Salvini e Di Maio si sono sentiti e si sentono di continuo. Ma il capo del M5S ora vuole un campo largo per le trattative. Ecco perché ieri sul blog delle Stelle ha fatto la sua mossa: “Prima che inizino le convocazioni dei gruppi, il Movimento incontrerà tutte le forze politiche. L’obiettivo è vedere chi è interessato a risolvere i problemi degli italiani e chi invece passa il tempo a pensare alle beghe dei partiti o delle coalizioni”. Tradotto, Di Maio vuole parlare di temi, di cose da fare, anche per capire cosa smussare e cosa aggiungere nel programma a 5Stelle, per renderlo la base per convergenze di governo. E vorrebbe partire già da oggi pomeriggio, massimo domani, con incontri incrociati a cui manderà i suoi capigruppo, la deputata Giulia Grillo e il senatore Danilo Toninelli. Mentre lui farà telefonate di sponda. Nell’attesa, mette i suoi paletti. “È finita l’epoca dei governi non votati da nessuno, il premier deve essere espressione della volontà popolare” scrive nel post. Ovvero a Palazzo Chigi può andare solo lui, Di Maio. Poi l’altra pietra di confine, che suona anche come un messaggio per il Quirinale: “Se qualche leader politico ha intenzione di tornare al passato creando governi istituzionali, tecnici, di scopo o peggio ancora dei perdenti, lo dica subito”.

Ed è un nuovo no al “governo di tutti”, già scandito davanti alla stampa estera. Ma anche una porta in faccia al Salvini che vuole tenere dentro il gioco Silvio Berlusconi (o fa finta di farlo). E un muro a esecutivi temporanei, per varare solo una nuova legge elettorale. Se si parte con un governo a trazione 5Stelle, per Di Maio deve durare 5 anni. In caso contrario, se non si sbroglia la matassa, meglio tornare al voto, presto. Anche per permettere al candidato premier di derogare alla regola del doppio mandato, ricandidandosi e riconfermando anche tutti gli oltre 330 eletti del M5S. “Se lo facciamo tra sei mesi la nostra gente potrà capirlo, se passa più tempo sarà un problema” è il ragionamento che fanno ai piani alti. Però ora serve tempo, anche per permettere a ciò che resta del Pd di farsi avanti. Perché nel M5S sono convinti che qualcosa si stia muovendo tra i dem. “Ci arrivano segnali dalle minoranze, e sui capigruppo Renzi ha trovato ostacoli” notano.

Nell’attesa, ieri Di Maio ha presenziato all’approvazione del nuovo Statuto dei deputati, che certifica nero su bianco il peso di Casaleggio, l’altro capo. “Il gruppo individua come strumenti per la divulgazione delle informazioni e per l’acquisizione dell’indirizzo politico il sito ilblogdellestelle.it e il sito rousseau.movimento5stelle.it” recita. E tra i comportamenti passibili di sanzioni appare il mancato versamento del contributo mensile di 300 euro all’associazione Rousseau, obbligatorio per ogni eletto. Infine, c’è la partita per le vicepresidenze e gli altri ruoli nelle Camere.

In Senato la grande favorita per la vicepresidenza resta Paola Taverna, la più votata dai colleghi (secondo Nicola Morra). Mentre alla Camera il probabile questore in quota M5S è Riccardo Fraccaro: per qualche ora candidato come presidente, già indicato come ministro. Ma il deputato trentino vuole cautelarsi. Perché per il governo c’è sempre tempo.

Le vergini violate

Siccome il Fatto, secondo alcuni buontemponi, sarebbe l’organo dei 5Stelle, è stato l’unico quotidiano a infischiarsene del presidente della Camera Roberto Fico sull’autobus e sulla metro. Una breve in cronaca, giusto per la curiosità del presunto evento, che all’estero è normale e solo nell’Italia del vippume autoblumunito e scarrozzato diventa notizia sensazionale. Titoloni, dibattiti, polemiche, stupori, leccate di culo e disquisizioni sul fatto che però altre volte Fico prendeva il taxi e lo metteva in nota spese con tanto di ricevute, come tutti i lavoratori in trasferta di questo mondo. Un gigantesco chissenefrega, che però diventa la cartina al tornasole del totale spiazzamento-spaesamento di chi dovrebbe commentare e soprattutto spiegare la vittoria elettorale e le prime mosse dei due partiti cosiddetti “antisistema” che, nel giro di tre settimane, hanno messo nel sacco quelli che avevano retto 24 anni di Seconda Repubblica. Mancano proprio le parole, le categorie, gli schemi mentali e lessicali.

Ora, per dire, si è scoperto – come se fosse una novità – che Fico si è laureato (per davvero, non per finta come la ministra per fortuna uscente dell’Istruzione Valeria Fedeli) a Trieste in Scienze della comunicazione con una tesi sull’“Identità sociale e linguistica della musica neomelodica napoletana” (se invece, puta caso, si fosse occupato degli Inti Illimani, cambiava tutto). Scandalo, occhiatine d’intesa, risolini di commiserazione, conditi da altre ironie sul fatto che ha lavorato in un ristorante e poi in un call center. Come se non bastasse quello zotico di Di Maio, che faceva lo steward allo stadio San Paolo e sbaglia pure i congiuntivi. Tutto questo a opera di insigni giornalisti e pensatori “de sinistra”, così de sinistra da sbeffeggiare due ragazzi del Sud perché non hanno trovato un lavoro stabile e da non rendersi conto che i 5Stelle sono stati votati anche o proprio per questo: perché non sono figli di politici o di papà e, con o senza titolo di studio, si sono arrabattati per campare come milioni di loro concittadini nella famosa Repubblica fondata sul lavoro, anzi – grazie al cosiddetto centrosinistra – sul Jobs Act, sul precariato e sui voucher. Questo sì che è progresso.

Un altro mantra di chi cerca invano parole e argomenti su 5Stelle e Lega è che sono “putiniani”: come se non fossimo stati già governati da amici (Prodi e Renzi) o compari (B.) di Putin. Dov’erano allora le vergini violate? Altro refrain, sempre salmodiato col sorrisetto furbo di chi la sa lunga: “Dove trovano i soldi per fare il reddito di cittadinanza e abolire la Fornero?”.

Ma la vera domanda è un’altra: il reddito di cittadinanza e la Fornero sono buoni o cattivi? E, se l’uno è cattivo e l’altra buona, perché tanta gente ha votato per l’uno e contro l’altra? Si dirà: troppo comodo promettere più soldi e meno lavoro. Vero, infatti non parliamo di flat tax che, oltre a creare voragini nei conti, aggraverebbe le diseguaglianze in un fisco già iniquo. Ma il reddito di cittadinanza, comunque lo si voglia chiamare, esiste da anni in tutti i Paesi d’Europa tranne il nostro e la Grecia: perché dovrebbe essere uno scandalo? Costa 30 miliardi l’anno, la metà dei soldi spesi una tantum dagli ultimi governi per le banche decotte. Quanto alla Fornero, impone una delle età pensionabili più alte d’Europa, in un Paese che ha gli orari di lavoro fra i più alti d’Europa in cambio di salari fra i più bassi d’Europa. Questa Europa vale sempre, o solo quando fa comodo a lorsignori? Poi, certo, c’è il problema delle coperture: infatti abbiamo scritto e ripetiamo che un governo 5Stelle-Lega (peggio mi sento se con l’aggiunta del Delinquente) sarebbe demenziale anche per questo: non si possono fare insieme reddito di cittadinanza, flat tax e riforma della Fornero. Ma il terrorismo sulle coperture, sempre calcolate sui massimi (come se si volesse fare tutto subito), per concludere che non si può fare mai niente di nuovo, fa ridere. Pare quasi che tutto quanto fatto fin qui fosse un dogma di fede, intoccabile e immodificabile. E chi l’ha detto? Se la sovranità appartiene al popolo e il popolo boccia da cinque anni chi governa da 24, vuol dire che il nuovo governo non solo può, ma deve cambiare registro.

Chi l’ha detto che bisogna continuare a rinunciare ai 4 miliardi l’anno di Imu sulle prime case? Chi l’ha stabilito che si devono continuare a gettare dalla finestra 10-12 miliardi l’anno per gli 80 euro a chi già lavora, anziché destinarli a chi non ha nulla? Dov’è scritto che si deve continuare a buttare miliardi in opere inutili come il Tav Torino-Lione? Ce l’ha ordinato il medico di scialare decine di miliardi in esenzioni e regalie alle imprese e in bonus inutili? E quale norma vieta di recuperare decine di miliardi (veri) dall’evasione e dalla corruzione alzando le pene e dunque il rischio-galera (oggi pari a zero), per tosare un po’ di ladri in guanti gialli che si pappano 2-300 miliardi all’anno? E chi potrebbe obiettare se una parte delle misure per disoccupati e pensionati fossero finanziate con una patrimoniale? Dal 4 marzo si leggono curiose giaculatorie sui conti pubblici che “rischiano di saltare” e sugli “impegni con l’Europa” a rischio. Il bello è che vengono da ministri e tifosi degli ultimi governi che hanno sempre tradito gl’impegni con l’Ue elemosinando proroghe, deroghe e “flessibilità”. Gentaglia che ha infilato nella Costituzione il demenziale pareggio di bilancio, salvo poi aumentare il deficit e il debito. Carlo Calenda, ministro per fortuna uscente dello Sviluppo (per mancanza di voti), minaccia preventive procedure d’infrazione Ue (per il buco lasciato dal suo governo). E intima dalle colonne del Corriere della Sera: “I populisti dicano se sfonderanno il deficit”. Se no?